Sandra Milo: Con la raccolta di poesie “Il Corpo e l’Anima” è emerso tutto il suo lato letterario

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In autunno ha pubblicato “Il corpo e l’anima”, una raccolta di poesie che ha messo in evidenza la sua vena poetico-letteraria.  Da tempo si cimentava con la poesia e l’hanno consigliata a scrivere un libro.

di Silvia Giansanti

Quante volte capita nella vita di dare forma a qualcosa senza però attribuire troppa importanza e in questo modo impedire che si crei magari un’occasione. E’ il caso di Sandra Milo, che da anni scriveva poesie senza dare troppo peso e che invece un giorno, spronata da una sua amica marchesa, ha deciso di raccoglierle in un libro. “Il corpo e l’anima” su distribuzione della Mondadori è stato presentato di recente nelle principali città italiane e in alcuni importanti eventi culturali. Sandra è una donna con molti interessi, una grande carica e un’intensa vitalità, che fa invidia anche ai più giovani. Forse attraversare più momenti negli anni a qualcosa serve. Così è emerso il suo lato letterario che ha suscitato curiosità, frutto di momenti notturni in cui Sandra riesce a trovare la giusta ispirazione dall’amore per il mondo. All’interno del libro anche una poesia dedicata all’indimenticabile e unica Marina Ripa di Meana.

Sandra, tanto tempo è trascorso e altrettanta carriera brillante è stata fatta, soprattutto per i grandi nomi con cui ha lavorato. Per cosa ha più nostalgia?

“Non mi definisco una nostalgica, sono una che guarda nel presente e nel futuro”.

Cosa l’ha spinta a pubblicare un libro di poesie?

“La mia amica la marchesa Viviani mi ha spinto a pubblicare alcune poesie che ho scritto, così mi ha presentato Francesco Riganti, il capo marketing della Mondadori. Le poesie sono state apprezzate, però in questo momento non è nella loro linea pubblicare cose del genere. Per darmi una mano, le hanno inviate ad un giovane editore di loro conoscenza che si occupa di pubblicazioni speciali. In questo modo le ha pubblicate Morellini con distribuzione della Mondadori”.

Ha scritto anche nel passato poesie o è la prima volta?

“No, le ho sempre scritte, ma le gettavo e le perdevo. La scrittura è la mia passione”.

Ci sono poeti della cultura italiana che la affascinano?

“Mi piace molto Alda Merini, anche una poetessa antica che era Gaspara Stampa e Ada Negri. Poi in Italia ci sono tanti poeti, le poetesse sono in minoranza”.

Queste poesie sono state dedicate e qualcuno?

“Sono soprattutto momenti. Scrivo durante la notte a letto, quando non ci sono rumori e non vengo disturbata dal nulla. Metto dei fogli di carta bianca sul letto e imprimo i miei pensieri, in modo tale da trasferire sentimenti e pensieri vari. Sul mio letto ci sono anche tanti libri che mi fanno compagnia”.

Quante poesie racchiude questo libro “Il corpo e l’anima”?

“Sono circa una ventina”.

C’è una poesia dedicata a Marina Ripa di Meana, vero?

“Esatto. Lei è stata una grande donna della quale credo che tutti sentiamo la sua mancanza per il suo coraggio e la forza con la quale ha saputo conquistare la sua libertà. Quello insomma che lei voleva essere. Era una donna particolare”.

Quanto ha impiegato per scrivere il libro?

“Non molto, un paio di mesi”.

Una parola su Federico Fellini.

“Un grande, un irripetibile nella storia. E’ una di quelle presenze che in fondo non vanno mai via. E’ stato un artista straordinario. Sono solita dormire con la sua foto sotto il cuscino”.

Prendendo spunto dal titolo del libro pubblicato, com’è l’anima della Milo?

“Come il suo corpo, libero e molto sensibile alla bellezza”.

Lei attualmente vive nella Capitale. C’è un posto che preferisce per ricaricarsi le batterie?

“Non ho un angolo specifico dove recarmi, ma adoro guardare il cielo, a prescindere che sia brutto o bel tempo, mi provoca sensazioni indescrivibili”.

CHI E’ SANDRA MILO

All’anagrafe Salvatrice Elena Greco è nata a Tunisi l’11 marzo del 1933 sotto il segno dei Pesci con ascendente Scorpione. Caratterialmente si definisce allegra, attenta e coraggiosa. Ha l’hobby della scrittura, tifa per la Lazio e adora la classica pasta al pomodoro, specie i paccheri. Le piacerebbe vivere a Milano. Ora risiede a Roma. L’anno fortunato della sua vita coincide con quello della sua nascita, come afferma. Al momento possiede un gatto nero di nome Chicco. Ha un’amicizia amorosa con un ragazzo di nome Alessandro. Acclamata attrice e conduttrice televisiva, la sua storia è vasta. Basti dire che con la partecipazione in film di successo come “Il generale Della Rovere”, “Adua e le compagne”, “Fantasmi a Roma”, “Giulietta degli spiriti” e “8 e 1/2”, premiato con l’Oscar, è stata tra le protagoniste del cinema italiano degli anni ’60. Ricordiamo il suo esordio al cinema accanto ad Albero Sordi in “Lo scapolo” del ’55. Nel tempo ha recitato con nomi importanti come Totò, Eduardo e Peppino De Filippo, Jean-Paul Belmondo, Ugo Tognazzi e Aldo Fabrizi. Il suo incontro con Federico Fellini le ha cambiato la vita sia artistica che personale. Ha girato successivamente tante pellicole tra le quali citiamo “Il cuore altrove”, “Happy Family”, “Baci salati”, “L’ombrellone”, “Gli scontenti”, “A casa tutti bene” e “Salvatrice”. Tra i programmi televisivi di grande riscontro ricordiamo “Tam Tam”, “Mixer”, “Piccoli fans”, “L’amore è una cosa meravigliosa”, “Cari genitori” e “Giorno di festa”. Ha all’attivo singoli, varie esperienze teatrali (“Una fidanzata per papà”, “American Gigolo”, “Il letto ovale”, “Fiori d’acciaio”, “La mia vita è uno spettacolo”, “Last Minute” ecc.) e letterarie, ma è la prima volta che ha pubblicato un libro di poesie dal titolo “Il corpo e l’anima”. Ha partecipato ai reality “Ritorno al presente” e “L’isola dei famosi”.



more No Comments gennaio 14 2020 at 13:54


Roberto Farnesi: “Ai fornelli sono una tragedia. Per questo ho deciso di aprirmi un ristorante”

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Si divide tra il set e la ristorazione. Stiamo parlando di uno degli attori più amati della tv, Roberto Farnesi, che ritroviamo anche in questa nuova stagione della soap “Il paradiso delle signore” nei panni dell’imprenditore Umberto Guarnieri. Un uomo cinico e spietato che cercherà di riscattarsi dal passato nonostante le difficoltà siano dietro l’angolo.

di Giulia Bertollini

In questa divertente chiacchierata, oltre ad anticiparci qualcosa sul suo personaggio, Roberto ci ha parlato del suo rapporto con la cucina e con l’alimentazione.

