Cecilia Gayle: “Te amo Italia” a ritmo di bachata

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La regina del “Pam Pam” è tornata a farsi sentire in stile bachata, omaggiando l’Italia dove oramai vive da diverso tempo. “Te amo Italia” è il suo ultimo album da cui sono stati tratti due brani come anticipo.

di Silvia Giansant

Cecilia è un vulcano di simpatia che trasmette gioia e vitalità e questo anche grazie al successo che è riuscita ad ottenere e alla musica che le scorre nelle vene da sempre. E’ enorme il piacere di intervistare una star internazionale, che si è costruita con le sue mani iniziando a cantare nei festival della scuola. Rimpiange la Capitale, seppur con il suo traffico e il suo caos, la trova una città meravigliosa. Con il suo ultimo album ha voluto rendere un omaggio speciale all’Italia, ricantando canzoni che le sono più a cuore. Equilibrio è il suo motto.

Cecilia, sono trascorsi vent’anni dal tuo successo internazionale di  “El Pam Pam”. Che effetto ti fa sentire che il pezzo va ancora forte nei villaggi turistici e nelle feste?

“Sono riuscita a raggiungere un bel traguardo che mi ha dato la possibilità di fare ciò che mi è sempre piaciuto. Un bell’effetto direi”.

Chi era Cecilia Gayle nel 1998 e chi è oggi?

“Ho mantenuto la capacità di sognare, che ritengo molto importante, nonostante le delusioni, i problemi sul lavoro e la realtà. Oggi lotto per continuare a sognare. Provengo da una famiglia contadina e i sogni e la voglia di fare mi hanno portato dove sono arrivata oggi. Sono partita da zero”.

Da dove sei uscita?

“Ho lavorato in alcuni locali in Costa Rica e prima ancora ho iniziato a cantare nei festival scolastici. Non nascondo che ho dovuto lottare contro il parere contrario dei miei genitori, che appunto non hanno mai approvato questa mia scelta. Per loro tuttora non è un lavoro. In molti non considerano la nostra una categoria che lavora, anche se si hanno mille impegni e tour stancanti. In seguito ho avuto altre opportunità e ho iniziato con ‘El Talisman’, rilanciando il noto brano della cantante Rosana”.

Con quali star internazionali hai avuto il piacere di lavorare in tutto questo tempo?

“Una su tutti, Mariah Carey”.

Ti faccio un nome italiano, Cristiano Malgioglio.

(Sorride) “Grande Cristiano, grande amico! Nell’ultimo mio album dedicato all’Italia e intitolato ‘Te amo Italia’, che uscirà il prossimo anno, ho ripreso una celebre canzone di Mina ‘L’importante è finire’, scritta proprio da Malgioglio. L’ho rifatta in versione bachata. E’ un modo per ringraziare il vostro Paese”.

Perché la scelta è caduta proprio su quella canzone di Mina?

“Più che altro volevo qualcosa che avesse la firma di Cristiano Malgioglio. Inoltre il 12 giugno scorso è uscito il secondo singolo. Un omaggio a Giuni Russo in ‘Un’estate al mare’ con la firma di Franco Battiato, Grande voce, grande cantante con dietro un signor autore”.

Programmi estivi?

“Sono in giro in tour principalmente in Italia, promuovendo i miei nuovi lavori, oltre a proporre i miei famosi successi”.

C’è un artista che ami in particolare?

“Sinceramente non ho un artista preferito, non fa parte del mio carattere, ma mi affeziono alle belle cose coinvolgenti. Sono molto di pancia”.

Un complimento che hai gradito molto.

“Il pubblico mi ha detto che trasmetto tanta energia e che ho fatto innamorare alcuni che hanno ascoltato e ballato ‘El Pam Pam’. Non male direi”.

Quali sono le tue passioni di vita?

“Dormire per risvegliarmi con il sorriso sulle labbra. Sono per la serenità e per l’equilibrio. Avere un po’ di tutto insomma”.

Visto che sono oramai venticinque anni che vivi in Italia, cosa cambieresti e cosa non cambieresti del nostro Paese?

“Cambierei la vostra mentalità, perché i problemi grossi non ci sono, ve li create. Vi porterei in giro per il mondo a vedere da vicino la fame, anche se ci sono famiglie bisognose. Parlo in generale, cambierei la politica. Si tende a vedere il nero dove non c’è. Non toccherei invece il patrimonio artistico e culturale, farei di tutto per conservare tutta la bellezza e la storia che offre questo Paese. Inoltre ho notato che avete molto il senso della famiglia e questa è una gran cosa”.

Ti piace andare per musei?

“Sì e mi piace molto esplorare ogni angolo della città. Amo cambiare. Si scoprono sempre cose diverse”.

CHI E’ CECILIA GAYLE

Cecilia Gayle è nata in Costa Rica il 18 gennaio sotto il segno del Capricorno con ascendente Cancro. Caratterialmente si definisce determinata, pignola e generosa. Non ha un hobby particolare, ma ama trovare la tranquillità, dedicando tempo a se stessa in alcuni momenti. E’ per cibi leggeri e naturali, tifa per la Lazio e vive in Italia da venticinque anni. Al momento non possiede animali domestici. Le piacerebbe tornare a vivere a Roma. Ha un figlio, Okendo, che si è laureato ad Harvard, e un compagno. Il 1998 è stato l’anno fortunato della sua vita. Ha mosso i primi passi artistici nella sua terra ed è stata notata per la cover di “El Talisman” di Rosana. Il 1998 è stato l’anno della sua consacrazione definitiva grazie a “El Pam Pam”. Negli anni seguenti ha dato vita ad altri successi come “El Tipitipitero”, “Cha Cha Fever”. “Te Quiero”, “Bate el Corazon”, “Jinga, Jinga!”, “Aqui”, “Yo Quiero”, “El Tikitaka”, “La Pipera”, “Pa’ Mover” e “Pampaneando”. Adesso ha pubblicato in versione bachata due singoli; “L’importante è finire” e “Un’estate al mare”, che vanno ad anticipare l’uscita del nuovo album “Te amo Italia”.



more No Comments agosto 7 2019 at 19:50


Paolo Ruffini: “Vi racconto chi mi ha insegnato la felicità”

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Lo spettacolo che ha portato in giro per l’Italia assieme agli attori della Compagnia Mayor Von Frinzius è stato un vero successo tanto da far registrare il tutto esaurito ad ogni serata. Da questa esperienza, il popolare conduttore di “Colorado” Paolo Ruffini ha deciso di scrivere un libro edito da Mondadori, “La sindrome di Up” in cui ha raccolto delle riflessioni sulla disabilità e sulla felicità.

di Giulia Bertollini

Una testimonianza importante in cui si riesce a cogliere il valore della normalità. Perché come racconta Paolo basta guardarsi intorno per accorgersi che il sorriso ormai sembra diventata una chimera. In questa piacevole intervista, rilasciata a margine della presentazione del libro, Paolo ci racconta qualcosa in più sul talento, la felicità e la normalità oltre a svelarci inediti dettagli sulla sua carriera.

Paolo, uno spettacolo teatrale, un documentario e ora un libro. Raccontaci come è nata la tua collaborazione con la compagnia Mayor Von Frinzius.

“Alcuni anni fa ho iniziato a collaborare con la Compagnia Mayor Von Frinzius, uno straordinario esempio di teatro integrato, diretta da Lamberto Giannini, che ha una storia ventennale e ospita al suo interno oltre 90 attori, metà dei quali con disabilità. Lamberto è partito da una filosofia molto semplice: tutti possiamo essere potenzialmente degli attori in quanto abbiamo un corpo e un’emotività. Proprio perché ha dimostrato di essere a favore dell’inclusione ha iniziato a promuovere dei laboratori. Di qui sono accorse tante persone con disabilità. Anche io sono rimasto colpito dai suoi spettacoli tanto che poi ho deciso di portare in teatro questa esperienza”.

