GP Magazine settembre 2015



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Serena Rossi: Un vulcano di simpatia e un talento innato

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Serena Rossi, la nota attrice napoletana reduce dal successo di “Tale e Quale Show”, è protagonista di una puntata dell’ispettore Cogliandro con Giampaolo Morelli nel ruolo di una bolognese. Un autunno caldo che la vede anche sui set dei film “Al posto tuo” e “Troppo Napoletano”.

di Silvia Giansanti

Serena ha appena compiuto i suoi primi trent’anni e già si sta “lamentando”. Il 31 agosto scorso ha postato le foto del suo compleanno sul suo profilo facebook contornata da una marea di amici, ma aveva la faccia un po’ strana. Sarà per colpa dei trent’anni? Quando la intervisteremo di nuovo, magari tra quindici anni, vedremo cosa s’inventerà… Un vulcano di simpatia e una predisposizione naturale al mestiere di attrice, fanno di Serena Rossi un personaggio amato dal pubblico. Un bagaglio professionale che cresce, impreziosito dalla riuscita in pieno dell’esperienza avuta in “Tale e Quale Show”. Il pubblico è rimasto colpito dalla sua voce e dal suo talento. A lei basta un po’ di impegno e di studio e riesce a fare qualsiasi cosa le chiedano di interpretare.

Serena, dall’ultima volta in cui ci siamo incontrate per un’intervista precedente, sono cambiate molte cose, giusto?

“Giustissimo! Fortunatamente questi ultimi anni sono stati intensi e gratificanti”.

Sei stata sempre convinta di riuscire fin dall’inizio?

“A dir la verità, ho iniziato senza convinzioni, un po’ per caso, ma non avevo il pallino di fare per forza l’attrice. Invece, sono quindici anni che faccio questo mestiere, passo dopo passo, con la massima serietà, cercando di seminare bene”.

Credi nel potere della nostra mente a proposito di convinzioni e nella riuscita nelle cose?

“Sì, pensare positivo porta cose positive. Nella nostra mente c’è una predisposizione di pensiero”.

In cos’altro credi fermamente?

“Nell’amore universale. Sono una romanticona. L’amore mi fa andare avanti”.

Con chi vorresti lavorare nuovamente?

“Con Luca Zingaretti”.

Da buona napoletana, come hai preso ai primi di gennaio scorso la scomparsa di Pino Daniele?

“Molto male, lui è un pezzo del mio cuore e della mia città. Ricordo che ero in vacanza ai Caraibi, su una barca, quando ho appreso la triste notizia e non ti nascondo che ho pianto. Mi ha raccontato mia madre che a Napoli in quei giorni c’era un’aria davvero strana e la sua musica era dappertutto”.

Per quale motivo, secondo te, il pubblico ti ama?

“Penso di piacere per il mio sorriso, per la mia spontaneità, per la mia trasparenza e per l’impegno che metto in tutto quello che faccio. Il programma tv ‘Tale e Quale’ mi ha dato la possibilità di far emergere queste caratteristiche”.

Com’è stato il tuo primo approccio con la macchina da presa?

“Ero molto agitata. Ho fatto un film drammatico per la tv di cui ero protagonista, ma non avevo mai recitato prima di allora su un set. Quindi sono arrivata molto tempo prima per capire cosa fosse realmente un set e tutto l’aspetto tecnico. Quando però ho iniziato, mi è venuto subito spontaneo stare davanti alla macchina da presa”.

Se non ti si fossero aperte le porte del mondo dello spettacolo, per cosa avresti optato?

“Probabilmente l’interprete, perché ho studiato al liceo linguistico. Crescendo mi sono appassionata molto alla cucina e forse anche la chef”.

Come vivi la città di Roma?

“A me piace molto. Mi fa sentire libera e indipendente. Peccato che la città sia stata macchiata da recenti episodi negativi legati alla politica e al malaffare. Se devo scegliere una zona particolare, posso dire che sono stata conquistata dall’Aventino”.

Parliamo della tua esperienza in ‘Tale e Quale Show’. Divertita?

“Moltissimo, ma mi sono anche stancata molto. E’ stata una delle esperienze più belle che abbia mai fatto dal punto di vista umano. Sono entrata lì che ero una delle meno conosciute del cast e mi dovevo scontrare con dei giganti. Mi sentivo molto piccola e, man mano, sono cresciuta proprio all’interno del programma”.

Hai conquistato il titolo di campionessa. Chi ti è piaciuto imitare particolarmente?

“Whitney Houston. Trovo che sia un personaggio pazzesco con una morte tragica e una vita particolarissima. Devi cercare di entrare nella vita e nell’anima dei personaggi che interpreti, aiutandoti con lo studio e la conoscenza approfondita e non basare tutto solo sulla voce. E’ stato davvero emozionante, al termine sono crollata per la soddisfazione e per la tensione che avevo accumulato”.

Hai collezionato anche il Premio Massimo Troisi come miglior attrice comica.

“Sì un’enorme soddisfazione”.

Tutto questo sta per caso mutando l’atteggiamento di Serena Rossi oppure sei sempre la ragazza con i piedi per terra che abbiamo conosciuto qualche tempo fa?

“Sono sempre con i piedi per terra essendo Vergine con ascendente Toro e quindi due segni di terra. Ho capito questo anche perché non puoi aspettarti mai niente. Dopo il successo di ‘Tale e Quale Show” ho continuato tranquillamente a cucinare e a fare la spesa. Una ragazza normalissima”.

Se ti nominassi “Rosetta”?

