Gianni Rojatti: Una chitarra per amica

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Leggenda vuole che la prima chitarra fosse un’ acustica regalata dai tre cugini maggiori che la tenevano appesa e inutilizzata nella taverna di casa dove facevano le feste con gli amici

di Mara Fux

Sei uno dei migliori chitarristi rock italiani, hai suonato sul palco con nomi internazionali come Pat Torpey e Gregg Bissonette, aperto concerti per The Aristocrats, Steve Vai, Elio & Le Storie Tese, Paul Gilbert: ricordi ancora l’effetto dello stringere tra le mani la tua prima chitarra? 

“E’ lo stesso che provo ancora oggi, ogni volta che la imbraccio. E’ la sensazione di sedersi faccia a faccia con la tua migliore amica per confidarle ogni tuo segreto, emozione, desiderio. Certo che se l’avrai assecondata, coccolata, dedicandole tutto il tempo e le attenzioni che merita e pretende saprà restituirti i tuoi pensieri in bella copia, sublimati in note e musica. Prima ancora di stringere la chitarra per la prima volta già la suonavo da tempo. Perché popolava le mie fantasie di bambino nelle quali niente era più eccitante che immaginarmi su un palco con la chitarra al collo”.

Quali musicisti sono stati per te uno sprone allo studio di questo strumento? 

“Tantissimi e profondamente diversi tra loro. Ma ne menziono tre in particolare dicendoti in cosa mi hanno spronato e ispirato. I Police per la leggerezza, raffinatezza e capacità di sintesi. I Sex Pistols per l’urgenza espressiva, la freschezza di suono e la capacità di essere al contempo feroci e ‘stilosi.  Infine Steve Vai per il geniale virtuosismo stralunato e alieno, mai stucchevole e solcato da un profondo sense of humor”.

Nel 2003 hai iniziato a scrivere sulla rivista “Chitarre” e dal 2012 scrivi per Accordo.it dove coordini la Didattica e curi la direzione artistica: queste collaborazioni sono state utili per la tua crescita professionale? 

“Assolutamente. Per Accordo faccio un lavoro meraviglioso. Ho potuto intervistare, chitarra alla mano, alcuni dei più grandi musicisti al mondo (Guthrie Govan, Paul Gilbert, Marty Friedman, Kiko Loureiro) trasformando quello che mi raccontavano e suonavano in lezioni. Ho imparato tantissimo”.

Tieni un corso di chitarra moderna – rock – metal – progressive presso la Roma Music Academy  e stai pubblicando “Tecnica, Fraseggio & Esercizi” diretto a chitarristi di livello tecnico avanzato che vogliono aggiornare il loro fraseggio solista e affinare il metodo di studio. L’insegnamento fa parte della tua passione? 

“Sono un autodidatta che ha studiato tantissimo e si è esercitato allo sfinimento per arrivare a suonare ciò che desiderava e amava. Per questo, come insegnante sono estremamente esigente. Amo profondamente farlo quando ho di fronte allievi ispirati e motivati. Altrimenti sono il maestro più svogliato e antipatico del pianeta”.

Da pochissimo è uscito “ARRIVER,” il cd firmato da I Dolcetti, l’eclettico duo che formi assieme all’amico e batterista Erik Tulissio: soddisfatti di questa seconda esperienza? 

“Moltissimo. L’anno passato siamo stati invitati da Steve Vai come unico opening act per il suo ‘Passion & Warfare Anniversary Tour’ e in quell’occasione abbiamo presentato per la prima volta i brani del nuovo disco live. Non avremmo potuto ambire a una vetrina più qualificante per lanciare il disco. Qualche mese dopo siamo tornati in tour con Stu Hamm e Greg Howe e abbiamo attraversato l’Italia suonando ‘Arriver’. Il disco sta piacendo, le recensioni sono lusinghiere. Siamo entusiasti di come stanno andando le cose”.

“Esorcismo & Tagliatelle”, “Cellulare in bagno”, “Lingua verde di prosecco”: come nascono questi titoli? 

“Ascoltateli in cuffia, a volume bello alto. E lasciate che siano le note a suggerirvi le più bizzarre e stralunate interpretazioni”.

La vostra si può definire musica d’ascolto? 

“Bella domanda. Credo di no. Per musica d’ascolto per lo più s’intende musica di sotto fondo. La nostra è una proposta musicale ambiziosa, talmente ricca, variegata, zeppa di contaminazioni, citazioni, digressioni stilistiche che per essere apprezzata a pieno merita un ascolto attento, critico. Ma queste sono inezie da musicista. In realtà, quale che sia la maniera nella quale qualcuno ci ascolta e apprezza a noi va benissimo e ci rende grati. Che uno ci ascolti seduto al buio, con le cuffie e attento a ogni sedicesimo che prendiamo oppure mentre prepara la cena, tritando la cipolla e sorseggiando un bicchiere di vino è comunque meraviglioso pensare che abbia scelto i Dolcetti”.

Nel cd “Metallo beat” del 2010 i brani erano tutti di 3,33 minuti. In “Arriver” di 3,34: una sfida con gli ascoltatori? 

“E’ una sfida prima di tutto con noi stessi. E’ un esercizio compositivo, una gabbia metrica di scrittura che, invece, scatena la creatività e argina logorroiche  autocelebrazioni strumentali”.

Quand’è che vi potremo ascoltare a Roma? 

“Il prima possibile. Appena ventenne ebbi la fortuna di stare a Roma e di suonare con Franco Califano che mi insegnò tantissimo e mi fece innamorare di questa città. Ogni volta tornarci a suonare è un’ emozione intensissima”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:32


Monica Paolucci: Star nascente atleta over

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La storia di Monica è davvero stupefacente e contornata da un pizzico di sana pazzia. Classe 1964, un percorso di vita segnato da eventi molto duri e dolorosi, con tanta voglia di rinascere.

di Marisa Iacopino

Quando hai iniziato a muovere i primi passi nel body building?

“Scorrevo le pagine di Facebook quando mi sono imbattuta casualmente nel profilo di un atleta bikini body building, americana di 52 anni, bella e tonica. Per tutte le durissime prove che la vita mi aveva riservato fin da giovanissima e che avevo dovuto affrontare e lottare duramente, mi trovavo in uno stato di ansia e depressione, con pressione alta e attacchi di panico anche pluri giornalieri. Era terribile vivere così! Il mio primogenito da tempo tentava di portarmi in palestra senza successo, ma in quel preciso istante qualcosa in me è scattato. Pensai, se ho superato e sopportato tutto questo, allora sono in grado di poter tentare un forte cambiamento nella mia vita. E così ho manifestato a mio figlio la volontà d’iscrivermi in palestra e ho iniziato ad allenarmi duramente in sala pesi e a seguire una dieta per perdere una decina di chili. Devo ammettere di essere stata fortunata. E’ molto importante l’impatto iniziale della sala dove devi allenarti ed io all’Evolution di Ciampino ho trovato un ambiente accogliente, confortevole, con preparatori fisici altamente qualificati e soprattutto incoraggianti e devoti alla loro professione. La definisco ormai la mia palestra del cuore”.

Sei poliatleta, quali sono le discipline che pratichi?

“Body building, arti marziali e scuola gladiatoria dell’ARS Historia Romana di Andrea Dandolo”.

Su quest’ultima disciplina puoi spiegarci esattamente in cosa consiste?

“Si rievoca in modo filologico dall’abbigliamento alle armi, il ruolo del gladiatore dell’antica Roma. I combattimenti sono con armi vere, quindi se nel combattere si perdono le armi, si continua con la lotta corpo a corpo. Gli addestramenti avvengono in ambienti non protetti non come le consuete palestre. In un vero tugurio, un luogo polveroso, pieno d’insidie e con pavimento di cemento e buche, preparati così a combattere in qualsiasi luogo. Di fatto i gladiatori combattevano quasi sempre sopra la sabbia. Noi ci prepariamo al peggio!”.

Può essere considerato uno sport estremo?

