GP Magazine febbraio 2017



more No Comments marzo 7 2017 at 15:38


Laura Lattuada: un’attrice per caso

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La sua carriera nacque un bel giorno quando accompagnò una sua amica a fare un provino. Il regista insistette per far provare anche lei e da lì tutto ebbe inizio… È diventata un’apprezzata attrice di tv e di teatro

di Marisa Iacopino

Il suo debutto, giovanissima, a teatro. Il grande pubblico l’ha però conosciuta nello sceneggiato televisivo “Storia di Anna”, diretto da Salvatore Nocita, dove vestiva i panni d’una tossicodipendente. Da allora, Laura Lattuada ha interpretato molti ruoli nel cinema e a teatro, lavorando con nomi di grosso calibro, come Gigi Proietti,  Gabriele Lavia, Johnny Dorelli, Flavio Bucci, Luca Zingaretti. Incantati dalla bellezza inconfondibile, le abbiamo chiesto di parlarci della sua straordinaria carriera.

Quale è stata la sua formazione?

“Ho una formazione teoricamente tecnica, come di una che fin da piccola voler far l’attrice. Ho fatto l’Accademia dei filodrammatici a Milano, una scuola seria, in alternativa al Piccolo Teatro, che però rispetto al Piccolo si poteva frequentare di pomeriggio, così al mattino andavo al liceo linguistico. In verità,  mi ci sono iscritta non per fare l’attrice, ma perché sono sempre stata curiosa, fin fa ragazzina. Avevo visto i manifesti a Milano, e mi piaceva l’idea d’imparare il mimo, la maschera, il canto, l’impostazione della voce. Volevo fare una cosa strana, andando la mattina a scuola, e infatti poi mi sono iscritta all’università, frequentando scienze politiche. Tutto questo, per dire che io non intendevo fare l’attrice, nonostante la mia formazione dica tutto il contrario!”.

Ha debuttato molto presto…

“Sì, e tutto per caso. Come da copione, ho accompagnato una compagna d’accademia a fare un provino. Il regista ha chiesto se anch’io fossi interessata, ho risposto di no, ma lui ha insistito per farmi fare il provino… E’ andato bene,  così ho iniziato a lavorare”.

Le è rimasto attaccato addosso il personaggio di Anna?

“Molto. Diciamo che a distanza di anni mi fa piacere. C’è gente che viene a teatro perché ancora si ricorda di questo lavoro. Inizialmente, però, è stata un’etichetta, non mi chiamavano per fare altro”.

Cinema, televisione, teatro. Quale ambito la rappresenta di più?

“Direi che mi piace fare un po’ di tutto. Forse in Italia un attore strategicamente dovrebbe applicarsi a un solo settore. In realtà a me piace cambiare, anche fisicamente, il taglio dei capelli, per esempio. Amo recitare in teatro, in televisione, al cinema. Ho fatto anche trasmissioni televisive come conduttrice, la prima con Rispoli all’inizio degli anni ’90, e mi divertivo da morire. Se oggi mi proponessero la conduzione d’una trasmissione andrei subito!”.

Come si è trovata a lavorare con Claudio Boccaccini che di recente l’ha diretta nell’opera di Pirandello ‘Così è se vi pare’?

“Io e Claudio ci siamo conosciuti tanti anni fa attraverso un amico comune che è un drammaturgo, Giuseppe Manfridi. Sono almeno quindici anni che diciamo di voler lavorare insieme. Finalmente è arrivata l’occasione;  mi sono trovata molto bene con lu”.

Nel suo format “Passpartout”, era ospite nell’abitazione di personaggi famosi. Cosa rappresenta per lei la casa, e pensa sia la persona a imporre la propria personalità alla casa, o si può anche essere influenzati dal luogo in cui si abita?

“In linea di massima credo che sia la persona a imporre la propria personalità alla casa. Per assurdo, vedendone tante, mi sono accorta di case abitate da persone che non avevano grande personalità, e quelle stesse case, magari bellissime e costosissime, erano anch’esse senza personalità, e si notava subito. Per me è il posto che più mi rappresenta, dove sto bene, chiudo la porta. Eppure vorrei essere meno attaccata alla casa. In questo periodo, poi, con il dramma dei terremotati… Ecco, per me è una cosa scioccante, proprio perché ho un attaccamento enorme alla casa, all’arredo.  Ho un atteggiamento antico nei riguardi della biancheria, adoro le lenzuola, gli asciugamani, le tovaglie, ma mi ripeto che questo non va bene: per essere più liberi dovremmo essere distaccati, tanto gli oggetti ci sopravvivranno… io poi non ho figli, e ogni tanto ci penso: chissà tutte le mie cose dove andranno a finire! Ho degli amici molto più liberi, con belle case ma senza questo attaccamento… Io se rompo un vaso, se perdo una cosa,  mi sento male”.

E’ come un’assenza, perché in qualche modo gli oggetti ci parlano… 

“Sì, ma  penso di essere un po’ eccessiva”.

Lei è stata anche ideatrice del Premio “Il Ratto delle Sabine”. Qual era l’intento?

“Anni fa, ho comprato una casa in Sabina, un territorio meraviglioso, vicinissimo a Roma, che ha delle potenzialità turistiche infinite. I romani invece non lo frequentano molto, vanno piuttosto in Umbria, o giù al Circeo. Mi misi in mente di creare una specie di volano, di organizzare anche un festival nei vari borghi che ho girato, e che sono veramente belli. Poi, sono partita col premio ‘Il Ratto delle Sabine’, in omaggio alla città di Rieti e dedicato a una donna. Ma mi sembrava riduttivo una donna tout court, quindi con Jean Paul Troili, che è un sabino verace anche se vive a Roma e un organizzatore di eventi molto bravo, è venuta fuori l’idea di istituire un premio da tributare a figure femminili che avessero un’energia creativa d’eccezione. L’intento, era – ed è – quello di riconoscere il valore culturale, artistico, intellettivo della donna al di là dell’età”.

Insomma, un premio che vada oltre quella cultura che vuole la donna eternamente giovane, e attesti invece l’intramontabilità di donne pur segnate dal tempo? 