“Ti direi che anche quell’esperienza di ‘Rugantino’ è stata molto importante per me, un sogno che si è realizzato. Interpretare questo personaggio enorme, con dei precedenti enormi, dalla Ferilli ad Alida Chelli, mi ha provocato una grande paura. Sapevo bene di avere sulle spalle una bella responsabilità. Soprattutto, ho dovuto confrontarmi con una lingua diversa, il romanesco, e, per una napoletana doc come me, non è stato facile. Enrico Brignano è stato severo ma mi ha insegnato molto in quei mesi di preparazione. Le sono davvero grata. Recitare a Broadway è stato un sogno che nella vita difficilmente ricapita”.

Cosa stai girando attualmente?

“Sono impegnata su due set cinematografici. Sto girando ‘Al posto tuo’ per la regia di Max Croci con Luca Argentero, Stefano Fresi e Ambra Angiolini e ‘Troppo Napoletano’, un film di Alessandro Siani, che mi vedrà per lavoro di nuovo a casa accanto alla mia famiglia. Con me sul set ci sono  Gigi e Ross e un bimbo napoletano stupendo”.

Quali sono le differenze tra i due personaggi che interpreti?

“Che una è una mamma ‘troppo napoletana’ dei quartieri spagnoli e l’altra è una proprietaria di un bar di un paese. Entrambe sono donne divertenti per queste due commedie”.

 

CHI E’ SERENA ROSSI

Serena Rossi è nata a Napoli il 31 Agosto del 1985 sotto il segno della Vergine con ascendente Toro. Caratterialmente si definisce positiva e permalosa. Ha l’hobby della cucina, adora mangiare la pizza napoletana e tifa per il Napoli (altrimenti sarebbe ripudiata dalla famiglia). Al momento risiede a Roma e possiede una cagnolina di nome Emma. E’ fidanzata. Le piacerebbe vivere a Buenos Aires. Il 2002 è stato il suo anno fortunato in cui ha dato il via alla sua attività, esordendo come cantante nel musical “C’era una volta…Scugnizzi” di Claudio Mattone ed Enrico Vaime e nel 2003 è stata scritturata come attrice di “Un posto al Sole”, in cui ha recitato fino al 2009. Ha ottenuto un grande successo con un ruolo in “La vampa d’agosto” e ha avuto apparizioni in “Rosafuria” e “Virginia, la monaca di Monza”. Nel 2010 è stata nella miniserie tv “Sant’Agostino” e nella seconda stagione di “Ho sposato uno sbirro”. L’anno successivo è stata tra i protagonisti di “Che Dio ci aiuti”. Nel 2012 ha recitato in “R.I.S Roma – Delitti imperfetti”. Il 2013 l’ha vista come protagonista femminile della pellicola “Song’e Napule”. Un’altra tappa importante è stato il debutto al Teatro Sistina di Roma nella commedia “Rugantino” con Enrico Brignano nel ruolo di Rosetta. Nel 2014 è stata una delle concorrenti di “Tale e Quale Show”, conquistando il titolo di campionessa. Ha girato tra le altre cose anche per la serie “REX” e per la fiction “Squadra Mobile”. Pratica attività di doppiaggio e ha inciso qualcosa a livello discografico. La vedremo al cinema in “Al posto tuo” e in “Troppo Napoletano”.

 



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Pietruccio Montalbetti: Il leader dei Dik Dik racconta i suoi viaggi e le sue sfide in giro per il mondo

pietruccio montalbetti - con un Tourareg è un Mandingo mie due guide nel villaggio Dogon

Ci sono persone che hanno fatto la storia della musica italiana senza perdere quella dimensione umana e quell’umiltà che li contraddistingue. Nel mondo dell’apparenza, dell’immagine, della notorietà da inseguire a tutti i costi, gente come lui ci fa capire che c’è ancora spazio per la semplicità.

di Alessandro Cerreoni

Lui che si relaziona con tutti e che viaggia con l’autobus suscitando meraviglia di chi lo riconosce: “Ma tu non sei quello dei Dik Dik? E viaggi in autobus come una persona normale?”. Sì, lui è una persona normale ma speciale. Lui è Pietruccio Montalbetti, leader indiscusso da cinquant’anni di una delle band più importanti della musica italiana. Spesso di un artista si sa cosa faccia a livello discografico, si sa qualcosa dei suoi concerti e delle sue apparizioni nelle radio e nelle tv. Si sa poco, invece, della sua vita privata. Di cosa faccia quando non canta. Pietruccio da tempo viaggia da solo. Si lascia alle spalle gli impegni di lavoro, quelli familiari, la tecnologia e le comodità della vita quotidiana, per spingersi verso mete lontane, supportato dalla curiosità e dalla voglia di conoscere luoghi distanti dalla nostra civiltà. Per toccare il cielo dalle vette delle montagne più alte. O per stringere la mano ai popoli più sconosciuti. Soprattutto se hanno le mani con sei dita, come gli Aucas in Ecuador. Tutto questo viaggiare, Pietruccio Montalbetti lo ha tradotto in un libro, uscito di recente, e che s’intitola “Settanta a Settanta. Una sfida senza limiti d’età”. Un’opera ricca di racconti, di aneddoti, di storie, che parla della sua scalata in solitario. E’ il suo quarto libro, dopo “I ragazzi della via Stendhal” nel 2010, “Sognando la California scalando il Kilimangiaro” nel 2011 e “Io e Lucio Battisti nel 2013.

Così, in una calda giornata di agosto, chiuso in redazione mentre il resto dei vacanzieri è ancora in spiaggia spaparanzato al sole, lo raggiungo telefonicamente per fare questa intervista. Io che, reduce da una normale vacanza al mare, come i comuni mortali, mi sentivo il nulla al cospetto dei suoi racconti di viaggio ma affascinato da ciò che Pietruccio mi raccontava con la sua voce pacata e serena. Oltre ai racconti di viaggio e di vita, abbiamo parlato di musica e di un importante progetto discografico legato ai cinquant’anni di attività dei Dik Dik. Quelli di “Sognando la California”, “L’isola di Wight” e “Viaggio di un poeta”, per citare alcuni dei successi maggiori.

