Marianna De Micheli: Da “Centovetrine” alla barca a vela

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Abbiamo incontrato Marianna De Micheli, l’attrice che per otto anni ha interpretato la perfida Carol Grimani nella soap opera di Canale 5 “Centovetrine”. Dopo l’improvvisa chiusura del programma, ha deciso di salpare in barca a vela e di compiere il giro d’Italia in solitaria. Un’avventura straordinaria raccontata nel suo libro di successo “Centoboline”

di Giulia Bertollini

Attraverso questa intervista, ci racconta il passaggio dalla tv a questa grande avventura.

Marianna, ti abbiamo lasciato nei panni di Carol Grimani e ora ti ritroviamo in quelli di una velista in solitaria. Come mai questa scelta? 

“Dopo la chiusura di Centovetrine, mi sono ritrovata disoccupata. In quel momento, non avevo voglia di trovarmi lavoro e così ho scelto di intraprendere un percorso differente. Aver recitato per tanti anni in una lunga serie, come nel caso di una soap opera, porta spesso il pubblico a identificare il tuo nome e il tuo volto con quello del personaggio che viene interpretato. Di conseguenza, è necessario del tempo perché i telespettatori possano abituarsi a vedermi in altri ruoli senza associarmi a Carol Grimani. Così, ho deciso di prendermi una pausa e di dedicarmi ad altre passioni, come la vela”.

Walt Whitman scriveva “Per me il mare è un continuo miracolo; i pesci che nuotano, le rocce, il moto delle onde, le navi, con gli uomini a bordo”. Per te invece cos’è il mare? 

“Bella domanda! E’ un luogo in cui mi sento bene e che mi fa entrare in contatto con la parte più profonda di me stessa nonostante non ce ne sia particolare bisogno (ride). Difatti, ho un carattere estremamente riflessivo. Pensare in mezzo al mare però è diverso che pensare sulla terraferma. Quando ti trovi su una barca non puoi permetterti di non agire. Devi preoccuparti di tante cose e non ti è concesso rimanere fermo a riflettere, diversamente da quando ti trovi a casa”.

Dalle esperienze che hai vissuto, compreso il periplo d’Italia, è nato un progetto editoriale: “Centoboline”. Che ricorda nel titolo la celebre soap che ti ha vista protagonista per molti anni.

“Sì, mi sono divertita a fare un giro di parole. Voglio innanzitutto precisare, per chi non lo sapesse, che la bolina è un’andatura velica. Nel libro parlo anche del mio ingresso a Centovetrine, del provino che ho dovuto sostenere per ottenere la parte, delle difficoltà dei primi tempi, in particolare a livello di memoria, fino ad arrivare all’epilogo della chiusura. Si tratta di un diario di un bordo in cui ho raccolto le mie esperienze, gli incontri, i viaggi avventurosi”.

Nel libro scrivi “Il vero coraggio non è affrontare il mare ma la solitudine. Tutto è partito dalla mia incapacità di stare sola”.  Sei riuscita a superare le tue paure? 

“Beh, io credo che paure di questo tipo non si superino mai però nel tempo sono riuscita a soffrirne meno, a conviverci senza lasciarmi travolgere da emozioni troppo forti quali la sensazione di sentirsi sperduti nell’universo, abbandonati. L’esperienza del giro d’Italia in barca a vela mi ha insegnato a guardare alla solitudine con occhi diversi: mi sento meno terrorizzata rispetto a prima e se ci penso non mi manca il fiato”.

Possiamo però confessare che durante queste avventure nautiche non sei proprio in solitaria. A tenerti compagnia infatti c’è il tuo gatto Jingjok.

“Sì è vero. Ho deciso di prendere un gatto quando mi trovavo in Thailandia. Dopo numerose ricerche, visto che cercavo una razza con l’indole simile a quella di un cane, ho trovato su Internet  il contatto di una signora che gestiva un allevamento amatoriale a Rimini. Questa m’informò che aveva una gatta incinta che avrebbe partorito a gennaio. Ebbene, Jingkok è venuto alla luce il 27 gennaio che è anche il compleanno di mio padre. Essendo nato sotto il segno dell’acquario, la barca non poteva che essere casa sua”.

La tua barca ha un nome molto particolare “Maipenrai”. Cosa significa? 

“E’ un termine thailandese e la migliore traduzione è nell’inglese ‘never mind’ nel senso di ‘non c’è problema, non importa, va bene così, fa niente’”.

Nel corso dei tuoi viaggi avrai sicuramente conosciuto tante persone. Qual è stato l’incontro più emozionante? 

“Ricordo ancora con piacere l’incontro con un signore in lavanderia. Mentre attendevo che il bucato fosse pronto, entra questo tizio e si mette accanto a me. Inizia così a raccontarmi un po’ della sua vita, che lui si recava ogni giorno in quel posto per difendersi dalla calura e che aveva viaggiato molto in compagnia della moglie che purtroppo era morta. Dalle sue parole, intuii che si era trattato di un amore intenso. Ne ebbi la conferma quando mi rivolsi a lui chiedendogli da quanto tempo sua moglie fosse venuta a mancare. La risposta fu da brividi. Venti anni. Ebbene, la storia di quest’uomo è uno dei ricordi più belli che conservo nel cuore e di cui ho anche parlato nel libro”.

Che progetti hai per il futuro? 

“Innanzitutto sto cercando di realizzare una trasposizione teatrale del libro. Non voglio rappresentarlo però soltanto nei teatri, ma mi piacerebbe utilizzare anche la mia barca come palcoscenico. E’ un progetto particolarmente lungo e impegnativo. Scrivere un libro è stato complicato, anche se ho sempre avuto una certa dimestichezza con la scrittura, ma scrivere per il teatro è totalmente diverso. Nonostante le difficoltà che sto incontrando, di una cosa tuttavia sono sicura: che voglio raggiungere anche questo obiettivo”.

Cosa ti senti di dire ai nostri lettori che sperano in un tuo ritorno in tv?

“Al momento non mi precludo nessuna strada. L’importante è che si tratti di un buon prodotto che sia in tv, cinema o teatro. Incrociamo le dita”.



more No Comments ottobre 9 2017 at 14:49


Carlo Mucari racconta “er Gigante”

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Rappresentato in diversi teatri e location, ‘Er Gigante, la malinconia di un tempo piccolo’ é uno degli ultimi progetti del ‘cantattore’ romano Carlo Mucari, noto per le sue numerose interpretazioni cinematografiche e partecipazioni a programmi e fiction televisive.

di Donatella Lavizzari

Frutto e sintesi di anni di un attento studio, questo recital ci regala una particolare visione dell’opera di Franco Califano, della sua filosofia di vita e delle sue molteplici contraddizioni. Un nuovo modo di intenderlo, di suonarlo e di ‘viverlo’. Un lavoro estremamente ricco di elementi poetici, arricchito di svariate situazioni timbriche e musicali. Una freschezza d’ispirazione risalta in questa nuova avventura: una tavolozza dalle sfumature infinite che regala al pubblico un incantevole groviglio di emozioni, in un susseguirsi di brani e recitati per rendere omaggio alla spiccata personalità artistica del ‘Califfo’. Mucari ne è interprete intenso, dotato di una capacità unica di elaborare con virtuosismo, con vigoria e teatralità, un repertorio che spazia tra Minuetto, Una ragione di più, La mia libertà, La nevicata del ’56, E la chiamano estate, Un tempo piccolo e gli altri grandi successi del “Prevert di Trastevere”. Sul palco, ad accompagnare questo poliedrico artista vi è un quartetto dinamico composto da Claudia Tortorici (voce), Doriano Prati (fisarmonica), Bruno Ciarla (tastiere) e Marco Petriaggi (chitarra classica).

