Francesco Stella: “Faccio il lavoro che ho sempre voluto fare”

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di Irene Di Liberto

Francesco Stella poliedrico e camaleontico passa dal teatro alla TV al cinema, prima come attore, poi come scrittore e regista. Divenuto famoso per aver interpretato l’agente Gallo ne “Il Commissario Montalbano”, si è cimentato in diversi ruoli, non ponendo limiti alla propria creatività.

Come e quando nasce la tua passione per la recitazione?

“Sono sempre stato una persona molto curiosa e da bambino ero sempre in prima linea quando si trattava di organizzare recite e simili. Poi all’università sono entrato nella compagnia universitaria e ho deciso che quello era il lavoro che volevo fare”.

Da siciliana a siciliano: ti ricordo ancora nel ruolo dell’agente Gallo nelle prime due stagione de “Il commissario Montalbano” che esperienza è stata?

“Bellissima! Era uno dei miei primi lavori e lo facevo nella mia terra e nella mia lingua. Porterò sempre nel cuore i mesi passati a Marina di Ragusa”.

A proposito di Sicilia, ti pesa la lontananza dalla tua terra e dai tuoi familiari?

“Tantissimo! Ho un fratello che vive al nord, i miei genitori, invece, vivono ancora in Sicilia e ho la grande fortuna di avere ancora una nonna meravigliosa. Siamo una famiglia molto unita e la lontananza da loro è pesante. Aggiungi anche che noi siciliani abbiamo un legame fortissimo con la nostra terra, i nostri odori, i sapori, i colori. La Sicilia o si ama o si odia… non permette le mezze misure”.

Attualmente in quali progetti sei impegnato?

“Ho sempre diviso la mia carriera su più fronti; sono affascinato da tutti gli aspetti creativi che riguardano il mondo dello spettacolo. Ho collaborato al programma tv Da qui a un anno che sta andando in onda su Real Time. Un progetto bellissimo in cui abbiamo raccontato un anno di vita di alcune persone con un grande sogno da realizzare. Al momento sto lavorando a una prima serata su Canale 5, per ora non posso anticipare nulla, ma ti dico soltanto che lascerà col fiato sospeso chi lo seguirà”.

Come se non bastasse, sei anche assistente di regia e hai diretto varie campagne pubblicitarie, ti piacerebbe dirigere un film tutto tuo?

“Al momento mi piace molto quello che faccio. È molto bello vedere nascere da zero un progetto e seguirne la crescita in tutti i passaggi fino al prodotto finito, ma nel futuro chi lo può dire! Ho imparato che, a volte, la vita sa sorprenderti in modi inaspettati”.

Ai giovani attori e alle giovani attrici che intraprendono questa carriera che consigli daresti?

“Di avere tanta passione e altrettanta pazienza. L’Italia non è un paese per gli attori. Si produce poco, troppo poco e lo Stato ormai investe pochissimo sulla cultura. E’ saggio avere anche un famoso piano B, nutrire più passioni. Altrimenti il rischio e di ritrovarsi a inseguire un sogno che cozza con la realtà”.

Per quanto riguarda l’impegno sociale, hai girato uno spot, insieme ad altri attori, per la lotta all’AIDS, a cura del Ministero dello salute, e ti occupi di animali, soprattutto della lotta contro l’abbandono, raccontaci come.

“Cercare di fare del bene non costa nulla. La vita è un bene prezioso e se ognuno di noi fosse in grado di dare valore alla propria vita e a quella degli altri le cose andrebbero meglio. E’ fin troppo facile lamentarsi di come questo mondo vada a rotoli e poi non fare niente affinché le cose migliorino”.

Hai un cagnolino, Foster, che hai salvato dall’abbandono. Lo trovasti legato a un palo e da quel momento non te ne sei più separato; com’è il vostro rapporto?

“È la mia ombra, o forse sarebbe meglio dire che io sono la sua? Scherzi a parte, abbiamo un rapporto simbiotico, gli stessi ritmi, le stesse abitudini, la stessa cocciutaggine. Abbiamo trovato un nostro equilibrio”.

Un buon motivo per adottare un cane?

“Quando qualcuno mi chiede come fare ad adottare un cane io parto sempre dicendo di pensarci molto bene. Un cane ti stravolge la vita nel bene e nel male. Ti condiziona negli orari, negli spostamenti, nell’organizzazione delle vacanze. Un cane ha diritto ad avere un vero padrone accanto, non può essere un “giocattolo”. E, soprattutto, non può essere preso e poi riportato, come fosse un giocattolo difettoso. Come per ogni rapporto d’amore, prevede tante gioie ma anche tanti compromessi. Avete mai visto lo sguardo di una cane che è stato abbandonato? Ecco, se l’avete visto, prima di prenderne uno pensate che non farete mai in modo che il vostro cane abbia quello sguardo”.

Un tuo pregio e un tuo difetto.

“Sono una persona generosa ed entusiasta e questo è anche il mio peggior difetto, nel senso che è facile approfittarne”.

Se Francesco non fosse attore, sarebbe…?

“Uno dei miei motti è ‘ho cambiato mille volte pelle rimanendo sempre fedele a me stesso’: credo fermamente che nella vita si possa sempre cambiare idea e io, su alcune cose, l’ho fatto, soprattutto per migliorarmi, ma rimanendo, sempre e comunque, fedele ai miei principi”.



more No Comments giugno 6 2018 at 14:33


Toni Malco: “Adesso vi canto i miei scherzi del tempo”

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La sua carriera è partita alla fine degli anni ‘70. Si ricorda la sua amicizia e la sua  collaborazione con Rino Gaetano. L’8 e il 9 giugno il pubblico romano potrà ammirarlo al Teatro Greco

di Mara Fux

È un cantante e cantautore romano. Uno di quelli che sanno emozionare il pubblico e trovano sempre il modo di farsi apprezzare. Ha alle spalle cinque album, tutti composti di belle canzoni e di bellissime melodie.

E con questo, Toni, a che quota siamo con i dischi? 

“’Scherzi del tempo’ è il mio sesto singolo mentre gli album sono cinque. E’ il frutto del mio incontro con Luigi Lopez, paroliere a cui si deve la lirica di canzoni belle da fare accapponare la pelle come ‘La nevicata del ’56′ o ‘La notte dei pensieri’, e col quale si è creata un’empatia prima umana e poi artistica”.

Perché l’hai chiamato “Scherzi del tempo”? 

“Perché credo che gli scherzi che il tempo combina siano un tema che riguarda un po’ tutti e che ci accomuna; penso che chiunque, avendo la possibilità di tornare indietro nella propria vita, verrebbe cambiarne qualche momento, qualche episodio. ‘Scherzi del tempo’ è un brano autobiografico che credo coinvolga un po’ tutti. E’ una canzone diversa, una ballata, direi, seduta e riflessiva che mi ha permesso di fare quello che più mi piace ovvero suonare e cantare dal vivo”.