“Esatto! Inizialmente, avevo proposto di premiare donne addirittura sopra i settanta, poi si è deciso per i sessanta.  Abbiamo fatto sei edizioni. Purtroppo, l’estate scorsa non ci sono riuscita, perché avevo mia mamma con grossi problemi di salute. Per l’anno prossimo, però, ripartiremo con l’organizzazione del premio”.

Se le dico autunno, quale profumo sente?

“Oh, il camino! Ho una casa in campagna, a 750 metri, e già a fine settembre, quando l’aria comincia a essere un po’ frescolina, accendiamo il camino… Oggi venivo giù da via delle Fornaci per raggiungere il teatro, e ne ho riconosciuto l’odore… sentivo i vari tipi di legna che bruciavano. L’odore del camino per me è l’autunno!”.

CHI E’ LAURA LATTUADA

Milanese di nascita, vive a Roma da tempo. Ha un fascino che si coniuga con una grande serietà. Una persona perbene, per suo stesso dire. Approda in televisione con uno sceneggiato che le farà vincere il Telegatto come attrice rivelazione dell’anno. E’ il 1982. A seguire, arrivano tanti altri premi. Da allora il piccolo schermo e il teatro se la contendono. La vediamo, protagonista d’eccezionale talento, in molte opere teatrali a fianco di grandi artisti. La televisione la consacra anche come conduttrice e autrice di numerose trasmissioni.

E’ una sportiva, ma non disdegna la buona tavola. Ama correre e camminare per Roma, una città dove puoi “sfinirti, in mezzo a tanta bellezza”. Della cucina romana, adora i piatti d’un tempo: la trippa, la coratella, la pajata…



more No Comments marzo 7 2017 at 15:26


Laura Giombini: dopo Rio 2016 il beach volley azzurro ha la sua stella

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di Irene Di Liberto

Incontro Laura Giombini in una gelida e nebbiosa mattinata invernale sul lago Trasimeno. E’ arrivata in Umbria alla mezzanotte del giorno prima. Si fermerà solo due giorni con i familiari per poi ripartire l’indomani alla volta di Milano. Classe ’89, vera rivelazione ai Giochi olimpici di Rio nella categoria beach volley. Determinata e sicura quando si tratta di colpire la sua palla, si rivela una ragazza dolce e serena. Passeggiamo insieme, seguite dalla presenza vigile dell’Isola Maggiore che sbuca prepotentemente dalla foschia per farci compagnia. Mi parla di lei, dei suoi valori e della costante presenza di Dio nella sua vita.

Ciao Laura, a che età hai iniziato a giocare?

“Ho iniziato a giocare a pallavolo all’età di 6 anni. Quasi ogni pomeriggio, mi divertivo con la palla con mio cugino Paolo, molto più grande di me, e, quando avevo tempo, andavo da mio zio che aveva una rete da pallavolo in giardino e da qui posso dire che è iniziata la mia la mia passione”.

Come è maturata la decisione di lasciare la pallavolo per dedicarti al beach volley?

“Ho deciso di lasciare la pallavolo per iniziare una nuova avventura con il beach volley dal 2009. È iniziato tutto per caso. Avevo terminato le rappresentative giovanili dove potevo partecipare e una mia amica mi disse che c’era la possibilità di provare a rappresentare l’Umbria con questo sport che era del tutto nuovo per me. Mi hanno selezionata e proprio con quest’amica siamo riuscite ad arrivare seconde al Trofeo delle Regioni. Da lì sono entrata a far parte del giro della nazionale che  è diventato il mio lavoro. La mia vita”.

Come definiresti questo sport?

“Direi che è lo sport più bello del mondo ed entrare in campo per me vuol dire accettare una sfida fisica, ma anche e soprattutto mentale. Credo che il beach volley mi abbia insegnato tanto, non solo a livello umano, per la possibilità che ho avuto di girare il mondo e di conoscere nuove culture, ma pure nell’affrontare le difficoltà della vita senza nascondermi, senza nessuna via di fuga”.

Qual è l’emozione più grande che hai provato durante questi anni?

“Indubbiamente l’Olimpiade di Rio 2016. Una botta di adrenalina e di sensazioni uniche che porterò sempre nel cuore.  È il sogno di ogni atleta poter partecipare. Proprio questo progetto  mi ha spinto ogni giorno ad andare avanti, ad allenarmi nonostante stanchezza, problemi fisici e problemi personali. Quando una persona ha in testa e nel cuore un obiettivo forte, niente e nessuno lo può fermare”.

Sei stata convocata a Rio per sostituire Viktoria Orsi Toth (trovata positiva a un controllo antidoping). Come hai fatto a trovare in così pochi giorni l’intesa con la tua compagna, visti i tempi ristretti per allenarvi insieme? 

“Non era per niente semplice trovare un feeling in così poco tempo, soprattutto dopo il bruttissimo evento che ha scosso e dispiaciuto tutti! Siamo riuscite a trovare la giusta sintonia probabilmente perché fuori dal campo io e Marta (n.d.r Marta Menegatti) siamo molto amiche e in quel momento di difficoltà generale abbiamo unito le forze e  cercato di donare all’altra tutto quello che avevamo. Facendolo insieme e affrontando al massimo ogni punto, ogni set, ogni partita. Pallone dopo pallone. Insieme!”.

Il post Rio 2016 come procede?

“Il post olimpiadi solitamente è un ricominciare tutto da capo e ad oggi sto aspettando l’elezione del Presidente e capire quello che la federazione vorrà fare con il settore beach volley. Nel frattempo mi sto allenando sia a pallavolo a Ostia che a beach volley con Marta. Il  29 dicembre abbiamo partecipato insieme a un bellissimo evento al PalaYamamaydi Milano. Un torneo internazionale con 8 squadre olimpiche”.

Dei giochi olimpici ricordiamo la tua determinazione e il tuo entusiasmo. Sei così anche nella vita?

“Ricordi molto bene. Credo che tutto quello che esce fuori nel campo rispecchi esattamente quello che si è nella vita di tutti i giorni. Mi ritengo una persona carismatica, una ragazza solare, determinata che cerca di sorridere sempre sia nelle difficoltà che nelle gioie che la vita ti mette davanti”.

I tuoi familiari ti hanno sempre supportato nel seguire questa carriera?