Roberto, non deve essere stato facile quando ti hanno comunicato che la soap sarebbe stata chiusa.

“Ho abbracciato questo progetto con grande entusiasmo. Quando la notizia della chiusura era nell’aria l’ho vissuta con amarezza avvertendo anche un senso di ingiustizia perché non si è tenuto conto del riscontro del pubblico. Totalizzare il 17% di share in quella fascia pomeridiana non era facile. Sono saltato sulla sedia invece quando ho saputo che la serie era salva. Dalla delusione sono passato ad un’immensa felicità”.

Come evolve in questa stagione il tuo personaggio?

“Umberto è stato sempre dipinto come un personaggio cinico e spietato. Alla fine della prima stagione però è riuscito a riscattarsi dopo aver scoperto che era stato il suocero a vedere ai nazisti la famiglia di Spinelli. In questa nuova edizione, Umberto sarà in difficoltà finanziarie visto che il patrimonio è stato ceduto dalla contessa Adelaide nelle mani di Riccardo. Da questo punto, si creerà uno scontro interessante con il figlio. E poi per lui ci sarà una svolta in campo sentimentale”.

Hai ripreso la vita da pendolare.

“Non ho mai avuto casa a Roma e ho sempre dormito in alberghi o residence. Sono pendolare da una vita ma la mia casa è in Toscana. In Italia si parla da una vita di pendolarismo e di precariato. Io ormai sono vaccinato”. (ride)

In Toscana gestisci un ristorante.

“E’ una realtà parallela che mi regala grandi soddisfazioni e che mi permette di avere un riscontro dal mio operato. Ho 19 dipendenti, tutti giovani con voglia di fare e di  mettersi in gioco. Ci vogliono anni per avere un buon riscontro ma dopo 7 anni già si vedono i risultati. Faccio molta pubblicità sui social nonostante non sia un tipo tecnologico. Lo faccio per dovere ma anche per divertimento”.

Di recente i ristoratori italiani hanno lamentato di non trovare lavapiatti. Anche nel tuo ristorante hai riscontrato le stesse difficoltà?

“Sì, tanto che ho assunto un lavapiatti non italiano. In Italia purtroppo molti giovani non vogliono lavorare. Fare il lavapiatti non è facile. E’ un lavoro duro e usurante ma se c’è fame di lavoro bisogna approfittarne. C’è anche chi mi ha fatto problemi per servire ai tavoli fino all’1 di notte di sabato sera. Non è facile trovare gente che abbia voglia di lavorare senza guardare l’orologio”.

Se ti trovassi in un momento di difficoltà economica accetteresti di fare il lavapiatti?

“Assolutamente sì. Se non hai da mangiare fai qualunque cosa. Alcuni ex colleghi, che erano anche molto bravi come attori, hanno dovuto cambiare mestiere per poter vivere”.

In cucina come te la cavi?

“E’ una vera tragedia. Per questo mi sono aperto un ristorante. La retribuzione è il cibo. (ride) I ragazzi che lavorano con me mi hanno anche dedicato un dolce. Si chiama ‘Lo Schianto’”.

Tra la vita di attore e quella di imprenditore ci sono dei punti di contatto?

“Il lavoro di attore ti porta spesso in giro per l’Italia e a mangiare fuori. Aprire un ristorante era un’ambizione che avevo e che poi ho realizzato grazie anche ad un socio che è molto competente. Inevitabilmente nella vita di un attore ci sono anche momenti di pausa. In quel caso è importante potersi trovare una realtà parallela o trasformare il proprio hobby in qualcosa di redditizio”.

Al tuo ristorante sono venuti a mangiare anche chef famosi?

“Sono venuti a mangiare Cannavacciuolo, Barbieri, Bastianich e Locatelli. Mi sono fatto con loro tremila foto e ci ho tappezzato il locale. Hanno ordinato una bella chianina”.

Qual è il tuo rapporto con il cibo?

“Mangio molto e sono un carnivoro. Non sono un goloso di dolci e tendo ad evitare il pane e la pasta. Ho perso 8 chili. Faccio anche sport perché vado a correre. Riconosco però di essere molto pigro. Infatti, appena entro a casa mi butto sul divano”.

La tua compagnia Lucia ti aiuta al ristorante?

“E’ laureata in lingue e ha trovato lavoro in un’importante azienda. Quando non ci sono dà un occhio e questo mi fa stare più tranquillo. Ormai stiamo insieme da cinque anni e conviviamo da due”.

E’ giunto allora il momento di sposarti.

“Il matrimonio e i figli li vivo nella realtà virtuale del set. Nella realtà sarebbe molto più complicato. Mia mamma ormai si è rassegnata”. (ride)



more No Comments gennaio 14 2020 at 13:50


Daniele Silvestri: “Le mie canzoni sono lo specchio di ciò che vedo”

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Con il brano “Argentovivo” ha portato assieme al rapper Rancore sul palco di Sanremo 2019 una generazione di giovani disillusi.

di Giulia Bertollini

Un brano che continua a registrare un grande successo tanto da aver vinto nelle scorse settimane anche il Premio Tenco. Stiamo parlando di Daniele Silvestri che per festeggiare i 25 anni di carriera qualche mese fa è partito con il suo tour “La terra dal vivo sotto i piedi”. Un anniversario importante che lo ha spinto a realizzare una scenografia di notevole impatto visivo che non prevede un palco ma una collinetta di terra al centro. In questa intervista, realizzata a margine della premiazione del Roma Videoclip, Daniele ci ha raccontato la sua ultima “follia”.

Daniele, al Roma Videoclip sei stato premiato per il videoclip “Scusate se non piango”.

“E’ stata una grande scommessa e insieme a me hanno vinto anche coloro che hanno partecipato al videoclip. Un cast geniale di attori che ci hanno messo tanta passione e che sono stati accomunati dalla voglia di sognare ancora, a prescindere da qualsiasi cifra. Li ho riuniti ad Angelo Mai, uno di quei luoghi che nascono un po’ per fortuna e un po’ per testardaggine in cui si fa cultura. Questa canzone racconta la storia travagliata che ha vissuto quello spazio e lo fa in modo catartico e liberatorio”.

Hai scritto tante colonne sonore. Immagino che scrivere per il cinema sia stata un’esperienza stimolante.

“Ti confesso una cosa. Scrivere per il cinema è sicuramente diverso però quando lavoro per un disco cerco di ragionare come se stessi scrivendo la sceneggiatura di un film. Mi aiuta di più”.

Come è successo ad alcuni tuoi colleghi, hai mai pensato di metterti in gioco nella recitazione?

“Mi è anche capitato in un cameo in cui interpretavo me stesso. Non penso di essere portato per la recitazione. Potrei pensare di scrivere qualcosa per il cinema ma non ho mai creduto nella mia bravura come attore. Ogni volta che mi rivedo in qualche scena di un videoclip mi faccio anche schifo. Pertanto, direi che non c’è rischio”.