“Lo è! Ed è ad alto rischio d’infortuni, anche perché l’abbigliamento filologico non è costituito da protezioni, specie per le donne che combattono semi nude. Le escoriazioni sono all’ordine del giorno e sono nella normalità, il rischio di tagli o d’infortuni più seri sono sempre dietro l’angolo. Le donne che lo praticano sono pochissime ed io credo di essere la gladiatrice più ‘anziana’, almeno in Italia”.

Vuoi raccontarci la tua carrellata di gare ed esibizioni?

“Ho iniziato questo percorso solo tre anni fa e come gladiatrice da meno di due anni ma ho avuto già tante soddisfazioni. Nella gladiatura ho bruciato molte tappe, dopo pochi mesi avevo già raggiunto livelli molto alti e le mie prestazioni sono state fin da subito apprezzate, catturando l’entusiasmo e l’ammirazione del pubblico. Nel body building il team sportivo anglo-americano ‘Iron Lady TM’ mi ha scelta come icona per le over 50 a dimostrazione che anche iniziando in tarda età è possibile raggiungere livelli alti e quest’anno mi porterà a partecipare a gare di body building in Italia in una delle federazioni più importanti, la WABBA, nella categoria Miss Bikini Over. Per i dirigenti del mio team non si hanno notizie nelle miss over di atlete 53enni che salgono per la prima volta sul palco e nel mese di luglio addirittura in America con la federazione NPC categoria Bikini Over”.

Hai partecipato anche a concorsi di bellezza over; com’è andata?

“Nel 2016 ho iniziato a partecipare a diversi concorsi bellezza over, aggiudicandomi sempre una fascia. Nel concorso Lady Vanizia di Krizia Scognamillo mi sono anche meritata una pagina del calendario ufficiale 2017, esattamente il mese di luglio. Nel concorso miss over di Elio Pari, dove era prevista anche una prova di abilità, mi sono proposta come gladiatrice combattente con il mio partner, affascinando gli spettatori e la giuria che si sono lasciati andare in un lungo e caloroso applauso ed è in quell’occasione che abbiamo catturato l’attenzione di Canale 5, dove una troupe di ‘Tu si che vales’, insieme al direttore artistico, si sono spinti nel luogo di addestramento, filmando un combattimento, seguito da un’intervista e invitandomi a partecipare al noto programma. Aggiungo poi che il patron di concorsi bellezza Sosio Rosati, mi ha voluta come testimonial del 2017 nel suo concorso nazionale ‘Miss Donna Chic’. Inoltre, il patron Luigi Buccini mi ha invitata ad assumere il compito di giurata nel suo tour 2017 nelle città più belle della Campania, compresa Ischia e Capri, ai suoi concorsi di altissimo livello. Il general manager di Donne e Motori, campagne moda e spettacolo, Angelo Rallo, mi ha inserita nel suo cast artistico ed è di questi giorni l’uscita in calendario dove ci sono anch’io sulla campagna contro abbandono animali e su donne motori sicurezza stradale”.

Un evento o esibizione che ti è particolarmente rimasta nel cuore?

“Non ce n’è uno che non mi abbia regalato una forte emozione o non mi abbia insegnato qualcosa. Posso però dire che aver interpretato il 6 gennaio, con altri componenti dell’ARS Historia Romana, all’interno del cortile di Palazzo Braschi nella cornice di Piazza Navona al presepe vivente su commissione del Gruppo Storico Romano, evento organizzato dall’associazione Carnevale Romano, la madonna ed è stato inaspettatamente per me qualcosa d’inspiegabile. Sono state toccate alcune mie corde interiori a tal punto che terminato l’evento, che devo dire di un livello veramente straordinario, ho sofferto il distacco dal Bambino Gesù”.

E’ vero che hai ricevuto una proposta cinematografica?

“Vero. Il regista Cristian Nardi mi ha scritturata come protagonista nel suo film ‘Matrioska village’ con il noto attore americano Brett Robert, protagonista principale”.

Il 22 gennaio hai ricevuto il premio “Reggia d’Oro”, che viene conferito a chi si è distinto in qualche eccellente qualità nell’anno precedente. Come sono arrivati a te?

“L’agente nonché talent scout Tony al Parlamento mi aveva notata e per mesi osservata in silenzio e, ritenendomi meritevole di questo riconoscimento, mi ha segnalata all’organizzazione del premio, dove un’attenta giuria ha esaminato la mia personalità e le mie doti, decidendo all’unanimità di conferirmi l’ambito premio”.

Progetti futuri?

“Continuare i percorsi intrapresi ed intraprenderne uno nuovo nuovo. Voglio integrare i combattimenti di gladiatura con proiezioni acrobatiche. Desidero poi poter essere d’aiuto come volontaria lì dove c’è tanto dolore. Purtroppo per ora non sono ancora pronta e quindi il mio posto sarebbe in reparti meno impegnativi ma vorrei stare nelle corsie di oncologia pediatrica e ce la metterò tutta per esserne in grado”.

Hai un tuo motto o una frase che ti appartiene?

“Amo il folle gesto di fiducia verso me stessa”.

Vuoi dire qualcosa ai nostri lettori?

“Dico a loro che i limiti sono nella testa. La forza motrice più potente dell’universo è la volontà. Io l’ho sperimentato! E naturalmente ringrazio tutti per l’attenzione che mi avete dedicato”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:29


Silvia Brindisi: Una ribelle dal cuore grande

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Ha fatto della scrittura la sua più grande passione la giova scrittrice romana Silvia Brindisi. Dolce, solare e alla mano, ci racconta non solo del suo rapporto con la letteratura ma anche con la vita in generale.

di Laura Gorini

Silvia, come e perché sei diventata scrittrice? 

“Scrivere mi piace e mi fa star bene. Francamente  lo faccio da sempre ma è solo da poco tempo  che  ho voluto condividere la mia passione, le mie emozioni e i miei momenti con gli altri tramite i miei libri. Sono molto contenta di aver scritto e pubblicato due romanzi, uno per bambini e intitolato ‘Amicizie magiche’ che è  uscito nel 2015,  e uno che  anche l’ultimo in ordine di uscita visto che è stato pubblicato solo da una manciata di mesi,  che  si chiama “Chi parla poco ha gli occhi che fanno rumore” ed è incentrato su quanto un incontro possa cambiarci la vita, quando non ce lo aspettiamo”.

Che cosa significa esserlo ai giorni nostri? 

“Sono una scrittrice emergente e credo in ciò che faccio. Sicuramente ci vuole molta pazienza, determinazione e  poi è fondamentale – a mio avviso – cercare di restare sempre se stessi”.

La tua famiglia che cosa pensa di questa tua passione? 

“La mia famiglia è molto contenta della mia passione e mi fa molto piacere condividere questa cosa anche con loro”.

Durante l’infanzia chi sono gli scrittori che hai amato di più? 

“Quando ero piccola mi piacevano molto le favole e i racconti con le immagini. Di scrittori ce ne erano molti e diversi che mi piacevano e diciamo che tutti- sebbene in maniera differente- mi hanno arricchito a modo loro”.

E durante l’ adolescenza? 

“Durante l’adolescenza ho iniziato a leggere il primo libro importante e serio, infatti  a 14 anni  mi regalarono ‘Siddhartha’ di Herman Hesse. Per me da quel momento si aprì un mondo tutto nuovo da conoscere e scoprire. Poi  iniziai – con l’ inevitabile passare del tempo – ad appassionarmi sempre di più alla lettura. A quel punto il libro divenne il mio compagno di viaggio. Ogni volta che ne finivo uno non vedevo l’ora di leggerne un altro. Gli scrittori che ho amato in quel periodo erano diversi tra cui  il già menzionato  Herman Hesse,  Luigi Pirandello , Primo Levi,  Johann  Wolfang Goethe,  e molti altri”.

A proposito: che bambina e che adolescente sei stata? 