Il brano è già in circolazione sul web: come sta reagendo il pubblico? 

“Bene, è un brano molto ascoltato e scaricato il che significa che piace aumentando le aspettative che ho del suo successo; questo è merito della tecnologia di oggi che ci permette di testare il gradimento di chi ci segue. Tutt’altra cosa da quando vinsi il Telegatto di Sorrisi e Canzoni”.

1978, giusto? 

“Sì, da un paio di anni vivevo suonando e cantando sulle navi da crociera quando la RCA che era una delle più grandi case discografiche di allora, mi fece firmare un’opzione e mi iscrisse a questo Festival di nuove proposte dal quale uscì stringendo il Telegatto di Sorrisi e Canzoni. Senza alcun tipo di raccomandazione, senza nessuna spinta, io che fino a quel momento non avevo vinto mai niente nemmeno all’estrazione della festa parrocchiale”.

E quel punto che hai fatto? 

“E che ho fatto: ho buttato tutto all’aria e mi sono dedicato appieno a questa attività; pensa che da poco mi era arrivata la lettera di assunzione dalla direzione dell’azienda in cui lavoravo come grafico, roba che se avessi proseguito a quest’ora sarei bello e tranquillo in pensione da almeno cinque anni. Invece io davanti agli occhi sbigottiti di mio padre, con la lettera ci ho fatto un aereo planino e l’ho lanciata dalla finestra. Mio padre non mi ha parlato per tre mesi”.

Uno scherzo del tempo di cui ti sei pentito? 

“Beh forse col senno di poi considererei quella lettera in maniera differente, magari avrei potuto accettare e prendere delle aspettative o fare delle sospensioni temporanee per portare avanti la mia passione. Non so”.

Quindi ce ne sono di momenti della tua vita a cui rimetteresti mano? 

“Sicuramente ce ne sono parecchi anche se non potrei individuarne qualcuno di preciso; però non so se davvero ci rimetterei le mani perché se sono come sono è perché il viverli in quella maniera mi ha formato. Forse terrei molto più ai miei rapporti, sarei meno superficiale con le donne perché si sa, quando sei giovane e belloccio non ti rendi conto di tante cose”.

La vera donna della tua vita è Giulia? 

“Sì, mia figlia che ha dodici anni; è una grande molla per me, in tutto; condividiamo tanto. Anche a lei piace la musica, suona il pianoforte”.

Ti stai confrontando anche con lei per il concerto di “Scherzi del tempo” al Teatro Greco l’8 e il 9 giugno a Roma? 

“Soprattutto con lei: il concerto di Roma è quello cui tengo in assoluto di più perché vi assistono tutti i miei amici del cuore, le persone più prossime. Poi quest’anno ho azzardato a replicarlo per cui anziché una data ne faccio due quindi anche lo stress organizzativo è doppio”.

Hai una band di professionisti ciclopici accanto, come puoi aver paura? 

“Hai ragione ma proprio per questo il carico è fortissimo. Ci stanno Stefano Zaccagnini e Gino Mariniello alle chitarre, i keyboards sono Gianni Aquilino e Paolo Iurich, Mimmo Catanzariti è al basso, Andy Bartolucci alla batteria e non scordiamo la magnifica vocalist Benedetta Fumagalli: siamo una squadra fortissima”.

A proposito di squadra: come la mettiamo con l’Inno della Lazio? 

“E’ stata la croce e la delizia di tutta la mia vita artistica successiva perché da quel momento mi è stata cucita addosso un’etichetta che in tanti ambiti è stato complicato gestire. Ma con ciò non mi lamento perché è una canzone a cui voglio molto bene”.

Teatro Greco Via Ruggero Leoncavallo 10/16 (Roma) Tel. 06.8607513



more No Comments giugno 6 2018 at 14:30


Roberta Pedrelli: Una star a tinte giallorosse

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Se la Roma avesse compiuto l’impresa contro il Liverpool guadagnandosi la gioia della finale di Champions League, per i tifosi giallorossi i motivi per sognare sarebbero stati più d’uno. Fra questi, al Circo Massimo, li avrebbe attesi una sorpresa che non avrebbero dimenticato tanto facilmente. Roberta Pedrelli, conduttrice tv e radiofonica, social influencer ed emblema di femminilità e sensualità, li avrebbe stupiti con un’esibizione che avrebbe riportato alla mente di tutti l’indimenticata sfilata in bikini di Sabrina Ferilli. Svanita (per quest’anno) la possibilità di tradurre il sogno in realtà, Roberta Pedrelli resta un sex symbol a tinte giallorosse, capace di trasformarsi in star dei social a tifosa incallita della “magica” con tanto di presenza fissa sulle tribune dell’Olimpico. Un successo crescente che l’ha portata sul grande e sul piccolo schermo, che l’ha resa un’autentica vip sulle riviste patinate anche alla luce di una storia d’amore passata e finita con un calciatore e che negli ultimi tempi l’ha vista esplodere sui social network. In particolare su Instagram, dove decine di migliaia di persone la seguono, la commentano, la sbirciano e la scrutano in cerca di una fotografia “forte” e di un contenuto interessante. Ma, per i più curiosi, in Bulgaria c’è un “pezzo” da collezione imperdibile: proprio nel mese di giugno, Roberta è stata scelta dalla celebre rivista Playboy per un servizio che unisce femminilità ed arte, sensualità e ricerca della giusta posa. Un trionfo di dolcezza ed erotismo imperdibile per chi da 7 anni la segue su TeleRoma 56, dove co-conduce “Il processo dei tifosi”. Se il calcio è la sua sana malattia, il mondo dello spettacolo è l’universo nel quale sguazza a meraviglia.

Come nasce la tua avventura in tv?

“Comincia non appena divento maggiorenne: sono sempre stata attratta da questo mondo, non ho mai avuto problemi a celare il mio egocentrismo e il gusto di mettermi in gioco. Mi è sempre piaciuto essere al centro dell’attenzione in un modo elegante e sano. Ed allora, ecco che ho varcato la porta del mondo dello spettacolo”.

E sono arrivati tanti traguardi.

“Ne ho collezionati di prestigiosi. Mi piace ricordare la mia partecipazione alle puntate di Piazza Grande al fianco di Giancarlo Magalli, varie presenze in film di successo come ‘Beata ignoranza’ o ‘Stai lontana da me’. Ho trovato la tv il palcoscenico ideale per mostrare la mia genuinità. E lo penso ancor oggi: mi diverte l’idea di condurre un programma in diretta, di essere in onda senza filtri, con l’esigenza di improvvisare”.

La popolarità è andata crescendo anche sul web.

“Ho voluto sperimentare, mettermi in gioco in vari campi. Ho preso parte agli sketch video della ‘Serie romanista’ che hanno raccolto milioni di visualizzazioni. È stato un modo inedito, curioso e interessante per entrare in contatto con la gente. Penso che questo mi abbia presentata al pubblico nella mia verve più comica, semplice”.

