GP Magazine novembre 2017



more No Comments dicembre 11 2017 at 10:50


Claudia Conte: “Quando recito mi sento felice”

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Ha due grandi doti: la scrittura e la recitazione. Un titolo di laurea in Giurisprudenza nel cassetto. Tanti progetti. Nel 2018 la vedremo in due film: “La Casalese” e “2 e mezzo”. Attualmente è in tour per la promozione del suo ultimo libro “Il vino e le rose. L’eterna sfida tra il bene e il male”

di Alessandro Cerreoni

Conosciamo da vicino questa giovane classe ‘92, che esprime le proprie emozioni e soprattutto i punti di vista su tematiche sociali attuali attraverso l’arte. Di lei colpiscono l’entusiasmo e la grande voglia di misurarsi sempre con nuove sfide. E’ attrice, scrittrice e presentatrice. Di recente, per non farsi mancare nulla, ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza.

Claudia, sei un’artista poliedrica, attrice e anche scrittrice. Come nascono queste tue passioni?

“Nascono dal bisogno interiore di esprimere la mia emotività. Mi sono accorta che quando recito mi sento davvero felice, riesco a liberare la mia anima attraverso l’immaginazione. E mi affascina poter essere sempre una persona diversa. Poiché il mondo della recitazione e’ molto difficile e spesso non dipende da te se puoi o meno lavorare… ho trovato un altro modo, questa volta indipendente, per esprimermi, la scrittura. Scrivo per raccontare la vita e i suoi centomila (ris)volti. Mi piace partire dalla realtà per poi intraprendere i più disparati sentieri fantastici”.

Essendo nata a Cassino, come è avvenuto il tuo approdo a Roma? Cosa hai fatto non appena hai messo piede nella Capitale?

“All’inizio mi sentivo come un pesciolino nell’oceano. L’oceano è il suo habitat ma il pesciolino è molto piccolo. Roma è una città che offre molto, è sicuramente fonte di ispirazione per la sua ‘grande bellezza’, ma è anche piena di problemi e disfunzionalità”.

Dal tuo arrivo a Roma cosa è cambiato?

“Amo questa città che mi ha adottato e mi sta insegnando a vivere. Oggi mi sento a casa, ho tanti amici e mi permette di avere una vita culturalmente ricca”.

Sei una scrittrice. Dopo il tuo romanzo d’amore “Soffi Vitali. Quando il cuore ricomincia a battere”, hai pubblicato per Armando Curcio Editore “Il vino e le rose. L’eterna sfida tra il bene e il male” che affronta tematiche importanti.

“Il libro parla della storia di tre donne moderne che dall’infanzia alla maturità si confrontano sugli eventi della loro vita. I dialoghi dei protagonisti sono il pretesto per investigare sui dilemmi esistenziali, il senso della vita, la presenza del male sulla terra, l’esistenza di Dio, ma anche problemi molto comuni come la scomparsa di persone care, la tossicodipendenza, la fine di un grande amore, la precarietà sul lavoro. Un fuori programma che tuttavia non ho potuto tralasciare un focus sul fenomeno Isis”.

Stai girando due film che usciranno nelle sale nel 2018; che ruoli stai interpretando?

“Nel film ‘La Casalese’ di Antonella D’Agostino sono Cinzia, l’amante del boss della camorra Don Mimì (il bravissimo Vincenzo Soriano). In ’2 e mezzo’ di Riccardo Ferrero sono Elena, una giovane laureata in archeologia che però, non trovando altro impiego, lavora come giostraia”.

A teatro invece?

“Questa estate ho avuto l’onore di prendere parte per il terzo anno consecutivo allo spettacolo ‘Eros Italiano’ di Valeria Paniccia accanto a Vincenzo Bocciarelli, Mariano Rigillo e Cicci Rossini. Attualmente affianco Valerio Massimo Manfredi in un unreading teatrale tratto dalle pagine più suggestive del suo best-seller ‘Ulisse. Ritorno ad Itaca’. Ho il privilegio di interpretare i personaggi femminili, le sirene, l’ammaliante Maga Circe, la dolce Nausicaa, ma soprattutto l’astuta e fedele Penelope”.

Sei laureata in Giurisprudenza. Perché questa scelta? Credi nella giustizia?

“Credo nei valori. Ho iniziato a studiare giurisprudenza perché volevo contribuire a cambiare il mondo punendo i colpevoli e eliminando le disuguaglianze sociali. Mi sono laureata ma mi sono resa conto che non ne sarei stata in grado di lavorare nei tribunali. Sono troppo sensibile e ‘vibro’ come le corde di una chitarra. Mi sento bene davvero solo comunicando emozioni”.

Come vivi le tue giornate?

“Quando non lavoro, studio, mi preparo per i provini, leggo e scrivo. Ho bisogno spesso di riposare in me stessa per poter avere consapevolezza sui miei limiti e cercare di superarli. Poi amo anche stare in compagnia, conoscere il mondo attraverso le persone che, come me, lo abitano”.

Sogno nel cassetto?

“Non è retorica, il mio vero grande sogno è vivere in un mondo dove si respiri armonia e regni l’amore. Dove ci sia rispetto per il prossimo. Dove i giovani abbiano ancora speranze, vedano un futuro da costruire. Dove nascano bambini sani e sereni, immensa risorsa dell’umanità. Dove la tecnocrazia sia sconfitta dall’umanità”.

Essendo trapiantata qui, c’è un luogo di Roma che hai imparato ad amare particolarmente?

“Amo particolarmente Borgo Pio. Ci sono ancora le botteghe degli artigiani, risorsa che sta scomparendo e che invece è la forza del nostro Paese. Le tradizioni, la cultura, il Made in Italy dovrebbero essere tutelati e sostenuti”.

Ti abbiamo vista in trasmissioni televisive come Tgtg su Tv2000

“Cerco di far sentire la voce dei giovani che è troppo poco considerata… altra risorsa da sfruttare”.

I tuoi maestri?

“Ce ne sono tanti. Quelli che porto nel cuore? Giancarlo Giannini, Vincenzo Bocciarelli, Mariano Rigillo, Gisella Burinato. Per i giovani è importante avere punti di riferimento, guide che ci possano consigliare e da cui imparare”.

In televisione cosa guardi in genere?

“Film della mia collezione. Amo scegliere i dvd in base all’istinto, la scelta non è mai casuale. Ora è il periodo di Kubrick. ‘Eye wide shut’ mi ha rapito i pensieri ma anche ‘Lolita’, ‘Barry Lyndon’, ‘Arancia meccanica’”.

Facciamo un gioco. Ci incontriamo tra dieci anni per un’intervista, cosa mi racconterai di te?