Non saranno mancate le critiche.

“Assolutamente. Infatti all’inizio mi prendevano in giro dandomi anche del pazzo. Con un po’ di incoscienza e di leggerezza sono riuscito a realizzare poi un bellissimo spettacolo teatrale. Ho sempre l’impressione che in Italia se di mestiere fai lo scemo sei obbligato ad essere scemo”.

Cosa te lo fa pensare?

“Ti racconto questo episodio. Qualche anno fa andai a presentare un libro a Milano. Appena arrivato, mi avvisarono che il pubblico era già presente. Dissi loro che si poteva iniziare. La risposta fu spiazzante: attendevano l’autore. Erano convinti infatti che dovesse intervenire Paolo Ruffini, ora direttore di TV2000. Ancora oggi per me rappresenta un cortocircuito meraviglioso pensare di passare dalla conduzione di Colorado alla presentazione di un libro in cui si affrontano temi delicati come la disabilità”.

Eppure la critica giornalistica non è sempre stata tenera nei tuoi confronti.

“L’alto e il basso rappresentano un paradosso tipico dell’intelligenza italiana per distinguere le persone colte da quelle che non lo sono. Ho sempre partecipato ai cine panettoni e di questo me ne vanto. Anzi, mi mancano tremendamente. Anche nella volgarità c’è cultura e libertà creativa. In nome della morale, ora siamo abituati ad usare le stesse parole. Se il documentario che ho realizzato fosse stato firmato da un’altra persona sarebbe stato osannato e acclamato. Ho sofferto molto in passato il pregiudizio. Oggi invece sono orgoglioso di essere riconosciuto come un fabbricatore di cazzate. Secondo alcuni giornalisti dovrei smettere di fare questo mestiere perché reputano il mio intrattenimento di bassa lega”.

Hai parlato di cine panettoni. Come mai non se ne fanno più?

“Perché hanno vinto i giornalisti e un certo tipo di pubblico moraleggiante che si sente più intelligente a vedere un film senza parolacce”.

In che modo hai selezionato le diverse esperienze che poi hai inserito nel libro?

“Ci sono delle verità che ho cercato di desumere da questa esperienza oltre a brevi interviste che ho realizzato ai ragazzi. Ho posto loro delle domande semplici come ‘che cosa è l’amore?’ o ‘che cosa è la vita?’. Un ragazzo alla domanda ‘com’è Dio?’ mi ha sorpreso rispondendomi ‘Dio è un po’ come me e un po’ come te’. La confidenza con la felicità che questi ragazzi hanno mi ha aperto un mondo. Pur non avendo un background filosofico approfondito, mi piacerebbe che questa esperienza potesse valere come un insegnamento”.

Scrivendo questo libro, quali sono le cose di te che hai capito?

“Non nego che questo libro mi ha regalato tanta felicità ma anche un po’ di dolore. E’ stato un momento di grande introspezione. Une persona felice se la gode la felicità mentre chi decide di scrivere la felicità è perché magari sta attraversando un momento delicato. Rileggendo il libro mi sono accorto di quanto egoismo ci sia in questa operazione. Quando sono con questi ragazzi mi accorgo di stare meglio. Sono io il primo a trarne beneficio”.

Ciò che più colpisce è il fatto che ci siamo disabituati al contatto. Ci fa paura anche stringerci la mano. Invece, questi ragazzi amano l’approccio fisico. All’inizio, eri imbarazzato o è qualcosa che fa parte di te? 

“Fa assolutamente parte di me. Non ero più abituato a dedicare del tempo agli altri perché la frenesia della vita inevitabilmente ti fa cambiare direzione. E invece quando sto con loro mi dimentico anche del cellulare. Questi ragazzi conoscono il valore della fiducia e soprattutto non sono mai in malafede”.

Che cos’è per te la felicità?

“La felicità è qualcosa che ci appartiene, che abbiamo dentro di noi. L’importante è non lasciarsi travolgere dalle contingenze di tutti i giorni. Alcuni mi chiedono se ci sia una differenza tra serenità e felicità. Ebbene, la serenità è qualcosa che se la pettini bene può trasformarsi in felicità. La felicità per esempio è quando mi godo Roma a Ferragosto, quando vado presto al cinema, quando mio papà mi fa un complimento e quando mi compiaccio di qualcosa che ho pensato. E’ un moto dell’anima che ti spinge ad essere meglio di quanto tu possa essere”.

Ogni giorno però aprendo il giornale veniamo investiti da notizie negative. Qual è secondo te il ruolo dell’informazione rispetto alla percezione della felicità?

“Credo che il ruolo dell’informazione sia di fare la cronaca di quello che accade senza nascondere però le notizie positive. Secondo me, il giornale perfetto è quello che mischia le buone notizie con quelle cattive. Ci stiamo abituando ad una serie di parole come guerra, crisi, conflitto senza accogliere come normali termini quali meraviglia, bontà, accoglienza e inclusione. Nella misura in cui il tessuto sociale recepisce come normale il negativo inevitabilmente sarà una gara a chi lo è di più”.

Su quale comodino vorresti vedere questo libro?

“Mi piacerebbe che venisse letto da quelle persone che vivono una situazione complessa e difficile ma anche da quella gente che continua ad avere pregiudizi. Vorrei avere l’illusione di vivere in un posto un po’ più sociale e meno social”.



more No Comments agosto 7 2019 at 19:48


Ladyvette: Le fantastiche amiche dello swing

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Quando entriamo nel loro camerino, ci accolgono con un sorriso. Veniamo subito conquistati dalla loro simpatia spumeggiante e dalla loro solarità. Non sono solo tre voci che si accordano in armonia ma sono tre artiste straordinariamente umane e sensibili. Stiamo parlando delle Ladyvette, le dive dello swing, nella scorsa primavera in tour nei teatri italiani con il loro spettacolo di varietà “In tre”. Un successo annunciato per Teresa, Valentina e Francesca che sapranno conquistarvi a colpi di canto e ironia. In questa divertente chiacchierata, emerge il loro piglio spiritoso e carismatico.

di Giulia Bertollini

E’ davvero difficile non ridere in loro compagnia. Abbiamo avuto la sensazione di trovarci davanti a tre amiche con cui confidarsi e parlare tranquillamente. E così, tra confessioni e gag, è iniziata la nostra “pazza” intervista in cui oltre a parlare dello spettacolo Pepper, Sugar e Honey (così si chiamano, lo giuro!) ci hanno anche rivelato qualcosa in più sui loro prossimi progetti.

Partiamo subito dalla prima domanda. In relazione alla vostra carriera vi chiedo: qual è stato il momento professionale più bello e quello più difficile che avete vissuto?

Teresa: “Innanzitutto ci tengo a dire che lo spettacolo che portiamo in scena non è autobiografico. E’ una proiezione di come ci immaginiamo tra qualche anno anche perché non ci siamo nemmeno sciolte e quindi non dobbiamo pensare ad alcuna reunion. Per quanto riguarda un momento brutto, me l’ha ricordato una mia amica proprio l’altro giorno. Riguarda il Festival di Venezia”.

Valentina: “Sì è vero. Eravamo tutte pettinate e truccate per il red carpet. Appena abbiamo iniziato a sfilare è scoppiata una tempesta di pioggia. E siamo rimaste lì sotto, come tre pulcini abbandonati”.

