Carmen Di Pietro: “La mia vita è un moto continuo”

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Una vita sia professionale che privata intensa e movimentata che fa di Carmen un personaggio davvero interessante. Adesso si misura con un’esperienza al circo a fianco di Paride Orfei

di Silvia Giansanti

Chi l’avrebbe mai detto che una come Carmen Di Pietro sogna di partecipare al noto programma di Maria De Filippi, salendo magari sul trono? Carmen non ha mai avuto l’occasione di incontrarla personalmente, la adora e la stima, un po’ come il suo angelo custode, l’artista Angelo Peluso, che la segue ovunque con la sua carica positiva. L’abbiamo raggiunta in tarda mattinata in un delizioso angolo di Trastevere, zona alla quale è molto legata. Carmen era lì con in mano un ventaglio dalle tonalità vivaci abbinato ad un vestito a fiori che metteva in risalto in suo fisico prorompente e il suo vitino da vespa. Neanche il tempo di un saluto, che ha voluto subito iniziare l’intervista. Sì perché lei è una che non ama affatto perdere tempo, va subito al sodo. Quella giornata afosa di inizio giugno era infatti pregna. Se volete farvela amica, invitatela a pranzo e non a cena, perché non ama fare tardi, offritele un bel piatto di pasta con pomodoro e basilico e soprattutto riservatele un posto all’ombra. Già, nonostante la sua provenienza da una terra assolata come la Basilicata, non sopporta il sole.

Carmen, se avessi la possibilità di rivivere un momento della tua carriera, quale sceglieresti e perché?

“Quando ho lavorato in teatro alla Chanson di Roma, da cui tra le altre cose sono usciti tantissimi artisti. Sono ancora oggi molto grata a Luigi il proprietario che oggi però non c’è più, agli autori del Bagaglino e ricordo il buon lavoro fatto insieme a Luciana Turina e Lucia Cassini, quest’ultima molto apprezzata e conosciuta a Napoli. Quel periodo è indimenticabile”.

Chi è oggi Carmen Di Pietro?

“Prima di tutto una mamma appagata e poi viene tutto il resto”.

Parliamo delle figure importanti che hanno caratterizzato la tua vita.

“I miei genitori, i miei figli, la figura di Sandro Paternostro che è ricorrente. C’è anche la zia Rosina e tanti ricordi dei miei nonni e di zia Assunta che non ci sono più”.

Di cosa si occupano i tuoi figli?

“Studiano, Carmelina frequenterà la quinta elementare e Alessandro il quarto liceo e adesso si trova a Londra”.

Sei un tipo espansivo, socievole e simpatico. Immagino che tu sia circondata da persone che ti vogliono bene.

“Sì, ho molte persone intorno però sono socievole fino alle 20”.

Hai mai dato prova di amicizia vera con la A maiuscola o ti è stata data?

“Io dò continuamente la prova di amicizia, però se un amico mi dice di andare a mangiare alle 23, rispondo che preferisco andare a pranzo”.

Un nome con cui lavoreresti sempre.

“A dir la verità ci sono vari nomi, ma senza fare torto a nessuno dico Barbara D’Urso e Mara Venier. Ma è una domanda alla quale non è facile rispondere, visto che la televisione italiana è piena di gente stimata e di personalità come Valeria Marini e altri. Mi piacerebbe tantissimo lavorare però con Maria De Filippi, che non ho mai avuto l’onore di incontrare di persona”.

Tra i tuoi impegni attuali?

“Serate, varie ospitate televisive e a settembre lavorerò con Paride Orfei al circo”.

Vivi a Roma. Cosa ti affascina della Capitale in modo speciale?

“Il quartiere in cui vivo, Trastevere e le sue scalette dove vado spesso a ritrovarmi”.

Vacanze?

“Non amo il mare e il sole, ma avendo una bambina, ci devo andare per forza. Comunque in Italia”.

Cosa escogiti quando ti si presentano davanti giornate difficili?

“Lavoro con il cervello, metto semplicemente in pratica l’intelletto. Non sto mai ferma, né con il fisico, né con la testa, sto sempre in moto”.

C’è qualcosa di prettamente femminile che ti piace fare nel tempo libero, visto che oggi i centri estetici imperano?

“Solo palestra, è quello il mio centro estetico per i muscoli”.

Cosa ricordi della tua infanzia nella terra lucana?

“Ho preziosi ricordi di quando stavo sull’altalena, dei miei nonni vivi, di quando andavo a raccogliere le uova nel pollaio. Ho fatto la contadina. Anche se studiavo a Salerno, nei fine settimana andavo giù tra Baraggiano e Bella, due paesini dell’entroterra della Basilicata”.

Ho letto da qualche parte che sei molto severa con te stessa, nonostante l’appellativo di sex symbol anni ’90.

“A me non piace nulla di me, meno mi guardo allo specchio e meglio è. Non mi sento per niente sex symbol, è un leggenda metropolitana. E’ stata un’etichetta che non mi è mai appartenuta”.

La tua vita è stata finora molto movimentata, intensa e piena di soddisfazioni. Manca ancora qualcosa?”

“Sempre, sono insaziabile, incontentabile. Sono costantemente alla ricerca di qualcosa, non arrivo mai all’apice. E’ come se nascessi adesso, ho bisogno di continui stimoli. Adoro buttarmi, come nell’esperienza con il circo, dove interpreterò una zingara ballerina”.



more No Comments luglio 31 2018 at 09:53


Mattia Briga: In “Che cosa ci siamo fatti” cambio pelle e direzione

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Nel 2015 ha partecipato al talent “Amici” e da allora è incrementato l’amore del pubblico nei suoi confronti. Nel suo ultimo progetto discografico svela ai suoi fans la parte più intima di sé

di Giulia Bertollini

Ascoltando le tracce del suo nuovo album, mi sembra di toccare la sua anima. Da sempre schietto e controcorrente, in quest’ultimo progetto discografico dal titolo “Che cosa ci siamo fatti” Briga si mette a nudo in un racconto personale e intimista ripercorrendo la sua vita tra amore, sentimenti, viaggi, dubbi e incertezze. Oltre a mostrare il suo lato nascosto, Briga apre gli occhi sulla società denunciando la precarietà e la superficialità dei rapporti. Un quadro desolante in cui la nuova generazione appare imprigionata nella rabbia, sopraffatta dalla frustrazione e senza alcuna speranza nel futuro. In questa chiacchierata, Briga ci svela qualcosa in più sul suo nuovo album con uno sguardo ai progetti futuri.

Briga, parliamo del nuovo album “Che cosa ci siamo fatti”.

“ ‘Che cosa ci siamo fatti’ è un concept–album ed è la colonna sonora del mio ultimo romanzo Novocaina – una storia d’amore e di autocombustione’ nel quale affronto temi sentimentali e generazionali come la difficoltà di relazionarsi all’interno di una coppia o in un rapporto di amicizia ma anche dell’esigenza di trovare un proprio spazio nel mondo, un ruolo nella società. Sono molto orgoglioso di questo progetto perché ho avuto la possibilità di collaborare con artisti che stimo quali Boosta, il mio chitarrista Enzo Campagnoli e Fabio Massimo Colasanti, chitarrista di Pino Daniele”.

Come sono nate e cosa hai voluto raccontare con le canzoni contenute nell’album?

“Sono nate da una necessità di chiarirmi le idee, di fermarmi in un’epoca come questa in cui è tutto molto frenetico. Ho cercato di guardarmi dentro per analizzare e accettare tante cose, per darle un’etichetta. E’ importante far capire al pubblico il proprio punto di vista nella speranza che possa condividerlo e apprezzarlo”.

In ogni lavoro discografico c’è sempre un messaggio da dare. Il tuo qual è?

“Il messaggio che voglio lanciare con le mie canzoni è di condivisione e di amore. Peccato che questi valori siano assenti nella società di oggi, costruita sull’esteriorità e sulla superficialità”.

Il tuo linguaggio è quello di una generazione immersa nell’epoca della precarietà.

“Assolutamente. La precarietà è sinonimo di insicurezza, di instabilità. Basti pensare alla precarietà di sentimenti, di valori, di posti di lavoro, di stabilità mentale. Ovunque c’è precarietà”.

Recentemente, è stato messo online il video del primo singolo “Che cosa ci siamo fatti”. Qual è stata l’idea di partenza?

“Di solito, ho sempre realizzato dei videoclip in cui ero il protagonista, affiancato da una figura femminile. In questo caso, ho deciso di stravolgere il piano della comunicazione anche a livello iconografico. E’ il primo album che realizzo in cui non c’è una sceneggiatura, una storyboard. Ho voluto mostrare il mio quotidiano, ciò che scandisce la mia giornata, solo, nella mia stanza vuota”.