Pietruccio come è nato questo tuo quarto libro?

“Nasce dalla mia voglia di viaggiare nel momento in cui ho avuto con i Dik Dik il mio più grande successo ‘Sognando la California’. Mi sono ritrovato per caso e volevo fare l’esploratore. Con il successo ho avuto paura di perdere la dimensione della vita. Non sapevo più chi ero. Quello sconosciuto di prima o quello che tutti ammiravano e idolatravano. Su suggerimento della mia fidanzata, per questo feci anche cinque sedute di analisi. Così dopo qualche anno iniziai un percorso che mi portò a fare viaggi in solitaria. Cominciai con il Messico e da lì non mi sono più fermato”.

Che tipo di viaggi sono?

“La modalità di ogni mio viaggio è sempre stata quella di viaggiare con i popoli che vado a visitare. Mangio come loro. Parlo con loro. Dormo con loro. Nei miei viaggi non esiste dormire all’Hilton”.

Puoi raccontarci qualcosa dei tuoi viaggi? Sei partito dal Messico…

“Sì, ho fatto tutta la penisola dello Yucatan e da lì mi sono spostato in Guatemala. In genere viaggio ogni anno a gennaio. Sono stato in Amazzonia, in Colombia, in Venezuela, dove ho risalito il fiume Orinoco per un mese. Ho visitato il Perù, sulle terre dove vivevano gli Incas, in Ecuador in cerca degli Aucas, un popolo che seguivo nei documentari tv da bambino. Per raggiungerli mi ritrovai in un gruppo di cinque persone che cercavano anch’esse questo popolo. Mi imbarcai con loro e trovammo, rimanendone sbalorditi: avevano sei dita per mano e sei dita per piede. Un popolo primitivo. Sono stato poi in India tre volte con mia moglie. In alcuni viaggi mi ha seguito anche lei. In Africa ho scalato il Kilimangiaro, per riscendere il Niger fino al Burkina Faso. Sono stato due volte in Nepal, dove ho dormito nei monasteri”.

Cosa hai tratto dai tuoi viaggi?

“I miei viaggi sono per conoscere e per capire. Ho capito tante cose e soprattutto la modestia. Vado in giro con l’autobus, mi comporto come tutte le persone normali. Non ho discrasie per nessuno, bianchi, neri, gialli, omosessuali, ricchi, poveri, ecc. Non mi faccio fregare dalle apparenze e non mi condiziona nulla. Questo ho imparato dai miei viaggi”.

Uno dei viaggi più recenti che ti ha colpito maggiormente?

“Sì, quello nelle Filippine fatto lo scorso anno. Un’università americana mi ha chiesto di andare alla ricerca di un popolo che ha una vita media di 110 anni e di tornare indietro con una loro ciocca di capelli affinché si potesse studiare questo fenomeno di longevità. Ho noleggiato tre carri di bambù trainati dai bufali. Ho viaggiato con una guida e due interpreti. A questo popolo ho portato cibo e sono rimasto con loro tre giorni. Avevo tutta l’attrezzatura e i contenitori appositi per raccogliere le ciocche di capelli, che ho provveduto a spedire all’università in America”.

Ti piace scrivere. Con questo è il quarto libro. Parliamone.

“Nel primo racconto la mia infanzia. Nel secondo racconto l’esperienza della scalata del Kilimangiaro, un sogno che avevo da sempre e che ho coronato dopo mesi di preparazione fisica e mentale, e di altri appunti di viaggi fatti. Nel terzo, “Io e Lucio Battisti”, scrivo le cose che nessuno sa del Battisti giovane. L’ho conosciuto prima che diventasse famoso. Era uno di famiglia. Basti pensare che mio fratello, scomparso sette mesi fa, gli ha realizzato tutte le copertine dei suoi dischi”.

C’è un messaggio che vuoi trasmettere con quest’ultimo libro?

“Sì, soprattutto alla mia generazione, quello di non mollare e di darsi sempre degli obiettivi e dei progetti. Per non invecchiare bisogna mantenersi attivi. Io, ad esempio, non fumo, non bevo superalcolici e faccio tanta attività fisica. E’ fondamentale mantenere attivi il fisico e la mente. Ai giovani, invece, vorrei dire di non accontentarsi e non fermarsi a guardare i documentari in tv, ma di viaggiare. E poi aggiungo che non è vero che per essere rock bisogna essere sballati e drogarsi. Al contrario, è rock preservare il nostro corpo in un mondo meraviglioso”.

Il tuo prossimo viaggio?

“Mi sto preparando per un viaggio in Nuova Guinea e in Papuasia”.

Cosa leggi durante i tuoi viaggi e cosa leggi in genere?

“Leggo la Bibbia, il Corano, che è un libro bellissimo. Mi piace leggere libri di fisica quantistica e recentemente ho letto ‘La Bibbia non è un libro sacro. Il grande inganno’”.

Parliamo di musica. I Dik Dik sono un gruppo che esiste e resiste da cinquant’anni. Cos’è che vi tiene uniti?

“Il segrete della nostra longevità è il non frequentarsi, eccetto quando suoniamo. Ognuno ha la sua vita, i suoi gusti. Non litighiamo e parliamo poco. Quando siamo in viaggio per un concerto, ad esempio, loro parlano di calcio ed io me ne sto in silenzio perché del calcio non mi importa nulla”.

Ci sono progetti in ballo?

“Stiamo lavorando al 50esimo anniversario dei Dik Dik. Abbiamo trovato un produttore che ci sta seguendo con l’obiettivo di realizzare un cd con tutti i nostri pezzi, con arrangiamenti moderni e con il supporto di altri artisti, da Zucchero a Nek. Ci lavoreremo almeno 5/6 mesi”.