“Di essere una donna soddisfatta e felice, che sappia apprezzare le piccole grandi meraviglie della vita. Non importa dove, non importa come”.

Su cosa stai lavorando attualmente? Progetti a breve termine?

“Sto presentando ‘Il vino e le rose’ nelle nostre bellissime città italiane. A Roma ne ho fatte tre e sto organizzando la quarta. Inoltre sto leggendo due sceneggiature, due progetti legati al sociale”.

CHI E’ CLAUDIA CONTE

E’ nata a Cassino il 19 marzo del 1992. E’ una Pesci con ascendente Vergine. Un bel carattere e una bella determinazione. La sua squadra del cuore è la Lazio. Ama la buona cucina napoletana e adora viaggiare per lavoro. Vive a Roma, città della quale è innamorata profondamente. E’ Attrice e scrittrice. Ha conseguito la maturità presso il Liceo Classico “N. Turriziani” di Frosinone e il diploma teatrale presso la scuola “Il Teatro Dell’Appeso” di Amedeo Di Sora. Ha seguito corsi tenuti da Giancarlo Giannini, Mirella Bordoni (Metodo Costa), Eljana Popova (Metodo Stanislavskij), Gisella Burinato (CIAPA). Nonostante la giovane età ha alle spalle tournée teatrali con testi classici (Aristofane, Goldoni, Cechov, Shakespeare, Dino Campana) e teatro sacro. Recentemente protagonista femminile dei recital di Vincenzo Bocciarelli “Solo l’Amore resta”, “Shakespear’s Dream” e “Vita di Francesco”, dello spettacolo “Eros Italiano” di Mariano Rigillo e di “Comizio d’amore” di Marcello Veneziani. Attualmente affianca sulla scena Valerio Massimo Manfredi nello spettacolo tratto dal suo best-seller “Ulisse. Il mio nome è Nessuno”. Ha preso parte a fiction televisive (“Don Matteo”, “Conviventi in affitto”, “Gioventù Sballata”) e film per il cinema (“Le ali dell’angelo”, “Un’estate da leoni”, “Loro” regia di Paolo Sorrentino, “La Casalese”, “2 e mezzo”, “Psychomentary”) Appassionata di scrittura poetica, ha pubblicato la silloge “Frammenti rubati al Destino”, per l’editore Galassia Arte. Nel giugno 2014 pubblica il suo primo romanzo “Soffi Vitali. Quando il cuore ricomincia a battere”. Premiata a Villa Sarsina con Antonio Lubrano e Filippo Laporta. È l’autrice più giovane ad aver presentato un’opera al Salone Internazionale del libro di Torino. Lo scorso dicembre ha ricevuto il prestigioso Premio in Campidoglio “Oscar dei Giovani” per il suo poliedrico impegno in campo culturale, all’interno della “Giornata d’Europa”. E sempre lo scorso anno ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza. Nel maggio di quest’anno ha pubblicato per Armando Curcio Editore il saggio-romanzo “Il vino e le rose. L’eterna sfida tra il bene e il male” ed è attualmente impegnata in un tour di presentazioni. Collabora alla realizzazione di svariati progetti artistici. Presentatrice di eventi (“Mister Italia”, “Il Più bello d’Italia”, “Il Microfono d’oro”) e di programmi televisivi (“Live in Rome” sul Festival del Cinema di Roma). Ospite in trasmissioni televisive (“Terza Pagina” su Rai3, “TgTg” su TV2000, “Cuochi e fiamme” su LA7) e radio, giurata e madrina di eventi.

www.claudiaconte.com



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Giulia Montanarini: Ritorno al cinema per la bella attrice in “Una semplice verità”

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di Andrea Nobile

Ritorno sul set per la bella attrice Giulia Montanarini, diretta dalla regista campana Cinzia Mirabella, in un ruolo inedito quello di una donna lesbica che viene ripudiata dal padre per la sua scelta quella di vivere con la propria amata. Una storia intensa, una prova d’attrice per la Montanarini forte e matura. La storia si svolge sull’isola d’Ischia, indicata come località di provincia, dove un uomo è invitato a presentarsi al distretto di Polizia per essere ascoltato come persona informata dei fatti in seguito ad una denuncia a suo carico. A denunciarlo è stata la figlia, una donna di 35 anni, malmenata da quest’ultimo e dal fratello di lei dopo aver rivelato che la persona con la quale era andata a convivere era in realtà una donna. Ad interrogare il padre violento ed intollerante è un commissario donna che metterà sotto torchio nel corso dell’audizione nel suo ufficio, prima lui e poi la donna stessa. E nel gioco delle rivelazioni filmiche, a sorpresa esplode una nuova verità nascosta, come atto liberatorio, al cospetto di un società che preferisce continuare ad essere cieca e sorda, e che vorrebbe impedire attraverso lo sterile pregiudizio di far vivere un amore puro, a due persone dello stesso sesso. Nel cast del film oltre alla stessa Mirabella, nel ruolo della commissaria, che da oltre trent’anni è sulle scene teatrali e televisive (“La Squadra”, “Un Posto al Sole”), compaiono nomi importanti nel panorama artistico nazionale, come l’attore, commediografo e regista Pietro Da Silva (nel ruolo del padre) e Giovanni Allocca (“Gomorra, la serie”). Nel ruolo di Maria, la protagonista, è l’attrice Romana Giulia Montanarini, incontriamola per farci raccontare l’esperienza sul set.

Un gradito ritorno sul grande schermo come è stato ritornare a recitare su un set?

“L’emozione è quella dei vent’anni, però con la consapevolezza e l’esperienza di una donna professionalmente più matura”.

Sei la protagonista Maria, una ragazza lesbica che viene malmenata dal Padre ci puoi raccontare di più, del tuo ruolo?

“Maria è una donna, e sottolineo donna, che ha 32 anni, prende serenamente consapevolezza della sua omosessualità scontrandosi contro i pregiudizi che sono talmente radicati nella nostra cultura da coinvolgere addirittura i suoi affetti più cari”.

Come è stato il set, come ti sei sentita ad essere diretta da una regista donna?

“Il set è stato meraviglioso, sereno e spensierato uno staff di veri professionisti, tra cui il direttore della fotografia Antonio Granbone, che merita la fama che lo precede. Mi ritengo particolarmente fortunata ad essere tornata sul set diretta da una regista come Cinzia Mirabella, la quale ha creduto da subito in me portandomi ad esternare le emozioni che lei voleva trasmettere con la sua sceneggiatura. Posso die che è una bravissima regista, precisa e attenta al dettaglio”.

Sei molto amata dal pubblico gay, molti ti vedono come un’icona come la vivi questa cosa è cosa pensi dei passi che sono fatti nel mondo gay dal punto di vista legislativo?

