Angela Melillo: “Ricordo l’emozione dell’esordio a fianco di Paolo Limiti”

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Semplice, umile e determinata. Così è sempre stata Angela, che in questo periodo troviamo a teatro con lo spettacolo “Chi la fa la spettini!”, accanto a Gabriele Marconi. Ha conosciuto il successo negli anni ’90, diventando anche la “prima donna” del Bagaglino

di Silvia Giansanti

Se ancora vi lasciate ingannare dal suo viso d’angelo e dalla sua pacatezza nell’esprimere i concetti, allora siete totalmente fuori strada e non ricorderete che la sua forza di donna venne fuori durante la prima edizione del reality show “La Talpa”, dove Angela dimostrò di avere una resistenza psicofisica fuori dal comune. E’ una persona sensibile, gentile e  molto alla mano che non dimentica  le sue origini ed è sempre grata a chi ha creduto in lei. E chi ha creduto, ha avuto un ottimo fiuto, visto che ha dimostrato nel tempo di essere un’artista completa. Ha una mentalità vincente, guardare sempre oltre e non perdere mai di vista nulla in questo settore. Oggi ci sono due cose che in particolare la emozionano tanto, sua figlia in primis e il palco teatrale.

Angela, un ricordo che ti porti nel cuore ogni giorno riguardo la tua vita professionale?

“Il debutto di un programma a fianco di Paolo Limiti su Rai Uno. Ero molto emozionata col batticuore e ricordo che nell’attesa che si accendesse la lucetta rossa della telecamera, Paolo era lì che mi rincuorava e mi diceva che al pubblico deve arrivare la semplicità”.

In tutti questi anni cos’è cambiato dai tempi del “Bagaglino”?

“Tante cose. Dal punto di vista emozionale credo non sia cambiato nulla, soprattutto adesso che sto facendo tanto teatro. Non ti è permesso di sbagliare, si è a diretto contatto con il pubblico e quindi è tutta un’altra cosa rispetto la tv. Sono cambiate situazioni a livello di vita e di esperienze, qualcosa che  accade di molto forte, che conferisce maturità ed equilibrio”.

Quali sono i tuoi impegni attuali?

“Sono impegnata con uno spettacolo teatrale che si chiama ‘Chi la fa la spettini!”, in scena al Teatro delle Muse, a fianco di un attore comico molto valido come Gabriele Marconi e a un gruppo di una decina di attori, sotto la regia di Paolo Mellucci. La storia è ambientata in un salone di bellezza, in cui la titolare è in perenne dissidio con il suo hairstylist. Nel loro dualismo si inseriscono una shampista sballata e una romantica manicure. E poi le clienti più diverse e strampalate, con le loro storie personali che si confidano e si intrecciano. Comunque parallelamente come vuole il nostro tipo di mestiere, sto guardando avanti, lo faccio sempre come mentalità. Corro sempre qui e là. Non mi baso solo su uno spettacolo teatrale”.

Continui anche il discorso con la danza, il tuo primo amore?

“Sì, anche se purtroppo il tempo a disposizione è limitato. Cerco di allenarmi quando è possibile, anche se oramai la danza è dentro di me sin da piccola”.

Hai un sogno?

“Magari aprire, come Rossella Brescia, una scuola di danza tutta mia se dovesse presentarsi l’occasione. Mi sarebbe piaciuto continuare a lavorare anche nelle fiction”.

Provi più brividi lungo la schiena quando danzi, reciti o quando sei su un palco a teatro?

“Sicuramente a teatro su un palco, l’emozione che si prova è unica ed indescrivibile, grazie a quel silenzio che si crea, a quel mormorio o agli applausi. Si percepiscono le vibrazioni del pubblico”.

Parliamo della tua figliola. Quante soddisfazioni ti dà?

“Molte, le dedico tanto tempo e per questo nell’ambito lavorativo ho dovuto operare delle scelte. Un suo sorriso mi ripaga ampiamente delle rinunce fatte”.

Come ami vivere la città di Roma?

“La soffro un po’ in quanto sono costretta a subire il traffico per i numerosi spostamenti che devo affrontare durante la giornata. E’ una città meravigliosa dal punto di vista storico che altre città non hanno, ma dal punto di vista della viabilità è tutto molto caotico. Per non parlare della ricerca di un parcometro per pagare il parcheggio, che il più delle volte non funziona e magari nel frattempo ti hanno già fatto la multa. Inoltre, non sopporto le persone maleducate che contribuiscono a sporcare questa città, non prendendosi cura del posto in cui vivono”.

Una cosa che non sopporti del mondo dello spettacolo di oggi?

“La non coerenza, le critiche da parte di persone che non hanno né arte né parte. L’umiltà prima di tutto”.

Per cosa pensi di essere particolarmente apprezzata?

“Per il mio buon senso, per la mia precisione e la semplicità”.

A chi sei grata?

“Nella vita ai miei genitori e nell’ambito spettacolo a persone che all’inizio mi hanno dato varie opportunità come Pippo Baudo, Gino Landi, Paolo Limiti e altri. Credo che sia importante non dimenticarsi mai e dire sempre grazie”.

Sei ancora in contatto con i primi colleghi con i quali hai lavorato, come Gabriella Labate e altri?

“Sì, perché no?”.

In ultimo ci faresti il nome di un personaggio impossibile con il quale sogni di lavorare?

“Forse Steven Spielberg, un grandissimo”.

CHI E’ ANGELA MELILLO

Angela Melillo è nata a Roma il 20 giugno sotto il segno dei Gemelli con ascendente Gemelli. Caratterialmente si definisce solare, tenace e molto paziente. Ha come hobby il cinema e comunque il poco tempo libero lo dedica a se stessa. Tifa per la Roma, ama mangiare dolci e vorrebbe vivere all’estero in un posto caldo. L’anno fortunato della sua vita è stato il 2008 quando è nata sua figlia e il 1991, un anno molto particolare. Possiede un cane, un piccolo maltesino che si chiama Lexino. Vorrebbe anche un gatto in casa, ma è allergica al pelo. Così si dedica un po’ ai mici randagi. Attualmente è separata e ha un compagno. Ha iniziato la carriera nel mondo dello spettacolo come ballerina. Nel 1991 e nel 1992 è stata soubrette a “Il TG delle vacanze”, dove ha ballato in coppia con Gabriella Labate e ha preso parte a vari spettacoli del Bagaglino, ricoprendo anche ruoli di primadonna. Sempre nel ’92 ha affiancato Teo Teocoli e Gene Gnocchi nella conduzione di “Scherzi a parte” e dal 1999 al 2001 è stata a fianco di Paolo Limiti nella conduzione del programma “Alle due”su Rai Uno. Parallelamente all’attività televisiva, negli anni duemila ha partecipato a diverse fiction Mediaset e Rai come “Il maresciallo Rocca”, “La casa delle beffe”, “Love Bugs” e “La palestra”. Nel 2004 l’abbiamo trovata tra i concorrenti del reality show “La talpa” che ha vinto. E’ stata poi nel cast fisso di “Domenica In”. Come ballerina la ricordiamo in alcuni programmi come “Cocco”, “Stasera mi butto”, “Creme Caramel”, “Bucce di banana”, “Beato fra le donne” e “La zingara”. Ha avuto esperienze nel cinema in “Impotenti esistenziali” e “Al posto tuo”. A teatro ha recitato in tanti spettacoli; da “La vedova allegra”, a “Tutte pazze per Silvio”, passando per “Troppa trippa”, “Romolo e Remolo”, “Una fidanzata per papà”, fino ad arrivare all’attuale “Chi la fa la spettini!”.



