Alessandro Piragino: Scrivere per uscire dalla gabbia


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Incontriamo Alessandro Piragino,  romano, autore del libro di racconti “Liquide creazioni” uscito per onyxeditrice nel maggio 2013. La scrittura di Piragino, raccontando il quotidiano, conduce il lettore nel sottobosco della vita, tra i rottami e il disincanto di personaggi per esplorare la faccia più oscura, i loro incubi, ma senza la pretesa d’insegnare nulla. C’è molta poesia nel suo non fare poesia.

di Marisa Iacopino

Nella quarta di copertina si legge: “sono un folle bugiardo. Uno che ha passato la vita a raccontare balle a tutti.” Gli chiediamo se si riferisce alle bugie raccontate  da chi scrive storie.

“Penso che lo scrittore debba essere bugiardo. Se raccontasse la verità farebbe documentari, non creerebbe nulla. In realtà, noi inventiamo storie che, si spera, siano bugie ben raccontate”.

Da cosa nasce il bisogno di scrivere? 

“Sono tanti i motivi per cui si scrive. Sicuramente si tratta di un bisogno fondamentale come mangiare e bere. Credo poi che uno faccia lo scrittore perché non sa fare altro. E poi scrivere è terapeutico, aiuta a non spendere soldi in psicanalisi. Libera, in quanto è l’unico momento in cui si può dire e fare esattamente quello che si vuole, senza scendere a compromessi con nessuno”.

In un racconto, un pagliaccio scrittore  a un certo punto dice: “io non sono Dio, né idolo, ma un pazzo che per non fare il serial killer, si è messo a scrivere”. Si identifica in lui?

“Sicuramente. Penso che a tanti sia capitato, almeno una volta, di alzarsi la mattina, e sentirsi così oppressi dai doveri da farsi prendere da quella sana – che ovviamente sana non è – voglia di uscire con un machete, o una sega elettrica accesa, e fare una strage. Scrivere diventa una terapia, fa sì che tutto questo non accada. Aita a buttare i propri mostri sulla pagina”.

Per uno scrittore cos’è la responsabilità?

“Chi scrive ha responsabilità soltanto nei confronti di se stesso, non del lettore. Infatti, non si può essere completamente onesti verso gli altri, perché si deve scendere spesso a compromessi. Nella scrittura invece è diverso. Lì, si è veramente liberi. Lo scrittore deve essere capace di mettere parte della sua esistenza all’interno dei personaggi che crea e della storia che scrive,  e farlo con onestà, senza prendere in giro se stesso”.

Lo scrittore deve dare risposte?

“Chi scrive fa domande,  il lettore ricava le sue risposte. Se uno scrittore dà risposte, diventa pedagogico, e viene quindi meno al principio di responsabilità nei confronti di se stesso”.

Quali sono i suoi scrittori di riferimento?

“Quelli che non cercano di imbellettare il lettore con cose prefabbricate. Che scrivono per bisogno, e sulle pagine si legge anche la loro vita. Mi viene in mente la capacità di essere fancazzista di Irwin Welsh, la poeticità e il lirismo portato nel sociale e nella politica di Erri De Luca, o anche la  satira e a volte la demenzialità di Stefano Benni, o la provocazione e la trasgressione reale che si può vedere nei primi libri di Chuck Palahniuk”.

Com’è strutturata la raccolta di racconti?

“L’ho pensata divisa in tre parti: nella prima, ci sono personaggi che attraversano la vita  come lampi. Nella seconda, i personaggi sono rabbiosi, incazzati e disillusi quando non rassegnati. E poi c’è una terza parte, dove lo scrittore fa le sue domande senza che ci siano risposte. Il tutto, condito con un po’ d’ironia e qualche sorriso. Senza ironia, saremmo rassegnati. L’ironia, e soprattutto l’autoironia,  sono modi per non soccombere”.

C’è un termine interessante che torna spesso nel libro, l’aggettivo ‘liquido’. Sembrerebbe il filo conduttore dei racconti. Peraltro, appare nel titolo “Liquide creazioni”.

“Nel pensare alla raccolta, volevo rifarmi alla concezione del concept, tipica degli album di musica rock degli anni ‘70. Quindi, una serie di racconti che avesse un leit-motiv, una linea guida. “Liquide creazioni” è stato influenzato da una canzone dei Genesis “In the cage” dall’album “The Lamb Lies Down on Broadway”, dove il protagonista dice più o meno: Sono chiuso in una gabbia, e non posso passare attraverso le sbarre. Il problema dell’essere umano è che è solido. Se fosse liquido le attraverserebbe”.

Nella parola “liquido” vedo quindi la capacità di uscire al di fuori delle gabbie, di essere libero. 

“Insomma, quello liquido è un elemento che scardina certezze, rompe realtà solidificate, pensieri induriti, fino a rendere tutto d’un’altra forma: liquida, appunto”.

Quali sono i suoi progetti?

“Sto lavorando a un romanzo, e continuo a scrivere racconti per antologie”.

Qualche anticipazione sul romanzo?

“E’ la storia di un personaggio che vive facendo  lo spacciatore d’hashish e marihuana. E’ circondato da amici fancazzisti come lui. In una serata di capodanno, si ritroverà a dover superare una serie di prove. Dovrà lottare contro il “sistema”, quella cosa fatta di alta finanza, economia, capitalismo, religione, sensi di colpa, senso del dovere, per affermare se stesso”.

Non le chiediamo come finirà, per non rovinare la sorpresa dei futuri lettori…

“Anche perché il finale sarà la cosa meno importante”.

Una domanda avulsa dal resto: se dovesse connotare con un colore la sua scrittura, quale tinta darebbe ai suoi racconti?

“Più d’uno: il rosso, il viola, a volte il nero, altre ancora i colori del crepuscolo”.

Augurandoci di leggere presto il romanzo, salutiamo Alessandro Piragino con la suggestione delle sue parole: “Era agosto e faceva un caldo pazzesco. Una città magica. Sospesa sull’acqua. Un mondo romantico di liquidità e silenzio”.


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