Francesca: “Era il primo red carpet che facevamo. Eravamo bagnate e infreddolite. Teresa ha ancora gli incubi, pensa. (ride) Sono stati giorni faticosi perché non conoscevamo bene le dinamiche. Fortunatamente, quando siamo tornate l’anno successivo è filato tutto liscio. Credo invece che il momento più bello sia quando noi tre siamo sul palco e facciamo i nostri spettacoli perché quando riusciamo a chiudere il mondo fuori ci divertiamo come pazze. E se ci divertiamo noi, di conseguenza si divertono anche gli altri”.

Teresa: “Ormai abbiamo un codice tutto nostro e intratteniamo tra noi conversazioni parallele. E’ una cosa che abbiamo acquisito con il tempo”.

Prima che la musica entrasse nelle vostre vite, cosa facevate? Quali erano i vostri sogni, le vostre ambizioni?

Valentina: “La musica è sempre stata nella nostra vita. Prima che si creasse questo connubio professionale, io facevo l’attrice. Mi sono diplomata infatti all’Accademia Silvio D’Amico. Volevo fare teatro, cinema o tv. In qualsiasi progetto però desideravo anche che la musica potesse essere un ingrediente. Quando ero adolescente volevo diventare una rockstar, lo confesso. E infatti ancora sogno di tuffarmi in mezzo al pubblico. Posso dirlo? Le Ladyvette sono il mio gruppo rock preferito”. (ride)

Teresa: “Tutte e tre nasciamo come attrici. Come Ladyvette abbiamo sperimentato la libertà creativa. Infatti, noi facciamo tutto quello che ci va di fare. Ci prendiamo il tempo per crearlo, per metterlo in piedi e poi lo facciamo. E’ come avere una bacchetta magica”.

Francesca: “Tutto questo spiazza e affascina. Siamo tre donne che hanno un potere decisionale assoluto e non siamo incasellabili. La nostra unione ci dà forza e ci dà modo di capire che possiamo andare ancora avanti”.

Nello spettacolo, ognuna di voi esprime una diversa personalità. Teresa è puntigliosa e affetta da fobie, Valentina è autoironica e dispotica, Francesca assomiglia ad una principessa delle fiabe Disney. Questa rappresentazione di voi che portate sul palco corrisponde a ciò che siete nella vita quotidiana? Cioè, siete così anche nella vita?

Valentina: “Vorrei che tutti sapessero che in realtà io sono molto magra. Per esigenze di copione mi faccio venire i complessi”. (ride)

Francesca: “Vivo nel mondo delle favole e sono molto stupida. Ci arrivo sempre dopo nelle cose”.

Teresa: “Subisco molto nella vita le persone ansiose. Quando sono accanto ad una persona che soffre di ansia è come se avvertissi anche io gli stessi sintomi. Ho osservato molto questi soggetti e uno lo frequento tutti i giorni. Vabbé lo dico. Mio marito è vagamente ansioso. Mi sono resa conto del fatto che gli ansiosi vivono in un mondo parallelo e fanno affidamento sulla routine quotidiana. Se rompi quegli schemi è davvero la fine. Mi piaceva l’idea di interpretare un personaggio ansioso anche per capire cosa si provasse ad esserlo. Ora ho capito che non si sta tanto bene”. (ride)

Sul palco portate anche la vostra amicizia. Avete mai litigato o si sono mai verificati dei dissidi?

Teresa: “Abbiamo un analista che ci segue perché nella realtà ci odiamo. (ride) A parte gli scherzi, siamo seguite da uno staff meraviglioso. Quando arrivano i periodi di tensione in cui sono tutti tesi, ci siamo rese conto che ciò che ci salva è tirare una cappa sotto la quale ci mettiamo solo noi tre per non subire la pressione esterna che potrebbe influenzarci. Facciamo scudo e nessuno ci può scalfire se rimaniamo così, gomito a gomito”.

Valentina: “La verità è che ce lo chiedono tutti ed è frustrante dire che andiamo d’accordo. In realtà siamo tre donne intelligenti e cerchiamo di parlare senza saltarci al collo. Siamo dell’idea che la lite non sia mai produttiva. Solo in scena ci sfoghiamo dandoci qualche pizza. (ride) Abbiamo anche sviluppato la capacità di presagire. Se a qualcuna di noi dà fastidio qualcosa lo subodoriamo al nanosecondo. Lavorare senza farsi divorare dall’ansia è difficile. Pertanto, c’è sempre qualcuna che soccombe”.

Francesca: “Il trio è una versione ancora più complicata di un rapporto di coppia perché ha bisogno di equilibri tutti suoi. Sono fondamentali l’ascolto reciproco e lo scontro costruttivo. E poi un obiettivo diviso in tre diventa ancora più forte”.

Nel vostro spettacolo avete reinterpretato, adattandole al vostro stile swing, alcune canzoni come ad esempio “Occhi di gatto” o “Soldi” di Mahmood. Una dimostrazione di come con le vostre voci possiate fare ciò che volete. Avete mai pensato di incidere un cd di cover?

Valentina: “Sì ci abbiamo pensato e ne abbiamo tantissime delle più assurde. Ora nel nostro repertorio è entrato anche ‘Il pulcino Pio’. Usiamo queste cover per creare dei momenti comici. Abbiamo tanti inediti belli da far uscire”.

Francesca: “Potremmo cumulare però i pezzi inediti con le cover. Ci hai dato una bella idea. Grazie!”.

Valentina: “Secondo me usciremmo direttamente con un Greatest Hits”. (ride)

Guardando il vostro spettacolo, mi sembra di aver capito che vogliate arrivare al palco dell’Ariston. O sbaglio?

Francesca: “Il Festival di Sanremo sarà una sorpresa anche per noi. Laddove dovesse capitare accadrà come nello spettacolo e cioè avvertiremo un senso di spaesamento”. 

Valentina: “Magari finiremo al Festival come super ospiti”. (ride)

Vi siete fatte conoscere al pubblico televisivo ne “Il paradiso delle signore”. Cosa pensate della scelta di chiudere la serie?

Valentina: “Sono dinamiche che sinceramente non ho capito”.

Teresa: “Abbiamo una posizione rispetto al ‘Paradiso delle Signore’ diversa rispetto al cast artistico perché siamo state sempre chiamate per gli eventi. Immagino però che sia stato un duro colpo per chi ci lavorava. Siamo state sul set qualche giorno con loro e abbiamo visto il loro entusiasmo e il loro impegno. Sapevamo anche che c’era un buon riscontro di pubblico e quindi non capisco questa decisione. Mi dispiace molto”.

Francesca: “Per noi un pezzetto di cuore rimarrà all’interno di quel grande magazzino. Dispiace anche a me per gli attori e per tutti coloro che ci hanno lavorato”.



more No Comments agosto 7 2019 at 19:46


Daniele Rommelli: “Vorrei diventare un coreografo”

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Si è fatto conoscere all’interno della scuola di “Amici” mostrando fin da subito il suo carattere e il suo talento. Dopo la sua esperienza nel talent di Mediaset, il ballerino Daniele Rommelli ha saputo guardare avanti senza mai scoraggiarsi.

di Roberto Puntato

Nonostante il suo sogno rimanga quello di diventare coreografo, Daniele è pronto ad esordire in un film per il cinema diretto da Antonio Centomani. Lo abbiamo incontrato in occasione della 69ma edizione del Festival di Sanremo e abbiamo parlato con lui dei suoi nuovi progetti, dei suoi sogni ma anche della vita privata.

Daniele, ad Amici in poco tempo hai fatto vedere di che pasta sei fatto. Che esperienza è stata?