Ci parli del tuo tour che a livello scenografico rappresenta una novità?

“Sono partito dall’idea di mettere al centro del palco un mucchietto di terra. Poi questo cumulo si è trasformato in una collinetta. Volevo sfruttare l’occasione di avere un luogo come il palazzetto che fondamentalmente è un contenitore vuoto per realizzare questa follia. Partendo dal fatto che l’album si intitola ‘La terra sotto i piedi’ ho voluto un palco che richiamasse le radici. E’ stata una scommessa. Raramente ricordo di essere stato orgoglioso come questa volta”.

Hai da poco festeggiato 25 anni di carriera. C’è un ricordo a cui sei più legato?

“Ce ne sono tantissimi. Non mi scorderò mai però il momento in cui sono salito a cantare sul palco del lungomare dell’Havana a Cuba davanti a 40.000 cubani che non avevano la più pallida idea di chi fossi. Riuscii a farli ballare e per me fu una grandissima soddisfazione professionale”.

Qual è il ruolo degli artisti in un momento in cui non ci si fida più della politica?

“Non devono essere per forza gli artisti a sostituire i politici però possiamo a volte ricordare loro qualcosa. Gli artisti devono anche saper regalare sogni ed evasione. Personalmente tendo a guardare al mondo con uno sguardo critico e attraverso le mie canzoni racconto ciò che vedo”.



more No Comments gennaio 14 2020 at 13:48


Matteo Martari: “Bisogna imparare a rispettare la natura”

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Sguardo magnetico, fisico scultoreo e un talento naturale per la recitazione. A Matteo Martari il ruolo del cattivo calza a pennello tanto che nell’ultima stagione della serie tv di successo “A un passo dal cielo” lo abbiamo ritrovato in carcere. Eppure Matteo confessa di non avere nulla in comune con i personaggi che ha interpretato. E c’è da credergli soprattutto quando con un sorriso racconta del suo controverso rapporto con i cavalli.

di Giulia Bertollini

In questa chiacchierata, Matteo ci ha rivelato qualcosa in più sul suo personaggio e sui suoi prossimi progetti.

Matteo, nella serie “Un passo dal cielo” hai interpretato un cattivo.

“Albert Kroess non è un personaggio cattivo. Io lo difendo sempre perché sono stati gli eventi a trasformarlo. A volte, la cattiveria nasce per il fatto di aver dovuto sopportare una serie di frustrazioni. E’ un personaggio che per un suo scopo personale sfrutta al meglio le sua capacità da manipolatore. Nella scorsa stagione viene arrestato da Francesco Neri e lo ritroviamo in carcere. Da lì decide di voler cambiare la sua vita e inizia un percorso di redenzione”.

Come ti sei trovato a lavorare in alta montagna? Hai avuto difficoltà?

“Quando sono arrivato in montagna ho fatto scopa. Ho vissuto la montagna da bambino e tutt’ora la frequento. Sapevo a cosa stavo andando incontro dal punto di vista dell’ossigeno in altitudine e dal punto di vista climatico. In estate, nella stessa giornata, puoi trovare l’inverno e l’estate. Quando lavori devi adattarti alla situazione. Per questo, è una serie molto difficile. Il fascino della montagna è imbattibile”.

Negli ultimi anni, la natura è stata maltrattata.

“Nel mio piccolo, cerco di amare e rispettare la natura. Noi la viviamo tutti i giorni dimenticandoci della sua importanza. Non possiamo permetterci di trattarla male. Serve molto più rispetto e consapevolezza di quanto sia importante la natura per l’essere umano. E’ un argomento che ho molto a cuore”.

Ami andare a cavallo?

“Mi piacerebbe molto ma i cavalli con me non vogliono venire. (ride) Ho un rapporto conflittuale. Mio padre mi ha portato al maneggio quando ero piccolo e quindi lo scoglio iniziale l’ho superato. Temo che il problema sia mio. Amo molto anche il trekking”.

Ti abbiamo visto interpretare personaggi dalle tinte noir. Sogni un ruolo comico?

“La comicità è difficile. Bisogna essere portati a fare la commedia perché ci sono tempistiche da rispettare. Credo di non avere queste qualità. Non tutti i personaggi che ho interpretato si avvicinano a me anche perché a quest’ora sarei in carcere. (ride) Anzi, non condivido nulla con loro. Cerco di dare il mio punto di vista sui personaggi  e a loro applico qualcosa di mio”.

La fiction Rai ha celebrato in questi anni personaggi storici. Quale ti piacerebbe interpretare?

“Con Giovanni Buitoni, Luigi Tenco e Francesco Pazzi ho avuto la fortuna di accarezzare personaggi realmente esistiti. Mi piacerebbe interpretare Colin McLee o Ayrton Senna per la mia passione per i motori”.

Prossimi progetti?

“Ho lavorato con Ozpetek. Misurarsi con registi molto bravi permette al lavoro che fai di prendere un’altra dimensione. E in questo caso credo di aver fatto un passo in più”.



more No Comments gennaio 14 2020 at 13:46


Enrica Pintore: “Nella vita vince l’amore”

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I viaggi sono la sua passione. E come per una strana coincidenza il suo compagno lavora in un’agenzia di viaggi. Stiamo parlando dell’attrice Enrica Pintore che nella soap pomeridiana “Il paradiso delle signore” interpreta Clelia Calligaris, una donna pronta a riconquistare la sua libertà dopo aver subito soprusi e angherie da parte del marito.

di Giulia Bertollini

In questa intervista, Enrica oltre a raccontarci qualcosa in più sul suo personaggio ci ha svelato qualche curiosità sulla sua vita privata.

Enrica, cosa succede al tuo personaggio?

“Clelia tornerà per risolvere delle questioni burocratiche dopo aver saputo che il marito è morto in carcere. Con l’occasione, incontrerà a Milano la signorina Pellegrino, una delle Veneri del Paradiso, facendosi promettere di non parlarne con nessuno. Nel frattempo però le verranno richieste delle carte legate all’attività che il marito svolgeva al Paradiso e Clelia dovrà rivolgersi a Vittorio chiedendogli di intercedere per lei e di frugare nello studio del Ragionier Cattaneo. Verrà di nuovo assunta come commessa al Paradiso. Dal punto di vista sentimentale, manterrà la distanza dal ragioniere che vuole rispettare le promesse fatte alla moglie. Clelia vivrà nel rimpianto e nella malinconia. Un evento scatenante però rimescolerà le carte”.

Come avevi preso la notizia della chiusura?

“E’ vero che ai personaggi ti affezioni e che le storie sono in prestito ma chiudere una stagione con il 17% di share senza tener conto del riscontro del pubblico fa malissimo e dispiace. Sul set poi si respira aria di famiglia e siamo tutti molto affiatati. E’ come quando prenoti una vacanza e ti dicono che il volo è annullato. Poi però è arrivata la bella notizia e ci siamo ubriacati”.

In questo periodo, hai preso parte ad altre fiction importanti.