In un modo o nell’altro, la Roma e il calcio fanno parte di te.

“Ho avuto una bellissima storia d’amore con Mancini, ex giocatore giallorosso, sono stata madrina della Civitanovese e sui social mi piace mostrare il mio lato di tifosa”.

Qualcuno dice che saresti la madrina ideale della Roma, soprattutto se arrivasse il momento di festeggiare…

“E io dico che accetterei di buon grado quel ruolo, vista la comprovata fede giallorossa! Andavo a Trigoria con papà, mi ricordo il cuore battere forte quando mi venne presentato Bruno Conti. Attaccavo le figurine dei calciatori sul diario, avevo tutto il materiale del CUCS, il gruppo che raccoglieva i tifosi più affezionati. Da madre in figlio, ho trasmesso l’amore verso questa squadra e insieme andiamo allo stadio per tifare Roma. Più di così!”.

Naturalmente, c’è molta carne al fuoco.

“Ho in programma una collaborazione cinematografica con un cast importante, fra cui alcuni attori di Gomorra, le cui riprese si terranno a Matera. E mi piacerebbe vivere l’esperienza del reality. Ma di più per scaramanzia non aggiungo”.

Dalla tua hai l’affetto dei followers.

“Un affetto che ricambio: molti restano stupiti quando dico che rispondo a chiunque mi scriva. Ma sono fatta così! Ho scoperto i social come mezzo di comunicazione con vecchi amici, persone lontani, ex compagni di scuola e di lavoro. Oggi li utilizzo anche per fini lavorativi ma cerco sempre di rappresentare la mia vita. Non posso ignorare chi mi dà importanza, non mi sentirei bene con me stessa. I followers vedono Roberta Pedrelli senza filtri, in tutta la sua semplicità quotidiana”.

CONTATTI SOCIAL

https://www.instagram.com/robertapedrelli/?hl=it



more No Comments giugno 6 2018 at 14:28


Gianmarco Vettori: “Recitare mi ha dato una felicità indescrivibile”

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di Mara Fux

Era tredicenne quando ha avuto la folgorazione per il teatro. Tutto nacque a scuola… pur giovanissimo, ha alle spalle ha già importanti esperienze artistice.

Quando ti è venuta la bizzarra idea di darti al teatro?  

“A scuola, quando mi è stata proposta la frequenza di un laboratorio teatrale in alternativa a due ore di letteratura italiana. Mi ha dato idea che ci stava, che poteva essere una cosa buona integrare il programma di letteratura italiana avvicinandosi alla letteratura teatrale. Quindi mi sono iscritto e alla fine dell’anno mi sono ritrovato ad interpretare ‘Novecento’ di Alessandro Barricco, scoprendo, nel salire sul palcoscenico, cosa fosse veramente il teatro; teatro che da quel momento mi ha cambiato la vita donandomi una felicità così grande e indescrivibile che oggi mi impegno per ridargliela tutta a mia volta, a questa meravigliosa arte. Tutto questo è successo dieci anni fa”.

Quindi avevi 13 anni? 

“Esattamente, da lì ho iniziato a fare tutti i corsi ed i laboratori possibili, non vedevo l’ora di finire le lezioni scolastiche per scappare in teatro”.

E i tuoi genitori come l’hanno presa? 

“All’inizio non bene, ad esser sinceri, ma solo perché non capivano che facessi ore e ore fuori casa, lasciando da parte quelle attività da ragazzi che tutti i miei coetanei facevano. Ma come facevo a spiegarglielo? Nell’avvicinarmi al palcoscenico provavo una sensazione intangibile ma al tempo stesso di estrema concretezza. Questa arte ogni volta che le vado vicino mi accende di un’emozione grandissima che posso immaginare solo che sia la stessa che provi un sacerdote ogni volta che vedendo la croce rinnova la sua chiamata”.

Cosa è scattato poi in loro, visto che oggi ti sostengono a pieno? 

“Sicuramente quando hanno assistito a Novecento hanno capito il perché di tutto il mio impegno e mi hanno considerato in una luce diversa; probabilmente non hanno più visto il figlio ma qualcosa di nuovo e finalmente hanno capito. Poi la prova del nove sul mio percorso l’hanno avuta quando, uscito da scuola, mi sono iscritto al Centro Artistico Internazionale ‘Il Girasole’ dove mi sono diplomato dopo tre anni”.

Quale è stato il primo spettacolo interpretato successivamente? 

“E’ stato un testo di Gianni Clementi e da lui stesso diretto ‘Romeo l’ultrà e Giulietta l’irriducibile’, in cui interpretavo Mercuzio”.

Tanti giovani attori tutti assieme con la stessa voglia di emergere: come ti sei rapportato con loro? 

“E’ andata bene, anche al di sopra delle mie stesse aspettative. Col gruppo si è creata subito una forte coesione e per quanto riguarda il rapporto mio individuale col mio personaggio ho potuto mettere in pratica tutto quello che avevo studiato ed assimilato. Da quello spettacolo stanno succedendo tante cose, sto avendo tanti incontri con tanti registi che hanno visto e apprezzato la mia interpretazione di Mercuzio, il che premia il lavoro meticoloso che ho fatto sulla costruzione del personaggio che ha goduto anche di una sua specifica fisicità. Mi sono molto divertito ad interpretarlo e credo che questa sia la prima soddisfazione di un attore: divertirsi perché è il mestiere più bello del mondo”.

Lo vedi come un mestiere? 

“Bisognerebbe intavolare un discorso per spiegare il termine mestiere e quello professione. Sì è il mio mestiere ed anche la mia professione nel senso che è così che io timbro il mio cartellino anche se in realtà per farlo non mi limito al gesto della timbratura ma studio di continuo per poter ogni giorno progredire e crescere per poter dare il meglio”.

Progetti futuri? 

“Sì, tante cose si stanno muovendo, tante energie di questo cosmo in cui io credo fortemente e che presto si canalizzeranno concretizzando progetti sia nel cinema che in teatro”.

Qualche rimpianto? 