“Sono lusingata dal fatto che il mio personaggio pubblico sia apprezzato dal mondo gay, che forte della sua sensibilità mi vede come sono realmente. L’omosessualità è considerata da me una parte della nostra società che per troppo tempo è stata bistrattata; ma ritengo che i nostri legislatori non siano in grado ancora di intercettare le vere volontà degli omosessuali”.

Cosa pensi del fatto che in Italia non ci sia ancora una legge contro l’omofobia?

“Ci vorrebbe una legge contro l’omofobia perché è scandaloso, che ci siano ancora oggi degli atti gravissimi omofobi impuniti. Così come credo che vi è bisogno di una legge efficace contro il femminicidio. Come libera cittadina e come artista, sarò sempre dalla parte dei più deboli”.

Quanto è ancora importante parlare di certe tematiche al cinema?

“Il cinema come la televisione ha il ruolo di insegnare e far capire certe tematiche, sta poi allo spettatore saper recepire il messaggio nella maniera corretta”.

In questi anni ti sei dedicata tanto alla recitazione; dove lo vedi il tuo futuro artistico?

“Non faccio distinzione tra cinema, televisione o teatro. Questi anni che ho dedicato al teatro mi hanno fatto capire che la cosa più importante e recitare e donare emozioni al pubblico”.



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Augusto Fornari: L’arte di essere pigro

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Protagonista di film, fiction, prosa e cabaret è uno dei più eclettici uomini di spettacolo

di Mara Fux

È un personaggio divertente e molto bravo. Ha iniziato da giovanissimo. Scopriamolo attraverso questa bella intervista.

Passi dal ruolo di autore a quelle di attore o regista sia teatrale che cinematografico e televisivo: in realtà hai una preferenza? 

“Quello che preferisco è fare l’attore. Sono molto pigro e il mestiere dell’attore è un mestiere per pigri. Fosse per me farei solo quello. Fare l’autore e il regista è stato un ‘ripiego’. La difficoltà a trovare testi agli inizi del percorso lavorativo (‘carriera’ non mi piace) mi ha portato pian piano a scrivermeli da solo, a dirigerli da solo. Ma faccio molta fatica, ne farei volentieri a meno”.

Quanti anni avevi quando sei salito per la prima volta su un palcoscenico? 

“Avevo forse 12 o 13 anni. Palcoscenici parrocchiali, come nella migliore tradizione della provincia italiana”.

Avevi in mente dei modelli di attore ben precisi? 

“All’inizio non avevo un attore di riferimento. Avevo 6 o 7 anni e mi piaceva molto guardare i film, mi incantavo durante la cena perché entravo completamente nella storia, rimanevo a bocca aperta, tanto che mia madre mi doveva scuotere per farmi mangiare. Più tardi invece scoprii i grandi attori del cinema italiano tra cui Nino Manfredi che adoravo e che secondo me resta il più bravo, anche più di Volonté. L’ho detto! A teatro mi piaceva Proietti ma, devo dire, soprattutto Dario Fo. Sapevo “Mistero buffo” a memoria, tanto che lo recitai anche alla maturità”.

Hai frequentato varie scuole di formazione ma da quali Maestri senti di aver maggiormente appreso? 

“Ho imparato da tante persone. Ho cominciato con Alberto Fortuzzi, un bravissimo attore, regista, un Arlecchino che mi iniziò alla Commedia dell’Arte che resta il mio grande amore. Luciano Varano, un Pulcinella molto bravo col quale feci il mio primo spettacolo, m’ha insegnato il rispetto per la maschera. Ogni volta che uscivo di scena gettavo la maschera in terra perché avevo un cambio veloce: dopo avermi redarguito per 10 repliche mi diede uno schiaffone poco prima che entrassi in scena. Non ho mai più messo male una maschera. Poi Bepi Monai con l’Atelier de la Souris di Parigi con il quale ho lavorato per due anni, poi il laboratorio di Gigi Proietti con Virgilio Zernitz, Ennio Coltorti, Valter Lupo. Poi Ronconi, Peter Stein, poi Geraldine Baron dell’Actor’s Studio. Ci tengo a citarli tutti perché da ognuno ho appreso qualcosa di importante”.

Ricordi il primo ruolo “pagato”? 

“Sì. Il primo ruolo pagato fu nel ‘Pulcinella Orfeo per amore’ con il Gioco Teatro Comic di Roma, uno spettacolo di Commedia dell’Arte per la regia di Alberto Fortuzzi. Dove presi lo schiaffo per la maschera. Cinquantamila lire a replica. Ah, se m’avessero pagato anche i contributi”.

Il successo di fiction come “Il commissario Manara” o film come “Basilicata coast to coast” ti hanno dato maggiore visibilità: fa piacere essere riconosciuti per strada? 

“Essere riconosciuti può essere piacevole solo che io mi trovo in quello strano e imbarazzante limbo in cui la gente pensa ‘questo dove l’ho visto?’. Una volta un signore in una strada di Roma mi disse: ‘A te, te conosco, te conosco, sì. Tu c’hai una farmacia sulla Prenestina, vero?’”.

Il saper “anche” scrivere  o dirigere altri attori, pensi  possa essere un valore aggiunto alla tua professione? 

“Indubbiamente offre più opportunità di lavoro. Ho fatto regie anche d’opera, al Teatro Carlo Felice di Genova ed è un ambito che, al di là della mia passione per la lirica, non avrei mai potuto frequentare come interprete. Però credo che il fatto di scrivere e dirigere abbia limitato le mie possibilità d’attore. Dà un alone di ‘quello fa le cose sue’ e molti colleghi non ti pensano come qualcuno con cui collaborare. Ed è un peccato perché con Gianni Clementi per esempio, autore straordinario, ho fatto cose molto belle”.

Qual è il tuo testo cui sei più affezionato? 

“Il mio one man show, ‘Amnesie di un viaggiatore senza biglietto’. Fra le cose che ho scritto è quella che più mi rappresenta. Ha il giusto equilibrio fra risate e riflessioni. E’ uno spettacolo che reciterei tre volte al giorno, tutti i giorni. Quindi alla fine, se ci penso, non sono così pigro”.

La tua commedia “Finchè giudice non ci separi”, attualmente in tournée nazionale ed a Natale in cartellone al Teatro Vittoria di Roma, è diventata film per il cinema: ci sono altri progetti in vista? 

