Augusto Fornari: L’arte di essere pigro

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Protagonista di film, fiction, prosa e cabaret è uno dei più eclettici uomini di spettacolo

di Mara Fux

È un personaggio divertente e molto bravo. Ha iniziato da giovanissimo. Scopriamolo attraverso questa bella intervista.

Passi dal ruolo di autore a quelle di attore o regista sia teatrale che cinematografico e televisivo: in realtà hai una preferenza? 

“Quello che preferisco è fare l’attore. Sono molto pigro e il mestiere dell’attore è un mestiere per pigri. Fosse per me farei solo quello. Fare l’autore e il regista è stato un ‘ripiego’. La difficoltà a trovare testi agli inizi del percorso lavorativo (‘carriera’ non mi piace) mi ha portato pian piano a scrivermeli da solo, a dirigerli da solo. Ma faccio molta fatica, ne farei volentieri a meno”.

Quanti anni avevi quando sei salito per la prima volta su un palcoscenico? 

“Avevo forse 12 o 13 anni. Palcoscenici parrocchiali, come nella migliore tradizione della provincia italiana”.

Avevi in mente dei modelli di attore ben precisi? 

“All’inizio non avevo un attore di riferimento. Avevo 6 o 7 anni e mi piaceva molto guardare i film, mi incantavo durante la cena perché entravo completamente nella storia, rimanevo a bocca aperta, tanto che mia madre mi doveva scuotere per farmi mangiare. Più tardi invece scoprii i grandi attori del cinema italiano tra cui Nino Manfredi che adoravo e che secondo me resta il più bravo, anche più di Volonté. L’ho detto! A teatro mi piaceva Proietti ma, devo dire, soprattutto Dario Fo. Sapevo “Mistero buffo” a memoria, tanto che lo recitai anche alla maturità”.

Hai frequentato varie scuole di formazione ma da quali Maestri senti di aver maggiormente appreso? 

“Ho imparato da tante persone. Ho cominciato con Alberto Fortuzzi, un bravissimo attore, regista, un Arlecchino che mi iniziò alla Commedia dell’Arte che resta il mio grande amore. Luciano Varano, un Pulcinella molto bravo col quale feci il mio primo spettacolo, m’ha insegnato il rispetto per la maschera. Ogni volta che uscivo di scena gettavo la maschera in terra perché avevo un cambio veloce: dopo avermi redarguito per 10 repliche mi diede uno schiaffone poco prima che entrassi in scena. Non ho mai più messo male una maschera. Poi Bepi Monai con l’Atelier de la Souris di Parigi con il quale ho lavorato per due anni, poi il laboratorio di Gigi Proietti con Virgilio Zernitz, Ennio Coltorti, Valter Lupo. Poi Ronconi, Peter Stein, poi Geraldine Baron dell’Actor’s Studio. Ci tengo a citarli tutti perché da ognuno ho appreso qualcosa di importante”.

Ricordi il primo ruolo “pagato”? 

“Sì. Il primo ruolo pagato fu nel ‘Pulcinella Orfeo per amore’ con il Gioco Teatro Comic di Roma, uno spettacolo di Commedia dell’Arte per la regia di Alberto Fortuzzi. Dove presi lo schiaffo per la maschera. Cinquantamila lire a replica. Ah, se m’avessero pagato anche i contributi”.

Il successo di fiction come “Il commissario Manara” o film come “Basilicata coast to coast” ti hanno dato maggiore visibilità: fa piacere essere riconosciuti per strada? 

“Essere riconosciuti può essere piacevole solo che io mi trovo in quello strano e imbarazzante limbo in cui la gente pensa ‘questo dove l’ho visto?’. Una volta un signore in una strada di Roma mi disse: ‘A te, te conosco, te conosco, sì. Tu c’hai una farmacia sulla Prenestina, vero?’”.

Il saper “anche” scrivere  o dirigere altri attori, pensi  possa essere un valore aggiunto alla tua professione? 

“Indubbiamente offre più opportunità di lavoro. Ho fatto regie anche d’opera, al Teatro Carlo Felice di Genova ed è un ambito che, al di là della mia passione per la lirica, non avrei mai potuto frequentare come interprete. Però credo che il fatto di scrivere e dirigere abbia limitato le mie possibilità d’attore. Dà un alone di ‘quello fa le cose sue’ e molti colleghi non ti pensano come qualcuno con cui collaborare. Ed è un peccato perché con Gianni Clementi per esempio, autore straordinario, ho fatto cose molto belle”.

Qual è il tuo testo cui sei più affezionato? 

“Il mio one man show, ‘Amnesie di un viaggiatore senza biglietto’. Fra le cose che ho scritto è quella che più mi rappresenta. Ha il giusto equilibrio fra risate e riflessioni. E’ uno spettacolo che reciterei tre volte al giorno, tutti i giorni. Quindi alla fine, se ci penso, non sono così pigro”.

La tua commedia “Finchè giudice non ci separi”, attualmente in tournée nazionale ed a Natale in cartellone al Teatro Vittoria di Roma, è diventata film per il cinema: ci sono altri progetti in vista? 

“’Finché giudice non ci separi’ è il testo che portiamo in scena quest’anno. Nasce al Teatro Golden, spazio nel quale ho lavorato in questi ultimi anni producendo più di dieci spettacoli. Alcuni di questi sono diventati film proprio come ‘Finché giudice non ci separi’ e l’imminente ‘La Casa di Famiglia’ che è la mia opera prima come regista al cinema e che è uscito nelle sale il 9 novembre. Vi recitano Stefano Fresi, Lino Guanciale, Matilde Gioli, Libero De Rienzo. Andate a vederlo. Fine dello spot”.

Se un ragazzino della scuola superiore ti chiedesse dei consigli per diventare attore, quale sarebbe il primo suggerimento che gli daresti?   

“Non do mai consigli per diventare attore. Posso solo dire di munirsi di pazienza perché per diventare un buon attore ci vogliono venti anni”.



more No Comments dicembre 11 2017 at 10:36


Franco Micalizzi: “Le chiamavano colonne sonore”

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La sua musica per film ha fatto da sottofondo sonoro alla vita di tante generazioni cinematografiche tra gli anni settanta e ottanta del novecento. Chi, anche tra i più giovani, non ha sentito almeno parlare di opere come “Lo chiamavano Trinità”, “L’ultima neve di primavera” o “Roma a mano armata”?

di Marisa Iacopino

Lui è Franco Micalizzi, tra i più straordinari compositori che il nostro Paese possa vantare, incontrato in occasione dell’uscita, per Viola Editrice, del libro autobiografico ‘Le chiamavano colonne sonore’.

Cosa ti ha spinto a scrivere un’autobiografia? 

“Ad un certo punto della vita ho sentito il bisogno di mettere ordine negli avvenimenti del mio passato:  quanti momenti speciali, quante emozioni che ogni tanto affioravano e mi riportavano il sapore di quel particolare momento. Ho sentito quindi il bisogno di ritrovare quei particolari avvenimenti e del come io li avevo percepiti. Spesso sono riaffiorati episodi che stavo forse per dimenticare”.

Tornare fisicamente nei luoghi della memoria reca più dolore che visitarli con le parole?

“Sì, talvolta sono tornato anche fisicamente su certi luoghi, ma l’emozione è stata troppo forte”.

