Erica De Matteis: Una Miss alla conquista del Web

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Venticinque anni e già saper cosa si vuole. Bella e spumeggiante rappresentante dell’Italia nel concorso Miss Universo-Mondo di cui è Patron il giornalista e conduttore Marco Ciriaci, Erica ci racconta la sua avventura prima di cedere lo scettro alla nuova eletta.

di Mara Fux

Come ti è venuto in mente di partecipare a Miss Universo?  

“In tutta sincerità è stato proprio un caso nel senso che per quanto già prendessi parte a sfilate e facessi piccoli lavori in ambito di spettacolo non avevo proprio preso in considerazione la partecipazione ad un concorso di bellezza; invece un giorno mentre stavo sfilando ad Alta Roma ho conosciuto la responsabile del concorso per il Lazio che mi ha suggerito di mettermi in gara e di prender parte alla selezione fotografica per il titolo di Miss Universo-Italia. Mi ha convinta e seguendo il suo consiglio mi son ritrovata a superare una dopo l’altra le varie prove in lingua straniera o di talento nel canto e ballo, accumulando punteggi utili alla proclamazione del titolo nazionale che poi avrebbe portato la vincitrice alla finale mondiale in Thailandia”.

Una bella esperienza? 

“Un’esperienza molto intensa, direi, fatta di ritmi molto serrati fatti di alzatacce, prove in passerella, o di trucco, acconciatura, abbigliamento che non lasciavano spazio a niente che non fosse la preparazione della finalissima. Un’esperienza grandiosa che ho vissuto in un’atmosfera di grande armonia con le altre concorrenti”.

Intendi che non si respirava l’aria di competizione tipica del dietro concorso? 

“Esatto, forse perché in un certo qual modo eravamo tutte dello stesso livello, tutte Miss rappresentanti il livello più alto del paese di provenienza e ognuna con un percorso lavorativo già avviato alle spalle. In passato, avendo partecipato a sfilate e concorsi ho sofferto molto la competizione; ricordo cattiverie e dispetti: c’era chi nascondeva le scarpe, chi ti macchiava il vestito. In Thailandia è stato tutto particolarmente tranquillo, tra tutte noi si son creati più rapporti d’amicizia che di antipatia, nonostante fossimo ben novantanove”.

Osservandole, avevi qualche preferenza come vincitrice? 

“A me piaceva molto Kiara, la Miss Portorico, la sentivo molto vicina a livello comportamentale e il sentirla molto affine a me ovviamente contava sulla mia opinione; a parte questo trovavo però fosse molto bella nei tratti, molto elegante e al tempo stesso molto semplice. Mi piaceva molto anche Katriona, la Miss Filippine che poi ha vinto il titolo assoluto di Miss Universo-Mondo, da subito si è capito che aveva una marcia in più, ha dato subito l’impressione di avere qualcosa di diverso e d’altronde già dal suo arrivo aveva puntati addosso tutti gli occhi e le attenzioni non solo delle Filippine”.

Che prospettive apre un concorso di tal genere? 

“A livello di visibilità hanno contato molto, ovviamente, la settimana che ha preceduto e quella che ha seguito la finale: facevamo tutte parecchie interviste e servizi fotografici. Una volta rientrata, per quanto io fossi già abbastanza all’interno del mondo lavorativo, debbo ammettere che quello di Miss Universo-Italia è un titolo che viene preso molto in considerazione. Proprio grazie al titolo sono stata madrina di eventi, ho ricevuto proposte in ambito moda e ho aumentato il mio lavoro sui social”.

Lavori sui social? 

“Sì è un’attività che mi piace tantissimo, l’abbinamento moda e follower è seguitissimo ed io lavoro con brand che mi chiedono di sponsorizzare i propri prodotti; sono ambasciatrice di Dior, Guerlain, Kilz, Solaris. Posto foto con i prodotti che mi piacciono o che utilizzo o utilizzerei nella quotidianità e lo faccio con molta attenzione, con molto rispetto verso i follower cui non suggerisco prodotti in cui non credo solo per avere un maggior tornaconto”.

Ed è un lavoro? 

“E’ la nuova frontiera della pubblicità, è un vero e proprio lavoro: io mi alzo la mattina, faccio trattative con i brand, discuto con i miei due fotografi le pose per valorizzare i prodotti. E’ un lavoro”.

Quindi non sei una di quelle Miss che ha ambizioni artistiche… 

“Direi di no; da ragazzina ho studiato canto ma crescendo, visto anche il mio metro e ottantatre, mi sono posizionata sulla moda”.

Che farai “da grande”? 

“Ohi ho 25 anni! Sono grande e il mio progetto è proprio quello di sviluppare al massimo le potenzialità di questo lavoro che mi piace ed in cui credo tantissimo. Voglio approfondire e spingermi oltre in questo mondo che, non credere, è molto frequentato perché sono tante, davvero tante le ragazze che vi stanno entrando attivamente per cui, per emergere bisogna studiare il modo per sviluppare al meglio i contenuti”.

E se ti offrissero una fiction? 

“O mio Dio! Il mondo dello spettacolo mi piace tantissimo ma condiziona pure parecchio. Forse una fiction no: magari, vista la mia parlantina, una conduzione”.

Reality? 

“Un reality è diverso ma non so: mi sono arrivate anche delle proposte ma leggo tanti vincoli contrattuali e io sono una gran calcolatrice per cui me li studio e ristudio tutti. Ripeto, non so”.

A metter su famiglia ci pensi? 

“Sì certo, sono fidanzata da tanto tempo con Alessandro, che è anche uno dei due fotografi con cui lavoro; lui mi sostiene, mi aiuta, non è geloso del mio lavoro anzi mi carica moltissimo. Credo che la maggior parte delle donne abbia l’istinto della maternità e il desiderio della costruzione di un nido. E comunque per ora c’è tempo ma… prima o poi lo verrete a sapere”.



more No Comments luglio 6 2019 at 10:09


Nadia Natali: “Roma mia, io te la canto De Core”

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Talento e capacità di unire la sua storia jazz alla tradizione della canzone romana. Dopo il successo di “ ’Na passione romana”, la brava interprete capitolina si rimette in gioco con un nuovo omaggio alla tradizione.

di Mara Fux

Quando hai scoperto la tua vena musicale? 

“Non c’è una vera data d’inizio, amo dire che sono nata cantando perché la musica ha sempre fatto parte della mia vita. A farmi invece decidere di farne la mia professione è stato un semplice karaoke tra amici, a 19 anni: all’epoca studiavo come arredatrice in uno studio di architettura perché quello sino ad allora era stato il mio obiettivo; ma dopo quel karaoke ho mollato tutto dalla sera alla mattina e mi sono dedicata al canto”.

E a quel punto cosa è successo? 

“Ho iniziato a studiare, studiare, studiare prendendo lezioni di lirica puntando a diventarne espressione in prima persona finché il mio insegnante non mi ha messo davanti al bivio lirica vs pop, sostenendo che quello della lirica è un ambiente molto chiuso in cui non entri se non hai qualcuno alle spalle. A questo si aggiungeva un diploma decennale del Conservatorio che io, provenendo da un diverso percorso di studio, di certo non avevo”.

Di conseguenza hai scelto il pop! 

“Esatto, mi sono buttata a capofitto come corista in un gruppo orchestrale da pianobar, iniziando una gavetta durata tre anni tra eventi e serate ma soprattutto imparando a stare in un contesto di professionisti in cui ciascuno, pur assieme agli altri, aveva un proprio ruolo. Ed è stato importantissimo perché lì ho imparato a distinguere il suono di ciascuno strumento, ho capito che la voce è uno strumento come gli archi ed i fiati e ho imparato a leggere la musica dallo spartito, a comprendere gli arrangiamenti e distinguere gli strumenti. Un’esperienza enorme che mi ha poi permesso di presentarmi, successivamente, ad un provino con Stefano Palatresi ed entrare come corista nell’orchestra della Rai”.