“Amici ti segna nel bene o nel male, le emozioni che vivi lì dentro sono come un’arma a doppio taglio. Sei sempre in preda agli sbalzi d’umore; un essere umano non può vivere tante emozioni stressanti, perché è difficile gestirle e in più non ne hai il tempo. Quando sono uscito ero dispiaciuto, ma dal secondo giorno mi sono prefissato di godere la vita giorno per giorno”.

Oggi come gestisce le emozioni il vero Daniele?

“Sono un ragazzo che ama ridere e far ridere e sono contento se porto gioia a qualcuno. Ritrovare il vero Daniele non è stato facile e soprattutto grazie a mio fratello ho imparato a gestire le emozioni. Lui è un angelo che mi aiuta a rimanere Daniele. Non è facile, perché ovviamente dopo la grande visibilità avuta, la mia vita è cambiata molto. Per me, lui è un punto di riferimento. I miei genitori li lascio fuori da tutte le mie paure perché non vorrei che si preoccupino per me, comunico loro solo le cose belle perché so di renderli fieri”.

Daniele, ho saputo che stai per girare un film.

“Sì! Sto affiancando il mio essere ballerino all’essere attore, entrambe arti che nascono in teatro. Voglio reinterpretare me stesso mettendomi in gioco, non c’è crescita migliore! Il film lo gireremo a breve in Umbria, si intitola ‘Fuori sede’ diretto da Antonio Centomani, parla di quattro ragazzi universitari fuori casa. Sarà a tratti comico, ma con molti spunti di riflessioni. Ci saranno grandi nomi nel cast e non vedo l’ora di essere sul set”.

È la tua svolta dopo la rottura con Lauren?

“No! La proposta è arrivata prima. Con Lauren non è stata una vera e propria rottura. Non stiamo più insieme, quello è vero, ma ci sentiamo ancora e per me lei è stata una persona importante, così come lo sono stato io per lei. Non era il momento giusto, forse. Abbiamo voluto dare priorità alla carriera e ai sogni e perseguire i nostri obiettivi. Ci vogliamo molto bene, ma lascio sempre una porta aperta”.

Quindi lo spettacolo era un sogno che rincorrevi da sempre.

“Sì! Ti racconto un aneddoto mai rivelato prima: io, mio fratello e due mie cugine mettevamo su uno spettacolino da piccoli. Facevamo tutto noi, dai testi alle coreografie, poi stampavamo i biglietti e sistemavamo le sedioline per il pubblico, alla fine iniziava lo spettacolo. Ho represso per lungo tempo questo mio aspetto del carattere e sono riuscito ad esprimerlo solo con il mio ingresso ad Amici. Di questo devo dire grazie anche alla mia amica che è diventata la mia agente”.



more No Comments agosto 7 2019 at 19:44


Debora Scalzo: “In ‘Fuoco Freddo’ Stella mi ha conquistata per il suo coraggio”

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Leggendo la sua biografia, ci siamo subito chiesti come una donna affermata nel proprio campo potesse correre il rischio di abbandonare il suo lavoro per rincorrere la passione della scrittura e della musica. Sembrerà una follia considerando soprattutto i tempi che stiamo vivendo eppure Deborah Scalzo ce l’ha fatta.

di Giulia Bertollini

Dopo il successo del romanzo d’esordio “Io resto così” (Edizioni Kimerik) di cui sta lavorando in questi mesi alla sceneggiatura cinematografica, Deborah è approdata nelle librerie con il sequel “Fuoco Freddo” (Edizioni Kimerik). Una storia intensa e coinvolgente in cui ritroviamo una Stella più matura che dopo aver fatto i conti con i dolori della vita riuscirà a trasformare la fragilità in un punto di forza. Ne abbiamo parlato con l’autrice che oltre a raccontarci qualcosa in più della sua vita ci ha svelato in anteprima la nuova collezione di occhiali realizzata in collaborazione con Domenico Auriemma.

Deborah, dopo il successo ottenuto con il tuo primo romanzo “Io resto così”, ti ritroviamo in libreria con il sequel “Fuoco freddo”. Come evolve il personaggio di Stella? E cosa ti ha conquistato di lei?

“Nel primo romanzo, troviamo una Stella adolescenziale. Infatti, in ‘Io resto così’ ho trattato delle tematiche importanti come le vittime in servizio della Polizia di Stato e la violenza sulle donne. Abbiamo conosciuto una Stella sofferente ma che decide di rimanere se stessa nonostante le sofferenze e i dolori vissuti sulla sua pelle. In ‘Fuoco Freddo’ Stella evolve e diventa più matura. La ritroviamo mamma, moglie, amante e artista. Vivrà una storia intensa con Domenico, un uomo sposato. In questo sequel ho deciso di percorrere altre tematiche come l’aborto, i figli illegittimi e la malasanità. Mi ha conquistato il suo coraggio perché Stella ha dimostrato di essere una grande guerriera. Dall’altra il suo animo fragile e malinconico mi ha fatto capire che dentro ogni donna sensibile è nascosta una grande forza”.

Nel tuo ultimo romanzo, hai raccontato la storia di Stella con Fuoco Freddo. Una relazione complicata perché intrecciata tra due persone sposate. Parlare di tradimento presuppone ci sia qualcosa da tradire. Cosa rappresenta l’amore nella tua vita e ha per caso cambiato sembianze negli anni? 

“Per me l’amore nella vita è tutto perché ti dà la carica giornaliera per affrontare la vita con il sorriso. Ho sempre sostenuto e sono stata anche criticata per averlo detto che il vero amore è abitudinario. Contrariamente a quanti sostengono che l’abitudine possa portare alla separazione della coppia, io invece mi sono accorta di quanto non possa fare a meno della routine. Ti faccio un esempio banale. Mio marito il giovedì è in pausa dal lavoro e sono ormai abituata ad averlo quel giorno in casa. Se dovesse venirmi a mancare questa abitudine non so come farei. Per me l’amore è in grado di superare qualsiasi ostacolo”.

La fatica della società a comprendere il significato della parola infedeltà ti ha condizionato nella formazione di questo progetto?

“Sono una persona che non giudica mai perché credo che dietro ad un tradimento ci sia sempre un motivo. Ho voluto trattare questa tematica perché attualmente è statisticamente provato che su cinque bambini tre sono figli illegittimi. E’ una percentuale altissima se ci pensi. Questa è la prova che l’infedeltà esiste. Nel romanzo, Stella tradisce il marito perché lui ha delle mancanze. In lui rivede Vincenzo, il grande amore della sua vita. In realtà, non credo nel chiodo scaccia chiodo. Un grande amore non si può sostituire ma è indimenticabile. E a volte per rendersene conto bisogna sbagliare”.

Nonostante le delusioni e le sofferenze, Stella dimostra di essere una donna forte capace di ricostruirsi ogni giorno per andarsi a conquistare la felicità. Nel tuo percorso di vita, qual è stata la scelta più difficile? E in che modo l’hai affrontata?

“Di scelte difficili ce ne sono state molte. Ho sempre affrontato qualsiasi situazione rischiando. Come Stella, non mi è mai mancato il coraggio. Se tornassi indietro, rifarei tutto perché se oggi sono la donna che sono è proprio per la forza d’animo che non mi è mai mancata. I dolori mi hanno rafforzata”.

La prefazione di “Fuoco freddo” è stata firmata da Michele Rosiello, attore reduce dal successo della serie “L’isola di Pietro”. Cosa ti lega a lui?