A tuo dire, attraverso le fotografie si è in grado di recuperare odori, suoni, sensazioni… Le foto sono quindi come le madeleine per Proust, capaci di riportare in vita certi sapori del passato?

“Certo, le foto hanno un potere grande per me. Quell’attimo immortalato contiene molto di più di quello che si vede, e interi periodi riaffiorano. E poi la grana di una vecchia foto ti dà davvero la sensazione di rivivere quel tempo, tanto lontano rispetto alle foto digitali, apparentemente così fedeli nella riproduzione”.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la musica sarebbe diventata la cosa preminente della tua vita?

“Lo racconto sempre:  mia madre quando ero molto piccolo non mi addormentava con le solite ninne nanne, ma cantando con grande sentimento i successi dell’epoca. E quelle canzoni così suggestive mi piacevano molto. In seguit, la musica era la cosa che mi attraeva di più, e verso i 12 anni ho iniziato a occuparmene e a studiarla. Per me non esiste cosa più affascinante, e la mia vita è, e sarà sempre, piena di musica”.

Tu affermi che se non avessi composto musica, forse avresti voluto scrivere. Credi che uno scrittore possa portare musica nelle sue narrazioni attraverso le parole?

“E’ vero, lo scrivere mi è sempre piaciuto (l’italiano era l’unica materia a scuola che mi fruttò persino un 9 pieno!), e ancora mi piace perché la parola contiene una sua musicalità. Comporre i periodi è come scrivere una melodia più intima di quella musicale che risuona nella nostra mente. Sì, io credo che uno scrittore debba essere a modo suo un po’ musicale”.

Leggendoti, sappiamo che tuo fratello nell’infanzia è vissuto a lungo lontano dalla famiglia per motivi di salute. Se fosse capitato a te di dover stare lontano da tua madre che, come ci racconti, ti cantava certe arie invece di ninne nanne, la tua vita avrebbe avuto lo stesso corso?

“No, non sarebbe stato uguale dal punto di vista della mia formazione e del mio carattere. Sì, la musica sarebbe comunque emersa dentro di me ma forse sarebbe stata diversa. Non crescere vicino a chi ti ha generato  e ti ama provoca sicuramente dolore, e tu ne risenti per tutta la vita”.

Tu dici che “gli scrittori, i musicisti e tutti gli artisti con le loro opere, anche dopo la scomparsa, riescono a emanare una fortissima energia che interagisce con il presente”. Sei perciò d’accordo con chi afferma che l’arte è il superamento dello stato fisico, e dunque della morte?

“Sì, l’arte è certamente un superamento della fisicità: qualcosa che sfugge alle regole della vita comune e quindi anche alla morte. Diciamo che è una parte della nostra anima che riesce a sopravviverci”.

Quentin Tarantino “ha sdoganato” il cinema di genere italiano, riconoscendogli valore artistico, e ha più volte utilizzato tuoi temi musicali in film famosi, uno per tutti “Django Unchained”. Oggi, grazie a questo riconoscimento americano, pellicole come ‘Lo chiamavano Trinità’ sono considerate film di culto. Cosa rimproveri agli italiani: un pregiudizio da intellettuali, da provinciali, o forse l’incapacità di saper ridere di sé e di condire la vita con una dose d’ironia? 

“Certamente devo essere grato a Tarantino per aver scelto la mia musica per alcuni suoi film e in particolare per il film ‘Django’. E’ anche vero che Trinità era già per il pubblico un film di culto. Sono passati ormai quasi 50 anni e viene continuamente riproposto. Certo Tarantino ha contribuito a dargli quel titolo di ‘classico’. Ma sai, nel nostro paese un certo snobismo da parte della cosiddetta classe intellettuale c’è sempre stata. Vedi, per esempio, Totò considerato da questi una figura non eccelsa, e che oggi viene invece ricordato e onorato come un ‘superclassico’”.

La tua, ‘una vita d’artista’. Rifaresti tutto daccapo?

“Certo che rifarei tutto daccapo. Non potrei fare diversamente. Io sono il mio destino”.



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Massimiliano Buzzanca: Che cinema la vita!

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di Mara Fux

È figlio d’arte e da suo padre ha ereditato il talento. Eppure, non aveva iniziato la sua vita professionale nelle vesti di attore…

Attore, regista e adesso anche scrittore: esprimersi artisticamente su più fronti è forse la strategia che hai adottato per recuperare venticinque anni di avvocatura nei tribunali.

“Fortunatamente non sono stati venticinque ma solo dieci, altrimenti oggi avrei quasi settant’anni, visto che sono quindici che faccio l’attore. In ogni caso, non la chiamerei strategia, piuttosto necessità di espressione. Anche raccontare personaggi, storie, che siano interpretati o scritti su carta, in qualche modo fanno parte dello stesso lavoro”.

Mai pentito di aver gettato via la toga? 

“Assolutamente no. Anzi, pentito di non averlo fatto prima semmai”.

Da un figlio d’arte come te ci si aspetterebbe, come primo libro, un bel memoriale di ricordi d’infanzia ed invece non solo hai scritto un bellissimo romanzo ma l’hai pure arricchito di quel giusto mix di intrigo e passione che potrebbero farlo divenire in breve tempo un autentico best seller. Con quale criterio hai scelto le tematiche da trattare? 

“È stato tutto molto naturale, molte cose raccontate fanno parte di esperienze avute quando ho fatto il militare, altre sono racconti di persone che ho avuto la fortuna di incontrare, altre ancora sono frutto di pura fantasia. Certo mi sono divertito a mischiarle tra loro e a condire il tutto con l’ironia che mi ha sempre accompagnato anche nei momenti meno divertenti della mia vita. Poi ci sono considerazioni personali su alcuni temi trattati, senza voler dare un giudizio né, tantomeno, pretendere di insegnare qualcosa, che vorrebbero essere solo spunti di riflessione per il lettore”.

Quanto c’è di Massimiliano in Simone Bianchi, il protagonista del tuo libro? 

“Molto, ma non tutto. Non so se sarei capace di affrontare proprio tutto ciò che Simone affronta nelle pagine del libro, in alcuni casi, forse, Massimiliano se la darebbe a gambe levate”.

E’ vero che la cosa più difficile per chi scrive un romanzo è inserire la parola “fine”? 

“Infatti io non l’ho scritta. A parte gli scherzi, la tentazione è quella di aggiungere storie su storie e capitoli su capitoli. Nel mio caso, però, forse perché abituato a scrivere sceneggiature, sono arrivato alla conclusione in maniera alquanto naturale”.

“Che cinema la vita” titolo del romanzo edito da Male Edizioni è una strizzatina d’occhio dettata dal marketing che rimanda alla tua passione principale. Come mai non hai intrapreso la carriera di attore fin da giovanissimo? 

“Avevo un debito d’onore nei confronti dei miei genitori. Mia madre aveva sempre sognato di avere un figlio laureato e con un lavoro o da avvocato o da medico e, visto che mio fratello ha pensato legittimamente bene, a diciotto anni di andare in giro per il mondo a disegnare e vendere gioielli, io mi sono ritrovato in dovere se non altro di conseguire una laurea e di dimostrare loro di non essere il classico figlio di papà che vive del riflesso del lavoro dei propri genitori”.

