GP Magazine giugno 2015



more No Comments luglio 8 2015 at 11:46


Elisabetta Ferracini: “Il mio impegno per il benessere dei bambini”

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Anche Elisabetta Ferracini ha aderito ad un nuovo progetto chiamato ‘Adotto’ insieme a tanti altri volti noti dello spettacolo. Lo scopo è quello di dare un forte sostegno per curare i bambini con traumi.

di Silvia Giansanti

E’ nata “Adotto”, un’associazione Onlus finalizzata a promuovere il benessere dei bambini vittime di traumi. La ricerca conferma che quelli infantili sono all’origine di numerosi disturbi emotivi e incidono anche sulla salute di una persona. Sono tanti i piccoli che non hanno più una famiglia e che vivono in contesti istituzionali. Curare gratuitamente le loro ferite può essere un fattore protettivo importante sia per le loro vite sia per la società. Sensibile a questo argomento, Elisabetta Ferracini ha deciso di farne parte. Fino ad oggi è stata una mamma a tempo pieno e adesso con un figlio abbastanza grande si può permettere di tornare a svolgere qualche attività. Oltre al progetto, ha in serbo un format televisivo e una grande passione per il gyrotonic, una ginnastica di cui ne parla entusiasta. Neanche a farlo apposta, in una giornata di inizio estate, ha lasciato momentaneamente questa attività e ci è venuta incontro in tenuta sportiva per rilasciare l’intervista. Un the freddo ha subito rinfrescato questa donna così tranquilla e cordiale .

Elisabetta, scavando nel tuo passato artistico, in che modo è avvenuto il tuo debutto?

“Ho iniziato a lavorare giovane nel mondo dello spettacolo dapprima dietro alle quinte, occupandomi del montaggio, di produzioni e lavorando in redazione. Un periodo stavo lavorando anche a teatro e una sera è venuta vedermi colei che poi è stata la regista di ‘Solletico’, il programma che mi ha dato molta visibilità. Da lì mi è cambiata la vita e da Roma mi sono dovuta trasferire a Milano per condurre un programma quotidiano”.

E quando è nato tuo figlio?

“Ho deciso di fare la mamma a tempo pieno e non ho rimorsi per questa scelta. Non sarei mai riuscita a conciliare le due cose. Del resto avevo già fatto tante esperienze importanti, anche se adesso sono tornata a fare qualcosa, staccandomi gradualmente da lui. Magari tra quattro anni quando mio figlio diventerà maggiorenne mi mollerà e io allora che farò?”.

Che cosa hai imparato in particolare di questo mestiere?

“Che non si finisce mai di imparare, non ci si siede mai. Non è un lavoro facile, non si deve mai perdere di vista nulla, cercando di restare con i piedi per terra”.

C’è un campo parallelo che ti piacerebbe esplorare?

“Quello che sto facendo ora che riguarda il gyrotonic, una ginnastica molto particolare che è un mix di yoga e altre discipline. Il tutto viene praticato attraverso una macchina che mi piace tanto e per questo sto facendo un corso apposito per avere la patente per insegnare”.

Un personaggio del mondo dello spettacolo al quale sei rimasta molto legata?

“Si era creato un legame molto forte con Mauro Serio con il quale ho condotto ‘Solletico’ per sei anni. Devo molto a lui che mi ha insegnato tanto in tv. E poi sono rimasta legata anche a Pippo Baudo che mi ha voluta per ‘Sanremo Giovani’”.

Quali sono le differenze caratteriali tra te e tua mamma Mara Venier?

“Mia mamma prende tutto con filosofia, è molto forte e si lascia scivolare tutto, a differenza mia che invece prendo la vita troppo sul serio”.

Tu che tipo di mamma sei?

“Molto ansiosa perché Giulio è un figlio unico e molto sensibile e buono. Persino lui me lo ha fatto notare e per questo sto cercando di riprendere in mano la mia vita”.

Ti piacciono talmente tanto i bambini al punto di prendere parte ad un importante progetto.

