07/16/2020
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Alberto Ferrari: “Un figlio di nome Erasmus”, l’emozione del cinema lanciata sul web

di Mara Fux

Il nuovo film di Alberto Ferrari, protagonista del primo lancio cinematografico direttamente sulle piattaforme: un esperimento coraggioso ma assolutamente riuscito.

In tutta sincerità Alberto: ma quanta soddisfazione ti sta dando essere il primo regista a veder lanciato il proprio film sul web anziché in una sala cinematografica? 

“Tantissima! Una soddisfazione grandissima anche perché tutti quelli che lo vedono accedendo alle numerosissime piattaforme, parlano in maniera favorevole sia del film scrivendo che si sono divertiti della trama, sia degli attori che son stati tutti bravissimi e questo significa che il film è stato percepito”.

L’emozione quindi è stata colta nonostante sia stata vista sul web? 

“Sì, al cento per cento, vedendolo ridi, sorridi e ti commuovi, proprio quello che volevo trasmettere io e che poi non è altro che il senso della vita, affrontando la vita in senso tridimensionale. L’intero soggetto l’ho scritto ponendomi come domanda cosa mi sarebbe successo se avessi scoperto di aver avuto un figlio a 20 anni, come avrei reagito e cosa poi mi sarebbe cambiato davanti ad una scoperta così importante. E questa domanda ha dato il via alla storia fantastica dei quattro amici che affrontano il viaggio per scoprire chi di questi quattro sia il padre ed al di là del fatto che sia una storia spumeggiante e piena di divertimento, è interessante, secondo me, vedere come ciascuno di loro affronta il viaggio mettendosi in discussione”.

Quindi il viaggio in Portogallo è in realtà un viaggio dentro se stessi? 

“Certamente, è senz’altro un viaggio all’interno di sé che ti mostra come sarebbe stata differente la vita da quella che è poi stata la vita stessa”.

Quando avete girato il film? 

“Abbiamo iniziato le riprese a fine di maggio dell’anno scorso in Italia, poi ci siamo spostati in Portogallo dove abbiamo terminato ad agosto lavorando in un clima meraviglioso con la troupe portoghese”.

Quindi hai lavorato con due diverse troupes? 

“Sì, una italiana ed una portoghese, non si è trattato di un film girato in economia ma di un film ad alto budget. La Eagle è una casa cinematografica importante, molto vicina a produzioni come la Paramount, e certo non ha lesinato; lo dimostra anche il fatto che davanti all’impensabile imprevisto di un’uscita in pieno marasma da Covid 19, abbia reagito organizzando perfettamente il lancio di un primo film in streaming”.

Tu sei regista di teatro, di cinema e di televisione: quale dei tre ambiti preferisci? 

“Si tratta di tre luoghi tecnologicamente differenti ma per me quello che conta è raccontare storie perché tutte e tre, anche se in modi differenti, appagano una grande necessità dell’uomo che è il suo bisogno di ascoltare storie”.

E allora cosa cambia? 

“Per me solo la tecnica del racconto; la fiction forse la prediligo perché permette di dare più spazio alle emozioni, anche se oggi fiction e cinema si stanno molto compenetrando. Il teatro è differente ma io amo molto le contaminazioni e cerco di portare anche sul palcoscenico l’emozione di grandi pellicole, una per tutte il recente allestimento de ‘L’Esorcista’”.

Abbiamo detto che il soggetto di “Un figlio di nome Erasmus” è tuo, lo è anche la sceneggiatura? 

“Sì ma scritta a quattro mani con Gianluca Ansanelli, secondo me uno dei più bravi di quelli odierni”.

A cosa siete stati più attenti nella stesura del copione? 

“Mi piace molto mischiare le emozioni senza forzature, guardando tutto con una certa punta di ironia che non è costruita: lo fai perché ti viene. D’altronde, se ci pensi davanti una scena comica c’è sempre un risvolto melanconico e nel nostro film di questi momenti divertenti ma anche ‘poeticissimi’ ce ne sono moltissimi in cui tutti quelli che hanno una cinquantina d’anni ci si ritrovano”.

Qual’era l’obiettivo del film? 

“Cercavo di emozionare attraverso la visione di quella seconda occasione che la vita ti offre e il coraggio di affrontarla provando a coglierla, magari riuscendo pure a migliorare le cose”.

Tu lo fai? 

“Tendo a farlo anche troppo cercando la centratura delle cose importanti, quelle che lo sono meno magari si abbandonano. Sono le conseguenze dell’autoanalisi di cui spesso io abuso obbligandomi a pensare e ripensare. Ovviamente se ne hai un elemento: analizzi, separi e riprendi in mano la tua vita”.

Che altri progetti hai? 

“Visto il periodo tocca dire ‘che avrei avuto’ ma essendo un creativo anche questi mesi di fermo sono stati per me spunto di scrittura e completamento di lavori che avevo iniziato, una serie tv e un nuovo film ‘Chi non muore si rivede’, che affronta il tema della vita in maniera sorprendente”.

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