Quanta emozione hai provato nel salire sul palcoscenico da professionista? 

“Nell’attimo precedente al debutto assoluto pensavo di non farcela, poi mi sono sentito a mio agio, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, o meglio, come se fossi nato per fare quello che stavo facendo. In effetti credo di essere a mio agio sul palcoscenico e non nella vita reale”.

In teatro il pubblico ha mostrato molte volte di apprezzarti e al cinema nel solo 2017 si contano almeno quattro titoli di nuova uscita con il tuo nome ben in evidenza ma un ruolo da protagonista stenta ancora ad arrivare. Il cognome che porti non agevola la via del successo

“Purtroppo no. Papà, tra il serio ed il faceto, dice sempre che devo aspettare la sua morte per avere il successo che secondo lui merito, ed io gli rispondo che quando lui morirà io avrò almeno settant’anni e sarò troppo vecchio per fare il protagonista”.

Stai già pensando ad un secondo libro? 

“In realtà sto pensando al seguito di questo libro e in più sto preparando una serie di romanzi dai quali sto cercando di trarre una serie televisiva che si chiamerà ‘L’Albino”, una sorta di criminal, con tanto di profiler”.

Ci sono in vista spettacoli teatrali in cui reciterai o stai concentrandoti sulla distribuzione del libro? 

Non riesco a stare fermo, sto preparando uno spettacolo per il prossimo inverno, che dovrebbe essere il mio primo spettacolo ‘in solitario’ il cui titolo provvisorio è ‘Massimiliano Buzzanca ai domiciliari’, poi sto cercando di parlare con un famoso regista di musical per cercare di rimettere in piedi la commedia musicale citata prima”.



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Giulia Vecchio: Una venere di successo

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E’ una delle protagoniste della seconda edizione de “Il Paradiso delle Signore” dove interpreta Anna Imbriani

di Giulia Bertollini

Preferisce sentirsi dire che è brava piuttosto che bella. Giulia Vecchio, attrice e violoncellista, è una delle protagoniste della seconda stagione della serie tv di successo “Il Paradiso delle Signore” in onda in queste settimane. In questa piacevole chiacchierata, ci parla dei suoi nuovi progetti svelandoci qualche curiosità in più sulle sue passioni.

Giulia, sei una delle protagoniste della fiction Rai “Il paradiso delle signore”, arrivata alla sua seconda stagione. Ancora una volta, gli ascolti tv vi stanno premiando. Secondo te, qual è il segreto di questo successo? 

“Credo che questo successo sia dovuto in particolare al riferimento storico agli anni ’50, ad un passato recente che i nostri nonni hanno vissuto e che ci hanno tramandato attraverso i loro racconti. Anche la moda e lo stile di quegli anni hanno avuto un peso importante nella sceneggiatura della serie. Un ulteriore punto di forza è dato dalle storie semplici di umili ragazzi che lottano per costruire la propria identità. Trovo che sia interessante ripercorrere un passato che non è più attuale ma che conserva ancora oggi il suo fascino”.

Nel romanzo “Al Paradiso delle Signore” di Emile Zola, a cui è ispirata la prima stagione della serie tv, si legge “la donna è sempre vinta dalla pubblicità, e fatalmente accorre al rumore”. Sei d’accordo? E tu che rapporto hai con la moda?

“Sono dell’opinione che oggi la pubblicità sia veicolata dai social. Basti pensare che a volte tutto ciò che indossiamo  diventa pubblico. E’ importante però che alla base di questa condivisione non vi sia un’estetica fine a se stessa. Negli ultimi anni, la moda femminile si è maggiormente evoluta nelle sue forme creative e ciò probabilmente è anche dovuto al fatto che la donna attrae di più per la sua stessa conformazione fisica. Per quanto riguarda il mio rapporto con la moda, non sono assolutamente una maniaca dello shopping. Anzi, il mio abbigliamento è sempre lo stesso.  Cambio solo le valige”. (ride)

Nella serie tv interpreti Anna Imbriani, una delle “veneri del paradiso”. Una donna coraggiosa, che in barba alle convenzioni degli anni 50, si trova a crescere da sola un bambino e a lottare per l’indipendenza economica. Secondo te, qual è la condizione della donna oggi? Pensi che sia migliorata rispetto al passato?

“In parte, penso che sia migliorata. Oggi, rispetto al passato,  una mamma che lavora ha la possibilità di rivolgersi a strutture come gli asili nido o di trovare sostegno presso persone della propria famiglia. Dall’altra parte però, consultando le statistiche, mi sono accorta che in Italia non ci sono molte aziende che adottano misure volte a tutelare la maternità. Ritengo che sia ancora difficile per una donna in carriera riuscire a conciliare la famiglia con gli impegni di lavoro”.

Non tutti sanno che nel 2010 hai partecipato al concorso di Miss Italia. Quali ricordi conservi di quell’esperienza? E quale ruolo ha la bellezza nella tua vita?

“Non ne parlo molto volentieri perché è un’esperienza che poco centra con il mio percorso professionale di attrice. L’ho vissuta senza particolari pretese e con la spensieratezza dei miei 17 anni. Nel complesso, si è trattata di una bella parentesi che mi ha permesso di instaurare belle amicizie. Riguardo la bellezza, cerco di viverla interiormente e non esteriormente. La bellezza esteriore è per gli altri non per me stessa”.

In un’intervista ad un noto settimanale, hai dichiarato di essere brava nelle imitazioni. Qual è il tuo cavallo di battaglia?

“Mi diverte molto imitare Belen anche se non nascondo che durante il periodo di formazione al Teatro Piccolo di Milano i miei soggetti preferiti erano gli insegnanti. Sul set de “Il paradiso delle signore” sono arrivata ad imitare anche costumiste e registi”. (ride)

Tra le tue passioni c’è anche la musica. Come ti sei avvicinata allo studio del violoncello? Quali compositori prediligi?

“Bella domanda! Mi sono avvicinata allo studio del violoncello mentre frequentavo la scuola media ad indirizzo musicale.  E’ uno strumento che sprigiona un suono materno. Uscita dal Teatro Piccolo, sono riuscita poi a coniugare questa mia passione con il canto lirico e la recitazione nello spettacolo ‘La buona novella’ di De André in cui interpretavo Maria. Tra i compositori, Bach è uno dei miei preferiti assieme a Vivaldi”.

Parliamo di attualità. In queste settimane, il caso Weinstein è diventato di dominio pubblico dopo le accuse di molestie avanzate nei suoi confronti da un nutrito elenco di attrici. Hai mai subito avances sul lavoro? 

“Sì è successo ma dipende da come riesci a gestire la situazione. Sono convinta che le persone che compiono questo tipo di abusi non siano consapevoli di cosa sia l’arte. Parlando della mia esperienza personale, nel momento in cui ho percepito un’attenzione non relativa al mio talento, ho deciso di sospendere il provino. Sono stata sin da subito molto chiara”.

Qual è stato il complimento più bello che hai ricevuto? E la critica che ti ha ferito di più?