Ciao Carlo, quali sono gli elementi principali nell’ideazione di questo nuovo recital? 

“In tutta la mia carriera ho cercato di tener sempre presente due cose fondamentali per me: la libertà e l’emozione. Libertà di recitare, suonare o cantare quello che mi piace attraverso un’emozione che spero di riuscire a tradurre e trasmettere sempre. Con quest’ultimo spettacolo ho voluto rendere omaggio ad un grande artista, al ‘poeta maledetto, al poeta saltimbanco, al cantastorie’, raccontando il suo viaggio attraverso la sua poesia, la sua musica e i suoi monologhi”.

Il recital inizia con “La porta aperta”. Ce ne vuoi parlare? 

“Sì, inizio con questo brano perché mi sono domandato se, metaforicamente, la porta di Califano fosse aperta o chiusa mentre sentiva che la sua ‘musica’… era finita, mentre sentiva che il suo ‘tempo piccolo’ lo stava consegnando alla storia. Lui che ha sempre detto che sarebbe invecchiato cinque minuti prima di morire. Lui che andava a dormire cinque minuti dopo gli altri per avere cinque minuti in più da raccontare. Lui che diceva di essere un cantastorie, che raccoglieva pezzi di vita dalla strada e li raccontava poi a modo suo. Lui che per noi era semplicemente un artista, un artista che aveva scelto di vivere e combattere per difendere la sua libertà. Ha avuto molte donne ma soltanto una ha fatto sempre parte della sua vita: la solitudine. Franco diceva: ‘Nella solitudine che fai? Intanto impari a conoscerti, a stimarti, a non mentirti e soprattutto a farti compagnia… da solo’”.

Come hai conosciuto Califano? 

“Molti anni fa, erano i primi anni ottanta. Un mio amico press-agent sapendo della mia ammirazione per Califano me lo passò al telefono. Gli dissi che stavo provando a scrivere canzoni e lui mi invitò ad andarlo a trovare per fargli sentire qualcosa di mio. Abitava in via Sisto IV, a Prima Valle. Ascoltò i miei pezzi e alla fine disse: ‘Carlè te voglio bene però famo che ognuno se canta e cose sue e poi tu con quella faccia dovresti fà l’attore, appena giro un altro film te faccio fà na parte, che ne dici?’. Ha avuto ragione lui. Ho iniziato la mia carriera d’attore, ho proseguito per quella strada e, da qualche anno, in alcune serate mi travesto da cantattore”.

Oltre a questo recital, hai portato in scena anche Rino Gaetano. 

“Sì, ‘Uno spunto per la rivoluzione’ è uno spettacolo dedicato a Rino Gaetano, cantautore dissacrante che amo particolarmente, le cui opere sono pregne degli echi di Petrolini, Ionesco, Beckett e Majakovskij. Ripercorro la vita di Gaetano attraverso le sue canzoni, i suoi testi di prosa e i suoi riferimenti culturali e sociali”.

Cosa rende meraviglioso fare il tuo lavoro? 

“Ciò che rende meraviglioso fare il mio lavoro sono quegli attimi in cui sul palco si pulsa tutti con la stessa sensibilità, con ‘la stessa nota’. Sono momenti magici, dove non sono più io che sto facendo uno spettacolo, ma io e quelli che suonano e recitano con me ed il pubblico che assiste. Bisogna sempre avere la capacità di sentire se stessi ma anche e soprattutto di sentire gli altri”.



more No Comments ottobre 9 2017 at 14:44


Stefania Visconti: Una carriera in evoluzione

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Vi presentiamo una ragazza poliedrica e ricca di talento. E’ stata la protagonista dell’ultimo videoclip di “Pierre”, celebre brano cantato dai Pooh dopo la recente reunion

di Laura Gorini

È un’artista decisamente camaleontica Stefania Visconti. Modella glamour, raffinata ed elegante, si è imposta  ben presto anche come valente attrice sia al Cinema sia a Teatro, senza farsi nemmeno mancare esperienze nel mondo della musica a livello attoriale. Di recente l’abbiamo potuta ammirare come la protagonista del videoclip del  brano “Pierre” dei mitici Pooh.

Stefania, come sta procedendo la tua carriera?

“La mia carriera è in una fase evolutiva e di sperimentazione. Gli impegni maggiori sono su alcuni set cinematografici in quanto l’amore mio più grande è indubbiamente il Cinema. Provo però costantemente a cimentarmi in varie forme d’arte per capire i miei limiti e lavorare meglio su me stessa”.

Una domanda diciamo un po’ complessa Stefania; ti chiedo un tuo punto di vista, che disillusioni pensi che possa dare l’assaggio del primo vero mondo dello spettacolo per chi s’è avvicinato pensando ingenuamente che fare questo lavoro fosse un “divertimento pagato”, come si suol dire, unire l’utile al dilettevole?

“Lavorare nel Cinema, a Teatro e nello Spettacolo in genere può anche essere divertente ma richiede molto impegno e costante studio se si ha intenzione di farlo diventare un lavoro. Non si nasce attori pur magari partendo da un talento evidente. Ci sono tante persone che si improvvisano artisti non rendendosi conto minimamente del duro lavoro che deve essere dedicato a questa professione ogni giorno”.

Cosa consiglieresti tu a questo proposito?

“Io consiglio di tenere i piedi ben piantati a terra, avere tanta forza e determinazione per seguire questa strada tortuosa. Non è un lavoro facile e spesso sono più le delusioni che le gioie. Testa sulle spalle, nervi saldi e non abbattersi per le tantissime porte in faccia che si riceveranno”.

Tu Stefania, in quanto professionista, quali sono delle scene in cui non vorresti mai recitare, o che comunque preferiresti di no?

“Non ho mai pensato a delle scene nello specifico che potrebbero indurmi a rifiutare un lavoro. Credo che sia la storia del personaggio in se da valutare e non la singola scena che potrebbe essere comunque necessaria e funzionale al racconto”.

Credi che sia importante per un attore/attrice sapersi “auto-doppiare” da solo/sola visto che tutti prima o poi si vedranno costretti a recitare in inglese o comunque in una lingua straniera?