more No Comments novembre 8 2018 at 14:01


Vanessa Incontrada: La regina della fiction

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Non c’è una fiction di successo che non abbia come protagonista la bella attrice nata a Barcellona ma italiana di adozione. Il suo pubblico l’ha ammirata di recente in “Non dirlo al mio capo” e il 25 novembre la vedrà nel film “I nostri figli”

di Giulia Bertollini

Ogni volta riesce a tenere incollati davanti al piccolo schermo milioni di telespettatori tanto da essere stata incoronata regina della fiction. Stiamo parlando di Vanessa Incontrada, protagonista della seconda stagione della serie Tv di successo “Non dirlo al mio capo”. Un ritorno atteso quello di Lisa Marcelli, personaggio da lei interpretato, che si troverà ancora una volta coinvolta in rocambolesche disavventure. Abbiamo incontrato Vanessa a margine della conferenza stampa per farci raccontare qualcosa in più sull’evoluzione del suo personaggio e sui suoi prossimi progetti.

Vanessa, come evolverà il tuo personaggio?

“Anche in questa seconda serie, Lisa continuerà ad essere un personaggio ironico, divertente, buono, dolce e sensuale. Si troverà ad affrontare ancora una volta dei casini allucinanti ma senza volerli. Ha un terribile difetto: quello di prendere una decisione inadatta in qualsiasi situazione. Peccato però che debba poi farsi carico delle conseguenze delle sue scelte. E si sa, le bugie hanno le gambe corte. Lisa però finge la verità per proteggere i suoi affetti più cari. E’ convinta di poter risolvere le situazioni nonostante le menzogne. Però alla fine si accorge di non farcela”.

Anche tu nella tua vita avrai raccontato qualche bugia…

“Certo. Sfido chiunque a dire di non aver mai raccontato bugie. Ho sempre mentito a fin di bene anche se qualcuna avrà fatto sicuramente male a qualcuno. Te ne racconto una che mi è rimasta impressa. Quando avevo 15 anni e vivevo a Barcellona volevo andare anche io in discoteca il venerdì pomeriggio come tutte le mie coetanee. Mia madre però me lo vietava. Furbamente, avevo architettato un piano. Infatti, nascondendo le mie reali intenzioni, le dicevo che sarei andata in biblioteca. Non so però se ci abbia mai creduto”. (ride)

E come reagisci invece ad una bugia?

“Dipende dal tipo di bugia e da chi la racconta. Mi è successo di credere ad una persona che diceva di volermi bene e di rimanere poi delusa quando ho scoperto il contrario”.

Come mamma, hai una bella responsabilità nel dire le bugie visto che i bambini hanno una memoria di ferro. Come ti comporti con tuo figlio?

“A Isal non racconto mai le bugie. Anzi, a lui parlo di tutto ovviamente tenendo conto della sua età considerando che ha dieci anni”.

Ti ha mai fatto qualche domanda che ti ha messo in imbarazzo?

“Sì, l’altro giorno mentre guardavamo la tv mi ha chiesto ‘mamma, perché non ci guardiamo Cinquanta sfumature di grigio’?. Alla sua richiesta sono sbiancata. Credo che ogni argomento debba essere affrontato con maturità e al momento giusto. Pertanto, ho preferito rinviarne la visione”. (ride)

Ti guarda in Tv? 

“Sì e giudica anche. (ride) Per esempio, una volta ha commentato il finale di una serie Tv in cui ero protagonista dicendo che non gli era piaciuto per niente. Per quanto riguarda le scene osé invece si è abituato tanto che quando le guardiamo assieme mi dice ‘stai facendo l’amore eh?’. Per la sua età, baciare equivale a fare l’amore perché lo interpreta come un contatto£.

Tra qualche mese compirai quaranta anni. Un’occasione importante per tracciare un bilancio. 

“Non cambierei nulla della mia vita. Vorrei solo non aver incontrato delle persone che mi hanno fatto molto male ma anche i momenti dolorosi fanno parte della vita. L’importante è superarli”.

C’è qualcuno a cui senti di dire grazie?

“Senza ombra di dubbio mio figlio. Da quando è nato mi ha continuato a dare questa possibilità e ora che è diventato più grande mi incoraggia e mi sostiene. Sento che è orgoglioso di me e questo non può che farmi piacere. E poi devo ringraziare anche la mia famiglia perché loro sono la mia forza”.

Da bambina, cosa sognavi di fare?

“Volevo diventare interior designer. Poi però la vita ha preso una direzione diversa e mi sono ritrovata a fare l’attrice” (ride)

Nel tempo libero ti ritroviamo a fare la commessa nel tuo negozio di abbigliamento, Besitos. Come si comportano i tuoi clienti quando si accorgono della tua presenza?

“Alcuni mi fissano sorpresi, altri sono intimiditi e altri ancora invece mi trattano come fossi una persona di famiglia o un’amica. E’ bello sentire l’affetto della gente”.

Come vivi la popolarità?

“E’ grazie al pubblico se faccio questo lavoro. Non sopporto però l’invadenza delle persone soprattutto quando non riescono ad intercettare un particolare stato d’animo. Per indole, non rispondo mai male anche se a volte ci starebbe bene”.

Ti stai dedicando ad altri progetti?

“Il 25 novembre esce il film ‘I nostri figli’. Sono legata a questo progetto perché tratta la tematica del femminicidio. A dicembre, invece sarò nuovamente in tv con una commedia insieme al mio amico Ricky Memphis”.



more No Comments novembre 8 2018 at 13:58


Lino Guanciale: “Ho iniziato a recitare per togliermi uno sfizio”

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È uno degli attori più apprezzati dal pubblico delle fiction. L’abbiamo visto di recente in “Non dirlo al mio capo 2” e nella seconda stagione de “L’allieva”

di Giulia Bertollini

All’etichetta di sex symbol non si è ancora abituato. Eppure con il suo fascino tenebroso ha conquistato in questi anni il pubblico femminile tanto da diventare uno dei volti più amati delle serie tv. Lino Guanciale è tornato a vestire nuovamente i panni dello spietato avvocato Enrico Vinci nella seconda stagione della fiction di successo “Non dirlo al mio capo”. Un personaggio quello da lui interpretato che gli ha riportato alla memoria il dolce ricordo di sua nonna quando lo esortava ad essere più cattivello. In questa intervista rilasciata a margine della conferenza stampa, Lino ci racconta qualcosa in più sul suo personaggio svelandoci anche alcuni retroscena della sua vita personale.

Lino, come ritroviamo Enrico?

“Enrico è costretto a crescere dal punto di vista emotivo e ha dovuto fare i conti con la fine di una relazione importante. Si è trovato ad essere un battitore libero nel vasto campo delle possibilità. In questa nuova serie, dovrà scegliere tra un grande amore del passato e uno che prometteva di essere il futuro. Mi piace definirlo come uno stronzo di talento, un uomo che è capace di fare del suo mestiere di avvocato uno schermo per difendere le sue fragilità dal mondo esterno”.