“Allora, da bambina sono sempre stata dolce e solare, infatti  mi piaceva giocare con le mie amichette o guardare i cartoni animati. Che adolescente sono stata? Beh,  la mia adolescenza è stata un periodo di conferme, scoperte su me stessa, sul mio carattere,  su chi avevo intorno , su ciò che volevo e sulle mie idee legate anche alla società. Sono sempre stata ribelle e lo sono tuttora, soprattutto innanzi alle ingiustizie. E ti dico di più:  sin da adolescente non ho mai avuta né paura né dubbi a dire la mia opinione, nel Bene e nel Male. Mi piaceva studiare e andavo bene a scuola ma mi piaceva anche svagarmi facendo shopping per negozi con le amiche e  fare lunghe camminate e chiacchierate per il centro sotto il cielo della mia amata Roma”.

Credi che il tuo trascorso abbia condizionato il contenuto dei tuoi romanzi? 

“Certo, il mio trascorso fa parte di me. Inoltre mi ha fatto crescere, scoprire e capire molte cose di me stessa oltre che degli altri. Sicuramente molto mi ha anche influenzato sia il mio carattere che il mio lavoro nel sociale, non per nulla io sono educatrice professionale di comunità. Sai, ho visto con i miei occhi e affrontato sul campo situazioni reali davvero difficili che mi hanno dato molto sia a livello umano sia professionale”.

A proposito, a chi o a che cosa ti ispiri quando scrivi? 

“Quando scrivo non mi programmo nulla né mi forzo. Mi piace farmi guidare dai miei pensieri, dalle mie riflessioni e dalle mie emozioni. A volte può succedere che possa prendere spunto anche da tematiche vere e attuali, come ho fatto nel secondo libro dove appunto affronto la realtà dei senza fissa dimora che c’ è in ogni città”.

Quanto c’è di autobiografico in essi? 

“C’è molto di me, delle mie emozioni e dei miei pensieri anche se non lo programmo mai. Tuttavia  sono felice di far trasparire anche un po’ di me. Spero che ciò venga molto apprezzato dai lettori perché permette anche di farmi conoscere un po’  di più insieme al mio libro”.

Sii sincera: ti spaventa metterti a nudo quando scrivi? 

“No, e penso che molto dipenda anche dal tipo di testo che si  scrive e da ciò che si vuole trasmettere. A me piace anche far emergere qualcosa di me, quando me lo sento e quando voglio condividerlo con i lettori visto che il libro è una parte di me”.

E la nudità fisica ti infastidisce?

“Allora, non apprezzo chi si fa conoscere tramite la nudità. Non voglio giudicare nessuno, ma se si sceglie questa via  mi sembra un modo per farsi conoscere solo per l’immagine. Il che è  anche un po’ triste come cosa, visto che ci sono anche molti modi più validi e  ben più seri per farsi apprezzare . Tuttavia non  mi spaventa perché ho bel rapporto col mio corpo e con me stessa , ma sinceramente non mi voglio far conoscere in quel modo perché è molto lontano dal mio essere e dal mio vedere le cose . Ergo, mi piace farmi conoscere e apprezzare per come sono interiormente e per ciò che trasmetto con ciò che scrivo”.

Da donna adulta, che cosa ti senti di consigliare a un ragazzino o a una ragazzina che si affaccia ora nel mondo dell’ editoria e del lavoro in generale? 

A tutti i ragazzi e ragazze che volessero realizzare il loro sogno di pubblicare uno o più libri consiglio di non mollare, di crederci e di avere molta pazienza. Mi raccomando: contattate solo case editrici no profit, ovvero che non vi chiedono nessun contributo. Vi saluto e seguitemi sul mio sito www.silviabrindisi.it o su Fb sulla pagina ‘I miei libri’. Vi segnalo, inoltre, che  i miei libri li trovate sia cartacei che in ebook.  Un  abbraccio e ve lo ridico: non mollate mai!



more No Comments aprile 10 2017 at 14:27


Endi: Nato per il rap

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Milanese di nascita, trent’anni, da piccolo si è trasferito con i genitori a Peschiera del Garda, dove, crescendo, ha maturato la passione per la musica e il rap

di Francesco Fusco

Quando hai capito di dover fare musica? 

“Ci sono stati due momenti importanti in cui ho capito che dovevo fare la musica. Il primo quando avevo più o meno 15 anni. Ero un ragazzino molto chiuso, facevo una gran fatica a socializzare con gli altri. Con la scoperta dell’Hip Hop mi si è aperto un mondo nuovo. All’inizio sono rimasto molto impressionato dai valori che trasmetteva questa cultura. Il primissimo elemento con cui ho approcciato è stato il writing per passare subito dopo alle rime e al rap che mi aiutava e mi aiuta ancora oggi perché se ho qualcosa da esprimere lo scrivo e ci tiro fuori una canzone. Ci fu un disco molto importante che in quegli anni mi fece capire come tirare fuori quello che avevo dentro ed era ‘Domani smetto’ di J-Ax. Con quel disco ho davvero capito veramente quello che dovevo fare. E’ stato fondamentale e lo è ancora oggi. Il secondo momento importante è stato dopo l’uscita del mio web album, un progetto uscito nel 2011. Avevo già realizzato dei progetti anni prima come ‘Il canto del diavolo’, a cui sono molto affezionato, ma dopo quel web album è nato l’artista. Quel progetto fu devastante, fu un vero e proprio fallimento personale. Dal quel progetto venne realizzato il primissimo videoclip che ho fatto del brano ‘Testa in festa’, mi ricordo tutto l’entusiasmo che avevo prima che uscisse il video, ero veramente felice. Però feci degli errori. Come la fretta di far uscire un lavoro musicale senza neanche rendersi bene conto di come farlo e soprattutto l’errore più grande che ho fatto di sentirmi già un artista. Purtroppo, ed è anche un consiglio che voglio dare a chi è all’inizio, il web può essere letale sotto questo punto di vista. Con il web è diventato tutto più veloce però ci sono dei passi da rispettare e si pensa di essere diventati artisti subito così facendo un video e una canzone, quando si è all’inizio si ha questa voglia e questa fretta di buttare fuori tutto, poi con il tempo ci si rende conto, il disegno è molto più nitido ed è il motivo perché tanti poi spariscono in quanto capiscono di aver fatto delle cavolate”.

E a te cosa è capitato?

“Fui massacrato. Sia dal web, ma soprattutto dove vivo, perché vivendo in un paese dove bene o male ci si conosce tutti, tutti sanno quello che fai. Ero la prima persona del posto che usciva con un video musicale e il resto è stato appunto un massacro. Divenni in breve tempo lo zimbello del paese, venivo deriso in continuazione, mi facevano le parodie e io veramente ci avevo messo del mio. Poi feci peggio uscì fuori con altri due video con dei testi davvero cattivi e il massacro personale divenne molto più grande. Dopo alcuni mesi mi resi conto dei miei ‘errori’ e iniziai ad isolarmi, pronto a gettare la spugna abbandonando così tutto quello in cui credevo. Arrivò però il momento in cui dovetti fare i conti con me stesso e li ho capito che, se credo in qualcosa e dentro ho questa vena e prima che gli altri credano in me, sono io che devo credere in me stesso. Ed è qui che è nato l’artista, dal fallimento. Perché per quelli come me prima ci deve essere un grande fallimento”.

Perché il rap?

“Ho scelto il rap perché è stata la disciplina che da ragazzino appunto mi ha folgorato e perché è l’unico genere con cui si riesce a dire tutto, è fatta di mille forme, mille personalità che gli altri generi musicali non hanno ed è una cosa che come dicevo prima ho dentro. Rapper non si nasce, ci si diventa con le esperienze e con la vita”.

Spesso molti rapper scrivono canzoni con temi abbastanza complessi come la politica… il tuo nuovo brano “Speciale” parla d’amore. E dedicato a qualcuno?