Sei appena partito per un ricco InStore Tour dove incontrerai i tuoi fan. Cosa ti aspetti?

“Mi aspetto grande affetto come è sempre stato e di essere guardato negli occhi e compreso perché questo album mostra una parte di me che è spesso rimasta nascosta. Sono sempre prevalsi altri lati del mio carattere e questa è l’occasione giusta per far conoscere anche il resto”.

Secondo te, qual è il motivo principale per cui sei tanto apprezzato?

“Credo che nel bene e nel male uno dei motivi che mi fanno amare dal pubblico sia proprio la schiettezza. Sono una persona che rimane con i piedi ben saldi a terra e non ho mai rischiato di fare voli pindarici per un po’ di successo. Ho pregi e difetti come tutti e non ho mai avuto paura di mostrarmi per quello che sono”.

Ti saresti mai aspettato questo successo?

“Mi aspettavo di avere molto successo una volta uscito dal talent di ‘Amici’ ma dopo non avevo pianificato nulla. Sono felice di aver realizzato alcuni sogni e spero di poterne coronare con il tempo anche degli altri. Il mio obiettivo è di diventare una persona migliore, anche a livello professionale”.

Come ti sei avvicinato alla musica?

“La mia famiglia è stata fondamentale. In casa ho sempre respirato aria di musica e da bambino amavo ascoltare generi diversi, dal rap al jazz, dal pop ai cantanti spagnoli”.

Nel corso della carriera, hai duettato con artisti del calibro di Venditti, Tiziano Ferro, Gianluca Grignani, Emma, Gigi D’Alessio e tanti altri. Cosa ti hanno lasciato queste esperienze?

“Ricordo ancora con particolare emozione quando ho cantato ‘Roma capoccia’ allo Stadio Olimpico con Antonello Venditti. Essendo romano, è stato un onore condividere quel palco con una colonna portante della musica italiana. Ricordo anche il meraviglioso senso dell’ospitalità di Gigi D’Alessio che mi invitò a casa per conoscermi assieme ad Anna Tatangelo che in quell’occasione sfoderò il suo talento di cuoca. Da quel momento in poi ho instaurato con lui un rapporto non solo artistico ma soprattutto umano. Lo stesso avvenne con Gianluca Grignani. In un giorno, riuscimmo ad impostare quattro-cinque canzoni. Ogni collaborazione ha comunque lasciato in me una traccia”.

Nel 2015 hai partecipato ad “Amici”. Raccontaci brevemente questa avventura e qualche aneddoto che magari non sappiamo.

“Amici è stata un’esperienza fondamentale e non posso fare altro che ringraziare tutti coloro che mi hanno regalato questa opportunità. E’ come se avessi vissuto in un’altra dimensione, da alieno. Di aneddoti non ce ne sono molti e quelli che ho preferisco tenermeli per me”. (ride)

Conosci l’identikit del tuo pubblico?

“E’ una domanda difficilissima. Oltre ai teenagers, ai firmacopie mi è capitato di incontrare signore di 60 anni o mamme con bambine di qualche mese. Non credo alle etichette e all’identikit di un pubblico. Credo fortemente al potere della comunicazione”.

Cosa vuol dire per te lavorare per una casa discografica importante come la Sony?

“Non lavoro per una major ma per me stesso. Con la Sony ho un contratto di licenza che è arrivato successivamente a quello firmato tempo fa con la Universal. Inoltre, da tanti anni ho un contratto con la Honiro Label, un’etichetta indipendente che ho visto crescere in questi anni e che ho contribuito a far diventare grande. Essere accostato però a dei giganti della musica, come appunto queste etichette, è una soddisfazione. Non posso negarlo”.

Progetti in cantiere?

“L’anno prossimo celebro il mio decennale e in occasione di questo evento ho intenzione di riproporre canzoni del mio repertorio rivisitate in chiave moderna. Per ora, sto pianificando il tour di questo nuovo album. E’ ancora tutto in divenire comunque”.



more No Comments luglio 31 2018 at 09:44


Mimosa Martini: “Vi racconto il mondo che ho visto”

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Giornalista e inviata per le reti Mediaset. Ha raccontato fatti ed eventi della storia recente, anche ai limiti del pericolo

di Simone Mori

Forte, decisa, senza peli sulla lingua e senza paura di essere criticata per le sue posizioni: lei è Mimosa Martini, giornalista Mediaset che in questa intervista forte e vera ci racconta di sé e di come vede la situazione generale italiana al momento. Mimosa parlerà anche delle sue passioni, una tra tutte? I gatti!

Mimosa cara, raccontaci prima di tutto come sei diventata giornalista. Passione? 

“Sì ho fatto la giornalista per passione, nessuno in famiglia lo era , tutti professionisti da generazioni, soprattutto medici (papà, fratello, cognata, zii, cugini…). Io invece da ragazzina sognavo di fare la giornalista in giro per il mondo e la scrittrice. Pensavo alla carta stampata, poi però, dopo i giornali e la radio, a metà degli anni ’80 mi sono innamorata del reportage televisivo, di un lavoro complesso in cui metti insieme tante cose (la notizia, il testo, le immagini, i suoni, la voce, le interviste) e devi diventare abile nel maneggiare questa alchimia. Poi quello per la tv era un lavoro di squadra, con l’operatore, il fonico, il montatore. Ora è molto cambiato perché si fa sempre più stando seduto a una scrivania. Comunque, tornando alla passione, io ho dedicato la vita a questo lavoro. Ho fatto male? Ho fatto bene? Non lo so, non mi pongo la domanda, forse ho fatto anche male ma non pensavo di fare altro. E’ stato difficilissimo diventare giornalista e esercitare la professione, tanti ostacoli, tanta fatica, tantissimi sacrifici sempre. Se non hai passione non puoi proprio farlo, almeno a certi livelli”.

Sei una donna che conosce le vicende mondiali come poche. Quali sono gli eventi da te raccontati che ti sono rimasti più impressi e perché?

“Di eventi che ho raccontato ma anche vissuto ce ne sono davvero tanti. Certo ci sono state esperienze più forti di altre, perché più pericolose e in questo senso impegnative. E parlare delle guerre è quasi scontato. L’Afghanistan nel 2001 rimane ortissimo come ricordo, pieno di eventi che mi sono personalmente capitati. La Kabul dei talebani aveva un fascino potentissimo che mescolava orrore e meraviglia. Lì ho davvero sofferto fame, freddo e fatica.Mi sono sentita molto sola. New York con Ground Zero in fiamme, dove sono riuscita ad arrivare il 13 settembre. Lì dentro c’era l’apocalisse, io riuscivo ad infilarmi anche senza permessi (infatti con tutto quel fumo tossico mi sono presa una congiuntivite cronica) e assistevo a queste scene infernali dei soccorritori che scavavano con le mani e riempivano migliaia di secchi, quelli da ufficio di plastica, con le macerie che venivano poi trasportati sui camion e i traghetti a Staten Island dove si faceva il triage per scovare pezzi di corpi e risalire al dna. Una cosa spaventosa , mentre a Unione Square e in tutta la città i parenti affiggevano foto e descrizioni dei tremila dispersi sperando che vagassero senza più senno, ma ancora vivi. Invece erano cenere. E che dire dell’Iraq, con la gente a Bassora che moriva di sete, o Sarajevo assediata dai serbi. Ci sono arrivata da sola in macchina attraversando di notte il Monte Igman che era esattamente quello che non bisognava fare. Ma è una lunga storia ricca di aneddoti, anche buffi, e di rischi estremi, non starò qui a dilungarmi. C’è una cosa che però va detta: ogni volta che sono tornata, grata di essere viva, a casa, ho provato comunque un senso di colpa e di impotenza che non vanno via facilmente. Perché noi inviati andiamo in questi inferni, li viviamo, li raccontiamo, condividiamo in parte le sofferenze di chi ci vive. Ma a un certo momento ce ne torniamo a casa, una casa dove c’è la pace, l’acqua corrente, il riscaldamento, i ristoranti, i bar, l’automobile, gli amici, le gite. Loro invece rimangono prigionieri nel loro inferno”.

Avrai conosciuto personalità mondiali di spessore. Qualche delusione?