“I miei genitori e­ tutta la mia famigli­a mi segu­e da sempre.  Mi ricordo che quando ero più piccola e giocavo a Trevi, mio pad­re mi accompagnava e ­mi riportava ogni santo giorno, anche a ­tarda notte, nonostante la stanchezza e le difficoltà. Mia madre per causa o merito mio ha iniziato a familiarizzare con la te­cnologia pur di ­avere un minimo di co­ntatto con me durante­ le tantissime trasfe­rte internazionali ch­e il beach mi ­ha regalato. Infine mio fratell­o: mio esempio di vita, è riuscito ­sempre a incoraggiarm­i e a indirizzarmi, do­nandomi il giusto con­siglio a ogni mio du­bbio o incertezza. Devo ringraziare dav­vero Dio per la meravigliosa famiglia che ­mi ha donato. Mi ha v­eramente benedetto”.

Come ti vedi fra vent’anni?

“Piena di dolori fisici, ma felice”.



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Tiziana Foschi: una regista da applausi

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Grande mattatrice della comicità per i suoi trascorsi giovanili con la Premiata Ditta, la brillante attrice romana non disdegna sperimentarsi anche come regista

di Mara Fux

Come ti trovi a fare la regista? 

“Questa è la mia seconda regia. Bene direi, mi piace. In realtà Marco Falaguasta già un anno fa mi ha detto che desiderava curassi io la regia del suo monologo ‘Prima di rifare l’amore’, un testo che peraltro mi piaceva e si prestava a spunti interessanti; un pochino mi frenava il fatto che si trattasse di un monologo ed ho accettato solo quando nella mia mente ho trovato una via teatrale, che mi si addicesse, da percorrere”.

E come è stato rapportarsi con un attore dalla personalità forte e poliedrica come Falaguasta? 

“Marco si è messo in gioco in maniera molto profonda, come d’altronde doveva essere visto che non è suo solo il testo ma anche quello che si racconta. Ha lavorato in maniera molto seria e umile, ascoltando tutto con molta attenzione e lasciando che togliessi alla sua recitazione i vizi, come altri hanno fatto con me”.

Quindi i contenuti sono autobiografici? 

“Di base sì ma sono lo spunto per parlare degli anni ‘80, ‘90 ovvero della sua adolescenza: il risultato è un recital che attraverso alcuni importanti ‘pezzi’ della sua vita narra i timori che viveva lui ma probabilmente anche molti altri di noi. Racconta per esempio che per superare l’ansia che gli veniva prima di andare a giocare una partita di calcio importante si esercitava con il subbuteo; o che alle feste si dava coraggio cercando di assomigliare a personaggi famosi tipo Fonzie o George Michael. ‘Prima di’ sono le paure che si provano quando ci si avvicina a qualcosa di importante. E lo fa anche con episodi molto divertenti come quando col suo amico all’edicola mentre uno chiedeva dove stesse Tutto Uncinetto distraendo il giornalaio, l’altro rubava  Le Ore fino a che lo stesso giornalaio, compreso che qualcosa non andava, spostò le riviste e furono costretti a comperarlo davvero. Il titolo poi non si riferisce direttamente a lui ma al suo momento da padre che, quando la figlia gli presenta il suo fidanzatino, percepisce che stavolta non è la solita cotta”.

Sei soddisfatta della tua regia? 

“Sì, perché ho cercato di alimentare gli episodi con tante musiche, e atmosfere; ho cercato di ricreare la semplicità con cui si giocava per strada sentendosi parte di quel variegato microcosmo che era il quartiere di appartenenza fatto di voci, odori, rumori. Ti rendi conto che nel ‘nostro’ microcosmo non si sentivano le suonerie dei cellulari, le vibrazioni dei messaggini di whatsapp o fb? Per carità tutto molto divertente oggi, ma noi siamo altro”.

E’ per rendere al meglio queste atmosfere che gli hai messo al fianco altri attori? 

“Anche se il testo nasce come un monologo si prestava a interazione con altri attori; l’ambientazione è in una palestra di pugilato in cui Falaguasta va ad allenarsi per cui Marco Fiorini interpreta uno di quei classici tipi che più che ad allenarsi pensano a passare il tempo chiacchierando mentre Claudia Campagnola è una donna che sfoga sul pungiball il senso di inadeguatezza procuratole dal non poter reagire, in primis alla suocera che le fa continui dispetti. L’ambientazione non è casuale perché, visto che lo spettacolo debutta al Teatro Golden di Roma che è praticamente un ring quindi uno spazio scenico che propone diversi tipi di angolazioni, volevo sfruttarne al meglio gli spazi scenici”.

E poi c’è “Lettere di Oppio” dove invece reciti affidandoti ad un regista giovanissimo.

“Giusto, Federico Tolardo”.

E interpretando il testo scritto da un altro giovanissimo. 

“Esatto, Antonio Pisu che con me lo interpreta. Per cui, come dire: largo ai giovani! Specie se sono bravi e ricchi di talento. Abbiamo debuttato un paio di mesi fa a Roma dove il testo è stato molto apprezzato per la sua originalità. Siamo in Inghilterra, nel 1870 proprio alla fine della guerra tra Cina e Inghilterra per il monopolio del commercio dell’oppio, considerato molto più fruttifero di quello del tabacco. Io interpreto una donna ricca e borghese che intrattiene una corrispondenza amorosa ma anche intellettuale con il marito lontano che nel lasciarla da sola le ha affiancato un maggiordomo. Proprio questi, nell’apprenderne la morte, decide di fingersi lui e in maniera goffa cerca di emularne lo stile di scrittura ottenendo come risultato una sorta di risveglio della dama che in qualche modo intuisce ma decide di stare al gioco lasciandosi trascinare verso altri umori pur di non ricadere nella solitudine della sua quotidianità. ‘E’ la solitudine il grande problema di questa epoca’, sussurra l’autore. Ma forse è il problema pure di questa epoca, sussurro io”.

Come fai a conciliare il tuo ruolo di mamma con quello di attrice? 

“Come fanno tutte, alzandomi alle 6,30 per poterla accompagnare a scuola, fare la spesa, pagare le bollette alla posta, prenotare le visite alla Asl, accompagnarla alla pallavolo, fare pranzo,cena eccetera e infilando tra una cosa e l’altra le prove, la memoria”.

E quando vai in tour come fai? 

