11/28/2020
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Angela Iantosca: “In Trincea per Amore”, voglio dare voce a chi non ce l’ha

di Mara Fux –

Giornalista e autrice di saggi a tematica sociale, Angela Iantosca, classe 1978, si sofferma stavolta sull’analisi di chi la tossicodipendenza la vive in quanto parente. Una lettura interessante per chi è genitore e che merita seria attenzione indipendentemente dal rapporto individuale con la problematica di partenza.
Quale spunto ha dato origine alla stesura di “In Trincea per Amore”?
“Nel 2015 sono entrata per la prima volta nella comunità di San Patrignano per realizzare un servizio per La Vita in Diretta trasmissione della quale ero inviata. Entrando lì, ho sentito l’urgenza di raccontare le storie di quei ragazzi, i drammi, le vicende, le ragioni che li hanno spinti verso la droga, ma soprattutto la scelta di tornare a vivere. Dalla raccolta delle loro testimonianze è nato ‘Una sottile linea bianca – Dalle piazze di spaccio alla comunità di San Patrignano’ (Perrone, 2018). Un saggio inchiesta che poi da settembre 2018 ho trasformato in monologhi teatrali che porto in scena con i ragazzi della comunità, all’interno del We Free, progetto di prevenzione alle tossicodipendenze della comunità che si trova a Rimini. Ebbene ad ogni rappresentazione e ad ogni presentazione del libro in questi anni sono stata raggiunta da qualche familiare di ragazzo tossicodipendente che mi ha detto: ‘Parla di noi’. Una richiesta forte che ho deciso di assecondare quando un papà tra le lacrime mi ha detto: ‘Ho fatto cose che un padre non dovrebbe mai fare’. È così che è nato questo nuovo viaggio attraverso l’Italia e attraverso le associazioni di genitori che lottano contro la droga, per raccontare la tossicodipendenza dal punto di vista di un padre, di una madre, di un nonno, di un fratello o di uno zio… Non solo: anche, anzi soprattutto, per dare punti di riferimento a chi si trova a fare i conti con questo dramma, per far comprendere che dall’inferno delle droghe si può uscire, ma è necessario chiedere aiuto e sapere che esiste una rete di persone pronta a tendere una mano”.
Guardare il dolore negli occhi di chi racconta lascia inevitabilmente un segno: qualcosa in te è cambiato?
“Ogni incontro ti cambia, ti attraversa, ti pone di fronte a uno specchio, ti spinge a guardare te stesso in profondità, ti fa riflettere sulle scelte fatte. Non esistono frasi fatte o di circostanza quando parli con chi ha sofferto o soffre, con chi ha un figlio sempre in bilico. E non esistono neanche quando poi racconti le loro storie, le ripercorri e le restituisci con delicatezza. Tutto ciò ti porta inevitabilmente a vivere fino in fondo questo che non riesco a definire mestiere. E ti porta a cambiare o a potenziare ancora di più alcune caratteristiche, a dare il giusto peso alle cose, a comprendere che la felicità è nella semplicità, nelle cose più piccole, che sono quelle a dover essere protette. Ma soprattutto ti spinge sempre più verso la verità. Quando parli con un ragazzo che ha fatto di tutto per la droga – ha mentito, ha fatto del male a sé e alla famiglia, ha spacciato, si è prostituito – e che poi ha deciso di riprendersi la vita, ti trovi di fronte una persona che ha avuto il coraggio di dirsi la verità – per quanto dura essa sia – di affrontarla e cambiare la sua esistenza e che per questo anche da chi è di fronte pretende la verità”.
La tossicodipendenza è un male sociale più vicino a ciascuno di noi di quanto si pensi. Hai avuto esperienza diretta con persone precipitate in questo incubo?