“Molti rapper parlano di politica in quanto parlare di politica e dire che in Italia tutto è uno schifo fa sempre comodo. Però si trova di più in Italia il rap autocelebrativo. Ci sono rapper da noi che fanno interi dischi basati sull’autocelebrazione, oppure sul nemico immaginario. Io come ascoltatore ho sempre amato un altro tipo di rap, lontano da quello fine a se stesso, il rap che viene da dentro che racconta qualcosa di personale, qualcosa di profondo. Ci sta l’autocelebrazione ma fino ad un certo punto. Ed è quello che provo a fare io. Infatti, nei miei lavori, di autocelebrazione c’è ne ben poca, cerco sempre di tirare fuori qualcosa dal di dentro e non che sia una cosa solo di facciata. Il mio nuovo brano ‘Speciale’ è una dichiarazione d’amore. Tutte le canzoni che ho scritto sull’argomento amore sono tutte storie reali, dedicate a persone che realmente esistono. L’amore fa parte della vita e dell’essere umano e per me è molto importante, per quello quando decido di realizzare una canzone d’amore lo faccio spinto da un emozione reale che ho vissuto sulla mia pelle e con la mia anima. L’amore è un sentimento così forte e così intenso che è difficile da inventare, non riuscirei a scrivere un brano d’amore inventandomi una storia fittizia”.

Il tuo genere musicale è molto diffuso in America e da poco in Italia si sta diffondendo sempre di più. A chi ti ispiri?

“Ci sono stati tanti artisti o gruppi a cui mi sono ispirato soprattutto all’inizio. Molto del rap italiano degli anni ’90 ad esempio. Ma non solo, ci sono stati artisti anche come Rino Gaetano, Giorgio Gaber o Luigi Tenco in cui ho trovato della bella ispirazione. Ma ci tengo a dire una cosa. Ascolto tanta musica anche di altri generi, però quando lavoro ad un mio progetto cerco di ascoltare poca roba nuova perché non voglio influenzare la mia musica con qualcosa che già esiste. La mia musica deve essere la mia musica. Se realizzo un brano e mi dicono ‘assomiglia a questa canzone’ oppure ‘sembri questo cantante’, vuol dire che sto sbagliando qualcosa”.

In questa primavera usce il tuo nuovo disco “Sognando ancora” con tantissime collaborazioni. Qual è il tema principale di questo progetto?

“E’ un album nato prevalentemente dal mio stato d’animo e dalla mia personalità. Il titolo del disco è nato a fine lavoro. Ho ascoltato il disco finito e la sensazione che mi ha dato è quella di un ragazzo che ha ancora voglia di sognare. E quindi ho deciso di chiamarlo così. L’album è caratterizzato da diversi aspetti e diverse sfumature, anche musicalmente parlando ho cercato di creare un giusto mix tra le varie sensazioni”.

Progetti futuri? Quale è il tuo sogno ancora da realizzare?

“Mi sto concentrando molto sull’album per farlo uscire nei migliori dei modi e per curare bene tutti gli aspetti. In futuro per ora c’è questo. Come sogno da realizzare inerente alla musica c’è quello di poter arrivare alle persone e di poter lasciare qualcosa. Un altro sogno fighissimo a cui ho sempre pensato sarebbe quello di cantare le mie canzoni davanti ad un pubblico enorme, un pubblico come quello di Jovanotti per intenderci. Magari in uno stadio”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:24


Laura Lattuada: un’attrice per caso

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La sua carriera nacque un bel giorno quando accompagnò una sua amica a fare un provino. Il regista insistette per far provare anche lei e da lì tutto ebbe inizio… È diventata un’apprezzata attrice di tv e di teatro

di Marisa Iacopino

Il suo debutto, giovanissima, a teatro. Il grande pubblico l’ha però conosciuta nello sceneggiato televisivo “Storia di Anna”, diretto da Salvatore Nocita, dove vestiva i panni d’una tossicodipendente. Da allora, Laura Lattuada ha interpretato molti ruoli nel cinema e a teatro, lavorando con nomi di grosso calibro, come Gigi Proietti,  Gabriele Lavia, Johnny Dorelli, Flavio Bucci, Luca Zingaretti. Incantati dalla bellezza inconfondibile, le abbiamo chiesto di parlarci della sua straordinaria carriera.

Quale è stata la sua formazione?

“Ho una formazione teoricamente tecnica, come di una che fin da piccola voler far l’attrice. Ho fatto l’Accademia dei filodrammatici a Milano, una scuola seria, in alternativa al Piccolo Teatro, che però rispetto al Piccolo si poteva frequentare di pomeriggio, così al mattino andavo al liceo linguistico. In verità,  mi ci sono iscritta non per fare l’attrice, ma perché sono sempre stata curiosa, fin fa ragazzina. Avevo visto i manifesti a Milano, e mi piaceva l’idea d’imparare il mimo, la maschera, il canto, l’impostazione della voce. Volevo fare una cosa strana, andando la mattina a scuola, e infatti poi mi sono iscritta all’università, frequentando scienze politiche. Tutto questo, per dire che io non intendevo fare l’attrice, nonostante la mia formazione dica tutto il contrario!”.

Ha debuttato molto presto…

“Sì, e tutto per caso. Come da copione, ho accompagnato una compagna d’accademia a fare un provino. Il regista ha chiesto se anch’io fossi interessata, ho risposto di no, ma lui ha insistito per farmi fare il provino… E’ andato bene,  così ho iniziato a lavorare”.

Le è rimasto attaccato addosso il personaggio di Anna?

“Molto. Diciamo che a distanza di anni mi fa piacere. C’è gente che viene a teatro perché ancora si ricorda di questo lavoro. Inizialmente, però, è stata un’etichetta, non mi chiamavano per fare altro”.

Cinema, televisione, teatro. Quale ambito la rappresenta di più?

“Direi che mi piace fare un po’ di tutto. Forse in Italia un attore strategicamente dovrebbe applicarsi a un solo settore. In realtà a me piace cambiare, anche fisicamente, il taglio dei capelli, per esempio. Amo recitare in teatro, in televisione, al cinema. Ho fatto anche trasmissioni televisive come conduttrice, la prima con Rispoli all’inizio degli anni ’90, e mi divertivo da morire. Se oggi mi proponessero la conduzione d’una trasmissione andrei subito!”.

Come si è trovata a lavorare con Claudio Boccaccini che di recente l’ha diretta nell’opera di Pirandello ‘Così è se vi pare’?

“Io e Claudio ci siamo conosciuti tanti anni fa attraverso un amico comune che è un drammaturgo, Giuseppe Manfridi. Sono almeno quindici anni che diciamo di voler lavorare insieme. Finalmente è arrivata l’occasione;  mi sono trovata molto bene con lu”.

Nel suo format “Passpartout”, era ospite nell’abitazione di personaggi famosi. Cosa rappresenta per lei la casa, e pensa sia la persona a imporre la propria personalità alla casa, o si può anche essere influenzati dal luogo in cui si abita?

“In linea di massima credo che sia la persona a imporre la propria personalità alla casa. Per assurdo, vedendone tante, mi sono accorta di case abitate da persone che non avevano grande personalità, e quelle stesse case, magari bellissime e costosissime, erano anch’esse senza personalità, e si notava subito. Per me è il posto che più mi rappresenta, dove sto bene, chiudo la porta. Eppure vorrei essere meno attaccata alla casa. In questo periodo, poi, con il dramma dei terremotati… Ecco, per me è una cosa scioccante, proprio perché ho un attaccamento enorme alla casa, all’arredo.  Ho un atteggiamento antico nei riguardi della biancheria, adoro le lenzuola, gli asciugamani, le tovaglie, ma mi ripeto che questo non va bene: per essere più liberi dovremmo essere distaccati, tanto gli oggetti ci sopravvivranno… io poi non ho figli, e ogni tanto ci penso: chissà tutte le mie cose dove andranno a finire! Ho degli amici molto più liberi, con belle case ma senza questo attaccamento… Io se rompo un vaso, se perdo una cosa,  mi sento male”.

E’ come un’assenza, perché in qualche modo gli oggetti ci parlano… 

“Sì, ma  penso di essere un po’ eccessiva”.

Lei è stata anche ideatrice del Premio “Il Ratto delle Sabine”. Qual era l’intento?