“Ho avuto alcune esperienze di questo tipo, nel senso che mi sono doppiata in alcuni film. Ovviamente non sono una doppiatrice ma è una cosa che mi piace e non ho avuto grandi difficoltà nel farlo. Credo di esserci portata abbastanza anche se è molto complesso tecnicamente come lavoro”.

Ci sono delle cose di cui è meglio diffidare specie quando si è agli inizi?

“Quando si inizia un mestiere non si conoscono molte dinamiche e  meccanismi che le regolano quindi si rischia di sbagliare a prendere le decisioni. Io mi sono sempre affidata al mio istinto e spesso ho fatto bene”.

Ma per  te com’è stato all’inizio?

“L’inizio della mia avventura artistica lo ricordo pieno di entusiasmo e carico di aspettative. Ero felice di fare anche piccole cose che mi regalavano esperienza”.

C’è qualche film in cui ti vedremo tra poco?

“Negli ultimi mesi ho partecipato ad alcuni film che mi hanno permesso di entrare in contatto con realtà artistiche anche internazionali. Esperienze formative molto importanti che hanno arricchito il mio percorso. Ho appena ultimato le riprese di un film ‘The house of murderers’ per la regia di Bruno Di Marcello interamente girato in lingua inglese e che mi vede come protagonista”.



more No Comments ottobre 9 2017 at 14:42


Ester Campese: L’artista dalle mille emozioni

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di Laura Gorini

È un’artista raffinata e una donna dolce Ester Campese in arte Campey, da anni acclamata  pittrice a livello internazionale. Le sue opere sono infatti esposte quasi in ogni Paese del mondo. Nonostante ciò è rimasta una persona semplice e alla mano con la quale è un vero piacere conversare. Vediamo di conoscerla meglio da vicino…

Chi è Ester Campese?

“Ester è una persona semplice che con un sorriso cerca di trasmettere una piccola emozione attraverso i quadri, così come quando è presente a qualche manifestazione o evento. In sostanza io provo a prendere ‘per mano’ per così dire ‘l’interlocutore’ e fargli considerare le cose da un punto di vista diverso o almeno a suggerirlo, se lo stesso ovviamente si pone nella disponibilità e nell’ascolto o meglio in osservazione e curiosità”.

Quando è nato il tuo soprannome Campey?

“Credo poco più di una decina di anni fa. Prima firmavo con il mio cognome, ma trascinandolo graficamente nella parte finale, avvicinandomi in qualche modo a quello che poi ho scelto come aka e che sottende un augurio riprendendolo dal ‘kanpai’ , brindisi giapponese, così come potrebbe essere il ‘prosit’ in latino per dire ‘sia utile, faccia bene’”.

Il momento clou della tua carriera? 

“A dire il vero non credo di averlo ancora raggiunto, e ne sono contenta. Mi sento ancora in cammino in una esplorazione oltre che artistica anche personale. Ci sono state diverse tappe importanti, ma non mi sento sicuramente arrivata, tutt’altro. Spero di mantenere la curiosità e la spinta a proseguire sempre questo percorso. Volendo posso rammentare alcune delle tappe più significative di questo scorso 2016 come ad esempio il premio ‘Monte Carlo’ per l’opera ‘Giustizia Lacerata’ o la mostra a cui ho partecipato in giugno nell’ambito del Festival dei due mondi a Spoleto in cui le sette opere esposte sono state direttamente scelte dal Prof Vittorio Sgarbi, oppure la personale fatta alla Milano Art Gallery a dicembre che ho preparato per un anno intero, o poco più”.

E della tua vita in generale? 

“E’ la stessa cosa, ci sono state molte cose importanti sia belle e anche qualcuna meno bella, ma tutte mi hanno insegnato qualcosa. Senza dubbio per me è importantissima la presenza nella mia vita di Riccardo Bramante che, con tantissima cura amorevole, mi segue ed è a tutti gli effetti mio consigliere e mentore, e sempre mi sprona a dare il meglio di me, prima di tutto come persona. Lui di me vive, come normale che sia, anche qualche momento di sconforto che non conoscono ovviamente gli altri, ma che condivido nel quotidiano della mia vita”.

Come ti prepari ad affrontare una nuova mostra? 

“Sempre, sempre con tantissimo rispetto, con un attento studio del tema e scelgo esattamente dove essere presente o per il concept che vuole rappresentare la mostra o per la stima delle persone che me la propongono che so con quale cura e professionalità preparano la stessa. Ma ho sempre tantissimo rispetto anche tutti gli altri artisti che partecipano e con cui mi piace soffermarmi a scambiare opinioni ed idee”.

In che situazioni nascono i tuoi quadri?  

“I miei quadri nascono dall’osservazione di ciò che sta intorno a me, e che mi colpisce in modo particolare, ma anche da una sorta di meditazione più intima. Il mix delle due cose fa scaturire il soggetto che mi sono prefissata sperando di riuscire anche a trasferirne le emozioni che sono arrivate a me”.

Con quali parole descriveresti il tuo stile e perché? 

“Direi che posso descrivermi come post impressionista e simbolista. Nel mio intento desidero infatti lasciare un’ impressione ma anche libera interpretazione a chi osserva i miei quadri, quindi non utilizzo un figurativo spinto all’esasperazione come ad esempio nell’iperrealismo, ma piuttosto una modalità più sussurrata, un mezzo espressivo che  riproduca una parte della realtà visibile, l’altra preferisco lasciarla all’immaginazione. Per questo nei miei quadri non è tutto dettagliato ma trovi molte sfumature e nell’astratto ancor di più in quanto li mi sento libera di utilizzare molti simboli in cui nascondo, ma nemmeno poi tanto, uno o più concetti che desidero e provo a comunicare”.

E te stessa? 

“Per me posso dirti di essere una persona certamente sensibile, e come detto prima, semplice. Amo pormi in modo spontaneo verso le altre persone. Apprezzo l’eleganza nelle sue varie forme espresse ad esempio nel linguaggio ma anche nei modi. Mi infastidiscono invece molto la volgarità e la sguaiatezza”.

Che cosa dobbiamo e possiamo aspettarci ora da te? 

“Non saprei, sono come sono, senza troppi filtri. Spero di mantenere questa freschezza nelle mie opere e nel dialogo delicato che sono riuscita, spero, ad instaurare ed intrattenere con mi segue artisticamente. Ho in animo diversi progetti artistici, un paio più importanti che spero di poter realizzare con altri amici artisti in questo 2017. Intanto prossimamente, a marzo, sarò presente ad una mostra a New York”.