 



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Alessandro Parrello: Un attore preparato e poliedrico

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Alessandro è un vulcano. Parlare con lui significa essere trascinati in un turbine di mondi diversi. Lui è così. Non si accontenta e cerca di volare sempre più in alto. In questa intervista ci parla dei suoi progetti futuri e non solo. Insomma, un artista a 360 gradi da scoprire e da apprezzare.

di Simone Mori

Come è nata la tua passione per la recitazione?

“Quando avevo circa 17 anni. Al liceo scientifico, durante i compiti di latino, spesso, invece di fare la versione, mi mettevo degli stivali da cowboy e ascoltavo con un registratore la colonna sonora del film ‘Lo chiamavano trinità’ di cui conoscevo tutte le battute. Lo condividevo ad alto volume con la classe e tutti ridevano tranne la professoressa, che non aveva evidentemente il nostro stesso umorismo. Insomma giocavo a fare Trinità, quindi la ‘colpa’ è di Terence Hill e Bud Spencer! Un giorno glie l’ho anche detto e Terence si è messo a ridere. Poi ho scoperto che sapevo fare le imitazioni e i dialetti italiani e ho capito che recitare era molto meglio delle equazioni piene di seni e coseni, o versioni noiose di latino che era una lingua fuori moda già ai tempi di Giulio Cesare”.

Sei giovane ma hai fatto tante esperienze diverse. Quali sono le qualità che ritieni abbiano dato lo slancio a questa poliedricità?

“Sicuramente una immensa curiosità nei confronti della vita e una continua voglia di imparare cose nuove e diverse. Vivo mettendomi sempre alla prova, ragion per cui non ho fatto solo l’attore nella mia vita ma tanti altri lavori diversi”.

Ti senti più attore, produttore o imprenditore?

“L’attore è sempre al di sopra di ogni cosa perché mi dà modo di esprimere una certa follia ma, essendo un mestiere precarissimo, lo fai solo quando ‘squilla il telefono’. Quindi, da buon Bilancia, sono anche una mente equilibrata e fare impresa o produrre sono cose che mi porto dietro ormai da molti anni. Adoro creare e progettare qualcosa da zero e farlo diventare un business. A volte si fallisce e a volte si riesce. Una volta ho persino aperto una piadineria romagnola a Roma! Ma quella rientra nel mio lato di follia”.

Tra i tanti lavori che hai fatto, quale pensi sia stato il migliore?

“Ovviamente quello che faccio oggi mi piace moltissimo. Ma sai, ho iniziato a lavorare a 14 anni come benzinaio, facendo sino ad oggi circa venti mestieri diversi e alcuni anche molto più remunerativi del cinema. Quando lavoravo come responsabile commerciale per una grossa azienda di distribuzione automatica di caffè, ad esempio, mi divertivo e mi appagava molto, al punto che dopo treanni mi sono dovuto licenziare a denti stretti perché altrimenti sarei rimasto incastrato a fare solo quello. Alla fine della fiera, il cinema è una meravigliosa magia!”.

Ti dividi da anni tra Italia e Stati Uniti. Quali differenze riscontri a livello artistico?

“Molte! E non solo a livello artistico. Ci sono differenze enormi su tutti i piani ma dovremmo fare un’altra intervista per rispondere a questa domanda. Non avremmo abbastanza battute a disposizione”.

Parliamo della tua ultima creature: West 46Th Mag. Come nasce e dove lo vuoi far arrivare?

“Nasce esattamente un anno fa (ottobre 2014) mentre ero a casa col braccio destro ingessato per via di un infortunio. Mi stavo annoiando e allora una mattina ho pensato che dovevo inventarmi qualcosa il giorno stesso. Poi il flash… Perché non un magazine? Pensando al mio amore per New York e per l’Italia, d’istinto ho unito le due cose dando vita ad un contenitore americano che promuovesse il made in Italy in tutte le sue forme, da una prospettiva internazionale e in lingua inglese. In tre mesi ho messo in piedi il sito con il mio grafico, creato le sezioni, fatto le prime interviste e mi sono buttato. Il 25 marzo di quest’anno è nato a New York west46thmag.com. Oggi siamo dodici persone, di cui otto donne, su questo progetto in costante crescita e personalmente sto imparando tanto. Ne vado molto fiero perché ci leggono da tanti Paesi e vorrei farlo diventare un punto di riferimento per la cultura italiana. Stiamo preparando belle novità che presto saranno on line”.

Non temi che ci sia troppa concorrenza sul web oggi, specie per l’editoria?

“No, non temo la concorrenza ma anzi mi stimola e se non ci fosse non ci sarebbe gusto nel partorire idee nuove per fidelizzare i propri lettori”.

Hai avuto modo di lavorare accanto a nomi importanti del cinema. Ti piace ispirarti a qualcuno in modo particolare?

“Adoro Gianmaria Volontè e Al Pacino. Due immensi trasformisti da cui certamente cerco di imparare e trarre ispirazione. Quanto prima spero di avere modo di mettere in pratica qualcosa di veramente camaleontico”.

Su che progetti stai lavorando adesso?

“Come attore farò parte del cast del nuovo film di Alberto Rondalli ‘Il Manoscritto’, con Alessio Boni, Caterina Murino, Alessandro Haber e Jordi Mollà. E’ un bellissimo film corale ambientato nel 1734 e tratto da un’opera di Jan Potocki. In autunno uscira’ su Rai cinema channel il western ‘Shuna’ , diretto da E. Ferrera, in cui sono produttore e co-protagonista nel ruolo del fuorilegge Joe Galvez. Prossimamente presenterò anche il film ‘La banalità’ del crimine, di I. Maltagliati, in cui interpreto il giovane killer di una banda di criminali non troppo fortunati. Nel cast c’è anche Marco Leonardi, che stimo tantissimo. Per chiudere sto finendo la post produzione di un cortometraggio che ho prodotto con il contributo del Nuovo Imaie dal titolo La Gita, di F. Buffa, i cui protagonisti sono due anziani molto teneri che ricordano con dolcezza i loro anni ’60. Forse riprenderò a fare la mia rubrica comica Tutti pazzi da New York in radio”.