In una recente intervista hai rivelato che festeggerai i tuoi 40 anni concedendoti un bel viaggio in Patagonia. Un traguardo così importante merita un bilancio.

“E’ molto positivo. Ci sono state cose belle e cose brutte come credo capiti a tutti. Nella media mi sembra di essere stato piuttosto fortunato. Non mi posso assolutamente lamentare.”

Quando eri bambino immaginavi il tuo futuro? 

“Da bambino sapevo che mi piaceva il cinema e che avrei tanto voluto recitare. Cercavo però di lavare via questo desiderio”.

Perché? 

“Sai, vengo da una città come Avezzano in cui dire ai genitori di voler fare l’attore era qualcosa che non li avrebbe fatti stare tranquilli. E’ più facile trovare persone che vogliano percorrere quella strada a Roma o in altre grandi città. All’inizio quindi mi sono negato questa passione. Ho iniziato a recitare a 19 anni per togliermi uno sfizio. Infatti, mi ripetevo che avrei fatto il medico”.

Gli amici con cui sei cresciuto cosa dicevano di questa tua inclinazione?

“Gli amici delle scuole superiori incoraggiavano questa mia attitudine. Mi ripetevano sempre che era meglio fare qualcosa che mi avrebbe reso felice piuttosto che dedicarmi ad un qualsiasi mestiere senza la giusta motivazione. Da qui il conto che mi sono fatto è stato facile. Tribolare per dieci o dodici anni per diventare medico con il rischio di non poter perseguire il mio sogno sarebbe stato davvero frustrante”.

Come mai volevi diventare medico? 

“Mio padre è medico. Poi sai, per un carattere riservato come il mio ho sempre trovato una medicina nei rapporti umani. Proprio la professione di medico mi avrebbe consentito di avere a che fare con la gente. Riflettendoci bene però fare l’attore è anche meglio. Infatti, puoi fingere di essere più persone e questo ti permette di capire meglio anche l’animo umano”.

In famiglia non credo che abbiano preso bene la tua scelta. Mi sbaglio?

“Assolutamente no. Non ti dico l’apocalisse che è successa quando ho deciso di dire ai miei genitori che avrei voluto fare l’attore. Avevo passato il concorso per entrare alla facoltà di Medicina a Roma e l’ultimo giorno utile per iscrivermi confessai a mio padre che io non avrei mai fatto il medico. Dopo due ore di improperi vari, mio padre disperato mi disse ‘e ora io come ti aiuto?’. Almeno mio fratello Giorgio è riuscito a dargli una soddisfazione visto che è psicologo (ride). Devo dire però che in seguito mio padre ha saputo prendermi per mano e accompagnarmi in questo percorso. Non si è mai perso uno spettacolo. Se oggi sono qui è grazie ai miei genitori”.

Negli ultimi anni, sei diventato un volto molto amato dal pubblico. Qual è il tuo rapporto con il successo?

“Il successo non è stato mai per me un obiettivo. Mi piace abbracciare progetti interessanti che possano piacere al pubblico. Rimango piacevolmente colpito dal fatto che quando la gente mi incontra per strada mi chiama per nome come fossi un loro amico o parente. Se da un lato questo comportamento mi sorprende dall’altra mi scalda il cuore”.

Tra i tuoi prossimi progetti c’è anche la laurea.

“E’ da 15 anni che mi mancava solo la tesi. Ora mi sto impegnando a scriverla. Mi laureerò in Lettere e Filosofia con indirizzo Spettacolo”.

Altri progetti?

“Ad ottobre mi avete visto in tv anche con la seconda stagione de ‘L’allieva’. In questi mesi, sto ultimando le riprese a Trieste de ‘La porta rossa 2′. E poi mi dedicherò al mio amore, il teatro”.



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Mario Zamma, segni particolari: “Sbussolato”

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di Mara Fux

Il grande pubblico lo conosce per essere uno dei volti di spicco de “Il Bagaglino”. Tanti i personaggi imitati e ognuno mantenendo le proprie caratteristiche.

Mario e il Bagaglino.

“Quella del Bagaglino è una grande famiglia nella quale sono entrato nel 1987 e a cui sono onoratissimo di appartenere. Come si suole nelle grandi famiglie quando c’è un appello io sono sempre pronto a rispondere e quest’anno l’appello è previsto per il 21 novembre”.

Tra i personaggi che hai imitato quali sono stati quelli che il pubblico ha applaudito maggiormente? 

“Sicuramente Rosi Bindi, Buttiglione, Prodi, Beppe Grillo; e poi Benita, il primo che ho interpretato sul palco del Salone Margherita”.

Cosa è cambiato nel “fare satira” nel corso di questo trentennio? 

“E’ cambiato tutto, a cominciare dai soggetti della satira. All’epoca la satira politica faceva davvero da padrona, erano i politici stessi che chiamavano per essere rappresentati perché capivano bene che, al di là della nostra rappresentazione sempre molto fine e sottile, comparire sul nostro palcoscenico voleva dire essere in voga. Oggi le cose sono ben diverse, a cominciare dal fatto che non ci son più veri partiti: oggi se dici un improprio a Renzi rischi di offendere la mamma di Berlusconi”.

Contemporaneamente all’attività del Bagaglino sei in tour nazionale con “Tre papà per un bebè” e “Sbussolati”. 

“Esatto, due lavori teatrali prodotte dalla Good Mood di Nicola Canonico che nella prima è anche in scena come attore. Ad entrambe tengo molto perché con il loro successo fanno anche capire al pubblico che io non sono soltanto un imitatore. Ti dirò di più e cioè che proprio grazie alla reciproca stima professionale e alla sincera amicizia che si è creata con Nicola nel corso delle 50 repliche di Tre Papà, è nato il progetto ‘Sbussolati’, firmato anche da Roberto D’Alessandro che ne ha curato la regia, portato in scena lo scorso anno per la prima volta e replicato a inizio ottobre al Teatro delle Muse”.

Di che si tratta? 

“Io amo definirlo un progetto teatrale sociale perché attraverso la rappresentazione della vicenda personale del protagonista unico e assoluto, che sarei io, finito sul lastrico dopo la separazione da una moglie di quelle che ti toglie tutto e ti fa finire a dormire in macchina, vengono analizzati tutti gli aspetti del mondo che ci circonda. ‘Sbussolati’ è il disorientamento della società di oggi che va veloce e non sa più che fare:  è uno spaccato in cui tanta gente si ritrova”.

Come reagisce il pubblico? 

“Partecipa. La comicità è figlia del dramma e la verità è che si ride sui drammi quando li si vede rappresentati. E’ anche un po’ catartico. Molti vedono in quello che succede il dramma dei papà fuori casa, quelli costretti a separarsi dai figli, messi sul lastrico da mogli iene. Analizzo parecchio anche la figura della donna di oggi differenziando bene quelle che nel matrimonio vedono un punto di partenza e quello che lo vedono come un affare da combinare per sistemarsi.”

Quindi, riassumendo per i tuoi fans, la tua stagione ti impegna con il tour di “Tre papà per un bebè” e “Sbussolati”, nonché con la messa in onda degli appuntamenti al Bagaglino in televisione, giusto?

“No, ce n’è ancora uno, stavolta in libreria ovvero con il mio libro ‘Malincomico’, una sorta di elettrocardiogramma con cui analizzo l’intera società di oggi punto per punto, passione per passione. Ma se di questo vuoi sapere di più c’è una sola cosa da fare: leggerlo”.