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Claudia Moretto: Una modella a stelle e strisce

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Fotomodella e cantante, molto attiva sui social, di recente è stata ammirata sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia

A settembre è stata protagonista sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia, ospite dei tanti eventi che rendono magico uno degli appuntamenti mondiali più attesi dell’anno. Per Claudia Moretto, il 2017 è stato un autentico trionfo. Lei, fotomodella e cantante, personaggio social e brand testimonial, di fermarsi non ha nessuna intenzione. Da Venezia, città che l’ha adottata, ha spiccato il volo tanto da diventare una modella a… stelle e strisce. Con servizi fotografici nel nuovo e nel vecchio continente si sta facendo largo da una parte all’altra dell’Oceano. Eppure, Venezia è sempre Venezia. Così, i fotografi ormai arrivano da tutto il mondo per fotografarla e immortalarla con i loro obbiettivi. D’altronde, a 25 anni di età e un fisico semplicemente da invidiare, è una delle fotomodelle più belle e simpatiche dello Stivale. E oltre al successo nel mondo della fotografia, Claudia si gusta un periodo d’oro anche in quello della musica. Perché oltre ad essere una fotomodella, è anche una “singer”. Date un’occhiata alla sua pagina Facebook (ClaudiaMorettoOfficial) per crederci…

Partiamo dal red carpet di Venezia.

“È stato qualcosa di davvero straordinario, come immergersi in un mondo speciale e vivere ore davvero indimenticabili. Grazie all’invito di una produzione ho potuto visitare la Mostra ed il backstage, assistere all’anteprima di Vittoria e Abdul e di Stephen Frears e partecipare ad alcuni dei party più esclusivi”.

Un’occasione che capita solo a chi se la merita…

“Diciamo che non ho mai avuto problemi a mettermi in gioco, a lavorare duramente per migliorare sempre me stessa. È successo così in ambito musicale e fotografico, così come nell’imparare a gestire corpo e tempi davanti alla telecamera. Certo, poi la Mostra di Venezia è la Mostra di Venezia”.

Che effetto ti ha fatto vivere quel mondo, seppur per qualche giorno?

“È stato bellissimo, vedere delle star mondiali da vicino lascia sempre senza parole. Non era la prima volta avendo già lavorato e vissuto a lungo a Los Angeles, ma quello che stupisce sempre è la semplicità di questi attori popolarissimi, la naturalezza con cui star internazionali possono stringerti la mano e condividere un cocktail con me! È più facile trovare disponibilità ed apertura in queste persone, piuttosto che da chi è agli esordi e si sente già arrivato”.

E Claudia Moretto, dopo tanti shooting e video musicali, dove la vedremo prossimamente?

“Mi viene da dire: sempre sugli stessi schermi, ma con personaggi diversi! Dunque, sarò ancora la protagonista di un video musicale nei panni della fotomodella, un progetto curioso e divertente. E poi si stanno aprendo tante nuove occasioni che mi riporteranno in giro per l’Italia e per il mondo. So già che ripartirò per Los Angeles dove mi aspettano progetti inediti da portare a termine, ma prima c’è l’Italia che chiama”.

Insomma, il mondo dello spettacolo continua a vederti assoluta protagonista.

“È il mio mondo, quello che vivo fin da quando ero giovanissima. Oltre al ruolo di fotomodella, continuo a coltivare quello di singer. Canto da quando ero bambina, a 12 anni ho seguito il primo corso a cui ne hanno fatto seguito molti altri per specializzarmi. Mi sono formata anche in America, ho imparato a suonare il pianoforte per potermi accompagnare durante le mie esibizioni. E il mio inedito, ‘Sotto la pelle’, è stato il coronamento di questo lavoro. La musica mi regala soddisfazioni enormi in qualunque circostanza: che io sia in casa o ad un concerto, la musica è gioia”.

Ma anche la fotografia non scherza.

“Ed in più ho la fortuna di vivere in Laguna. Venezia è davvero meravigliosa in ogni suo angolo, è la location ideale per uno shooting. Così, poche settimane fa, mi ha raggiunto proprio qui lo Studio VcPhotography, un fotografo olandese con cui abbiamo realizzato bellissimi scatti. E in estate sono arrivati dal Texas per realizzare un servizio fotografico. Diciamo che le proposte non mancano! Mi ha contattato anche Frederic Dargelas, un fotografo di Helsinki molto noto nel settore. Anche con lui avvierò una collaborazione”.



more 1 Comment ottobre 9 2017 at 14:36


Janet De Nardis: Tra l’arrivo di Joy e il Roma Web Fest

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L’ex annunciatrice Rai è proiettata più che mai verso la prossima edizione del Roma Web Fest, che si svolgerà al Museo Maxxi di Roma dal 24 al 26 novembre ed è pronta a farsi cambiare la vita  dall’arrivo di una splendida bimba che si chiamerà Joy

di Silvia Giansanti

Dolce, piena zeppa di idee e con un volto rassicurante. Non a caso stiamo parlando di una ex ‘Signorina Buonasera’ sulla quale l’azienda di Stato decise di investire all’inizio degli anni Duemila. In tutti questi anni si è mossa tra cinema, tv e teatro, offrendo in ogni esperienza il meglio di sé. La sua mente ha partorito il Roma Web Fest, validissima iniziativa rivolta ai nuovi talenti. A tal proposito ricordiamo che sono aperti i bandi, tra cui quello di Movieland in collaborazione con la Roma Lazio Film Commission per la promozione della Regione Lazio.

Janet, la data del debutto in tv come ‘Signorina Buonasera’ si allontana sempre di più nel tuo passato. Hai conservato nel cuore qualcosa di quell’esperienza del 2003?

“Tante cose. Innanzitutto l’emozione di entrare in una grande azienda da giovane, in un momento in cui avevano deciso di cambiare la formula dopo tanti anni. Ci aspettavamo molto clamore e io avevo la grande responsabilità e l’orgoglio di rappresentare una grande azienda di Stato. E’ avvenuto il confronto con tanti illustri professionisti e la possibilità in seguito di lavorare come autrice”.

Ricordo che all’epoca ci furono alcune critiche, mosse proprio da qualche precedente ‘Signorina Buonasera’.

“Assolutamente sì. C’era da aspettarselo, faceva parte del gioco e del grande cambiamento”.

Ultimamente ci ha lasciato Anna Maria Gambineri. Era chiamata “nuvola bionda”.

“Sì, un’annunciatrice storica”.

Nel tempo hai avuto tante esperienze, tra cui quella di conduttrice. Hai una particolare preferenza per condurre qualche tipo di programma?

“Ho avuto la fortuna nel tempo di specializzarmi nel settore del web. Ultimamente ho condotto varie tipologie di programmi, dall’arte alla moda, ma quello che vorrei fare è lavorare in tv portando quella che è la mia conoscenza più profonda. Secondo me manca un prodotto che parli dell’universo internet in modo sensato, divertente, inclusivo e costruttivo. Una tv che diventi luogo di scambio tra cinema e web. Il ‘transmedia’ è alle porte”.

Sei fondatrice e direttrice del Roma Web Fest. Da dov’è partita l’idea?