Quali sogni deve ancora realizzare Alessandro Parrello?

“Questa sembra una domanda alla Marzullo! (ride) Alessandro ne deve realizzare ancora molti. La strada è lunga e non ha alcuna voglia di smettere di sognare proprio adesso che sta facendo sogni molto belli”.



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Beatrice Bartoni: Una giornata speciale

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E’ con la bellissima Beatrice che continuiamo la nostra avventura: la numero trentuno. Noi di GP Magazine insieme ad Adriana Soares, fotografa ed artista, abbiamo ideato un fashion contest che si rivolge ai ragazzi della porta accanto. Organizziamo per loro un  servizio fotografico speciale di moda.

di Adriana Soares

 Beatrice Bartoni si racconta…

 “Sono una ragazza di 18 anni, semplice, estroversa, curiosa e piena di amici. Frequento l’ultimo anno del liceo delle Scienze Umane ma da due anni, oltre allo studio, dedico parte del mio tempo partecipando a casting e provini tentando di entrare nel mondo del cinema, un mondo che mi affascina da sempre. Quando ho saputo che avrei interpretato il ruolo di Selvaggia in ‘È arrivata la felicità’, anche se si tratta di un piccolo ruolo, non ci potevo credere! Ero al settimo cielo ma allo stesso tempo terrorizzata perché era la mia prima volta. È stata un’esperienza positiva e molto divertente. Tutto nuovo per me ma nonostante l’agitazione mi sono ambientata facilmente. Ora che ho sperimentato cosa voglia dire stare davanti a una telecamera, posso dire che sì mi piace! Continuerò a partecipare ai casting sperando di avere ancora fortuna e sperando di essere sempre più spigliata e preparata. Quando finirò il liceo potrò dedicare più tempo allo studio della dizione e della recitazione,per riuscire ad interpretare magari un ruolo da protagonista, perché no? Quest’anno ho la maturità, ma ho voluto comunque iscrivermi a un corso serale di recitazione, un paio di volte a settimana. Dopo gli studi vorrei andare un anno all’estero per perfezionare il mio inglese, ma si vedrà. Se non partirò, continuerò comunque a partecipare a corsi di recitazione e di dizione, perché lo studio è importante e bisogna insistere fino ad arrivare quasi alla perfezione. Il mio consiglio per tutte le ragazze che come me vogliono entrare in questo mondo è quello di crederci veramente, di non scoraggiarsi mai e di essere tenaci, di continuare finché non raggiungeranno il loro obiettiv. Il mio motto è: ‘se si vuole ottenere qualche cosa, basta crederci’”.



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Fabio Barone: Due primati da Ferrari

Fabio Barone al volante

Era nata come una scommessa e invece è diventato un record del mondo: a compiere l’impresa è Fabio Barone, che non è un pilota professionista ma sta dedicando la sua vita alle auto da corsa, tanto da essere il presidente del Ferrari Club Passione Rossa. Affascinato dalle curve della Transfagarasan, la strada della Transilvania che si inerpica fra le nuvole oltre i 2.000 metri, Barone ha deciso di tentare l’impresa: percorrere un tratto di 12.850 metri, chiuso al traffico, alla massima velocità possibile, al volante della sua Ferrari 458 Italia.

Un record che non era mai stato tentato prima, e che quindi ora spetta proprio a Barone, che ha osato sfidare per primo questi tornanti. Il tempo impiegato è stato migliore rispetto alle aspettative che lo stesso pilota si era posto: 9 minuti 13 secondi e 442 millesimi. Una cifra che da oggi comparirà nel World Guinness Record. La media di Barone è stata di oltre 83 km/h, raggiungendo i 240 km/h sui rettilinei, in quarta piena. Sono addirittura due i primati del mondo siglati fra i Carpazi: per il miglior tempo in assoluto, ma anche per il crono più veloce per la categoria Supercar, considerando che la Ferrari è una vettura a trazione posteriore. Definita la “strada più bella del mondo” dal team di tester di Top Gear, la trasmissione motoristica realizzata dalla BBC, la Transfagarasan costeggia la Fortezza di Dracula e si snoda fra le montagne del Carpazi, con ripidi dislivelli, tratti esposti a venti anche molto forti e curve a gomito, che si affacciano sullo strapiombo. Un minimo errore alla guida si traduce in un volo di decine di metri.  ”Un risultato oltre le aspettative, e una grande emozione, quella di entrare nel World Guinness Record al volante di una vettura come la Ferrari 458 Italia”, ha detto Fabio Barone all’arrivo, dove c’erano centinaia di appassionati ad attendere la sua vettura caratterizzata dalla livrea ‘dedicata’, con tanto di pipistrelli che escono dal motore. “Devo ringraziare la squadra e le istituzioni romene, che hanno reso possibile questa corsa nell’autodromo di Dio”, dice ancora Barone, che ha ribattezzato così questo percorso, perché spesso immerso fra le nuvole. “Per affrontare con tranquillità questa strada, che non ha barriere di protezione, è fondamentale avere un copilota, che ti anticipi di volta in volta la curva che andrai ad affrontare”. “Abbiamo cominciato a studiare il percorso un mese fa, con i primi sopralluoghi, ma prendere le note con la strada aperta al traffico non è stato facile”, spiega Paolo Cerquozzi, navigatore di Barone. “Inoltre in quelle occasioni non eravamo sulla Ferrari, che è arrivata qui ieri, e questo rendeva i riferimenti più incerti. Per sviluppare i dati acquisiti sono serviti almeno dieci giorni di lavoro intenso”.   ”La vettura è stata elaborata sotto il profilo dell’elettronica e dell’assetto”, spiega Mimmo Leone, che ha curato la preparazione tecnica. “Con un ampio uso del carbonio abbiamo ottenuto un ‘dimagrimento’ di circa cento chili. Grazie anche all’allestimento sportivo di Capristo questa 458 Italia ora dispone di ben 630 cavalli”. Un grosso lavoro dietro alla realizzazione di questo record, insomma, con un team di venti persone impegnato su tutti i fronti, a partire dal trasporto della vettura con un truck fino alla presenza di un mental coach e di un osteopata. Dall’evento nascerà anche un cortometraggio-documentario. ”Le riprese sono iniziate a Roma con la preparazione di Barone, sono proseguite durante i primi sopralluoghi e si sono concluse oggi con il taglio del traguardo”, spiega il regista Sante Paolacci. Per Barone si tratta del secondo docu-film: il primo lo aveva già realizzato lo scorso anno, sulla sua impresa “Sotto gli otto minuti” al circuito tedesco del Nurburgring, sempre al volante di una Ferrari 458 Italia.



