Adolfo Margiotta: “Un timido estroverso”


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“L’attore crea con la sua carne e il suo sangue tutte quelle cose che le altre arti, in qualche modo, tentano di descrivere”. Queste parole di Lee Strasberg sono le più adatte per presentare Adolfo Margiotta, artista poliedrico che conosce bene la chimica e la fisica della parola

di Donatella Lavizzari

Ciao Adolfo, io ti ritengo un creatore, un cre-attore. Il tuo curriculum presenta la figura di un artista  estremamente attivo,  a 360 gradi. Ti sei mosso dal teatro alla televisione, al cinema, alla musica, sia come autore che come attore. C’è una disciplina, anche sportiva, che più ti rappresenta?

“Sono sempre stato affascinato dal tennis. Mi piace perché chi vince, al di là che uno possa avere più o meno talento dell’altro, è chi è più forte di ‘testa’. A volte, guardavo Borg che, anche se era sotto di due set, non mollava, rispondeva all’avversario con la stessa ostinazione, senza alcun cedimento. Era caparbio. Un uomo si valuta anche per la sua forza di reazione alle avversità. Io sono molto ostinato, a me piace l’ostinazione, l’essere determinato. Così come lo è stato un altro grande  atleta che a Barletta, da ragazzino per pagarsi la merenda, si guadagnava poche lire sfidando le Porsche nei primi 100 metri. Lui era un portento e si chiamava Pietro Mennea”.

Qual è stato il tuo più grande riferimento, a livello artistico?

“Charlie Chaplin. Ho amato ed amerò sempre questo grande uomo perché ritengo sia stato la personificazione del l’Arte.  Ha disegnato il ‘solco’ del futuro. Lui è dentro di me ma non l’ho mai imitato. E’ l’essenza dell’Arte sulla terra. Consapevole del suo grande talento, ha fatto di tutto affinché fosse riconosciuto da tutti. Scriveva musiche, sceneggiature, ha fatto teatro e cinema. Ha lasciato un segno forte. Resterà nella memoria per sempre”.

Ti è capitato di recitare ruoli drammatici?

“Sì, in ‘Lampedusa’, fiction TV , che racconta dell’accoglienza e dell’aiuto dei migranti, sbarcati sull’isola, costretti a fuggire da guerre, povertà e persecuzioni. Sono Fantone  e faccio parte della motovedetta capitanata da Marco Serra (Claudio Amendola), impegnata quotidianamente nel loro soccorso.  Anche in ‘My father Jack’ di Tonino Zangardi, action movie girato tra il Sebino e la Franciacorta. non recito un ruolo comico ma interpreto i panni di un pentito, il mafioso Intino”.

Quale esperienza artistica  ti è rimasta nel cuore più delle altre?

“Recitare come attore protagonista insieme a Vlado Jovanovski  in ‘BAL-CAN-CAN’, un film del 2005, con la regia di Darko Mitrevskj, premio della critica al Festival di Mosca. E’ stato molto formativo sia a livello professionale che a livello umano. Il cast era formato da maestri assoluti, attori macedoni, serbi, croati, cossovari, montenegrini.  Con Vlado si è instaurato un sentimento d’amicizia molto forte.  Nonostante la difficoltà della lingua, ci capivamo con un solo sguardo. Abbiamo trascorso ore a parlare. Posso dire di avere un fratello in Macedonia”.

Quanto è importante oggi mettere in relazione intuizioni e ispirazioni diverse per fare uscire dagli schemi un teatro troppo spesso chiuso in definizioni date sia dagli spazi che dal mercato?