“Anni fa, ho comprato una casa in Sabina, un territorio meraviglioso, vicinissimo a Roma, che ha delle potenzialità turistiche infinite. I romani invece non lo frequentano molto, vanno piuttosto in Umbria, o giù al Circeo. Mi misi in mente di creare una specie di volano, di organizzare anche un festival nei vari borghi che ho girato, e che sono veramente belli. Poi, sono partita col premio ‘Il Ratto delle Sabine’, in omaggio alla città di Rieti e dedicato a una donna. Ma mi sembrava riduttivo una donna tout court, quindi con Jean Paul Troili, che è un sabino verace anche se vive a Roma e un organizzatore di eventi molto bravo, è venuta fuori l’idea di istituire un premio da tributare a figure femminili che avessero un’energia creativa d’eccezione. L’intento, era – ed è – quello di riconoscere il valore culturale, artistico, intellettivo della donna al di là dell’età”.

Insomma, un premio che vada oltre quella cultura che vuole la donna eternamente giovane, e attesti invece l’intramontabilità di donne pur segnate dal tempo? 

“Esatto! Inizialmente, avevo proposto di premiare donne addirittura sopra i settanta, poi si è deciso per i sessanta.  Abbiamo fatto sei edizioni. Purtroppo, l’estate scorsa non ci sono riuscita, perché avevo mia mamma con grossi problemi di salute. Per l’anno prossimo, però, ripartiremo con l’organizzazione del premio”.

Se le dico autunno, quale profumo sente?

“Oh, il camino! Ho una casa in campagna, a 750 metri, e già a fine settembre, quando l’aria comincia a essere un po’ frescolina, accendiamo il camino… Oggi venivo giù da via delle Fornaci per raggiungere il teatro, e ne ho riconosciuto l’odore… sentivo i vari tipi di legna che bruciavano. L’odore del camino per me è l’autunno!”.

CHI E’ LAURA LATTUADA

Milanese di nascita, vive a Roma da tempo. Ha un fascino che si coniuga con una grande serietà. Una persona perbene, per suo stesso dire. Approda in televisione con uno sceneggiato che le farà vincere il Telegatto come attrice rivelazione dell’anno. E’ il 1982. A seguire, arrivano tanti altri premi. Da allora il piccolo schermo e il teatro se la contendono. La vediamo, protagonista d’eccezionale talento, in molte opere teatrali a fianco di grandi artisti. La televisione la consacra anche come conduttrice e autrice di numerose trasmissioni.

E’ una sportiva, ma non disdegna la buona tavola. Ama correre e camminare per Roma, una città dove puoi “sfinirti, in mezzo a tanta bellezza”. Della cucina romana, adora i piatti d’un tempo: la trippa, la coratella, la pajata…



more No Comments marzo 7 2017 at 15:26


Laura Giombini: dopo Rio 2016 il beach volley azzurro ha la sua stella

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di Irene Di Liberto

Incontro Laura Giombini in una gelida e nebbiosa mattinata invernale sul lago Trasimeno. E’ arrivata in Umbria alla mezzanotte del giorno prima. Si fermerà solo due giorni con i familiari per poi ripartire l’indomani alla volta di Milano. Classe ’89, vera rivelazione ai Giochi olimpici di Rio nella categoria beach volley. Determinata e sicura quando si tratta di colpire la sua palla, si rivela una ragazza dolce e serena. Passeggiamo insieme, seguite dalla presenza vigile dell’Isola Maggiore che sbuca prepotentemente dalla foschia per farci compagnia. Mi parla di lei, dei suoi valori e della costante presenza di Dio nella sua vita.

Ciao Laura, a che età hai iniziato a giocare?

“Ho iniziato a giocare a pallavolo all’età di 6 anni. Quasi ogni pomeriggio, mi divertivo con la palla con mio cugino Paolo, molto più grande di me, e, quando avevo tempo, andavo da mio zio che aveva una rete da pallavolo in giardino e da qui posso dire che è iniziata la mia la mia passione”.

Come è maturata la decisione di lasciare la pallavolo per dedicarti al beach volley?

“Ho deciso di lasciare la pallavolo per iniziare una nuova avventura con il beach volley dal 2009. È iniziato tutto per caso. Avevo terminato le rappresentative giovanili dove potevo partecipare e una mia amica mi disse che c’era la possibilità di provare a rappresentare l’Umbria con questo sport che era del tutto nuovo per me. Mi hanno selezionata e proprio con quest’amica siamo riuscite ad arrivare seconde al Trofeo delle Regioni. Da lì sono entrata a far parte del giro della nazionale che  è diventato il mio lavoro. La mia vita”.

Come definiresti questo sport?

“Direi che è lo sport più bello del mondo ed entrare in campo per me vuol dire accettare una sfida fisica, ma anche e soprattutto mentale. Credo che il beach volley mi abbia insegnato tanto, non solo a livello umano, per la possibilità che ho avuto di girare il mondo e di conoscere nuove culture, ma pure nell’affrontare le difficoltà della vita senza nascondermi, senza nessuna via di fuga”.

Qual è l’emozione più grande che hai provato durante questi anni?

“Indubbiamente l’Olimpiade di Rio 2016. Una botta di adrenalina e di sensazioni uniche che porterò sempre nel cuore.  È il sogno di ogni atleta poter partecipare. Proprio questo progetto  mi ha spinto ogni giorno ad andare avanti, ad allenarmi nonostante stanchezza, problemi fisici e problemi personali. Quando una persona ha in testa e nel cuore un obiettivo forte, niente e nessuno lo può fermare”.

Sei stata convocata a Rio per sostituire Viktoria Orsi Toth (trovata positiva a un controllo antidoping). Come hai fatto a trovare in così pochi giorni l’intesa con la tua compagna, visti i tempi ristretti per allenarvi insieme? 

“Non era per niente semplice trovare un feeling in così poco tempo, soprattutto dopo il bruttissimo evento che ha scosso e dispiaciuto tutti! Siamo riuscite a trovare la giusta sintonia probabilmente perché fuori dal campo io e Marta (n.d.r Marta Menegatti) siamo molto amiche e in quel momento di difficoltà generale abbiamo unito le forze e  cercato di donare all’altra tutto quello che avevamo. Facendolo insieme e affrontando al massimo ogni punto, ogni set, ogni partita. Pallone dopo pallone. Insieme!”.

Il post Rio 2016 come procede?

“Il post olimpiadi solitamente è un ricominciare tutto da capo e ad oggi sto aspettando l’elezione del Presidente e capire quello che la federazione vorrà fare con il settore beach volley. Nel frattempo mi sto allenando sia a pallavolo a Ostia che a beach volley con Marta. Il  29 dicembre abbiamo partecipato insieme a un bellissimo evento al PalaYamamaydi Milano. Un torneo internazionale con 8 squadre olimpiche”.

Dei giochi olimpici ricordiamo la tua determinazione e il tuo entusiasmo. Sei così anche nella vita?

“Ricordi molto bene. Credo che tutto quello che esce fuori nel campo rispecchi esattamente quello che si è nella vita di tutti i giorni. Mi ritengo una persona carismatica, una ragazza solare, determinata che cerca di sorridere sempre sia nelle difficoltà che nelle gioie che la vita ti mette davanti”.

I tuoi familiari ti hanno sempre supportato nel seguire questa carriera?

“I miei genitori e­ tutta la mia famigli­a mi segu­e da sempre.  Mi ricordo che quando ero più piccola e giocavo a Trevi, mio pad­re mi accompagnava e ­mi riportava ogni santo giorno, anche a ­tarda notte, nonostante la stanchezza e le difficoltà. Mia madre per causa o merito mio ha iniziato a familiarizzare con la te­cnologia pur di ­avere un minimo di co­ntatto con me durante­ le tantissime trasfe­rte internazionali ch­e il beach mi ­ha regalato. Infine mio fratell­o: mio esempio di vita, è riuscito ­sempre a incoraggiarm­i e a indirizzarmi, do­nandomi il giusto con­siglio a ogni mio du­bbio o incertezza. Devo ringraziare dav­vero Dio per la meravigliosa famiglia che ­mi ha donato. Mi ha v­eramente benedetto”.