Che hai imparato dalla televisione? 

“Tantissimo, soprattutto a gestire i tempi. La televisione ha tempi velocissimi che ti devono trovare sempre pronta e per me che sono una curiosa osservatrice è stata un’altra esperienza da portare a casa”.

A proposito di esperienze: che ci dici di “Romeo e Giulietta live 3D”? 

“Anche quella una bella esperienza, arrivata dopo provini su provini, dopo un numero infinito di ‘le faremo sapere’, batoste su batoste davanti alle quali però non ho mai desistito. Anche da questo progetto ho imparato tantissimo, anzitutto che il teatro è fatica, tanta, a cominciare dall’indossare un costume che pesava quasi 20 chili e che dovevi portarti avanti ed indietro sul palcoscenico al di là che ti sentissi goffa nel movimento. Poi che in teatro si prova di continuo, si lavora sempre, non esistono malattie, dolori, si è di scena ogni momento. Insomma anche questa esperienza mi è stata utilissima per fare altra gavetta, per apprendere tecniche nuove che mi permettessero di affinare, migliorare, seguire questo mio talento, questa mia arte ovvero le potenzialità della mia voce”.

Se il musical ti appassionava così tanto perché, a differenza della televisione, ne hai fatto solo uno? 

“Beh, oltre al fatto che girare per tre anni è stato molto impegnativo, fondamentalmente perché uno me ne hanno proposto e, ahimè, non sempre in ambito musicale vieni ripagato, e aggiungerei anche pagato, dell’impegno che investi. Poi mettici pure che noi qui li chiamiamo musical ma in realtà quello che si fa in Italia è commedia musicale. Diciamo piuttosto che questa esperienza mi ha portata ad avvicinarmi al musical americano che è quello degli anni ’20-’30 e quindi al jazz, genere che mi ha stimolata verso una nuova esperienza di crescita”.

Lirica, televisione, musical e ora jazz: cosa c’entra tutto questo con “De Core” tuo secondo cd? 

“C’entra perché ‘De Core’ è passione, è la passione che ti fa lottare perché ami quello che stai facendo, perché sai che quello è il vestito giusto, quello che indossi e ti sta bene. Ho scoperto che la canzone romana era il mio vestito giusto quando sono mancati i miei genitori, originari di Monti, romani veri, di quelli che portandoti a spasso ti raccontano i dettagli dei sanpietrini. Ho scritto ‘De Core’ pensando a mio padre, un uomo semplicissimo che vede la sua città crescere tra le difficoltà della guerra vivendola giorno per giorno da garzone di macelleria a titolare; e pensando anche a mia madre, al loro grande amore, a come si sono conosciuti, amati, sposati, crescendo assieme ai loro figli”.

Com’è possibile, in tanti anni di palcoscenico, che non ti fossi avvicinata prima alla canzone romana? 

“In realtà mia madre ha sempre sostenuto che fossi fatta apposta per interpretarla, ma a me sapeva di vecchio e preferivo cantare le note americane del jazz; non ti nascondo che in qualche occasione mi è addirittura pesato dire che fossi romana. Mi sono resa conto quanto mi appartenesse e mi fosse nel sangue solo dopo che sono scomparsi, forse facendo un po’ il resoconto; guardandomi alle spalle ho capito che quella musica, quelle parole facevano parte della mia vita da sempre; come dire: certe cose si prendono col latte”.

Per “De Core” prevedi un tour di rappresentazioni? 

“Assolutamente sì, in cui mi accompagneranno Massimo Aureli e Vincenzo Barbalarga, relativamente il chitarrista e il fisarmonicista che hanno registrato assieme a me il disco: non so se sono simpatica o brava ma so che ho trovato sempre nella realizzazione dei miei progetti, musicisti che mi hanno insegnato a crescere, portandoli avanti e credendoci come ci credevo io”.

Dove ti potremo ascoltare? 

“E’un pochino presto per parlarne ma il mio grande sogno, inutile negarlo, è presentare ‘De Core’ nel Rione Monti dove è stato concepito. Per il momento però non posso anticiparti altro, posso solo dirti, così, simpaticamente alla romana ‘damme tempo, fammece lavorà!’”.



more No Comments luglio 6 2019 at 10:06


Riccardo Mancini: Dal sogno di diventare calciatore a voce di Dazn

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È dinamico, carico di entusiasmo, preparato. Riccardo Mancini si racconta in questa intervista a cuore aperto. Tra mille telecronache e tanto calcio, trova spazio per altre passioni e per il suo privato. Non toccategli gli Oasis e diventerà vostro amico.

di Simone Mori

Chi è Riccardo Mancini e cosa fa nella vita? 

“È un ragazzo di quasi 32 anni che nella vita fa ciò che ha sempre sognato, ossia il telecronista sportivo. E che attualmente lavora per Dazn. In realtà, ce ne era anche un altro di sogno e cioè diventare un calciatore professionista. Ma a un certo punto si è presentato di fronte a me un bivio. Devo dire che non è stato così complicato scegliere, anche perché probabilmente non avevo le qualità giuste per emergere in quello giocato. E allora quello parlato e raccontato direi che è stata la strada giusta. Andare a lavorare ed essere felici di farlo è una sensazione impagabile”.

Segui il calcio da quando sei bambino. Quali sono i primi ricordi in questo ambiente? Ami anche giocarlo? 

“Il mio è un amore viscerale. Se non lo commento, provo a giocarlo. A 11, a 7, a 5, in casa, con gli amici, tornei, controtornei, l’importante è che ci siano un pallone e due porte. Che alla fine è il pensiero che mi accompagna da quando avevo 6 anni: i miei genitori mi portarono a fare nuoto ma io, una volta in vasca, cominciai a piangere talmente forte che si convinsero immediatamente a farmi giocare a calcio. A livello dilettantistico (sono arrivato fino all’Eccellenza, la quinta serie del calcio italiano) ho giocato fino a 25 anni, poi, come ti dicevo, ho dovuto fare una scelta e, trasferendomi a Milano, l’ho dovuto mollare. Con amici e colleghi, però, giochiamo tornei tutto l’anno. Mi sono preso la briga di essere capitano e ‘direttore sportivo’ della squadra di Dazn: in pratica è un secondo lavoro, ma mi piace”.

Hai all’attivo tante esperienze. Ad oggi quale ritieni le più importanti? 

“Credo che tutte abbiano avuto il loro peso per la mia crescita come uomo e come professionista. Perdere papà nel 2014 è stato ovviamente l’episodio che più ha segnato la mia vita. Ma quando perdi una persona così importante capisci tante cose, ti rendi conto di quanto importante sia dare valore a ogni giorno, a ogni minuto trascorso con le persone che ami. Mi ritengo fortunato ad avere una famiglia con principi e valori solidi alle spalle e persone che mi vogliono bene attorno a me. Questa è l’esperienza più importante. A livello lavorativo, invece, ogni tappa del mio percorso mi ha dato qualcosa per arrivare dove sono oggi. Devo ammettere che, dopo essermi consultato post liceo con un mio amico giornalista, ero quasi deciso ad abbandonare questo sogno. Mi dicevano che era troppo complicato questo mondo e che sarebbe stato meglio orientarsi altrove. Essendo appassionato di sport e volendo lavorare in quell’ambito, ho optato per la laurea in Scienze Motorie (triennale) e in Management dello sport (magistrale). Ma il richiamo della passione è stato più forte di tutto. Sin da bambino, da quando con gli amici facevo le telecronache delle partite alla PlayStation, raccontare sport, e in particolar modo il calcio, è sempre stato il mio obiettivo. Sono un testardo di natura e se mi metto in testa di arrivarci, devo farcela. Dai primi articoli per un giornale in vendita allo stadio all’esperienza in alcune radio romane fino all’inizio del periodo milanese. Lo stage prima e il contratto poi a Sky Sport 24, giornate intere passate in giro per la città per strappare qualche parola agli uomini mercato, le telecronache della serie B da Gubbio partendo ogni sabato da Roma, i 5 anni a Fox Sports, in cui ho trovato una vera e propria famiglia e in cui ho scoperto il modo che piace a me di fare giornalismo. Tutte esperienze che hanno contribuito a formare quello che oggi è Riccardo Mancini”.

