Antonio Zequila: Il pescatore di Amalfi


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Nel suo libro, Antonio Zequila parla di sé, della sua terra e della sua vita. Una confessione fiera da uomo del sud

di Marisa Iacopino

“Un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi.” Fedele al pensiero kafkiano, Antonio Zequila ha spaccato il ghiaccio dentro di sé. “Il pescatore di Amalfi” una confessione fiera, resa col piglio dell’uomo del sud, schietto anche quando riaffiorano ricordi imbarazzanti che lui non evita, perché parte del passato. Più che autobiografia, il libro è una chiacchierata con una voce amica che presta ascolto e a tratti sollecita, invitando a un lungo flusso di coscienza. In un pomeriggio di calura estiva, ci ha raccontato quest’esperienza.

Il titolo è un chiaro omaggio alla sua terra, osservatorio privilegiato da dove ha iniziato a osservare il mondo. Cosa rappresenta Amalfi e il mare? 

“Fin da bambino andavo a pescare, e ho imparato a guardare il mare, indice di infinito e libertà. Nuotare poi è liberatorio. Amalfi all’epoca era frequentata da molte straniere, e lì ho conosciuto i piaceri della carne. Da un punto di vista storico, dobbiamo ricordare la sua importanza, come una delle quattro repubbliche marinare”.

E’ stato sincero nell’argomentare di sé?

Ho sempre vissuto al di fuori di schemi e regole. Sono nato con un bell’aspetto, ma vengo da una famiglia solida. Fare l’attore non è facile. Certo, non vai in fabbrica, però non hai certezze. Io ho avuto coraggio e fortuna. Lo racconto nel mio libro, senza la presunzione di parlare d’una vita agiata che pure ho fatto. Vita da miliardario, anche se sono nato in una famiglia semplice; ho girato il mondo da sette a due stelle, ma ho anche dormito in macchina. Il senso di adattamento è una delle mie caratteristiche, sto bene nel jet set mondiale, come con le persone di strada. Quello che non sopporto è l’ipocrisia. C’è stato un periodo in cui ero solo, in quanto escludevo chiunque sbagliasse nei miei riguardi. Alla fine però mi sono ammorbidito”.

Modello, attore di fotoromanzi, di cinema, fiction televisive, attore di teatro, personaggio dell’Isola dei famosi. Da cosa ha tratto maggior soddisfazione professionale?

“La mia carriera è più variegata d’una gelateria! Ho iniziato a fare il modello per conoscere una donna bellissima, l’insegnante di portamento di mia sorella. Me ne sono innamorato e siamo scappati a Roma per vivere quest’amore, il primo per me. Poi ho fatto fotoromanzi, per la mia fotogenia, e dopo ancora ho avuto esperienze cinematografiche, televisive e teatrali. La televisione arricchisce l’attore, il cinema lo rende famoso, il teatro lo nobilita. Ho avuto la fortuna di fare un teatro importante con Enrico Maria Salerno, di essere diretto da Zeffirelli recitando per mesi Pirandello in “Sei personaggi in cerca d’autore” a Londra. Inoltre, ho fatto molta televisione. Il cinema di meno, anche perché in Italia non esiste più. Al neorealismo cinematografico si è sostituito il neorealismo televisivo: sono venuti alla ribalda Il Grande Fratello e L’isola dei Famosi, di cui ho fatto la terza edizione. Non la rinnego. All’epoca, fare l’Isola era prestigioso, ti dava visibilità. E poi sapevo che il mare mi avrebbe portato bene”.

L’esperienza dell’Isola può essere massacrante. Come è stato per lei?

“Coi tempi che viviamo, tutte le scialuppe di naufraghi…  quelli sono problemi veri, disgrazie della vita. L’isola dei Famosi la rifarei cento volte. Sei strapagato, e sai che ti trovi in un contesto televisivo. Quando ho fatto il reality avevo quarantadue anni, e me la sono giocata con tutta l’esperienza di trent’anni di lavoro. Nei programmi di intrattenimento televisivo per piacere al pubblico bisogna essere se stessi”.

Nel suo passato, innumerevoli love affairs con donne di grande avvenenza. Ha conservato la capacità di sognare “sotto un cielo di stelle”?

“Ho visto le stelle più di una volta, con donne diverse. Per inciso, ho dato al libro il titolo ‘Il pescatore di Amalfi’ perché se da piccolo pescavo pesci, crescendo, le reti si sono allargate e ho pescato anche sirene! All’età di cinquantadue anni, posso annoverare innumerevoli esperienze, come molti. Ho vissuto la vita con grande intensità, sia che si trattasse del rapporto di un’ora, o di anni. Sono un romantico, un passionale, insomma le qualità dello scorpione.  Nonostante abbia girato il mondo, le cose indissolubili restano la famiglia, i miei genitori e la donna che amo – l’intesa sessuale con lei”.

Cosciente del suo essere un bell’uomo, ma anche autocritico riguardo certi paragoni. A chi la definì il nuovo Gassman, lei risponde nel libro, “Gassman non si tocca.” Eppure è stato apprezzato da registi di grosso calibro!

“Ero all’inizio della carriera. Debuttavo da protagonista in Storia di ordinaria follia di Bukowski.  Ero un ragazzo di ventidue anni, bello, prestante. Franco Quadri, recensore di ‘La Repubblica’ mi definì il nuovo Gassman. Forse più per l’aspetto fisico, all’epoca… Certo, fa piacere essere equiparato a un mito, ma nel tempo lo devi dimostrare. Io ho cercato di farlo, anche se ad oggi non credo di aver espresso tutto il mio potenziale”.

Progetti all’orizzonte?

“A giorni, un provino importante per una fiction, e poi c’è in ballo un lavoro televisivo di intrattenimento. Vedremo”.

Per concludere, una domanda avulsa dal resto: se dovesse definirsi con un sapore, un colore, un odore…

“Amo l’azzurro e il blu cobalto. Per il sapore direi risotto allo zafferano, intenso. Infine, se penso a un odore, dico quello personale. Nonostante si usino profumi, se una persona ha un buon odore, è la cosa più bella!”.


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