Come ti vedi fra vent’anni?

“Piena di dolori fisici, ma felice”.



more No Comments marzo 7 2017 at 15:23


Tiziana Foschi: una regista da applausi

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Grande mattatrice della comicità per i suoi trascorsi giovanili con la Premiata Ditta, la brillante attrice romana non disdegna sperimentarsi anche come regista

di Mara Fux

Come ti trovi a fare la regista? 

“Questa è la mia seconda regia. Bene direi, mi piace. In realtà Marco Falaguasta già un anno fa mi ha detto che desiderava curassi io la regia del suo monologo ‘Prima di rifare l’amore’, un testo che peraltro mi piaceva e si prestava a spunti interessanti; un pochino mi frenava il fatto che si trattasse di un monologo ed ho accettato solo quando nella mia mente ho trovato una via teatrale, che mi si addicesse, da percorrere”.

E come è stato rapportarsi con un attore dalla personalità forte e poliedrica come Falaguasta? 

“Marco si è messo in gioco in maniera molto profonda, come d’altronde doveva essere visto che non è suo solo il testo ma anche quello che si racconta. Ha lavorato in maniera molto seria e umile, ascoltando tutto con molta attenzione e lasciando che togliessi alla sua recitazione i vizi, come altri hanno fatto con me”.

Quindi i contenuti sono autobiografici? 

“Di base sì ma sono lo spunto per parlare degli anni ‘80, ‘90 ovvero della sua adolescenza: il risultato è un recital che attraverso alcuni importanti ‘pezzi’ della sua vita narra i timori che viveva lui ma probabilmente anche molti altri di noi. Racconta per esempio che per superare l’ansia che gli veniva prima di andare a giocare una partita di calcio importante si esercitava con il subbuteo; o che alle feste si dava coraggio cercando di assomigliare a personaggi famosi tipo Fonzie o George Michael. ‘Prima di’ sono le paure che si provano quando ci si avvicina a qualcosa di importante. E lo fa anche con episodi molto divertenti come quando col suo amico all’edicola mentre uno chiedeva dove stesse Tutto Uncinetto distraendo il giornalaio, l’altro rubava  Le Ore fino a che lo stesso giornalaio, compreso che qualcosa non andava, spostò le riviste e furono costretti a comperarlo davvero. Il titolo poi non si riferisce direttamente a lui ma al suo momento da padre che, quando la figlia gli presenta il suo fidanzatino, percepisce che stavolta non è la solita cotta”.

Sei soddisfatta della tua regia? 

“Sì, perché ho cercato di alimentare gli episodi con tante musiche, e atmosfere; ho cercato di ricreare la semplicità con cui si giocava per strada sentendosi parte di quel variegato microcosmo che era il quartiere di appartenenza fatto di voci, odori, rumori. Ti rendi conto che nel ‘nostro’ microcosmo non si sentivano le suonerie dei cellulari, le vibrazioni dei messaggini di whatsapp o fb? Per carità tutto molto divertente oggi, ma noi siamo altro”.

E’ per rendere al meglio queste atmosfere che gli hai messo al fianco altri attori? 

“Anche se il testo nasce come un monologo si prestava a interazione con altri attori; l’ambientazione è in una palestra di pugilato in cui Falaguasta va ad allenarsi per cui Marco Fiorini interpreta uno di quei classici tipi che più che ad allenarsi pensano a passare il tempo chiacchierando mentre Claudia Campagnola è una donna che sfoga sul pungiball il senso di inadeguatezza procuratole dal non poter reagire, in primis alla suocera che le fa continui dispetti. L’ambientazione non è casuale perché, visto che lo spettacolo debutta al Teatro Golden di Roma che è praticamente un ring quindi uno spazio scenico che propone diversi tipi di angolazioni, volevo sfruttarne al meglio gli spazi scenici”.

E poi c’è “Lettere di Oppio” dove invece reciti affidandoti ad un regista giovanissimo.

“Giusto, Federico Tolardo”.

E interpretando il testo scritto da un altro giovanissimo. 

“Esatto, Antonio Pisu che con me lo interpreta. Per cui, come dire: largo ai giovani! Specie se sono bravi e ricchi di talento. Abbiamo debuttato un paio di mesi fa a Roma dove il testo è stato molto apprezzato per la sua originalità. Siamo in Inghilterra, nel 1870 proprio alla fine della guerra tra Cina e Inghilterra per il monopolio del commercio dell’oppio, considerato molto più fruttifero di quello del tabacco. Io interpreto una donna ricca e borghese che intrattiene una corrispondenza amorosa ma anche intellettuale con il marito lontano che nel lasciarla da sola le ha affiancato un maggiordomo. Proprio questi, nell’apprenderne la morte, decide di fingersi lui e in maniera goffa cerca di emularne lo stile di scrittura ottenendo come risultato una sorta di risveglio della dama che in qualche modo intuisce ma decide di stare al gioco lasciandosi trascinare verso altri umori pur di non ricadere nella solitudine della sua quotidianità. ‘E’ la solitudine il grande problema di questa epoca’, sussurra l’autore. Ma forse è il problema pure di questa epoca, sussurro io”.

Come fai a conciliare il tuo ruolo di mamma con quello di attrice? 

“Come fanno tutte, alzandomi alle 6,30 per poterla accompagnare a scuola, fare la spesa, pagare le bollette alla posta, prenotare le visite alla Asl, accompagnarla alla pallavolo, fare pranzo,cena eccetera e infilando tra una cosa e l’altra le prove, la memoria”.

E quando vai in tour come fai? 

“Quello per me non è lavoro è vacanza! Riesco a dormire di filato fino alle nove cosa che qui mi riesce difficilmente. Adesso che vado in tournèe con Ciufoli, Ruiz e la Nunzi per ‘Ti amo o qualcosa del genere’  sono contentissima: ci conosciamo da tanti anni e stiamo bene assieme. Oh, adesso ti dico così ma tieni presente che se lo spettacolo è in cittadine a meno di due ore da Roma, tipo Siena o Orvieto, salto in macchina e corro a casa da mia figlia”.

Tua figlia viene a vederti a teatro con le sue amichette? 

“Certamente! Non si è mai persa i miei spettacoli e verrà a vedermi anche al Golden come spero farete anche voi: avete tempo fino al 19 marzo. Vi aspetto!”.



more No Comments marzo 7 2017 at 15:20


Simone Gianlorenzi: il ragazzo con la chitarra

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La campagna e la musica sono stati i suoi due elementi fondamentali. Incontriamo Simone, un apprezzato musicista da sempre affascinato dal rock e in particolare dagli U2. Ha appena pubblicato un album intitolato “About Her”

di Silvia Giansanti

Ieri era un semplice adolescente che, per riempire il tempo delle sue giornate trascorse vicino ad Orvieto, in un paesino di appena trecento anime e quindi lontano dalla metropoli, faceva musica insieme ad alcuni amici. Autodidatta, oggi è un signor musicista riconosciuto a livello mondiale, che ha accumulato una serie di esperienze di valore, dopo varie tappe che gli hanno portato sacrifici e rinunce. Simone Gianlorenzi, quarantunenne umbro, è un artista nato sotto un segno d’aria come quello dell’Acquario. Ha iniziato un po’ per gioco, fin quando non è scoccata la scintilla per la chitarra, evento che lo ha illuminato su quello che sarebbe stato poi il suo futuro.

Simone, sei un musicista partito da zero. Da quale genere sei stato sempre attratto?

“Dal rock emozionale ed energico, anche se una parte della mia formazione di ascolto la devo a mio cugino più grande che all’epoca seguiva Vasco Rossi, gli U2, i Litfiba e i Depeche Mode”.

Provieni da una famiglia di musicisti?

“Assolutamente no, neanche avevamo lo stereo. Solo mio zio, il fratello di papà suonava il basso in un complessino a livello amatoriale”.

Quali sono i miti che non mancano nella tua collezione privata?

