Carlo Mucari racconta “er Gigante”


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Rappresentato in diversi teatri e location, ‘Er Gigante, la malinconia di un tempo piccolo’ é uno degli ultimi progetti del ‘cantattore’ romano Carlo Mucari, noto per le sue numerose interpretazioni cinematografiche e partecipazioni a programmi e fiction televisive.

di Donatella Lavizzari

Frutto e sintesi di anni di un attento studio, questo recital ci regala una particolare visione dell’opera di Franco Califano, della sua filosofia di vita e delle sue molteplici contraddizioni. Un nuovo modo di intenderlo, di suonarlo e di ‘viverlo’. Un lavoro estremamente ricco di elementi poetici, arricchito di svariate situazioni timbriche e musicali. Una freschezza d’ispirazione risalta in questa nuova avventura: una tavolozza dalle sfumature infinite che regala al pubblico un incantevole groviglio di emozioni, in un susseguirsi di brani e recitati per rendere omaggio alla spiccata personalità artistica del ‘Califfo’. Mucari ne è interprete intenso, dotato di una capacità unica di elaborare con virtuosismo, con vigoria e teatralità, un repertorio che spazia tra Minuetto, Una ragione di più, La mia libertà, La nevicata del ’56, E la chiamano estate, Un tempo piccolo e gli altri grandi successi del “Prevert di Trastevere”. Sul palco, ad accompagnare questo poliedrico artista vi è un quartetto dinamico composto da Claudia Tortorici (voce), Doriano Prati (fisarmonica), Bruno Ciarla (tastiere) e Marco Petriaggi (chitarra classica).

Ciao Carlo, quali sono gli elementi principali nell’ideazione di questo nuovo recital? 

“In tutta la mia carriera ho cercato di tener sempre presente due cose fondamentali per me: la libertà e l’emozione. Libertà di recitare, suonare o cantare quello che mi piace attraverso un’emozione che spero di riuscire a tradurre e trasmettere sempre. Con quest’ultimo spettacolo ho voluto rendere omaggio ad un grande artista, al ‘poeta maledetto, al poeta saltimbanco, al cantastorie’, raccontando il suo viaggio attraverso la sua poesia, la sua musica e i suoi monologhi”.

Il recital inizia con “La porta aperta”. Ce ne vuoi parlare? 

“Sì, inizio con questo brano perché mi sono domandato se, metaforicamente, la porta di Califano fosse aperta o chiusa mentre sentiva che la sua ‘musica’… era finita, mentre sentiva che il suo ‘tempo piccolo’ lo stava consegnando alla storia. Lui che ha sempre detto che sarebbe invecchiato cinque minuti prima di morire. Lui che andava a dormire cinque minuti dopo gli altri per avere cinque minuti in più da raccontare. Lui che diceva di essere un cantastorie, che raccoglieva pezzi di vita dalla strada e li raccontava poi a modo suo. Lui che per noi era semplicemente un artista, un artista che aveva scelto di vivere e combattere per difendere la sua libertà. Ha avuto molte donne ma soltanto una ha fatto sempre parte della sua vita: la solitudine. Franco diceva: ‘Nella solitudine che fai? Intanto impari a conoscerti, a stimarti, a non mentirti e soprattutto a farti compagnia… da solo’”.

Come hai conosciuto Califano? 

“Molti anni fa, erano i primi anni ottanta. Un mio amico press-agent sapendo della mia ammirazione per Califano me lo passò al telefono. Gli dissi che stavo provando a scrivere canzoni e lui mi invitò ad andarlo a trovare per fargli sentire qualcosa di mio. Abitava in via Sisto IV, a Prima Valle. Ascoltò i miei pezzi e alla fine disse: ‘Carlè te voglio bene però famo che ognuno se canta e cose sue e poi tu con quella faccia dovresti fà l’attore, appena giro un altro film te faccio fà na parte, che ne dici?’. Ha avuto ragione lui. Ho iniziato la mia carriera d’attore, ho proseguito per quella strada e, da qualche anno, in alcune serate mi travesto da cantattore”.

Oltre a questo recital, hai portato in scena anche Rino Gaetano. 

“Sì, ‘Uno spunto per la rivoluzione’ è uno spettacolo dedicato a Rino Gaetano, cantautore dissacrante che amo particolarmente, le cui opere sono pregne degli echi di Petrolini, Ionesco, Beckett e Majakovskij. Ripercorro la vita di Gaetano attraverso le sue canzoni, i suoi testi di prosa e i suoi riferimenti culturali e sociali”.

Cosa rende meraviglioso fare il tuo lavoro? 

“Ciò che rende meraviglioso fare il mio lavoro sono quegli attimi in cui sul palco si pulsa tutti con la stessa sensibilità, con ‘la stessa nota’. Sono momenti magici, dove non sono più io che sto facendo uno spettacolo, ma io e quelli che suonano e recitano con me ed il pubblico che assiste. Bisogna sempre avere la capacità di sentire se stessi ma anche e soprattutto di sentire gli altri”.


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