“L’idea è stata frutto di anni di riflessioni. Mi sono innamorata dei prodotti seriali webnativi americani nel 2011 e poi è successo che, frequentando il mondo del cinema e i festival internazionali, nel mio lavoro di attrice e di autrice, mi è capitato di collaborare con professionisti che all’estero stavano già lavorando sulle web series, cosa che si faceva poco in Italia. Un giorno, al TIFF, ho assistito ad una conversazione tra giovani autori canadesi che proponevano ad un produttore americano una web serie che aveva avuto milioni di contatti in pochissime settimane. In quell’occasione ho scoperto che quella stessa storia, che veniva proposta sotto forma di web serie, in realtà era già stata proposta un anno prima come storia raccontata attraverso un lungometraggio allo stesso produttore, il quale leggendo la sceneggiatura, aveva bocciato il progetto. Guardandola l’anno dopo in video, prodotta e realizzata con alcune puntate e messa on-line con il successo e il riscontro avuto, il produttore decise quindi di investire. E’ stato in quel momento che ho capito che le web series potevano essere davvero uno strumento per poter permettere ai giovani autori di farsi conoscere e allo stesso tempo anche di raccontare storie con un linguaggio nuovo, diverso. Storie che spesso erano più difficili da raccontare attraverso un lungometraggio”.

Quindi come si è sviluppato il progetto?

“Visto che conoscevo in Italia tanti autori che si stavano sperimentando attraverso il web, ho pensato di creare una vetrina internazionale dove coinvolgere produttori e broadcaster per dare la possibilità ai giovani talenti di farsi conoscere. Infatti, il vero problema del web è che si tratta di un grande palcoscenico colmo di prodotti spesso di cattiva fattura, in cui diventa sempre più difficile farsi notare. Forse cinque anni fa c’era ancora margine di possibilità di emergere da soli, oggi avere una vetrina che seleziona i prodotti di qualità è fondamentale per un mercato che cresce. Possiamo sicuramente dire che l’intuizione iniziale sia stata giusta”,

Ci sono soddisfazioni e soprattutto talenti?

“Ce ne sono tantissimi e in questi anni ne sono emersi, anche attraverso il festival. Uno tra tutti, Ivan Silvestrini (autore di ‘Stuck’ e ‘Under’), il quale ad oggi vanta tre film, di cui uno all’estero. C’è poi Vincenzo Alfieri, che abbiamo sostenuto fin dall’inizio con il suo prodotto ‘Forse sono io’, Astutillo Smeriglia, Edoardo Ferrario. Nel nostro festival sono passati tanti autori come i Jackal, i Licaoni, La Buoncostume, gli Zero e tanti altri che sono riconosciuti come talenti veri di questa nuova generazione”.

Abbiamo a tal proposito date da segnalare per il Roma Web Fest?

“Certo, dal 24 al 26 novembre si svolgerà al Museo Maxxi – museo delle Arti del XXI secolo di Roma la quinta edizione del festival”.

Chi sono i tuoi maestri di vita?

“Direi Beatrice Bracco, che è stata la mia insegnante di recitazione. In realtà non si limitava ad insegnare un metodo, ma cercava soprattutto di fare emergere da ogni persona il talento e le capacità. Mi ha insegnato ad ascoltare, a ‘guardare’ davvero chi ho davanti a me, e molte altre cose che fanno parte della vita oltre che del lavoro. Un altro maestro di vita è oggi mio marito, un uomo che stimo tantissimo e per questo sono felice che sarà il padre di mia figlia, so che saprà insegnarle molto. Poi ci sono gli amici che mi sono stati vicino sempre e che ho avuto la fortuna di incontrare nel mio cammino”.

Una delusione che hai subito nell’ambito professionale?

“(Ride) Ce ne sono state tantissime. Più volte è accaduto che nonostante avessi avuto conferma di un lavoro, prove con gli autori e prove costume per un film o qualche programma, è saltato tutto e sono stata sostituita magari dalla prima persona che era stata segnalata. Un classico italiano”.

Hai un sogno?

“Ho un armadio pieno di cassetti pieni di sogni. Questo è un anno molto fortunato in cui mi sono diversificata arricchendomi sempre di più. E’ un momento magico in cui sento di poter realizzare tante cose e in cui sono immensamente felice per l’arrivo della mia bimba. E’ il momento di una massima positività”.

Nel passato hai dovuto fare rinunce per il successo e la carriera?

“Rinunce affettive mai. Ho sempre messo al primo posto la mia vita privata e non ho nessun tipo di rimpianto, anche se alcune storie non sono andate bene. La felicità viene attraverso le persone che ami. Il lavoro è il mezzo attraverso cui ti esprimi e con il quale produci per sostenerti, ma non può essere il fine ultimo di una vita

Hai un angolo che adori della Capitale?

“Adoro fondamentalmente il centro storico. Quando sono un po’ arrabbiata, passeggio in quel tratto di piazza di Spagna fino a piazza Navona, scoprendo ogni volta scorci bellissimi, di cui fino al giorno prima ne ignoravo l’esistenza. Inoltre, essendo laureata in Architettura, sono attratta dal fascino dell’armonia estetica che regna a Roma”.

CHI E’ JANET DE NARDIS

Janet De Nardis è nata a Windsor (Canada)  il 15 Febbraio del 1978 sotto il segno dell’Acquario. Caratterialmente si definisce solare ed estroversa. Ha l’hobby della pittura, non è tifosa e adora l’amatriciana. Le piacerebbe vivere a Buenos Aires. Questo è l’anno fortunato della sua vita. Al momento non possiede animali domestici. Janet è sposata ed è in attesa di una bimba di nome Joy. Ha debuttato in televisione come ‘Signorina Buonasera’ nel 2003 mantenendo il ruolo fino al 2009.  Ha avuto numerose esperienze come conduttrice e autrice di programmi tv. Ha girato film e cortometraggi. Ha recitato in teatro e ha preso pare in alcune serie tv. Oggi è fondatrice e direttrice del Roma Web Fest.



more No Comments settembre 8 2017 at 13:51


Marco Simeoli: “La mia vita è tutto uno spettacolo”

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È un apprezzatissimo attore, regista e autore. Bravo in teatro, al cinema e in televisione. Nasce in una famiglia dove l’aspetto culturale è in primo piano. La sua formazione è avvenuta nella grande scuola di Gigi Proietti.

di Mara Fux

Teatro, cinema, televisione: il tuo volto è davvero quello di un protagonista a tutto tondo del mondo dello spettacolo, ma qual è l’arte che ti piace di più? 

“Quella dove incontro persone con le quali è piacevole e divertente lavorare quindi può variare da un caso all’altro. Dipende dai collaboratori ovvero dagli attori che hai accanto, dai registi, specie sui set, e da chi scrive la storia che devi raccontare”.

Hai deciso fin da piccolo che avresti fatto l’attore? 

“Direi di sì: da bambino mi esibivo come forse la maggior parte dei ragazzini a quell’età, ma poi a 12 anni ho cominciato a fare teatro a Napoli e da allora non ho mai più smesso. Il mio primo ruolo è stato il primo cameriere, almeno non il secondo,  in ‘Filumena Marturano’ del grande Eduardo”.