“Sicuramente gli U2, colonna sonora della mia vita, poi i Depeche Mode e i Van Halen, gruppo americano molto chitarristico”.

Da quel periodo adolescenziale non hai mai smesso di fare musica. C’è stato un giorno della tua vita senza musica?

“No, la musica fa parte di me e mi ha portato a fare scelte drastiche e coraggiose, rinunciando a stili di vita. Intorno ai sedici anni avevo capito che volevo fare quest’attività e non ti nascondo che mi chiudevo dentro casa a suonare anche il sabato sera, nonostante gli inviti ad uscire da parte degli amici”.

Ti sentivi stretto nella realtà piccola in cui vivevi?

“Sì, avevo bisogno continuamente di confrontarmi per poter intraprendere il vero professionismo e questo mi ha portato prima di trasferirmi definitivamente nella Capitale, ad una serie di esperienze anche importanti all’estero. Giusto per capire a che punto fossi rispetto al resto del mondo. Sono arrivato a Roma per motivi sentimentali e perché era comunque un sogno che covavo dentro di me da tempo”.

So che svolgi un’intensa attività didattica.

“Ho molti allievi. Quando mi sono reso conto che volevo fare questo mestiere, e nella mia città non c’era nessuno in grado di darmi quello che volevo a livello di insegnamento, la priorità è stata diventare un grande insegnante. Essere, quindi, quella figura che io non ho mai avuto. Ho cominciato esclusivamente per impartire lezioni di musica, senza pensare al ruolo da ‘rockstar’. Ho insegnato in grandi strutture italiane e da quest’anno sono addirittura entrato al Conservatorio di Salerno per insegnare chitarra pop. Questo arriva dopo vent’anni di insegnamento, il coronamento di un sogno”.

Allora da adesso in poi ti chiameremo maestro! Quali altri strumenti musicali ti fanno impazzire?

“Il basso elettrico che ha molte attinenze alla chitarra. Inoltre suono anche il banjo, il mandolino, la chitarra acustica e altri strumenti”.

Cosa consigli ai ragazzi che decidono di intraprendere il percorso da musicista?

“Innanzitutto l’umiltà, caratteristica che oggi manca con l’influenza di tutti questi talent che ci sono in giro. Si vuole tutto e subito, a discapito della preparazione. La mia mentalità e darsi da fare tanto perché le chance sono poche”.

Hai dato vita ad un album intitolato “About Her”. C’è molta energia dentro.

“Assolutamente sì. Questo album racchiude materiale che avevo inciso nel tempo. Una mia soddisfazione personale e a supporto ci saranno date per promuoverlo. Inoltre ricordo che è in vendita su Amazon.it e su iTunes Store”.

Da dieci anni fai parte del gruppo degli Orlando Furiosi. Come è avvenuto il contatto con Stefania Orlando, con la quale è poi sbocciato l’amore?

“Tramite un amico comune che mi ha fatto sapere che Stefania cercava un musicista per mettere su un gruppo. Ero molto distaccato dalla tv e quindi non la conoscevo più di tanto. Abbiamo lavorato il primo anno insieme ed entrambi eravamo fidanzati. Per me è sempre stata una donna meravigliosa fin dal primo incontro, ma non avrei mai pensato ad una vita insieme a Roma”.

Info: www.simonegianlorenzi.com



more No Comments marzo 7 2017 at 15:17


Giovanna Chinaglia: un’artista in stile british

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Se alla sua età, 40 anni e poco più portati divinamente, Giovanna Chinaglia è diventata la testimonial di un noto brand inglese del settore make-up ed è stata scelta come fotomodella per pubblicità e set fotografici, il merito è tutto di quel suo fisico un po’ curvy e del modo di fare decisamente British. Un’esplosione di eleganza e sensualità che in foto e pure nella vita reale fanno la differenza. Docente di Business English, il popolo dei social la conosce come “La Giò Contessina”, la modella che non ha avuto paura di mettersi in gioco nemmeno alla soglia degli “anta”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. In poco tempo è diventata testimonial Stargazer MakeUp London, ha mantenuto la collaborazione con L’Oreal, oltre ad aver realizzato svariate pubblicità fashion e glam che stanno girando nel “suo” Veneto, dove vive e lavora. Un successo all’insegna del motto “Healthy is better than Skinny” e la dimostrazione che le curve fanno la differenza se portate con classe.

Una classe che ha origini, anche geograficamente, lontane.

“I miei genitori sono italiani ma sono cresciuta in posti diversi, ho studiato in Inghilterra, ho vissuto in Messico ed ora vivo a Treviso. La mia famiglia è sparsa in tre continenti”.

Anche la fotografia ti ha accompagnato in questo lungo “peregrinare”.

“Certo! La fotografia ed io siamo amiche inseparabili direi, non vivrei senza. Abbiamo giocato insieme sin da adolescenti”.

Quel gioco è diventato… altro.

“Sicuramente oltre le mie aspettative”.

Tanti successi: alcuni personali, altri pubblici.

“È così: sono stata scelta due anni fa come testimonial di Stargazer MakeUp London, la mia immagine è in copertina sul loro catalogo, e sono una L’Oreal Girl. Rimango convinta che solo ad una certa età si acquisisca la consapevolezza di esprimere davvero tutta la propria femminilità e la più completa sensualità di donna”.

Di Giovanna Chinaglia si ha traccia anche al Festival del Cinema di Venezia 2016.

“Insieme all’amica e fotografa Cecilia Pennisi, la stessa fotografa che poi ha scattato il mio calendario bouduoir 2017, ho realizzato un set speciale per quella straordinaria occasione cui ha seguito il ModelSharing più grande d’Italia, il Romantic Photo Day. E poi, l’incontro fotografico con Umberto Verdoliva, maestro della Street Art. Sono stata la sua prima modella”.

E grazie alla fotografia…

“Sono cambiata in positivo, senza dubbio. La fotografia mi ha fatto vincere l’eterno non piacersi, la timidezza, la paura di non essere all’altezza”.

Tanta sensualità abbinata a tanta eleganza.

“Mi piace innanzitutto sentirmi donna, elegante, adoro la lingerie, i tacchi alti, una camicia selezionata. Amo gli accessori purchè non appariscenti. Sono una donna pratica”.

Che messaggio vuoi lanciare con le tue foto?

“Sta tutto nella citazione di Bresson: Porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi, il cuore”.



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Emiliano Scalia: “Mia nonna Miriam Mafai e la Francia”

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di Simone Mori

Questo mese abbiamo avuto una bella conversazione con Emiliano Scalia, giornalista Sky Tg 24, classe 1975. Tifoso della Roma e grande appassionato della Francia, Emiliano ci regala il suo punto di vista su argomenti di attualità e proprio sui nostri cugini transalpini ci regala qualche pensiero. Da non perdere la classifica dei suoi libri preferiti e la sua visione del mondo Social.

Ciao Emiliano, innanzitutto parlaci un po’ di te e dei tuoi inizi del mondo del giornalismo.

“Vengo da una famiglia con una discreta tradizione. Mia nonna era Miriam Mafai, e la sua passione per questo mestiere è stata determinante nella mia scelta. Erano altri tempi, gli inviati non avevano praticamente limiti né di tempo né di soldi ed erano messi in condizione di lavorare alla grande. Se qualcuno mi chiede se sono raccomandato, la risposta è comunque no. Sono in questa azienda dal 1999, quando si chiamava ancora Stream e la fusione con Telepiù era di là da venire. Ero un impiegato e l’anno successivo nacque la redazione sportiva. C’erano tra gli altri Massimo Tecca, Stefano De Grandis e Stefano Impallomeni. Sarebbero arrivati anche dei giovanissimi Riccardo Gentile e Pierluigi Pardo. Chiesi di essere trasferito lì perché il mio sogno era fare il telecronista. Non ci sono riuscito, ma non mi lamento”.

Andiamo subito su argomenti di estrema attualità. Qual è il motivo per il quale molta gente si è allontanata dalla politica? Il talk show politico è un prodotto ancora fruibile?