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Annachiara Mantovani: “Sono una donna non sono una Santa”

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Applaudita in questo inizio di stagione nello spettacolo teatrale “La Santa sulla scopa”, al teatro Anfitrione, dove interpreta Apollonia, la protagonista

di Mara Fux

Nata a Roma, si è formata al Piccolo Teatro di Milano. Ha avuto esperienze al cinema e in tv con varie fiction ma è il teatro l’ambito in cui si sta togliendo le maggiori soddisfazioni.

Fare l’attrice era il tuo sogno da bambina: quando hai capito che il sogno poteva trasformarsi in realtà? 

“Ho capito presto che il gioco dell’interpretare altri ruoli, di fare altri personaggi mi avrebbe consentito di raccontare una parte di me che nella vita o nel comportamento quotidiano non sarebbero venute fuori. Certi personaggi ci danno l’opportunità di rappresentare dei percorsi che non sapremmo raccontare con la nostra vita ma attraverso loro si riesce; attraverso il loro spazio, il loro tempo e le loro reazioni è possibile per un attore raccontare un proprio percorso”.

Il tuo percorso artistico? 

“A 20 anni mi sono iscritta a drammaturgia e contemporaneamente ho cominciato a far gli esami per entrare nelle accademie più prestigiose d’Italia; nel ’96 ho superato le selezioni al Piccolo di Milano dove mi son diplomata nel ’99”.

Dopodiché sei tornata a Roma? 

“Sì e mi son subito resa conto quanto fosse difficile vivere facendo questo mestiere considerata anche la difficoltà del venire a conoscere le occasioni per fare i provini. Così partendo dalla domanda ‘quale tipo di teatro avrei voluto fare’, ho iniziato a creare una serie di collaborazioni con altri artisti e a mettere su degli spettacoli. Così sono nati ‘A lui non diceva nulla’ con le musiche di Dimitri Nicolau ed il sassofonista Pier Paolo Iacopini o una rielaborazione de ‘Il barone rampante’ con un quartetto d’archi o ancora una biografia di Feuerbach rappresentata su testo del docente di filosofia Fulvio Iannaco con la regia della pittrice R. Napolano”.

Un ruolo cui sei rimasta affezionata? 

“Ci sono molti ruoli che mi hanno lasciato parte della loro vita in particolare credo mi abbia toccata fortemente la storia di Anna Cap, la sedicenne che per otto anni ebbe una relazione amorosa con Ludwig Andreas Feuerbach: ancora mi fa scoprire parti di me parlando del primo innamoramento di una donna, della delusione ricevuta e della possibilità di reagire in modo intelligente, non distruttivo e soprattutto non autodistruttivo”.

Che ci dici invece di Apollonia, personaggio che stai interpretando al Teatro Anfitrione ne “La Santa sulla scopa” di Luigi Magni? 

“Anche Apollonia offre molte possibilità di approfondimento sempre sul femminile e sul rapporto di potere che il maschile ha sul femminile”.

Ami dedicarti a progetti di scrittura che solitamente sfociano in opere teatrali: ti stai dedicando a qualche particolare soggetto? 

“Proprio da poco ho terminato la stesura di un testo teatrale al quale tengo molto, una favola tratta da ‘Le Metamorfosi di Apuleio, la favola di Amore e Psiche’: anche lì c’è una giovanissima donna che affronta la vita, l’adolescenza e il primo incontro con l’uomo, con tutte le sue difficoltà,i dubbi, le incertezze, l’ingenuità ma anche la malignità e l’invidia delle persone che ha intorno”.

Negli allestimenti che porti in scena la musica ha grande importanza: la ritieni complementare alla tua professione? 

“Io credo di aver voluto fare prima la cantante e poi l’attrice… Comunque sì, l’importanza del canto e della musica è notevole in tutti i miei spettacoli. La voce è il punto d’incontro delle idee con il corpo, è emessa dal corpo ma esprime il pensiero e le immagini quindi è essa stessa incontro tra lo psichico e il fisico”.

Hai iniziato la stagione interpretando al Teatro Anfitrione “La Santa sulla scopa” di Luigi Magni; un buon motivo per venirti a vedere? 

“E’ un testo profondissimo e complesso sul rapporto che la religione ha con la donna, con il femminile; rientra perciò nel mio percorso personale perché trovo che la violenza esercitata dalla religione sulle donne sia assoluta e ossessiva. Qui la tematica viene affrontata con ironia e sarcasmo ma anche con lucidità”.

A dirigerti ne “La Santa sulla scopa” è Eleonora Pariante, tua collega sul palcoscenico: avete lavorato assieme sul personaggio? 

“Eleonora è una gran professionista e il testo offre talmente tante possibilità di approfondimento che c’è stato un continuo scoprirne assieme le sfumature con grande serenità e curiosità”.

Un titolo così accattivante che per di più manca dalle sale da qualche anno ha già in prospettiva un tour  nazionale? 

“Beh, io spero che lo spettacolo piaccia e venga visto e che nascano possibilità per girare l’Italia”.

Quali sono i tuoi prossimi impegni artistici nella stagione? 

“Per ora, sempre al Teatro Anfitrione con Sergio Ammirata nella commedia ‘Seppelliamoli nel parco!’. Dopodiché si vedrà”.



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Roberta Palopoli: Romanzo della borghesia romana

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Psicologa di professione, e figlia di Simona Marchini, ha presentato la sua opera prima “Mater Dolcissima”

di Donatella Gimigliano

La psicologa Roberta Palopoli ci parla della sua opera prima, “Mater Dolcissima” (Emersioni Editore), appena presentata in un’affollata sala del Palazzo delle Esposizioni di Roma con relatori di eccezione come Michele Mirabella e Arnaldo Colasanti, introdotti da Michele Caccamo. Protagonisti del romanzo, che narra le abitudini e i moralismi di una famiglia della borghesia romana, sono Anna, Betta, Lorenzo e Marco, le prime due unite da un forte legame. Un’assurda decisione cambierà la vita di una delle due. Sarà Anna la testimone principale di una vicenda con continui cambiamenti e inaspettati salti di scena, proprio come nella vita.

La borghesia romana, l’incomunicabilità, la dispersione dei sentimenti. Da cosa nasce questa sua esigenza di parlarne in un romanzo?

“Ho voluto affrontare una città immobile e avvolgente, che ho vissuto negli anni d’oro della speranza, e che adesso ritrovo nella totale decadenza. La borghesia romana soffre di dolori spesso non riconosciuti e si abitua a coprirli con comportamenti omologati, meccanismi difensivi provocatori, snobismo, che mascherano un profondo bisogno di considerazione stimolando invidie, pregiudizi e indifferenza. Ho voluto dato voce all’isolamento interiore che si può creare, nonostante le possibilità economiche. I miei personaggi sono sensibili, sofferenti, ma mai plateali, come la borghesia richiede. A loro modo sono anche generosi. Si impauriscono così tanto da non riconoscere i propri bisogni. Comunicano poco tra loro, faticano ad esprimere l’amore che li lega a persone e cose. Riconosco questa tendenza, oggi, in una Roma trasformata in cui ‘il borghese’ sta scomparendo, per lasciare il posto a persone, quartieri, distanti da ceti, ideali, aggettivi”.