Quali erano allora i personaggi che ti affascinavano maggiormente? 

“Quegli attori che vedevo in televisione o in teatro e che facevano il mestiere che io ambivo e sognavo di fare. Andavo, da solo, al Teatro Diana al Vomero e ho avuto la fortuna di vedere attori sommi ed indimenticabili come i fratelli Maggio nel capolavoro ”Na sera ‘e maggio’ diretto da Calenda. In generale i personaggi legati alla tradizione del teatro erano quelli che maggiormente mi entusiasmavano ed emozionavano”.

L’ambiente culturale napoletano in cui sei nato e cresciuto ha influenzato in qualche modo il tuo percorso formativo? 

“Assolutamente sì, la mia famiglia ha un negozio di musica a Napoli, il più importante e storico direi, di fronte al Conservatorio e già questo, con tutto l’ambiente che ha sempre ruotato intorno al negozio, ha sicuramente influenzato la mia adolescenza. Poi il teatro, i tipi, i personaggi, le storie, il dialetto, da considerare una vera e propria lingua sé stante, di quella misteriosa e straordinaria città, mi hanno iniziato ad un mestiere che in quegli anni ho cominciato ad imparare sul palcoscenico; soltanto anni dopo verrà la formazione istituzionale ovvero la scuola di teatro diretta da Gigi Proietti”.

“La squadra” “Camera Cafè”, “Piloti”, “I delitti del cuoco”, “Distretto di polizia” pensi abbiano contribuito a renderti maggiormente popolare? 

“Certamente come anche ‘Mai storie d’amore in cucina’ o ‘Butta la luna’ mi hanno dato la possibilità di arrivare ad un pubblico molto più vasto e a far sì che molti potessero associare il mio volto ai tanti personaggi fatti in teatro”.

In teatro hai una preparazione assolutamente completa che fa di te un autentico mattatore: sai ballare, cantare, recitare addirittura dirigere. In cosa senti ancora di doverti sperimentare? 

“In tutti i ruoli perché ogni volta che comincia una nuova avventura attoriale, registica o didattica si può rischiare di scoprire che qualcosa non l’avevamo ancora afferrata o capita, ahimè. Ogni volta è una nuova sfida, ogni volta è un mettersi di nuovo alla prova”.

Un ruolo cui sei particolarmente affezionato? 

“Ai tanti fatti accanto a Gigi Proietti e col gruppo dei Picari, a Severino di ‘Rumori fuori scena’ e Toto di ‘Aggiungi un posto a tavola’.

Oltre che girare l’Italia con stage per chi vuol intraprendere la carriera dell’attore, da un paio di anni insegni nella scuola teatrale Casa del Teatro e del Cinema: qual è il primo consiglio che dai ai tuoi allievi?  

“Di diventare imprenditori di se stessi ed inventarsi, giorno per giorno, questo mestiere che, per certi aspetti, è diventato sempre più difficile fare, anno dopo anno. Oltre che studiare, ovviamente, e sperare di avere tanta fortuna”.

Di recente sei stato protagonista su Raiuno di “Cavalli di battaglia” con Gigi Proietti. Com’è stata questa avventura? 

“Meravigliosa, una delle mie più entusiasmanti esperienze lavorative per il grande divertimento e la grande soddisfazione avuta dato anche l’enorme successo ottenuto dalla trasmissione che è stata seguita da quasi 5 milioni di telespettatori a puntata. Una sfida vinta da tutto il team, ma soprattutto da Gigi che ancora una volta si è rivelato un maestro assoluto delle arti sceniche”.

Sta iniziando la nuova stagione: dove potremo venire ad applaudirti? 

“Dal 12 ottobre sarò in scena al Teatro Brancaccio di Roma per la nuova edizione di ‘Aggiungi un posto a tavola’ sempre accanto a Gianluca Guidi nel ruolo stavolta del Sindaco Crispino dopo esser stato Toto nell’edizione del 2009/2010. In televisione invece sarò il Professor Capitani nella nuova serie di ‘Provaci ancora Prof!’ con la Pivetti. Ci saranno anche tante mie regie ma quelle ve le lascio scoprire tra la moltitudine di cartelloni teatrali della stagione capitolina. E quindi a presto e evviva, evviva, evviva GP Magazine”.



more No Comments settembre 8 2017 at 13:46


Roberta Sanzò: “Il mio bicchiere è sempre mezzo pieno”

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di Mara Fux

Noto volto del teatro romano, la poliedrica attrice ci parla di sè. Come è nato in te il desiderio di fare l’attrice? 

“Più che un desiderio il palcoscenico è stato un istinto. Sin da piccola pur essendo molto timida, amavo le esibizioni. A scuola nei temi scrivevo che  da grande avrei voluto far l’attrice proprio come facevo fare alle mie bambole creando spettacolini con i parenti e con gli amici. Nata in una famiglia di commercianti non mi sono mai spiegata questa vocazione ma non mi sono sorpresa troppo quando ho scoperto dei lontani parenti attori e musicisti anch’essi”.

Hai frequentato una scuola o ti sei affidata alla gavetta? 

“Sono sempre stata dell’idea che qualsiasi cosa nella vita per diventare seria deve essere disciplinata. Da studentessa ‘modello’, sono cresciuta con la convinzione che ogni professione richieda studio e preparazione se si vuole intraprendere seriamente. Dopo il diploma ho frequentato seminari di dizione e recitazione fino a vincere la borsa di studio alla Mario Riva dove mi sono diplomata attrice. Contemporaneamente ho continuato a studiare canto e danza e mi sono anche laureata in Lettere Spettacolo con lode! Non ho mai creduto alla sola gavetta e al talento naturale. Bisogna studiare o almeno approfondire sui libri oltre a rubare il mestiere sul campo. E se si vuole fare soprattutto teatro credo sia indispensabile imparare bene la tecnica. Al tempo stesso chi non è un talento naturale può diventare bravo anche solo studiando con alacrità”.

C’era un particolare ruolo che desideravi interpretare? 

“Da ragazzina il mio idolo era la Carrà, show girl completa e vero esempio di professionalità in tutte le discipline. Poi ho capito che  palcoscenico e recitazione mi attraevano già abbastanza e non ho insistito molto per tentare un’affermazione nel mondo televisivo. In teatro avrei voluto interpretare la Giulietta di Shakespeare, ormai impossibile per età, mentre spero ancora di recitare qualche ruolo importante in una tragedia greca”.

Tanto teatro, qualche pubblicità, un po’ di televisione, zero cinema: quanto è duro raggiungere la popolarità con questo mestiere? 

“Tantissimo teatro… ed è già una fortuna! Poche occasioni televisive, pochissime in cinema. E’ vero. Sono stata sempre sola a percorrere la mia strada e ho fatto tutto ciò che poteva dipendere dalla mia volontà. Ma nell’ambiente dello spettacolo spesso sono gli altri che decidono per te. Per quanto puoi studiare e farti trovare sempre preparato, è una vita fatta di provini, audizioni e incontri fortunati. Nella pubblicità ho fatto molto e soprattutto ho avuto molta visibilità come testimonial dello spot per il canone Rai e per OPTIMA accanto a Red Ronnie, oltre a campagne fotografiche per l’estero. Posso dunque dire che nel cinema mi propongo ancora come un volto nuovo da scoprire!”.