“Io e Michele siamo legati da una profonda amicizia e stima reciproca. L’ho scelto come Fuoco Freddo Book, perché solamente lui poteva esserlo per come nel mio immaginario abbia pensato a quest’uomo misterioso, profondo, tanto fuoco, quanto freddo. Michele è stato fantastico ad immedesimarsi nel personaggio e a farlo suo accanto a me, magicamente e perfettamente”.

Nella tua biografia scrivi di essere “incazzata con Dio” e di essere cristiana. Qual è l tuo rapporto con la fede? 

“Sono molto cattolica e credente. Non vado a messa ogni domenica ma ogni settimana entro comunque in chiesa a pregare. Sono incazzata con Dio perché il mio rapporto è di amore e odio. Mi sono chiesta tante volte perché avessi dovuto vivere sulla mia pelle tante sofferenze. Poi però mi sono detta che è proprio grazie al dolore se sono diventata la donna che sono”.

Mi ha colpito molto la tua scelta di abbandonare ad un tratto la carriera assicurativa per dedicarti alla musica e alla scrittura. Quale molla è scattata dentro di te per farti compiere questa “follia”?

“Inizialmente mi dividevo tra il campo delle assicurazioni e la passione per la musica e la scrittura. Viaggiando per lavoro avevo poco tempo da dedicare alla mia famiglia. Se ho deciso di rischiare è stato grazie a mio marito che mi ha supportato e sopportato in questa mattata. Ad un certo momento mi sono detta se rischio e va bene continuo a coltivare la mia passione. Altrimenti, torno a lavorare in banca”.

In che modo riesci a conciliare il lavoro con la maternità?

“In primis, godo dell’aiuto di mio marito che è veramente un uomo fantastico. Poi ho il sostegno della mia famiglia e l’appoggio di mio suocero. Un grazie va anche a mia suocera che mi è sempre stata vicina in qualsiasi momento. Purtroppo è venuta a mancare ad ottobre scorso per una brutta malattia. Le devo davvero molto”.

Hai firmato la tua prima linea di occhiali per Domenico Auriemma. Com’è nata questa collaborazione? 

“E’ nata grazie alla nostra amicizia e alla stima reciproca. Circa 8-9 mesi fa abbiamo voluto unire le nostre passioni, quella della moda e della scrittura. Ho creato così dei bozzetti e da qui è nata la nostra prima linea di occhiali. Ne sono orgogliosa perché lui è uno stilista internazionale. Pensa che ha lavorato per Lady Gaga, Rihanna e altri artisti internazionali. Lo ringrazio infinitamente perché per me è un “battesimo” in questo campo visto che ci entro in punta di piedi”.

Sei anche autrice musicale. Giochiamo un po’. La canzone che avresti voluto scrivere e la canzone che invece ti rispecchia di più. 

“La canzone che mi rispecchia di più è ‘Combattente’ di Fiorella Mannoia. Mi ci rivedo molto. E credo che rispecchi anche il giudizio di molte lettrici che in Stella hanno sempre visto una combattente. E un’altra canzone in cui mi ritrovo e ‘Asimmetrie’ di Francesco Di Cello. E’ un testo che ho scritto io insieme ad altri autori pensando al mio vissuto”.

Prossimi progetti.

“Sto allestendo uno spettacolo con Christian Cocco, inviato di “Striscia la Notizia” e sono felice di lavorare con lui. Poi sto lavorando alla trasposizione cinematografica del mio primo romanzo in qualità di sceneggiatrice e coproduttrice. Abbiamo un cast importante e da circa un mese abbiamo avuto il nulla osta dal Ministero degli Interni e dalla Polizia di Stato per lavorare con i ragazzi della Squadra Volante della Questura di Verona. E’ un’esperienza emozionante che mi sta arricchendo molto. Sto per iniziare a scrivere anche la sceneggiatura di una serie tv ambientata in Sicilia. Insomma, gli impegni non mancano. E per chi vuole potrà seguirmi sulla pagina ufficiale Instagram @descaluxurycollection. Vi aspetto!”.



more No Comments agosto 7 2019 at 19:41


Silvia Allulli: Una mamma per modella

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Mamma e fotomodella? Si può! Per informazioni chiedere a Silvia Allulli, abituata ad incastrare i mille impegni di giornata per combaciare le esigenze di sua figlia, le faccende domestiche, le commissioni e via discorrendo. Esser genitore, però, le ha lasciato lo spazio per continuare a coltivare la sua passione per la fotografia.

“Per me è una valvola di sfogo, un modo per esternare i miei sentimenti e il mio essere, il mio lato artistico. Mi fa stare bene, mi rende libera” racconta in un ritaglio di tempo, voce bassa per non svegliare la piccola Aurora. “Mia figlia occupa la mia intera giornata; stiamo ore a giocare e ridere, cercherò di trasmetterle sempre serenità e dolcezza perché lei possa, un domani, usare tutto ciò nella sua passione, qualunque essa sia”. Eppure, dietro la mole di tenerezza, resiste ancora la voglia di mettersi in gioco, di continuare a togliersi soddisfazioni che l’hanno portata a collaborare con Vigorsol, cantanti e fotografi professionisti.

Come si coniuga il tuo ruolo di mamma con quello di fotomodella?

“In realtà non c’è connessione tra fotomodella e mamma, sono due mondi distinti che ci tengo a tenere separati. Mentre davanti alla camera sono pronta all’azione e grintosa, con mia figlia sono dolce e un po’ folle. C’è stato chi mi ha ‘ammirato’ e chi giudicato ma non me ne curo, perché nella vita si ricevono buone e cattive considerazioni”.

Come ti sei avvicinata al mondo della fotografia?

“La propensione verso l’obiettivo è nata per caso: provai a registrarmi in un video con un vecchio telefono e mi trovai a mio agio. Da lì, capii che potevo provare seriamente davanti a una camera reale. La mia famiglia mi ha sostenuto sempre poiché, essendo tutti artisti, hanno compreso il mio piacere nel fare arte”.

Infatti, uno dei tuoi fotografi di fiducia è Matteo Allulli, tuo fratello!

“Sono nata in una famiglia di artisti, perciò mi veniva naturale spingermi in quella direzione. Tutti in qualche modo hanno contribuito nel crearmi la strada che più desideravo fare. Mio fratello è stato colui che mi ha fatto appassionare al cinema, sin da piccolissimo guardava con mio padre già film impegnativi, passione che si è portato dietro e lo ha condotto a voler studiare regia e sceneggiatura. Mi consigliò di tentare e per iniziare mi segnai a teatro, feci inoltre doppiaggio e da lì mi innamorai perdutamente della recitazione a tutto tondo. Non posso che ringraziare tutti loro per avermi incoraggiato e creduto sempre in me”.

Tante collaborazioni si sono succedute nel corso degli anni, ne ricordiamo qualcuna?

“Non conto solo i lavori più importanti quanto quelli che mi hanno dato di più a livello emozionale e di divertimento. In primis un vecchio spot della Vigorsol, esperienza divertente! Un’altra indimenticabile, quando ero incinta già di due settimane in quel momento e ancora non lo sapevo, fu il video musicale con Federica Abbate. Rimanemmo molte ore a registrare delle scene, faceva freddo nonostante il vestiario pesante e avevo un gran mal di schiena.. che fosse la gravidanza? Infine, non per importanza, tutte le varie foto fatte con i fotografi, incluso mio fratello, che hanno fatto parte di una buona fetta della mia vita insegnandomi molto”.

Se dovessi “fare il punto”, come giudicheresti questo percorso?

