Adriana Soares: Soul Digitizing Art


    adriana  Colori

“La creatività risulta efficace solo quando è in grado di lasciare a bocca aperta. Come davanti a una nuova scoperta. La sua identità consiste nel rivisitare il sentito dire, trasformare realtà consolidate, generare nuovi orizzonti d’immaginario, creando e non sottostando sempre a quello collettivo”, scrive Viki Iovinella,  giornalista dei blog del Corriere della Sera

di Sabrina Spera

La creatività espressa da Adriana Soares, brasiliana naturalizzata italiana, stupisce e, soprattutto, cattura l’animo del suo interlocutore in un viaggio tra le onde delle riflessioni interiori profonde.
Nulla è banale e casuale nelle sue opere, dalla scelta dei soggetti ai colori, alle tecniche, in un sapiente gioco di seduzioni dei sensi.
Non lasciano indifferenti. Sono opere vive e da vivere, un interscambio inesauribile di anime ed emozioni. Un’esperienza sensoriale. Puoi entrare e incontrare te stesso ed altro di te, arricchendoti. Ma puoi tornarci e trovare ancora una zona inesplorata e solo tua.
Divengono parte dell’io creando un legame intimo, profondo.
La creatività di Adriana Soares è lo strumento per compiere un percorso dell’anima. Qualunque anima.
Adriana Soares, italo brasiliana, nasce come modella, ha girato il mondo e sfilato per grandi couturier come Gianfranco Ferrè, Krizia… poi in una notte, in un attimo la sua passione per quel lavoro è svanita sostituendosi per una passione coltivata ma non esercitata. Così si mette a studiare fotografia all’Istituto Superiore di Fotografia di Roma. Una nuova avventura… dopo aver ritratto animi, volti, corpi e vinto premi, come ”La Valentina” a Cosenza a luglio del 2013, si evolve,  torna in un certo senso ad un’antica passione, la pittura. Quindi, grazie alla fotografia, alla grafica e alla pittura inventa uno stile particolare, una tecnica mista. E grazie alla sua sensibilità dà vita a opere uniche…
Soul Digitizing Art, cosa vuol dire?
“Sono una ragazza profonda, lo sono sempre stata. La sensibilità è un dono, così si crede, ma a volte per me non è così. Quandi p tendo a ingrandire tutte le sensazioni. Sono come una grande spugna che assorbe energie ed ora con questo lavoro, riesco a dar voce a queste emozioni ed energie assorbite ed accumulate da anni. E’ l’anima mia e dell’universo che mi circonda che fuoriescono, cercando un linguaggio per comunicare,  gridano per questo Soul, anima. Digitizing, perché cerco di digitalizzare quell’attimo catturato con lo scatto, il mio scatto, il mio occhio che sente, vede e congela. La base sono le mie fotografie, poi cerco di fondere con altre immagini e colori. Una volta preso corpo io firmo il tutto con la pittura, cerco di colorare i miei pensieri”.
Per le tue opere utilizzi tanto colore e accostamenti, perché? Ha un significato particolare?
“Il colore da senso e sale alla vita. Cerco con la vivacità dei colori di dare un senso o un non senso, un pugno, vorrei svegliare chi guarda il mio lavoro. Molti sono in letargo, hanno dimenticato emozioni, sensazioni, hanno rimosso il fatto di essere vivi, e la vita è istinto e passione, non solo razionalità e ragionamento”.
La base delle tue opere sono volti femminili, perché?
“Al momento sono ispirata da loro, anche da me stessa, infatti molti dei miei lavori sono dei miei autoscatti e questo per me è strano, perché ad un certo punto della mia vita ho cercato di stare in ombra ma ho scoperto che il mio sguardo cela informazioni e sensazioni che neanche io sapevo che esistessero. Incredibile, serve da terapia a me stessa. Esorcizzo anche delle mie paure, come la morte e l’abbandono”.
Sono opere forti a volte inquietanti…
“Inquietanti? L’animo è una terra inesplorata e cela segreti di tanti generi ed io nel mio piccolo cerco di tirar fuori quelle cose che non si dicono, non si vedono e di cui si ignora l’esistenza. Non creo per gli altri, lo faccio per me e se questo fa ragionare, fa paura, intriga… vuol dire che il messaggio è arrivato e magari è catartico per chi lo guarda”.
A quale animo è rivolto? Le tue opere scuotono, catalizzano.
“A chi li guarda. A tutti, a nessuno, è estremamente personale. E’ un percorso privato ed intimo. Ognuno vede ciò che sente, infatti non spiego il lavoro, al limite hanno un titolo che conferisco istintivamente non mi soffermo, do un titolo di getto. E’ colui che guarda che dovrà trovare la sua strada dentro la foto”.


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