“Si chiama ‘Adotto’, a cura della psicoterapeuta Anna Rita Verardo. Si tratta di una Onlus intenta a promuovere il benessere dei bambini vittime di traumi che non possono accedere alle cura specialistiche per rimuoverli, il che potrebbe condizionare l’intero ciclo di vita. La dottoressa sta divulgando il messaggio anche attraverso un giocolibro ‘La giusta distanza’ e ricordo che acquistando la t-shirt ‘Io adotto la giusta distanza’, si possono aiutare i bambini che sono temporaneamente nelle case famiglia e che hanno bisogno di questa terapia”.

Oltre a te, chi ha indossato la t-shirt?

“Molti personaggi del campo dello spettacolo, oltre 50. Tutti hanno fatto il selfie con la maglietta”.

Perché figura un porcospino?

“Perché i bambini disagiati hanno bisogno di tempo per fidarsi, per tornare a sorridere e stabilire la giusta distanza che, come nella parabola dei porcospini raccontata nel libro, permetta loro di stare abbastanza vicini per non avere freddo, ma non eccessivamente vicini, per non correre il rischio di pungersi”.

Cosa fa in pratica la dottoressa?

“Lavora con uno specifico metodo che si chiama EMDR che aiuta ad elaborare il trauma. In Italia pochi sono preposti a farlo”.

So che ti sei sottoposta anche tu per curiosità, anche se non avevi traumi. In che modo funziona?

“E’ difficile da spiegare in parole povere ma posso dire che avviene tutto mediante bulbo oculare. La dottoressa è davanti alla persona e con due dita esegue dei movimenti davanti agli occhi. Aggiungo che i traumi possono essere anche quelli minori subiti da piccoli che ti danno inadeguatezza come ad esempio le offese”.

Come siamo messi in Italia in fatto di adozioni?

“Come sempre la burocrazia allunga i tempi. La nostra campagna comunque non riguarda le adozioni vere e proprie, ma il nome ‘Adotto’ significa seguire un bambino dal punto di vista terapeutico”.

Invece funzionano le case famiglia?

“Secondo me c’è il bene e il male in tutto, se funzionano a dovere non lo so dire. Dipende come in tutte le cose”.

Progetti nell’immediato futuro?

“Oltre ad aiutare i bambini che non sono fortunati, ho anche un progetto televisivo. Come già detto, sto tornando a svolgere alcune attività”.

 

CHI E’ ELISABETTA FERRACINI

Elisabetta Ferracini è nata a Mestre il 3 ottobre del 1968 sotto il segno della Bilancia con ascendente Toro. Caratterialmente si definisce apprensiva. Ha come hobby il gyrotonic, ama mangiare il riso e tifa Lazio. Le piacerebbe vivere a Londra. Non possiede animali domestici, ha un figlio adolescente e un compagno. L’anno fortunato della sua vita è stato il 2002 quando è nato suo figlio. Sua mamma è la celebre Mara Venier e lei ha debuttato nel 1991 nella serie tv “Chiara e gli altri”. Nel ’94 ha partecipato nel programma “Tutti a casa” condotto da Pippo Baudo con il quale ha fatto anche “Sanremo Giovani”. L’anno successivo ha presentato “Lo Zecchino d’Oro” ed è stata la conduttrice insieme a Mauro Serio di “Solletico”, un programma di successo per ragazzi. A fine anni ’90 E’ diventata inoltre anche co-conduttrice di “Domenica In”. Successivamente è passata a condurre per Stream tv e nel 2004 è stata inviata per collegamenti esterni del programma sportivo “Quelli che il calcio”. Nel 2012 ha avuto un programma tutto suo su Play.me intitolato “Vado a casa di Elisabetta”. L’anno seguente è stata nel cast di “Un caso di coscienza 5” e attualmente ha aderito al progetto “Adotto”.