Riccardo, sei giovane e perciò credo tu abbia ancora tanti sogni da realizzare. Ti va di parlarcene? 

“Innanzitutto grazie per il giovane, ma a breve, secondo me, cominceranno a spuntare i primi capelli bianchi. Come uomo il sogno è quello di tirare su una famiglia che sappia essere felice e che sappia godersi i momenti trascorsi insieme e che abbia obiettivi e valori comuni. Come professionista credo che non ci sia un limite alla crescita. Essendo una persona meticolosa e più o meno precisa, credo non sarò mai contento delle mie performance. Per questo l’obiettivo è migliorarsi settimana dopo settimana e ambire a fare sempre meglio. Se poi ci scappa anche la finale dei Mondiali o della Champions da commentare direi che non andrebbe malissimo. Mi accontento di poco dai”.

Un commento sui campionati di calcio finiti da poco meno di un mese. Quale di quelli europei ti ha entusiasmato di più e quale di meno? 

“La serie A italiana, secondo me, sta riconquistando l’appeal di un tempo e l’arrivo di CR7 ha contribuito a questo passo ulteriore. La B mi ha stupito: erano anni che non la commentavo e devo dire che ho ritrovato un campionato ricco di spunti. Io però ho un debole per il calcio inglese e mi ritengo un privilegiato ad aver commentato le ultime 6 finali delle coppe inglesi. Per questo ti dico che la lotta tra Liverpool e Manchester City in vetta alla classifica di Premier League ha avuto pochi episodi simili negli ultimi anni. Dal campionato francese, dal quale ho iniziato la mia esperienza a Fox sul calcio internazionale, invece, mi sarei aspettato qualcosina in più a livello di competitività e dal punto di vista tecnico. Sempre troppo forte il PSG”.

Parliamo di Riccardo al di fuori dal mondo del calcio. So che possiamo farlo. Da qualche anno hai perso tuo papà, grande fonte di amore e punto di riferimento. Lo vuoi ricordare insieme a noi con qualche aneddoto? 

“Papà non era una persona che esprimeva il suo amore con gesti eclatanti. Ma lo faceva a modo suo, da artista quale era. In modo silenzioso. Ricordo che una volta portò me e il mio migliore amico in campeggio per seguire la nostra squadra del cuore in Trentino. Avevamo la macchina e una tenda a due posti. Lui scelse di dormire in macchina per tre notti consecutive, lasciando ai due 15enni la comoda tenda. Oppure ti posso raccontare di quanto avrei voluto ereditare da lui anche soltanto una piccolissima percentuale del talento che aveva nelle mani. Non c’era una cosa che non sapesse fare. Dipinti, sculture di legno, argilla, modellini di ogni tipo, pirografie, di tutto e di più. Era davvero il nostro punto di riferimento.”

Quali sono i tuoi interessi extra lavoro? Passioni? 

“Come detto amo lo sport e se non gioco a calcio devo in qualche modo allenarmi. Sono cresciuto con questa cultura e cerco di portarla avanti nel limite del possibile tra corsa, palestra, padel e quant’altro. Non ho un genere musicale preferito ma mi piace scoprirne sempre di nuovi e posso dire che la musica è una parte importante della mia vita. I miei artisti del cuore sono gli Oasis, ma, oltre a tutte le sfumature della musica British, mi appassiona anche la musica indie”.

Infine una domanda apparentemente banale ma che so che banale non è: le tue priorità nella vita e un messaggio alle persone che ti stimano e ammirano.

Le mie priorità sono il lavoro, la salute, l’amore e l’amicizia. Ognuna rappresenta una fetta importante della mia vita. E mi auguro di realizzare i miei sogni in ogni ambito citato. E poi mi piacerebbe viaggiare di più extra Italia, scoprire posti e conoscere culture. È fondamentale tenere sempre acceso il cervello, questo è il consiglio che posso dare. E i viaggi, in questo senso, sono qualcosa di unico. Mai smettere di essere curiosi, di leggere e di appassionarsi”.



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Ernesto Migliacci: “Nascere figlio d’arte è un destino che va sempre meritato”

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Ernesto Migliacci, autore e compositore, ha scritto per grandi interpreti come Gianni Morandi e cantautori come Simone Cristicchi, per radio e la televisione, da Max Gazzè a Lorella Cuccarini, cura anche scouting, produzioni artistiche e direzioni artistiche live. È  figlio di un’autentica leggenda cantautorale: Franco Migliacci, tra i più grandi autori italiani di testi di sempre.

di Lisa Bernardini

Qualche esempio dei testi scritti dal celebre padre? Da “Volare – Nel blu dipinto di blu” con Domenico Modugno, a “Io” interpretata da Elvis Presley, ai più grandi successi di Gianni Morandi come “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”, “Un mondo d’amore”, “In ginocchio da te”, “Non son degno di te”, “La fisarmonica”, “Scende la pioggia”, “Uno su mille”. Per proseguire a caso: “Tintarella di luna” di Mina, “La bambola” di Patty Pravo, “Che sarà” con Josè Feliciano e i Ricchi e Poveri, “Spaghetti, pollo e insalatina” e “Una rotonda sul mare” di Fred Bongusto, “Ma che freddo fa” di Nada, “Il cuore è uno zingaro” di Nicola Di Bari, “Il pullover” di Gianni Meccia, “Come te non c’è nessuno” e “Che mi importa del mondo” Rita Pavone, “Ancora” di Eduardo De Crescenzo, “E va e va” Alberto Sordi, “Rocking Rolling” Scialpi, “Delfini” per Massimo e Domenico Modugno, a cui si aggiungono grandissimi successi per cartoons “Heidi”, “Lupin”, “Il grande Mazinga”. Insomma, Ernesto è figlio di un autentico mito. Lo incontriamo a Roma, dove vive.

Sei un figlio d’arte. Nella tua carriera, quanto è stato difficile (o facile) essere il figlio di Franco Migliacci e trovare la tua strada?

“Essendomi appassionato da bambino alla batteria, ho cominciato a fare musica in modo molto diverso da mio padre, che invece è autore di testi e produttore musicale. Devo ammettere però che con il passare degli anni l’aspetto creativo è prevalso e ho cominciato a dedicarmi alla composizione e alla produzione. Il vantaggio di essere figlio d’arte è quello di avere i contatti con diversi personaggi del settore, il problema è che fino a che non dai dimostrazione della tua professionalità non ti prendono sul serio, ma questo capita ovunque e in qualsiasi campo. Ricordo un episodio che mi ha fatto comprendere meglio il funzionamento di alcune cose: erano un po’ di mesi che chiedevo un appuntamento al direttore di una multinazionale a Milano e lui mi rinviava sempre. Poi un giorno era venuto a conoscenza di un mio lavoro, che in quel momento era entrato in classifica diventando un grande successo commerciale, e mi chiamò congratulandosi e dandomi appuntamento il mattino seguente a Milano perché era impaziente di ascoltare il materiale. Non me lo feci ripetere due volte, ma io vivendo e lavorando a Roma partii con il mio artista a notte inoltrata per raggiungere Milano; arrivammo un po’ sconvolti ma andò tutto bene”.

Parlaci del mestiere oggi. Quanto è complicato per un giovane emergere nel campo musicale, non solo come autore ma anche come interprete?