Lei racconta di un nucleo familiare arido, e opportunista. Pensa sia il declino inevitabile dei nostri tempi, o ritiene vi possa essere ancora spazio per l’armonia e la condivisione all’interno della famiglia?

“In realtà il nucleo familiare che ritraggo è ‘abbastanza’ arido e ‘abbastanza’ opportunista. Mai totalmente. Il non detto tiene legata la famiglia, per quarant’anni fa da collante, perché, fuori, nessuno saprebbe reagire al peso delle esperienze, positive o negative. Più che aridi, i personaggi mi appaiono abituati a gestirsi, a scapito di un’emotività che altrimenti sarebbe incontrollata. Ognuno di loro si ribella per poi tornare; esplora, per poter restare. Riguardo la tendenza dei nostri tempi, penso che alcune famiglie possano ancora condividere; il fattore fondamentale risiede nella capacità di sacrificare una parte di affermazione personale e di ambizione a favore di stabilità e continuità di rapporti. Presupposto fondamentale: una psicologia stabile o una profonda collaborazione e volontà di compromesso”.

“Mater dolcissima”, perché questo titolo?

“Il titolo del libro richiama a un episodio in cui il personaggio principale parla con Maria, madre per eccellenza, e la prega umilmente, in una chiesa romana”.

Quale personaggio rispecchia il suo animo?

“I personaggi rispecchiano tutti il mio animo, un pezzetto ciascuno. Un autore si ‘divide’, entra nelle sue storie, le sente come fosse presente, tra le righe. Anna, Lorenzo, Marco, esprimono sentimenti, paure, desideri sopiti, rabbia che si alternano dentro di me; sono molto affezionata, a ognuno di loro”.

Nel finale ha voluto sorprendere il lettore. Senza svelarlo, ritiene sia possibile un amore che superi la condizione sociale?

“Rispondo onestamente, e non in maniera politicamente corretta. Oggi, nel 2018, credo sia complicato superare le barriere sociali, che solo apparentemente non esistono più, a causa del bombardamento inconscio di affermazione, guadagno, merito dettato dal successo e dal denaro. Chi il denaro lo possiede già, si sente spesso minacciato, teme interesse senza sentimento reale, non condivide le stesse abitudini dell’altro, fattore che può portare a separazioni e incomprensioni. Avendo ricevuto un’educazione di grande apertura e sentimenti puri, spero profondamente nel superamento di differenze sociali, culturali, emotive. Sempre. Per questo si scrivono storie, per poter dare vita ai sogni”.



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Larissa Pop: Una vita sotto i riflettori

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Playboy Italia è stata soprattutto una sfida con se stessa, con la timidezza che fa parte del sua carattere e con l’ansia dei giudizi che inevitabilmente le sarebbero piombati addosso. Invece gli scatti che l’hanno vista conquistare le pagine di una delle riviste più amate dal popolo maschile sono un trionfo di eleganza e sensualità. “Penso che rappresentino bene il mio modo di intendere la seduzione che ogni donna deve esprimere” riassume Larissa Pop, 22 anni, un cognome che tradisce origini straniere (papà americano, mamma che vive fra Italia e Londra) anche se ormai Milano l’ha accolta da anni. Sarà anche per questa sua vocazione internazionale che sui social sta spopolando a vista d’occhio, portando avanti quella passione per la moda che ha nel dna. Ad essere sotto i riflettori della macchina fotografica d’altronde ci ha fatto l’abitudine sin da piccola, “oggi continuo a lavorare in quest’ambito anche se è sempre più difficile farsi notare. Ho avuto la fortuna di iniziare a fare la modella da bambina e quindi di vivere questa situazione con molta inconsapevolezza. Questo mi è servito ad avere sempre un buon rapporto con l’obiettivo”.

A vederla così, sembra una strada tutta in discesa.

“E invece no. Ho paura di non essere ‘abbastanza’ ogni volta che devo iniziare una sessione fotografica o una ripresa. Ma quando poi tutto ha inizio le sensazioni negative passano. E’ stato così a Uomini e Donne dove mi sono molto divertita e dove ho imparato cosa significa lavorare davanti alla macchina da presa. Anche partecipare ai concorsi di bellezza dove ho vinto Miss Pin-up e la selezione Lombardia per miss Universo qualche anno fa mi ha fatto crescere tanto”.

Il meglio, però, deve ancora… venire.

“I momenti forti saranno quelli che verranno, ho molti progetti su cui sto lavorando e collaborazioni da sviluppare; ma per scaramanzia meglio non parlarne troppo! Sono reduce da un’uscita su Playboy Italia, motivo di orgoglio e soddisfazione”.

Riavvolgiamo il nastro di questa straordinaria avventura sotto i riflettori.

I”l primo set non me lo ricordo ero piccola ed era una campagna per Petit Bateau! Ma posare per amici e compagni di scuola è sempre stato parte di me e l’avventura è iniziata così. Poi sono venuti cortometraggi e video musicali oltre ai social e alle pubblicità. Ogni tanto provo anche a mettermi dietro la macchina fotografica e vorrei partecipare con i miei scatti ai contest di GuruShoot”.

Sui social il tuo personaggio piace, eccome se piace.

“Chi non ha chiesto e dato un consiglio ad amici e parenti prima di comprare qualcosa o di scegliere le vacanze? Quello che cambia oggi è che possiamo farlo con una famiglia allargata potenziale di milioni di utenti e da questo potenziale è nata una professione. La domanda di fondo è: quante persone devi poter raggiungere per essere un Influencer? Penso di essere una influencer non quando guardo a quante persone mi seguono su Instagram ma quando vedo che i miei scatti vengono salvati migliaia di volte e centinaia di persone mi chiedono in direct consigli e informazioni”.

Lontana dai riflettori, che ragazza sei?

“Non penso di essere esibizionista nella vita quotidiana come sul set. Certo che mi capita di ricevere apprezzamenti anche da persone insospettabili e nei contesti più strani. Tuta e felpa per le situazioni più easy e vestitini che strizzano l’occhio al bon ton senza dimenticare che una donna deve avere sempre un che di sexy per la città. La sera rigorosamente tacchi e in spiaggia che il costume sia piccolo a sufficienza da non creare brutti segni all’abbronzatura”.

La moda è parte di te.

“Collezionare borse e fare gli occhi a cuoricino davanti alle vetrine dei negozi è considerato hobby? Perché per la moda e gli accessori ho una passione e sono in grado di raccontare praticamente tutto di ogni modello di Hermes, Chanel & co. Potrei quasi farne una professione!”.

Guardando le tue fotografie, non sfugge quella macchiolina che hai sul collo.

“Ecco quello che mi chiedono praticamente tutti, ogni volta che posto una foto! La macchia sul collo non è una voglia ma una piccola bruciatura che mi sono fatta da bambina. Ho pensato di farla togliere in passato; ma alla fine è qualcosa di unico che fa parte di me”.

Tu e il futuro: dove ti vedremo?

“Progetti molti, svariate collaborazioni per alcuni film anche se con parti minori e shooting per diversi cataloghi di moda e pubblicità. Sto ampliando i fotografi  con cui collaboro anche per avere sempre nuove idee e prospettive. Tra dieci anni mi vedo tante cose: un’attrice, una super business woman. Sarà il tempo a deciderlo”.