Da molti anni condividi i progetti teatrali di Geppi di Stasio, autore-regista-attore e tuo compagno nella vita; siete sempre d’accordo sulle scelte professionali? 

“Geppi è un professionista fantastico e lo stimo perché preparatissimo e anche un po’ geniale. Io so scindere bene la vita privata da quella lavorativa e per nulla al mondo comprometterei la mia esperienza lavorativa e tutti i sacrifici fatti solo per seguire un compagno di vita. Lavorare con lui è una condivisione importante e prolifica. E’ una scelta ben precisa. Ci siamo conosciuti grazie ad un provino che vinsi al teatro Delle Muse con il maestro Aldo Giuffré dove Geppi iniziava a farsi apprezzare come regista. Riguardo le scelte professionali siamo abbastanza in sintonia perché parliamo molto. Ciò che gli rimprovero è invece di non aver dedicato sin dall’inizio più tempo al cinema come regista e autore, cosa che sta capitando solo negli ultimi anni”.

L’incubo degli attori, si dice, sia quello che il sipario si apra e non ci sia pubblico in sala, ma di questi tempi molte volte l’incubo è realtà. Quanto influisce la presenza di spettatori sulla riuscita recitativa di una replica? 

“Una sala piena infonde gioia ed eccitazione. Ma deve restare una sensazione personale ed intima. Il vero dovere di un teatrante è dare il massimo anche davanti ad un solo spettatore, anzi. A mio avviso le sfumature della recitazione sono più percepibili in una sala poco folta e lo sforzo di noi attori deve essere maggiore. Ad un professionista è richiesta la precisione in ogni circostanza. La quantità di spettatori non dovrebbe mai condizionare la riuscita di una recita”.

C’è uno spettacolo o un ruolo che non avresti mai voluto interpretare? 

“No. Ho sempre scelto io, con la consapevolezza del momento e senza condizionamenti. Non sempre si può prevedere se una scelta lavorativa si rivelerà negativa. Tutti i ruoli in tutti i campi sono stati importanti, piccoli o grandi che fossero. Ho elaborato tutto come bagaglio di esperienza. Per quanto la fruizione di uno spettacolo debba infondere svago e benessere, prediligo testi e contesti che contengano un messaggio o un minimo di spessore culturale e non divertimento fine a se stesso”.

Ed uno a cui sei più affezionata?  

“Sono legata a degli incontri, a persone che mi hanno insegnato tanto: penso ad Alida Valli, Aldo Giuffrè, Lando Buzzanca, Patroni Griffi per citarne qualcuno. Se penso invece ad uno spettacolo in particolare, ho un ricordo emotivo molto forte della commedia di Geppi Di Stasio ‘Di donna ce n’è una sola’”.

Preferisci interpretare ruoli di maniera o contemporanei? 

“Se potessi scegliere farei molte più commedie in costume che consentono una recitazione di maniera e impostata che a me piace tanto, una recitazione che si distacchi dalla realtà. In realtà molte occasioni di successo in teatro poi l’ho avute con commedie contemporanee. Piuttosto mi trovo molto a mio agio nelle caratterizzazioni che richiedono studio e creazione di un personaggio avulso da me stessa. Ritengo che uno stile di recitazione più impostato e lontano dalle modalità quotidiane, tanto aborrito attualmente, possa invece ridare dignità ad un mestiere troppo contaminato dagli improvvisati, bisognoso più che mai di essere riportato ad arte sublimata”.

Con Di Stasio avete dato vita ad una Scuola che si chiama TRE PARETI: desiderio di trasmettere la vostra esperienza? 

“Assolutamente sì. Ho sempre amato insegnare ma solo da poco tempo ci siamo sentiti maturi per tentare di sviluppare e affermare un proprio metodo. E’ una disciplina difficile e complessa. Nei secoli le teorie e le sperimentazioni teatrali si sono succedute continuamente e in ogni contesto culturale. Stiamo avendo riscontri molto positivi. Ci mettiamo l’anima perché ogni allievo è come parte di noi stessi”.

A breve partirà la nuova stagione: dove potremo venirti ad applaudire? 

“Al Teatro Delle Muse con  i bravissimi Wanda Pirol e Rino Santoro, colonne portanti della Compagnia Stabile insieme allo stesso Geppi, dove saremo in scena da ottobre con ‘Ricchi in canna e poveri sfondati’ di Petito e a Natale con la ripresa di ‘Quattro mamme per Ciro’, un testo di Geppi contro l’omofobia. A febbraio sarò invece protagonista con Geppi di un nuovo varietà che sta scrivendo. Sarò anche in due fiction in uscita e in un corto accanto a E. De Caro. Ma i progetti  non finiscono qui. Resto in allenamento, pronta per eventuali novità significative. E non mancheranno…”.



more No Comments settembre 8 2017 at 13:44


Georgia Viero: Lo sport in tv ha la sua stella

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di Laura Gorini

Georgia è una brava conduttrice italo-argentina, che il pubblico italiano ha iniziato ad apprezzare sin dagli esordi a fianco di Aldo Biscardi. Oggi la sua carriera è in discesa e ci sono diversi progetti in ballo.

Georgia, come sta procedendo la carriera televisiva?

“La mia carriera televisiva sta procedendo benone, sono contenta che ho avuto un’evoluzione dopo tanti anni di aver affiancato Aldo Biscardi. Ho avuto la promozione, la conduzione di un programma sportivo per la prima volta da sola e poi in alcune circostanze anche affiancata da editorialisti del calibro di Stefano Petrucci e Stefano Pantano e altre persone molto brave e competenti, quindi un format molto dinamico, in evoluzione”.

C’è qualche film o fiction particolare uscito di recente al cinema o in tv in cui ti sarebbe piaciuto recitare?

“Tutti i film di Sergio Castellitto mi intrigano moltissimo, anche quelli di Benigni e quelli di Verdone, quindi sono forse i registi che amo di più, e Almodovar per quanto riguarda i registi stranieri. Un film molto bello di Almodovar in cui mi sarebbe piaciuto recitare è ‘La pelle che abito’ e uno uscito un po’ di tempo fa ‘Lo chiamavano Geeg Robot’; un ruolo in quel film mi avrebbe divertito moltissimo. Fiction direi di no”.

Un regista o un attore straniero con cui ti sarebbe piaciuto lavorare in un suo film?

“Un  regista è Almodovar, e un attore straniero con cui mi sarebbe piaciuto recitare, Al Pacino, il mio attore preferito. Sì direi lui!”.