“No perché questa grande arte mi ha dato e mi da tanta gioia ogni volta che ci incontriamo. In qualche modo mi ha catturato facendomi subito innamorare di lei per cui io sento di non aver vissuto la mia adolescenza come un adolescente qualunque perché vivevo quell’età in modo diverso, leggevo in modo diverso, guardavo film scegliendoli in modo diverso rispetto a tutti i miei compagni. Andare in discoteca, lo facevo come anche andare a mangiare una pizza ma queste cose a me non davano la stessa gioia che mi dava assistere ad una rappresentazione teatrale. Magari quello che dico può far pensare che io ne provi rimpianto ma non è così; ho avuto la fortuna di incontrare a 13 anni la mia vocazione, quello che ero chiamato a fare dalla vita il che è davvero una fortuna perché purtroppo non tutti nella vita riescono a sviluppare quanto veramente vorrebbero”.



more No Comments giugno 6 2018 at 14:26


Spero Bongiolatti: Trentasei concerti in tutto il mondo

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di Alessia Bimonte

Trentasei concerti in quattro mesi, una media di 2 live a settimana, e più di 1500 spettatori a spettacolo. Questi sono i numeri della tournée internazionale del Tenore Spero Bongiolatti che si è appena conclusa. Una tournée che ha toccato, tra dicembre ad aprile, il centro America, i Caraibi Francesi e quelli Inglesi (Martinique, Guadalupe, Barbados, Aruba, Antigua, Bonaire, Grenada, Curaçao, Santa Lucia, ecc.).

Bongiolatti si è esibito in repertorio popolare e internazionale classico che spazia tra arie d’Opera di Gioacchino Rossini, Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini, passando dall’Operetta di Franz Lehar, Romanze da Camera tra Schubert e Leoncavallo, arrivando ai giorni nostri con Caruso di Lucio Dalla, Ennio Morricone, Nicola Piovani con le migliori colonne sonore (Nuovo Cinema Paradiso, C’era una volta in America, La Vita è bella). Ma anche con proprie canzoni perché Bongiolatti è anche cantautore e con il suo brano “Sei” – composto per la moglie – ha avuto un successo personale di critica e pubblico davvero incredibile. Insomma un vero proprio excursus musicale dall’800 ai giorni nostri nella Voce del Tenore Bel Cantista.

“Ho constatato che in luoghi così lontani dal nostro Paese il bel canto italiano entusiasma e anima il pubblico in modo davvero energico e positivo”, spiega appena rientrato in Italia. “Sogno e sogno anche ad occhi aperti. E sono certo di poter dire che se ci credi fermamente e con tutto il tuo cuore di poter vivere i tuoi sogni, i sogni si possono avverare. Se ripenso a questo periodo Oltreoceano le emozioni che ho provato sul palcoscenico ogni sera sono state indescrivibili. Uno dei momenti più belli, prima di finire il live, ancora prima del bis abbassando il capo per ringraziare il pubblico, quando lo rialzavo vedevo tutto il teatro che si alzava in piedi per tributarmi una standing ovation. Che meraviglia quell’istante.

Ogni sera era una magia, una sinergia nuova con il pubblico in sala. La mia passata esperienza a teatro mi ha aiutato molto in questo. Perché a volte il Tenore tende ad essere visto come serio e ascoltato con troppa severità e solo da un pubblico di nicchia. In questa tournée invece sono riuscito a dare un tocco di novità e freschezza ad un pubblico sempre diverso con un repertorio Popolare, ma anche classico e più impegnato. Quando cantavo avvertivo che la gente in sala si apriva e si lasciava trasportare dal mio canto, dal mio modo di essere uomo e artista. Così ho potuto far uscire la mia personalità. E questo deve aver colpito le persone che non sono abituate ad interagire con artisti classici. A fine spettacolo sono venuti in molti dietro le quinte a dirmi grazie perché non avevano mai ascoltato la lirica e per chiedermi qualche consiglio su cosa ascoltare una volta tornati a casa. Questa è davvero una grande conquista personale perché riuscire a portare nel mondo il mio modo di concepire il ‘bel canto’ è il maggior successo per me. Il bel canto dell’Ottocento che si può adattare anche alla canzone contemporanea. Questo è sempre stato il mio sogno che ora finalmente si sta avverando. Questa lunghissima serie di concerti in America mi ha confermato che il modo di cantare cosiddetto Lirico o Operistico non è antico. Anzi piace a grandi e piccoli, ma deve poter emozionare e per poter emozionare bisogna che il Tenore si emozioni. Riuscire ad emozionarsi mentre si canta è la cosa più difficile da fare, ma quando si riesce allora quel momento diventa magia. Io continuo a studiare ogni giorno perché come diceva Luciano Pavarotti non bisogna mai smettere di essere studenti. Ma soprattutto mi metto in gioco ogni giorno con tanta umiltà e impegno. E posso dire con fermezza di essere grato alla vita e a Dio per tutto questo”.



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Simone Lombardo: Redattore della TV che parla al cuore

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Lavora per TV2000 e nello specifico per la trasmissione “Siamo Noi”, un contenitore dove vengono trattati temi sociali e di solidarietà e dove si raccontano storie intense e appassionanti.  L’obiettivo è porsi al servizio di un mondo migliore

di Simone Mori

Simone e la sua redazione mi hanno contattato qualche tempo fa per raccontare la mia storia. È nata così la conoscenza con il signor Lombardo, lo chiamo così per non confonderci. Quando sono arrivato nella tv dove lavora, ho scoperto quello che immaginavo: un ragazzo acqua e sapone, vivace, estroverso, pieno di idee e capace in pochi istanti di mettere le persone a proprio agio. E’ giovane e volenteroso, un vulcano e un prezioso essere umano. Eccolo qui nelle pagine di GP Magazine.

Come nasce la tua passione per la tv?

“Da piccolo sono sempre stato innamorato della tv e così insieme alla famiglia ci mettevamo davanti la tv a vedere i programmi. C’era quello che forse oggi non c’è più: un potere aggregante. Mentre vedevo i programmi di Bonolis o Frizzi, ad esempio, sognavo il mondo che c’era dietro. Chissà quante persone ci saranno dietro. Insomma era come un’attrazione fatale e già alle scuole elementari quando mi si chiedeva a cosa volessi fare da grande non rispondevo mai il medico, l’avvocato o cose simili, ma lavorare in tv. Con il passare del tempo ho coltivato queste passioni e devo ringraziare mio nonno che è anche il mio mentore. Lui ha sempre amato stare con le persone ascoltandole e raccontando storie e barzellette ed io credo di aver assorbito molto da lui queste sue qualità. Amo fare stare bene le persone, farle sorridere. Il sorriso è gratis e bisogna elargirlo”.

Il tuo essere positivo ti ha aiutato nella vita, allora?

“Moltissimo. Attraverso gli alti e i bassi della vita ho compreso me stesso ed ho imparato ad essere gioviale. Se tutti riuscissimo a cogliere il meglio dagli altri e non sempre soffermandoci invece nella ricerca dei difetti, il mondo sarebbe un posto più bello. Ricordo la frase di un professore di filosofia: ‘La vita è un continuo divenire’. Ed è la verità”.

E l’arrivo in tv come è avvenuto?

“Prima c’è stata la radio: una grande scuola e poi ho iniziato a fare uno stage a TV2000 e da lì è partita una grande avventura che dura ancora oggi. Nel frattempo però tra lo stage e l’arrivo stabile a TV2000 ho fatto mille cose diverse: accademie, corsi e cose simili, anche per capire se era davvero quello che volevo”.