“Quello per me non è lavoro è vacanza! Riesco a dormire di filato fino alle nove cosa che qui mi riesce difficilmente. Adesso che vado in tournèe con Ciufoli, Ruiz e la Nunzi per ‘Ti amo o qualcosa del genere’  sono contentissima: ci conosciamo da tanti anni e stiamo bene assieme. Oh, adesso ti dico così ma tieni presente che se lo spettacolo è in cittadine a meno di due ore da Roma, tipo Siena o Orvieto, salto in macchina e corro a casa da mia figlia”.

Tua figlia viene a vederti a teatro con le sue amichette? 

“Certamente! Non si è mai persa i miei spettacoli e verrà a vedermi anche al Golden come spero farete anche voi: avete tempo fino al 19 marzo. Vi aspetto!”.



more No Comments marzo 7 2017 at 15:20


Simone Gianlorenzi: il ragazzo con la chitarra

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La campagna e la musica sono stati i suoi due elementi fondamentali. Incontriamo Simone, un apprezzato musicista da sempre affascinato dal rock e in particolare dagli U2. Ha appena pubblicato un album intitolato “About Her”

di Silvia Giansanti

Ieri era un semplice adolescente che, per riempire il tempo delle sue giornate trascorse vicino ad Orvieto, in un paesino di appena trecento anime e quindi lontano dalla metropoli, faceva musica insieme ad alcuni amici. Autodidatta, oggi è un signor musicista riconosciuto a livello mondiale, che ha accumulato una serie di esperienze di valore, dopo varie tappe che gli hanno portato sacrifici e rinunce. Simone Gianlorenzi, quarantunenne umbro, è un artista nato sotto un segno d’aria come quello dell’Acquario. Ha iniziato un po’ per gioco, fin quando non è scoccata la scintilla per la chitarra, evento che lo ha illuminato su quello che sarebbe stato poi il suo futuro.

Simone, sei un musicista partito da zero. Da quale genere sei stato sempre attratto?

“Dal rock emozionale ed energico, anche se una parte della mia formazione di ascolto la devo a mio cugino più grande che all’epoca seguiva Vasco Rossi, gli U2, i Litfiba e i Depeche Mode”.

Provieni da una famiglia di musicisti?

“Assolutamente no, neanche avevamo lo stereo. Solo mio zio, il fratello di papà suonava il basso in un complessino a livello amatoriale”.

Quali sono i miti che non mancano nella tua collezione privata?

“Sicuramente gli U2, colonna sonora della mia vita, poi i Depeche Mode e i Van Halen, gruppo americano molto chitarristico”.

Da quel periodo adolescenziale non hai mai smesso di fare musica. C’è stato un giorno della tua vita senza musica?

“No, la musica fa parte di me e mi ha portato a fare scelte drastiche e coraggiose, rinunciando a stili di vita. Intorno ai sedici anni avevo capito che volevo fare quest’attività e non ti nascondo che mi chiudevo dentro casa a suonare anche il sabato sera, nonostante gli inviti ad uscire da parte degli amici”.

Ti sentivi stretto nella realtà piccola in cui vivevi?

“Sì, avevo bisogno continuamente di confrontarmi per poter intraprendere il vero professionismo e questo mi ha portato prima di trasferirmi definitivamente nella Capitale, ad una serie di esperienze anche importanti all’estero. Giusto per capire a che punto fossi rispetto al resto del mondo. Sono arrivato a Roma per motivi sentimentali e perché era comunque un sogno che covavo dentro di me da tempo”.

So che svolgi un’intensa attività didattica.

“Ho molti allievi. Quando mi sono reso conto che volevo fare questo mestiere, e nella mia città non c’era nessuno in grado di darmi quello che volevo a livello di insegnamento, la priorità è stata diventare un grande insegnante. Essere, quindi, quella figura che io non ho mai avuto. Ho cominciato esclusivamente per impartire lezioni di musica, senza pensare al ruolo da ‘rockstar’. Ho insegnato in grandi strutture italiane e da quest’anno sono addirittura entrato al Conservatorio di Salerno per insegnare chitarra pop. Questo arriva dopo vent’anni di insegnamento, il coronamento di un sogno”.

Allora da adesso in poi ti chiameremo maestro! Quali altri strumenti musicali ti fanno impazzire?

“Il basso elettrico che ha molte attinenze alla chitarra. Inoltre suono anche il banjo, il mandolino, la chitarra acustica e altri strumenti”.

Cosa consigli ai ragazzi che decidono di intraprendere il percorso da musicista?

“Innanzitutto l’umiltà, caratteristica che oggi manca con l’influenza di tutti questi talent che ci sono in giro. Si vuole tutto e subito, a discapito della preparazione. La mia mentalità e darsi da fare tanto perché le chance sono poche”.

Hai dato vita ad un album intitolato “About Her”. C’è molta energia dentro.

“Assolutamente sì. Questo album racchiude materiale che avevo inciso nel tempo. Una mia soddisfazione personale e a supporto ci saranno date per promuoverlo. Inoltre ricordo che è in vendita su Amazon.it e su iTunes Store”.

Da dieci anni fai parte del gruppo degli Orlando Furiosi. Come è avvenuto il contatto con Stefania Orlando, con la quale è poi sbocciato l’amore?

“Tramite un amico comune che mi ha fatto sapere che Stefania cercava un musicista per mettere su un gruppo. Ero molto distaccato dalla tv e quindi non la conoscevo più di tanto. Abbiamo lavorato il primo anno insieme ed entrambi eravamo fidanzati. Per me è sempre stata una donna meravigliosa fin dal primo incontro, ma non avrei mai pensato ad una vita insieme a Roma”.

Info: www.simonegianlorenzi.com



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Giovanna Chinaglia: un’artista in stile british

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Se alla sua età, 40 anni e poco più portati divinamente, Giovanna Chinaglia è diventata la testimonial di un noto brand inglese del settore make-up ed è stata scelta come fotomodella per pubblicità e set fotografici, il merito è tutto di quel suo fisico un po’ curvy e del modo di fare decisamente British. Un’esplosione di eleganza e sensualità che in foto e pure nella vita reale fanno la differenza. Docente di Business English, il popolo dei social la conosce come “La Giò Contessina”, la modella che non ha avuto paura di mettersi in gioco nemmeno alla soglia degli “anta”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. In poco tempo è diventata testimonial Stargazer MakeUp London, ha mantenuto la collaborazione con L’Oreal, oltre ad aver realizzato svariate pubblicità fashion e glam che stanno girando nel “suo” Veneto, dove vive e lavora. Un successo all’insegna del motto “Healthy is better than Skinny” e la dimostrazione che le curve fanno la differenza se portate con classe.