 

Si può versare un contributo libero

IBAN IT26R0623003233000046470962

Intestato a Adotto Associazione Onlus

Codice fiscale 978224100586

 



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Frankie Camicia: la bellezza di essere “unisex model”

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E’ con Frankie che continuiamo la nostra avventura: la numero ventotto. Noi di GP Magazine insieme ad Adriana Soares, fotografa ed artista, abbiamo ideato un fashion contest che si rivolge ai ragazzi della porta accanto. Organizziamo per loro un servizio fotografico speciale di moda.

di Adriana Soares

Siamo arrivati al numero ventotto e con emozione abbiamo deciso di dedicare questo numero a Frankie, una bellissima persona. Un piccolo contributo a quelli come lui, che hanno tanto sofferto e che affrontano la quotidianità con coraggio. Purtroppo, la società è rigida e le persone come lui devono lottare contro una normalità ipocrita.Frankie, italo-inglese, si trasferisce a Londra e in California per continuare gli studi universitari. Nella vita e anche nel suo lavoro di modella/o, ha una grande particolarità e un dono: è in grado di posare e sfilare sia in abiti maschili che femminili.Questo grazie alla bellezza androgina e il suo modo di essere che rappresenta l’ambiguità sessuale. Con la sua carriera e con il suo esempio di vita vuole cambiare la concezione della bellezza e valorizzare la diversità come un vanto e non una cosa di cui vergognarsi. Questo nella vita di tutti i giorni e nella moda. Il suo sogno è raggiungere un’uguaglianza sopratutto di fronte alla legge e alla società e aumentare la concezione di rispetto verso la diversità qualunque essa sia.

Questa volta niente domande ma una lettera aperta.

UNISEX MODEL

“Nel mondo vorrei che la società imparasse a rispettare le persone qualunque esse siano senza distinzioni e un mondo dove non si giudica per la nostra identità di genere o orientamento sessuale o altro, ma per come siamo dentro. Questi, secondo me, sono i valori più importanti e preziosi che ogni persona dovrebbe avere nei confronti degli altri. Nella moda vorrei che sparisca la discriminazione contro le modelle e modelli, con una bellezza più particolare e meno comune, e vorrei che ci siano anche più modelle trans e modelli androgini, e vorrei che finisca il razzismo, e che sia realtà e non un’eccezione avere varietà di bellezze o persone. Amo la moda perché credo sia l’unico settore ancora, come l’arte, dove puoi esprimerti senza problemi ed essere te stesso nonostante le problematiche e fattori negativi prima elencati. Il mio modello di riferimento è Andreja Pejic, modella transgender serboaustraliana che ha condiviso come me lo stesso percorso di vita e nella moda, perché è riuscita a dare voce ad una piccola minoranza come me, spesso trascurata”.



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Marwan Samer: L’artista tunisino che ha collaborato con Eugenio Bennato e Khaled

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Un genio del liuto arabo e non solo, Marwan Samer, apprezzato musicista tunisino, suona con Eugenio Bennato e ha avuto l’onore di lavorare a fianco di Khaled.

di Silvia Giansanti

E’ nato a Tunisi nel 1983 e oggi lo si può considerare benissimo un artista versatile ed eclettico, perché nella sua esperienza di musicista ha collaborato con artisti di diverse generazioni e stili  musicali. La sua parola d’ordine è infatti spaziare.

Marwan, quando e dove sei nato artisticamente?

“Sono cresciuto in una famiglia in cui tutti adorano ascoltare la musica. Ho avuto la fortuna di avere uno zio musicista che mi ha trasmesso sin da quando avevo sette anni la passione per l’oud (il liuto arabo) e mi ha insegnato a comporre e a musicare testi di poesie. Dopo di che ho cominciato a frequentare conservatori e istituti di musica specializzati, il primo del quale è stato l’istituto Al- Rashidiyya di musica tunisina. Nel periodo universitario ho scelto di frequentare l’istituto superiore di musica dove ho conseguito la laurea in musicologia e poi altri corsi di perfezionamento che ho seguito all’estero”.

Da quanto tempo sei in Italia e perché hai scelto di trasferirti qui?