“Il primo passo per affermarsi oggi credo sia quello di acquisire la consapevolezza che un giovane artista è il primo produttore e stakeholder di se stesso. Quindi non può aspettare che il treno passi, ma ci deve andare incontro e saltarci su al volo. Concretamente, un artista deve sapere cosa vuole dire cantare e come proporsi al pubblico; deve avere un’identità precisa che sia possibilmente riconoscibile dagli altri artisti senza aver paura di manifestarla, perché saranno proprio la sua identità e interiorità i punti di forza e di interesse per il pubblico. La mia etichetta, la Dueffel Music, ascolta continuamente progetti di giovani artisti, che spesso si perdono inseguendo la chimera di un talent show che se va bene ti dà l’ ‘inebriazione’ del presunto successo per qualche mese e poi ti scarica. A quel punto, o hai un lavoro fatto di gavetta e una serie di ottime canzoni già pronte e registrate o hai buttato una grande occasione. Per questo è meglio presentarsi a questi appuntamenti quando hai già lavorato e strutturato un ottimo repertorio di canzoni e in questo ti può aiutare solo un buon produttore, che ha il compito di tenerti sempre con i piedi per terra”.

Fai parte del direttivo dello SNAC (Sindacato Nazionale Autori e Compositori) e combatti in prima linea per sostenere il Diritto d’Autore. Cosa per tutti, al riguardo, è arrivato il momento di capire riguardo l’opera dell’ingegno?

“E’ una lotta che facciamo per tutti gli autori. Troppo spesso non si comprende quanto sia importante riconoscere a tutti il giusto compenso per il lavoro svolto, che tu abbia prodotto una pagnotta o una canzone, che tu abbia svolto una prestazione come dottore o avvocato piuttosto che come musicista o compositore. Confidiamo molto nelle nuove generazioni, e per questo stiamo promuovendo un progetto per spiegare ai giovani il valore della creatività, in ogni suo aspetto”.

I tuoi prossimi progetti?

“Tanti… Da quale cominciamo?”.



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Francesca Ungaro: La passione letteraria e quella per la psicologia come due strade diverse che s’incrociano e quasi quasi coincidono

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Psicologa con una formazione umanistica, ha lavorato come psicologa clinica in corsia negli ospedali psichiatrici. Da sette anni lavora nella Comunicazione Digitale e ama molto la scrittura. Dal 2012 è su Twitter ed è nata così: la sfida di cercare di mettere #InLuce le dinamiche psicologiche sottostanti la comunicazione sul Web.Oggi è felicemente freelance con  il suo ufficio a casa, in compagnia della sua gatta Sofia e dei lunghi caffè all’americana. Da bambina voleva fare la ballerina…

di Paolo Paolacci

Quanto conta crescere dentro per essere veramente forti e sicuri fuori?

“Tutto. Geni e ambiente, solitamente per il 50 per cento ciascuno, determinano l’indole dell’uomo più maturo. Eppure nessun uomo maturo sa essere resiliente se non è caduto, se non si è fatto male, e se – nel rialzarsi e curarsi le ferite – non ha imparato quanto valore ha essere autentici. Non brillanti, ma spontanei. Non autoritari, ma autorevoli. E qui sorge il dubbio: ma per crescere dentro di sé è necessario cadere e tirare in ballo poi concetti tanto delicati come la resilienza? Generalmente sì, purtroppo.  Quando soffriamo, ci scappa detto con frequenza: «Eh, ma tu non capisci, non ci sei passato». Questo non significa per forza ‘piangersi addosso’, ma non è nemmeno uno sterile lamento. Vuole dire che è molto più facile creare relazioni strette con persone che hanno sì dovuto dare un vero valore ai minuti delle ore dei giorni che scorrono. Un’altra qualità di chi è veramente forte è la capacità di ascoltare”.

Se parliamo solo di noi, che valore aggiunto impariamo? 

“È ascoltando con la maggior apertura mentale possibile che riusciamo a diventare empatici. A metterci nelle scarpe dell’altro, immaginare seriamente di vivere la sua vita e di dover fare le sue scelte. È allora che si impara. Cambiare prospettiva, capire che non esiste solo una possibile strada, immaginare le motivazioni delle decisioni altrui senza, per questo, sentire di perdere sé stessi. Ecco: è questa la sicurezza interiore. Accogliere senza riservo la differenza senza perdere i propri convincimenti, o cambiarli, sì, ma con la certezza di fare il bene per sé e per gli altri”.

Tecnologia e Umanità si respingono oppure si attraggono?

“La scienza tecnologia, lungi naturalmente dall’essere solo “numero”, la scelta di strategie operative per raggiungere un determinato obiettivo e, in senso più restrittivo, lo studio delle scienze applicate con particolare riferimento ai processi industriali di trasformazione potrebbero essere la definizione esatta di ciò che ieri e oggi chiamavamo e chiamiamo ‘Tecnologia’. E la definizione di ‘Umanità’? Qui, da psicologa, posso sbizzarrirmi: significa l’autenticità dell’essere, l’insieme di inconscio e conscio con l’aggiunta delle norme sociali che dobbiamo imparare a rispettare, significa creatività come espressione dell’Io, unicità e spontaneità dell’essere una persona diversa e, allo stesso tempo, mai uguale a sé stessa. Significa anche fragilità e debolezza, significa anche dolore e ignoranza, perché a non accettare il mondo delle emozioni negative e spinose rinneghiamo metà di noi stessi, la parte distruttiva e aggressiva. L’altra parte? Quella costruttiva, quella che sogna, quella che raggiunge traguardi, quella che ha il sapore della motivazione, dell’entusiasmo, dono, generosità, gruppo, specie, individuo e intelligenza emotiva. Vuol dire anche Comunicazione Non Verbale, quella decisa dal tono della voce, dal timbro, dalla gestualità, dalla postura, dalla prossemica o distanza, dallo sguardo. Ciascuno di noi cresce con un’attitudine più portata alla prima realtà, Scienza e Tecnologia, o alla seconda. E più cresce più si rende conto che non è assolutamente possibile che l’una sia totalitaria rispetto all’altra. Non può esserci Tecnologia senza l’Umanità che la gestisce. Non può esserci l’Umanità evoluta di oggi se si rinnega la Tecnologia. Sono gli estremi di una corda, e ognuno di noi tende a posizionarsi più vicino o lontano dai poli a seconda dei gusti, dell’istruzione appresa, del lavoro che svolge, degli interessi che ha. Eppure, non esisterebbe corda se non ci fossero i due capi. Non ci sarebbe una mela, senza le sue due metà. E per avere una Società libera e all’avanguardia, capace di sostenere uomini liberi e di valore, la mela serve che sia intera. Di più. Serve che le due metà della Società-Mela si bilancino, si equilibrino, si completino. Ecco: si completino. Perché dove non arriva la macchina, arriva l’uomo con la sua creatività, con le soluzioni dettate dai suoi sogni. E dove non arriva l’uomo, eccoci già arrivati… nella Società del Futuro. Mai come oggi leggiamo e parliamo della paura più grande: che i robot, i figli della tecnologia più avanzata, rubino il lavoro (il sostentamento stesso) all’uomo. Se, però, una metà non può ‘stare in piedi’ senza l’altra, ecco che la grande paura svanisce, o almeno dovrebbe teoricamente svanire. Nel futuro il lavoro ci sarà, nel pieno della Tecnologia più evoluta. E non respingerà affatto l’Essere Umano, ma lo attirerà. Perché avrà bisogno della Creatività Umana per svolgere a pieno il suo compito. Vero è che molti dei lavori del passato non saranno più necessari, e lentamente scompariranno sotto la velocità, la modernità, l’efficacia ed efficienza della Tecnologia. Ma è vero anche che altri lavori nasceranno, con competenze nuove, necessarie da svolgere per mettere in moto al meglio la Tecnologia. L’Umanità ha una sfida oggi da accettare e vincere: quella dettata dal cambiamento. Cambiamento di mansioni, cambiamento di preparazione, cambiamento di una visione che possa rimanere il più aperta possibile sulle necessità sociali, il più svelta possibile ad intervenire a fianco dei Robot, il più pronta a convivere con essi traendone reciproco vantaggio. Un’utopia? È la sfida che ci aspetta. E non ci aspetta per tanto tempo: dobbiamo iniziare a cambiare in fretta. Non possiamo più rimandare, non c’è una seconda occasione. Ora è l’unica risposta per pensare ad una Umanità che non respinga la Tecnologia di domani. Perché il domani è già qui”.