2A conclusione degli spettacoli teatrali in cui ho lavorato, alcune persone sono venute a complimentarsi dicendomi “mi hai fatto emozionare perché mi sono tornati in mente tanti ricordi della mia vita”. In quel preciso istante, ho sentito che il mio lavoro aveva avuto un senso e che era riuscito ad esprimere il vero. Nel mio percorso professionale, mi sono sempre impegnata il triplo perché volevo sentirmi dire di essere brava piuttosto che bella. E quando venivo a sapere che alcune scelte erano state fatte in base alla mia estetica e non per il talento è inutile dire che ci sono rimasta davvero male”.

Hai un curriculum ricco di esperienze teatrali. Considerando che sai cantare, ballare e recitare ti piacerebbe cimentarti in un musical? Se sì, quale?

“Ti dico di no perché il musical presente in Italia non mi ha mai entusiasmato. La nostra tradizione è fondata sull’opera lirica e non riconosce il musical come un proprio prodotto culturale. E’ evidente che se ti rechi a Londra a vedere questo tipo di spettacolo, rimani a bocca aperta. Ci potrei fare un pensierino solo se mi trovassi da un’altra parte e con un altro tipo di preparazione”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Sto partecipando in questo periodo alle riprese della serie americana ‘Trust’ diretta dal regista Danny Boyle. Per il futuro, speriamo che ci sia qualche altra bella novità dietro l’angolo”.



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Eleonora Pariante: Gli ingredienti di un’attrice

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Come passare da un ruolo all’altro per essere attrice al 100 per cento

di Mara Fux

Eleonora Pariante è una di quelle attrici che si vede lontano un miglio che ha studiato. E’ salita sul palco per la prima volta a 17 anni e da allora non si è più fermata.

Tanto teatro, un po’ di cinema, quel punto giusto di televisione: è la ricetta giusta per essere oggigiorno una buona attrice? 

“Una buona attrice è un essere umano che si assume la responsabilità di ciò che fa, di ciò che dice e che pensa al 100 per cento, in questo modo diventa un’artista sempre capace ad essere autentica e credibile, che riesce con onestà a trasfondere in quello che fa, ciò che sente”.

Nella tua realtà di donna, sei brillante ed eccentrica come ne “il toy boy di mia madre”, elegante e civettuola come la Celimene de “Il misantropo”, scontrosa e bizzosa come Caterina de “La bisbetica domata”?

“Posso dire tutte e quattro? Forse l’unica cosa che non sono davvero è bizzosa, diventando adulta (da poco!) ho imparato che i capricci non servono a nulla, preferisco conquistarmi le cose. Col tempo credo di essere diventata un po’ scorbutica nel senso che so bene quello che voglio e non mi va di perdere tempo. Detesto i convenevoli e le smancerie legate alla superficialità di certe situazioni. Preferisco andare dritta al punto, ma questo forse a volte mi rende un po’ brutale.  Eccentrica, a me sembra di non esserlo”.

Un ruolo che, vedendolo in scena, avresti voluto interpretare tu? 

“Per anni ho desiderato poter interpretare Blanche Dubois in ‘Un tram che si chiama Desiderio’. E’ più di  recente invece, anche perché sarebbe un ruolo per me più difficile da sostenere, una sfida da vincere visto che  i ruoli brillanti sono davvero i più complessi da affrontare, quello di Sugar in ‘A qualcuno piace caldo’. E poi mi piacerebbe moltissimo interpretare il ruolo di Maria nel lungometraggio che ho scritto ma il mio produttore mi ha chiesto di scegliere. O la regia o la recitazione. E’ un film complesso che si svolge in un convento durante la Santa Inquisizione, quindi poiché è davvero una mia creatura, preferisco accompagnare il film come un genitore e mettere tutta l’attenzione, la cura, la creatività nella regia. Vedremo…”.

Angela Danesi, che hai interpretato in “CentoVetrine”, è una donna complessa a tratti cattiva. Interpretare un ruolo negativo non può influire negativamente sul rapporto con il pubblico? 

“Il ruolo della Danesi era complesso, sai nelle soap in genere i caratteri sono tagliati, i buoni e i cattivi. Angela era una donna disperata, che per amore si spingeva fino a compier un’azione terribile tanto da finire in una clinica per malattie mentali. Per anni gli attori non hanno amato  interpretare i cattivi; con la nuova cinematografia, legata alla delinquenza si è sdoganato anche il ruolo del cattivo. Il pubblico si affeziona anche a quelli”.

A che età sei salita la prima volta su un palcoscenico? 

“Ah che ricordi! Avevo 17 anni, con Duccio Camerini facemmo ‘La scuola delle mogli’ di Molière, dove interpretavo Agnese. Ancora ricordo il monologo”.

Recitando in quale spettacolo ti sei poi convinta che avresti fatto l’attrice per professione? 

“E’ stato dopo due o tre anni che lavoravo con Camerini, avevamo fondato una compagnia di giovani, mi sono detta che mi piaceva fare quello che stavo facendo. Vengo da una famiglia che ha fatto cinema tutta la vita. Sapevo bene cosa significava. Quando dissi a mio padre che volevo fare l’attrice, la prima cosa che mi disse fu: ‘Bene, studia e preparati al meglio per esserlo!’”.

Spesso abbracci progetti come regista o autrice di cortometraggi. Curiosità, voglia di sperimentarsi o che altro? 

“Credo che il caso non esista; ad una lettura della mia vita artistica,  potrebbe sembrare che io abbia iniziato per caso a scrivere per il teatro, per caso a fare la regia di alcuni spettacoli, ma in realtà è stato un naturale convogliare tutto quanto appreso e imparato e soprattutto, amato, negli anni. Accettare di sostenere la prima regia un po’ mi preoccupava ma poi ho visto che quello che facevo veniva bene. Il pubblico si appassionava si divertiva e apprezzava quello che vedeva e vede e propongo, quindi proseguo. In realtà poi io sono una che pensa per immagini, amo moltissimo il cinema, i fumetti i disegni animati, mi piace raccontare cose concettuali in modo semplice ed emozionante, e rendere le cose semplici ficcanti, efficaci… proseguo?”

A fine gennaio sarai al Teatro Anfitrione ne “La Bisbetica Domata” di Shakespeare diretta da Marco Belocchi: ti era già capitato di interpretare Caterina? 

“No, mai prima e ne sono felice. Caterina è uno di quei personaggi niente affatto semplici. Shakespeare dopo secoli è imbattuto. Nessuno come lui è riuscito sempre a  raccontare l’animo umano in modo suggestivo, mai ovvio, ha trasformato in oro le parole che raccontano le vicende dei suoi personaggi, ha osato rivelare con parole chiare ed inequivocabili tutte le sfumature dei sentimenti umani, dai più nobili a quelli più abietti. Sono molto orgogliosa che Marco Belocchi veda in me un’attrice con la quale poter collaborare”.

Una buona ragione per non perderselo?

“Marco riesce a realizzare sempre spettacoli belli, interessanti, con un punto di vista che spiazza e sorprende, lavora poi alla traduzione ed all’adattamento del testo per mesi e pur rispettando moltissimo la filologia li rende sempre attuali, di facile fruizione, divertenti insomma: non vedo l’ora di vederlo anch’io!”.



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Dalla passione alla professione, la fotografia secondo Luca De Nardo

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di Alessia Bimonte

Luca De Nardo è un fotografo ricco di talento. La sua fotografia è arte e un linguaggio che esprima la propria personalità. I suoi lavori non sono mai banali in ogni soggetto immortalato.