Ed era quello che volevi?

“Sì lo era, anzi lo è. Una settimana prima dell partenza prevista con la mia fidanzata per Londra, mi è arrivata la chiamata per un colloquio a TV2000 ed ho iniziato questa esperienza che dura da più di 3 anni ed ho conosciuto persone straordinarie come il direttore Paolo Ruffini. L’arrivo alla trasmissione pomeridiana ‘Siamo Noi’ mi ha cambiato molto. Un gruppo di lavoro straordinario anche al di fuori della sfera lavorativa. Ho scoperto che è possibile cambiare con piccoli gesti la vita di molte persone e la mission della trasmissione è quella: porsi al servizio di un mondo migliore”.

Ami raccontare l’Italia. È questa la vera arma vincente della trasmissione dove lavori insieme al tuo gruppo?

“Massimiliano Niccoli e Gabriella Facondo, i conduttori del programma, sono due persone straordinarie che si amalgamano ottimamente. Ognuno di loro da qualcosa al programma e questo contribuisce alla grande armonia e voglia di fare. Io da due anni vado in diretta nel programma e mi occupo anche dei social. Lo scorso anno ad esempio avevamo uno spazio sulla memoria. Ricordavamo un evento e se ne parlava. La storia insegna, la storia deve essere pane quotidiano. Questo poi essere tramite tra il pubblico e la trasmissione mi inorgoglisce. Si avvicina molto al mio spirito di condivisione. Leggere messaggi, email, sms e dare le notizie è bello , ma voglio ancora imparare ed ho l’opportunità di farlo con Dario Quarta, una delle persone più importanti nella mia crescita professionale. Ti confesso una cosa: appena arrivo in trasmissione lascio i problemi e la tristezza fuori e lo faccio in maniera naturale. Questo per me è bellissimo”.

Hai incontrato tanta gente in questi anni. Ogni giorno ospiti diversi: qualche ricordo particolare?

“Tantissimi. Dall’imprenditore che ha abbandonato la sua attività per andare a vivere una vita diversissima, a persone che hanno assunto dei disoccupati con una semplicità e con una normalità che dovrebbe essere la regola e non l’eccezione. Poi le persone con disabilità che hanno avuto la forza di aiutare il prossimo e di non mettersi da parte. Se poi dovessi citare una cosa mia, un po’ bizzarra se vogliamo, è quando sono venute tre persone in pellegrinaggio dall’Alto Adige con i lama e sono passati dopo l’udienza dal Santo Padre nel piazzale di Tv2000. Intervistarli è stato bello e comico allo stesso tempo perché temevo che i lama potessero giocarmi qualche brutto scherzo. (ride) In ogni caso raccontare la faccia di mondo bella, fatta di brave persone, solidali, oneste, gentili è il must della nostra trasmissione. In poche parole quello che mi ha dato questa trasmissione è la consapevolezza di avere tanta forza dalle storie che raccontiamo. E credo che a casa questo messaggio passi e arrivi. Parliamo spesso di immigrazione anche con approccio diverso: persone che sono venute in Italia e che hanno creato imprese e lavoro. Hanno dato loro la possibilità agli altri e questo deve essere raccontato. Ad esempio, qualche tempo fa è venuto un signore persiano che doveva rimanere in Italia solo qualche giorno; invece ha aperto un locale di cucina fusion a Palermo e lì le persone si confrontano e parlano senza pregiudizi”.

Simone è un fiume in piena, racconta e racconta e poi racconta tantissime sue esperienze e lo fa con naturalezza e dolcezza, con pacatezza e quell’entusiasmo verso il mondo che farebbe bene insegnare già all’asilo. Lo spazio è quello che è, ma vi consiglio di mettere spesso TV2000 e guardarlo nella trasmissione “Siamo Noi”.



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Renzo Mario de Ambrogi: “Mille vite in una sola”

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La sua è stata una vita “movimentata” e ricca di avvenimenti. E’ stato direttore generale per la creazione del settore profumo per il gruppo Gucci e successivamente direttore generale internazionale della Gucci Accessory Collection

di Marisa Iacopino

Ha trascorso la vita tra i profumi e il mondo della moda, ricoprendo incarichi influenti in aziende che gli hanno conferito fama e prestigio. Ambizioso ed eterno sognatore, ha sempre osservato il cielo inseguendo un sogno: diventare il numero uno. Oggi continua a guardare in alto, con lo sguardo fiero del bambino che ce l’ha fatta. Si è raccontato in un libro che ha il sapore di un romanzo. “Mille vite in una sola”, autobiografia di Renzo Mario de Ambrogi, uscito per Viola Editrice.

Partiamo dalla fanciullezza. Tu, giovane balilla, presto ti accorgi che “la guerra non è più un ideale, ma un carro pieno di pezzi di corpi”.

“E’ vero. In quel periodo, siamo nel 1940, nelle scuole ci insegnavano che inglesi e francesi erano i nostri nemici. Noi tutti ci sentivamo “italiani” con uno spirito patriottico che solo chi è vissuto in quell’atmosfera potrebbe capire. Ben presto, però, ci accorgemmo che il grande sogno di conquiste svaniva giornalmente, e la nostra convinta italianità divenne ‘sofferenza, fame distruzione delusione e morte’. Ci si confondevano le idee: i nostri amici tedeschi invasero il paese trattandoci ferocemente, con deportazioni e uccidendo senza pietà. Quelli che invece sembravano i nostri ultimi nemici, gli americani, si mostrarono subito i migliori amici, e solo grazie a loro fummo liberati da una logorante guerra”.

Un leit motiv che, fin da ragazzino, ti ripeti è: “io non ho paura”. Davvero non avevi paura?

“Non puoi avere paura quando sei riuscito a sopravvivere in un inferno indescrivibile, in un’infanzia in cui non vi era certezza di arrivare a sera.Oltre quattro anni di bombardamenti, macerie e morti ovunque, il passaggio del fronte, e alcuni compagni di scuola fucilati perché ebrei… Come si può pensare di avere paura? Ero ancora un bambino. I nazisti non tenevano conto dell’età. Venni catturato e fatto salire su di un camion delle SS insieme ad altri uomini, ma grazie alla mia agilità riuscii a scavalcare le spallette del camion e fuggire tra le grida di un militare che mi intimava un halt halt…”.

Fu con gli americani la tua prima esperienza lavorativa.

“Sì. Entrai a far parte del US Military Army al Depot E2L76 di Tirrenia, divenuto successivamente Camp Derby, ma la mia passione era di fare il giornalista e così fu. Divenni Corrispondente della Stampa Internazionale (Associated Press), e dopo circa due anni lasciai tale incarico entrando nel settore della cosmesi e dei profumi francesi”.

Il profumo ti mette in contatto con una delle Case di Moda italiana tra le più importanti al mondo.