“Il talk show è la rappresentazione della politica. Ho un’opinione molto alta della politica in senso lato. Diciamo che in questi ultimi 25 anni, però, anche la politica è diventata costume. Si è corrotta non tanto (o non solo) dal punto di vista penale. Si è banalizzata, è diventata anch’essa un prodotto nazional popolare. Può sembrare una visione elitaria, ma la politica attiva non è per tutti. La democrazia rappresentativa serve anche a questo, a filtrare le giuste rivendicazioni popolari attraverso l’arte del compromesso. I talk show politici sono una gran cosa, perché sono rivelatori. Se sei un cretino, difficilmente potrai sembrare intelligente di fronte a due o tre domande ben fatte. Forse il format dei talk show va un po’ rivisto, ma ce ne sono alcuni che funzionano molto bene”.

Tocchiamo un argomento che so che ti piace particolarmente e che si chiama Francia. Vorrei ci raccontassi come nasce il tuo amore per questo Paese.

“Anche qui si torna alla mia famiglia. Mio padre e mia nonna, alla fine degli anni ’50, si trasferirono a Parigi perché Miriam era stata nominata corrispondente di Vie Nuove, una rivista legata al PCI e fondata da Luigi Longo. Erano anni complicati, l’emigrazione italiana era massiccia e in condizioni molto dure. Rimasero a Parigi per pochi anni, ma furono sufficienti per instaurare un legame con la città e la Francia in generale che non si è più spezzato. Divenne meta di qualche vacanza fino all’acquisto, nei primi anni ’80, di un minuscolo appartamento nel Marais. Parigi è stata un po’ un rifugio per tutti noi. Ora la casa non c’è più, ma continuo ad andarci appena possibile”.

Prossimamente ci saranno le elezioni presidenziali in Francia. Ci puoi illustrare brevemente le tue opinioni riguardo i candidati e se veramente Marine Le Pen…

“C’è da fare una premessa: la Francia sta vivendo una crisi economica, sociale e occupazionale simile a quella italiana. Anche loro stanno tentando, attraverso una serie di riforme strutturali, di uscire dalla stagnazione. Hanno un tasso di disoccupazione molto più vicino al nostro che al 4 per cento tedesco e lo Stato, come in Italia, è presente in molte delle attività strategiche: trasporti, energia, armi. La ‘Loi El Khomri’, la riforma del mercato del lavoro, era in origine realmente sanguinosa. Gli immigrati di terza o quarta generazione, lungi dall’essere integrati pienamente, rivendicano giustamente diritti che troppo spesso gli sono negati. Le banlieu sono veri e propri ghetti. E poi, enorme e legato a queste ultime due criticità, c’è l’incubo terrorismo. Tutto ciò, come è facile immaginare, porterà Marine Le Pen all’Eliseo. Gli altri candidati sono onestamente troppo deboli, un po’ come in Italia dove, a parte Renzi, nessuno potrebbe contendere -in un sistema come quello francese- Palazzo Chigi ai Cinque Stelle. Esattamente come è successo per Brexit e Trump, la massima espressione popolare sarà determinata dalla spinta dei populismi”.

Hai seguito in prima persona gli attacchi terroristici francesi. Quali sono mi ricordi più importanti che ti porti dentro?

“La grande compostezza del popolo francese, in primo luogo. Mi sono trovato spesso, in quei lunghissimi giorni, a immaginare come avremmo reagito noi, in Italia. E non ho potuto fare a meno di pensare a scene di panico, mamme in strada con i bambini, trasferimenti di massa dai parenti in campagna. Dei francesi ammiro molto l’immediata capacità di reazione, che hanno dimostrato anche dopo gli attacchi del novembre 2015. Anche le cariche istituzionali, da Hollande a Valls a Cazeneuve, hanno dato dimostrazione di fermezza e mai, mai, hanno ceduto al panico. Tranne in una occasione. Eravamo in Place de la Republique il giorno dopo gli attacchi, e un buontempone ha pensato bene di lanciare un paio di petardi nelle scale della metropolitana. C’è stata una fuga di massa con centinaia di persone che correndo si sono riversate nelle strade adiacenti e nei negozi e negli alberghi della piazza. E poi le tracce della morte. I buchi dei proiettili nelle vetrine del Carillon e della Belle Equipe, il sangue, le lacrime”.

Spesso il mondo del giornalismo viene criticato e sbeffeggiato. Come tolleri attacchi frontali da parte di esponenti politici che ti accusano di essere faziosi e non raccontare la verità dei fatti?

“Li tollero poco e male. Al netto della difesa d’ufficio della categoria, ritengo che in Italia i giornalisti lavorino in linea di massima molto bene e credo che l’informazione debba essere gestita da professionisti. E’ innegabile che i giornalisti siano diventati, in questa epoca di populismi vari, uno degli obiettivi della rabbia della gente. Ma spesso questa entità quasi sovrannaturale (la gente, appunto) non ha gli strumenti per afferrare la realtà. Le masse sono manipolabili, soprattutto quando sono scontente. Ed è molto più facile manipolarle attraverso notizie non confermate, opinioni forti e vere e proprie bufale. Che poi la professione debba essere riformata a partire dall’Ordine che la gestisce, è tutt’altro conto”.

Cosa si nasconde dietro la rabbia che si scatena sui social e come arginare questo problema?

“I social non sono la realtà. Quello che succede sui social non succede nella realtà. Quando le persone non riescono più a scindere la realtà vera da quella virtuale, si lasciano andare. Mollano i freni inibitori. Gente mite che diventa una iena su Facebook, che insulta, che si lascia andare a opinioni pesantissime. C’è la percezione fallace che i social garantiscano quasi l’anonimato. Siccome la platea degli utenti social si allarga sempre di più, secondo me è necessaria una normativa ad hoc. Quello che è reato per strada deve essere reato anche in rete. E poi, soprattutto, educare i ragazzi, che sono le vittime più frequenti delle belve da social. Bullismo, adescamenti di qualsiasi tipo, prepotenze di vario genere”.

Oltre che essere un giornalista sei anche un bravissimo scrittore. Lo scorso anno hai pubblicato insieme al tuo collega Mattia Giuramento il libro “Erano due bravi ragazzi”. Com’è nata l’idea di questo libro in coppia? Hai già progetti anche in solitaria?

“Nessun mio progetto potrà prescindere da Mattia. Siamo come fratelli e ci siamo impegnati a non scrivere romanzi -o comunque prodotti letterari- l’uno senza l’altro. “Erano due bravi ragazzi” nasce dalla passione comune per la letteratura crime e noir. I maestri sono, ovviamente, gli americani. Ma i francesi e alcuni italiani seguono a ruota. Persino qualche inglese. Un giorno, parlando di un libro, ci siamo detti: “Ma perché, invece di continuare solo a leggerli, non ne scriviamo uno?”. E’ nato quasi come un gioco, ma man mano che la storia andava avanti diventava sempre più convincente. In sei mesi abbiamo chiuso il manoscritto e ci siamo messi alla ricerca di un editore. C’è voluto ancora un anno e mezzo per vedere “Erano due bravi ragazzi” in libreria. E’ una bella storia, molto attuale. La scrittura a quattro mani è stata una bellissima esperienza. Ci siamo spesso ritrovati a completare non solo i capitoli, ma addirittura le frasi che l’altro lasciava incomplete, in un confronto e una revisione continui”.

Se dovessi stilare una classifica di cinque libri da consigliare quali sarebbero questi titoli?

“Intanto non credete mai a quelli che vi dicono: ‘Beh, è difficile, ce ne sono troppi…’. Io rivendico il mio diritto di tifare, oltre che nel calcio e nella politica, anche per quanto riguarda la letteratura. La mia classifica dal primo al quinto: Il Conte di Montecristo (Dumas), Furore (Steinbeck), Il Potere del Cane (Winslow), poi c’è ‘Il secolo breve’ di Hobsbawm che però è un saggio e in ultimo (ma non ultimo) Bel Ami di Maupassant. Domani, ovviamente, ce ne saranno altri cinque”.



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