“E’ vero, ho conosciuto, visto e incrociato tante personalità. Personaggi cattivissimi e spaventosi, nomi che rimarranno nei libri di storia, come Gorbaciov, e persone davvero carine. Uno che mi ha deluso è stato Sean Penn, l’ho incontrato ad Haiti durante il terremoto: prepotente, cafone, maleducato, spocchioso, circondato da una corte dei miracoli con le facce deformate dalla chirurgia estetica che si muovevano come fossero stati gli dei che scendevano dall’Olimpo. Sorpresa deliziosa invece l’ex governatrice del Canada, in pratica il presidente essendo un paese del Commonwealth. Doveva essere un’intervista breve ed è finita che siamo state due ore a chiacchierare tra noi due senza più microfoni. Giornalista televisiva, haitiana rifugiata politica con la famiglia a 12 anni e diventata governatrice. Bella storia e bellissima persona”.

Passiamo all’attualità, quella più stretta: cosa pensi di questa situazione italiana e di questo razzismo dilagante? Di episodi che si susseguono contro i cosiddetti diversi?

“Piuttosto che risponderti direttamente ti dico questo: io ho fatto una scuola straniera, fin dall’asilo e negli anni 60, quando Roma (figurati l’Italia) era ancora una città provinciale, andavo in classe con bambini di tutte le etnie e tutte le religioni. Mi ero ‘innamorata’, avevo 5 anni, di un mio compagno di classe del Gabon. Quando invitai a casa la mia classe per una festicciola, le bambine mie vicine di casa e di giardino, italiane e di scuola italiana, mi dissero scioccate: ‘ma è negro!’. Io non me ne ero accorta e soprattutto non capivo quale fosse il problema. Ebbene: ero diversa allora, sono cresciuta in Italia sentendomi diversa, mi hanno fatto sentire sempre diversa fino a quando, finalmente, la gente comune ha cominciato a viaggiare perché si sono tolte le frontiere europee, non servivano più visti e passaporti, sono nati i voli low cost. Ma forse è stata un’illusione. O forse è che hanno tutti la memoria corta, anche della propria miseria di un tempo”.

C’è un ricetta per arginare tutto ciò? Si sentono troppi adolescenti inspirarsi a personaggi di un passato che mai dovrebbe tornare.

“La ricetta per arginare l’ignoranza è la cultura, intesa in senso lato, ma a partire dalla scuola che deve formare cittadini consapevoli delle regole democratiche, del rispetto dell’altro, dell’amore per il bene comune. A maggior ragione ora che il bene comune non è più la strada di quartiere ma il mondo intero. La scuola, la cultura trasmessa ai bambini è la base di tutto, anche della nostra sopravvivenza come esserei umani. E’ vero qui ed è vero nell’ultimo angolo del mondo. Lo sai che in Mongolia dove la popolazione è in larga parte ancora nomade, che gira per la steppa cambiando insediamento ogni tre o sei mesi, i bambini fanno scuola con la radio? Le lezioni trasmesse per radio, accovacciati nella tenda che si chiama ‘gher’ o ‘yurta’ in russo, poi i maestri che girano per gli accampamenti. Non è bellissimo? La frase di Malala dovrebbe essere scritta sui muri: ‘Hanno paura di una bambina con un libro’. Ebbene sì, hanno tutti paura, di eserciti di bambini e bambine con penna e libro in mano”.

Ricordo per esempio, per tornare agli Esteri, la tua corrispondenza da Haiti per il terremoto. Raccontala ai giovani.

“Ad Haiti c’è stato uno spaventoso terremoto quel gennaio del 2010, la capitale interamente rasa al suolo, oltre 400mila morti. Ma quando si parla di Haiti si parla di tante cose. Intanto è il volto scuro di Santo Domingo, perché entrambe le nazioni condividono l’isola di Hispaniola, Ma una parte è ispanica, turistica, bianca, con i casinò, gli hotel, i resort e le ville di chi magari ha qualche sospeso con la giustizia italiana. Quando passi la frontiera di terra la differenza è netta:improvvisamente entri in Africa, l’Africa nera. Ad Haiti sono tutti discendenti degli schiavi, e riconosci le diverse etnie africane. Pensa che Haiti è stata la prima a ribellarsi e a proclamarsi indipendente alla faccia di Napoleone, con l’insurrezione popolare. E’ una storia importante, eppure è uno degli angoli più poveri di tutta la Terra, ha le peggiori malattie del mondo, una mortalità infantile pari solo al Sahel, la più grande bidonville dell’Occidente che per paradosso si chiama ‘Cité Soleil’ e una violenza terribile. Al tramonto tutti hanno paura perché le ‘bande del machete’ diventano padrone. Non ho mai visto tanti cadaveri come ad Haiti. Era davvero impressionante e un mese dopo il terremoto ce n’erano ancora tanti sotto le macerie, ci camminavi sopra”.

Cosa pensi del mondo social? Tutto troppo finto o qualcosa di vero c’è?

“I social sono una vera rivoluzione antropologica, hanno abbattuto ancora di più le frontiere ma stanno trasformando la comunicazione tra gli esseri umani nel bene e nel male. Cominciamo solamente a capire in che modo. Il problema è che dentro ci può stare tutto, dalla crema alle scorie tossiche. E che chi non è capace di distinguerle ha lo stesso peso di chi invece scarta i veleni, anzi trova l’aggregazione con altri e fanno clan. Perché pesano di più? Perché non rispettano le regole, sono violenti, prepotenti, dilagano e sommergono. A proposito di social vi racconto la barzelletta che girava al Cairo su piazza Tahrir assediata dai carri armati durante la ‘primavera egiziana’:

Ci sono Nasser, Sadat e Mubarak, i tre ex presidenti, in cielo.

‘Io sono morto avvelenato’, racconta Nasser.

‘A me invece mi hanno crivellato di colpi in un attentato’, spiega Sadat.

‘E te?’, chiedono a Mubarak.

‘E’ stato Facebook’, risponde”.

Progetti per il futuro?

“Più che progetti ho desideri che voglio trasformare in progetti: scrivere altri romanzi, realizzare dei reportage, andare a vivere in posti diversi, qualche mese in un posto, altri mesi altrove. Insomma, sentirmi davvero libera”.

Raccontaci la tua passione, che condividiamo, per i gatti e le tue altre passioni fuori dal lavoro.

“I miei gatti sono i miei bambini, ora ne ho tre in casa e uno fuori con la sua casetta. Ho sempre avuto gatti e fin da bambina ho molto amato gli animali. In questi ultimi 30 anni ho avuto anche pappagalli, gechi del Madagascar, tartarughe diventate gigantesche. Ma allora erano ancora vivi i miei genitori e quando partivo se ne occupavano loro. Ho un passato di sport, tanto tanto sci fin da piccolissima, da adulta anche cavallo. Sempre molto spericolata fino a quando ho cominciato a farmi male sul serio. Grande passione per la fotografia, per anni ho avuto una camera oscura ben attrezzata. Con il passaggio al digitale qualcosa è cambiato e anche se rimane una passione, le foto che facevo un tempo mi sembrano più belle, c’è dentro più cuore”.

Un consiglio che sentiresti di dare a chi volesse diventare un giornalista.

“E’ difficile dare consigli perché se chiedi a dieci giornalisti come è stato il loro percorso, avrai dieci storie diverse. Quello che è certo è che bisogna avere passione, sentire che è l’unica cosa che si vuole davvero. Io insegno da tanti anni e una cosa che non mi stancherò mai di ripetere è: il giornalista non è il protagonista. Mai. La notizia è protagonista, il giornalista solo il tramite”.



more No Comments luglio 31 2018 at 09:37


Lillo: “La mia anima rock”

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Sarà uno dei protagonisti della nuova stagione del Sistina e in “School of rock” interpreterà Jack Black. “E’ un sogno che si realizza”, dice con soddisfazione

di Giulia Bertollini

Sarà il protagonista della nuova stagione del Teatro Sistina con “School of rock”, uno spettacolo esilarante in cui la musica sarà al centro della scena. Stiamo parlando di Lillo, comico, fumettista ma anche abile chitarrista. Con il suo Jack Black, personaggio interpretato nell’omonimo film dall’attore Dewey Finn, è pronto a conquistare e a stupire il pubblico con il suo indubbio talento artistico e musicale. Lo avvicino al termine della conferenza stampa di presentazione del cartellone della prossima stagione del Teatro Sistina. Insieme a me non solo giornalisti ma anche bambini e ragazzi. Lillo si intrattiene con tutti, firmando autografi e scattando foto. Mi concede con incredibile umiltà e simpatia un po’ del suo tempo per rispondere alle mie domande. E così, tra una risata e l’altra, ci racconta qualche curiosità in più sullo spettacolo.

Lillo, a marzo debutterai al Teatro Sistina nello spettacolo “School of rock”. Come ti stai preparando a questo appuntamento impegnativo e prestigioso? 