“A seguito della mia esperienza e affermazione nel mondo dei profumi di lusso, venni chiamato dalla Gucci dove mi fu affidata la direzione generale per la creazione del settore profumo dello stesso gruppo. Conclusa brillantemente questa operazione, venni passato alla moda: Gucci Accessory Collection, assumendo la direzione generale internazionale. Un mondo affascinante, fino ad allora sconosciuto, che mi diede la forza per un impegno che mi avrebbe portato in vetta alla più grande Griffe della moda mondiale”.

Un ricordo di Aldo Gucci? 

“Quando mi telefonò da New York dove risiedeva, chiedendo di potermi incontrare per parlarmi dell’idea di creare un profumo con il loro nome, non provai molto interesse. Ma al primo incontro, valutai in Aldo Gucci un carisma eccezionale.  Di uomini così ne nasce uno ogni cento anni”.

La famiglia Gucci a un certo punto si sfalda in una faida che li porta ad autodistruggersi. Quale è stata la lezione appresa da quell’esperienza?

“Il tramonto della più prestigiosa ‘famiglia fiorentina’, e non il nome Gucci, avvenne per un’assurda guerra tra cugini per la conquista della poltrona presidenziale. Una guerra ben nota in tutto il mondo, senza esclusione di colpi, che fece parlare media e tv di ogni continente. E’ stata una triste esperienza, perché proprio a me venne affidato il delicato compito di seguirla al fianco di decine di legali che ci rappresentavano. Ma l’impossibilità di risolverla era evidente: una parte aveva il 47 per cento delle azioni e l’altra parte il 53 per cento. L’uccisione di Maurizio Gucci completò l’autodistruzione”.

Quanto ha contato l’amore nella tua vita? 

“Mia moglie Rosanna mi è sempre stata di grande aiuto, poiché capiva i massicci impegni internazionali che mi portavano in alcuni periodi nei cinque continenti. In fondo, lavoravo per il bene di tutti noi”.

Quale città del mondo ha significato di più nella tua vita?

“New York Tokyo Sidney Pechino Hong Kong e tante altre non rappresentavano una preferenza, mi sono sentito ‘cittadino del mondo’, ma quando il comandante dell’aereo in cui mi trovavo al ritorno in Italia annunciava la fatidica frase: ‘tra qualche minuto atterreremo all’aeroporto di…’, mi sentivo fiero di essere italiano!”.

“La mia luce è la luce di un’epoca, di una singolarità messa sempre a disposizione del noi. Noi, il Novecento, i capitani d’industria”, recita una pagina del suo libro, e lui, al timone di colossi industriali, è stato un grande capitano che ha saputo vivere “Mille vite in una sola”.



more No Comments giugno 6 2018 at 14:19


Beppe Convertini: Tra cinema, teatro, tv e tante missioni umanitarie

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Nasce come modello ma da anni si sta facendo apprezzare come un bravo attore di fiction e in teatro. Al cinema è reduce da due film. Oltre ad una soddisfacente vita professionale, è molto impegnato anche nella solidarietà e nelle missioni umanitarie: lo scorso anno è stato in un campo profughi in Siria

di Alessia Bimonte

Nasce a Martina Franca il 20 luglio 1971 sotto il segno del cancro. Da buon pugliese adora le orecchiette con le cime di rapa. Nel tempo libero si dedica all’equitazione, gioca a tennis e beach volley. Adora leggere e viaggiare. Inizia la sua carriera professionale come modello, ma spazia poi tra radio, televisione, cinema e teatro. Tra le fiction più famose lo ricordiamo in “Vivere e Le tre rose di Eva”. Di recente al cinema con la commedia “Un figlio a tutti i costi” e il thriller “Le grida del silenzio”. In tournée teatrale con “Ricette d’amore”.

Parliamo di bellezza, che a te non manca. La tua carriera nel mondo dello spettacolo parte come modello. Quanto conta l’estetica? 

“La bellezza è molto soggettiva, io vado sempre alla ricerca del bello attorno a me, ma le imperfezioni sono affascinanti. Le rughe o i capelli brizzolati che ho, sono dei segni della vita che fanno parte di me, che in qualche modo mi rendono interessante. Oggi come da sempre non si può negare che il bello attrae, si è sempre alla ricerca del bello in ogni cosa, nella natura, nell’arte, nell’architettura. Con la crescita, si diventa maturi e ci si accorge che oltre alla bellezza estetica, acquista sempre maggior valore la bellezza interiore, quella dell’anima”.

Hai lavorato in televisione con serie di successo e al cinema. Quali sono i pregi e difetti del piccolo e del grande schermo?

“Il cinema è affascinante, ti dà l’opportunità di vivere grandi emozioni. È un mondo speciale. La televisione ha il vantaggio di essere vista da un pubblico più vasto, cosa che chi va al cinema sceglie di fare, mentre in tv magari facendo zapping si ritrova a vedere. Il cinema ha dalla sua parte il tempo in più, più ciak per gli attori e più tempo per creare e studiare il personaggio. Anche le fiction sono frutto di un lavoro accurato ma più rapido perché c’è la necessità di girare più puntate. Sono due mondi diversi, ma posso dire di amare il cinematografo perché ha la capacità di farti sognare, di distogliere la mente dalla tua quotidianità e immergerti nella storia che andrai a vedere”.

Rimaniamo sul cinema. Sei reduce dall’uscita di due film “Un figlio a tutti i costi” e “Le grida del silenzio” che ti vedono attore, ma con due ruoli differenti. Che personaggi sono? Ti ci rivedi?

“Non mi ci rivedo in nessuno dei due, sono lontani anni luce da me. Il primo si chiama Nettuno Tritone, un personaggio sui generis, surreale, un ‘inseminator’, un professionista eccentrico che offre la possibilità di avere un figlio alle coppie ultra quarantenni che lo vogliono a tutti i costi, e di sceglierne addirittura il colore della pelle e degli occhi. Una commedia divertente ma che fa riflettere, con il regista Fabio Gravina abbiamo fatto un lavoro preparatorio per creare questo personaggio ricco di sfaccettature. Il secondo film è un thriller, opera prima della regista Sasha Alessandra Carlesi in cui interpreto Maurizio, un bancario che si ritrova a vivere un’avventura imprevedibile alla ricerca di un gruppo di ragazzi dispersi in un bosco, scoprendo di avere in sé delle doti, anche di inventiva, che non credeva di avere”.

“Ricette d’amore” è il titolo della commedia teatrale che è in tour per l’Italia, anche qui il tuo è un personaggio particolare…

“Sì, siamo già stati in varie città italiane con questo spettacolo per la regia di Diego Ruiz. Qui sono una sorta di Casanova atipico che si ritrova dopo essere rimasto chiuso fuori casa, a contatto con quattro donne che sedurrà, ma si verranno a creare equivoci, strani contesti. È divertente perché il mio personaggio, nonostante sia un traditore seriale, riesce ad avere una relazione con ognuna, a conoscerne le diverse personalità e caratteristiche e in qualche modo ad aiutarle nel migliorare le proprie vite, facendo loro capire cosa c’è che non va”.