Fotografi per passione?

“Sì. In realtà sono fotografo da circa 7 anni. Prima facevo ben altro. Mi sono avvicinato alla fotografia mentre facevo il magazziniere in un’azienda di prodotti per la fotografia. Vedevo fotografi tutti i giorni e ascoltavo i loro racconti e le loro esperienze. È così che ho scoperto la fotografia come linguaggio, perché di linguaggio si tratta”.

Come sei passato dalla passione alla professione?

“Il passaggio è stato abbastanza veloce, dopo aver comprato la mia prima macchina fotografica ho iniziato a lavorare in proprio dopo un periodo di avvicinamento a questa forma di espressione. Ho sempre voluto scattare per me, volevo qualcosa di mio, poter percepire la vita a modo mio. Questa voglia di scattare foto che appartenessero a me e che andassero oltre le tendenze, oltre le regole…”.

Che tipo di fotografo sei?

“Scatto di tutto, foto industriali, paesaggi, ritratti, book fotografici… ma quello che più mi appartiene è la continua ricerca della donna da interpretare”.

Perché proprio la donna?

“Perché il mondo della donna è sempre così affascinante, complesso e segreto, tutto da scoprire. E la mia ricerca si è sempre concentrata sulla donna in quanto espressione di se stessa, come contenuto e non contenitore”.

Una ricerca molto complessa, come si articola?

“Fotografo e persona ritratta sono al pari in un processo congiunto, di co-creazione, un flusso di esternazioni, di sensazioni. Questo lavoro di relazione avviene anche a livello psicologico. Quando poi si analizza il lato dell’erotismo femminile, il tutto si evolve a puro stato mentale in quanto completamento della donna medesima che si mette a nudo, nel senso di essere se stessa. Oggi si travisano molto questi concetti come disdicevoli”.

Uno dei tuoi ultimi lavori si è svolto durante la Fashion Week ad Ischia. Che esperienza è stata?

“Bellissima ma folle; cercare di tirar fuori il meglio nella frenesia e nel tumulto degli eventi che si sono susseguiti. Scatti a modelle e modelli, ospiti… un’esperienza incredibile alla quale non rinuncerei per niente al mondo; incontrare e conoscere persone da ogni parte del mondo e poter condividere qualcosa con loro”.

Ci sono nuovi progetti ai quali stai lavorando?

“Alcune mostre fotografiche, tra cui ‘Nine’, nove opere che raccontano nove storie erotiche di donne, un importante libro con un editore romano e una collana autoprodotta dal titolo ‘Eros’; inoltre una formazione fotografica, viaggiando per vivere realtà, contesti insoliti, desueti e sconosciuti lontani o vicini con modelle e fotografi. Sono appena tornato dal Marocco, ma ripartirò per altre destinazioni come Cuba e Grecia”.



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Luca Panichi: Lo scalatore in carrozzina

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di Irene Di Liberto

Luca Panichi, classe 1969, ex ciclista. Una vita vissuta per e nello sport. Nel 1994 un incidente stravolge la sua vita. Vulcanico, nella vita come nelle sue scalate; un’onda sempre in movimento dalla quale non sai mai cosa verrà fuori: sereno con dentro la tempesta.

Che tipo eri da bambino, sempre così risoluto come adesso?

“Da piccolo mi chiamavano il ‘comandone’, perché quando giocavo con i miei amici il rispetto delle regole era fondamentale, se qualcosa durante il gioco non funzionava come avrebbe dovuto, io interrompevo per chiedere una sorta di giustizia”.

Luca ciclista: quando è nata la tua passione?

“Il ciclismo è, allo stesso tempo, una passione e un’eredità di famiglia. Avevo circa otto anni quando mio zio, ritenendomi troppo grande per andare con le rotelle, tolse le ruote alla bici e io, da quel giorno, decisi di prendere la maglietta sportiva della GS Lame Lucarelli”.

Fu un amore a prima pedalata.

“Era il 1994, Giro dell’Umbria nazionale dilettanti, una gara come un’altra e, invece, quel terribile incidente. Non parliamo delle conseguenze negative, che tutti immaginiamo, ma di quelle positive. Subito dopo l’impatto fortissimo con l’auto, la prima mia reazione non fu di disperazione, ma di voler riprendere subito la bicicletta perché, prima dello scontro, stavo per raggiungere nella cronometro, l’atleta che mi precedeva. Al mio istinto non corrispose il movimento: ero completamente paralizzato, benché vigile; e quella fu la mia fortuna perché, avendo una triplice lesione cervicale, se mi avessero spostato mi avrebbero staccato la testa. La lucidità mi permise di accedere a un soccorso adeguato e questo mi ha salvato la vita. Non parlo mai di una vita uno, pre-incidente, e una vita due, post-incidente. Sono sempre Luca, con il bagaglio di esperienza di 17 anni di ciclismo e, in più, una nuova situazione con le stesse credenziali, anche se devo misurarmi con un contesto diverso, diametralmente opposto al mio obiettivo, che era quello di diventare atleta professionista. Diciamo che ho spostato il fulcro delle mie energie nel recupero della mia autonomia. Lo sport in questo mi ha aiutato molto, permettendomi di ovviare all’imprevisto,utilizzando al meglio tutte le risorse di cui potevo disporre e, direi, che la cassetta degli attrezzi me la son trovata già bella piena”.

Quanto è importante la tua famiglia in questo percorso?

“Nel mio contesto di vita sia prima, sia e, soprattutto, in una situazione contingente come quella dell’incidente, ho potuto beneficiare di una reazione positiva di tutto l’ambiente familiare. Mio padre, spesso, prima di una gara era solito andare a pulire i bivi delle discese dove c’erano dei sassi che potevano mettere a rischio l’incolumità non solo mia, ma di tutti gli altri ciclisti. I miei genitori erano presenti nel momento dell’incidente e, vedendo che io ero ancora in vita e si poteva lottare, mi hanno trasmesso un’energia, che sommata alla mia, ci ha permesso di affrontare tutti i passaggi con molta determinazione e positività. Anche i miei fratelli mi hanno supportato in ogni situazione. Quando fui ricoverato a Firenze, essendo in difficoltà anche nella gestualità di suonare il flauto, che è un’altra mia passione, sorreggevano lo strumento in modo che io, con il sottofondo della musica di Dolores O’ Riordan, facessi un esercizio di motricità fine. E, in un’altra occasione, mi aiutarono anche a far riabilitazione di nascosto, dentro una struttura, portando lì un fisioterapista e collaborando con lui”.

Credi in Dio?

“Credo in Dio. Il concetto di fede per me è contenuto in una canzone di Umberto Tozzi ‘Forse credo in Dio’, l’ultima strofa recita così: ‘Forse credo in Dio e forse è solo amico mio. Forse esiste Dio e forse è solo amico mio. Salvaci da tutto perché ti richiamerò. Sto aspettando il giorno che parleremo un po’’. Questa è quasi la metafora del mio percorso. Dopo l’incidente non ho pensato: perché è successo a me?. E da lì sono stato più cosciente del mio contenuto di fede. Non ho mai imputato a Dio il fatto di non avermi protetto, anzi, durante l’incidente mi sono sentito veramente protetto e sostenuto”.