CONTATTI SOCIAL

Instagram: @poplarissa



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Domenico Marocchi: “Agorà è una sfida entusiasmante”

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Ha collaborato con “Uno Mattina” e con diversi programmi come la “Vita in Diretta”, “Storie Italiane”. Oggi lo troviamo ad “Agorà” su Rai Tre

di Simone Mori

Domenico Marocchi, giornalista professionista dal 2008, laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna, voce di alcune radio locali – fra le altre L’Altra Radio e Radio Linea Network – è stato tirocinante presso la redazione del Tg1 (cultura e spettacoli) e presso la redazione giornalistica di Uno Mattina. Da lì diversi programmi come la “Vita in Diretta”, “Storie Italiane”. Oggi lo troviamo ad “Agorà” su Rai Tre. Conosciamolo meglio in questa chiacchierata.

Ciao Domenico, raccontaci qualcosa di di te. Chi sei, le tue origini, la tua gavetta per entrare nel mondo del giornalismo.

“Ma sai che fin da piccolo ho avuto la passione per i giornali e le notizie? Ricordo di aver imparato a leggere ben prima di andare a scuola, grazie ai fumetti dei ‘Corriere dei piccoli’. Credo di aver sognato pure di fare l’edicolante… immaginavo tutti quei giornali e quelle riviste a mia disposizione, una goduria. Sicuramente, vista la crisi dell’editoria e della carta, non avrei fatto un grande affare. Successivamente ho iniziato ad affiancare agli studi anche numerose esperienze, prima nelle radio poi nelle tv locali marchigiane. Grazie all’Università di Bologna ho fatto uno stage al Tg1, sono diventato giornalista professionista e poi sono arrivati alcuni contratti con Sky Tg24. Sette anni fa, grazie ad un concorso per nuove risorse, selezionato da Pippo Baudo e Maurizio Costanzo, sono entrato in Rai. Da lì è partito il mio percorso come inviato in numerosi programmi di infotainment. Sabati, domeniche, mattine e pomeriggi, con la neve o sotto il sole cocente, Natale e Ferragosto… diciamo che il daytime di Rai Uno l’ho coperto tutto, centinaia (ormai migliaia) di trasferte e di collegamenti in diretta per raccontare l’Italia e gli italiani”.

La versatilità professionale è un tuo punto di forza. Cosa ti piace di più di questa tua dote?

“Anzitutto sono contento che te ne sia accorto! Pensa che per molti è un difetto, i più critici mi rimproverano sempre ‘Dovresti specializzarti in un unico settore, dovresti fare questo, evita quello’. Più me lo dicono e più faccio il contrario, mi piace sparigliare le carte, approcciare una notizia ‘alta’ con un tono più popolare o un evento più frivolo con un linguaggio istituzionale. Di questo lavoro amo la ricerca continua, la sfida, la curiosità, il rendere interessante e fruibile tutto ciò che racconti. Se il giornalismo televisivo si riduce a un compitino sterile per un’élite e ad una serie di faccette di circostanza è meglio dedicarsi ad altro”.

Hai incontrato personaggi famosi di ogni ambiente pubblico. Racconta qualche aneddoto ai lettori di GP Magazine.

“Posto che il mio habitat ideale per capire dove va questo paese è il mercato, con un gruppetto di anziani che si prende il caffè (anche corretto) alle 10 del mattino, mi fanno ridere le giovani popstar o gli attori emergenti che quando arrivano a Sanremo o a Venezia o a Cannes, iniziano a tirarsela e a darsi arie, quasi come fosse un obbligo. Consigliati (male) da agenti e uffici stampa questi ragazzi si fanno terra bruciata introno, volti imbronciati, risposte a mezza bocca e l’immancabile ‘scusa ma devo andare’. Imparassero da pozzi di talento ed umiltà come Morandi, Baudo o Costanzo, starei ore ad ascoltare i loro aneddoti e loro sono sempre generosi, ad ogni intervista. Per non parlare di Al Bano, un vero opinion leader in questa Italia così mutevole. Io li candiderei tutti e quattro”.

Il giornalismo oggi viene preso di mira continuamente perché fazioso, perché impreparato, perché troppo spesso poco approfondimento viene fatto. Cosa risponde Domenico Marocchi?

“Che non è così, o meglio, l’accusa ci può stare e la critica fa bene, per migliorarsi. Ma oggi più che mai il giornalista torna a fare ‘il cane da guardia’, un faro che possa indicare la strada verso la verità nel mare di internet, fra fake news, algoritmi inquietanti e profili di troll che diffondono falsità, spesso per fare propaganda. L’importante è la formazione, lo studio e il rispetto delle regole, la consapevolezza che questo – seppur fra mille difficoltà – è ancora un mestiere da portare avanti con serietà e dedizione”.

Sei ad “Agorà”, trasmissione di punta della mattina di Rai 3. Come ti trovi e qual è il tuo ruolo preciso?

“E’ una sfida entusiasmante, mi occupo dei collegamenti in esterna che consentono di aprire una finestra sul paese reale, mostrandolo di prima mattina al pubblico a casa e agli ospiti che si trovano in studio. Il bello di ‘Agorà’ è che unisce il palazzo e la piazza, l’élite governante e il popolo, e durante una puntata le finestre dei collegamenti si possono aprire più volte, l’adrenalina della diretta quindi la senti per tutte e due le ore del programma, che tu stia raccontando la storia di alcuni lavoratori in difficoltà o di un paese isolato a causa di un alluvione. Dopo tre edizioni di Agorà Estate, in cui mi hanno dato l’opportunità di crescere e migliorarmi, era arrivato il momento di sperimentarmi anche nell’edizione invernale. E ringrazio la Capitana Serena Bortone e il Capostruttura Giovanni Anversa per avermi voluto. Sono dei professionisti eccellenti e seri”.

La politica ti affascina?

“Molto, è un romanzo in continua evoluzione, anzi la politica degli ultimi mesi assomiglia più ad una serie tv, una di quelle in cui ogni episodio termina con un evento shock, un colpo di scena che ti spinge subito a guardare la puntata successiva. Diciamo che stiamo vivendo una politica da Binge watching, impossibile, per un giornalista, resisterle. E infatti i programmi che la sanno raccontare, anche in chiave pop, stanno registrando ascolti molto alti”.

Cosa vedi nel tuo futuro professionale?

“Chissà, a volte mi piacerebbe una vita lavorativa più stabile, senza notti in hotel sperduti, treni e aerei da prendere al volo. Quello che mi auspico però è di continuare a lavorare sul linguaggio, costruendomi un’identità precisa per il racconto, sviluppando magari quelle due-tre idee (chiamiamoli format?) che ho scritto e che mi rappresentano. Ovviamente sono tutte idee per programmi in esterna. Se dovessero andare in porto insomma, continuerebbe la mia vita da nomade”.

Si riesce ad essere amici tra giornalisti?

“Raramente. I miei amici più cari mi avranno visto all’opera in tv giusto qualche volta, ancora oggi non capiscono perché io non possa fissare una vacanza, ma che dico, una cena, con largo anticipo. Eppure sono persone di cui mi fido ciecamente, che ci sono sempre nonostante ‘le mie sparizioni’. Ecco, con i colleghi, questa alchimia si crea con difficoltà. Alcuni colleghi mi hanno deluso, molto, ma più che pessimi giornalisti erano semplicemente pessime persone”.