“Sono in Italia dal Maggio del 2011, quando sono venuto come ospite al Festival Internazionale della Pace e delle Culture organizzato dall’Ambasciata dell’Iraq presso il Vaticano. In seguito ho provato ad entrare in contatto con artisti italiani e a collaborare con loro e al contempo ho conosciuto la mia attuale moglie, per cui mi sono ritrovato a vivere e stabilirmi in Italia. Per fortuna ho avuto modo di conoscere molti artisti italiani illustri e di collaborare con loro a diversi progetti musicali che hanno portato alla pubblicazione di due album, il primo dal titolo “Sicilia Araba” con il gruppo Milagro Acustico di Bob Salmieri e il secondo con il gruppo Reagente 6 di Fabio di Biagio, che è stato frutto di un’esibizione live alla Casa del Jazz di Roma”.

Cosa apprezzi del nostro Paese e della nostra cultura?

“L’Italia è in primo luogo il paese della cultura e dell’arte. E’ la culla il e luogo di fondazione di disparate esperienze artistiche e culturali ed è il paese della bellezza e della storia, pieno di  paesaggi naturali mozzafiato. Mi piace molto il carattere socievole del popolo italiano che ha molto in comune con il mio Paese e i Paesi del Mediterraneo in genere, in quanto a modo di pensare, di vivere e di comportarsi. In più l’Italia dista 50 minuti di volo dalla mia terra, cosa che mi permette di far visita ad amici e parenti ogni volta che ne sento la mancanza”.

Cosa ti manca della Tunisia?

“Quello che mi manca di Tunisi è la famiglia e gli amici, ma anche trascorrere del tempo con il gruppo di artisti, musicisti e pittori con cui ho iniziato la mia esperienza musicale e condiviso i tempi della mia formazione accademica e delle mie prime esperienze musicali che sono stati molto difficili. Mi mancano molto le atmosfere dei nostri incontri quotidiani, quando trascorrevamo insieme le serate a parlare della vita e dell’arte e ideavamo progetti artistici comuni”.

Quali sono state le tue prime esperienze nel campo musicale?

“All’inizio della mia carriera mi sono dedicato alla ricerca poetica, musicando le opere dei maggiori poeti tunisini e arabi in genere. Insieme a loro abbiamo organizzato dei festival culturali in tour per tutto il territorio nazionale, in cui accompagnavo dal vivo con le mie melodie i versi dei poeti”.

Sei attratto da altri strumenti?

“Oltre all’oud mi piace suonare altri strumenti, specialmente le percussioni, e spesso nel corso delle mie esibizioni utilizzo la darbouka, il bendir, le krakeb che sono strumenti molto diffusi nel Nord Africa”.

Parlaci della tua esperienza con Khaled.

“La mia esperienza con Cheb Khaled è stata strepitosa, di sicuro l’esperienza che ha segnato di più la mia carriera musicale. Non solo perchè è un artista internazionale amato da tutti e le sue canzoni come “Aicha” e “Didì” sono conosciute universalmente, ma anche per le sue doti caratteriali e morali. Nel suo gruppo, dove suonavo l’oud, eravamo tutti come una famiglia e non solo una semplice band. Per noi giovani del nord Africa Khaled è un simbolo, il suo successo risiede nel fatto che ha saputo combinare l’amore per la tradizione musicale araba e la rappresentazione della realtà sociale in cui viveva con l’innovazione e la ribellione agli schemi prestabiliti. Lui è l’unico ad essere riuscito a portare la musica maghrebina al pubblico internazionale, pur preservando le caratteristiche originali della musica del suo Paese”.

Come hai conosciuto Eugenio Bennato con il quale collabori?

“Ho avuto il piacere di conoscere Eugenio Bennato alla cerimonia conclusiva di una rassegna di incontri con le comunità e le associazione migranti presenti sul territorio italiano e in questa esperienza siamo rimasti felicemente sorpresi dalla naturalezza con cui riuscivamo a trovare le giuste modulazione per fondere le culture musicali dei nostri due mondi accomunati dallo stesso mare. E’ stato cosi che Eugenio mi ha proposto di accompagnarlo nella sua tournée “Balla la nuova Italia 2014″ ed è cominciata questa grande avventura con il suo gruppo del progetto Taranta Power, che mi ha iniziato ai ritmi della tamorra e della taranta”.

Con quale altro artista sogni di collaborare?

“Con Eros Ramazzotti, sono stato suo fan fin da piccolo”.