“Sto studiando molto con una vocal coach. Una delle mie più grandi passioni è il canto e sono anche chitarrista. Ovviamente, in questo spettacolo dovrò confrontarmi con delle canzoni scritte da Lloyd Webber che è sinfonico nel suo modo di scrivere rock per cui l’approccio deve essere quasi da cantante lirico. Assieme a Silvia Gavarotti, sto cercando di raggiungere le sonorità più giuste per le musiche di Webber. Ho preferito anticipare lo studio di molti mesi per prepararmi al meglio”.

Qual è stato il tuo primo pensiero dopo aver saputo che il regista Massimo Romeo Piparo ti aveva scelto per interpretare Jack Black?

“Il primo pensiero che ho avuto è stato quello di non intralciare la collaborazione artistica con Greg visto che per lavoro siamo spesso in tournée. Confortato poi su questo aspetto, ho deciso di accettare l’invito di Massimo. Innanzitutto, perché ho stima del suo lavoro. In questi anni, è riuscito a portare in scena spettacoli bellissimi. Pensa che è riuscito anche a beccare il mio film preferito. E’ tra le cinque commedie cinematografiche che amo di più. Mi ha portato anche a Londra a vedere il musical, che è fantastico. Poi sai calcare il palco del Teatro Sistina è sempre un’emozione e lo sarà ancora di più con questo musical. Ci sono tutti gli ingredienti per far divertire”.

Hai qualcosa in comune con il tuo personaggio?

“Non farò fatica ad interpretarlo visto che è un immaturo. (ride) Mia moglie può testimoniarlo: in casa mi diverto ancora a giocare con i soldatini! E poi la musica. Sono un vero rockettaro. Dovrò cantare ben nove canzoni. Questa si è rivelata una bella sfida che mi tiene vivo e mi consente di non adagiarmi. Tanto per combattere la pigrizia”.

Questa è la tua prima esperienza nel musical. Quali sono le difficoltà più grandi da affrontare?

“Le difficoltà sono relative. C’è molto lavoro da fare anche con i ragazzi che saranno con me presenti sul palco. Nonostante tutto sono tranquillo perché quando una cosa ti piace tanto non senti la fatica. Facci caso: quando fai una cosa che ami le ore si dimezzano, viceversa, si triplicano. L’unica cosa che potrebbe spaventarmi è la quantità di lavoro che ci sarà da affrontare durante le prove ma per il motivo che ti ho spiegato credo che non mi farà poi così tanta paura”. (ride)

Un sogno nel cassetto.

“Sogno un mondo in cui un nutrizionista trovi una nuova dieta nella quale mangi carbonara come insalata e invece di ingrassare, dimagrisc”i.

Tu e Greg avete da poco annunciato il vostro esordio in regia. Puoi anticiparci qualcosa su questo progetto?

“A quanto pare è arrivato il momento, c’è chi ci sta dando fiducia. Non è successo fino a questo momento per il grande amore che ho per il cinema, quindi per fare questo passo avevo bisogno di essere sicuro di quello che stessi facendo. Sarà una cosa molto nostra, surreale come piace a noi, il titolo è ‘Intrappolati nella serie tv’. Greg e io andiamo a girare uno spot pubblicitario, ci mettiamo dei costumi e all’improvviso veniamo scambiati per personaggi di una serie tv. Nonostante ciò continuiamo a dire che in realtà siamo Lillo e Greg ma il problema è che nessuno ci crede. È un po’ come un episodio di ‘Ai confini della realtà’ ma in chiave comica. Speriamo di poter girare all’inizio del 2019”.

Altri progetti in vista?

“A luglio sono stato impegnato sul set di un nuovo film del regista Miniero. A novembre ripartirò con Greg in tournée tanto che durante le vacanze natalizie approderemo al Teatro Olimpico per due settimane fino al 6 gennaio. In seguito, attaccherò con le prove dello spettacolo ‘School of Rock’. Non mi fermerò un attimo insomma. Finché ce la faccio però va bene”.



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Gabriele Parpiglia: “Per vincere nella vita bisogna imparare a perdere”

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Dopo il fortunato romanzo d’esordio “Formentera 14”, il giornalista-scrittore è pronto a stupire di nuovo i suoi lettori

di Giulia Bertollini

Ci vuole coraggio per essere felici. E’ questa la frase che risuona nella mia testa dopo aver terminato la lettura de “La porta del cuore”. A distanza di un anno dall’incredibile successo di “Formentera 14”, suo romanzo d’esordio, Gabriele Parpiglia torna a stupirci con una storia avvincente di amore e di rinascita. Un libro coinvolgente ed emozionante in cui ritroviamo tutti i personaggi di “Formentera 14” a partire da Jack che, in seguito alla tragica morte della sua compagna, si troverà costretto ad affrontare una nuova fase della sua vita. Dovrà scegliere infatti se continuare a vivere nel dolore o voltare pagina rischiando di essere felice. Un viaggio alla ricerca di se stesso che lo porterà ad affrontare il passaggio alla vita adulta con tutto il carico di responsabilità. In occasione della presentazione del libro a Roma, abbiamo incontrato Gabriele per chiacchierare con lui di questo romanzo e dei suoi progetti.

Gabriele, dopo lo straordinario successo di “Formentera 14” torni con un nuovo libro “La porta del cuore”. Come mai questo titolo e da dove nasce l’idea?

“L’idea nasce dal fatto che il primo libro è stata una scommessa. Grazie al passaparola, è andato ben oltre le aspettative tanto che, avendo scritto una storia con un finale aperto, l’editore mi ha convinto a chiudere il cerchio. Così, mi sono messo subito al lavoro ed è nato il sequel. ‘La porta del cuore’ è un romanzo che si può tranquillamente leggere anche senza aver letto prima ‘Formentera 14’. Infatti, tramite un gioco di scrittura, sono riuscito a dare la possibilità a chi non l’avesse letto di poter partire da zero con una nuova avventura”.

Jack, il personaggio del tuo libro, si trova a dover affrontare il dolore per la tragica scomparsa di Gloria, il suo grande amore. Deve scegliere se varcare la porta del cuore o arrestarsi alla soglia della felicità. Come Jack, ti è mai capitato di trovarti di fronte ad un bivio, ad una scelta?

“Mi capita tutti i giorni e persino mentre stiamo facendo questa intervista. La scelta è l’adrenalina positiva e negativa della mia vita contro quel grande impostore chiamato successo/sconfitta”.

Nel libro scrive “Il tempo del corteggiamento è finito. Si corteggia sul web. Un “Like” e cambia la vita. Cuore risponde con cuore sotto una foto. Tutto accade velocemente…”. Quando si oltrepassa il limite e quali possono essere i rischi di sbandierare a tutti la propria intimità? E secondo te è ancora possibile creare qualcosa di diverso fuori dall’omologazione da social?

“Poco perché oggi purtroppo noi siamo quello che rappresentiamo e raccontiamo sui social. Si è spostato tutto sul web sia per chi fa come me il giornalista ma anche per chi vuole cercare un lavoro. Non so se hai notato ma Instagram ha lanciato da poco una mini piattaforma televisiva in cui chiunque può crearsi un proprio canale. Sono convinto che se questa nuova applicazione dovesse prendere piede, ci sarà un ulteriore avvicinamento ai social e un allontanamento dal mondo reale”.

Nel libro, Jack cresce iniziando a leggere la sua vita con occhi diversi. In questa evoluzione, la parola responsabilità assume un peso specifico soprattutto se intesa in relazione alla paternità. 

“La responsabilità è il fulcro di questo nuovo libro. E’ una parola a cui riconosco un peso importante non solo dal punto di vista professionale ma anche delle amicizie, della famiglia e dei rapporti sentimentali. La responsabilità è quel qualcosa che ti consente di fare un salto in più. Non voglio spiegare oltre il senso di questa parola perché altrimenti svelerei il finale del romanzo”.

Ripartire non è sempre facile. Per Jack, Gloria rappresenta la cesura tra passato e futuro. Cos’è il coraggio di ricominciare?

“Il coraggio di ricominciare è quello che ti fa ripartire ogni giorno dopo aver preso uno schiaffo. La batosta fa parte della vita quotidiana. Di schiaffi ne ho presi parecchi e sono contento di continuare a prenderli perché, come in una legge matematica, subito dopo ne segue una carezza”.

Di solito, quando si racconta una storia si finisce per rivelare le vite degli altri. Nello scrivere questo libro, ti sei ispirato a qualcuno? E se sì, quanto ciò ha influito sulla costruzione dei personaggi?

“Ho mantenuto tutto ciò che si avvicinasse il più possibile al reale e non alla fantasia. Come ho già detto, i social distruggono la possibilità di immaginazione perché ti consegnano tra le mani una realtà già bella e fatta. Non è un libro di facile lettura ma di contenuti che ti spacca il cuore e lo stomaco offrendo ai lettori una soluzione a quelle domande che a volte temiamo possano non avere una risposta”.

