09/24/2021
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5 DOMANDE A… Giulio Betti, l’uomo che vive osservando le nuvole

di Simone Mori –

Giulio, presentati ai nostri lettori.
“Innanzitutto grazie a te e alla redazione di GP Magazine per avermi contattato. Mi chiamo Giulio Betti, ho 40 anni, vivo a Firenze e da 18 anni mi guadagno da vivere osservando nubi, isobare e temperature. Una passione, quella per la meteorologia e il clima, che ho fin da bambino e che si è trasformata, in età adulta, in un lavoro. Attualmente mi occupo di previsioni meteo operative per la catena di protezione civile toscana presso il consorzio LaMMA di Sesto Fiorentino, inoltre mi dedico alla ricerca e alla divulgazione, sopratutto relative al cambiamento climatico. Il mio dipartimento di provenienza è l’IBE di Firenze (Istituto per la Bioeconomia del CNR”).

Quali strumenti ha in più la meteorologia rispetto a dieci anni fa?
“Rispetto al recente passato abbiamo migliorato la capacità di calcolo dei supercomputer che elaborano le mappe meteo che utilizziamo. E’ inoltre migliorata la qualità dei dati di input necessari per i processi di elaborazione dei modelli meteorologici, nonché la quantità degli stessi. I satelliti meteorologici di ultima generazione che girano intorno al pianeta hanno in dotazione sensori molto sofisticati che restituiscono uno screening verticale piuttosto accurato dei vari strati dell’atmosfera. Anche al suolo la raccolta dei dati è migliorata, attraverso l’utilizzo di strumenti più compatti e precisi, dal radar meteorologico alla semplice stazione meteo. La tecnologia ci sta aiutanto a stare al passo non solo coi tempi, ma anche col cambiamento climatico. Ci troviamo, infatti, a fare i conti con un clima sempre più incerto e instabile a causa dell’innalzamento delle temperature globali e degli effetti che esso ha, ad esempio, sulla criosfera e sugli oceani”.

Il riscaldamento globale è un fattore ciclico come accade da millenni oppure c’è davvero un problema di effetto serra dovuto dall’uomo?
“All’obiezione ‘il clima è sempre cambiato’ io rispondo sempre ‘certo!’. E’ innegabile, la Terra nella sua lunghissima storia geologica ha vissuto catastrofi inimmaginabili e cambiamenti climatici da far impallidire i film più catastrofici, tuttavia lo ha fatto in tempi, appunto, ‘geologici’. L’elemento cardine è proprio il ritmo con cui un cambiamento avviene. Dati alla mano (e non ne abbiano pochi!) l’attuale ritmo di riscaldamento non ha eguali nella recente (si fa per dire) storia della Terra. Mai, neppure durante l’ultimo massimo termico interglaciale dell’Eemiano, si era osservato un aumento di 1 °C in meno di 100 anni; nelle fasi di riscaldamento più intense del passato al massimo di era arrivati a 1.0/1.2 °C ogni 1000 anni! Se pensiamo che le proiezioni più ottimistiche danno un ulteriore aumento di 1 °C nei prossimi 80 anni e quelle più pessimistiche fino 4-5 °C ecco che il banco salta del tutto. L’aumento delle temperature in atto da alcuni decenni è, oltretutto, ingiustificabile da un punto di vista naturale, infatti le forzanti astronomiche dovrebbero portare il pianeta verso un graduale raffreddamento, cosa che invece non sta succedendo. Durante il caldo Eemiano le forzanti astronomiche erano del tutto diverse rispetto ad oggi e il sole picchiava duro, soprattutto d’estate sul Polo Nord. Quindi cosa succede? La pistola fumante sono le emissioni massicce di CO2 causate dalle attività umane, arrivate a quota 412 ppm, un valore mai osservato sulla Terra negli ultimi 15 milioni di anni”.

Spesso di sente un termine che appare abusato: bombe d’acqua. Sdoganiamo finalmente questo termine? E cosa si può fare per prevenire disastri idrogeologici?
Il termine giusto, in caso di precipitazioni di eccezionale intensità, è nubifragio. Bomba d’acqua, per quanto efficace giornalisticamente, è del tutto privo di aderenza scientifica. Per quanto riguarda la previsione dei fenomeni estremi il lavoro è ancora molto lungo, poiché spesso sono eventi circoscritti e di una violenza inaudita, quindi molto difficili da prevedere. Quello che si può fare, oltre al monitoraggio dell’evento una volta in atto, è fornire un’informazione generale sul rischio in una determinata area. Ad esempio: posso dire che domani ci sarà un’alta probabilità di forti temporali sull’area di Roma o su quella di Milano, ma non posso dire esattamente quale parte della città colpiranno e l’ora precisa in cui avverranno. Qui deve scattare il senso di responsabilità da parte di chi riceve l’allerta, mettendo in atto tutte le disposizioni necessarie per ridurre il rischio di danni a persone e cose. Inoltre ci dev’essere un ruolo attivo da parte dei cittadini che di fronte a rischi meteorologici importanti devono comportarsi con prudenza e buonsenso”.

Le previsioni a breve-medio-lungo termine. Attendibilità di ognuna?
“Le percentuali variano, ovviamente, in base al tipi di circolazione meteorologica. In generale: breve (1-3 giorni) dal 90 al 70%, medio (4-7 giorni) dal 70 al 50%. Dal 50% in giù, di fatto, ci si affida al caso a meno che non si cambi la previsione da deterministica (in parole semplici ‘dettagliata’) a probabilistica. Dall’ottavo giorno in poi si parla di tendenza e viene fornita una previsione generica, su pochi parametri essenziali e su una scala più ampia. In questo caso le percentuali vanno ricalibrate in base al tipo di informazione offerta”.
Grazie a Giulio Betti che potete trovare su Twitter @giulio_firenze

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