Cosa ne pensi della musica prodotta in Italia?

“In Italia esistono degli stili musicali molto belli e variegati che si differenziano da una regione all’altra. In questo luogo è possibile trovare quasi tutti i generi musicali praticati nel mondo. Purtroppo però, credo che il mercato musicale sia molto limitato, è rimasto locale e un po’ chiuso al solo pubblico italiano. A parte alcuni nomi noti, altri artisti, seppure molto bravi, come ad esempio i “Napoli Centrale” di cui apprezzo il carattere innovativo, stentano ad affermarsi anche all’estero per via di certe dinamiche di mercato che non li favoriscono”.

Tra i progetti dei prossimi mesi?

“Ho in programma di registrare alcuni brani nuovi con Eugenio Bennato, oltre all’incisione di pezzi personali che ho composto di recente. Prevedo di entrare in sala con l’artista napoletano Sandro Joyeux, che si occupa di world music come me”.



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Claudio Boccaccini: Il teatro è vita?

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Dopo  il successo de “I suoceri albanesi” e “La foto del Carabiniere”, prova di forte impatto emotivo che l’ha visto sulla scena anche nei panni dell’interprete,  abbiamo intervistato Claudio Boccaccini, versatile regista nel panorama teatrale nazionale, e direttore artistico della scuola di teatro La Stazione.

di Marisa Iacopino

Nel suo fare teatro, dà  spesso voce agli emarginati. Perché?

“Il teatro è luogo di domande, e le domande più interessanti arrivano dagli sconfitti. Credo che dare voce all’emarginazione sia appassionante dal punto di vista drammaturgico, quanto doveroso sul piano civile”.

Cos’è che fa di un regista un buon regista? 

“Strehler diceva che il regista bravo è uno che ha un aggettivo in più”.

Come regista, si ritiene un attore disciplinato?

“Sì, quando recito divento disciplinatissimo. Come regista, invece, mi fido più delle suggestioni, quindi a volte non sono così rigoroso”.

Si è occupato anche di teatro-terapia. Qual è l’insegnamento tratto?

“Ho lavorato con ragazzini che avevano difficoltà di comunicazione, di relazioni. In fondo, la normalità, la convenzionalità non si sposano bene con il teatro”.

Quali erano i suoi punti di riferimento giovanili,  quali i traguardi?  E quanta Roma c’è nei suoi lavori? 

“Tutte le avanguardie degli anni ’70. Parlo di Eugenio Barba, Carlo Cecchi, Carmelo Bene, Dario Fo’… e poi il living theatre.  Peter Brook, Bob Wilson mi hanno fatto capire che il teatro è luogo vivo dove confluiscono i mutamenti della società. Si mettono in scena anticipazioni, si analizzano pulsioni della società che la cronaca e la storia non raccontano. Nell’ultima cosa che ho fatto, ‘La foto del carabiniere’ ho raccontato la mia città. Lì, uno dei protagonisti è proprio il mio quartiere di nascita, Torpignattara, ed è emerso tutto un microcosmo e i suoi personaggi. Non ho citato Pasolini tra gli incontri importanti della vita. L’ho conosciuto personalmente. Rimasi colpito da   ‘Una vita violenta’,  romanzo che parlava d’una periferia che io conoscevo bene. Pasolini è uno che l’ha raccontata molto, la periferia romana. Perché Roma, forse, la raccontano bene quelli che non sono di Roma. Da Sorrentino a Fellini, da Flaiano a Gadda”.

Parlando de ‘La foto del Carabiniere’, quale pensa sia stata la lezione di Salvo D’acquisto proiettata in lei attraverso i ricordi di suo padre? Cos’è per lei l’atto eroico?

“L’atto eroico è il superamento del concetto di egoismo a cui la società contemporanea induce. E’ mettere a disposizione se stessi. Parliamo di uno che ha dato la vita a 22 anni. Questo sta a significare che tutti noi dovremmo occuparci anche di altro e di altri, oltre che essere proiettati su noi stessi. Quello di Salvo è l’insegnamento di un giovane che si è occupato degli altri”.