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Federico Giova: Sonorità americane per gli artisti italiani

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Con il featuring di Jazze Pha, il mondo dell’ hip-hop a stelle e strisce incontra l’Italian Style di Giova. Il video è stato girato a Los Angeles, luogo, tra l’altro, molto particolare per lui e la famiglia. Federico è il figlio di Luciano Giovannetti, che a Los Angelese, nel 1984, centrò il secondo oro olimpico consecutivo nel tiro a volo, bissando il successo di quattro anni prima a Mosca.

di Marina Marini

Musicista italiano apprezzato negli Stati Uniti, il 31enne Federico Giova, alias Federico Giovannetti, si racconta.

Come si sposa lo stile italiano con quello americano?

“Il mio ultimo album è stato prodotto e registrato in California, Il sound è più americano che italiano sebbene i testi siano nella nostra lingua. Il connubio di questi due elementi dà respiro internazionale al mio genere. Gli ingredienti del mio stile sono l’RNB e la musica moderna ed elettronica. Questo stile è piaciuto a Steve Cropper, chitarrista dei blues brothers a tal punto che ha collaborato con me nell’album. E’ un genere esotico in italiano”.

“Summer” è il tuo ultimo lavoro.

“Summer è nato in America grazie all’incontro con l’oculele. Ho trovato questo strumento in un garage ed in una giornata di sole estiva ho comporto il brano “oculele” che poi è diventato “summer”.

Quali sono i tuoi impegni attuali?

“Ogni attività live coincide con l’uscita degli album. Attualmente stiamo proponendo “summer” in stile flash mob, per il tour aspettiamo l’autunno”.



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Ilaria Caprioglio: Adolescenti in equilibrio tra libertà e responsabilità

Ilaria caprioglio foto enrico odano

Ilaria Caprioglio è un avvocato che ha da tempo appeso al chiodo la toga per dedicarsi alla scrittura, quando non è impegnata a fare la mamma imperfetta di due adolescenti e una bambina. Autrice del saggio “Senza limiti. Generazioni in fuga dal tempo” e di romanzi fra cui “Milano Collezioni andata e ritorno”, nel quale narra la sua esperienza nel mondo della moda, è co-autrice del libro curato dal giornalista Alberto Michelini “Alimentazione. La sfida del nuovo millennio”.

di Donatella Lavizzari

Ilaria, inoltre, è vice-presidente dell’associazione “Mi nutro di vita” ideatrice della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla contro i disturbi del comportamento alimentare e promuove nelle scuole italiane progetti di sensibilizzazione sugli effetti della pressione mediatica e sulle insidie del web. Nell’ultimo libro che ha pubblicato, “Adolescenza. Genitori e figli in trasformazione” (Il leone Verde Edizioni 2015), tratta un tema che le sta molto a cuore.

Ilaria, ci vuoi raccontare di questo tuo nuovo lavoro?

“Nel libro affronto il tema dell’adolescenza, un periodo complicato di metamorfosi vissuta dai giovani di oggi sotto l’influenza, talvolta negativa, del mondo digitale. I ragazzi, lasciati soli in questa delicata fase, tendono a orientarsi ai coetanei e a rifugiarsi nella dimensione virtuale subendo, senza strumenti adeguati per fronteggiarla, la pressione di una società improntata al narcisismo, al consumismo e alla competizione. I genitori, spesso ‘adultescenti’, devono tornare ad assumere, con coerenza e responsabilità, il ruolo di guide per nutrire il desiderio di crescita dei figli e traghettarli verso la reale autonomia, frutto di un’autostima che non dipende dal numero di I like ricevuti sul web”.

Tra i fenomeni dilaganti, hai esaminato anche il cyber bullismo.