Una classe che ha origini, anche geograficamente, lontane.

“I miei genitori sono italiani ma sono cresciuta in posti diversi, ho studiato in Inghilterra, ho vissuto in Messico ed ora vivo a Treviso. La mia famiglia è sparsa in tre continenti”.

Anche la fotografia ti ha accompagnato in questo lungo “peregrinare”.

“Certo! La fotografia ed io siamo amiche inseparabili direi, non vivrei senza. Abbiamo giocato insieme sin da adolescenti”.

Quel gioco è diventato… altro.

“Sicuramente oltre le mie aspettative”.

Tanti successi: alcuni personali, altri pubblici.

“È così: sono stata scelta due anni fa come testimonial di Stargazer MakeUp London, la mia immagine è in copertina sul loro catalogo, e sono una L’Oreal Girl. Rimango convinta che solo ad una certa età si acquisisca la consapevolezza di esprimere davvero tutta la propria femminilità e la più completa sensualità di donna”.

Di Giovanna Chinaglia si ha traccia anche al Festival del Cinema di Venezia 2016.

“Insieme all’amica e fotografa Cecilia Pennisi, la stessa fotografa che poi ha scattato il mio calendario bouduoir 2017, ho realizzato un set speciale per quella straordinaria occasione cui ha seguito il ModelSharing più grande d’Italia, il Romantic Photo Day. E poi, l’incontro fotografico con Umberto Verdoliva, maestro della Street Art. Sono stata la sua prima modella”.

E grazie alla fotografia…

“Sono cambiata in positivo, senza dubbio. La fotografia mi ha fatto vincere l’eterno non piacersi, la timidezza, la paura di non essere all’altezza”.

Tanta sensualità abbinata a tanta eleganza.

“Mi piace innanzitutto sentirmi donna, elegante, adoro la lingerie, i tacchi alti, una camicia selezionata. Amo gli accessori purchè non appariscenti. Sono una donna pratica”.

Che messaggio vuoi lanciare con le tue foto?

“Sta tutto nella citazione di Bresson: Porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi, il cuore”.



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Emiliano Scalia: “Mia nonna Miriam Mafai e la Francia”

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di Simone Mori

Questo mese abbiamo avuto una bella conversazione con Emiliano Scalia, giornalista Sky Tg 24, classe 1975. Tifoso della Roma e grande appassionato della Francia, Emiliano ci regala il suo punto di vista su argomenti di attualità e proprio sui nostri cugini transalpini ci regala qualche pensiero. Da non perdere la classifica dei suoi libri preferiti e la sua visione del mondo Social.

Ciao Emiliano, innanzitutto parlaci un po’ di te e dei tuoi inizi del mondo del giornalismo.

“Vengo da una famiglia con una discreta tradizione. Mia nonna era Miriam Mafai, e la sua passione per questo mestiere è stata determinante nella mia scelta. Erano altri tempi, gli inviati non avevano praticamente limiti né di tempo né di soldi ed erano messi in condizione di lavorare alla grande. Se qualcuno mi chiede se sono raccomandato, la risposta è comunque no. Sono in questa azienda dal 1999, quando si chiamava ancora Stream e la fusione con Telepiù era di là da venire. Ero un impiegato e l’anno successivo nacque la redazione sportiva. C’erano tra gli altri Massimo Tecca, Stefano De Grandis e Stefano Impallomeni. Sarebbero arrivati anche dei giovanissimi Riccardo Gentile e Pierluigi Pardo. Chiesi di essere trasferito lì perché il mio sogno era fare il telecronista. Non ci sono riuscito, ma non mi lamento”.

Andiamo subito su argomenti di estrema attualità. Qual è il motivo per il quale molta gente si è allontanata dalla politica? Il talk show politico è un prodotto ancora fruibile?

“Il talk show è la rappresentazione della politica. Ho un’opinione molto alta della politica in senso lato. Diciamo che in questi ultimi 25 anni, però, anche la politica è diventata costume. Si è corrotta non tanto (o non solo) dal punto di vista penale. Si è banalizzata, è diventata anch’essa un prodotto nazional popolare. Può sembrare una visione elitaria, ma la politica attiva non è per tutti. La democrazia rappresentativa serve anche a questo, a filtrare le giuste rivendicazioni popolari attraverso l’arte del compromesso. I talk show politici sono una gran cosa, perché sono rivelatori. Se sei un cretino, difficilmente potrai sembrare intelligente di fronte a due o tre domande ben fatte. Forse il format dei talk show va un po’ rivisto, ma ce ne sono alcuni che funzionano molto bene”.

Tocchiamo un argomento che so che ti piace particolarmente e che si chiama Francia. Vorrei ci raccontassi come nasce il tuo amore per questo Paese.

“Anche qui si torna alla mia famiglia. Mio padre e mia nonna, alla fine degli anni ’50, si trasferirono a Parigi perché Miriam era stata nominata corrispondente di Vie Nuove, una rivista legata al PCI e fondata da Luigi Longo. Erano anni complicati, l’emigrazione italiana era massiccia e in condizioni molto dure. Rimasero a Parigi per pochi anni, ma furono sufficienti per instaurare un legame con la città e la Francia in generale che non si è più spezzato. Divenne meta di qualche vacanza fino all’acquisto, nei primi anni ’80, di un minuscolo appartamento nel Marais. Parigi è stata un po’ un rifugio per tutti noi. Ora la casa non c’è più, ma continuo ad andarci appena possibile”.