“’Finché giudice non ci separi’ è il testo che portiamo in scena quest’anno. Nasce al Teatro Golden, spazio nel quale ho lavorato in questi ultimi anni producendo più di dieci spettacoli. Alcuni di questi sono diventati film proprio come ‘Finché giudice non ci separi’ e l’imminente ‘La Casa di Famiglia’ che è la mia opera prima come regista al cinema e che è uscito nelle sale il 9 novembre. Vi recitano Stefano Fresi, Lino Guanciale, Matilde Gioli, Libero De Rienzo. Andate a vederlo. Fine dello spot”.

Se un ragazzino della scuola superiore ti chiedesse dei consigli per diventare attore, quale sarebbe il primo suggerimento che gli daresti?   

“Non do mai consigli per diventare attore. Posso solo dire di munirsi di pazienza perché per diventare un buon attore ci vogliono venti anni”.



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Franco Micalizzi: “Le chiamavano colonne sonore”

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La sua musica per film ha fatto da sottofondo sonoro alla vita di tante generazioni cinematografiche tra gli anni settanta e ottanta del novecento. Chi, anche tra i più giovani, non ha sentito almeno parlare di opere come “Lo chiamavano Trinità”, “L’ultima neve di primavera” o “Roma a mano armata”?

di Marisa Iacopino

Lui è Franco Micalizzi, tra i più straordinari compositori che il nostro Paese possa vantare, incontrato in occasione dell’uscita, per Viola Editrice, del libro autobiografico ‘Le chiamavano colonne sonore’.

Cosa ti ha spinto a scrivere un’autobiografia? 

“Ad un certo punto della vita ho sentito il bisogno di mettere ordine negli avvenimenti del mio passato:  quanti momenti speciali, quante emozioni che ogni tanto affioravano e mi riportavano il sapore di quel particolare momento. Ho sentito quindi il bisogno di ritrovare quei particolari avvenimenti e del come io li avevo percepiti. Spesso sono riaffiorati episodi che stavo forse per dimenticare”.

Tornare fisicamente nei luoghi della memoria reca più dolore che visitarli con le parole?

“Sì, talvolta sono tornato anche fisicamente su certi luoghi, ma l’emozione è stata troppo forte”.

A tuo dire, attraverso le fotografie si è in grado di recuperare odori, suoni, sensazioni… Le foto sono quindi come le madeleine per Proust, capaci di riportare in vita certi sapori del passato?

“Certo, le foto hanno un potere grande per me. Quell’attimo immortalato contiene molto di più di quello che si vede, e interi periodi riaffiorano. E poi la grana di una vecchia foto ti dà davvero la sensazione di rivivere quel tempo, tanto lontano rispetto alle foto digitali, apparentemente così fedeli nella riproduzione”.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la musica sarebbe diventata la cosa preminente della tua vita?

“Lo racconto sempre:  mia madre quando ero molto piccolo non mi addormentava con le solite ninne nanne, ma cantando con grande sentimento i successi dell’epoca. E quelle canzoni così suggestive mi piacevano molto. In seguit, la musica era la cosa che mi attraeva di più, e verso i 12 anni ho iniziato a occuparmene e a studiarla. Per me non esiste cosa più affascinante, e la mia vita è, e sarà sempre, piena di musica”.

Tu affermi che se non avessi composto musica, forse avresti voluto scrivere. Credi che uno scrittore possa portare musica nelle sue narrazioni attraverso le parole?

“E’ vero, lo scrivere mi è sempre piaciuto (l’italiano era l’unica materia a scuola che mi fruttò persino un 9 pieno!), e ancora mi piace perché la parola contiene una sua musicalità. Comporre i periodi è come scrivere una melodia più intima di quella musicale che risuona nella nostra mente. Sì, io credo che uno scrittore debba essere a modo suo un po’ musicale”.

Leggendoti, sappiamo che tuo fratello nell’infanzia è vissuto a lungo lontano dalla famiglia per motivi di salute. Se fosse capitato a te di dover stare lontano da tua madre che, come ci racconti, ti cantava certe arie invece di ninne nanne, la tua vita avrebbe avuto lo stesso corso?

“No, non sarebbe stato uguale dal punto di vista della mia formazione e del mio carattere. Sì, la musica sarebbe comunque emersa dentro di me ma forse sarebbe stata diversa. Non crescere vicino a chi ti ha generato  e ti ama provoca sicuramente dolore, e tu ne risenti per tutta la vita”.

Tu dici che “gli scrittori, i musicisti e tutti gli artisti con le loro opere, anche dopo la scomparsa, riescono a emanare una fortissima energia che interagisce con il presente”. Sei perciò d’accordo con chi afferma che l’arte è il superamento dello stato fisico, e dunque della morte?

“Sì, l’arte è certamente un superamento della fisicità: qualcosa che sfugge alle regole della vita comune e quindi anche alla morte. Diciamo che è una parte della nostra anima che riesce a sopravviverci”.

Quentin Tarantino “ha sdoganato” il cinema di genere italiano, riconoscendogli valore artistico, e ha più volte utilizzato tuoi temi musicali in film famosi, uno per tutti “Django Unchained”. Oggi, grazie a questo riconoscimento americano, pellicole come ‘Lo chiamavano Trinità’ sono considerate film di culto. Cosa rimproveri agli italiani: un pregiudizio da intellettuali, da provinciali, o forse l’incapacità di saper ridere di sé e di condire la vita con una dose d’ironia? 

“Certamente devo essere grato a Tarantino per aver scelto la mia musica per alcuni suoi film e in particolare per il film ‘Django’. E’ anche vero che Trinità era già per il pubblico un film di culto. Sono passati ormai quasi 50 anni e viene continuamente riproposto. Certo Tarantino ha contribuito a dargli quel titolo di ‘classico’. Ma sai, nel nostro paese un certo snobismo da parte della cosiddetta classe intellettuale c’è sempre stata. Vedi, per esempio, Totò considerato da questi una figura non eccelsa, e che oggi viene invece ricordato e onorato come un ‘superclassico’”.

La tua, ‘una vita d’artista’. Rifaresti tutto daccapo?

“Certo che rifarei tutto daccapo. Non potrei fare diversamente. Io sono il mio destino”.



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Massimiliano Buzzanca: Che cinema la vita!

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di Mara Fux

È figlio d’arte e da suo padre ha ereditato il talento. Eppure, non aveva iniziato la sua vita professionale nelle vesti di attore…

Attore, regista e adesso anche scrittore: esprimersi artisticamente su più fronti è forse la strategia che hai adottato per recuperare venticinque anni di avvocatura nei tribunali.

“Fortunatamente non sono stati venticinque ma solo dieci, altrimenti oggi avrei quasi settant’anni, visto che sono quindici che faccio l’attore. In ogni caso, non la chiamerei strategia, piuttosto necessità di espressione. Anche raccontare personaggi, storie, che siano interpretati o scritti su carta, in qualche modo fanno parte dello stesso lavoro”.