“Sono fiera e soddisfatta dei lavori svolti finora, adesso mi piacerebbe far conoscere il lato attoriale e stilistico di me. Farò affidamento su mio fratello, con lui come fotografo vorrò realizzare degli scatti cinematografici. Mi piacerebbe, inoltre, farmi ritrarre come indossatrice di abiti della mia collezione di moda. L’importante è sentirsi liberi davanti alla camera ed essere se stessi, poi il risultato vien da se ed è da lì che uno si migliora sempre”.

Questo tuo lato traspare anche dal mondo social.

“I social li uso per condividere sprazzi di vita quotidiana e qualche scatto fotograficamente bello a livello emozionale. Cerco di condividere sempre qualcosa che porti ad un’emozione, per lo più positiva”.

Finiamo da dove siamo partiti: cosa implica il ruolo di genitore?

“Credo che per essere un buon genitore si debba tornare bambini con la consapevolezza di avere delle responsabilità notevoli. Non si smette mai di crescere e imparare e, a volte, è più Aurora che insegna a me che non viceversa”.



more No Comments agosto 7 2019 at 19:39


Roberto Dell’Aquila: Con la testa e con il cuore

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Ci sono individui che pongono la loro esistenza al servizio degli altri. Uomini e donne impegnati in attività di assistenza a persone con difficoltà psico-fisiche, che svolgono il proprio lavoro con passione e zelo, restando spesso nell’anonimato. Stiamo parlando degli operatori sociali, professionisti delle relazioni  di aiuto.

di Marisa Iacopino

A tal proposito, abbiamo incontrato Roberto Dell’Aquila.

“Sono nato a Torino ma da molti anni vivo e opero a Roma. A nome della Cooperativa per cui lavoro, e per conto della Asl e del Municipio, negli ultimi anni mi occupo di assistenza domiciliare a persone con disabilità fisica, psichica o con ritardi mentali. Durante la settimana, accudisco e aiuto nell’igiene personale e nella qualità della vita una decina tra ragazzi e adulti”.

Da quanto lavori in  questo ambito?

“Sono impegnato nel sociale dal 1994. Prima lavoravo in fabbrica. Sono nato nel 1970 e mi considero uno di quei fortunati che a Torino hanno potuto godere ancora giovanissimi del lavoro, quello vero, in fabbrica, in grandi aziende o in piccole imprese artigiane. Sono stato operaio metalmeccanico, tornitore e fresatore. Poi nel 1994, ho deciso che quell’esperienza era terminata, e mi sono messo alla ricerca di un altro lavoro. Causalmente ho iniziato a lavorare per una cooperativa sociale di Torino, nata negli anni 80-90 del novecento sulla scia della chiusura del manicomi, quindi della legge Basaglia, per fornire la possibilità dell’inserimento lavorativo a persone che uscivano dal circuito manicomiale e, di conseguenza, soggetti fragili e a rischio di emarginazione. C’erano inoltre detenuti in semi libertà, ex tossici, e tutte quelle persone con disabilità che rientravano all’interno della progettualità”.

Tu cosa facevi nello specifico?

“Nella fattispecie mi occupavo del verde pubblico. Facevo parte di una grande squadra che aveva in gestione tutto il verde di Torino e della Provincia. Nel corso degli anni, imparando il mio lavoro, ho imparato anche a fare bene l’operatore sociale, perché dovevamo svolgere un lavoro di qualità con persone disabili, o con soggetti che presentavano problematiche sociali diverse. Poi, terminata l’esperienza torinese, mi sono trasferito a Roma e ho continuato a lavorare nel sociale. Questo, di fatto, si è rivelato il lavoro per cui penso di avere un’attitudine”.

Quindi, parte tutto da un’inclinazione?

“Io la chiamo vocazione, ma senza volerla spiritualizzare. E’ un lavoro che faccio bene, mi produce benessere, e mi dà la possibilità di sentirmi ‘senso’ su questa terra.  Ho lavorato con gli immigrati nei centri di accoglienza, con i rifugiati politici, quindi con la disabilità,  come in questo momento. Quotidianamente, entro in stretto contatto con le persone, e da questo lavoro imparo tante cose; ne ho tratto, e continuo a trarne, un’esperienza fondamentale di vita”.

Ti senti un lavoratore tutelato?

“Questo lavoro andrebbe valorizzato sia dai politici che dagli amministratori locali, perché siamo decine di migliaia, in Italia centinaia di migliaia di persone, che si occupano di sociale in quello che si chiama terzo settore, però abbiamo tanti problemi. Uno dei più importanti è che guadagniamo pochi soldi: 6,50 al massimo 7,50 euro l’ora a fronte di un lavoro intenso, di grande responsabilità, pesante emotivamente e psicologicamente. Insomma, abbiamo ancora tanto da conquistare, anche perché sono dell’idea che, se fatto con determinazione e consapevolezza, siamo figure molto importanti, degli operatori della salute”.

Tu ti relazioni con soggetti differenti a cui offri la tua professionalità, e da cui nel contempo ricevi qualcosa. Conservi il ricordo di tutti i tuoi incontri?

“Negli ultimi anni, in virtù delle tante persone conosciute, ho maturato un desiderio, dare voce alle tante persone conosciute in oltre vent’anni di lavoro nel sociale tra Torino e Roma. Tanti di questi ragazzi oggi sono adulti come me. Ho incontrato persone eccezionali dotate di creatività, artisti che hanno avuto il coraggio e la tenacia di continuare a seguire le loro passioni, e oggi sono pittori, scultori. Tutte storie da raccontare.  Ma vorrei dare voce anche a quelli più ‘anonimi’ che non hanno avuto una possibilità,  perché non avevano competenze particolari per emergere, e  che però mi hanno lasciato qualcosa dentro, dettagli di un’umanità che è importante ricordare. Ecco, vorrei raccontare tutto questo in un libro, per dare un senso al lavoro che ho fatto, e a quello che ancora si può fare”.

C’è qualcosa che bolle in pentola? 

“Direi proprio di sì! Qualche anno fa, in occasione della sostituzione di un collega che era in ferie, ho avuto la fortuna di conoscere una persona speciale, Luca Bucchi. Abbiamo subito scoperto di avere tante passioni in comune: la pittura, la passione per il volo… e poi il biliardo, per cui stiamo avviando un fantastico progetto insieme…”.

E’ un vulcano d’entusiasmo e motivazione.  Parla con la testa e con il cuore, Roberto, ma lo fermiamo, perché “questa è un’altra storia  e  dovrà essere raccontata un’altra volta”.



more No Comments agosto 7 2019 at 19:37


Maria Monsè: In fatto di bellezza la “battaglia” si vince dopo i quarant’anni

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Dagli anni ’90 non ha avuto mai un attimo di pausa e adesso sta scrivendo due libri. Inoltre ha un suo brand nel campo della moda: “Perla Monsè”.

di Silvia Giansanti

Solare e vulcanica, per avere un’idea di Maria Monsè basta vedere il suo bagaglio artistico, roba da far impallidire chiunque. Un successo tutto meritato che dura da quasi trent’anni, lavorando a fianco di noti personaggi della tv e del cinema. E’ innamorata di sua figlia che ha avuto subito dopo aver conosciuto il suo attuale marito e ama una vita semplice, quella di una volta dove tutto era più umano e meno tecnologico. Ultimamente la stiamo ammirando in una versione sexy, e, come si dice, la partita si vince dopo i quarant’anni. Scopriamo anche il suo legame con il mondo della moda.

Maria, sei un prodotto tv degli anni ’90. Ecco, cosa ricordi volentieri di quel periodo?