Spesso, nelle tue interviste ti ho sentito parlare di resilienza: cosa è per te e come l’hai sviluppata?

“E’ un concetto legato al vissuto e alle esperienze di una persona. Resilienza è trovarsi a fronteggiare una situazione disarmante e, automaticamente, sviluppare un atteggiamento positivo che ti permette di  aggirare l’ostacolo, pur standoci dentro ovvero riuscire a riempire quel bicchiere che quasi sempre nella vita è mezzo pieno. Sono veramente fortunato perché, avendo cominciato a gareggiare all’età di otto anni, mi sono misurato l’attività sportiva contestualmente a quella della scuola, situazione che mi ha permesso di diventare, prima, uomo e, poi, atleta”.

Se non avessi fatto il ciclista, cosa ti sarebbe piaciuto fare?

“Avrei avuto molto più tempo per dedicarmi al percorso di laurea in Scienze Politiche. Che ho, comunque, conseguito con ottimi risultati: l’ode accademica e una tesi sul senso civico degli italiani. Successivamente, ho frequentato un master, alla Lumsa di Roma, sulla consulenza politica. La politica, infatti, mi accompagna da sempre: a otto anni andavo in bicicletta, ma discutevo anche di Berlinguer e Craxi con un mio amico d’infanzia. In questo momento storico la politica mi lascia molto perplesso perché non ritrovo un riscontro nel far politica… mi sento un po’ orfano”.

Prossimi progetti?

“In ambito sportivo, ho già due programmi importanti per il prossimo anno: la scalata bis della Punta di Veleno, un mese prima della scalata dello Zoncolan. La collaborazione con un’azienda sulle energie rinnovabili che si muove con un concetto etico nel far business e che mi permetterà di diventare mental coach in ambito lavorativo-professionale. In campo associazionistico, sono entusiasta di un nuovo progetto dell’associazione Ghismo ONLUS, che addestra e affida cani a persone disabili, in collaborazione con il Bambin Gesù di Roma, per misurare e valutare l’induzione della Pet therapy su bambini con problematiche motorie e cognitive. All’interno delle scuole, sto sviluppando attività di mental coaching per lo sport integrato, ma anche per vivere, leggere, narrarsi e, allo stesso tempo, narrare lo sport in maniera diversa e migliore”.



more No Comments dicembre 11 2017 at 10:21


Rossella Brescia: La showgirl con la danza nel cuore

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Ha aperto una scuola di danza al sud, nella sua città, per dare una possibilità a chi insegue un sogno. Una bella realtà dove passano tanti illustri ballerini che contribuiscono a valorizzare questo progetto. Da quest’anno c’è la novità della recitazione

di Silvia Giansanti

Se qualcuno pensa che Rossella Brescia sia emersa con la radio, sta prendendo un grosso granchio. Da anni, infatti, questa donna così caparbia ha aperto il suo cuore alla danza che è stato il suo primo amore, ottenendo risultati più che soddisfacenti. E’ una persona dalle mille risorse che si muove anche nell’ambito televisivo come ballerina, conduttrice di programmi e testimonial di spot e nella radio, essendo nel cast del seguitissimo programma del primo mattino “Tutti pazzi per RDS”. Da rigorosa ballerina a showgirl insomma. Rossella porta avanti i suoi importanti progetti, mantenendo quella genuinità caratteristica dei pugliesi. Da qualche anno ha voluto pensare a chi desidera intraprendere un percorso di studi di danza, aprendo una signora scuola proprio nella sua città natale Martina Franca, offrendo una valida opportunità a chi vive in quelle zone che non offrono molto. E allora tutti in punta di piedi.

Rossella, visto che sei venuta fuori come ballerina, ripercorriamo in breve i tuoi esordi.

“Ho fatto l’Accademia Nazionale di Danza a Roma e la mia passione per la danza è nata con vari miti che vedevo in televisione, guardando semplicemente i grandi show del sabato sera o programmi come ‘Maratona d’Estate’ di Vittoria Ottolenghi. La tv che molti demonizzano in questo momento, ai tempi in cui non esisteva internet, mi ha appassionato alla danza”.

Aprire una scuola di danza è sempre stato il tuo sogno?

“E’ sempre stato nei miei sogni perché per studiare danza in modo serio, ero costretta a spostarmi da Martina Franca con i mezzi che ci impiegavano una vita per arrivare a destinazione in città come Bari. Una volta terminata l’Accademia, ho voluto aprire una scuola di danza nella mia città per dare a tutti i ragazzi, lontani dalla grandi città, la chance di essere a contatto con il mondo del lavoro, perché non serve solo studiare. La danza non va vissuta solo in sala prove, ma si devono fare esperienze di palcoscenico”.

Quindi la scelta della tua città è stata voluta.

“Sì, perché Roma già pullula di grandi scuole, mentre invece nel sud non c’è offerta per i ragazzi che vogliono intraprendere questo percorso. Infatti mi sono  dovuta spostare anni fa nella Capitale. Ho voluto dare così la possibilità a chi risiede nella mia zona d’origine. Ho vissuto il sacrificio sulla mia pelle e così ho voluto dare l’occasione a chi è distante per motivi geografici”.

Chi ti ha sostenuto in questo progetto?

“La mia famiglia che mi ha aiutata psicologicamente ed umanamente”.

Come ti organizzi per seguire il tutto, visto che risiedi a Roma?

“Una volta al mese torno giù. Dato che dalla danza ho acquisito molto pragmatismo, riesco ad organizzare e a far quadrare tutto. In quella volta al mese organizzo il lavoro che gli studenti devono fare con gli insegnanti validi. I miei mi gestiscono la scuola a livello amministrativo perché io non so gestire questo aspetto. Per me esiste solo quello artistico”.

Chi insegna nella tua scuola?

“C’è un’insegnante diplomata al Teatro dell’Opera di Roma. Chi insegna deve avere avuto esperienze valide di palcoscenico e un diploma, non ci si improvvisa insegnanti”.

Che tipo di corsi ci sono?

“Corsi come in una scuola normale, si va dalla classica alla moderna. Da quest’anno c’è anche una cosa interessante perché secondo me una ballerina deve essere completa (senza le parole si deve far capire un balletto) e per questo c’è un seminario di recitazione gestito da Carlo Dilonardo, un bravo regista, martinese anche lui, che ha studiato a Roma, Con ciò voglio cercare di ampliare il discorso dell’arte e dello spettacolo”.

Sei soddisfatta dei tuoi ragazzi. Hai potuto appurare che ci sono talenti veri?

“Sono molto soddisfatta sia di quelli che studiano con dedizione anche se hanno deciso che la danza non sarà il loro mestiere e sia di quelli che hanno puntato tutta la loro vita su questa disciplina provandoci. Sono particolarmente contenta di una ragazza, Vanessa Liberto, che è entrata al sesto corso alla Scuola della Scala di Milano. Poi c’è stata una bambina che è stata ammessa ai corsi del Teatro dell’Opera, ma essendo troppo piccola, i genitori per il momento non se la sono sentita di farla continuare. Però ha avuto una bella soddisfazione, magari più avanti potrà riprovare”.

Nella tua scuola passano anche personaggi importanti.