Mai pentito di aver gettato via la toga? 

“Assolutamente no. Anzi, pentito di non averlo fatto prima semmai”.

Da un figlio d’arte come te ci si aspetterebbe, come primo libro, un bel memoriale di ricordi d’infanzia ed invece non solo hai scritto un bellissimo romanzo ma l’hai pure arricchito di quel giusto mix di intrigo e passione che potrebbero farlo divenire in breve tempo un autentico best seller. Con quale criterio hai scelto le tematiche da trattare? 

“È stato tutto molto naturale, molte cose raccontate fanno parte di esperienze avute quando ho fatto il militare, altre sono racconti di persone che ho avuto la fortuna di incontrare, altre ancora sono frutto di pura fantasia. Certo mi sono divertito a mischiarle tra loro e a condire il tutto con l’ironia che mi ha sempre accompagnato anche nei momenti meno divertenti della mia vita. Poi ci sono considerazioni personali su alcuni temi trattati, senza voler dare un giudizio né, tantomeno, pretendere di insegnare qualcosa, che vorrebbero essere solo spunti di riflessione per il lettore”.

Quanto c’è di Massimiliano in Simone Bianchi, il protagonista del tuo libro? 

“Molto, ma non tutto. Non so se sarei capace di affrontare proprio tutto ciò che Simone affronta nelle pagine del libro, in alcuni casi, forse, Massimiliano se la darebbe a gambe levate”.

E’ vero che la cosa più difficile per chi scrive un romanzo è inserire la parola “fine”? 

“Infatti io non l’ho scritta. A parte gli scherzi, la tentazione è quella di aggiungere storie su storie e capitoli su capitoli. Nel mio caso, però, forse perché abituato a scrivere sceneggiature, sono arrivato alla conclusione in maniera alquanto naturale”.

“Che cinema la vita” titolo del romanzo edito da Male Edizioni è una strizzatina d’occhio dettata dal marketing che rimanda alla tua passione principale. Come mai non hai intrapreso la carriera di attore fin da giovanissimo? 

“Avevo un debito d’onore nei confronti dei miei genitori. Mia madre aveva sempre sognato di avere un figlio laureato e con un lavoro o da avvocato o da medico e, visto che mio fratello ha pensato legittimamente bene, a diciotto anni di andare in giro per il mondo a disegnare e vendere gioielli, io mi sono ritrovato in dovere se non altro di conseguire una laurea e di dimostrare loro di non essere il classico figlio di papà che vive del riflesso del lavoro dei propri genitori”.

Quanta emozione hai provato nel salire sul palcoscenico da professionista? 

“Nell’attimo precedente al debutto assoluto pensavo di non farcela, poi mi sono sentito a mio agio, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, o meglio, come se fossi nato per fare quello che stavo facendo. In effetti credo di essere a mio agio sul palcoscenico e non nella vita reale”.

In teatro il pubblico ha mostrato molte volte di apprezzarti e al cinema nel solo 2017 si contano almeno quattro titoli di nuova uscita con il tuo nome ben in evidenza ma un ruolo da protagonista stenta ancora ad arrivare. Il cognome che porti non agevola la via del successo

“Purtroppo no. Papà, tra il serio ed il faceto, dice sempre che devo aspettare la sua morte per avere il successo che secondo lui merito, ed io gli rispondo che quando lui morirà io avrò almeno settant’anni e sarò troppo vecchio per fare il protagonista”.

Stai già pensando ad un secondo libro? 

“In realtà sto pensando al seguito di questo libro e in più sto preparando una serie di romanzi dai quali sto cercando di trarre una serie televisiva che si chiamerà ‘L’Albino”, una sorta di criminal, con tanto di profiler”.

Ci sono in vista spettacoli teatrali in cui reciterai o stai concentrandoti sulla distribuzione del libro? 

Non riesco a stare fermo, sto preparando uno spettacolo per il prossimo inverno, che dovrebbe essere il mio primo spettacolo ‘in solitario’ il cui titolo provvisorio è ‘Massimiliano Buzzanca ai domiciliari’, poi sto cercando di parlare con un famoso regista di musical per cercare di rimettere in piedi la commedia musicale citata prima”.



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Giulia Vecchio: Una venere di successo

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E’ una delle protagoniste della seconda edizione de “Il Paradiso delle Signore” dove interpreta Anna Imbriani

di Giulia Bertollini

Preferisce sentirsi dire che è brava piuttosto che bella. Giulia Vecchio, attrice e violoncellista, è una delle protagoniste della seconda stagione della serie tv di successo “Il Paradiso delle Signore” in onda in queste settimane. In questa piacevole chiacchierata, ci parla dei suoi nuovi progetti svelandoci qualche curiosità in più sulle sue passioni.

Giulia, sei una delle protagoniste della fiction Rai “Il paradiso delle signore”, arrivata alla sua seconda stagione. Ancora una volta, gli ascolti tv vi stanno premiando. Secondo te, qual è il segreto di questo successo? 

“Credo che questo successo sia dovuto in particolare al riferimento storico agli anni ’50, ad un passato recente che i nostri nonni hanno vissuto e che ci hanno tramandato attraverso i loro racconti. Anche la moda e lo stile di quegli anni hanno avuto un peso importante nella sceneggiatura della serie. Un ulteriore punto di forza è dato dalle storie semplici di umili ragazzi che lottano per costruire la propria identità. Trovo che sia interessante ripercorrere un passato che non è più attuale ma che conserva ancora oggi il suo fascino”.

Nel romanzo “Al Paradiso delle Signore” di Emile Zola, a cui è ispirata la prima stagione della serie tv, si legge “la donna è sempre vinta dalla pubblicità, e fatalmente accorre al rumore”. Sei d’accordo? E tu che rapporto hai con la moda?

“Sono dell’opinione che oggi la pubblicità sia veicolata dai social. Basti pensare che a volte tutto ciò che indossiamo  diventa pubblico. E’ importante però che alla base di questa condivisione non vi sia un’estetica fine a se stessa. Negli ultimi anni, la moda femminile si è maggiormente evoluta nelle sue forme creative e ciò probabilmente è anche dovuto al fatto che la donna attrae di più per la sua stessa conformazione fisica. Per quanto riguarda il mio rapporto con la moda, non sono assolutamente una maniaca dello shopping. Anzi, il mio abbigliamento è sempre lo stesso.  Cambio solo le valige”. (ride)

Nella serie tv interpreti Anna Imbriani, una delle “veneri del paradiso”. Una donna coraggiosa, che in barba alle convenzioni degli anni 50, si trova a crescere da sola un bambino e a lottare per l’indipendenza economica. Secondo te, qual è la condizione della donna oggi? Pensi che sia migliorata rispetto al passato?