Oltre allo spettacolo, sei molto vicino al mondo della solidarietà e delle missioni umanitarie. Cosa vuol dire per un personaggio pubblico come te poter aiutare gli altri?

“Il punto di partenza, la spinta che mi ha fatto capire che bisogna dedicarsi agli altri sono stati due eventi importanti della mia vita: la perdita di mio padre per un tumore ai polmoni e la perdita di mio cugino. Nel periodo in cui mio padre stava male, aveva delle metastasi mi hanno colpito due cose, la forza di mia madre che per 7 mesi non ha dormito per assistere 24 ore al giorno mio padre e alcuni medici volontari che venivano ad assistere professionalmente e a fare un’opera di carità, sono stati straordinari. Trovo che sia un dovere morale per chi fa il mio stesso mestiere, altrimenti che senso avrebbe la popolarità se non quella di sposare della cause così importanti? Io ne ho sposate diverse in questi anni, ho sostenuto la donazione degli organi, gli ospedali oncologici pediatrici e poi la federazione nazionale ‘Terre des hommes’, impegnata nella difesa dei diritti dei bambini  nella promozione di uno sviluppo equo, senza alcuna discriminazione etnica, religiosa, politica, culturale o di genere. Sono stato in missioni umanitarie ad Haiti, nelle favelas in Brasile e lo scorso anno sono andato in un campo profughi in Siria. Qui nel mio piccolo, ho dato una mano, scarico merci, educazione, giocare con i bambini. Molti di loro sono orfani, vittime innocenti, hanno perso tutti e hanno visto delle scene drammatiche. Le missioni servono anche a dare un futuro a queste creature, anche se è difficile. La mia è davvero, come diceva Santa Teresa di Calcutta ‘una goccia nell’oceano e se non ci fosse all’oceano mancherebbe’ che ha portato alla nascita di due mostre. Una intitolata ‘Un girotondo di pace sulla via di Damasco’ fatta tre anni fa e la seconda inaugurata lo scorso luglio che sarà allestita a partire dal 14 maggio alla Milano Art Gallery intitolata  ‘SI RIAccendono i colori della PACE’. È un modo per sensibilizzare sul dramma di questa guerra e aiutare i più piccoli”.

Ci sono nuovi progetti per la tua carriera professionale?

“Non posso dire molto, ma c’è un progetto tv per l’estate, un talk show in cui vestirò i panni di conduttore raccontando le meraviglie della nostra Italia”.



more No Comments maggio 8 2018 at 12:56


Andrea Vianello: Il bravo vicedirettore di Rai Uno

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È uno dei più apprezzati tra i giornalisti italiani. Dopo la conduzione di “Mi manda Rai Tre” e di “Agorà”, che è stata la sua creatura, è diventato il numero due della rete ammiraglia della Rai. Un traguardo importante per lui, che rappresenta un ulteriore trampolino di lancio

di Simone Mori

Romano, ma non romanista bensì tifosissimo del Milan, Andrea Vianello è una delle punte di diamante del nostro giornalismo. La sua passione nasce sin da bambino, ma il primo amore era quello di diventare un grande romanziere. Invece il giornalismo ha avuto la meglio e dopo anni spesi alla conduzione di programmi come “Mi Manda Rai Tre” e “Agorà”, oggi è il vicedirettore della rete ammiraglia Rai. A lui piacciono le sfide, piace mettersi in gioco. Conosciamolo meglio.

Ci racconti come nasce la tua passione per il giornalismo e i tuoi primi anni in quel mondo?

“Ho avuto abbastanza precocemente la voglia di raccontare e di scrivere, ho studiato letteratura sudamericana con il segreto desiderio di diventare un romanziere, ma a chi mi chiedeva cosa volessi fare da grande rispondevo più pragmaticamente: giornalista. E alla fine me ne sono convinto e mai pentito. I primi anni sono stati come quelli di chi cerca di inserirsi in un mondo affascinante ma chiuso, poi ebbi la ventura di vincere un concorso in Rai per praticante giornalista e lì è iniziata l’avventura”.

Porti un cognome importante che raccoglie in noi ricordi del grande Raimondo e di Edoardo. Ci sono legami di parentela?

“Certamente! Strettissimi con Edoardo, che è mio zio, il fratello di mio papà e con cui sono molto legato (ho anche scritto molti testi di sue canzoni, tutte di ‘clamoroso insuccesso’). Anche Raimondo faceva parte della nostra famiglia, era il cugino diretto di mio nonno, anche se essendo più vicino di età a mio padre era una sorta di zio di secondo grado. Un grandissimo della TV che manca molto”.

Hai condotto tante trasmissioni. “Mi manda Rai Tre” e “Agorà” tra le più importanti. Ci racconti le difficoltà e le bellezze di condurre due trasmissioni così diverse ma importanti allo stesso modo?

“Due esperienze fantastiche. In un caso ereditai il programma già di grande successo da Piero Marrazzo e in corsa quando annunciò la sua candidatura alla Regione Lazio: un vero programma di servizio pubblico, appassionante, da condurre con senso civico e dalla parte dei cittadini. ‘Agorà’ è stata invece una mia creatura, fondato dal nulla in una fascia mattutina dove mancava informazione, e sono molto orgoglioso che oggi sia un caposaldo di Raitre grazie a Gerardo Greco e Serena Bortone che poi lo hanno portato avanti con successo”.

Abbandonasti Agorà perché nominato direttore di rete a Rai Tre. A livello professionale, come hai vissuto questa scelta?

“Come una mia aspirazione di portare dopo tanti anni di esperienza sul campo in prima linea la mia visione e idea di gestione dell’intero canale. Un grande privilegio e una enorme responsabilità”.

C’è qualcosa che rifaresti ad occhi chiusi e qualcosa che invece non ci penseresti proprio?

“Ogni mia decisione professionale lo ho fatta valutandone il peso ma soprattutto capendo con la pancia prima ancora che con la testa  se la era la cosa giusta, non per me, ma per il prodotto. Quindi rifarei forse anche errori che so di aver fatto. Forse coglierei in modo diverso una prospettica molti anni fa di una corrispondenza all’estero che per vari motivi decisi di non accettare ma che avrebbe potuto essere un’esperienza professionale e di vita che mi è mancata”.

Da una decina di mesi invece sei passato alla vice direzione di Rai Uno. La rete ammiraglia. Come stai vivendo questa esperienza?