Prossimamente ci saranno le elezioni presidenziali in Francia. Ci puoi illustrare brevemente le tue opinioni riguardo i candidati e se veramente Marine Le Pen…

“C’è da fare una premessa: la Francia sta vivendo una crisi economica, sociale e occupazionale simile a quella italiana. Anche loro stanno tentando, attraverso una serie di riforme strutturali, di uscire dalla stagnazione. Hanno un tasso di disoccupazione molto più vicino al nostro che al 4 per cento tedesco e lo Stato, come in Italia, è presente in molte delle attività strategiche: trasporti, energia, armi. La ‘Loi El Khomri’, la riforma del mercato del lavoro, era in origine realmente sanguinosa. Gli immigrati di terza o quarta generazione, lungi dall’essere integrati pienamente, rivendicano giustamente diritti che troppo spesso gli sono negati. Le banlieu sono veri e propri ghetti. E poi, enorme e legato a queste ultime due criticità, c’è l’incubo terrorismo. Tutto ciò, come è facile immaginare, porterà Marine Le Pen all’Eliseo. Gli altri candidati sono onestamente troppo deboli, un po’ come in Italia dove, a parte Renzi, nessuno potrebbe contendere -in un sistema come quello francese- Palazzo Chigi ai Cinque Stelle. Esattamente come è successo per Brexit e Trump, la massima espressione popolare sarà determinata dalla spinta dei populismi”.

Hai seguito in prima persona gli attacchi terroristici francesi. Quali sono mi ricordi più importanti che ti porti dentro?

“La grande compostezza del popolo francese, in primo luogo. Mi sono trovato spesso, in quei lunghissimi giorni, a immaginare come avremmo reagito noi, in Italia. E non ho potuto fare a meno di pensare a scene di panico, mamme in strada con i bambini, trasferimenti di massa dai parenti in campagna. Dei francesi ammiro molto l’immediata capacità di reazione, che hanno dimostrato anche dopo gli attacchi del novembre 2015. Anche le cariche istituzionali, da Hollande a Valls a Cazeneuve, hanno dato dimostrazione di fermezza e mai, mai, hanno ceduto al panico. Tranne in una occasione. Eravamo in Place de la Republique il giorno dopo gli attacchi, e un buontempone ha pensato bene di lanciare un paio di petardi nelle scale della metropolitana. C’è stata una fuga di massa con centinaia di persone che correndo si sono riversate nelle strade adiacenti e nei negozi e negli alberghi della piazza. E poi le tracce della morte. I buchi dei proiettili nelle vetrine del Carillon e della Belle Equipe, il sangue, le lacrime”.

Spesso il mondo del giornalismo viene criticato e sbeffeggiato. Come tolleri attacchi frontali da parte di esponenti politici che ti accusano di essere faziosi e non raccontare la verità dei fatti?

“Li tollero poco e male. Al netto della difesa d’ufficio della categoria, ritengo che in Italia i giornalisti lavorino in linea di massima molto bene e credo che l’informazione debba essere gestita da professionisti. E’ innegabile che i giornalisti siano diventati, in questa epoca di populismi vari, uno degli obiettivi della rabbia della gente. Ma spesso questa entità quasi sovrannaturale (la gente, appunto) non ha gli strumenti per afferrare la realtà. Le masse sono manipolabili, soprattutto quando sono scontente. Ed è molto più facile manipolarle attraverso notizie non confermate, opinioni forti e vere e proprie bufale. Che poi la professione debba essere riformata a partire dall’Ordine che la gestisce, è tutt’altro conto”.

Cosa si nasconde dietro la rabbia che si scatena sui social e come arginare questo problema?

“I social non sono la realtà. Quello che succede sui social non succede nella realtà. Quando le persone non riescono più a scindere la realtà vera da quella virtuale, si lasciano andare. Mollano i freni inibitori. Gente mite che diventa una iena su Facebook, che insulta, che si lascia andare a opinioni pesantissime. C’è la percezione fallace che i social garantiscano quasi l’anonimato. Siccome la platea degli utenti social si allarga sempre di più, secondo me è necessaria una normativa ad hoc. Quello che è reato per strada deve essere reato anche in rete. E poi, soprattutto, educare i ragazzi, che sono le vittime più frequenti delle belve da social. Bullismo, adescamenti di qualsiasi tipo, prepotenze di vario genere”.

Oltre che essere un giornalista sei anche un bravissimo scrittore. Lo scorso anno hai pubblicato insieme al tuo collega Mattia Giuramento il libro “Erano due bravi ragazzi”. Com’è nata l’idea di questo libro in coppia? Hai già progetti anche in solitaria?

“Nessun mio progetto potrà prescindere da Mattia. Siamo come fratelli e ci siamo impegnati a non scrivere romanzi -o comunque prodotti letterari- l’uno senza l’altro. “Erano due bravi ragazzi” nasce dalla passione comune per la letteratura crime e noir. I maestri sono, ovviamente, gli americani. Ma i francesi e alcuni italiani seguono a ruota. Persino qualche inglese. Un giorno, parlando di un libro, ci siamo detti: “Ma perché, invece di continuare solo a leggerli, non ne scriviamo uno?”. E’ nato quasi come un gioco, ma man mano che la storia andava avanti diventava sempre più convincente. In sei mesi abbiamo chiuso il manoscritto e ci siamo messi alla ricerca di un editore. C’è voluto ancora un anno e mezzo per vedere “Erano due bravi ragazzi” in libreria. E’ una bella storia, molto attuale. La scrittura a quattro mani è stata una bellissima esperienza. Ci siamo spesso ritrovati a completare non solo i capitoli, ma addirittura le frasi che l’altro lasciava incomplete, in un confronto e una revisione continui”.

Se dovessi stilare una classifica di cinque libri da consigliare quali sarebbero questi titoli?

“Intanto non credete mai a quelli che vi dicono: ‘Beh, è difficile, ce ne sono troppi…’. Io rivendico il mio diritto di tifare, oltre che nel calcio e nella politica, anche per quanto riguarda la letteratura. La mia classifica dal primo al quinto: Il Conte di Montecristo (Dumas), Furore (Steinbeck), Il Potere del Cane (Winslow), poi c’è ‘Il secolo breve’ di Hobsbawm che però è un saggio e in ultimo (ma non ultimo) Bel Ami di Maupassant. Domani, ovviamente, ce ne saranno altri cinque”.



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Rosa Gargiulo: “Storia di una camicia da notte”

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di Mirella Dosi

Il nuovo libro di Rosa Gargiulo, “Storia di una camicia da notte” è il racconto corale di una famiglia, tra gli anni ’40 e ‘70, in cui le donne sono protagoniste di un percorso complesso e variegato: legami familiari, emancipazione femminile, amore, dolore, coraggio. Gli ingredienti ci sono tutti: parlare di donne significa parlare di vita in tutte le declinazioni possibili. Le protagoniste del romanzo intrecciano le proprie vicende personali alla storia di un Paese che trova ancora una volta la forza di rinascere e ricostruire dalle proprie ceneri un futuro migliore. Nietta, la figura centrale attorno alla quale ruota l’intera narrazione, ha vent’anni e un sogno d’amore; quel sogno, drammaticamente spezzato, darà il via a una vicenda familiare densa di sentimento e avvenimenti.