“Ricordo che era tutto più a misura uomo. La vita e il mondo erano migliori. Oggi sinceramente tutto questo uso della tecnologia non mi piace più di tanto. Avevo una bella agenzia, mi lasciavano i messaggi nella segreteria telefonica, che mi ero perfino fatta benedire dal prete e quando tornavo a casa, ascoltavo e venivo a sapere in quel modo l’esito dei provini fatti. Era bello vivere così, non con questo tormentone del telefonino. A volte non ce la faccio più. Mi sento maleducata a non rispondere alla gente. Oggi si fa tutto con il cellulare davanti”.

Sei una persona a cui piace muoversi a 360°. Dopo la tv è arrivato anche il mestiere di attrice.

“Sì, nel mio curriculum c’è anche quello”.

Tornando alla tv, hai avuto l’occasione di lavorare accanto a svariati personaggi. E’ stato divertente con Luca Giurato?

“Sì, ma a dir la verità ho fato poche puntate con lui”.

Un personaggio che ricordi più volentieri?

“Philippe Leroy, con il quale ho girato un film, un personaggio davvero di un certo rilievo”.

Hai la passione per la moda e hai fondato la tua linea “Perla Monsè”. Parliamone. 

“Seguo da tempo il mio brand che si chiama appunto ‘Perla Monsè’ e ho creato un format che si chiama invece ‘Perle di Moda’. Vado praticamente su due binari”.

Nel format sei a fianco di Daniele Pacchiarotti, il noto Ritrattista delle Dive. Com’è nato questo sodalizio?

“E’ nato perché sono partita con la mia linea ‘Perla Monsè’ e mi facevo aiutare da uno stilista siciliano con il quale facevo degli eventi. Quando mi sono separata da questo stilista, ho deciso di dare un’altra linea al format e quindi visto che io e Daniele eravamo diventati amici, gli ho proposto di fare qualcosa insieme. Così l’ho coinvolto. Inoltre terrei in modo particolare a ringraziare altre persone che hanno collaborato, tra cui la mia cake designer di fiducia Cinzia Calicchio, che ha fatto una torta fenomenale con il logo. C’è anche un giovane imprenditore di nome Ruben Chatrian e il notaio Alessandro Matteucci, che ci ha fatto fare degustazioni a base di canapa. Infine vorrei ringraziare anche la cantante Rita Sensoli ”.

A quando il prossimo evento di “Perle di Moda”?

“A novembre”.

Cosa ti ha lasciato l’ultima esperienza tv del “Grande Fratello VIP”?

“Ci sono un po’ rimasta male, perché avendo fatto molto nel campo, umilmente parlando, credevo di entrare sin dall’inizio nella Casa. Non capisco perché ho avuto questa opportunità in seconda battuta. E’ stato difficile inserirsi, avendo trovato un nucleo già formato. Chi è entrato dopo, è uscito uno dietro l’altro. Inoltre non capisco perché siano stati scelti alcuni personaggi che non hanno una storia professionale importante alle spalle. In questo mondo accadono cose inspiegabili”.

Rifaresti quest’esperienza?

“Certamente”.

Tra gli impegni attuali cosa c’è?

“Sto scrivendo un libro con Simone Di Matteo, ‘La vita è una questione di verità’ e un altro di dolci con Cinzia Calicchio che abbiamo nominato prima, intitolato ’50 sfumature di dolci’. Inoltre ogni venerdì sono su Radio Italia Anni ’60 con un programma”.

E’ un’estate di fuoco o di vacanze?

“Di lavoro appunto, perché porto la mia collezione ‘Perla Monsè’ a Poltu Quatu in Sardegna, come accade da anni, aprendo quest’anno una collaborazione sul posto con il negozio Vista Alegre”.

Cosa ami particolarmente della vita?

“Mia figlia, non ci sono dubbi. Poi viene il marito, ma per questo so che sarò perdonata”.

 

CHI E’ MARIA MONSE’

Maria Monsè, all’anagrafe Maria Concetta La Rosa è nata a Catania il 17 febbraio sotto il segno dell’Acquario. Caratterialmente si definisce solare, affidabile e sensibile. Ha l’hobby della pittura, della palestra e del cellulare. Adora i piatti a base di pesce, tifa per il Catania e le piacerebbe vivere a Londra. Possiede un chiwawa di nome Lady Dior. Il 2005 è stato l’anno fortunato della sua vita. E’ sposata e ha una figlia, Perla Maria. Il suo debutto in tv è avvenuto agli inizi degli anni ’90 nel programma “Non è la Rai”, esordendo come conduttrice nel 1995 in “Go-Cart” su Rai Due. Parallelamente è iniziata anche l’attività di attrice, prendendo parte a pellicole come “Io e il Re” e “Ragazzi della Notte”. Nel 1998 è stata attrice principale in “Annarè”. Negli anni duemila è tornata in Rai dove ha condotto a fianco di Michele Cucuzza e poi con Luca Giurato “Un giorno speciale”. Tra le sue esperienze tv, ha lavorato anche a fianco di Massimo Giletti e Franco Di Mare. Più avanti ha preso parte allo spettacolo teatrale di Gegia “Suore scatenate”. Dal 2008 al 2010 ha condotto “Salotto Monsè” in onda su Canale Italia. Dal 2016 è attiva nel campo della moda fondando la linea Perla Monsè. E’ ricorrente come ospite e opinionista nel programma di Barbara D’Urso “Pomeriggio Cinque”. Ha preso parte alla terza edizione di “Grande Fratello VIP” e adesso sta scrivendo due libri.



more No Comments luglio 6 2019 at 10:16


Michele Riondino: “Cantando Battisti ho superato i miei limiti”

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Dopo il successo ottenuto con il giovane Montalbano, Michele Riondino ne ha fatta di strada. E nel film “Un’avventura”, uscito qualche mese fa, ha dato grande prova di abilità cimentandosi nel ballo e nel canto.

di Giulia Bertollini

Una sfida stimolante e impegnativa che lo ha costretto ad affrontare lunghe ore di prove e di studio come ci ha confessato in questa divertente chiacchierata. Perché Michele oltre ad essere un attore versatile e carismatico sa rapire con il suo sorriso e il piglio di chi sa cosa vuole nella vita. Lo abbiamo incontrato al termine della conferenza stampa di presentazione del film per farci raccontare qualcosa in più sul progetto che lo ha visto protagonista e sulla sua passione per la musica.

Michele, sono passati dieci anni dal film “Dieci inverni”. E ti abbiamo ritrovato qualche mese fa protagonista in “Un’avventura”. 

“Sono passati dieci anni da un film importante per me e che ricordo piacevolmente. In questa storia ho ritrovato qualcosa di quella narrazione. In più qui c’è però il contributo importante delle canzoni di Mogol e Battisti che raccontano una storia d’amore reale. Una vicenda sentimentale sceneggiata in musica che passa attraverso delusioni e tradimenti senza mai essere sdolcinata”.

Ti vediamo ballare e cantare. Come ti sei preparato ad affrontare questo ruolo?

“E’ stata una sfida divertente e stimolante. Non è stato semplice affrontare la parte coreografica anche se mi sentivo tutelato dalla presenza di Luca Tommasini. Non ho mai voluto smettere di fare le prove anche perché non essendo padrone della materia volevo fare bella figura. Sia per il cantato che per la coreografia la recitazione è stata la vera salvezza. Ho avvertito ansia da prestazione soprattutto perché avevo a che fare con ballerini professionisti”.

Mogol è venuto sul set? Ti ha dato qualche consiglio?

“Non ci siamo mai incrociati sul set perché non è venuto durante le riprese a trovarci. Ha seguito la preparazione dando i suoi consigli in materia di regia. Voleva che le canzoni fossero contestualizzate in maniera precisa e puntuale”.

La canzone di Battisti che più ti rispecchia?