“Dal 2015 frequento la comunità di San Patrignano, ma anche altre comunità sparse sul territorio nazionale. Non solo, per scrivere, sono stata nelle piazze di spaccio e ho avuto modo di parlare con consumatori e spacciatori. Oltre a frequentare moltissime scuole d’Italia dove, secondo i dati ufficiali, circa il 34% fa uso di sostanze stupefacenti. Ciò che emerge è che la droga è democratica e trasversale, riguarda tutti. Non si ferma di fronte ai titoli di studio o al portafogli, interessa le periferie e il centro delle città. Ed è molto più capillare di quanto si pensi o di quanto si faccia finta di pensare. Anche se, purtroppo, se ne parla poco o si preferisce affrontare la questione solo nei termini di legalizzazione sì o no. Credo che il tema sia molto più complesso, perché ci si dimentica una cosa in ogni dibattito pseudo-politico o partitico: stiamo parlando della vita delle persone. Non del Pil. Stiamo parlando di sostanze sintetiche sempre più diffuse, di Nuove sostanze psicoattive i cui effetti sono ignoti, di fiumi di cocaina che rendono l’Italia la prima in Europa per consumi, di ragazzini precoci che già ad 11-12 anni usano droghe pesanti…”.
Nel tuo libro si amalgamano sapientemente la cronaca delle vicende dei “tossici”, l’incubo dei loro parenti, il conforto di chi opera nelle associazioni di riferimento. Su quali basi hai effettuato la selezione dei contenuti raccolti?
“Ho contattato le diverse associazioni sparse sul territorio nazionale, molte delle quali già conosciute nel corso degli anni precedenti. Ho parlato con i responsabili, ho assistito alle riunioni settimanali per mesi, ho parlato con i genitori e con chi era disponibile ho fatto lunghe chiacchierate, selezionando le storie in base al territorio, al tipo di racconto. Così come ho fatto per ‘Una sottile linea bianca’, anche per ‘In Trincea per Amore’ ho voluto far emergere la trasversalità del problema: la droga può nascondersi in famiglie modello, in famiglie con disagi economici o in fase di separazione. Perché come dicevo riguarda tutti”.
“Bambini a metà”, Onora la madre”, “Voce del verbo corrompere”, “Una sottile linea bianca” sono alcuni titoli dei tuoi testi più recenti cui denominatore comune è la chiave giornalistica. Mai pensato ad un romanzo?
“Il romanzo è sempre lì nel cassetto. L’idea c’è. Devo solo decidere di immergermi in una avventura diversa da quella del saggio. Scrivere un romanzo o un racconto di fantasia significa lasciarsi andare, attraversare una breccia e vedere cosa c’è oltre. Significa abbandonare i punti di riferimento dell’attualità, della cronaca, delle storie degli altri per dar vita a mondi solo miei … Lo farò”.
Qual è il tuo personale intento nello scrivere?
“Dar voce a chi non ce l’ha. Far emergere ciò che non è visibile. Dare dignità a qualsiasi vicenda umana. Abbattere stereotipi. Provare a far conoscere delle realtà a cui eventualmente anche poter chiedere aiuto. E poi far riflettere e far mettere in discussione chi legge, senza dare risposte, ma prendendo per mano attraverso le vite narrate. Mi piace portare allo scoperto ciò che al buio rischia di incancrenirsi: le ferite, invece, possono essere grandi occasioni”.
L’opera di scrittura che ben conosciamo marcia pari passo con il ruolo di direttrice del magazine di Acqua&Sapone: come riesci a dividere il tempo concedendoti anche spazi per te stessa?
“Mi riconosco una certa capacità organizzativa. La mia vita è piena di impegni, progetti, incontri, ma non rinuncio ai viaggi (a capodanno sono stata in Nepal, per esempio!), agli amici, alla mia famiglia, a spazio e tempo per me ed anche ad un filmetto visto stesa in relax sul divano, mentre fuori le cicale con il loro frinire mi ricordano che è estate”.
Stai lavorando a un nuovo tema?
“Sto lavorando a qualcosa di nuovo che uscirà nel 2021, ma ti anticipo che a fine ottobre uscirà un nuovo lavoro che ho ultimato durante il lockdown: qualcosa di inaspettato, ma che mi rende estremamente felice! Un sogno che coltivavo da anni e che finalmente prende corpo! I mesi di chiusura forzata a casa sono stati fondamentali per questo nuovo lavoro perché avevo bisogno di staccarmi dal mondo e vivere in una bolla sospesa… sei curiosa, eh?”.
Appuntamenti in programma cui i nostri lettori possono partecipare?
“Sono appena rientrata dalla prima edizione del Festival Lucca Città di Carta a fine agosto. A Caltanissetta lunedì 28 settembre. In via di definizione date per Caserta, Roma, Catania, Cosenza, Treviso, Rimini, Pescara, Teramo, Napoli. Tutti appuntamenti che sono stati rimandati causa Covid. Insomma, un po’ di pazienza e recupero tutto!”.

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