“Si tratta di un fenomeno estremamente pericoloso, alimentato da adolescenti che postano online feroci commenti ai danni di coetanei, ciò avviene sovente in forma anonima come ad esempio sulla piattaforma Ask for me diventato il regno degli stalker. I social network sono luoghi dove i ragazzi cercano dialogo e, invece, raccolgono insulti e scherzi pesanti capaci di innescare reazioni smisurate. Un mondo che frequentano convinti di trovare un senso di appartenenza e la condivisione dei propri sentimenti, che faticano a rintracciare in quello reale, ma che purtroppo mostra il suo lato peggiore e violento accanendosi con i soggetti più deboli, carenti di attaccamento a figure genitoriali con le quali confidarsi e per questo vittime predestinate del bullismo. Si tratta di situazioni che si nutrono della scarsa attenzione di insegnanti e genitori verso il mondo del web che, spesso, rifiutano a priori comportandosi da cyber struzzi e lasciando i giovani in balia di questo oceano virtuale ricco di insidie reali. Diventa un’esigenza improcrastinabile sensibilizzare sui pericoli nascosti nella rete, per evitare che da formidabile strumento conoscitivo, si trasformi in trappola per pesciolini sprovveduti alla costante ricerca di approvazione e senso di appartenenza. Si stima, infine, che oltre la metà dei giovani sia a rischio di cyber dipendenza, in quanto controlla compulsivamente il proprio profilo sui social e perde la cognizione del tempo che passa quando naviga in rete, con un conseguente depauperamento delle relazioni sociali e affettive che il vivere onlife comporta. Si parla di una sorta di -autismo digitale- per descrivere la difficoltà che hanno i ragazzi a comunicare faccia a faccia, senza il filtro di uno schermo e senza un emoticon che rappresenti il loro stato d’animo. I sintomi di questa fame incontrollata da social network sono l’isolamento, la dipendenza, il sentimento di onnipotenza, l’aggressività e vincerla risulta difficile in quanto si vive, perennemente, immersi nella tecnologia: per guarire bisogna imparare a convivere con quegli stessi strumenti digitali dei quali si è abusato. Sono pochi i padri e le madri che prestano attenzione all’uso che i figli fanno della rete e manca una cyber education messa in atto dagli stessi adulti; i giovani entrano in contatto con questi pericoli anche mediante lo smartphone, posseduto da oltre il 50% dei giovani, senza limiti e regole per il suo utilizzo e, soprattutto, senza alcun filtro che blocchi contatti indesiderati o pericolose navigazioni in mari digitali dove si rischia di far naufragio”.

In “Adolescenza” affronti  il problema di quella che definisci sessualità 2.0, di cosa si tratta?

“La sessualità 2.0 è quella presente online. La maggior parte dei minori naviga senza il controllo di un adulto imbattendosi in scene, accessibili con un click, di sesso estremo come nel caso degli snuff movies in cui la vittima viene torturata o uccisa dal suo carnefice in una finzione percepita come reale da chi osserva. Il costante bombardamento di immagini fortemente sessualizzate e l’abbondanza di materiale pornografico, reperibile in rete, determina una precoce assuefazione inducendo i ragazzi a considerare normali anche comportamenti violenti, spinti oltre ogni limite. Talvolta è lo stesso giovane l’autore di immagini e filmati a sfondo sessuale dei quali, una volta divulgati, perde il controllo: è il caso del sexting (foto unite a testi) con cui si rendono pubbliche situazioni di intimità con la partner per vendicarsi dell’abbandono o per vantarsi con gli amici. L’educazione sessuale che i giovani ricevono  da siti come YouPorn trasmette loro l’idea di una sessualità performante, sganciata da qualsiasi coinvolgimento sentimentale. Sta dilagando, inoltre, il fenomeno delle ragazze che si offrono online, senza percepire la mercificazione del loro corpo. Si chiamano webcam girl le giovani studentesse che si riprendono con il cellulare e pubblicano il video erotico su portali nati ad hoc, come Clip4sale che pone in vendita oltre cinque milioni di filmati amatoriali. Dai video si può passare al collegamento in diretta, tramite webcam, durante il quale il cliente può richiedere prestazioni online in cambio di denaro: l’idea di concedere a pagamento sesso virtuale, che non implica quindi il contatto fisico, induce molte ragazze a prestarsi a questo pericoloso gioco”.

Fra i rischi del web per i giovani c’è anche il gioco d’azzardo?

“Molti giovani sviluppano in rete la dipendenza al gioco d’azzardo, attirati dai gestori di questo business illegale con l’esca dei facili guadagni che induce a cliccare su un link per accedere a siti di scommesse a pagamento o di tornei di poker. Ogni giorno si assiste al proliferare di app per gli smartphone con nuove tipologie di gioco che invitano alla prova tramite l’offerta di fiches gratuite. La mancata richiesta, in molti casi, degli estremi del documento d’identità e la possibilità di pagare tramite l’addebito sul conto telefonico hanno reso il gambling, cioè la dipendenza dal gioco online, una vera e propria emergenza sociale: un ragazzo su sei under quattordici dichiara di aver frequentato almeno una volta questi siti”.

Tu sostieni che i disturbi del comportamento alimentare  si “nutrano” anche online, perché?

“La rete amplifica i disturbi del comportamento alimentare mediante fotografie di magrezza malata postate su social come Instagram o Pinterest dove selfie di gambe, braccia, schiene scheletriche raccontano l’anoressia meglio di tante parole e nutrono lo spirito di emulazione dei proseliti della Thinispiration, movimento nato in America a fine anni Novanta che promuove la correlazione positiva fra sottopeso e accettazione sociale. Su Internet, inoltre, si contano più di trecentomila siti pro-ana attraverso i quali le giovani si scambiano consigli su come vincere i morsi della fame. Sovrappeso e obesità poi rappresentano l’altra faccia della medaglia dei DCA e sul web esistono gruppi creati con il solo scopo di prendere di mira ragazzi considerati diversi per l’aspetto fisico: una gogna digitale incontrollabile che segue ovunque la giovane vittima colpevole di avere dei chili di troppo”.

Tra i tuoi prossimi progetti editoriali c’è anche un libro, scritto a quattro mani, che racconterà storie di anoressia.

“Sì, nel libro si raccontano, con il duplice io narrante del medico e del paziente, alcune storie vere di disturbi del comportamento alimentare che, per le loro caratteristiche, ricorrono con frequenza nella casistica clinica. L’intento, inoltre, è quello di umanizzare la figura dello specialista alle prese con il suo senso di impotenza o di sconforto davanti ai casi più complessi. Con questo lavoro si intende affrontare il tema dei DCA a 360° grazie alla professionalità e autorevolezza del co-autore Stefano Vicari, primario di neuropsichiatra infantile dell’ospedale Bambino Gesù di Roma”.



more No Comments ottobre 9 2015 at 13:49


Luigi La Rosa: Quando Parigi è l’altrove

LUIGI LA ROSA

Parigi è un pullulare di dettagli. Ovunque la cura del particolare impone la sua legge infallibile: all’angolo di un semaforo, sotto un lampione, dietro la vetrina di un bistrot, sulla facciata d’un palazzo d’epoca. Potremmo parlare di un perturbante eccesso di bellezza, non trovo altri modi per descrivere l’entità di una simile abbondanza, che devasta perché lega, e legando non può che creare dipendenza.

di Marisa Iacopino

Sono le immagini in parola concepite dalla penna di Luigi La Rosa, scrittore, docente di scrittura creativa, giornalista. Il suo libro: ‘Solo a Parigi e non altrove: una guida sentimentale’, uscito a fine 2014 per Ad Est dell’Equatore, è alla quarta ristampa.