“Quest’estate ho girato per la Rai la serie ‘Enrico Piaggio’ con Alessio Boni. Si parla della nascita della Vespa fino ad arrivare ai tempi del film ‘Vacanze romane’. Dovrebbe andare in onda in questo nuovo anno”.

Per te vince l’amore o la morale?

“Fino a qualche anno avrei detto la morale. Vengo da un paese della Sardegna in cui mi hanno inculcato certi valori e la morale viene prima di tutto. Crescendo però ho cambiato idea. Ora ti dico che per me vince l’amore”.

Sei fidanzata?

“Sono fidanzata da 13 anni con una persona che non fa parte del mondo dello spettacolo. Infatti, ha un’agenzia di viaggi. Nonostante nella vita le storie d’amore possano avere degli alti e bassi mi sono sempre chiesta se valeva la pena cambiare. E la mia risposta è stata no. Quando trovi l’uomo perfetto te ne accorgi”.

Per il momento però niente matrimonio.

“No. Abbiamo fatto ultimante tanta indigestione di matrimoni e ci siamo stancati. Probabilmente quando ci sarà faremo un bel viaggio. Alla fine credo che con la convivenza uno già si accorga se riesce a sopportare i difetti dell’altra persona”.

Quali sono i tuoi passatempi preferiti nel tempo libero?

“Pratico tennis nel weekend con il mio compagno, poi mi piace andare al cinema e guardare le serie tv. Sono anche abbastanza temeraria, mi piacciono le esperienze forti, ad esempio mi sono lanciata col paracadute qualche mese fa. Inoltre ho suonato il violino per tanti anni, forse un giorno riprenderò anche a suonare”.



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Roberta Mastromichele: Una bellezza acqua e sapone

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Intrigante, divertente e alquanto capace, Roberta Mastromichele si fa largo nel panorama femminile della risata teatrale senza temere di intaccare con qualche smorfia la sua radiosa bellezza.

di Mara Fux

Quando è iniziata la tua carriera artistica? 

“Molto presto, in realtà ho iniziato sin da bambina a studiare danza; a 14 anni ho fatto le prime piccole esibizioni su palchi professionali, a 17 danzavo in tv come ballerina e poiché lavoravo con Luca Tommassini ho iniziato a girare il mondo cosa che mi ha impedito di studiare regolarmente recitazione, aspetto artistico che pure mi piaceva tanto e per il quale mi sentivo portata. Proprio perché mi piaceva, però, impiegavo il tempo libero con stage di recitazione o laboratori con la De Sapio”.

E quando è avvenuto il passaggio dalla danza alla recitazione? 

“Quando ho smesso di ballare, anche se il genere con cui ho iniziato era molto diverso da quello che oggi porto in scena; era molto più impegnato: il mio primo ruolo è stato per Marco Calvani, facevo una donna cecena con una vera tragedia sulle spalle. Che poi in realtà a ballare ballavo lo stesso, magari di meno se consideri, per esempio, che di quel periodo è ‘Nine’ un film musicale di Rod Marshall con Daniel Day Lewis, Marion Cotillard, Nicole Kidman  nel quale ho lavorato in ambo le vesti”.

Forse mi sfugge il passaggio ma dopo tutti questi anni in giro con compagnie internazionali come sei arrivata a stabilirti come attrice in ditta con Danilo De Santis? 

“In realtà di Danilo e dei suoi spettacoli avevo sentito parlare perché lui è cugino di Giorgia, con la quale io ho fatto tanti tour da ballerina; però a farci conoscere per davvero è stata Chiara Canitano, una cara amica comune che mi portò a vedere ‘Tre interi e un ridotto’. Da lì a breve abbiamo allestito ‘Sali o scendo’ un testo speciale, scritto benissimo, che potrebbe esser rappresentato ovunque anche all’estero poiché supera i limiti della territorialità che spesso caratterizzano le commedie italiane. Da quel momento abbiamo cominciato ad auto produrci finché non c’è stato l’incontro con Alessandro D’Alatri che si è innamorato dei nostri spettacoli e ha iniziato a produrli”.

Nei tuoi ruoli, sempre comici e brillanti, non esiti nemmeno a far smorfie: per una bella è più difficile far ridere? 

“Hai detto una cosa molto vera: è proprio difficile per una bella far ridere per cui voglio ringraziare Danilo che non ha esitato a guardare oltre l’apparenza intuendo appieno le mie potenzialità, tirandole fuori e scrivendo per me dei ruoli divertentissimi”.

Dove sei di scena questa stagione? 

“Quest’anno recito anche con Toni Fornari, Simone Montedoro, Giancarlo Ratti ed Emanuela Fresi in ‘A Capodanno tutti da me’, una compagnia in cui sono entrata solo quest’anno ma con cui mi son trovata bene da subito. Con Danilo De Santis e i nostri spettacoli abbiamo parecchie date in tour con ‘Sali o scendo’, molto rappresentato anche da compagnie amatoriali che noi piacevolmente andiamo a vedere; a maggio sempre insieme andremo in scena con ‘Stella di casa’ al Teatro Tirso di Roma”.

Hai detto che spesso assisti altre compagnie fare “Sali o scendo”: cosa provi nel vedere altre attrici interpretare il tuo ruolo? 

“Una forte gelosia, ho una forte possessività del personaggio che mi infastidisce perché vedendolo ti rendi conto che il personaggio vive pure senza di te: Serena vive anche se non la faccio io e questa cosa è bellissima e terrorizzante al tempo stesso”.

Lavorare come ballerina al tuo livello è stato molto impegnativo? 

“La danza è tanto lavoro, è rigore, sei sempre messo alla prova però è l’unico lavoro che conosco e avendolo fatto sin da bambina non conosco altro modo di farlo”.

Hai completamente chiuso con la danza? 

“No, spesso mi chiamano come coreografa in  trasmissioni televisive; di recente ho fatto ‘Maledetti amici miei’ o le trasmissioni di Fazio o Saviano, lavori soddisfacenti. Diciamo che dopo tanti anni ed esperienza ho la fortuna di poter scegliere con chi lavorare”.

Con quale cantante ti sei trovata meglio come ballerina? 

“Mi è piaciuto molto Robin Williams, perché sul palco si da tantissimo, è molto vivo, è presente; pure con Ricky Martin anche se come artista è più pacato. Tra gli italiani ho sicuramente Baglioni nel cuore ma anche perché ci ho davvero lavorato dai tempi di Anima mia a Capitani Coraggiosi”.

I tuoi ti hanno mai ostacolata nei tuoi progetti artistici? 

“Mi hanno fatta ragionare ma sempre sostenendomi. Qualsiasi passo io abbia fatto c’era al mio fianco mio padre o mia madre ad accompagnarmi; davanti ad una proposta di lavoro mi facevano capire che la potevo fare se ciò mi faceva stare bene; se invece non mi faceva stare bene potevo mollare perché non era necessario. Di quanto grande fosse il loro sostegno me ne rendo conto ancor più adesso che li ho persi ambedue. Mi hanno supersostenuto. E mi hanno anche insegnato a tenere i piedi per terra abituandomi a lavorare al loro fianco tra una pausa e l’altra dei tour. Con mia madre ci ridevamo sopra quando l’aiutavo al banco dei casalinghi che aveva al mercato di Primavalle: ‘ieri ti hanno portato in Limousine, oggi riordini le scatole negli scaffali!’, mi diceva”.