Il libro, edito dal marchio indipendente PersoneDiParola Isola Editrice, rientra in un progetto di self publishing di qualità, iniziato tre anni fa in seno all’Agenzia Letteraria “Contrappunto House Of Books” ed è acquistabile online sul sito della scrittrice. Ma chi è Rosa Gargiulo? 

“Rosa è una donna innamorata della vita, determinata e ottimista, che ha cambiato pelle molte volte fino ad oggi. Scrivo da sempre, da quando ho cominciato a capire che quegli “scarabocchi” sui fogli potevano portarmi lontano. Scrivo grazie a mio padre, che fin da piccolissima ha instillato in me l’amore per la lettura, fondamentale e prioritario su tutti gli altri bisogni. Passare dalla lettura alla scrittura è stato naturale”.

A cosa si ispira quando scrive?

“Alle persone, alle situazioni, alle storie di cui vengo a conoscenza. Lo scrittore è un “ladro di parole”. Io ascolto, osservo, e lavoro anche tanto con la mia fantasia. Mi ispirano i luoghi, in particolare il mare, e le stagioni, soprattutto l’autunno”.

A quale scrittore vorrebbe “rubare” qualcosa?

“Vorrei avere la forza e la passione di Oriana Fallaci, la sua fondamentale ‘maleducazione’, e la profonda cultura intrisa di magia e sentimento degli scrittori sud americani”.

Come è nato questo romanzo?

“L’ho scritto un anno fa sull’onda del desiderio di raccontare una storia di famiglia e di donne padrone del loro destino, che non soccombono agli eventi negativi, ma anzi proprio da quelli ricevono la spinta a cambiare e vincere”.

Se potesse a chi regalerebbe una copia?

“A Sophia Loren che adoro da sempre e che rappresenta un Paese che sa rimboccarsi le maniche e lavorare sodo. La ammiro perché ha fatto della sua ‘napoletanità’ un trampolino di lancio e un brand. Le donne del mio romanzo le assomigliano”.

Se diventasse un film il suo romanzo chi vedrebbe nel ruolo delle protagoniste?

“La protagonista principale sarebbe Simona Cavallari mentre sua madre vorrei che fosse Laura Morante. Le nipoti, due attrici giovani – fresche e spontanee, magari scelte tra le allieve di una buona scuola di recitazione. Vorrei poter dare l’opportunità di emergere a qualche nuovo talento. Il nostro cinema ne ha bisogno”.



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C.I.O.B.Y.: l’arte del riuso

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“Nulla si crea e nulla si distrugge…” E’ il postulato di Lavoisier che si completa nella frase secondo cui “tutto si trasforma”. Da questa premessa conosciamo un artista originale, capace di trasformare oggetti apparentemente inutili in capolavori di assoluto pregio e di incantevole bellezza

di Marisa Iacopino

Ci sono persone che fanno dell’idea del riciclo l’arte della trasformazione. Così, assistiamo al rinnovamento di  oggetti inutilizzati, e rottami che tornano a nuovo splendore. Questo l’obiettivo perseguito da Stefano Timpani, trentenne romano che realizza nuovi oggetti da vecchie cose.

Com’è nato il progetto, e come si scioglie l’acronimo C.I.O.B.Y?

“Creative Ideas Old But Young è un progetto iniziato nell’estate del 2015, da due sedie rotte e un pallet industriale abbandonato vicino un cassonetto. L’idea è stata semplice e funzionale: ‘Perchè non trasformare le sedie in una panca e il legno del pallet in un tavolino?’. Il risultato, una comoda panca per il balcone e un tavolino a scomparsa sotto la finestra. Da qui, ha avuto inizio un percorso fatto di riciclo e restyling, donando a oggetti più o meno vecchi una forma nuova all’interno dell’uso comune. Bottiglie e barattoli sono diventati lampade e centrotavola, vecchie scatole trasformate in tavolini da thè, e vecchi stampi in acciaio da cucina in lampadari a sospensione. Sedie modernizzate con fantasie colorate. Fin da bambino ho sempre avuto il piacere nel disegnare e nel fare con le mani. Così, nella scelta delle scuole superiori ho finito col frequentare un Istituto d’Arte con indirizzo in oreficeria nel quale mi sono diplomato nel 2005. Successivamente, esigenze personali mi hanno portato ad allontanarmi dal disegno e dal lavoro manuale, ma nel tempo libero non perdevo, e non perdo, occasione per andare in musei o per godermi il Museo a cielo aperto più grande del mondo che è Roma. Alla soglia dei 30 anni, però, ho ripreso in mano la mia creatività, ed è iniziato C.I.O.B.Y.”.

Il riciclo è indubbiamente un processo economico insito nell’uomo e nella sua capacità di sfruttamento dei materiali, soprattutto nei momenti di maggior bisogno. La trasformazione di vecchi oggetti in nuove suppellettili d’arredamento suggerisce più un senso artistico. Nel tuo caso, è una creatività innata a guidarti, o è l’esigenza a stimolare l’estro? 

“E’ sempre stata insita in me la voglia di creare. Dal 2012 vivo da solo e parte dell’arredamento l’ho creato io, recuperando materiale o trasformando quello che avevo. Per rispondere, direi che con C.I.O.B.Y si racchiudono entrambe le esigenze, ovvero dare sfogo all’estro e far fronte a un periodo storico dove siamo alla costante ricerca del risparmio e dell’offerta giusta”.

Dove viene reperito il materiale da ri-utilizzare?

“Un po’ ovunque. All’inizio sono stati grande fonte di recupero i vari gruppi sui social, dove le persone regalano ciò che non usano più, nei mercatini dell’usato, dai rigattieri nel mercato di Porta Portese, e ultimamente con la serie Industrial, da meccanici e carrozzieri di zona”.

In questo processo di riciclo creativo, l’oggetto trasformato si porta dietro la storia della sua ‘precedente esistenza’?