Leggendo il libro, mi vien voglia di dire che il destino ha più fantasia di noi e che le cose più belle capitano quasi per caso. Ma quanta fatica c’è nella capacità di capirlo e di riconoscere l’occasione giusta? E tu quanto credi al destino?

“Il destino è un amico bastardo al quale a volte riservi amore e a volte odio. Ciò che accade nella nostra vita è spesso il prodotto delle nostre azioni e reazioni. Talvolta però il destino dipende dalle scelte che gli altri compiono e che ricadono su di noi. Bisogna essere bravi a saperlo gestire”.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere ai tuoi lettori?

“Di conservare per sempre nella loro vita, in povertà e in ricchezza, il diritto di scelta. Anche quando una persona pensa che vada tutto storto e che non ci sarà mai un’occasione io dico che bisogna seguire l’istinto, la possibilità di cambiare strada e provare a giocarsela”.

Da autore TV, se un giorno in televisione proponessero per assurdo un reality basato sugli esordienti scrittori, tu saresti  favorevole?

“A me hanno già proposto più di una volta di fare reality e ho sempre risposto di no. Oggi continuo a rispondere negativamente perché ho tanto da fare. Domani dico mai dire mai perché il lavoro che faccio può durare il tempo di un orologio e tutto può finire nel giro di pochi secondi. Ti rispondo così perché voglio essere vero fino in fondo e non paraculo”.

Ennio Flaiano scriveva “Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere”. E per te qual è il senso della scrittura? Fare lo scrittore rappresenta un’illusione?

“No, non è un’illusione. Scrivere è come mettere al mondo un figlio, toccare con mano, accarezzare e magari anche offrire aiuto a chi ti legge. E’ una responsabilità grande”.



more No Comments luglio 31 2018 at 09:27


Katia Ferrante: La seduzione al tempo dei social

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Non è un traguardo da tutti i giorni quello del 100.000 followers su Instagram, per Katia Ferrante è il primo punto d’arrivo di un lunghissimo percorso iniziato nel 2012 con la creazione di un portale dedicato alla femminilità (www.katiaferrante.com che ha come claim “L’arte della seduzione) e la pubblicazione di “Seduzione Sesto Senso”, un manuale-volume dove svela qualche trucco per ammaliare l’altro sesso. Un curriculum che si aggiorna di giorno in giorno, con ruoli in tv da showgirl, intervistatrice inviata ai tavoli di Pokerstar’s nel programma tv Poker1Mania e tante pubblicazioni su alcune delle più prestigiose riviste del settore beauty fra cui For Men, Mens Health, Playboy e GQ. Normale allora che anche il popolo dei social abbia iniziato a seguirla e ad incuriosirsi al suo fascino fashion, dove a svelarsi sono più gli sguardi dei centimetri di pelle. Il suo primo progetto editoriale l’ha consacrata nel mondo del cartaceo, l’ha portata a sviluppare collaborazioni con varie testate giornalistiche nazionali e ad essere invitata ad alcuni degli eventi mondani più importanti della Penisola. Normale allora che lei sveli qualche retroscena del jet-set italiano a modo suo, condividendo momenti e ospiti sulla sua pagina Instagram che passo dopo passo ha toccato quota 100.000 followers. Tutti, sottolinea lei, rigorosamente “veri” e reali. Tanti maschietti incuriositi dall’argomento seduzione ma anche una abbondante percentuale di donne che vedono in lei l’icona della bellezza e dell’intraprendenza. Tv, fotografia, palcoscenico, radio e stampa: praticamente, non le manca nulla…

Ma, come detto, Katia Ferrante nasce come fotomodella: quando è sbocciato il grande amore?

“Al mondo della fotografia mi sono avvicinata da giovanissima a soli 17 anni, subito dopo le mie prime partecipazioni a miss Universo, Miss Italia e altri concorsi internazionali. I primi fotografi locali li ho conosciuti così: ero un’aspirante miss in passerella”.

Il tuo incontro con la fotografia era da predestinata?

“Una vocazione per la fotografia vera e prova all’inizio non l’avevo; direi che mi è accaduto poi con il tempo, e averla scoperta in così giovane età mi ha senza dubbio permesso di vivere emozioni ed esperienze straordinarie. Oggi è una passione completa: idearla, crearla ed esserne il soggetto principale e protagonista”.

Che donna è Katia Ferrante?

“Penso di essere una donna ancora un po’ incompleta: siamo in una fase di working progress come si suol dire”.

C’è un lato esibizionista in te?

“Esibizionista solo quando ‘serve’ e lo preferisco mettere in mostra nel privato, nel pubblico sono abbastanza riservata”.

Il tuo lato di scrittrice che ti ha permesso di tradurre la tua sensualità nero su bianco…

“Esatto, traduco la sensualità provando a riscriverla su un foglio bianco. E ciò mi è possibile quando sono ispirata, quando sento dentro che ho emozioni forti da esprimere dal mio cervello al cuore. E allora mi metto comoda, magari in lingerie, penna-piuma in mano e butto giù ciò che sento in quel momento. Anche un libro può essere sensuale. Non solo, sia il leggere che lo scrivere hanno al loro interno gesti sensuali, eleganti e sexy. Un foglio bianco a mio modo di vedere è sinonimo di amore e di amante: insomma, qualcosa da scoprire. Un foglio scritto rappresenta la fase conoscitiva. Leggete ‘Seduzione sesto senso’ per capire ciò che sto dicendo”.

Come giudichi le ragazze di oggi?

“Poco femminili! Si credono emancipate ma hanno perso la loro femminilità”.

Cosa suscita la tua immagine?

“In parte provoca, in parte ho notato che può suscitare competizione anche maschile. Ma un uomo che si mette in competizione lavorativa o personale con me ha già bello che perso”.



more No Comments luglio 31 2018 at 09:22


Urban homestead: Vivere in una fattoria urbana

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È il concetto di un’esistenza equilibrata e in armonia con la terra. Justin Dervaes ci spiega la filosofia di questo modo di vivere

di Marisa Iacopino

“Non aspettare che gli altri cambino, cambia te stesso”. E’ questo il pensiero da cui nasce la Urban Homestead, progetto della famiglia Dervaes, che ha compiuto una piccola rivoluzione attraverso la trasformazione d’un giardino di città in un modello di fattoria urbana ecosostenibile. Justin, il portavoce, ha risposto con entusiasmo alle nostre domande.

Com’è iniziata quest’avventura?

“Eravamo una famiglia di 4 persone, padre e tre figli, Anais, Jordanne ed io, fino a quando nostro padre e fondatore, Jules Dervaes Jr., muore nel dicembre 2016. Ora dirigiamo noi l’Urban Homestead”.

Vi occupate di agricoltura e allevamento di animali da cortile a Pasadena, in un’area geografica che dista poche decine di minuti da Los Angeles. Come coniugate il vostro lavoro con il ritmo frenetico della città? 

“Gestire un senso naturale e lento della vita in città è una sfida che deve essere mantenuta ogni giorno. La nostra fattoria esiste secondo la scelta precisa di stare appena un passo lontano dall’ambiente frenetico. Non è solo un’impresa familiare ‘fatta in casa’, ma anche uno stile di vita consapevole e sostenibile. Sentiamo con forza che dobbiamo attenerci ai nostri principi morali per prendere decisioni aziendali che rispettino lo spirito di sostenibilità. Vendiamo prodotti biologici alla comunità da oltre 25 anni. Di recente abbiamo dovuto sopportare la morte di nostro padre, ma ci impegniamo a portare avanti l’azienda secondo il suo volere”.

Il vostro primo approccio con attività di questo tipo inizia in Nuova Zelanda. Perché in seguito siete tornati negli USA? 

Durante il ‘Movimento di ritorno alla terra’, negli anni ’70, nostro padre emigra in Nuova Zelanda; in una fattoria pianta il suo primo orto, ha polli e capre e inizia l’attività di apicoltura. Dopo la nascita di Anais, la prima figlia, per motivi familiari si trasferisce in Florida, dove continua le coltivazioni, alleva le api e tiene una capra da latte. La Nuova Zelanda era un ambiente ‘agrario’ più adatto all’homesteading (autosufficienza domestica); il ritorno negli Stati Uniti fu però l’inizio della sua ricerca per apportare cambiamenti radicali in luoghi insoliti”.

Voi dite d’aver mutuato questa vita dalla cultura hippy. Da cosa vi sentivate costretti nella realtà della metropoli?