Dobbiamo aspettarci un futuro diverso oppure si ricomincia dal passato?

“Credo che non si possano contare tutti i film sul Futuro. Dall’uomo sottomesso alla totalità delle macchine, all’uomo protagonista semi-robot di un mondo di strade intrecciate in aria. Anche i giochi – infiniti anch’essi – scaricabili sui nostri telefonini bastano a dare la panoramica di quello che ci aspetta domani. Mille mondi diversi, mille prospettive differenti, dalle più rosee per l’essere umano alle più volutamente spaventose. Di tutto. Di più. Nessuno sa come sarà il nostro futuro, nemmeno fissando una data precisa, che so il 27 ottobre del 3000 d.C. L’innovazione non si può fermare. Vero, ma neanche l’immaginazione umana ha limiti. E questo significa che non esiste una risposta. Esistono solo delle possibili opzioni. Tornare al passato non è, a mio avviso, possibile. Semplicemente perché nulla – né a livello storico, né scientifico, né sociale o antropologico – può tornare indietro e, tornando indietro, riassumere le stesse precise forme che esistevano in passato. Tuttavia, alcune dinamiche del futuro potrebbero ricordare quelle del passato. In fondo, a ben pensarci, i valori e le dinamiche restano le stesse. Penso, per esempio, alla dinamica del dominio, prevalenza, sopruso, uso e abuso, incapacità di fermare un sistema che calpesta i valori.  Se si dovesse ricominciare dal passato, ecco, sarebbe una nuova partenza. Qualcosa che ricorda dinamiche passate, ma che non le replica. Perché ogni giorno noi cambiamo e ogni secondo è irripetibile e diverso dall’istante passato”.

Dove possiamo seguirti o contattarti?

“Naturalmente sul mio blog: www.francescaungaro.it, in cui metto #InLuce le dinamiche psicologiche sottostanti la comunicazione sul Web.  E poi sui miei account social, in particolare Twitter, su cui lavoro quotidianamente per una Content Curation. Il mio nickname è facilissimo: @franciungaro. Sono quella che ha scritto nella bio: «sorrido molto e non amo chi urla»”.



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Veronica Raso: “Non avevo un buon rapporto con il mio corpo”

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C’è stato un periodo dell’adolescenza in cui, col suo corpo,  proprio non riusciva a convivere. Mesi duri, un periodo senza luce in fondo al tunnel. Finchè, nella Primavera del 2015, mentre la natura là fuori si popolava di fiori e colori, lei cadde nel baratro dell’anoressia. Normale che sull’argomento non ci voglia tornare. Il conflitto col cibo, con lo specchio, con gli “altri”, chiunque essi fossero. Ma la storia di Veronica Raso ha un lieto fine, bello da raccontare affinchè sia da sprone per le altre.

Oggi sui social ha quasi 40.000 followers e la fotografia è divenuta una compagna di viaggio da cui è impossibile staccarla. “Ma diciamolo, la carriera da fotomodella è iniziata un po’ per caso. Due anni dopo quei momenti difficili, ho iniziato a posare davanti all’obbiettivo di fotografi professionisti”. Inutile dire che è stato amore a prima vista. Il suo corpo, i suoi lineamenti, curve e misure, improvvisamente sono diventate una magia da valorizzare. “E’ stato grazie a questa avventura che ho iniziato ad amare il mio corpo e ho scelto di continuare. Voglio mettermi in gioco per realizzare fotografie che valorizzino il mio fisico senza lanciare un messaggio di volgarità”. Idee ben chiare che le hanno permesso di realizzare scatti che hanno fatto il giro dei social.

La fotografia, però, forse era nel tuo destino.

“Fin da piccola mi divertiva ritrovarmi davanti ad una macchina fotografica, poi negli anni questa passione è diventata un qualcosa in più. Ogni volta, provo emozioni uniche che mi hanno permesso di realizzare collaborazioni di prestigio”.

Ad esempio?

“Sono riuscita a collaborare con piccoli brand e con fotografi conosciuti. In realtà all’inizio della carriera ero abbastanza impacciata, poi a lungo andare ed anche grazie ai giudizi positivi ricevuti dai fotografi, tutto è diventato più semplice. E questo ha fatto sì che fossi meno rigida e molto più tranquilla”.

Le tue collaborazioni si allungano giorno dopo giorno.

“In realtà ho reputato sempre tutti i lavori importanti, ogni set rappresenta un’opportunità per crescere, maturare, migliorarsi. Certo, poi di alcuni lavori sono stata più contenta che di altri, ma questo fa parte del gioco. A livello fotografico mi piace sperimentare, quello che ho capito è che… al centro dell’attenzione voglio esserci solo io sul set”.

Cosa ti ha dato la fotografia?

“Mi ha dato modo di conoscere nuove persone e le loro idee, mi ha aperto a nuovi modi di pensare. I lati oscuri non mancano. Purtroppo ci sono persone che sono pronte a dare giudizi senza nemmeno aver scambiato una chiacchierata, magari solo per aver visto una foto senza veli. Nonostante le critiche, il fatto di scattare mi rende libera di mostrarmi per come sono: quando sono sul set riesco totalmente a liberare la mente da tutto”.

Non solo fotografia nella tua carriera.

“A novembre 2017 mi sono iscritta ad un’Accademia di Cinema, da lì sono riuscita a partecipare a parecchie comparse e esperienze televisive. Sicuramente il sogno più grande è di riuscire a realizzarmi nell’ambito della moda e cinema. Ci sto lavorando, spero che il tempo porti con sé importanti novità…”.

Il mondo dello spettacolo potrebbe esporti ancor più all’opinione della gente. 

“È vero, attraverso la tv si raggiunge un numero di persone più elevato… e di conseguenza sono possibili più giudizi. Purtroppo, volendo o nolendo, di gente pronta a giudicare ce n’è a bizzeffe e di certo non si può pretendere di essere sempre elogiata. Però guardiamo la parte bella dello spettacolo: la possibilità straordinaria di farsi conoscere per come si è”.

Chi è Veronica Raso lontana dai riflettori?

“Sono una ragazza tranquilla a cui non piace troppo stare sotto i riflettori. Mi piacciono le piccole semplici: una cena in compagnia di amici, una chiacchierata o stare a casa con la mia famiglia. Al di fuori della fotografia non sono una persona che sta ore e ore a prepararsi: per uscire, anche una tuta va bene”.

Che rapporto hai con i social?

“Sono una persona abbastanza social, Instagram è quello che preferisco. Mi piace condividere alcuni momenti della mia vita e delle mie avventure ,mi fa piacere quando riscontro un risultato positivo dai miei followers”.