“Ci sono casi dove naturalmente è lampante di cosa si tratti e, quindi, viene notata e apprezzata ancor di più la trasformazione; in altri invece, a detta di chi commenta, si rimane affascinati dal pezzo di per sé, e non si fa caso con quale materiale sia stato creato”.

Esiste un punto vendita, o sei raggiungibile tramite il web?

“Il prossimo step, speriamo in tempi brevi, vuole essere proprio quello di riuscire ad aprire il primo punto vendita. Nel frattempo sono presente on line nei vari social: facebook.com/CIOBY15;  Instagram: @cioby_ Da poco, ho anche aperto un negozio su Etsy: etsy.com/it/shop/CIOBY”.

In tempi di crisi, consiglieresti a un giovane di intraprendere il tuo stesso percorso?

“E’ un percorso duro, con delusioni, sacrifici e tanti sbagli… ma sì, lo consiglio.  Consiglio di credere in se stessi e portare avanti i propri sogni e idee, qualunque esse siano, pure se possano sembrare strane e non essere apprezzate dai più… State certi che c’è sempre qualcuno che vi apprezzerà e valorizzerà, annullando sacrifici e e delusioni”.

Hai potuto contare sull’aiuto delle istituzioni per mettere su l’attività?

“Non posso rispondere, per il semplice fatto che non ho mai chiesto aiuto. Si tratta ancora di un’attività home made, nel senso letterale del termine e altrettanto sinceramente spero, a breve, di trovarmi a chiederlo, perché vorrà dire che le mura di casa mi saranno strette e avrò bisogno di più spazio”.

Qual è la materia, la fibra, l’oggetto che meno si presta al riciclo?

“Non c’è oggetto che non si presti al riciclo, l’unico limite è la nostra immaginazione. Tutto si trasforma, con un po’ di creatività, aggiungo io”.

Per concludere, possiamo parlare di oggetti vintage nel caso delle tue creazioni?

“Sì, creazioni CIOBY vintage che si preoccupano innanzitutto di rispettare l’oggetto, il materiale e la sua storia. Dopodiché, si cerca di dargli un’aria nuova, modernizzandolo, ma senza mai snaturare il pezzo originario. Come dire, dal vecchio nasce sempre il nuovo!”.



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Arriva SFASHION, il capolavoro di Mauro John Capece

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di Alessia Bimonte

23 Marzo “SFashion”, il tuo ultimo Film, esce nei Cinema, come è nato questo Film e di cosa parla?

“SFashion è un lungometraggio che parla della crisi che sta distruggendo il sistema Italia, del fallimento di un brand di moda immaginario, a gestione familiare. Per la prima volta un Film parla di un’imprenditrice onesta, legata profondamente ai valori ed alla tradizione italiana, interpretata magistralmente dall’attrice Corinna Coroneo. Giuseppe Lepore, il produttore del Film, conoscendo bene il mondo delle imprese si è subito appassionato al progetto sostenendolo molto. Evelyn, Corinna Coroneo ndr, oppressa dai debiti, dalle tasse, dai sindacati, dalla mancata competitività dell’Euro e dalla immobilità del ‘Sistema Italia’, proprio come la maggior parte degli imprenditori piccoli e grandi del mondo dell’economia reale (non quella di cui si parla alla televisione) combatterà una lotta impari per salvare la Sua azienda. Finora film o documentari che hanno affrontato il tema della crisi lo hanno fatto dal solo punto di vista degli operai, degli impiegati, degli extracomunitari, dei criminali o dei disoccupati, dimenticando completamente di parlare degli imprenditori onesti che sono dal dopo guerra il vero (il solo) motore della nostra nazione. SFashion, lo vedrete, non è solo un film di denuncia, ma è delicato, elegante e le cose non le dice ma le fa dedurre. Tecnicamente, a mio parere, siamo di fronte a un Film molto riuscito, che è stato già presentato al World Film Festival di Montreal in prima mondiale e che ha già vinto due Awards come miglior Film straniero (Los Angeles Indipendent Film Festival e Hollywood Film Festival, ndr).

C’è molto risentimento nelle tue parole, da cosa dipende?

“Viviamo in un Paese che ha lasciato morire la maggior parte delle aziende eccellenti che, nel migliore dei casi, sono state svendute o smembrate. La classe politica è stata a guardare e ha solo parlato di equità fiscale (non esiste famiglia che non abbia ricevuto una cartella di Equitalia…). Gli imprenditori sono stati lasciati completamente da soli e i loro dipendenti hanno perso il lavoro e si sono visti privare dei pochi diritti che avevano. In SFashion mi sono posto il problema di parlare di come ci si sente a dover chiudere i battenti della propria azienda a causa della concorrenza impari delle economie emergenti o di chi, anche in Italia, sottopaga i dipendenti e non paga le tasse. Nei film, di solito, l’imprenditore è quasi sempre un ‘furbetto’ senza scrupoli o un truffatore, mai una persona onesta ed umana. Io ho voluto vedere anche il lato bello del fare impresa con amore. Inoltre mi dispiace molto che la produzione di moda delle medie imprese, senz’altro una delle eccellenze italiane, sia stata quasi completamente distrutta. Le nostre zone industriali e artigianali sono più decadenti del Texas ai confini col Messico”.

Dove è stato girato SFashion?

“SFashion è stato girato tra Roma (anche in studio), l’Abruzzo e la Puglia. Il Film è prevalentemente ambientato all’interno di due aziende: il maglificio Gran Sasso e Wash Italia, dove abbiamo ambientato e fatto nascere il nostro immaginario Brand di moda. Centinaia di imprenditori, di operai e di impiegati ci hanno aiutato a realizzare il Film. Un ringraziamento doveroso e particolare va anche a tutti i miei attori (tra cui spiccano Corinna Coroneo, Giacinto Palmarini, Andrea Dugoni e Randall Paul) che mi hanno affiancato con grande amore e mi hanno dato la possibilità di lavorare con grande serenità”.

Progetti per il futuro di Mauro John Capece?

“Per ora sono molto concentrato su SFashion sulla sua promozione e sull’uscita in sala (distributore imago, ndr). Sono sicuro che la mia carriera di Regista continuerà e spero che continui proprio in Italia ma nessuno può dirlo. Ho già due Film pronti da girare e non vedo l’ora di tornare sul set”.



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