“’Una giornata uggiosa’ è la canzone che mi rispecchia di più. Mi è dispiaciuto invece non cantare nel film ‘Insieme a te sto bene’. Era stato il mio cavallo di battaglia al provino tanto da convincere poi i produttori a scegliermi. Faccio parte di un gruppo rockabilly e, prima dell’audizione, l’ho cantata con la mia band, facendone una versione particolarmente rock. Anche se nel film non c’è perché l’hanno tolta ed è un peccato, mi è rimasta nel cuore, ed è ancora nella scaletta del mio gruppo”.

Cantare sul palco di Sanremo deve essere stata un’emozione incredibile. 

“Cantare ‘Un’avventura’ a Sanremo è stato un dramma indescrivibile più che un’emozione. (ride) Invece, usare il mio lavoro d’attore per interpretare le parole di Battisti è stato molto più semplice, ed è stato più facile che far finta di essere un cantante e buttarsi da un grattacielo. Il musical non è il genere che prediligo, ma ‘Un’avventura’ è stata un’esperienza formativa”.

Quando ti sei avvicinato alla musica?

“La prima volta che ricordo di aver apprezzato la musica è stata un pomeriggio, a casa mia, con mio padre, che si era fatto dare una VHS da mio cugino, su cui c’era il concerto live a Pompei dei Pink Floyd. Ricordo che è stata la prima volta che smisi di fare quello che stavo facendo per concentrarmi su questa musica che veniva fuori dal televisore. E’ il primo ricordo che ho di quando la musica mi ha proprio acchiappato, preso e non mollato più”.

Hai mai tradito?

“No, non mi è mai capitato. Sono un bravo ragazzo”. (ride)



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Marina Di Guardo: “Ho abbandonato la moda per dedicarmi alla scrittura”

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Quando arriviamo alla presentazione del suo ultimo romanzo “La memoria dei corpi”, la sala è affollata di gente. Chissà se molti dei presenti sono accorsi per curiosità. Eh sì perché l’autrice che sta per presentare il libro è la madre della nota fashion blogger Chiara Ferragni. E a guardarla si direbbe che buon sangue non mente.

di Giulia Bertollini

Bella, bionda ed elegante Marina Di Guardo. Dopo aver lavorato tanti anni nella moda ha deciso di dedicarsi alla passione per la scrittura cimentandosi nella narrativa. Dopo il successo ottenuto con il romanzo d’esordio “Com’è giusto che sia”, Marina è tornata in libreria con un thriller avvincente che vi terrà incollati fino alla fine. Ne abbiamo parlato con l’autrice che oltre a raccontarci qualcosa in più sulla sua nuova fatica letteraria ci ha aperto il suo cuore tra curiosità e ricordi di gioventù.

Marina, il tuo ultimo romanzo edito da Mondadori “La memoria dei corpi” sta riscuotendo un grande successo. Come mai questo titolo?

“Non posso assolutamente dire nulla perché a differenza del precedente romanzo ‘Com’è giusto che sia’, in questo libro il senso del titolo lo si capirà solo nell’ultimo capitolo. Posso dire però che il finale della storia sarà mozzafiato. Da cultrice del romanzo noir, quando mi capita di leggere un libro mi aspetto sempre che ci sia una conclusione inaspettata. Altrimenti ne rimango delusa”.

Quando hai costruito la trama avevi già in mente l’idea di come i personaggi dovevano interagire o è stata la storia stessa a portarti a creare legami?

“E’ una domanda molto interessante. Di solito, scrivo sempre una traccia di quello che voglio raccontare perché credo sia importante mantenere una coerenza nel racconto senza perdere di vista gli elementi basilari. In questa prima bozza includo anche il finale e poi procedo con la narrazione. Quando poi comincio a far scorrere le mie dita sulla tastiera mi accorgo di come i personaggi riescano a prendere forma da soli. Giorgio e Giulia sono nati pian piano dentro di me con molta calma. Devo dire che è come se loro avessero preso il mio posto dietro la tastiera, come se mi avessero dettato quello per cui volevano essere raccontati”.

Secondo te perché la donna o l’uomo che scegliamo è il riflesso del genitore di sesso opposto e in che modo questa situazione può inficiare la relazione tra due persone?

“Sono stata in analisi per cinque anni e amo molto indagare la psicologia dei personaggi. Mi piace anche scavare nelle dinamiche che si possono instaurare tra persone. Giorgio sceglie sempre un certo tipo di donna. Bionda, bella e possibilmente misteriosa. Ho ipotizzato che Giorgio, innamorato della mamma sin da bambino, volesse ricercare le stesse sue qualità in un’altra donna. Se ci pensiamo quando siamo bambini sperimentiamo determinate situazioni che poi da adulti vorremmo riprodurre ossessivamente. E’ come se volessimo avere una rassicurazione circa quello che abbiamo conosciuto”.

In questo romanzo hai adottato il punto di vista maschile. E’ stata una sfida con te stessa?

“Per me ogni libro è una sfida ed è avvincente l’idea di dedicarmi ad altri personaggi senza ricadere nell’onda dei sequel. Non amo le storie seriali. Le trovo noiose, deludenti, ripetitive. Mi piace l’idea di raccogliere la sfida ogni volta e cimentarmi con trame, personaggi, tematiche nuove”.

Mi ha colpito molto l’ambientazione. La storia di Giorgio accade in Val Trebbia, nel piacentino, come mai questa scelta geografica?

“Ho scelto le colline del Piacentino perché ci andavo a scuola quando ero ragazzina. Ricordo ancora quando di mattina partivo con il treno per andare al liceo Gioia con una paura matta per le interrogazioni. Piacenza fa parte del mio immaginario, del mio passato e mi hanno sempre emozionato i luoghi vicini. Sono posti molto belli che non essendo sfruttati dal punto di vista turistico sono rimasti intatti. In questi anni, ho organizzato anche dei picnic fantastici con le mie figlie”. (ride)

Se dovessi racchiudere “La memoria dei corpi” in una sola frase di tutto il libro quale sceglieresti e perché? 

“Sceglierei una frase non mia ma di Leopardi che ha ispirato il senso del mio libro e la figura di Giorgio, il protagonista: ‘pare un assurdo, e pure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale, né altro di sostanza al mondo che le illusioni’. Perché ho scelto proprio questa frase? Lascio ai lettori la curiosità e la possibilità di scoprirlo”.

Che ragazza sei stata?

“Ero una ragazza ribelle. Non sono mai stata una studentessa modello. Infatti, mi applicavo poco. Miravo alla sufficienza e avevo 7 in condotta. Una volta litigai addirittura con il vicepreside perché stava prendendo in giro me e un ragazzino. Quel gesto mi costò tre giorni di sospensione”.

Un consiglio per gli aspiranti scrittori?

“Credere in se stessi, non pubblicare a pagamento e sperimentare la gavetta. Puntare alla grande casa editrice non sempre è una carta vincente, almeno non dalla posizione di esordiente. I grandi editori spesso non rispondono. Ci sono passata anche io. Meglio un piccolo editore onesto che crede nell’opera. E, cosa da non sottovalutare, dopo la pubblicazione darsi da fare. L’obiettivo non è la pubblicazione, ma raggiungere i lettori”.

Che rapporto hai con i tuoi lettori? 

“Uso i social per dialogare con i miei lettori. E’ bellissimo quando mi scrivono di aver letto i miei libri e di essersi ritrovati nelle mie riflessioni. Anche durante le presentazioni ho avuto modo di entrare a contatto con le persone che mi leggono ma ho allargato il mio raggio di conoscenza grazie ai social. Da questo punto di vista, li trovo utili”.



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