Account Instagram: @veronicaraso_



more No Comments luglio 6 2019 at 09:57


Nadège Dubospertus: “Il tempo non mi spaventa. A cinquant’anni ho deciso di vivere bene e felice”

ALESSANDRO CANESTRELLI / REPORTERS ASSOCIATI & ARCHIVI

Per anni ha calcato le passerelle più importanti del mondo diventando un’icona di stile e di bellezza. Poi però ha deciso di abbandonare la carriera da modella per dedicarsi alla famiglia. Una scelta priva di rimpianti e maturata con consapevolezza come ci ha dichiarato lei stessa in questa intervista. Musa di numerosi stilisti, da Karl Lagerfeld a Gianni Versace, la top model Nadège Dubospertus ha debuttato nel campo della scrittura con il libro “Strong e chic – Scelte di vita e di stile di una parigina mezza milanese”.

di Giulia Bertollini

Un diario intenso e ricco di riflessioni in cui Nadège ha voluto mettersi a nudo condividendo con i lettori la propria vita e le proprie emozioni. Non mancano poi consigli e suggerimenti di vita pratica per tutti coloro che vogliono stare bene con se stessi e con gli altri. Ne abbiamo parlato con Nadège che oltre a spiegarci in che modo la scrittura sia stata per lei terapeutica ci ha rivelato qualche curiosità in più sul suo passato da modella.

Nadège, è uscito pochi mesi fa il suo libro “Strong e chic – Scelte di vita e di stile di una parigina mezza milanese”. Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro? 

“Mi è arrivata la proposta dalla casa editrice Vallardi. Inizialmente pensavo di rifiutare perché non avevo mai pensato a scrivere una biografia. Poi gli editori, dopo vari incontri, mi hanno convinto chiedendomi di parlare delle mie passioni e della mia vita. Infatti, la loro idea era di far raccontare il mondo della moda attraverso gli occhi di una ex modella. In questo libro, c’è molto della Nadége privata. Devo dire che ho avuto carta bianca. Ovviamente, per la lingua mi ha aiutata un ghostwriter. E’ stata una bella esperienza. Meglio che andare dallo psicologo”. (ride)

Scrivere è stata una terapia insomma.

“Sì, perché sono riuscita a mettere su carta tutto quello che avevo dentro compreso il percorso professionale che avevo fatto. Questo libro è un diario pieno di consigli che possono aiutare a raggiungere il benessere quotidiano. In questi ultimi anni, ho cambiato molto di me stessa. Ho deciso di vivere bene e di essere felice”.

Nel libro si parla di amore per se stessi, di stile e di felicità. E lei afferma che essere belle e felici è una questione di scelte. Qual è stata la scelta che ha fatto nella sua vita che l’ha resa più orgogliosa di se stessa?

“Tante scelte mi hanno reso orgogliosa anche se devo dire che questo libro mi ha regalato tante soddisfazioni. E’ stato un lavoro di un anno a cui mi sono dedicata in tutto e per tutto. Finito di scrivere, mi sono dedicata alla lettura. E una volta chiuso il libro, mi sono detta ‘che bello!’”.

A proposito di stile, ormai nel mondo di oggi con l’avvento dei social le influencer sono diventate le nuove modelle. Cosa pensa di questo fenomeno? 

“Mi dispiace dirlo ma devo riconoscere che non ci siamo proprio. Non è assolutamente una critica. Tutti abbiamo un lavoro. Quello che non capisco è come facciano ad essere così popolari e perché la gente le segua sui social. Non hanno portamento e non hanno classe. Saper camminare è qualcosa di naturale e non servono scuole. Quello che piace oggi non era quello che piaceva prima. E’ il loro momento ed è giusto che lo sfruttino. Magari chissà la gente si identifica in loro”.

Negli anni Novanta, è stata una stella delle passerelle. Poi ad un tratto ha deciso di abbandonare la carriera per dedicarsi alla famiglia. Nessun rimpianto?

“Nessun rimpianto. Assolutamente. Il mio sogno non era di fare la modella ma di avere una famiglia. La mia è stata una scelta meditata. Sono felice di avere i miei tre figli. Purtroppo mi sono separata ma sono cose che succedono e bisogna accettarle”.

Lei ha lavorato con tutti. Da Karl Lagerfeld a Gianni Versace. Cosa le hanno insegnato? E che ricordo ha di loro?

“Ho dei ricordi bellissimi. Quando ho iniziato a fare la modella non è stato facile. I ritmi erano frenetici ed ero sempre in viaggio per servizi fotografici e sfilate. La gente dal di fuori non immagina e concepisce la moda come un lusso. Ho conosciuto dei maestri veri come Karl, Gianni, Giorgio Armani. Anche i fotografi erano dei talenti allucinanti. Erano attenti a qualsiasi particolare e il risultato si vedeva. Fare la modella mi ha insegnato ad avere una disciplina di vita e a dedicarmi a me stessa. E poi penso che sia importante avere la testa sulle spalle altrimenti ci si perde”.

Che rapporto ha con la bellezza? Ha paura di invecchiare?

“Non ho paura di invecchiare. Il tempo non è mai stato un problema e ancora meno oggi. Ognuno deve accettarsi così com’è. Ho appena compiuto 51 anni e mi sento come una bambina. Non trascorro la giornata a guardarmi allo specchio e non mi interessa contare le rughe. Una donna può essere bellissima anche a 60 anni purché non abbia fatto ricorso alla chirurgia estetica. La naturalezza è la qualità più bella che esiste”.

Con la corsa si mantiene in forma. 

“Corro perché mi fa stare bene. Mi libera la testa. Credo che tutti i giorni si debba fare qualcosa che ci assicuri benessere”.

Sulle passerelle vediamo spesso sfilare donne belle ma esageratamente magre, quasi offensive verso la naturalezza che i più vivono. Un problema di comunicazione visiva che ha generato illusioni e aspettative in numerose ragazze che incontrano con frequenza problemi di anoressia e bulimia. Lei che ha vissuto la moda dall’interno cosa può dirci in merito?

“Mi sembra che ora questa problematica stia passando. Posso assicurarti che nessuna di noi modelle negli anni 90 ha sofferto di problemi alimentari. Si mangiava di tutto e bene. Non so che problema abbiano gli stilisti che sembrano prediligere le ragazze con meno forme trattandole da appendiabiti. Sulle passerelle mi è capitato ultimamente di vedere modelle pallide, senza trucco, emaciate. Sembrano malate. La moda ha sempre bisogno di far parlare di sé. Questo però è un modo sbagliato. Le ragazze devono capire che è importante essere in buona salute. E per farlo devono mangiare bene evitando i fast food”.

E’ ancora in contatto con qualche ex collega di passerella? 

“Negli anni 90 noi modelle eravamo abituate a viaggiare e a vivere da sole. Abbiamo imparato cosa era la solitudine. Era un modo per ritrovare se stesse. Le sfilate erano un momento di incontro con le altre colleghe di passerella. Le persone che mi circondano mi ripetono che sono strana perché non chiamo mai nessuno. Anche le mie amiche Carla Bruni ed Eva Herzigova mi rimproverano la stessa cosa. Ci sentiamo infatti due o tre volte l’anno. Avrai capito che non sono una patita del telefono. Preferisco il contatto diretto”.

Quando ha iniziato la carriera di modella, i suoi genitori come l’hanno presa? 

“I miei genitori mi hanno dato un anno per dimostrargli che la strada che volevo percorrere era quella giusta. Dopo si sono convinti. Non sono mai stati contro. Mi hanno detto semplicemente “provaci”. Il mercato delle modelle non era quello di oggi. Adesso, basta andare in un reality show per mostrarsi ed esibire il proprio corpo. Tutti vogliono farsi vedere”.

Che mamma è? 

“Sono una mamma molto presente e severa. Riconosco di essere rigida anche con me stessa. Quando faccio qualcosa devo farlo bene. Il problema è che pretendo la perfezione anche dagli altri e questo può trasformarsi in un limite. Ai miei figli insegno il valore della civiltà, del rispetto e dell’educazione. Ci tengo molto”.

Che cosa non sopporta?

“La cattiveria. Se vedo una persona fare del male ad un’altra divento una iena. Negli ultimi anni mi sono sbarazzata della gente negativa. Ho fatto pulizia insomma”.

Progetti futuri?