La Rosa ci conduce attraverso una Parigi distante da quella delle guide convenzionali. Percorriamo con lui la geografia fisica e umana d’una citta magica che per dirla ancora con le sue note: è luogo di sofferte prigionie interiori, è impossibilità di resistere alla sua essenza sofisticata, alla sua esibita noncuranza, al suo estetismo: E’ la città più dolce ma sa rivelarsi la più dura, la più ferma nelle sue intenzioni. La scrittura ha il ritmo d’una lunga camminata, con tappe sui luoghi di artisti del passato, ideali soste per una stasi riflessiva. Il tutto sorretto da una forza narrativa che tocca punte d’eccezionale lirismo.

Luigi, qual è stata l’urgenza di scrivere di Parigi? 

“Probabilmente coincide con l’incessante bisogno di tradurre in parole un’emozione diventata troppo grande, che fuoriusciva dalla carne e dai sensi, pesandomi terribilmente dentro. Ho assecondato un bisogno intimo e necessario, e sono venute fuori pagine e pagine di appunti, ricomposte poi nella struttura complessiva del libro”.

Per entrare più nel narrato, di cosa tratta?

“Il libro è un romanzo delle emozioni e delle storie d’amore vissute a Parigi da me, protagonista in prima persona nella storia, e dagli artisti che racconto in ogni pagina. Questo rosario di vicende umane e sentimentali compone anche una vasta guida alla città, alle sue meraviglie”.

Vivere tra Messina, Roma e Parigi significa aver scelto una casa itinerante?

“Mi piace affermare che ho scelto di non avere altra casa stabile che la scrittura. Considero da sempre il pendolarismo necessario all’artista. Stare fuori dal contesto per osservarlo con spirito critico e poetico. Da quindici anni divido le mie giornate da un luogo all’altro, insegnando scrittura e lavorando ai miei libri. In verità, da qualche tempo, una casa sento di averla, e ogni distacco mi procura dolore, angoscia, paure primordiali. Ebbene, questa casa dell’anima è Parigi”.

Come si concilia l’attività di scrittore con quella di docente di scrittura creativa?

“Sicuramente con grande fatica, ma al tempo stesso insegnare e scrivere vengono talvolta a coincidere magicamente. Da docente ricevo emozioni e insegnamenti di cui faccio tesoro quando poi sono io, a dover affrontare la battaglia con la pagina. Credo nella didattica creativa dello scrivere, sebbene il nostro paese sia ancora scettico su questo tema. In America, da oltre mezzo secolo hanno compreso cosa voglia dire studiare le tecniche di scrittura. Non è un caso che abbiano i maggiori romanzieri del nostro tempo”.

In questo peregrinare tra passato e presente, quale dei personaggi incontrati suscita più emozioni?

“Un personaggio carismatico e sofferto al quale sono molto legato è la figura tragica di Camille Claudel, scultrice di talento in un secolo che non le fu affatto amico. Giovanissima modella e allieva, in seguito amante, del grande Auguste Rodin, sconterà sulla sua pelle la scelta di aver amato il suo maestro, un uomo sposato che la abbandonerà miseramente condannandola, complici la madre e il fratello, alla reclusione in manicomio fino alla fine dei suoi giorni. Visitare i luoghi della povera Camille è un tributo al genio incompreso, martirizzato. Su questa figura che racchiude il mistero e il senso stesso del fare arte, tutti dovremmo interrogarci”.

Il libro parla di amore per il passato, per l’arte, e  di amore fisico. Parigi è luogo deputato anche all’amore per la libertà?

“Sicuramente. Quello che mi stupisce è la sua eterna – ribadisco eterna – capacità di accogliere tutti, indipendentemente dalle scelte sociali, politiche, religiose, sessuali. E’ la città che Oscar Wilde sceglierà, dopo la gogna del carcere per omosessualità e la rovina della sua carriera letteraria. E’ la città dove Nureyev, ormai divorato dall’Aids e dalla stessa celebrità, verrà a consumare gli ultimi giorni. E’ la città di Charles Baudelaire, ribelle in guanti rosa. La città in cui altri artisti, come Jim Morrison, sono venuti a morire, dopo essere stati disperatamente se stessi”.

Ci sarà ancora Parigi  nei prossimi progetti? 

“Sì, ci sarà sempre un nuovo libro su Parigi. In realtà ho in mano due progetti: il primo riguarda la vita oscura e prodigiosa di Gustave Caillebotte, pittore impressionista, mecenate, collezionista, morto precocemente a 44 anni dopo aver rivoluzionato il gusto e la pittura del suo tempo; l’altro dedicato a una sorta di museo sentimentale della città attraverso gli oggetti disseminati dai suoi artisti e dai tanti personaggi”.

Chiudiamo con un colore. Quale tinta si intona meglio con la sua  guida parigina?

“Assolutamente il rosso. Come il sangue dei suoi martiri. I fiori dei suoi prati o dei balconi. La rabbia dei suoi ribelli, il fuoco delle sue rivoluzioni. Rosso come l’amore, che fa battere il cuore. E qui lo fa battere di più”.



more No Comments ottobre 9 2015 at 13:46


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