“Jules Dervaes scelse di venire a Pasadena, in California, per frequentare un college di teologia ed è per questo che siamo finiti nell’area di Los Angeles. Doveva essere un trasferimento temporaneo, ma le circostanze ci hanno tenuti qui, dove abbiamo mantenuto il nostro stile di vita. Nostro padre cercava di fare quello che poteva nel luogo in cui si trovava – sfamare la famiglia vivendo in modo sostenibile su un piccolo pezzo di terra. Credeva che fosse una sfida ripensare alla vita in città; una rivoluzione che diventava ‘una via verso la libertà”.

Come si opera in un appezzamento di appena 400 metri quadrati?

“Si tratta di giardinaggio a letti rialzati. Abbiamo quaranta letti sul retro dove coltiviamo una grande varietà di verdure. E poi usiamo tralicci; negli spazi urbani ristretti, la coltivazione verticale è essenziale, aiuta a massimizzare lo spazio. Il prodotto più popolare è un mix di insalate che viene raccolto a mano. Durante l’anno, e a seconda delle stagioni, coltiviamo oltre quattrocento piante, diversi tipi di erbe aromatiche, verdure e fiori commestibili”.

E cosa ne fate degli animali, visto che siete vegetariani?

“Sono considerati animali domestici della famiglia; li trattiamo con amore e rispetto, non li mangiamo. Oltre alla produzione di latte, uova, miele, arricchiscono il suolo con il loro ricco letame che ‘chiude il cerchio’ nella nostra fattoria urbana”.

L’attività imprenditoriale vi permette anche di avviare rapporti di buon vicinato che preludono a una condivisione di emozioni oltre che all’offerta di prodotti…

“Certo! Oltre alla crescita di cibo, sta crescendo anche la comunità con i nostri potluck (piatti condivisi), cene in fattoria, laboratori di sensibilizzazione. Ci sforziamo di farlo in tutto il mondo attraverso il nostro sito web e il podcast. Condividiamo con la comunità le nostre capacità e i servizi. Inoltre, bambini e scolaresche vengono spesso a visitarci”.

Un’attività produttiva come questa, che genera autosufficienza alimentare e reddito, credi che possa essere la vera sfida del futuro?

“Sì, l’Urban Homestead è conosciuta nel mondo come paradigma riproducibile di agricoltura urbana sostenibile. Questa scelta è più rilevante che mai. Nostro padre iniziò una rivoluzione che viene emulata in molti paesi. Tante persone ci raccontano di aver cambiato vita grazie alla Urban Homestead”.

Un motto per chiudere…

“Jules Dervaes ha dichiarato: ‘Nella nostra società, coltivare da soli il cibo è diventato il più radicale degli atti. È veramente l’unica protesta efficace, quella che può  e distruggerà i poteri aziendali. Lavorare in armonia con la natura, è la cosa essenziale per cambiare il mondo: tramite questo processo, noi cambiamo noi stessi!’”.



more No Comments luglio 31 2018 at 09:14


Arturo Rencricca: Il Cristiano Ronaldo del peperoncino

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È campione italiano di una specialità particolare, quella dei mangiatori di peperoncino. In questa intervista ci svela tante curiosità della spezia, che fa tanto bene al nostro organismo

di Paolo Paolacci

Una semplicità esemplare ed una conoscenza profonda della sua materia: il peperoncino. Seguite questa intervista e forse il campione italiano vi sembrerà l’amico della porta accanto.

Arturo che cos’è per te il peperoncino?

“Il peperoncino fa parte della mia alimentazione giornaliera mi fa stare bene perché è considerata anche la spezia del buon umore. Quando la capsaicina entra in contatto con le terminazioni nervose della lingua e della bocca, i mediatori chimici di quei nervi trasmettono al cervello la sensazione di bruciore che di riflesso, percependo un falso allarme, secerne il suo antidoto naturale l’endorfina che a sua volta induce uno stato di ebbrezza e ha anche una blanda funzione antidolorifica. Il peperoncino, inoltre, esalta il sapore delle pietanze che mangiamo”.

Come hai iniziato a conoscerlo?

“Ho iniziato a mangiare peperoncino dalla tenera età di 5 anni. I miei nonni paterni erano soliti insaporire la pasta usando un po’ di peperoncino. L’uso ricorrente di questa magnifica spezia è dovuta da un fatto avvenuto quando avevo 12 anni. Era un giorno di agosto e stavo trascorrendo le mie vacanze a Guadagnolo, che è il paese delle mie origini paterne e materne. Ero a pranzo dai miei nonni, Arturo e Mia, e dopo aver finito di mangiare il primo, mia nonna cucinò anche dei peperoncini a sua insaputa, dato che era convinta che fossero dei friggitelli. Quando ne mangiai un piatto ebbi una sensazione di piacevole bruciore anche se più accentuato delle altre volte e da allora incominciai ad amare questa spezia”.

Come si diventa campione italiano di questa specialità?

“Per diventare campione rispetto ad altre persone, bisogna avere un’alta tollerabilità alla capsaicina, che si ha mangiando ricorrentemente  peperoncini sempre più piccanti. La varietà più piccante sono i chinensi di cui fanno parte gli Habanero, il Jolokja ,il Naga Morich, Seven Pot, il Trinidad Moruga Scorpion, per finire al Carolina Reaper, che attualmente è il peperoncino più piccante al mondo”.

Quanto è difficile allenarsi e in cosa consiste l’allenamento? 

“Io mangio con piacere peperoncini ogni giorno dalla mattina alla sera e quindi sono perennemente allenato. Alcune prove le ho fatte mangiando in quantità e velocemente il peperoncino ‘diavolicchio’. Nel 2016 sono arrivato secondo alla finale del Campionato Italiano di mangiatori di peperoncino, che si svolge a Diamante mangiando 700 grammi in 30 minuti. Nel 2017 nella ricorrenza del 25esimo anno del Festival sono diventato Campione Italiano mangiando 970 di peperoncino ‘diavolicchio’ in 30 minuti aggiornando il record che era fermo a 900 grammi”.

Hai frequentato e sei iscritto all’Accademia di Roma? Quante sedi esistono?

“Sono iscritto all’Accademia Italiana del Peperoncino che ha sede a Diamante e il suo presidente è  il professor Enzo Monaco. Nel Lazio l’Accademia Italiana del Peperoncino è rappresentata dalla delegazione Romana Ipse Dixit e il suo presidente è Antonio Bartalotta. Con Ipse Dixit collaboro da due anni e sono contento di farne parte; organizziamo diversi eventi enogastronomici nel territorio. Nel periodo invernale Ipse Dixit organizza una manifestazione di due giorni chiamata Strenne Piccanti in cui si possono degustare prodotti enogastronomici di alta qualità provenienti da ogni parte d’Italia. Insieme alla bravissima Chef in Tacco 12, Emanuela Crescenzi, abbiamo organizzato cene degustando piatti tipici del territorio abbinandoli alle varietà del peperoncino e introducendo una carta del peperoncino. Ad esempio, su una pasta e fagioli abbiamo usato un Cayenna, su un tonno fresco un peperoncino Aji Amarillo oppure un Rocoto, su un dolce un Jamaica Hot Yellow, tanto per fare qualche esempio. Sempre insieme ad Emanuela Crescenzi abbiamo preparato squisiti mega panini dai 3 ai 7 metri”.

Parliamo di salute: quali sono le principali qualità del peperoncino per il nostro benessere?

“Nell’ambito della medicina  stato riscontrato che il  peperoncino  ha molteplici qualità curative sulla nostra salute. E’ un antibatterico, accelera il metabolismo, è  un cicatrizzante a livello gastrico protegge riduce le patologie cardiovascolari. Vi elenco alcune patologie per le quali il peperoncino svolge un’azione benefica. L’uso costante del peperoncino abbassa il livello del colesterolo nel sangue, aiuta il cuore, agisce come vasodilatatore con grossi benefici però capillari per le vene e le arterie. Il seme del peperoncino contiene molto acidi polinsaturi che eliminano dalle arterie. Il colesterolo in eccesso e i trigliceridi. L’attività fibrinolitica del capsicum diminuisce l’insorgere di trombi, che oltre all’inferno causano anche le trombosi. Tropo peperoncino fa male alla prostata, ripetono molti urologi nei loro congressi. E’ una condanna senza prove. ‘Mangiatene senza paura’, afferma invece l’Associazione nazionale medici fototerapeutici attraverso il presidente Fabio Firenzuoli direttore a Empoli del Centro di Medicina Naturale. La capsaicina, dicono all’Associazione, agisce sul citocromo P450 inibendo la formazione di procancerogeni naturali e in particolare la crescita di cellule tumorali della prostata. Molti rinunciano al piccante perché temono le conseguenze delle emorroidi, tutto a causa di vecchi pregiudizi e disinformazione. Già nel 1857, l’Accademia Medica francese sanciva ufficialmente la validità del peperoncino contro ogni tipo di emorroidi. Una cosa è certa: nel giro di poche settimane spariscono congestione e dolore. L’azione terapeutica è dovuta alla vitamina K2 che è antiemorragica e alla capacità caratteristica del peperoncino che per chiudere le ferite chiama in soccorso le piastrine, la fibrina e tutti i materiali di riparazione. Si ottiene così un aumento di sangue delle zone interessate fino alla cicatrizzazione”.