Fra tutti questi impegni c’è spazio per una relazione amorosa? 

“Sì, al di là di quel che si possa fantasticare sulla vita quotidiana degli attori direi che mi piace condividere con  Matt, con cui sono mio fidanzata da anni, anche lui attore in America; la nostra è una quotidianità molto poco mondana: direi anzi che siamo una coppia da caffè e giornale più che da red carpet”.



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Angelo Peluso: Di giorno “Cenerentolo” e “Principe” di sera

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Il bellissimo e simpatico personaggio, campano doc, ha deciso di parlare in esclusiva per noi di un suo momento. Angelo gravita nel mondo dello spettacolo ormai da anni

di Silvia Giansanti

Di certo non è cosa facile orbitare nel mondo dello showbiz e di questo Angelo Peluso ne è perfettamente al corrente, avendo provato sulla sua pelle tante situazioni. Soprannominato ‘l’amico delle dive’, alcune volte si aspettava qualcosa che invece non è mai arrivato. E allora ecco che non si è perso d’animo, rimboccandosi le maniche in tutti i sensi, sopperendo i momenti vuoti con i cosiddetti lavori umili. Un vero uomo di valori. E di questo ne va orgoglioso, lanciando un messaggio a chi magari vorrebbe arrivare subito e a tutti i costi.

Angelo, facciamo un bilancio dei tuoi primi quarant’anni.

“Per me questo è un anno importante perché ad aprile scorso ho compiuto i miei primi quarant’anni ed era un po’ di tempo che volevo un regalo pieno di soddisfazioni per questa età, sia per me stesso che per le persone intorno che amo. Quindi ci sono stati pensieri un po’ negativi perché magari mi sono lasciato condizionare dall’età. Riconosco che ho fatto tante cose importanti, ma non sono mai esploso realmente come meritavo. Sono un piccolo umile personaggio che gira in questo settore, non avendo però la fortuna di poter lavorare sempre in modo continuo. Mi considero tuttavia fortunato perché ho comunque le mie serate e altre cose. Non nascondo che in questi ultimi mesi il mio pensiero è stato anche quello di abbandonare tutto, come tanti artisti”.

Ti è capitato di fare errori?

“Sì, ho rifiutato anche proposte importanti, commettendo errori di valutazione. Qualche colpa è anche da addossare a me, oltre al fatto che mi aspettavo da qualche amica con un nome importante, un aiuto concreto. Ma pazienza! Il mio pensiero è stato sempre ‘se non sono riuscito fino in fondo, vuol dire che non lo merito’, ma forse tutto ciò è stato dettato da un momento particolare della mia vita”.

Poi hai avuto un ripensamento.

“Certo, in quanto vedevo che continuavano a chiamarmi, a farmi delle proposte interessanti. Essendo poi ‘amico delle dive’, ho condotto tante serate con Maria Monsè, con Carmen Di Pietro, con Valeria Marini, con Pamela Prati, con Angela Melillo, con le ex ragazze di ‘Non è la Rai’ e con la splendida Francesca Cipriani con la quale ultimamente ho vari progetti di lavoro”.

Hai avuto insomma un attimo di confusione.

“Assolutamente. Volevo anche tornarmene dalle mie parti ad Agropoli dove c’è la mia famiglia. Però a pensarci bene, anche a Roma ho il mio Marco, la mia casa, le mie cagnoline e tanti veri amici. Volevo semplicemente scappare da cose che negli ultimi anni non mi avevano donato delle certezze”.

Che cosa hai fatto nei momenti di buco?

“Mi sono reinventato e non nascondo che anche oggi ho una vita parallela, fatta di pulizie nei condomini al mattino con guanti alla Mastrolindo e di ‘stira e ammira’ a casa di qualche signora e di serate con le dive quando capitano. Purtroppo l’arte non sempre mi dà da vivere. Non mi vergogno affatto di questo, anche io ho le rate della macchina e le bollette da evadere. Ho cercato di trovarmi qualcosa che mi desse la possibilità di avere ore da dedicare allo spettacolo”.

Cosa si sta muovendo per te attualmente?

“Oltre alle serate, al programma ‘Funny Moon’, sono diventato attraverso Istragram testimonial di piccoli brand come Gioyel, Black Noise e Lcbags, Lauracolucci. In più sarò ospite di una puntata di un programma intitolato ‘Jack e il suo show’, in onda su La4 con Maria Monsè. Canterò ‘Cuore Selvaggio’ che poi è il tributo alla mia amica Alba Parietti. Sono previsti inoltre eventi di concorsi internazionali di bellezza con Cristina Roncalli, un’altra mia carissima amica”.

Hai mai aiutato qualcuno?

“Io ho la coscienza a posto, quando ho potuto ho dato una mano, ma evidentemente a qualcuna con il nome molto forte, non è importato più di tanto darmi un piccolo aiuto, che magari avrebbe cambiato la mia vita”.



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Nico Piro: Inviato di guerra, uomo di pace

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Giornalista, scrittore e blogger Nico Piro, più che un inviato di guerra del Tg3, è occhi e voce di chi vive la guerra come quotidianità.

di Mara Fux

“Ho iniziato a fare il giornalista subito dopo il liceo, circa trent’anni fa quando c’erano solo due modi di fare giornalismo e cioè o sulla carta stampata o in televisione. Con l’avvento di internet mi sono subito interessato alla rete intuendone le altissime potenzialità come modo per uscire da quelle barriere che nel giornalismo erano davvero forti ed a utilizzarla come il mezzo per raggiungere più gente possibile, per mostrare quello che né la carta né la televisione permettevano di mostrare”.

Come inviato sei stato testimone di notizie di altissima importanza. In che modo ci sei riuscito? 

“Amo spesso dire che sono le notizie a scegliere te. La prima volta che sono andato da inviato di Rai Web in Afghanistan era il periodo natalizio ed essendo l’ultimo arrivato della redazione è toccato a me partire per mostrare quello che significava la crisi, la guerra in un periodo dove in tutto il mondo si celebrava una festa. Io ho cercato di descriverla al meglio utilizzando un mezzo che avrebbe raggiunto tantissime persone e raccontando cose che un Tg non riesce a raccontare”.

Quale è stata l’esperienza più forte che hai vissuto? 

“Quella che ha colpito Kabul il 17 settembre 2009. Nell’attacco morirono in tanti ed io ero lì, poco distante dal luogo dell’attentato da cui mi sono salvato solo perché il destino ha scelto che prendessi un’altra strada. E’ stato un momento molto forte: al di là dell’orrore dei corpi dilaniati, vedere un mezzo blindato, dal peso di parecchie tonnellate ridotto alle dimensioni di una panda è qualcosa di davvero impressionante”.

Come ti poni quando realizzi un servizio? 