Ultime domande a raffica: libro preferito.

“’Il Barone Rampante’ di Calvino

Film preferito.

“’Manchester by the sea’, ‘Dogville’, ‘La forma dell’Acqua’, ‘Amélie’, ‘Quasi Amici’, ‘L’amico di famiglia’… oddio troppi!”.

Serie tv preferita.

“’House of Cards’ e ‘Game of Thrones’, italiana ‘Tutto può succedere’ (ma la Rai l’ha cancellata)”.

Cantante preferito.

“Donna Giorgia, uomo Lucio Dalla, gruppo Radiohead”

Attore e attrice preferiti.

“Troppi… non so scegliere, vado di icone: Monica Vitti e Marcello Mastroianni”.



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L’arte semplice di Jago: “La semplicità è l’augurio per me stesso”

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di Marisa Iacopino

“Ogni volta che tira un colpo porta via qualcosa di sé. Un modo per liberarsi  del superfluo e arrivare all’essenza, per rendere visibile a se stesso quello che ha dentro”. E’ quello che afferma lo scultore Jacopo Cardillo, in arte Jago.

Qual è la tua formazione?

“Sin da piccolo mi piacevano certe cose in modo viscerale. Come tutti i ragazzini ero distratto da ogni forma di creatività: la musica, lo sport; ma  l’amore per l’arte, la scultura e il disegno non mi hanno mai abbandonato. Finito il liceo artistico a Frosinone, mi sono iscritto all’Accademia. Lì c’è stata la vicenda del mio invito alla Biennale da parte del prof. Sgarbi, ma il mio docente di scultura pretendeva di decidere lui, se io fossi pronto. Io mi sono imposto e ho partecipato. Chiaramente, dall’altra parte c’è stata una reazione, tanto che ho dovuto abbandonare l’Accademia. Meglio così, perché l’uscita anticipata da quel contesto privilegiato mi ha permesso di mettere i piedi nel mondo,  di capire che se vuoi fare l’artista devi imparare a campare”.

Chi ti ha guidato nel tuo percorso artistico? 

“La mia famiglia, prima di tutto. E poi, Teresa Benedetti, donna incredibile, storica dell’arte, ricercatrice, docente accademica”.

Il tuo sogno: superare nell’arte scultorea Michelangelo. Pensi di riuscirci, è una provocazione o una sfida con te stesso?

“La domanda mi permette di approfondire quello che, attraverso un video, sono stato costretto a dire a mezza bocca per questioni di tempo. Io parlavo di quel desiderio bambino di identificarsi con un grande della tradizione: seguire i passi di qualcuno per trovare la propria strada. Volerti paragonare, è costruttivo, ma devi farlo con umiltà, riconoscere il tuo livello e cercare di eccellere. E’ chiaro che il paragone è insensato: Michelangelo ha vissuto le dinamiche del suo tempo.  Io vivo il mio tempo, mi piace però  mantenere vivo dentro di me quel bambino che vuole continuare a crescere. Per farlo, bisogna darsi dei punti di riferimento. Il più grande paradosso che viviamo, e che genera mediocrità, è che non sappiano più distinguere il bello. Tutto è arte. Se sei artista, puoi fare qualsiasi cosa. Ma di che parliamo? L’arte ha una funzione. Dobbiamo recuperare quel valore tradizionale, non essere dei traditori, perché la bellezza è un fatto che si può riconoscere naturalmente, un valore assoluto che esiste a prescindere dalla nostra presenza”.

Allora a cosa serve l’artista?

“L’artista crea un trampolino di lancio per l’astrazione. E sarà più bravo quanto più riuscirà a liberarsi della spiegazione di quello che fa. Noi dobbiamo sempre spiegare le cose per capirle, quando invece siamo parte di quelle cose, perché ci stiamo dentro, nell’universo, siamo immersi nella bellezza, nell’amore, nella divinità ».

Raccontaci della scultura ‘Habemus Hominem’, prima e dopo le dimissioni del Papa… 

“Nella prima realizzazione del ritratto di Benedetto XVI, sentivo che qualcosa mancava. Quando il papa si è dimesso, ho visto l’opportunità di fare un gesto nuovo: ispirandomi all’opera ‘Pio XI’ di Adolfo Wildt, il Maestro di Lucio Fontana, ho aperto gli occhi alla scultura, e li ho dipinti all’interno. Questo ha restituito profondità, ha dato movimento all’opera che è diventata attiva, ti segue. E poi, viene anche ribaltato il punto di vista. Quando vediamo una mostra, siamo i fruitori dell’opera,  ma che succede se è l’opera d’arte a seguire e vedere noi? Un gesto semplice che può aprire a un ragionamento: chi è l’opera d’arte?”.

Tu sei nato ad Anagni. L’asprezza della terra ciociara, un po’ come la durezza del marmo. Pensi ti abbia influenzato? 

“Per me la Ciociaria è un luogo paradossale, dove c’è tutto e il contrario di tutto. C’è grande bellezza e anche le cose più obbrobriose… Se sei intelligente, scegli. Io ci sono cresciuto qui, e se oggi faccio determinate cose, queste nascono da questi luoghi”.

Cosa stai realizzando in questo momento?

“Faccio mille cose contemporaneamente… Di recente, in Sardegna ho tenuto una performance di scultura digitale. A New York, in autunno, avrò una masterclass alla New York Academy of Art su ‘Il figlio velato’; poi andrò nel Vermont, in cava,  a recuperare un blocco di cinque metri per un’opera monumentale che dovrò realizzare nel 2019, sempre a New York, in diretta su FB. Il progetto era nato per essere sviluppato in Italia,  ma qui purtroppo non si possono fare certe cose”.

Un aggettivo per definire te e la tua arte.

“Semplice. E’ una speranza, un augurio per me stesso: speriamo che io riesca a essere semplice. Se sei semplice, non solo aiuti te stesso, ma sei anche comprensibile agli altri. Io vorrei fare cose che tutti capiscano,  non per pochi eletti. Credo che l’arte sia così: semplice”.

Speriamo di vederti di più in Italia, oltre che all’estero.

“Incrociamo le dita, se tutto va bene, ‘il Figlio velato’ tornerà in Italia, a Napoli; anche la ‘Venere capitolina’ dovrebbe trovare collocazione in Italia. E poi, sai, si trasferisce solo il corpo, perché il cuore rimane qui!”.