“Ho iniziato da un po’ di mesi a parlare in pubblico per la promozione del libro. E’ diverso dallo sfilare perché in quel caso non mi sono mai vergognata. Ci sto lavorando molto a livello caratteriale per superare la paura. Sto avendo un buon riscontro di pubblico e ne sono particolarmente felice. Parteciperò anche ad una maratona per l’associazione Make a Wish che si occupa dei bambini gravemente malati”.

Per concludere la nostra chiacchierata le chiedo di dare un consiglio alle donne che vogliono essere strong e chic. 

“Consiglio di essere se stesse e di non farsi influenzare dai giudizi altrui. La libertà è importante”.



more No Comments giugno 7 2019 at 14:42


Ettore Bassi: “Milly Carlucci mi ha voluto a tutti i costi a Ballando”

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Dopo averlo apprezzato nel ruolo di Piras nella seconda stagione della serie tv di successo “La porta rossa”, Ettore Bassi si è lasciato convincere da Milly Carlucci ad affrontare una nuova sfida, quella del ballo nella trasmissione “Ballando con le stelle”. Un’esperienza che gli ha regalato tante soddisfazioni e apprezzamenti da parte della giuria tecnica e del pubblico.

di Giulia Bertollini

Un rapporto quello con la danza vissuto inizialmente con sospetto, come ci ha dichiarato in questa intervista, ma che si è trasformato in un’importante occasione per arricchire il proprio bagaglio artistico-culturale.

Ettore, come stai affrontando l’esperienza di “Ballando con le stelle”?

“L’inizio è stato traumatico, perché ‘Ballando con le stelle’ è una realtà dove il livello professionale è altissimo. È stato uno choc. Qui bisogna saper ballare, bisogna sapersi buttare e avere un po’ di spirito garibaldino. Non sono un ballerino, devo mettermi alla prova”.

Non deve essere stato semplice per Milly convincerti a partecipare.

“Devo confessare che da parte di Milly Carlucci c’è stata un’azione di stalkeraggio morbido nei miei riguardi. Milly è stata estremamente tenace, appassionata e affettuosa con me, mi ha cercato diverse volte. In passato non avevo accettato a causa di altri impegni, mentre quest’anno le condizioni si sono combinate un po’ meglio. E comunque tra una tournée e l’altra dello spettacolo che sto portando in scena in teatro ho costretto la mia insegnante Alessandra Tripoli a seguirmi. Tra una pausa e l’altra abbiamo organizzato le prove di ballo mentre Milly monitorava tutto da lontano”.

Che insegnante è Alessandra?

“E’ molto severa, esigente ma riesce a trasmettere tutta la sua passione per il ballo. Per me è importante capire nello specifico come va eseguito un passo”.

Come cambia la preparazione dal set alla pista da ballo?

“Cambia parecchio, ma secondo me può essere anche l’occasione di far diventare il lavoro sul set più integrato e arricchito. Ne parlavo anche con Enrico Lo Verso. Riuscire ad instaurare un rapporto con il tuo corpo può essere utile anche per la parte recitativa”.

Prima di questa esperienza, qual era il tuo rapporto con la danza?

“Avevo un rapporto di sospetto, ora stiamo cercando di dissiparlo. Non avevo mai ballato veramente, avevo fatto un po’ di tango per una fiction e qualcosina per un musical. È tutta una scoperta. Non sono mai andato in discoteca perché non mi ha mai divertito andarci. Qualche volta ho fatto lo scimmione con gli amici e mi facevo trascinare. Il ballo vero però è tutta un’altra cosa e qui lo sto respirando”.

Come hai affrontato le critiche?

“Appaio controllato ma in realtà sono anche sanguigno. Quello che ho capito in base all’esperienza di chi mi ha preceduto è che quando sei sotto pressione da un punto di vista fisico e mentale, il margine della diplomazia rischia di assottigliarsi. Dipende in ogni caso dal commento che si fa e dal suo obiettivo”.

Avevi già seguito le precedenti edizioni di “Ballando”?

“Ho visto qua e là qualche spezzone del programma. Confesso di vedere poco la tv perché quando sono a casa mi dedico alla famiglia”.

Sulla pista da ballo, hai ritrovato Manuela Arcuri, tua collega nella serie tv di successo “Carabinieri”. 

“Ho ritrovato Manuela dopo tanti anni. Con lei abbiamo passato un periodo stupendo di lavoro con un’esperienza che ci è rimasta nel cuore e che tutt’ora miete successi”.

Da poco si è conclusa la seconda stagione de “La porta rossa” e il tuo personaggio Piras è uscito di scena. Dobbiamo aspettarci qualcosa nella terza stagione?

“Questi sono i guizzi creativi degli autori e degli sceneggiatori. Quando c’è uno script gli attori si attengono, non so cosa succederà nella terza stagione. Non si è ancora visto Piras passare la Porta Rossa. Ho la speranza di tornare nella terza, anche perché è stato un prodotto stupendo con un cast fantastico”.

Intanto sei in teatro con lo spettacolo “Il sindaco pescatore”.

“E’ uno spettacolo di impegno civile perché racconta la storia di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica ucciso il 5 settembre 2010 in un attentato di natura camorristica. Senza saperlo, questo progetto è nato in contemporanea con la fiction che è stata trasmessa sulla Rai qualche tempo fa. Sono molto entusiasta di questo progetto e soddisfatto della reazione del pubblico. Stanno arrivando ancora tante richieste”.

Come sta vivendo la tua compagna questo momento? Sarai sempre fuori casa, immagino.

“E’ un momento in cui stiamo facendo entrambi dei sacrifici. La sento molto tifosa e questo entusiasmo mi incoraggia. Inoltre, lei è una ex ballerina classica. Pertanto, quando siamo a casa mi dà qualche suggerimento sulle scelte, sull’atteggiamento e sulle strategie da adottare. E’ venuta anche a vedere delle prove. Avere vicino una donna come Simonetta che mi sostiene è importante”.

Le tue figlie invece cosa ti dicono?

“Si divertono a prendermi in giro. Per loro è uno sfottò continuo”.



more No Comments giugno 7 2019 at 14:39


Andrea Bosca: L’attore che sa rendere unico e speciale ogni personaggio

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In questi anni ha conquistato il pubblico televisivo dimostrando la sua versatilità nell’interpretare qualsiasi ruolo. E quando gli si fa notare di aver vestito di più i panni del cattivo ci scherza su confidandoci di prenderla come un gioco. Stiamo parlando di Andrea Bosca, protagonista assieme a Lino Guanciale e Gabriella Pession della seconda stagione della serie tv campione di ascolti “La porta rossa”.

di Giulia Bertollini

Il suo Jonas dopo essersi risvegliato dal coma si è trovato a dover fare i conti con i ricordi alla ricerca della verità. Conosciamo meglio Andrea attraverso questa intervista.

Andrea, come è evoluto il tuo personaggio?

“Quando sono arrivato sul set a Trieste i colleghi mi hanno accolto dicendomi ‘tu non hai capito cosa ti aspetta’. Nella prima serie infatti ero l’amico segreto di Cagliostro e come Virgilio per Dante lo aiutava nelle situazioni difficili. Già in quell’occasione dissi al regista che mi piaceva interpretare Jonas perché era fuori dal coro. Nella seconda stagione, vedremo Jonas risvegliarsi dal coma dopo 30 anni. Tanti saranno però i segreti che lo riguardano”.

Per interpretare questo personaggio, hai dovuto affrontare anche una trasformazione fisica.

“E’ stata una novità per me. Ogni giorno dovevo sottopormi a tre ore di trucco più 1 ora di strucco in orari assurdi. Ho cambiato le mie abitudini per affrontare al meglio questo ruolo. Mi alzavo la mattina alle 13, pranzavo alle 17 e a mezzanotte andavo a correre sul lungo mare per tenermi in allenamento. Ci abbiamo impiegato sei mesi assieme al regista Carmine Elia per trovare lo stile più adatto a Jonas ed è stato difficile considerando che si tratta di una serie in cui ci sono altri personaggi”.