“Il mio tentativo è quello di assumere il punto di vista delle persone coinvolte nei conflitti che non sono i presidenti o i capi di stato ma i soldati ed i civili. Per poterlo fare davvero devi assumere lo stile di vita di queste persone, raccontare la loro vicenda, raccontare i pericoli che corrono ogni giorno quando vivono la loro giornata andando al lavoro, allo stadio, al bar; quando fanno la loro vita normale. Tu da cronista allora ti esponi agli stessi pericoli del cittadino della Georgia o della Sierra Leone, corri gli stessi rischi che corrono loro dalla mattina alla sera”.

Hai vissuto momenti particolari? 

“Di grandi episodi ce ne sono tanti ma quello che ti segna veramente è la quotidianità. Quando in questi luoghi entri in un ospedale e ti aggiri tra le stanze, se conti sedici letti conti anche sedici bambini pluriamputati e questa visione te la porti a casa”.

Tu sei padre, hai due bambini: incontrando lo sguardo di un bambino di quei luoghi non ti è mai capitato di pensare “adesso questo me lo porto a casa”? 

“No, si tratta di realtà troppo complesse dove rischi che pensando di fare del bene fai del male. Per vivere in quei luoghi devi conoscerne le regole e i costumi da rispettare, specialmente quando si tratta di bambini. La prima legge quando vivi con un popolo è capirne la cultura e rispettarla”.

Di recente è uscito “Corrispondenze afghane” il tuo secondo libro che qualcuno considera una sorta di sequel del precedente “Missione incompiuta”. E’ così?  

“Qualcuno lo ha scritto ma non è corretto; ‘Missione incompiuta’ andava dal 2001 al 2015 dedicando attenzione alla guerra guerreggiata. ‘Corrispondenze afghane’ dedica meno attenzione al campo di battaglia ma più attenzione al vuoto di attenzione che c’è stato al termine della missione Isaf. Non è giusto andare oltre, tirare avanti così; ci sono stati 55 caduti e per rispetto a loro bisogna fare maggiore informazione, quello che non si sta facendo perché la disinformazione è la via più veloce per far dimenticare. “Corrispondenze afghane” è un libro scritto in mezzo alla gente, che svela la grande bugia ovvero che la guerra sia un fatto che riguarda soldati contro altri soldati mentre la guerra è qualcosa che si combatte in mezzo alle persone, alle strade, alle cose. Chi non fugge non è perché non vuole fuggire ma perché non può fuggire, perché magari ha comprato da poco una casa o una terra da lavorare. Lo stato di guerra ti crea attorno una specie di bolla all’interno della quale ti muovi e ti comporti come se nulla fosse in uno stato di assoluta anormalità: vai al ristorante e ti perquisiscono, al bar o a comperarti vivendo costantemente l’idea della morte. Fuggire non è semplice e poi fuggire vuol dire semplicemente spostarti da un luogo all’altro del paese perché andar via corrisponde a vivere da profugo e tu non puoi capire quanto possa essere infima la vita all’interno di un campo profughi. E quindi rimani”.

Perché per pubblicare “Corrispondenze afghane” hai scelto la via del crowfunding? 

“Il mercato dell’editoria in Italia è in crisi e ci sta sempre meno spazio per raccontare di guerra. Per questo motivo ho scelto questa via annunciando il progetto sui social e raccogliendo prenotazioni dagli appassionati ma anche da imprese private particolarmente sensibili a questi argomenti come ad esempio la MADMAXcoITALIA, una delle eccellenze specializzate nel settore degli equipaggiamenti e dell’abbigliamento tattico. Grazie al loro sostegno ho potuto completare il lavoro, pubblicarlo e giungere in breve tempo all’esaurimento della prima edizione proiettandomi direttamente verso una nuova ristampa”.



more No Comments gennaio 14 2020 at 13:36


Walter Lazzarin: Una strada e una macchina da scrivere

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Una casa popolata da alberi, da palazzi, semafori, automobili che sfrecciano,  che s’arrestano. Da persone che passeggiano, corrono, si fermano. E stanze senza pareti, senza porte, né finestre. Questo spazio d’eccezione è la strada, “la vera casa dell’uomo…” per dirla con Bruce Chatwin, secondo il quale “La vita stessa è un viaggio da fare a piedi.” Tutto ciò deve ben sapere Walter Lazzarin,  filosofo e scrittore che dal 2015 gira l’Italia con la sua macchina da scrivere, eleggendo a proprio studio la strada, luogo dai contorni indefiniti.

di Marisa Iacopino

Lo abbiamo incontrato sul marciapiede di una zona semicentrale della città, in un giorno di fine estate.

“Sono Walter Lazzarin. Nato a Padova e cresciuto a Rovigo, adesso vivo a Roma. Morirò? In attesa di scoprirlo, scrivo”.

Hai esordito ventinovenne con “A volte un bacio”, per poi promuovere i tuoi libri per le vie d’Italia e partecipare a programmi televisivi. Cosa insegui, o cosa vuoi consegnare alla gente con quest’idea originale di scrittore che incontra i suoi lettori per strada?

“Inseguo una vita in cui passione e professione coincidono, e alla gente del mio progetto piace soprattutto questo”.

È stato per sfuggire alla carriera di filosofo e storico precario che sei diventato “scrittore per strada”?

“È stato per rivoluzionare la mia vita”.

Da una laurea in Economia a una in Filosofia. Un ravvedimento di chi credeva nello sviluppo positivo di una  società fondata sullo scientismo tecnologico, e ha poi virato verso il più consolante storicismo umanistico? 

“No, per me tecnologia e arte si ispirano a vicenda, così come la scienza e le materie umanistiche. Trovo limitate le persone che sanno citare Dante ma non hanno idea di come si risolva un’equazione. Come si coniuga la cultura classica con il presente ipertecnologico in uno scrittore per strada? Uso una macchina da scrivere, ma accanto a me ho sempre il Kindle. Uso Facebook e Instagram ma le mie prime stesure sono sempre a mano”.

Come filosofo, non trovi che l’informazione di massa sia molto spesso disinformazione della massa?

“Trovo che il problema stia nell’educazione della massa. Il sistema scolastico, in particolare quello italiano, è in ritardo rispetto al presente. E genera individui non in grado di comprendere e produrre un ragionamento logico. Sarebbe utile rendere obbligatoria la filosofia, in ogni istituto, presentandola magari in una forma ludica già a partire dalle classi elementari e medie”.

Il tuo impegno anche in ambito teatrale e musicale. E poi i tautogrammi, giochi linguistici in forma poetica. Che valore ha, secondo te, la poesia in questi tempi dominati dal cinismo?

“Ehm… In realtà a me la poesia non piace. E i tautogrammi per me sono prosa, sono narrativa sotto forma di gioco linguistico. E sono cinico. Perciò mi correggo: non è che non mi piaccia, no, la poesia la odio proprio”.

Dal 2015 giochi nella Nazionale scrittori. Ritieni che tra i tuoi colleghi ci sia più solidarietà o più rivalità?

