Andrea De Carlo: “La capacità del romanzo di raccontare il mondo”


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Un disco si ascolta anche molte volte di seguito, un libro che amiamo lo rileggiamo più volte. Ma anche senza rileggerlo, la sua musica ci resta dentro. Rimettiamo ogni volta quel libro sul giradischi della memoria e ne rimaniamo incantati.

di Donatella Lavizzari

Questo mi accade con Andrea De Carlo, artista poliedrico che conosce bene la chimica e la fisica della parola, e, soprattutto, ne conosce l’eros. La sua scrittura è fatta di immagini, suoni, colori e fragranze che danno vita ad un incantevole groviglio di emozioni. Con i suoi romanzi vi è una profonda capacità analitica nel raccontarci i rapporti umani.

Ciao Andrea, in una società che riduce la comunicazione all’osso, scrivere romanzi, per di più di 500 pagine, è quasi controcorrente. Come si vince questa  sfida oggi?

“Credendo nell’unicità del romanzo, nella sua capacità insostituibile di raccontare il mondo. Nessun’altra forma di comunicazione è in grado di attivare un processo altrettanto profondo, che coinvolge il cuore e il cervello con la stessa intensità”.

Scrivere è “un lavoro che dipende dalla luna e dalle nuvole come l’arte della pasticceria”, quali sono gli ingredienti che più ami aggiungere ad un tuo romanzo?

“Gli ingredienti della vita: i sentimenti, i rapporti, i sogni, le richieste, i nodi, le domande, le complicazioni”.

Per Marcel Proust ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. Cosa ne pensi? 

“Credo che qualunque romanzo rifletta chi lo scriva, ma solo un bel romanzo riesca anche a riflettere chi lo legge. Dipende dalla capacità di analizzare e capire situazioni ed esperienze, e poi renderle leggibili nella loro complessità”.

C’è una quota autobiografica e generazionale oltre a quella di pura invenzione nei personaggi e nelle situazioni che descrivi? 

“Scrivo sempre di cose che conosco bene, solo così riesco a riversare nei miei romanzi l’autenticità che ricerco. In questo senso tutti i miei romanzi sono autobiografici: non perché raccontino dei miei fatti personali, ma perché parlano del mio tempo”.

Ogni testo, ogni libro che scrivi ha un preciso mood? E uno solo?

“Ogni romanzo ha un suo ‘mood’ di fondo: il colore, o la luce, che distingue quella storia particolare dalle altre. Ma poi all’interno dello stesso romanzo c’è una varietà di atmosfere, a seconda dei punti di vista dei diversi personaggi, dei luoghi in cui si trovano, degli sviluppi della trama”.

Ogni nuovo libro aggiunge un cerchio ai precedenti. Ne costituisce la somma e contemporaneamente crea una specie di spirale che ci conduce più in là, ma sempre facendoci passare per gli stessi punti?

“Ogni volta che inizio a scrivere una nuova storia mi sembra di avere l’occasione di ripartire da zero, raccontare come se non l’avessi mai fatto prima. Però ci sono fili che collegano tra loro tutti i miei romanzi: idee ricorrenti, predisposizioni. In altre parole, il mio carattere che si riflette in quello che faccio”.

Oltre ad essere scrittore, sei anche musicista, regista e fotografo, quali sono i punti in comune, le contaminazioni tra queste espressioni artistiche che più ti affascinano? In che modo hanno influenzato il tuo modo si scrivere?

“Ogni linguaggio artistico offre a chi lo pratica specifiche possibilità espressive. E’ per questo che frequentarne più d’uno è stimolante, suggerisce idee, sollecita l’invenzione. Se da scrittore dovessi vivere in un mondo di soli libri, finirei per sentirmi in prigione, senza più voglia né slancio per raccontare niente”.

Quali sono le emozioni che provi ascoltando musica o suonando?

“Dipende dal momento in cui l’ascolto o la suono. Alcune canzoni, o anche solo alcune tonalità, mi caricano di energia, oppure mi suscitano malinconia, mi commuovono. La musica ha una dimensione misteriosa e affascinante, difficile da spiegare in modo razionale”.

La musica sa raccontare e le parole sanno suonare?

“La musica racconta, certo. Basta pensare a canzoni come ‘Yesterday’, ‘Ruby Tuesday’, ‘Romeo and Juliet’: ognuna è una storia intera. A loro volta le parole scritte di un romanzo hanno una musicalità, che si sviluppa nell’articolazione delle frasi, nel ritmo della punteggiatura, nella scansione dei paragrafi”.

Il viaggio è una costante nei tuoi romanzi, se chiudi gli occhi, tra tutti i paesaggi che hai descritto e conosciuto, qual è il primo che ti torna in mente?

“Forse il deserto di Atacama, in Cile, con la sua estensione apparentemente illimitata, la sua terra rossastra che ricorda la superficie di Marte”.

C’è un aneddoto divertente o peculiare che si è fissato nel tuo cuore o nel tuo  ricordo?

“Ricordo la visita a una scultrice un po’ matta, nella foresta australiana del Queensland. Si era costruita da sola una casa di legno in cui ospitava ogni tipo di animali, tra cui un emu, una sorta di struzzo australiano, che si avventava a colpi di becco sui biscotti che la padrona di casa mi offriva con il tè”.

Nei tuoi romanzi, mi colpiscono molto la puntuale descrizione di luoghi, ambienti, arredi e oggetti, l’attenzione agli aspetti sensoriali e la volontà di fare percepire il “genius loci” ai tuoi lettori. Quanto ha influito l’aver avuto un padre architetto come Giancarlo De Carlo?

“Il fatto che mio padre fosse architetto e urbanista ha certamente influito sulla mia percezione degli spazi, e del modo in cui vengono vissuti. I luoghi, costruiti e no, determinano in buona parte i comportamenti di chi ci vive, ed è indispensabile che un romanziere riesca a raccontarli”.

Partendo dal presupposto di pensare al progetto d’architettura fondato sui presupposti dei luoghi e delle culture degli uomini che vi partecipano, come immagini le città del futuro? 

“Come me le immaginavo da bambino: piene di spazi verdi, silenziose, con tapis roulant per i pedoni, mezzi di trasporto elettrici per le merci, vie d’acqua, ponti, piazze dove gli abitanti possano incontrarsi, angoli per la musica…”.


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