Il tuo personaggio è stato la chiave di volta di questa seconda stagione.

“Mi piace citare un detto ‘non esistono piccoli personaggi bensì piccoli attori’. Jonas appare poco ma ha un fascino molto importante. Non l’ho mai visto come un personaggio secondario tanto che già nella prima serie Jonas è stato uno dei personaggi più cliccati su Internet”.

E’ vero che al termine dei ciak avevate un piccolo premio?

“Ora ti racconto la storia. (ride) Quando Carmine è contento urla ‘cioccolata’. Quando invece non lo senti inizi ad avere paura. La cioccolata è un linguaggio tutto suo che nel tempo abbiamo cominciato a decodificare”.

Durante le pause delle riprese come passavi il tempo?

“Ho imparato a nuotare e mi tenevo in allenamento correndo e andando in palestra. Nel frattempo, mi sono dedicato anche alla scrittura di uno spettacolo teatrale”.

Confermi che si farà la terza serie?

“Sarebbe auspicabile. La Rai ci sta pensando e noi tutti lo vorremmo”.

Come mai non hai pensato di dedicarti alla pasticceria come il resto della tua famiglia?

“Ho iniziato molto presto questo mestiere e pian piano mi sono allontanato ma sono contento di tornare a casa e dare una mano in pasticceria. Da qualche settimana sono diventato anche zio”.

Teatro, fiction e serie tv. Dove ti senti a casa?

“Il teatro è la mia casa, sarà perché sono partito da lì. Pensavo che avrei fatto solo quello. Negli ultimi tempi però mi sento libero anche di fronte alla cinepresa, cerco di fare mia la lezione che ho imparato in questi anni e cioè essere sempre onesto. Anche nella ‘maschera’ così complessa che è quella di Jonas, spero di essere rimasto vero, e cioè che voi non guardiate solo trucco e parrucco ma il cuore che c’è lì dentro che è il mio, anche se il personaggio è totalmente opposto a me”.

Prossimi progetti?

“Sto lavorando ad un mio spettacolo teatrale e a una serie che si chiama ‘Made in Italy’, che racconta la storia della moda ai suoi esordi. Interpreto un giovane imprenditore che conosce una ragazza che fa la giornalista e vuole sfondare nel mondo della moda”.



more No Comments giugno 7 2019 at 14:37


Diego Conti: “Sogno di portare il Cross Pop ovunque”

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E’ un cantatutore-musicista italiano con la passione per la musica sin da piccolo. Nel 2016 è salito alla ribalta grazie alla partecipazione al talent “X-Factor” e alla fine dello scorso anno è stato finalista di Sanremo Giovani 2018. Non male per un giovane talento prossimo al compimento dei 24 anni.

di Mara Fux

Ciao Diego, hai pubblicato qualche mese fa il nuovo singolo “Per l’ultima volta”. Aspettative ripagate?

“’Per l’ultima volta’ è la canzone che avrei presentato a Sanremo Big sul palco dell’Ariston quest’anno. Non potevo non farla uscire al di là del percorso Sanremese, la cosa a cui tengo di più è che arrivi a tutte quelle persone che hanno bisogno di ascoltarla e che si rivedono in questa storia”.

Come è nato questo brano? 

“Questo brano è nato qualche mese fa in studio, quando io e Mark Twayne, il mio producer, eravamo immersi nella creazione del mio primo EP “Evoluzione” uscito per Rusty Records Richveel e Thaurus Publishing. Ricordo che quando iniziai a scrivere questa canzone pensammo subito che sarebbe stata perfetta per Sanremo giovani, ma poi sul palco del Teatro del Casinò abbiamo deciso di presentare ‘3 Gradi’, una scelta azzardata ma che ci ha permesso di portare il Cross Pop su Rai 1. ‘Per l’ultima volta’ non parla della fine dell’amore, ma della fine di una storia tra due persone che, in questa società contemporanea che corre così veloce consumando tutto, si guardano si baciano si lasciano per l’ultima volta, di fretta senza dirsi più niente. È una ballad, indubbiamente una canzone con un’intimità diversa rispetto a ‘Evoluzione’”.

Hai alle spalle una partecipazione come concorrente a X Factor 10 e sei stato finalista di Sanremo Giovani 2018: non male come trampolino di lancio. Sei contento di come sono andate le cose? 

“Sì, sono felice, perché partecipare a X Factor come anche Sanremo Giovani, sono state due opportunità per far conoscere la mia musica a più gente possibile, e ora finalmente sono qui con il mio primo EP e sto finendo il primo album. Dopo diversi anni, in cui non capivo ancora quale fosse la mia dimensione musicale, ora finalmente è nato il Cross Pop, io e Mark abbiamo pensato di chiamare così questo nuovo genere. Più che un genere musicale in realtà è una visione di vita, volevamo riportare nelle canzoni il valore della bellezza della condivisione e della contaminazione, ecco perché uniamo sonorità Rock Trap Pop Classica e tutto quello che ci passa nella mente in ogni brano. Il mondo è un posto fantastico e la contaminazione è il futuro”.

Parlaci di te, come nasce la tua passione per la musica?

“Ho la fortuna di avere una famiglia che ha sempre amato la Musica e l’arte in generale, questo ha inciso molto. Sin da piccolo andavamo a vedere tanti concerti, ricordo i Rolling Stones allo stadio Olimpico di Roma,  è in quel momento che ho capito cosa fare. Paul Simon, Bob Dylan, Guns ‘n’ Roses, Led Zeppelin, Vasco, Jovanotti, Lucio Dalla, sono cresciuto con questa musica  e man mano che andavo a vedere i concerti sognavo sempre di più di salire su quel palco maledetto. All’età di 10 anni ho preso in mano la prima chitarra e dal quel giorno è cambiato tutto, ho capito tutto”.

A 13 anni hai fondato un gruppo musicale. Che esperienza è stata?

“Sì, facevamo cover e suonavamo tanto e ovunque, tre amici chiusi ogni pomeriggio in sala prove (la cantina di un altro amico), eravamo batteria basso e io alla chitarra e alla voce, ricordo che giravo con una Les Paul, che era più grande di me tredicenne, ma con tanta voglia di spaccare sul palco con assoli chilometrici su Little Wing di Hendrix, cantare la vedevo ancora come una cosa secondaria. Naturalmente quella fase è finita quando ho scritto la mia prima canzone ed ero l’unico a crederci”.

Caratterialmente come ti definisci?

“Semplice, complesso, disordinato, determinato… Lunatico sicuramente”.

Sei considerato uno dei giovani emergenti del panorama musicale italiano, qual è la tua ambizione o sogno nel cassetto?

“Portare il Cross Pop ovunque e le canzoni nel cuore delle persone, fare tanti live e cantare insieme per molto tempo”.

Secondo te, per un giovane musicista è più facile farsi notare oggi nell’era dei social, di internet e del digitale o era più semplice prima?

“Per un giovane ‘musicista’ non è mai facile, ma credo che i social diano grande visibilità a chiunque riesca a trovare la propria vena comunicativa grazie a ciò che fa. Oggi se registro una canzone e la faccio uscire possono ascoltarla dai vari portali in tutto il mondo, stessa cosa se scatto una fotografia e voglio dire qualcosa, è una cosa incredibile che ogni epoca avrebbe voluto se ci pensi. Poi è chiaro, gli anni ’70 restano gli anni ’70”.

C’è un grande artista che hai o hai avuto come modello di ispirazione?

“Ce ne sono diversi; Lucio Dalla, Keith Richards, Jovanotti, Led Zeppelin, Vasco, Battisti, Bob Dylan… Oggi ad esempio ascolto molto Post Malone”.



more No Comments giugno 7 2019 at 14:35


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