“In parte, penso che sia migliorata. Oggi, rispetto al passato,  una mamma che lavora ha la possibilità di rivolgersi a strutture come gli asili nido o di trovare sostegno presso persone della propria famiglia. Dall’altra parte però, consultando le statistiche, mi sono accorta che in Italia non ci sono molte aziende che adottano misure volte a tutelare la maternità. Ritengo che sia ancora difficile per una donna in carriera riuscire a conciliare la famiglia con gli impegni di lavoro”.

Non tutti sanno che nel 2010 hai partecipato al concorso di Miss Italia. Quali ricordi conservi di quell’esperienza? E quale ruolo ha la bellezza nella tua vita?

“Non ne parlo molto volentieri perché è un’esperienza che poco centra con il mio percorso professionale di attrice. L’ho vissuta senza particolari pretese e con la spensieratezza dei miei 17 anni. Nel complesso, si è trattata di una bella parentesi che mi ha permesso di instaurare belle amicizie. Riguardo la bellezza, cerco di viverla interiormente e non esteriormente. La bellezza esteriore è per gli altri non per me stessa”.

In un’intervista ad un noto settimanale, hai dichiarato di essere brava nelle imitazioni. Qual è il tuo cavallo di battaglia?

“Mi diverte molto imitare Belen anche se non nascondo che durante il periodo di formazione al Teatro Piccolo di Milano i miei soggetti preferiti erano gli insegnanti. Sul set de “Il paradiso delle signore” sono arrivata ad imitare anche costumiste e registi”. (ride)

Tra le tue passioni c’è anche la musica. Come ti sei avvicinata allo studio del violoncello? Quali compositori prediligi?

“Bella domanda! Mi sono avvicinata allo studio del violoncello mentre frequentavo la scuola media ad indirizzo musicale.  E’ uno strumento che sprigiona un suono materno. Uscita dal Teatro Piccolo, sono riuscita poi a coniugare questa mia passione con il canto lirico e la recitazione nello spettacolo ‘La buona novella’ di De André in cui interpretavo Maria. Tra i compositori, Bach è uno dei miei preferiti assieme a Vivaldi”.

Parliamo di attualità. In queste settimane, il caso Weinstein è diventato di dominio pubblico dopo le accuse di molestie avanzate nei suoi confronti da un nutrito elenco di attrici. Hai mai subito avances sul lavoro? 

“Sì è successo ma dipende da come riesci a gestire la situazione. Sono convinta che le persone che compiono questo tipo di abusi non siano consapevoli di cosa sia l’arte. Parlando della mia esperienza personale, nel momento in cui ho percepito un’attenzione non relativa al mio talento, ho deciso di sospendere il provino. Sono stata sin da subito molto chiara”.

Qual è stato il complimento più bello che hai ricevuto? E la critica che ti ha ferito di più?

2A conclusione degli spettacoli teatrali in cui ho lavorato, alcune persone sono venute a complimentarsi dicendomi “mi hai fatto emozionare perché mi sono tornati in mente tanti ricordi della mia vita”. In quel preciso istante, ho sentito che il mio lavoro aveva avuto un senso e che era riuscito ad esprimere il vero. Nel mio percorso professionale, mi sono sempre impegnata il triplo perché volevo sentirmi dire di essere brava piuttosto che bella. E quando venivo a sapere che alcune scelte erano state fatte in base alla mia estetica e non per il talento è inutile dire che ci sono rimasta davvero male”.

Hai un curriculum ricco di esperienze teatrali. Considerando che sai cantare, ballare e recitare ti piacerebbe cimentarti in un musical? Se sì, quale?

“Ti dico di no perché il musical presente in Italia non mi ha mai entusiasmato. La nostra tradizione è fondata sull’opera lirica e non riconosce il musical come un proprio prodotto culturale. E’ evidente che se ti rechi a Londra a vedere questo tipo di spettacolo, rimani a bocca aperta. Ci potrei fare un pensierino solo se mi trovassi da un’altra parte e con un altro tipo di preparazione”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Sto partecipando in questo periodo alle riprese della serie americana ‘Trust’ diretta dal regista Danny Boyle. Per il futuro, speriamo che ci sia qualche altra bella novità dietro l’angolo”.



more No Comments dicembre 11 2017 at 10:28


Eleonora Pariante: Gli ingredienti di un’attrice

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Come passare da un ruolo all’altro per essere attrice al 100 per cento

di Mara Fux

Eleonora Pariante è una di quelle attrici che si vede lontano un miglio che ha studiato. E’ salita sul palco per la prima volta a 17 anni e da allora non si è più fermata.

Tanto teatro, un po’ di cinema, quel punto giusto di televisione: è la ricetta giusta per essere oggigiorno una buona attrice? 

“Una buona attrice è un essere umano che si assume la responsabilità di ciò che fa, di ciò che dice e che pensa al 100 per cento, in questo modo diventa un’artista sempre capace ad essere autentica e credibile, che riesce con onestà a trasfondere in quello che fa, ciò che sente”.

Nella tua realtà di donna, sei brillante ed eccentrica come ne “il toy boy di mia madre”, elegante e civettuola come la Celimene de “Il misantropo”, scontrosa e bizzosa come Caterina de “La bisbetica domata”?

“Posso dire tutte e quattro? Forse l’unica cosa che non sono davvero è bizzosa, diventando adulta (da poco!) ho imparato che i capricci non servono a nulla, preferisco conquistarmi le cose. Col tempo credo di essere diventata un po’ scorbutica nel senso che so bene quello che voglio e non mi va di perdere tempo. Detesto i convenevoli e le smancerie legate alla superficialità di certe situazioni. Preferisco andare dritta al punto, ma questo forse a volte mi rende un po’ brutale.  Eccentrica, a me sembra di non esserlo”.

Un ruolo che, vedendolo in scena, avresti voluto interpretare tu? 

“Per anni ho desiderato poter interpretare Blanche Dubois in ‘Un tram che si chiama Desiderio’. E’ più di  recente invece, anche perché sarebbe un ruolo per me più difficile da sostenere, una sfida da vincere visto che  i ruoli brillanti sono davvero i più complessi da affrontare, quello di Sugar in ‘A qualcuno piace caldo’. E poi mi piacerebbe moltissimo interpretare il ruolo di Maria nel lungometraggio che ho scritto ma il mio produttore mi ha chiesto di scegliere. O la regia o la recitazione. E’ un film complesso che si svolge in un convento durante la Santa Inquisizione, quindi poiché è davvero una mia creatura, preferisco accompagnare il film come un genitore e mettere tutta l’attenzione, la cura, la creatività nella regia. Vedremo…”.