“Con grande entusiasmo e impegno. È la rete più vista dagli italiani e il prodotto che bisogna offrirgli deve essere sempre in grado di coniugare qualità e affezione del pubblico. La fascia pomeridiana di cui mi sto occupando è una parte del palinsesto pregiata e importante e riconsolidare e riqualificare un programma storico come ‘La Vita in diretta’ è un compito affascinante e necessario”.



more No Comments maggio 8 2018 at 12:53


Lucia Scarabino: “La mia vita è una vera Tarantella”

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“La Notte della Taranta” e il ballo della pizzica è un qualcosa di travolgente che rappresenta il grande evento estivo del Salento

di Mara Fux

È cresciuta con le danze popolari ed è una delle protagoniste della “Notte della Taranta”, il più grande evento musicale estivo del Salento, che richiama appassionati da tutto il mondo.

Come nasce la tua passione per le danze di tradizione popolare? 

“Le musiche e le danze popolari fanno parte della mia vita da sempre. Sono originaria di Monte Sant’Angelo, sul Gargano, luogo ricco di storia, dove il culto per le tradizioni sia religiose sia coreutico-musicali è sempre stato molto attivo e sentito e, quando si nasce in posti così, la passione verso tutto ciò che di bello caratterizza la tua terra si sviluppa naturalmente. Anche nel mio contesto familiare l’amore per la musica e le danze popolari è sempre stato molto forte: come dicono scherzosamente i miei amici sono cresciuta a pane e tarantella. Non avrei però mai immaginato che un giorno questa passione potesse svilupparsi tanto da rendermi protagonista di un processo di revival della musica e delle danze popolari. Nel 2001 difatti conobbi fortuitamente il Maestro Eugenio Bennato che mi volle come danzatrice ufficiale della sua ensemble ‘Taranta Power’. Da lì iniziò per me un percorso lavorativo e di vita incredibile: una tournée internazionale che durò 5 anni e che mi proiettò verso nuove ed importanti avventure di lavoro tra le quali la lunga collaborazione con il Festival de ‘La Notte della Taranta’”.

Da bambina hai praticato corsi di danza classica o moderna? 

“Quando ero piccola nel mio paese non c’erano alcun tipo di scuole di danza mentre la Danza Popolare invece era ovunque e nelle più svariate situazioni: durante le feste in paese, in famiglia, nei momenti più semplici e importanti dello scorrere quotidiano. E’ stata il mio unico e primo rifermento coreutico. Ho imparato a danzare per strada, spontaneamente, da autodidatta. Guardavo la gente ballare e cercavo di emularla abbandonandomi agli impulsi che la musica mi suggeriva. Il mio approccio al movimento è stato totalmente istintivo, finalizzato allo stato di benessere che da sempre la danza mi aveva suscitato. Successivamente iniziai a frequentare il gruppo storico di danza popolare del mio paese ‘La Pacchianella’ e a muovere i primi passi in modo più strutturato. Lo studio tecnico della danza è arrivato in seguito prima a Teramo, dove studiavo e successivamente a Roma dove ho proseguito la mia formazione con la danza contemporanea e il teatro-danza, intraprendendo anche un percorso di studi in Recitazione”.

Si può dire che il ballo popolare sia espressione di un popolo come il suo stesso dialetto? 

“Il ballo popolare ha da sempre avuto una forte funzione sociale, di aggregazione, condivisione e trasmissione di valori e regole di vita. E’ il veicolo attraverso il quale ogni comunità ha espresso la propria identità, le proprie credenze e la propria cultura. Potremmo definirlo come un vero e proprio linguaggio per cui conoscere questo linguaggio vuol dire entrare in contatto con l’anima del popolo. Per questo credo che studiare, valorizzare e trasmettere le danze popolari soprattutto alle nuove generazioni sia fondamentale. Abbiamo un immenso patrimonio coreutico da difendere; preservarlo  significa mantenere viva la memoria delle nostre origini, riscoprire il senso delle radici e fortificare l’appartenenza territoriale”.

Quali sono i balli più richiesti? 

“La Pizzica Pizzica del basso Salento è la danza popolare che in questi anni  ha conosciuto maggior successo. La sua forza sta nel ritmo, molto coinvolgente e liberatorio, e nella danza di coppia; energica, sensuale e impetuosa, che permette di esprimere la propria essenza attraverso un dialogo danzato basato sul corteggiamento, sul gioco e sulla lotta. A sostenere tale exploit è la realizzazione di diversi eventi e Festival incentrati sul ritmo della Pizzica, tra questi il più importante è ‘La Notte della Taranta’, con il cui corpo di ballo collaboro da sette anni. Il Festival che si tiene a fine agosto a Melpignano (Le) registra ogni anno più di 200mila presenze, provenienti da tutto il mondo, e viene trasmesso in diretta Tv su Rai5”.

E quelli che tu preferisci? 

“In generale amo tutto il variegato mondo delle danze popolari anche se la Pizzica e le Tarantelle del Gargano sono le danze della mia terra, della mia Puglia e attraverso di esse esprimo la mia identità e la mia appartenenza”.

Il tuo fidanzato, l’attore Alessio D’Amico, ha imparato a ballare la pizzica? 

“Alessio quando può cerca di seguirmi nei miei spettacoli e nei miei stage e corsi sulla Pizzica e le Danze Popolari. In un certo senso ha imparato anche lui a danzarla, anche se ha un modo tutto suo di interpretarla, molto divertente, direi”.

Perché nel corso dell’ultimo decennio, i balli popolari hanno trovato maggior spazio all’interno di festival ed eventi? 

“La presenza dei balli popolari all’interno di festival ed eventi è dovuta al differente modo di concepire la danza popolare e alla diversa modalità di fruizione da parte della gente. Priva dei vincoli etici e comportamentali di un tempo, trasmessa da giovane a giovane, la danza si è caricata di maggiore libertà d’espressione, d’inventiva e di atteggiamenti finalizzati alla provocazione e all’esaltazione della resistenza fisica. Il gioco di coppia si è arricchito di maggiore sensualità, sfrontatezza e mimiche teatrali, che le conferiscono maggiore attrattiva tanto da sprigionare nei giovani il desiderio di lasciarsi pervadere dal suo ritmo antico. Il nuovo modo di danzare la Pizzica e i balli popolari in generale ha contagiato così molti appassionati del ballo tanto da creare una “mania”, una moda, una nuova forma di socializzazione e una forte esigenza di contesti in cui potersi esprimere proprio attraverso le danze popolari. Questa nuova evoluzione della danza popolare, la rende particolarmente accattivante e fortemente richiesta quando si organizzano manifestazioni pubbliche”.

Percorri in lungo e in largo l’Italia con stage: proprio tutti possono ballare? 

“Assolutamente sì: tutti possono ballare le danze popolari; non ci sono limiti di età e non serve una preparazione tecnica in danza. C’è uno ‘script’, trasmesso di generazione in generazione, fatto di pochi codici e passi che tutti sono in grado di assimilare e successivamente interpretare liberamente sulla base della propria età, formazione, sesso, fantasia ed energia”.



more No Comments maggio 8 2018 at 12:51


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