Cosa c’è nel peperoncino?

“100 grammi di peperoncino contengono alcaloide: capsaicina, oleoresina, olio etereo contenente capsicala, acido malonico e citrico; calcio, ferro, magnesio, fosforo, potassio, rame, zinco e zolfo. E poi le vitamine: vitamina A, tiamina, riboflavina, vitamina B12, niacina, acido pantotenico, acido folico, vitamina C, vitamina E, triptofano, lisina. E poi ancora. Carotenoidi: capsantina. Acidi grassi: palmitico, miristico e oleico. Flavonoidi: quercitina, esperidina, cridietrina, lecitina, pectina. Sostanze azotate. Importante la vitamina C: in 100 grammi di peperoncini piccanti ce ne sono 229 milligrammi contro i 50 dell’arancia e del limone. Il peperoncino deve essere usato con equilibrio. Se per errore se ne abusa o non si sopporta il piccante, non bisogna ricorrere mai a un bicchiere d’acqua perché la capsaicina non è solubile con l’acqua, quindi non si scioglie e resta tutta sulla lingua e sulla bocca. Il rimedio ideale è  un bicchiere di latte oppure un po’ di yogurt o di formaggio; la capsaicina è molto solubile con i grassi. Se non si ha il latte e i suoi derivati si può bere un bicchiere di vino o utilizzando la mollica del pane. La capsaicina è solubile anche con nell’alcol”.

Com’è cambiata la tua vita anche con la promozione del peperoncino?

“In questo ultimi anni ho avuto modo di partecipare a numerose ed importanti manifestazioni sul peperoncino, che si sono svolte in Italia e vincendo gare di mangiatori di peperoncino molto importanti. Avendo vinto molte gare, sono diventato molto popolare nel mondo del peperoncino sia per la mia tolleranza alla capsaicina sia per definire le note aromatiche del peperoncino. Ogni peperoncino ha una piccantezza e un sapore diverso dall’altro. Il Carolina Reaper, che è attualmente il peperoncino più piccante al mondo, ha un retrogusto alla cannella e al cioccolato fondente. Un Black Panther ha un retrogusto alla mela. Un Habanero Orange ha un retrogusto molto fruttato e speziato”.

Esiste un sito o un contatto per chi vuole saperne di più? 

“Mi possono contattare su Facebook Arturo Rencricca. Sul gruppo Jack Pepper the Magic Cultivar, di cui sono amministratore. Presso Ipse Dixit delegazione romana dell’Accademia Italiana del Peperoncino. E poi ci sono miei filmati su Youtube, cercando Arturo Rencricca oppure lo pseudonimo Mr Spicy”.



more No Comments luglio 31 2018 at 09:10


Signore e signori… Lorenza Mario e Steven B.

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Face to face. Un’intervista a due voci, con le stesse domande poste ad entrambi ma separatamente. Un incontro speciale per due amici speciali e fra amici speciali, che da poco hanno debuttato entrambi sul mercato discografico – separatamente – attraverso un brano che li vede impegnati come cantanti

di Lisa Bernardini

Lei: Lorenza Mario, classe 1969, una delle artiste più complete del nostro Paese perché ballerina, attrice, conduttrice e non solo cantante.”E’ così che io vorrei” è il suo singolo d’esordio, uscito in tutti gli store digitali ad aprile per LEAD Records (distribuzione Pirames International), prodotto da Mario Zannini Quirini e scritto da Gerardo Duni, Paolo Audino e Mario Zannini Quirini.Artista poliedrica, con tanta gavetta e successi alle spalle. Ci piace ricordarla cantante in trasmissioni Tv di cui è stata anche protagonista tra cui “Buona Domenica”, “Domenica In”, “Il Bagaglino”, e in teatro in musical di successo quali “Un Americano a Parigi” e “Chicago”. Nel 2015 è in tour con Oscar Prudente per il suo brano più noto “Pensiero Stupendo”; nel 2016 partecipa a “Tale e Quale Show” trasmissione di Rai Uno, dove, al “Torneo dei Campioni 2018″, ha esordito vincendo la prima puntata con l’interpretazione di Dionne Warwick (oltre 5 milioni di spettatori, con il 23% di share). Questo e molto altro per un talento artistico poliedrico ed assoluto.

Lui: Steven B., al secolo Stefano Bontempi. Già performer di teatro, cantante attore e coreografo; la sua dedizione per il mondo dello spettacolo, la perseveranza, una certa dose di fortuna e il talento, gli hanno concesso collaborazioni con artisti del calibro di Gigi Proietti, Pippo Baudo, Vincenzo Salemme, Rita Pavone, Serena Rossi, Enrico Brignano, Gianluca Guidi, Luca Barbareschi, Giampiero Ingrassia, Johnny Dorelli e tanti altri, oltre ad essere da anni il coreografo e assistente artistico di Loretta Goggi. Grazie al suo percorso anche in campo sportivo, soprattutto nel tennis, ed essendo un fan di Roberta Vinci, la grande tennista italiana, ha scritto da poco un brano a lei dedicato (“Put the ball and …run!” per OML Theater)  e arrangiato insieme al maestro Fabio Frizzi (che è anche il co-autore delle musiche), in chiave ‘swing’, per omaggiarla in occasione del suo addio alle ‘scene’. Il brano è sostenuto moralmente  dal Comitato Nazionale Italiano Fair Play (Associazione Benemerita Coni) ed è nelle intenzioni destinato ad essere un inno rivolto ai giovani, lanciato come memory per i protagonisti che hanno fatto in positivo la storia dello sport.

Quando vi siete incontrati la prima volta? E in che occasione? 

LORENZA: “Nei primi giorni del 2004, alle prove del Musical ‘Chicago’, che poi portammo in scena con enorme successo di pubblico e critica fino alla fine di maggio. Cinque straordinari mesi trascorsi insieme che suggellarono l’inizio di una meravigliosa amicizia, ancor prima che di una lunga serie di incroci professionali sempre accolti con grande felicità”.

STEVEN B.: “Era il 2004, in occasione dell’allestimento teatrale del Musical ‘Chicago’. Lorenza splendida protagonista assieme a Luca Barbareschi e Maria Laura Baccarini”.

La prima cosa che hai pensato di lui/lei?

LORENZA: “Mi colpì subito la grande energia e l’inesauribile propulsiva positività con cui si presentava, davvero contagiosa. A ciò si aggiunga la grande serietà con cui affrontava ogni dettaglio; peraltro Steven in quell’occasione rivestiva il duplice ruolo di attore e assistente alle coreografie, curate da Cary Christ”.

STEVEN B.: “Nella mia testa ho pensato: Che bellezza assoluta! Un effervescente mix di sensualità e simpatia”.

Come definiresti Steven/Lorenza come professionista e come amico se dovessi presentarlo a qualcuno?

LORENZA: “Artista talentuoso, professionista su cui si può sempre contare, accurato nella preparazione e fantasioso ed efficace sulla scena. Come amico lo definirei innanzitutto con una parola che racchiude tutte le sfumature del suo carattere: è autentico!Assolutamente affidabile, generoso, totalmente incapace di mentire, disponibile e presente quando ne hai bisogno… insomma, un amico vero”.

STEVEN B.: ‘July’ (come la chiamo io) è la compagna di lavoro ideale: preparata, perfezionista, alla mano con tutti e autoironica, una qualità sempre più desueta nell’ambiente. Condividere il palco e la tournée con lei è un vero piacere! E’ un’amica discreta, mai invadente, che sa ascoltare e non ti fa mai pesare tutti i chilometri di distanza che ci dividono. Lei di base è a Padova, io nella Capitale”.

L’esperienza più bella come donna/uomo che ricordi? E quella come Artista?