“Certo, ci sono insegnanti della Scala e del Teatro dell’Opera che passano giù a Martina Franca. Ci sono insegnanti e ballerini straordinari come Veronica Peparini, Kledi, Mauro Astolfi e tanti altri che mi stanno dando una mano”.

Come si svolgono le lezioni nell’intero anno scolastico?

“Ad anni alternati c’è uno spettacolo finale. Un anno faccio venire dei maestri da fuori e l’altro anno metto su uno spettacolo vero e proprio. Infatti, quest’anno abbiamo invitato Alessio Rezza e Rebecca Bianchi, due fantastici ballerini del Teatro dell’Opera. Cerco sempre dei grandi talenti in modo tale che possano portare a Martina Franca il repertorio di un classico, in modo da constatare dal vivo a quale livello si può arrivare. I grandi studiano tutti i giorni, mentre i più piccoli hanno lezioni per la loro età”.

Da cosa si riconosce un vero ballerino?

“Si riconosce innanzitutto dalla grande passione che ha. Esistono anche molti bravi che però non hanno questo fuoco dentro e quindi il loro talento purtroppo è destinato a finire lì. Invece ci sono altri magari meno talentuosi, che però hanno un amore smodato nei confronti della danza ed è proprio questo che li porterà alla conquista delle scene”.

Di solito chi svolge questa attività è un tipo preciso, determinato e ha tanta disciplina. Tu invece hai saputo tirare fuori altri lati del carattere, misurandoti con programmi tv e radio che hanno un’altra impronta.

“Sono una furiosa del mestiere, sono una che pensa all’arte a 360 gradi. Non sono per l’artista finalizzato solo nella sua materia specifica, ma egli deve saper fare tante cose, Dietro a tutto quello che faccio, c’è uno studio, non ci si improvvisa. Specialmente in teatro sul palco, dove si è messi a nudo”.

Oltre alla scuola di danza, sappiamo che hai un impegno quotidiano con il programma radio “Tutti pazzi per RDS”. Qual è il tuo motto appena sveglia, prima di catapultarti in diretta?

(Ride) “Non ho un motto ma mi do forza e coraggio per scendere dal letto e vestirmi. Dopo lo shock della sveglia, quando arrivo in radio poi passa tutto. Specie adesso che andiamo incontro all’inverno, diventa tutto più complicato alzarsi con il freddo e con poca luce”.

CHI E’ ROSSELLA BRESCIA

Rossella Brescia è nata a Martina Franca (TA) il 20 agosto del 1971 sotto il segno del Leone. Caratterialmente si definisce molto precisa e testarda. Ha come hobby andare al cinema, adora i panzerotti e le orecchiette con le cime di rapa. Simpatizza per la Roma. Le piacerebbe vivere a New York. Attualmente non possiede animali domestici e ha come compagno di vita Luciano Cannito. Ha studiato all’Accademia Nazionale di Danza Classica di Roma, debuttando nel 1994 nello spettacolo tv “Tutti a casa” condotto da Pippo Baudo. Negli anni successivi si è divisa tra teatro e tv dove ha lavorato in qualità di ballerina in diverse trasmissioni come “Cuori e Denari”, “Un disco per l’estate”, “Gran Casinò” e “Buona Domenica”, dov’è stata prima ballerina nel 1997. E’ stata anche testimonial di rinomate case per spot tv. Tra le sue tappe salienti c’è stata la conduzione di “Colorado Cafè”, “Matinée”, “Gabbia di matti”, “Wind Music Awards”, “Miss Muretto”, “Baila” e altre trasmissioni, fino ad arrivare al recente “60° Festival di Castrocaro”. A tutto questo si aggiungono esperienze teatrali, cortometraggi, videoclip e doppiaggio. Attualmente è in onda ogni giorno in “Tutti pazzi per RDS”. Ha aperto una scuola di danza nella sua città natale.



more No Comments novembre 6 2017 at 14:51


Aleksandar Atanasijevic: “Sogno lo scudetto a Perugia”

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di Irene Di Liberto

Aleksandar Atanasijevic, Magnum per i suoi tifosi, nato a Belgrado nel 1991, è uno dei pallavolisti più forti al mondo: opposto della Sir Safety Conad Perugia e della Nazionale serba.

Aleksandar come ti trovi in Italia, a Perugia in particolare?

“Ho giocato due anni in Polonia, dove, al di là della pallavolo, non esisteva niente altro. In città non c’erano molti svaghi; l’unico luogo di ritrovo era il palazzetto. Qui in Italia si sta davvero bene. A Perugia i tifosi ti seguono in tutte le partite, anche in trasferta, ci sono molti locali e tante belle ragazze, anche questo è importante. Quando finisco la stagione con la nazionale sono molto contento di  tornare in Italia perché mi sento veramente a casa”.

Resteresti qui fino a fine carriera?

“Ho trascorso cinque bellissimi anni qui a Perugia. Questo è il mio ultimo anno di contratto e io sono pronto a dare tutto per la squadra. Vorrei restare in Italia per tutta la vita perché è un Paese meraviglioso”.

Recentemente hai subito un’operazione alla tibia che hai superato brillantemente, tornando sul parquet più in forma di prima. Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

“Sono tornato dopo quasi tre mesi. Ho lavorato tanto per recuperare e  adesso non sento più il dolore e sono al cento per cento delle mie potenzialità. E’ stata un bella esperienza. Ho guardato le partite con occhio da spettatore e ho capito che non riesco a vivere senza pallavolo”.

Obiettivi a breve termine per te e la tua squadra?

“Di recente abbiamo vinto la Supercoppa. Ma, più di ogni altra cosa, vorrei vincere lo scudetto perché nella carriera di un pallavolista conta molto e sono pronto a mettere tutto me stesso per conquistarlo”.

Tu studi Giurisprudenza in Serbia, fra venti anni come ti vedi: un grande avvocato o allenatore?

“È un po’ presto per pensare a progetti così a lungo termine. Non mi vedo ad allenare una squadra perché ho molta energia dentro di me e, a volte, mi capita di arrabbiarmi un po’. Credo mi si addica molto di più la figura del procuratore, così avrei la possibilità di restare nell’ambito della pallavolo”.

Aleksandar e la famiglia: che ruolo ha nella tua vita? 

“La famiglia è la cosa più importante della mia vita e io sono la cosa più importante per loro. Ho un fratello che  ha giocato a pallacanestro e sa quanto sacrificio richieda la carriera e la vita di un giocatore. Loro mi sono sempre vicini e a me piacerebbe stare un po’ più con loro, ma non ho tempo; anche durante l’estate, quando torno in Serbia, stiamo insieme molto poco perché sono impegnato con la nazionale. Per fortuna, l’Italia non è lontana e loro mi raggiungono spesso a Perugia e, quando arrivano qui, io sono felice di condividere tutto ciò che posso”.

Se non avessi fatto il pallavolista cosa avresti fatto?

“A scuola ero molto bravo e i miei genitori ci tenevano tanto a farmi studiare, come hanno fatto loro. Il mio papà e la mia mamma sono due medici, mio fratello si è laureato in biologia molecolare, la mia famiglia è tutta intelligente tranne me…” (n.d.r. e ci scappa una risata)

Hai tempo di coltivare qualche hobby?