“In generale, dipende dai casi. In particolare tra noi scrittori sportivi, ovviamente, prevale la solidarietà. Hai coronato il tuo sogno di scrivere per strada”.

Cosa stai scrivendo in questo momento, e quali altri sogni vorresti che si realizzassero presto?

“A breve uscirà una raccolta di tautogrammi per bambini e adulti coccolosi. Poi ho finito un nuovo romanzo e vedremo che fine farà. L’obiettivo è di campare di sola scrittura!”.

Vuoi regalarci, per concludere questa breve ma intensa chiacchierata, uno dei tuoi tautogrammi?

“Cara compagna, confesso:

canto col cuore commosso;

concedimi cinque carezze,

così capirò con chiarezza

come campa chi canta contento”.

Walter Lazzarin odierà pure la poesia, ma di certo questo giovane dall’aria gentile ama l’ironia. Si considera cinico, e poi lungo il ciglio d’un marciapiede, dove s’ode il ticchettio della sua Olivetti,  si sofferma a parlare affabilmente con i viandanti. Declama tautogrammi (componimenti che iniziano tutti con la stessa lettera), regala racconti dalle fabule giocose a chiunque voglia, anche solo per qualche istante,  arrestare i propri passi sulla strada di casa, in quel viaggio sorprendente che è la vita.



more No Comments gennaio 14 2020 at 13:29


Cecchi Gori: Una famiglia italiana. Una lettera d’amore per il cinema

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Il docu-film evento è stato presentato alla recente Festa del Cinema di Roma. Un ritratto di una famiglia importante del nostro cinema. Che ha segnato un’epoca. Ne parliamo con Vittorio Cecchi Gori.

Presidente cosa pensa del documentario ‘Cecchi Gori – Una Famiglia Italiana” dedicato alla sua famiglia e alla sua carriera?

“Lo trovo molto ben fatto: Isola e Spagnoli sono stati molto bravi a trovare un punto di equilibrio nel racconto e hanno mantenuto tutte le promesse che mi avevano fatto all’inizio. So che il pubblico si è divertito e si è commosso. Mi fa piacere e sono molto grato al produttore Giuseppe Lepore per l’ottimo lavoro. Non avevo dubbi, ma è bello constatare come tutto quello che avevamo progettato insieme dalla mostra al film al libro sia diventato realtà”.

Cosa ha imparato in questi anni?

“Arriva un punto in cui gli interessi sono talmente forti che bisognerebbe essere più realisti sulla natura umana e prepararsi e prevedere anche determinate cose che, normalmente, non si potrebbero prevedere. Però io son fatto così; è per quello che io dico sempre che rifarei tutto quello che ho fatto perché con il mio stato d’animo e il mio modo di essere, con le mie esperienze di vita, sarebbe difficile. Certo con il senno di poi… Devo dire che, approfittando del documentario e ripercorrendo tante cose, sono stato veramente un grande lavoratore. La mia vita l’ho dedicata al lavoro. Mi ha tenuto su anche fare una vita sportiva, che è molto importante, sin da ragazzino, poi, ho continuato fino a due anni fa – quando purtroppo ho subito una sorta di “cedimento strutturale”. Non c’è niente da fare. Quindi credo proprio di aver lavorato perché i risultati si vedono e si toccano. Io mi domando, adesso, ho visto la fatica che abbiamo fatto noi a fare il documentario, perché le cose per farle bene bisogna impegnarsi, come ho fatto a fare così tanto? Un impegno moltiplicato per tutti i film che ho fatto, i viaggi in tutto il mondo e tutte le altre cose che ho fatto; io mi domando come abbia fatto. Io andavo al ritmo infernale – per cinquant’anni senza smettere un minuto. Anche a detrimento della mia vita personale; alcune decisioni della mia vita privata sono sempre state soffocate e condizionate dalla vita professionale, che era una passione, intendiamoci bene, non era un sacrificio; è sempre stata una grande passione che ho preso in modo sacrale da mio padre”.

Questa cosa, i suoi figli, crede che l’abbiano capita?

“Non lo so perché credo di avere un po’ sacrificato la mia vita, un pochino. Poi anche gli avvenimenti ultimi l’hanno condizionata. Avrei potuto fare molto di più anche in America. Lo sto cercando di recuperare un po’ adesso, ma forse non mi sarei limitato: avrei prodotto molti più film. Poi avrei sicuramente migliorato anche i rapporti, non solo miei, ma di tutti i rapporti cinematografici con l’America. Però, più di così non si poteva fare, penso”.

Presidente, di lei è stato scritto tanto, alle volte è stato anche calunniato. Che cosa sentimento oggi? 

“Sai, quello che conta nella vita sono i fatti. Che vuoi calunniare? Puoi calunniare un giorno. E poi dopo passano vent’anni e quel giorno è rimasto tale. Allora sono calunnie. La risposta è nella vita. La risposta delle cose sta nella vita”.

Al di là del fatto fisico, in quel momento cosa era successo? 

“Ho avuto un po’ di depressione perché ho visto che le persone che dovevano curare i miei interessi invece si sono rivelati dei mistificatori. Sai, uno poi si arrende perché quando il vento spira contro, se non ti aiuta qualcuno, o la corrente è forte… se hai anche tutti che soffiano contro, diventa più dura; se trovi invece le persone giuste, ma è molto difficile quando sei in difficoltà”.

E adesso che momento è?

“È’ un periodo di ripresa; di presa coscienza di tutto. Senza perdere però l’entusiasmo; ancora mi è rimasto tanto entusiasmo, che era quello che sempre mi ha accompagnato nella vita e questo entusiasmo, che mi ha fatto essere così prolifico, c’è ancora e quindi spero di fare delle cose che mi piacciano, soprattutto. Il segreto è anche avere l’entusiasmo, ma perché ti piace fare quello che fai; se deve fare un mestiere tanto per farlo, è terribile. Infatti tante persone non sono state fortunate come me. Io ho fatto proprio quello che mi piaceva e quello ti dà proprio una forza immane”.

Presidente, lei ha ereditato idealmente e praticamente il lavoro da suo padre. La storia della Cecchi Gori finisce con lei? 

“Non finisce con me perché comunque tutti i film che abbiamo fatto sono una testimonianza che durerà tanto”.

Non le manca il calcio?

“Il calcio è molto entusiasmante. Per gli uomini, soprattutto, lo è sempre stato. Ma dopo ci sono troppe delusioni. Il calcio è sempre stato preda di tante cose. Per cui, sembra sempre che ti fanno ingiustizie. Un po’ è vero e un po’ è l’animo del tifoso. Poi subentrò il problema il problema dei diritti televisivi del calcio. Siccome, chiaramente, nella mia vita, la questione dei diritti televisivi l’avevo ben vissuta con il cinema, ero il più ferrato. Ma quello è costato la vita sia a me che alla Fiorentina. Fecero fuori tutti. Tutt’ora ho in corso delle pendenze di natura legale per il fallimento della Fiorentina. Anche quella fu una cosa efferata nei miei confronti”.