LORENZA: “La nascita di mio figlio è stata una gioia e un’emozione indescrivibile, unica nella vita. Come artista, direi il mio esordio a ‘Rose Rosse’. Naturalmente, il prosieguo della carriera mi ha consentito di perfezionare progressivamente la tecnica che ho potuto poi esprimere con performance magari di maggior valore specifico, tuttavia il Bagaglino ha segnato una svolta decisiva nel mio percorso non solo consegnandomi un’enorme popolarità, ma soprattutto regalandomi l’opportunità di trasmettere al pubblico la mia grande passione per la danza e per il canto. Voglio ringraziare ancora Pingitore per aver messo in luce proprio questo aspetto, in uno show che tradizionalmente puntava solo sulla bellezza e sensualità della primadonna, piuttosto che sul suo talento artistico”.

STEVEN B.: “Difficile rispondere! Quella da uomo probabilmente in bilico tra i 50 anni di matrimonio dei miei genitori e la nascita di tutti i miei 5 nipoti; non sottostimate mai la ‘carriera’ dello zio! Come artista anche qui è difficilissimo: direi un compromesso tra accompagnare sul palco e duettare con la grande Loretta Goggi e depositare in Siae il mio primo singolo assieme all’amico Fabio Frizzi: ‘Unforgettable’”.

Recentemente approdata/o al mondo della pop-music. Di che si tratta? Cosa ti aspetti da questa nuova veste? 

LORENZA: Il progetto è nato per caso ed è bellissimo. Ho avuto l’onore di essere stata contattata da un team di professionisti di straordinaria levatura: Paolo Audino, autore di testi straordinari, basti pensare a ‘Brivido Felino’ per Mina e Celentano; Mario Zannini Quirini che ha arrangiato i brani, produttore e Maestro d’orchestra, spesso Direttore a Sanremo; Gerry Duni, musicista e cantante. Ebbene, durante la mia partecipazione a ‘Tale e Quale Show’ mi hanno proposto questa avventura discografica che mi ha ovviamente lusingata e che ho subito accolto con grande entusiasmo. Non mi aspetto nulla di preciso, ma non manca l’ambizione. In ogni caso si tratta di un meraviglioso nuovo tassello che si posiziona nell’articolato puzzle del mio percorso artistico”.

STEVEN B.: “Un piccolo ‘viaggio’ che ne nasconde uno molto più grande; ‘Put the ball and …run!’ è la voglia di mettersi in gioco mescolando sport, pop e ballo. E’ il desiderio, grazie alla Fair Play e al presidente Ruggero Alcanterini, di aiutare tutti quei giovani che, inseguendo una ‘palla’, corrono dietro al loro sogno. Io, in compagnia del nuovo ‘me’, Steven B. appunto, ho scritto qualcosa come 65 pezzi, tutti pop, tutti tra inglese, francese, Inglese e altro. Vorrei, piano piano, far conoscere la mia musica”.

Qual è il tuo sogno irrealizzato, quello da inseguire ancora finché non si realizza?

LORENZA: “Sono tanti, io amo la vita e adoro gustarla fino in fondo. Ho sempre fatto grandi sacrifici e mi sono sempre applicata con grande disciplina alla mia professione, ma sempre sostenuta da un’enorme passione ed entusiasmo. Sto ancora gustando la realizzazione di un sogno che avevo, il grande amore… quello che è arrivato inaspettatamente 6 anni fa. Se devo dire un sogno che avrei ancora nel cassetto: interpretare un Musical a Broadway. Chissà”.

STEVEN B.: “Il cassetto di Steven B. è stracolmo di sogni, ma ce n’è uno più ostinato degli altri: pubblicare il mio primo romanzo”.

Ti riconosci più talento come ballerina/o – attrice/attore o come cantante?

LORENZA: “Faccio fatica a dare dei giudizi a me stessa, sono piuttosto autocritica e sono sempre impegnata per perfezionare tutte le discipline. Diciamo che il mio primo grande amore è stata la danza”.

STEVEN B.: “Non so rispondere. Potrebbero più facilmente dirlo gli altri per me. La danza e’ stato il primissimo ‘amore’, a ruota poi il canto, la recitazione , le imitazioni, i travestimenti, ecc. Io sono un ‘prisma’”.

Un saluto per gli amici di GP Magazine.

LORENZA: “Amici di GP Magazine, vi mando un grande abbraccio e vi ringrazio di cuore dell’affetto che vorrete regalarci nel sostenere il mio amico Steven e me nelle nostre prossime tappe. Ciao, un bacio”.

STEVEN B.: “Carissimi amici di GP Magazine vi abbraccio a suon di note e ritmo augurandovi la più colorata e chiassosa delle estati! Stay happy!”.



more No Comments luglio 9 2018 at 14:35


Giampaolo Morelli: “Sto tornando con Coliandro”

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In attesa di tornare in tv con la celebre serie de “L’ispettore Coliandro”, il simpatico attore partenopeo è reduce da una bellissima esperienza di doppiaggio: ha prestato la voce a Max, un intelligentissimo cane poliziotto

di Giulia Bertollini

È pronto a tornare in tv il prossimo autunno con “L’ispettore Coliandro”, la serie che gli ha regalato la popolarità facendo breccia nel cuore di milioni di telespettatori. Nel frattempo però Giampaolo Morelli non si fa mancare nulla. Attore, conduttore e sceneggiatore recentemente è stato impegnato come doppiatore nel film “Show dogs”, una commedia divertente in cui i cani sono i veri protagonisti. In questa breve chiacchierata, realizzata alla Casa del Cinema in occasione della conferenza stampa per la presentazione del film, Giampaolo ci racconta qualcosa in più su Max, il personaggio a cui presta la voce, e sui suoi prossimi progetti.

Giampaolo, questa non è la tua prima esperienza nel doppiaggio. Infatti, in passato hai prestato la tua voce a Flynn nel film d’animazione “Rapunzel”. Insomma, ormai ci hai preso gusto. 

“Per un attore è una sfida affascinante cimentarsi con il doppiaggio. Non c’è la fisicità e devi riuscire a trasmettere l’emozione solo con la voce. E’ un limite che diventa uno stimolo. Senza la guida di Massimiliano Alto, direttore del doppiaggio, sarebbe stato tutto più complicato. Lo avevo già fatto con ‘Rapunzel’, ma qui dovevo dare voce ad un animale e quindi si trattava di un lavoro diverso. Mi è stato poi chiesto di farlo in napoletano e mi sono divertito molto. La possibilità di dar voce a Max mi è sembrata un’occasione unica”.

Qual è stata la difficoltà più grande che hai incontrato?

“La difficoltà è stata quella di trovare una caratterizzazione rispetto all’originale americano. Insieme a Massimiliano abbiamo studiato un accento partenopeo che però fosse ben cadenzato e si adattasse al meglio alla mimica canina e soprattutto a quella che era la parlata del doppiatore originale, il rapper Ludacris”.

Come ti sei preparato?

“Ho ascoltato la voce originale e in quei tempi ho cercato di adattare il mio slang. Anche questo ha rappresentato una difficoltà”.

E’ un personaggio che sembra avere molto in comune con l’ispettore Coliandro. Mi auguro almeno che sia più capace e fortunato. 

“Max è il poliziotto che Coliandro vorrebbe essere. Perché questo rottweiler è un poliziotto vero, cazzuto, forte, fico, mentre Coliandro siamo tutti noi”.

Qual è il tuo rapporto con gli animali?

“I cani mi piacciono, ma in questo momento mi bastano come bestioline i miei due figli che sono ancora piccoli. I miei genitori non mi hanno mai permesso di avere cani e ora che sono padre capisco il perché: le cose da fare sono tante e diventerebbe un impegno ulteriore. Poi, sai per il lavoro che faccio non sono sempre presente. Non credo mi farò mai un cane. Forse se avessi un giardino potrei pensarci, ma tenerli in un appartamento mi farebbe soffrire”.

Se dovessi però scegliere una razza, quale preferiresti?

“Ho conosciuto meglio il Labrador che è un cane dolcissimo. Mi piace molto”.

Un ruolo che ti piacerebbe interpretare e un regista con cui vorresti lavorare.

“Mi piacerebbe tanto lavorare con dei registi come Matteo Garrone e Francesco Patierno. Per quanto riguarda i ruoli, è indifferente. Ogni interpretazione è una sfida. L’importante è riuscire a fare cose che ti appartengono”.

Ci è arrivata voce che sono appena iniziate le riprese della nuova serie dell’ispettore Coliandro. 

“E vi è arrivata bene. (ride) Abbiamo iniziato a girare a Bologna le nuove puntate della serie che quest’anno non saranno sei ma quattro per ragioni di tempo e per fare tutto con più tranquillità”.

Altri progetti in vista?

“Ho in cantiere due film per il cinema e mi sto avvicinando all’idea di un debutto alla regia. Ma è ancora presto per parlarne”.



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