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Paola Saulino: Una showgirl nel pallone

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Il #palinsesso è l’ultima creazione del “genio della comunicazione”, come anche lei stessa ama definirsi. Un modo per tenere compagnia agli italiani, fra provocazione e malizia, per la stagione 2018-2019

Altro che partite in chiaro, streaming che non funzionano e orari improponibili per seguire la squadra del cuore. Quello che si è inventato Paola Saulino coniuga social e pallone con un misto di equivoci e doppi sensi da far impazzire gli uomini di tutt’Italia. All’irriverenza lei ci è abituata. Con il suo “Pompa Tour” ha sfidato i luoghi comuni e il perbenismo del ceto medio conquistando la ribalta sui giornali di mezzo mondo. America inclusa. Su Instagram, mezzo milione di italiani la seguono ogni giorno e stanno incollati al pc per vedere di cosa è capace. Paola Saulino non è una donna a cui piace volar basso. Così, ha organizzato il suo personale palinsesto (che nel suo caso diventa #palinsesso) e ogni giorno della settimana avrà il suo hashtag di riferimento. Uno sta già facendo il giro dello Stivale: #ilfallodellasettimana. Il doppio senso è d’obbligo per capire di cosa si parlerà, tra calciatori, falli e battute… Gli altri si susseguiranno nell’arco della settimana proprio come gli appuntamenti fissi del piccolo schermo. Il lunedì sarà la volta di #buonasexymana, martedì il già citato #ilfallodellasettimana, mercoledì #paesaggidipaolina, venerdì #ledomandedelcaxxo con la possibilità per i followers di avanzare le loro curiosità e sabato #diconodime. I numeri delle visualizzazioni sono già decollati. Un po’ come avvenuto in estate con il resoconto hot dei Mondiale di Calcio Russia 2018 all’insegna dell’hashtag #PornCup. Le impression dei suoi post – ovvero le persone che li visualizzano anche senza aver cliccato like alle sue pagine – raggiungono i 10 milioni. Daily Mail, The Sun e Russia Today le hanno dedicato ampi servizi. Un fenomeno social mondiale. Nulla di costruito. Tutto naturale. Il segreto del successo sta lì. Ma non solo. Due lauree in Comunicazione e Imprenditoria e creatività per l’industria dello spettacolo sono arrivate entrambe con votazione massima e lode annessa. Gli studi da attrice le hanno dato l’input per costruire un personaggio divenuto oggetto del desiderio (e delle antipatie) di milioni di italiani. Tutti la amano e molti la odiano. Finchè se ne parlerà, i suoi numeri sono destinati a decollare. D’altronde per lei la trasgressione fa parte della quotidianità.

Come nasce l’idea del #palinsesso?

“Dalla volontà di aiutare i miei followers a seguirmi costantemente, come se fossi una televisione vera e propria. Per dare ai miei social un valore aggiunto e offrire un senso al fatto che le persone mi seguano. Ogni giorno avrà il suo hashtag, tutti imperdibili per scoprire qualcosa in più di me. Se l’opportunità non c’è, me la creo!!! Sono sempre stata abituata così. Così per il rientro dalle vacanze ho sfornato questa sorpresa per i miei fans…”.

Partire dalle basi per costruire grandi progetti.

“È così che si fa: prima le fondamenta, poi i contenuti. Purtroppo o per fortuna ho sempre dovuto lavorare prima per costruire i mezzi, non avevo i mezzi, e prima ho pensato a quelli, e poi alle idee. A chi mi contesta sempre rispondo semplicemente: tu cosa stai facendo per cambiare, per migliorare? E il più delle volte trovo solo silenzio dall’altra parte. Per questo ho scelto di creare un brand tutto mio, di mia esclusiva proprietà, e di aprire una società di produzione. Sono e voglio continuare ad essere una business girl, autoproducendomi almeno manterrò la mia libertà”.

Calcio ma non solo. Perché tutto questo successo?

“Amo il calcio, ma in generale perché sono andata oltre gli stereotipi del falso perbenismo, ho intellettualizzato l’aspetto sessuale. Ho aiutato gli italiani ad andare oltre i luoghi comuni: io ho imparato a non aver paura di essere estranea alla massa, al fatto di non avere bisogno di consenso per quello che dico e faccio. Mi arrivano molti messaggi che mi ringraziano per come sono e per quello che faccio, e soprattutto i più giovani mi scrivono che sono un esempio di forza che loro stessi vorrebbero avere. Questo per me è tutto!”.

Paola Saulino è imprenditrice di se stessa.

“Ho un Team che mi aiuta, e che ho creato io, ma le idee sono interamente frutto della mia testa. Ho imparato a chiedere suggerimenti a chi è più specializzato in alcune competenze, e anche se la strada è ancora lunga, per ora posso dire che io sono l’azienda di me stessa, l’imprenditrice del mio personaggio. E intanto lotto per cambiare il mondo con le mie provocazioni, e con il mio essere, per far uscire gli italiani dall’inettitudine in cui sono finiti”.

Tu ti definisci una “Scienziata della Comunicazione”.

“È così: ho studiato come attrice nei teatri, mi sono specializzata in comunicazione creativa e ho applicato tutta la teoria sul mio personaggio. I risultati sono straordinari. Ho sviluppato la mia sensualità, o meglio l’ho capita,  e ho associato contenuti. La gente mi guarda per il seno, il sedere e per quello che dico. Adoro che chi sta dall’altra parte dello schermo, sogni ed immagini pensando a me. Chi guarda il mio profilo deve essere ammirato, ispirato, io voglio ispirare potere”.

Tu sei potente?

“Sì, lo sono. Ma sono anche dalla parte dell’amore. E diventerò sempre più potente. Ho un obiettivo e un piano per raggiungerlo, studio coaching e formazione per indirizzare la mia mente e i miei pensieri verso l’ottimizzazione dei risultati. Voglio ancora chiarirmi le idee, ma miro al successo. La vita è come il gioco del calcio: vincere è l’unica cosa che conta. E a me non piace perdere”.

Con mezzo milione di followers… guai a darti della influencer.

“O almeno io non sono la classica influencer da Instagram. Eppure io influenzo molto più le persone rispetto a quelle che si auto-definiscono influencer. Un esempio? Il mio profilo è stato bloccato prima delle ultime elezioni di marzo pensando che potessi influenzare nuovamente le masse con un nuovo punto di vista politico e sociale.. E com’è finito? Proprio col risultato che io auspicavo: ancora più visibilità. All’estero è stata data molta rilevanza a questa censura, ne hanno parlato negli States, in Inghilterra, in Australia e in Russia. La verità è che io influenzo e sposto l’ago della bilancia”.

E poi i tuoi numeri su Instagram…

“Sono reali, veri. Mai comprato un follower. Mai avuto un’agenzia, mai usato trucchetti o scorciatoie per far salire il numeri. Mi seguono mezzo milione di persone e mi sbirciano e scrutano quasi dieci  milioni. Un italiano su 6 viene a vedere le mie foto e i miei video. La ragione sta nella trasparenza con cui faccio le cose: non ho paura di sporcarmi le mani, di metterci la faccia, di parlare di sesso senza pregiudizi. Di essere trasgressiva laddove mi piace esserlo, e di dire sempre la verità anche se questa può dar fastidio ai più”.

Anche in questo hai una spiegazione?

“La verità è che attiro anche quando mi faccio criticare, perché c’è chi ama ciò che faccio e chi lo critica solo perché sogna di poterlo vivere. Ma questa è la peculiarità dell’artista: provare ad ammansire, magari ispirare, un pubblico-lupo che ha paura di quello che fai ma vorrebbe trovare il coraggio per farlo. Ecco, la chiave di volta sta tutta qui, nella parola coraggio”.

Hai un’arma in più?

“Il pubblico si rispecchia in quello che dico. Sente ciò che vorrebbe ascoltare più spesso. Ma ciò che ho imparato e mi distingue da tutte le altre è di provare a non auto-limitarmi e a non vedere ostacoli davanti a me. L’arma in più è il coraggio, ed è grazie a questo che trasformo tutti gli ostacoli in occasioni imperdibili”.

 

Contatti social

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twitter.com/paolasaulino



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