L’ironia, l’umorismo sono un buon registro narrativo per alleggerire  la drammaticità di certe tematiche?

“Sicuramente. Sono ponti emotivi che si stabiliscono con lo spettatore. Io credo che pure i grandi tragici: Eschilo, Tucidide, Sofocle, Euripide, quando sentivano una risatina erano contenti”.

Ha anche un libro all’attivo.

“Sì, un saggio dal titolo ‘La regia teatrale – Dalla pagina alla scena’, edito da Gremese. Fa parte del ristrettissimo novero di saggi teatrali italiani acquisiti dalla Biblioteca Nazionale di Francia”.

Cosa direbbe a un giovane che volesse intraprendere la carriera di regista?

“Prima lo dissuaderei, poi gli direi di leggere, nutrendosi di quello che hanno fatto i grandi, e di tutto quanto è stato fatto finora. Partire da lì, per cercare idee nuove”.

Cosa c’è in cantiere? 

“Uno spettacolo dal titolo ‘Sciatu’, parola siciliana che significa ‘fiato’. Ho immaginato che sia la prima parola che i bambini sentono quando arrivano sui barconi, a Lampedusa. E’ un popolo meraviglioso che accoglie, che meriterebbe il premio Nobel”.

Nuovi progetti?

“Ripresenterò ‘Love’s kamikaze’, sul conflitto arabo-isrlaeliano. Metterò in scena un pezzo di Pasolini in occasione dei 40 anni dalla morte, e poi riprendiamo ‘I Suoceri Albanesi’ con Francesco Pannofino. Con Francesco, faremo inoltre un lavoro dal titolo ‘Blu tut’, su un uomo che ha un rapporto difficile col telefono. E ancora ‘Le belle notti’ e ‘L’ultimo volo’, sui desaparecidos”.

Per finire, se dovesse qualificarsi con un unico aggettivo? 

“Appassionato”.



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Antonio Strigaro: Il parrucchiere del “Grande Fratello” apre il suo salone

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Le passioni fanno parte del dna. E per Antonio è così. Da piccolo giocava a pettinare i suoi familiari. Aveva capito che questa passione sarebbe diventato il suo lavoro.

Antonio Strigaro oggi è un bravissimo hair stylist. Ha studiato all’Accademia Aldo Coppola e da poco ha aperto un salone tutto suo nella zona Fleming a Roma, inaugurato proprio di recente. E’ nato a Corigliano Schiavonea, un piccolo paese di mare della costa ionica calabrese, 40 anni fa. Proviene da una famiglia molto umile, da genitori semplici che gli hanno insegnato a stare con i piedi per terra e avere tanta onestà e dignità. Valori che sono stati fondamentali durante la vita professionale di Antonio.

Antonio, quali sono state le tue esperienze professionali più importanti?

“Quelle di lavorare per ‘Donna sotto le stelle’ a piazza di Spagna, ad Alta Moda a Roma, Sky e per il ‘Grande Fratello’, con cui collaboro tutt’ora”.

Lavori anche per il mondo dello spettacolo e della tv. Quant’è importante questa esperienza per il tuo lavoro?

“Sì. Sono sempre belle esperienze da fare. L’esperienza televisiva per il mio lavoro è molto importante e anche per i clienti del salone è una sicurezza di bravura e tranquillità. E poi diciamocela tutta, il parrucchiere dei vip fa tendenza”.

Proprio recentemente hai aperto un salone nel quartiere Fleming a Roma, in società con un’altra persona, Terry. Come è nato questo incontro?

“Io e Terry ci siamo conosciuti tramite suo figlio Matteo che lavorava da me. Da quando ci siamo conosciuti è nata una bella amicizia, non solo con lei ma con tutto il resto della sua famiglia. Sono persone fantastiche con un cuore grande e ci tenevo tanto a farla entrare in società con me perché è una donna onesta e con un cuore immenso”.

Da Antonio Hair Stylist

Via Antonio Serra, 19  (collina Fleming, Roma)

Tel. 06.45436833

Facebook e Instagram: Da Antonio hair stylist

 

 

 

 

 



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