Carlo Verdone: Dal libro sulla sua casa ai tanti racconti e aneddoti di vita


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In un pomeriggio mite di fine inverno, Carlo Verdone ha regalato a giornalisti, curiosi e fans, momenti indimenticabili pieni di aneddoti in una delle sontuose sale di Villa D’Este a Tivoli. Si è rivelato un evento che arricchisce dentro, se si è in grado di capirne le sfumature.

di Silvia Giansanti

Carlo è una persona profonda che adora fotografare il cielo, positiva, di cultura e di talento innato che in più di trent’anni di carriera ha saputo dimostrare. Il suo libro “La casa sopra i portici”, pubblicato qualche anno fa, dà segno della sua spiccata sensibilità, narrando in prima persona la vita familiare e i ricordi legati ad essa. Era una splendida casa situata sul Lungotevere dei Vallati 2 che, alla morte del padre, è stata restituita al Vaticano. Dentro ci sono anni e anni di storia messi nero su bianco allo scopo di far rivivere fatti e personaggi, facendo così parlare le mura per l’ultima volta. Ha definito questo libro il suo film più bello. Venuto al mondo il 17 novembre del 1950 di venerdì, è stato chiamato Carlo Gregorio su suggerimento della nonna, dopo le preoccupazioni di una mamma molto romana e superstiziosa, perché quel nome a Roma significa ‘bucio de culo’. Sua mamma non sopportava la musica di Jimi Hendrix che Carlo ascoltava ad alto volume in camera sua, definendola musica del diavolo. “Sono due le figure femminili alle quali sono rimasto molto legato; mia madre e una signora misteriosa di nome Lina che chiamavo zia, una dama di compagnia di mia nonna che mi ha voluto un gran bene. Lei fu la prima persona che mi portò al cinema. Quando morì, ricordo che non parlai per molto tempo e mi nascondevo dappertutto. Avevo subito uno shock e così fui curato”. Quando ha proseguito descrivendo la casa, aveva la voce tremula per l’emozione. “Quella casa mi piaceva tanto, ricordo tutto e in particolare un terrazzo fantastico ora ridotto proprio male. Persiane verdi, vista sul Gianicolo, su S. Pietro, sulla Sinagoga fino ai Castelli Romani. Ho voluto far partecipe il pubblico attraverso le storie, i personaggi e le vicende di una famiglia. E’ un libro che ho scritto per rendere omaggio ai miei genitori e non per soldi. Un ricordo dei tempi migliori dal ’56 in poi. Gli anni ’60 sono stati straordinari in una Roma particolare, rispettosa e poetica, diversa dalla regressione di oggi”. Parlando dei suoi continui successi ha precisato: “Il pubblico cambia continuamente e lo devi sapere conquistare, quindi ogni film è una nuova prova. Non mi sono mai sentito arrivato, ho sempre lavorato con molto rigore e disciplina. Mi manca molto mio padre che mi avrebbe consigliato nel mio lavoro. A lui ho dedicato ‘Io, loro e Lara’, scomparso nel 2009 durante la realizzazione della pellicola. Una dura esperienza sul set”.

Solo una volta Carlo ha conosciuto una lieve flessione. “Nel 2000 ho preso un periodo di pausa, anche perché mi sono reso conto che stavo dedicando poco tempo ai miei figli. Visto che il film ‘C’era un cinese in coma’ non ha avuto il successo sperato, ho deciso di staccare un attimo prendendo due anni sabbatici e viaggiando con i miei figli. Così mi sono ricaricato e ho iniziato da capo divenendo di nuovo creativo”.

I ricordi di gioventù non sono mancati di certo quando Carlo usciva con una deliziosa ragazza. “Nel libro si racconta un episodio del Gianicolo quando ero in compagnia di una fidanzatina dell’epoca molto deliziosa che oggi invece ricercandola su fb, mi ha fatto prendere un colpo! Ero in macchina, fortunatamente non una 500 ma una 132 Fiat blu ministeriale, sigillata dai giornali che erano di una tristezza unica, simbolo dell’epoca delle coppie appartate. Siccome il faro del Gianicolo dà di fronte al carcere di Regina Coeli, ad un certo punto nel silenzio si sentì ‘A Ringooo, i limoni sono arrivati col sommergibile. Le arance arrivano la domenica di Pasqua, capito? Ti saluta er Saraga’… Erano praticamente i parenti dei detenuti che urlavano di notte ai detenuti stessi in codice”.

Un ottimo attore come lui ha però anche fan un po’ molesti. “Una volta a ponte Mazzini mentre ero in moto all’una di notte e stavo andando in Via Giulia, sono stato affiancato da un’altra moto con due ceffi. Quello davanti col casco e quello dietro senza. Uno dei due mi guarda e mi fa ‘Li mortacci tua ma che sei Carlo Verdone? Mamma miaaaa!’ Nel frattempo arrivavano sporadiche macchine da dietro che suonavano e lui gridava ‘Boni che sto parlando’! Ha perfino chiamato un suo amico che era in ospedale dicendo ‘Sergio, indovina chi c’ho al telefono? Carlo Verdone, te lo passo parlaci!’ Alla fine mi ha ringraziato dicendomi che a Roma c’è il Papa e ci sono io. Ma quando è ripartito a tutto gas ha detto una frase che mi ha colpito: ‘Grazie Carlo che mi hai ridato il sorriso, ho avuto un’adolescenza di merda’! Una volta un’anziana in un bar invece, mi ha intimato di non allontanarmi dalla commedia quasi minacciandomi. Mi ha detto che ero il suo antidepressivo privo di effetti collaterali”. Tramite questa conversazione, abbiamo scoperto anche il lato umano di Verdone. “Qualche anno fa una signora di mia conoscenza, mi ha pregato di andare a trovare sua sorella, visto che era prossima alla morte. Aveva il forte desiderio di ringraziarmi. Mi sono fatto dare il civico e sono così andato da lei, passando una serata meravigliosa. Era una signora fantastica molto fine che aveva conosciuto anche Fellini. Mi ha detto ‘continui a fare i film che io non potrò più vedere’. Tre giorni dopo è morta, ma felice e senza soffrire per aver avuto quest’incontro e la cosa non ha fatto che riempirmi di gioia. Però al quartiere si sono passati la voce e quindi sono stato chiamato più volte per andare a casa dei malati terminali. Avevo ormai l’agendina piena di appuntamenti e indirizzi. Era diventato un secondo lavoro”.

©Foto di Gaia Recchia


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