 

SIMONE ISOLA E MARCO SPAGNOLI: LA PAROLA AI REGISTI

Loro sono i registi del film: Simone Isola e Marco Spagnoli. Scopriamo attraverso questa intervista cosa li ha spinti a realizzare questo docu-film e le emozioni che ne hanno tratto.

Simone Isola e Marco Spagnoli cosa vi ha spinto a fare questo documentario?

“Senza dubbio la possibilità di ripercorrere una storia altrimenti dimenticata del nostro cinema, rimossa chirurgicamente dall’immaginario collettivo per una damnatio memoriae immeritata di quella che è stata la più grande società di produzione e distribuzione italiana. Prima del nostro documentario sulla Cecchi Gori esistevano solo due libri pubblicati negli anni Novanta: incompleti e obsoleti. Del resto recentemente è stata fatta una mostra sui produttori italiani e mancava ogni riferimento alla Cecchi Gori. Un’ingiustizia che andava risanata”.

Cosa avete scoperto?

“Migliaia di fotografie che altrimenti sarebbero andate perdute sul piano fisico e sul piano morale un’epopea epica e travolgente di un grande gruppo di persone che hanno scritta la storia del nostro cinema e della cultura italiani”.

Chi è Vittorio Cecchi Gori, oggi?

“Noi non lo sappiamo ed è giusto che sia così. Rispettiamo l’intelligenza dello spettatore che, vedendo il nostro film , potrà avere voglia di comprendere chi sia davvero quell’uomo solo in una casa ai Parioli circondato dai ricordi e con una voglia di provare a tornare in sella. Il nostro racconto porta ad una serie di riflessioni sul potere e sulla storia industriale di questo paese, magari avvolta dal glamour e dalle belle donne, ma non bisogna lasciarsi distrarre dallo sbrilluccichio e dai red carpet. la Cecchi Gori è stata soprattutto una grande azienda che ha prodotto lavoro, ricchezza, cultura”.

Qual è stato il momento più emozionante della lavorazione?

“Ce ne sono stati tanti: dal ritorno a Firenze dopo quasi vent’anni al ritrovamento delle foto; dall’ingresso nella sala di proiezione di Via Valadier, oggi, Frame by Frame all’abbraccio di amici come Carlo Verdone, Giuseppe Tornatore e Leonardo Pieraccioni… insomma momenti straordinari di vita vissuta, filmati con rispetto dalla nostra macchina da presa”.

Qual è il complimento più bello che avete ricevuto dopo la proiezione?

“Fortunatamente ce ne sono stati tanti: Mark Ulano, premio Oscar per “Bastardi senza gloria”, uno dei più stretti collaboratori di Tarantino che ha partecipato alla proiezione ci ha detto che è ‘una lettera d’amore nei confronti del cinema’, ma – forse – quello più emozionante è stato quello di una famosa produttrice che ci ha fatto i complimenti per la grande dignità che abbiamo voluto restituire ai suoi protagonisti”.

I documentari sono un genere di successo…

“In realtà si dovrebbero chiamare film del reale: il termine documentario sa di stantio o ricorda altri progetti come quelli sull’accoppiamento dei mufloni o sui leoni della savana, sono cinema che racconta storie vere attraverso personaggi reali”.

Il ricordo più bello che vi portate dietro grazie a questo film?

“La proiezione al Festival di Roma dove la gente rideva e applaudiva a scena aperta. Il pubblico è entrato subito in sintonia con l’emotività del racconto e le sue grandi emozioni”.

 

GIUSEPPE LEPORE: IL PRODUTTORE

Attraverso la sua società di produzione, la BielleRe, ha avuto il merito di produrre il docu-film evento di questo 2019. Lui è Giuseppe Lepore. Una citazione particolare la merita Roberto Ruggiero, collaboratore stretto di Lepore, che ha curato vari aspetti dell’evento.

Un progetto importante portato a termine non senza fatica, o sbaglio?

“E’ passato poco più di un anno quando dal primo incontro con Vittorio, con diffidenza, mi comunicava che potevamo iniziare a lavorare ad un docufilm sulla storia del, ad oggi, più grande gruppo italiano di produzione e distribuzione cinematografico italiano. In quel momento, firmando una scarna lettera di intenti al termine di una cena in un ristorante al centro di roma (su loro carta intestata, n.d.r.) abbiamo iniziato a scrivere la nostra ‘lettera d’amore per il cinema’”.

Tanti mesi di lavoro ma tante soddisfazioni.

“Sì abbiamo iniziato fin da subito con Marco e Simone (i registi, n.d.r.) con frequenti incontri a dare vita ad un progetto molto ambizioso ma molto complicato per tante difficoltà legate al reperimento di informazioni e materiali. Oltre 50 anni di storia del cinema e quindi storia, costume e società italiana finiti in un dimenticatoio ed intorno a noi una diffidenza diffusa. Poi un grande gruppo di lavoro messo insieme oltre ai registi, Emilio (Sturla Furnò, ultimo press agent di Cecchi Gori e ufficio stampa produzione oltre che co-autore di Isola, Spagnoli e Lepore del soggetto, n.d.r.), Mauro (Capece, Direttore della Fotografia, n.d.r.) con tutti i tecnici coinvolti ha permesso di raggiungere un risultato degno di nota e, per me, di grande soddisfazione”.

Non solo un film, ma anche una mostra ed un libro fotografico.

“Sì, penso davvero che il progetto integrato sviluppato e portato a termine, abbia un valore inestimabile per la storia del cinema italiano e non solo. Grazie al ritrovamento, di cui raccontiamo, di migliaia di foto inedite e tanto lavoro di ricerca e digitalizzazione siamo stati in grado di integrare il film con una mostra dal medesimo titolo e da me curata artisticamente con gli autori composta di 55 scatti scelti stampati in HD su alluminio dibond ed esposti durante la Festa del Cinema di Roma 2019 con un successo di pubblico e feedback insperati. In più, una selezione di oltre 150 foto è stata raccolta in un libro che sintetizza attraverso un interessantissimo percorso fotografico la storia dei Cecchi Gori e si conclude con una interpretazione ‘pop’, da me fortemente voluta, del Maestro Max Marra che ha idealmente “impacchettato” tutto il materiale ritrovato e lavorato consegnandolo alla storia. Soltanto ora i giovani addetti ai lavori, gli studenti che si avvicinano al mondo del cinema, giornalisti ed appassionati hanno a disposizione materiale ed informazioni su quello che è stato Cecchi Gori per il cinema con oltre 1.300 film prodotti e/o distribuiti, oscar ed una infinità di premi impossibile da elencare”.

Era presente alla premiere, commenti e sensazioni raccolte?

“E’ stato importantissimo essere presente, io così come Vittorio, Simone e Marco, eravamo emozionati e ansiosi di sapere come il pubblico avrebbe risposto al nostro racconto. Viaggiando sulle montagne russe delle emozioni, mi ha colpito un commento comune, davvero tutto questo hanno fatto Mario e Vittorio Cecchi Gori?”.



more No Comments dicembre 6 2019 at 14:30


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