Angela Danesi, che hai interpretato in “CentoVetrine”, è una donna complessa a tratti cattiva. Interpretare un ruolo negativo non può influire negativamente sul rapporto con il pubblico? 

“Il ruolo della Danesi era complesso, sai nelle soap in genere i caratteri sono tagliati, i buoni e i cattivi. Angela era una donna disperata, che per amore si spingeva fino a compier un’azione terribile tanto da finire in una clinica per malattie mentali. Per anni gli attori non hanno amato  interpretare i cattivi; con la nuova cinematografia, legata alla delinquenza si è sdoganato anche il ruolo del cattivo. Il pubblico si affeziona anche a quelli”.

A che età sei salita la prima volta su un palcoscenico? 

“Ah che ricordi! Avevo 17 anni, con Duccio Camerini facemmo ‘La scuola delle mogli’ di Molière, dove interpretavo Agnese. Ancora ricordo il monologo”.

Recitando in quale spettacolo ti sei poi convinta che avresti fatto l’attrice per professione? 

“E’ stato dopo due o tre anni che lavoravo con Camerini, avevamo fondato una compagnia di giovani, mi sono detta che mi piaceva fare quello che stavo facendo. Vengo da una famiglia che ha fatto cinema tutta la vita. Sapevo bene cosa significava. Quando dissi a mio padre che volevo fare l’attrice, la prima cosa che mi disse fu: ‘Bene, studia e preparati al meglio per esserlo!’”.

Spesso abbracci progetti come regista o autrice di cortometraggi. Curiosità, voglia di sperimentarsi o che altro? 

“Credo che il caso non esista; ad una lettura della mia vita artistica,  potrebbe sembrare che io abbia iniziato per caso a scrivere per il teatro, per caso a fare la regia di alcuni spettacoli, ma in realtà è stato un naturale convogliare tutto quanto appreso e imparato e soprattutto, amato, negli anni. Accettare di sostenere la prima regia un po’ mi preoccupava ma poi ho visto che quello che facevo veniva bene. Il pubblico si appassionava si divertiva e apprezzava quello che vedeva e vede e propongo, quindi proseguo. In realtà poi io sono una che pensa per immagini, amo moltissimo il cinema, i fumetti i disegni animati, mi piace raccontare cose concettuali in modo semplice ed emozionante, e rendere le cose semplici ficcanti, efficaci… proseguo?”

A fine gennaio sarai al Teatro Anfitrione ne “La Bisbetica Domata” di Shakespeare diretta da Marco Belocchi: ti era già capitato di interpretare Caterina? 

“No, mai prima e ne sono felice. Caterina è uno di quei personaggi niente affatto semplici. Shakespeare dopo secoli è imbattuto. Nessuno come lui è riuscito sempre a  raccontare l’animo umano in modo suggestivo, mai ovvio, ha trasformato in oro le parole che raccontano le vicende dei suoi personaggi, ha osato rivelare con parole chiare ed inequivocabili tutte le sfumature dei sentimenti umani, dai più nobili a quelli più abietti. Sono molto orgogliosa che Marco Belocchi veda in me un’attrice con la quale poter collaborare”.

Una buona ragione per non perderselo?

“Marco riesce a realizzare sempre spettacoli belli, interessanti, con un punto di vista che spiazza e sorprende, lavora poi alla traduzione ed all’adattamento del testo per mesi e pur rispettando moltissimo la filologia li rende sempre attuali, di facile fruizione, divertenti insomma: non vedo l’ora di vederlo anch’io!”.



more No Comments dicembre 11 2017 at 10:25


Dalla passione alla professione, la fotografia secondo Luca De Nardo

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di Alessia Bimonte

Luca De Nardo è un fotografo ricco di talento. La sua fotografia è arte e un linguaggio che esprima la propria personalità. I suoi lavori non sono mai banali in ogni soggetto immortalato.

Fotografi per passione?

“Sì. In realtà sono fotografo da circa 7 anni. Prima facevo ben altro. Mi sono avvicinato alla fotografia mentre facevo il magazziniere in un’azienda di prodotti per la fotografia. Vedevo fotografi tutti i giorni e ascoltavo i loro racconti e le loro esperienze. È così che ho scoperto la fotografia come linguaggio, perché di linguaggio si tratta”.

Come sei passato dalla passione alla professione?

“Il passaggio è stato abbastanza veloce, dopo aver comprato la mia prima macchina fotografica ho iniziato a lavorare in proprio dopo un periodo di avvicinamento a questa forma di espressione. Ho sempre voluto scattare per me, volevo qualcosa di mio, poter percepire la vita a modo mio. Questa voglia di scattare foto che appartenessero a me e che andassero oltre le tendenze, oltre le regole…”.

Che tipo di fotografo sei?

“Scatto di tutto, foto industriali, paesaggi, ritratti, book fotografici… ma quello che più mi appartiene è la continua ricerca della donna da interpretare”.

Perché proprio la donna?

“Perché il mondo della donna è sempre così affascinante, complesso e segreto, tutto da scoprire. E la mia ricerca si è sempre concentrata sulla donna in quanto espressione di se stessa, come contenuto e non contenitore”.

Una ricerca molto complessa, come si articola?

“Fotografo e persona ritratta sono al pari in un processo congiunto, di co-creazione, un flusso di esternazioni, di sensazioni. Questo lavoro di relazione avviene anche a livello psicologico. Quando poi si analizza il lato dell’erotismo femminile, il tutto si evolve a puro stato mentale in quanto completamento della donna medesima che si mette a nudo, nel senso di essere se stessa. Oggi si travisano molto questi concetti come disdicevoli”.

Uno dei tuoi ultimi lavori si è svolto durante la Fashion Week ad Ischia. Che esperienza è stata?

“Bellissima ma folle; cercare di tirar fuori il meglio nella frenesia e nel tumulto degli eventi che si sono susseguiti. Scatti a modelle e modelli, ospiti… un’esperienza incredibile alla quale non rinuncerei per niente al mondo; incontrare e conoscere persone da ogni parte del mondo e poter condividere qualcosa con loro”.

Ci sono nuovi progetti ai quali stai lavorando?

“Alcune mostre fotografiche, tra cui ‘Nine’, nove opere che raccontano nove storie erotiche di donne, un importante libro con un editore romano e una collana autoprodotta dal titolo ‘Eros’; inoltre una formazione fotografica, viaggiando per vivere realtà, contesti insoliti, desueti e sconosciuti lontani o vicini con modelle e fotografi. Sono appena tornato dal Marocco, ma ripartirò per altre destinazioni come Cuba e Grecia”.



