10/20/2021
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Andrea D’Aurelio: Il Covid raccontato a proprie spese

di Roberto Ruggiero –

Dopo aver passato giorni interi in prima linea, tra dirette e aggiornamenti dell’ultimo minuto, si è ritrovato dall’altra parte della barricata, in isolamento, dopo essere stato contagiato. Ha dimostrato di essere più forte del virus e senza perdersi d’animo ha continuato a condurre il suo Tg da casa, trasformando la camera da letto in redazione.

La storia è quella del giornalista sulmonese Andrea D’Aurelio, volto noto di Onda Tv.
Come hai scoperto di essere positivo al Covid?
“Per puro caso. Lo scorso 6 novembre, un anziano morì dopo ore di attesa in ambulanza, fuori dall’ospedale di Sulmona. Quel giorno stazionammo davanti all’area triage per tutti gli aggiornamenti. Chi lavora in prima linea, ne accetta i rischi. Quando, qualche giorno dopo, ho cominciato ad avvertire un pizzicore alla gola, mi sono sottoposto al test rapido, che ha dato esito positivo. Fortunatamente, i sintomi sono stati piuttosto blandi: febbre per qualche ora, mal di gola, cefalea e dissenteria. Oltre alla classica stanchezza”.
Per un uomo, e giornalista di strada, cosa significa restare chiusi in casa per quasi un mese?
“Più che in casa, in una sola camera. Mi sono isolato, mentre i miei genitori sono rimasti al piano superiore. Sulla mia scrivania scrivevo, mangiavo, andavo in diretta TV, misuravo la saturazione. All’inizio mi è crollato il mondo addosso, poi mi sono fatto coraggio ed ho cominciato a pianificare il lavoro. Non mi sono mai fermato: per 26 lunghi giorni ho lavorato da casa, montando servizi per il telegiornale e andando in diretta su Facebook. Questa esperienza mi ha aiutato a guardare le persone con occhi diversi, a riscoprire l’importanza di una famiglia sempre disponibile, delle relazioni che contano, dei gesti di prossimità che non sono mancati, del pubblico che mi ha seguito e sostenuto”.
Hai verificato l’efficienza del sistema sanitario? Ti sei sentito monitorato e sorvegliato?
“Il tracciamento è avvenuto in tempi strettissimi e il mio tampone è servito a disinnescare un potenziale focolaio. Siamo riusciti a bloccare il contagio in famiglia e in redazione. Con la Asl ho avuto un contatto costante. Ho toccato con mano il grande lavoro degli operatori sanitari, tra tamponi e tracciamento, nonostante la carenza di personale. Ho visto e raccontato un sistema ospedaliero in difficoltà, che non era adeguatamente attrezzato per gestire le richieste di ricovero. Troppi pazienti sono morti di malasanità, non soltanto di Covid. Hanno influito le scelte di chi ha programmato. Nulla da dire sul lavoro quotidiano del personale medico e paramedico, che ha dato l’anima, soprattutto nei momenti più duri, togliendo tempo al riposo, alla famiglia e alla vita sociale”.
L’esperienza diretta con il Covid ha cambiato il tuo modo di fare informazione?
“È un anno che sono alle prese con numeri, bollettini, storie, problematiche varie. Ogni esperienza aiuta a crescere. Per questo sto cercando, con il mio lavoro quotidiano, di dare un contributo per cambiare paradigmi e approcci culturali verso l’emergenza, perché purtroppo c’è ancora chi sottovaluta il rischio”.
Cosa senti di voler dire a queste persone?
“Dico che ci vuole rispetto. Ognuno è artefice della propria sorte, ma ci vuole senso di responsabilità per le persone che abbiamo accanto, soprattutto quelle più fragili. Siamo tutti stanchi di misure, regole e divieti, ma non possiamo mollare ora”.

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