“Sono molto concentrato sulla pallavolo, mi diverte giocare e, comunque,  non mi rimane molto spazio per coltivare i miei hobby perché trascorro dentro il palazzetto quasi tutta la giornata. Appena ho un attimo, cerco di staccare la spina  e di rilassarmi uscendo con gli amici”.

Sei entrato nella classifica dei pallavolisti più desiderati al mondo: bello, bravo, simpatico e grande sportivo, ma parlaci dei tuoi difetti, se ne hai…

“Sono contento di far parte di questa classifica. Difetti ne ho davvero tanti, anche se in campo cerco di non farli venire fuori. Comunque provo sempre a migliorarmi”.

E direi che ci riesce benissimo! Un grazie ad Aleksandar. Ad maiora.



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Piermaria Cecchini: Un attore con i baffi

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di Mara Fux

Che dire di lui. E’ un volto conosciuto al pubblico della tv e agli amanti del teatro. E’ un personaggio mai banale e assai divertente. Lui è Piermaria Cecchini. I suoi inizi non sono affatto male. Nato a Roma ma cresciuto a Viterbo, studia nella scuola teatrale di Luigi Squarzina, e dopo una lunga gavetta teatrale debutta in un piccolo ruolo nel film I miei primi quarant’anni, al fianco di Massimo Venturiello dove recitava anche Carol Alt. Da lì, tanto teatro, tanta televisione e tanto cinema. E, soprattutto, tanti applausi.

Detta senza preamboli, ma come funziona? Voglio dire: uno studia recitazione per anni, perde il sonno scrivendo commedie, inventa tormentoni da propinare in tutte le salse agli spettatori e poi ti arriva bel bello uno spot pubblicitario che ti catapulta dentro le case rendendolo improvvisamente l’amico di tutti gli italiani?

“Le strategie del destino sono  spesso sorprendenti e a noi sconosciute per cui capita che dopo anni  di sacrificio a studiare teatro, cinema, regia e scrittura  drammaturgica si  diventi conosciuti per l’interpretazione di ruoli estremamente comici in film natalizi degli anni 90.Tutto questo fa parte del mestiere dell’attore ma non mi ha impedito di cimentarmi  anche in ruoli altri, dalla tragedia alla commedia brillante..senza mai perdere l’entusiasmo per il mio lavoro, entusiasmo che ho avuto accogliendo oggi il personaggio del Baffo nazionale che mi ha catapultato per citare un tuo termine nelle case degli italiani. Un bellissimo attestato di stima che mi sollecita a fare sempre meglio”.

La tua voce ti rende inconfondibile, ciò nonostante non ti sei mai addentrato seriamente nel mondo del doppiaggio. Come mai?

“Quello del doppiaggio è un settore molto interessante e agli albori della mia carriera ho  frequentato per diverso tempo le sale divertendomi molto ma poi la passione per il teatro mi  ha portato in giro per il mondo allontanandomi inesorabilmente da quell’ambiente. Oggi però che sono molto più stanziale mi piacerebbe dare la voce a qualche attore americano o a un personaggio  dei cartoni  animati”.

Qual è il ruolo che ti ha reso più popolare e quale, invece, quello cui tu sei più affezionato?

“Nel passato sicuramente il ruolo di Marcellino nel film ‘Abbronzatissimi’  del 1991, film che viene  replicato in tv almeno 20 volte l’anno, mentre per il presente il Baffo Moretti della pubblicità e  l’enigmatico Gigi Del Colle di ‘Un Posto al Sole’. Il ruolo a cui sono più affezionato è un ruolo che stride col passato perché ancora devo interpretarlo ma per il fatto stesso di immaginarlo come vero e realizzabile lo rende  a me caro”.

Mai pentito di rifiutare un copione?

“La possibilità di poter accettare o rifiutare un copione è la massima espressione di libertà professionale, per cui la mia risposta è mai”.

A differenza di molti tuoi colleghi che si esprimono nell’ambito della comicità e per ciò vengono catalogati come comici, tu vieni individuato subito come attore. A che ruoli drammatici lo devi? 

“Credo che questo sia dovuto al fatto che io nasco come attore drammatico ed ho studiato per diventare questo. Inoltre io sono un attore che sa essere anche un attore comico e magari riesce pure  a far ridere il pubblico ma con quei modi  e quelle forme che appartengono al teatro e non al cabaret, dal  quale però ho imparato molto sotto il profilo comunicativo con il pubblico”.

Sei da poco ritornato in pianta stabile a Roma: cerchi nuovi spazi nella Capitale?

“Mi piacerebbe poter avere uno spazio mio dove realizzare tutti i progetti che ho nel cassetto, magari un teatro dove presentare un mio cartellone e avviare diversi laboratori”.

Nell’intricato groviglio delle scuole ed accademie di recitazione, senza clamore hai fatto capolino al Teatro Porta Portese con un tuo corso intitolato “Il Teatro dell’Allegria”. Cosa prospetti a chi è interessato?

“Il Teatro dell’Allegria” è qualcosa di più di un corso teatrale. E’ un laboratorio permanente di arti sceniche  fondato con la collaborazione della coreografa  ed attrice Manuela Galvagno che ha come finalità quella di offrire a tutti la possibilità di approcciarsi al  mondo del teatro in modo nuovo, con quella sana e seria allegria che ci permette di superare gli ostacoli della timidezza, di liberarci delle nostre paure e di affrontare il palcoscenico con serenità e ribadisco allegria divertendo, divertendosi”.

Perché un bancario, una casalinga, un universitario, una qualsiasi infermiera dovrebbero essere interessate a frequentare un corso di Teatro dell’Allegria?

“Per una serie di motivi; il primo per il piacere di farlo; il secondo per imparare nuovi linguaggi  espressivi; il terzo per acquisire nuove certezze e consapevolezze di se stessi; il quarto per condividere questa esperienza con altri  arricchendo così anche il proprio bagaglio di conoscenze; il quinto per ritornare a fine lezione a casa contento  e soddisfatto; il  sesto  per avere la soddisfazione di salire su  un palco  adeguatamente preparato. Ed infine perché ci sarò sempre io a  seguirvi e ad accompagnarvi in questo fantastico viaggio”.

“Donkisciotte” e “Ognuno tira l’arpa al suo violino” sono i due lavori che stai allestendo: cosa dobbiamo aspettarci?

“Sono due lavori a cui tengo molto e di cui sentirete parlare molto presto. Aspettatevi due spettacoli  che, seppur diversi nel genere e nei contenuti, hanno in comune l’intento di farvi sognare e strapparvi un sorriso. Il primo è una commedia musicale scritta da Piero Castellacci e sarà in scena da luglio 2018. Il secondo è uno spettacolo autobiografico semiserio con musicisti dal vivo e la partecipazione di Manuela Galvagno e sarà in scena da dicembre di questo anno”.

Hai raggiunto una bella soglia di esperienza e grazie un poco a “Un posto al sole”, un poco al “Baffo Moretti”, forse è il momento di mettersi in gioco anche aprendo il cassetto dei sogni. Quale sarà il primo a saltar fuori?

“Spero sia il film al quale sto lavorando da circa due anni e nel quale credo molto anche perché è un inno  a non rinunciare ai propri sogni, a qualunque età e in qualsiasi luogo”.



more No Comments novembre 6 2017 at 14:44


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