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Luca Panichi: Lo scalatore in carrozzina

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di Irene Di Liberto

Luca Panichi, classe 1969, ex ciclista. Una vita vissuta per e nello sport. Nel 1994 un incidente stravolge la sua vita. Vulcanico, nella vita come nelle sue scalate; un’onda sempre in movimento dalla quale non sai mai cosa verrà fuori: sereno con dentro la tempesta.

Che tipo eri da bambino, sempre così risoluto come adesso?

“Da piccolo mi chiamavano il ‘comandone’, perché quando giocavo con i miei amici il rispetto delle regole era fondamentale, se qualcosa durante il gioco non funzionava come avrebbe dovuto, io interrompevo per chiedere una sorta di giustizia”.

Luca ciclista: quando è nata la tua passione?

“Il ciclismo è, allo stesso tempo, una passione e un’eredità di famiglia. Avevo circa otto anni quando mio zio, ritenendomi troppo grande per andare con le rotelle, tolse le ruote alla bici e io, da quel giorno, decisi di prendere la maglietta sportiva della GS Lame Lucarelli”.

Fu un amore a prima pedalata.

“Era il 1994, Giro dell’Umbria nazionale dilettanti, una gara come un’altra e, invece, quel terribile incidente. Non parliamo delle conseguenze negative, che tutti immaginiamo, ma di quelle positive. Subito dopo l’impatto fortissimo con l’auto, la prima mia reazione non fu di disperazione, ma di voler riprendere subito la bicicletta perché, prima dello scontro, stavo per raggiungere nella cronometro, l’atleta che mi precedeva. Al mio istinto non corrispose il movimento: ero completamente paralizzato, benché vigile; e quella fu la mia fortuna perché, avendo una triplice lesione cervicale, se mi avessero spostato mi avrebbero staccato la testa. La lucidità mi permise di accedere a un soccorso adeguato e questo mi ha salvato la vita. Non parlo mai di una vita uno, pre-incidente, e una vita due, post-incidente. Sono sempre Luca, con il bagaglio di esperienza di 17 anni di ciclismo e, in più, una nuova situazione con le stesse credenziali, anche se devo misurarmi con un contesto diverso, diametralmente opposto al mio obiettivo, che era quello di diventare atleta professionista. Diciamo che ho spostato il fulcro delle mie energie nel recupero della mia autonomia. Lo sport in questo mi ha aiutato molto, permettendomi di ovviare all’imprevisto,utilizzando al meglio tutte le risorse di cui potevo disporre e, direi, che la cassetta degli attrezzi me la son trovata già bella piena”.

Quanto è importante la tua famiglia in questo percorso?

“Nel mio contesto di vita sia prima, sia e, soprattutto, in una situazione contingente come quella dell’incidente, ho potuto beneficiare di una reazione positiva di tutto l’ambiente familiare. Mio padre, spesso, prima di una gara era solito andare a pulire i bivi delle discese dove c’erano dei sassi che potevano mettere a rischio l’incolumità non solo mia, ma di tutti gli altri ciclisti. I miei genitori erano presenti nel momento dell’incidente e, vedendo che io ero ancora in vita e si poteva lottare, mi hanno trasmesso un’energia, che sommata alla mia, ci ha permesso di affrontare tutti i passaggi con molta determinazione e positività. Anche i miei fratelli mi hanno supportato in ogni situazione. Quando fui ricoverato a Firenze, essendo in difficoltà anche nella gestualità di suonare il flauto, che è un’altra mia passione, sorreggevano lo strumento in modo che io, con il sottofondo della musica di Dolores O’ Riordan, facessi un esercizio di motricità fine. E, in un’altra occasione, mi aiutarono anche a far riabilitazione di nascosto, dentro una struttura, portando lì un fisioterapista e collaborando con lui”.

Credi in Dio?

“Credo in Dio. Il concetto di fede per me è contenuto in una canzone di Umberto Tozzi ‘Forse credo in Dio’, l’ultima strofa recita così: ‘Forse credo in Dio e forse è solo amico mio. Forse esiste Dio e forse è solo amico mio. Salvaci da tutto perché ti richiamerò. Sto aspettando il giorno che parleremo un po’’. Questa è quasi la metafora del mio percorso. Dopo l’incidente non ho pensato: perché è successo a me?. E da lì sono stato più cosciente del mio contenuto di fede. Non ho mai imputato a Dio il fatto di non avermi protetto, anzi, durante l’incidente mi sono sentito veramente protetto e sostenuto”.

Spesso, nelle tue interviste ti ho sentito parlare di resilienza: cosa è per te e come l’hai sviluppata?

“E’ un concetto legato al vissuto e alle esperienze di una persona. Resilienza è trovarsi a fronteggiare una situazione disarmante e, automaticamente, sviluppare un atteggiamento positivo che ti permette di  aggirare l’ostacolo, pur standoci dentro ovvero riuscire a riempire quel bicchiere che quasi sempre nella vita è mezzo pieno. Sono veramente fortunato perché, avendo cominciato a gareggiare all’età di otto anni, mi sono misurato l’attività sportiva contestualmente a quella della scuola, situazione che mi ha permesso di diventare, prima, uomo e, poi, atleta”.

Se non avessi fatto il ciclista, cosa ti sarebbe piaciuto fare?

“Avrei avuto molto più tempo per dedicarmi al percorso di laurea in Scienze Politiche. Che ho, comunque, conseguito con ottimi risultati: l’ode accademica e una tesi sul senso civico degli italiani. Successivamente, ho frequentato un master, alla Lumsa di Roma, sulla consulenza politica. La politica, infatti, mi accompagna da sempre: a otto anni andavo in bicicletta, ma discutevo anche di Berlinguer e Craxi con un mio amico d’infanzia. In questo momento storico la politica mi lascia molto perplesso perché non ritrovo un riscontro nel far politica… mi sento un po’ orfano”.

Prossimi progetti?

“In ambito sportivo, ho già due programmi importanti per il prossimo anno: la scalata bis della Punta di Veleno, un mese prima della scalata dello Zoncolan. La collaborazione con un’azienda sulle energie rinnovabili che si muove con un concetto etico nel far business e che mi permetterà di diventare mental coach in ambito lavorativo-professionale. In campo associazionistico, sono entusiasta di un nuovo progetto dell’associazione Ghismo ONLUS, che addestra e affida cani a persone disabili, in collaborazione con il Bambin Gesù di Roma, per misurare e valutare l’induzione della Pet therapy su bambini con problematiche motorie e cognitive. All’interno delle scuole, sto sviluppando attività di mental coaching per lo sport integrato, ma anche per vivere, leggere, narrarsi e, allo stesso tempo, narrare lo sport in maniera diversa e migliore”.



more No Comments dicembre 11 2017 at 10:21


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