Nel mondo delle fiction in genere si dice che se una di esse va avanti troppo a lungo nel tempo corra il rischio di rovinarsi, spesso a causa di mancanza di idee, tu come ti poni in questa ideologia, concordi o credi che non dipenda da questo?

“Allora, nel mondo delle fiction sì è vero che se vanno troppo per le lunghe e ci si rischia di annoiare. Però, concordo e non concordo, se ci sono autori bravi e riescono a tenere alta la tensione e creare situazioni nuove il pubblico di fidelizza e quindi fiction come ‘Il Segreto’ o ‘Beautiful’, una ne fanno e cento ne inventano, quindi riescono ad essere bravi e fidelizzare il proprio pubblico. È chiaro che se poi la trama diventa banale e scontata, la fiction per quanto successo abbia  è destinata ad averne sempre meno, lì secondo me se la giocano tutta la bravura degli autori e questo secondo me è essenziale; astuzia, bravura e preparazione di un autore”.

Al momento c’è qualche tuo nuovo progetto in cantiere?

“Diciamo che io sono sempre una fucina di idee, quindi, sì ci sono dei progetti a cui sto lavorando però prima che si concretizzano come di consueto non mi piace parlarne, sempre e comunque saranno in ambito radiofonico e televisivo, quindi comunque voglio rimanere su questo fronte che sono i miei grandi amori e comunque rimango su questo insomma”.



more No Comments settembre 8 2017 at 13:41


Simone Ciampi: Il conquistatore di sogni

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di Marisa Iacopino

 

Il nonno era assistente di Fellini, e a lui deve aver trasmesso la capacità di sognare. Maremmano di nascita, da anni si è trasferito a Roma per realizzare il suo desiderio principe: entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, e fare l’attore. Viso espressivo, eloquio che cattura, carattere risoluto.  Stiamo parlando di Simone Ciampi.

Hai recitato con artisti del calibro di Giorgio Albertazzi, Michele Placido, Silvio Orlando. Che insegnamento hai tratto?

“Ho lavorato con personaggi illustri, ultimamente con i fratelli Taviani, Luca Ronconi, Barbareschi, Preziosi, Silvio Orlando. Grandi attori che ti danno la loro unicità. Allora  capisci che anche dentro di te c’è un’unicità che può toccare livelli alti, se riesci a farla venire fuori. Ecco, questi maestri t’insegnano a relazionarti con le tue unicità che sono alla base del talento di una persona, e con le quali puoi diversificarti”.

Teatro, cinema, televisione, doppiaggio, cosa ti appassiona di più?

“In Italia c’è la cultura del differenziare: attore di cinema, teatro, televisione, doppiatore. Io credo piuttosto che sia un’arte unica. Si è attore in toto, bisogna sapersi destreggiare in ogni spazio. Ma se proprio dovessi scegliere, il teatro è il primo amore, il luogo dove ogni sera si replica uno stato d’animo, un respiro diverso, perché dall’altra parte ci sono anime, occhi diversi. Nei prossimi dieci anni, però, mi piacerebbe fare anche un bel percorso cinematografico, lavorare con qualcuno di quei tre quattro registi italiani che creano il vero cinema. E intanto dedicarmi all’insegnamento, cui mi sto già avvicinando ma che vorrei divenisse una realtà più corposa.  La voglia è di fare tutto, al top”.

C’è un ruolo teatrale o cinematografico che vorresti interpretare?

“La sfida maggiore è rappresentata da quei ruoli più lontani da me. Destrutturarsi, mettere in gioco se stessi, ecco, questo mi affascina: avvicinarsi a quello che non ho mai toccato con l’anima, con gli occhi. Mi hanno sempre colpito i cattivi, penso a Jack Nicholson in Shining, Joker, gli assassini di Dario Argento… E poi mi piace il lavoro sulla patologia, ti apre un mondo ignoto. L’anno scorso, a teatro ho recitato il ruolo di un nazista. Scandagli, lavori  sul personaggio, te lo metti addosso, lo analizzi e ti immergi in qualcosa che è molto distante dalle tue ideologie, e magari tiri fuori una cattiveria che non ti appartiene sulla carta. Allora ti stupisci e ti chiedi: se fossi stato io quel nazista, sarei andato a uccidere persone, a eliminare una civiltà, una cultura? Questo ti dà la possibilità di capire il perché dei comportamenti, e di certe scelte”.

Il titolo di un libro che porteresti con te su un’isola deserta?

“Pinocchio! Innanzitutto perché è mio conterraneo, e poi sono colpito dai suoi sottomondi. Pinocchio è la realizzazione dei sogni: dal nulla arrivi alla vita. Se poi vai a fondo, ogni centimetro mancante del proprio naso è la costruzione della sua personalità; la storia del mondo”.

E c’è Geppetto, con il suo desiderio di paternità…

“Il libro raccoglie un po’ tutti, è la lotta continua alla ricerca della felicità. Geppetto padre, andando contro ogni difficoltà della vita, non lascerà mai l’amore.  E’ molto contemporaneo. Ogni volta che leggo Pinocchio, e lo faccio spesso, riconosco la vita che mi circonda. Questo è un altro mio desiderio, realizzare Pinocchio a teatro. Ho però in testa il progetto ampio di un’arte contaminata: pittura, musica, danza, artigianato culturale d’un tempo – il falegname, il liutaio. C’è chi inizia a farlo, ma si può andare più in profondità, all’anima delle cose. Sarà la forza del futuro”.

Definisciti con tre aggettivi.

“E’ d’obbligo una premessa. Tutto nasce da mio nonno che a lungo lavorò con Fellini, come assistente. Dopo gli anni di ’8½’, quelli dei sogni, mia nonna gli disse: hai due figlie piccole, se preferisci il lavoro, vai, ma non tornare più a casa. O la famiglia o Fellini!  Lui scelse la famiglia. Mio nonno  è morto quando avevo 6 anni, ma io sono cresciuto con quel mondo lì. Mi ricordo poco di lui, capisco però che la sua è stata una grande rinuncia, anche se erano altri tempi. E comunque, quella rinuncia ha dato il ‘la’ alla mia vita. Vidi per la prima volta una foto di nonno tra Fellini e Mastroianni, e nella mia mente partì uno spettacolo che andava avanti ogni giorno.  In punto di morte, il nonno mi disse: ‘non smettere mai di sognare!’. Da questo preambolo, il primo aggettivo che mi caratterizza: sognatore. E siccome dal sogno nasce la conquista delle emozioni, conquistatore. L’ultimo aggettivo con cui mi definirei, con una forzatura dovuta, è umile”.

Cosa bolle in pentola?

“C’è un grande progetto su Fellini, ma non posso dire altro! Nell’immediato, sto riprendendo ‘Le Baccanti’ al Vascello con Manuela Kustermann, per la regia di Daniele Salvo. E ancora, dal 15 settembre saremo al Globe Theatre con il Macbeth. Negli undici anni di vita del Globe, non è mia stato rappresentato, sarà una prima assoluta”.



more No Comments settembre 8 2017 at 13:39


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