“E’ molto importante.  Quando scrivo qualcosa che devo rappresentare mi lascio andare totalmente, non è mai una cosa troppo ragionata. In questa genesi artistica la provocazione è però sempre presente, fa parte del mio modo di essere. Mi vengono in mente i personaggi di Chiquito y Paquito, interpretati insieme a  Massimo Olcese. Molti hanno pensato fossero una parodia ma questa era solo un pretesto. Era celata la provocazione.  Era anche una manifestazione schizofrenica: Chiquito, in realtà, soffriva di  allucinazioni. Paquito era il suo amico immaginario. Era una disperata manifestazione della solitudine. Avendo paura del mondo, cambiava la realtà e riusciva ad essere cattivo.In questo mestiere, tu hai la possibilità di salire sul palco e quindi devi affascinare chi ti sta di fronte. A me piace provocare, stimolare l’attenzione ed essere anche stimolato:  è come fare l’amore con il pubblico. Il fine ultimo è quello di comunicare, di raccontare. Il pubblico non può uscire da un teatro con ‘la pancia vuota’, si deve nutrire. Devi saper graffiare l’anima”.

Tu hai scritto il  libro ‘Ho scoperto di essere pazzo, come una favola.’ che inizia con “Tutto cominciò quella mattina del 13 settembre 2003….” e finisce con “Ho bisogno di pace. Vorrei convivere”.  Me ne vuoi parlare?

“E’ un romanzo tragicomico. La storia di un uomo che scopre di essere pazzo, che si sente tormentato dal   mondo circostante.  Il peso della vita gli ha spezzato le spalle. La guerra non è soltanto al di fuori: la guerra ce l’ ha dentro lui. E’ un inno alla convivenza. Io non vedo altre soluzioni per  gli anni a venire se non imparare a convivere. Soprattutto con se stessi. Per assaporare la vita, attimo dopo attimo”.

“Bisogna pagar pegno a Piero Ciampi” diceva Fabrizio De André. Tu sei stato ‘folgorato’ dalla sua poesia  e lo hai portato in scena, insieme a Gian Piero Alloisio, in uno splendido spettacolo. Cosa significa oggi essere cantautore?

“Significa mettere in musica i tuoi pensieri. Credo che la musica abbia la capacità di ‘chiudere’ un pensiero. La musica è quel  verso in più. La musica ha uno straordinario potere  descrittivo che rafforza la parola. Come avviene nel cinema. Sono certo che un’espressione, uno sguardo valgano più di un monologo. Nel teatro è diverso: il corpo e le parole aiutano a narrare meglio. Così, nella canzone, grazie alla musica, le parole assumono un significato diverso”.

Si possono insegnare la comicità e la satira?

“Credo siano insite. Noi possediamo delle forze che sono ‘in panchina’, di cui, a volte, non si ha consapevolezza alcuna. Quando ho scritto ‘Ho scoperto di essere pazzo’ è stato un percorso doloroso. Mi sono denudato, spogliato, ho mostrato le mie fragilità. Sono andato come in apnea e ho liberato forze che non immaginavo di avere, ho scoperto sentimenti e virtù sopite. Le virtù’ urlano’ per essere liberate”.

Quasi un’immagine Dantesca….

Sì…’Aprite quella porta!’.  Insieme allo psicoterapeuta, Marco Maio, ho condotto un programma di esercizi per l’incoraggiamento e lo sviluppo del potenziale comico. Si possono trovare nuovi modi di stare con gli altri, al di fuori dei pregiudizi, esprimendosi liberamente. E la comicità, allora, irrompe”.

Un tuo desiderio?

“Continuare a scrivere. Vorrei stare dall’altra parte del palcoscenico. Inventare situazioni e personaggi”.

Quali parole estrai dal sacchetto? 

“Che ne sarà di me ? Convivenza. Serenità. Amore. Irriverenza. Cattiveria intellettuale. Coscienza. Solitudine Rabbia. Sì, rabbia ma non rancore. Perché questo sentimento ti rende schiavo e io non voglio padroni, tanto meno dentro di me”.

Caratterialmente, quali tratti hai ereditato dai tuoi genitori?

“Mio padre parlava pochissimo. Non aveva bisogno di tante parole perché era molto espressivo. Mia madre, al contrario aveva una personalità forte. Un’esplosione di parole e risate. Energia allo stato puro, era dotata di una fantasia straripante. Se non hai fantasia non arrivi da nessuna parte. Devi essere visionario, devi avere il coraggio di osare. ‘Io sono un ‘timido estroverso’ e faccio un mestiere dove l’esposizione è fondamentale”.

© Foto di Donatella Lavizzari


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