Carenza di ferro: ecco quando diventa anemia sideropenica

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Le donne con cicli mestruali abbondanti sono la categoria più a rischio. Ma attenzione anche per quanti soffrono di ulcere, gastriti e celiachia. Gli esami per diagnosticare il deficit e i rimedi da mettere in pratica al di là delle leggende metropolitane. Ne parliamo con il dottor Alfredo Dragani

di Claudia Esposito

Capita spesso di sentirsi stanchi, irritabili, affaticati. Ma quando a questi malesseri si associano cefalea, cefalea, irritabilità, affanno nel salire le scale, fragilità delle unghie, caduta dei capelli, difficoltà di concentrazione o nel dormire bene, palpitazioni, la causa potrebbe essere la carenza di ferro nell’organismo. Una condizione che, se persiste nel tempo su livelli importanti, può sfociare nella cosiddetta “anemia sideropenica”, una degli oltre 200 tipi di anemie esistenti e, soprattutto, la più comune. Per capirne di più e sfatare alcuni luoghi comuni, abbiamo chiesto chiarimenti all’ematologo dott. Alfredo Dragani, responsabile dell’Unità operativa “Centro emofilia e malattie rare del sangue” del dipartimento di Ematologia dell’ospedale di Pescara.

Carenza di ferro e anemia sideropenica sono sinonimi?

«No, si tratta di due condizioni che non viaggiano necessariamente insieme. La carenza di ferro può essere lieve e transitoria, e del tutto priva dei sintomi appena accennati, perché il motore, cioè il midollo osseo, funziona comunque a sufficienza. Si può parlare propriamente di anemia solo in caso di carenze importanti di questo minerale e per periodi prolungati di tempo. Se dovessimo dare un valore, potremmo dire che l’anemia esiste quando l’emoglobina scende al di sotto dei 12 grammi per decilitro di sangue nella donna e 13 nell’uomo. I sintomi, però, sono sempre soggettivi: esistono persone abituate a convivere fisiologicamente con livelli bassi di emoglobina che, a fronte di un deficit di ferro, avvertiranno di meno i sintomi tipici. Al contrario, a quanti hanno normali livelli di emoglobina, basterà anche un piccolo calo nei livelli di emoglobina per avvertire subito che qualcosa non va».

Perché è così importante il ferro per il nostro organismo?

«Si tratta di un minerale essenziale per la produzione dei globuli rossi nel midollo osseo, a loro volta elementi indispensabili per veicolare ossigeno ai tessuti. Senza il ferro, è come se mancassero i mattoncini per produrre i globuli rossi, con conseguente sofferenza dei tessuti. Non a caso tra i sintomi ci sono anche le palpitazioni, perché il cuore deve battere più rapidamente per cercare di mandare più ossigeno in circolo».

Quali sono le categorie di pazienti che possono essere più colpite da carenza di ferro ed, eventualmente, da anemia sideropenica?

«Al primo posto, tra le categorie più a rischio, troviamo le persone che soffrono di perdite emorragiche. Quindi le donne in età fertile che soffrono di “menorragia”, ossia di cicli mestruali prolungati ed abbondanti, devono prestare particolare attenzione. A loro vanno affiancate quante soffrono di specifiche malattie dell’utero, ad esempio fibromi, oppure persone affette da gastriti emorragiche o da altre patologie che causano continui stillicidi di sangue. In tutti questi casi, infatti, il midollo osseo non riesce a compensare la continua perdita di sangue attraverso una produzione compensatoria di nuovi globuli rossi. Ma i sanguinamenti abbondanti non sono l’unica causa dei deficit di ferro. Vanno ricordati anche i difetti i di assorbimento, un problema che rende a rischio ad esempio i celiaci e gli anziani, soggetti che vista l’età, tendono alla naturale atrofia della mucosa gastrica».

Ci sono anche alcuni farmaci che potrebbero compromettere l’assorbimento del ferro…

«È vero. Esistono alcune categorie di farmaci come alcuni gastroprotettori, quali i cosiddetti “inibitori della pompa protonica”, che abbattono la naturale acidità gastrica. Quest’ultima è, infatti, una condizione fondamentale per consentire il corretto assorbimento del ferro da parte dell’organismo. Chi assume questi farmaci, pur partendo da normali livelli di ferro, potrebbe non riuscire ad assorbirlo ed utilizzarlo correttamente, andando ugualmente incontro, nel lungo periodo, a deficit di ferro».

I bambini sono interessati da questo problema?

«Solo raramente i bambini soffrono di carenze di ferro. Può capitare che ne patiscano nella prima infanzia, in particolare se la madre ha sofferto di carenza di ferro nel corso della gravidanza. Ma in questi casi, i bambini recuperano facilmente questo deficit crescendo, grazie ad una buona alimentazione nei primi anni di vita. Eventualmente, per completare un’alimentazione bilanciata, è possibile integrare con prodotti dietetici specifici la dieta, senza tuttavia che sia necessario ricorrere a farmaci specifici».

Come si diagnostica la carenza di ferro?

«Bastano delle comunissime analisi di laboratorio. Oltre al tradizionale emocromo che può dirci, tra l’altro, il numero di globuli rossi e bianchi e il tasso di emoglobina, vanno indagate la sideremia, la transferrina e la ferritina, tre indicatori che, presi insieme, forniscono una panoramica completa sul ferro presente nell’organismo ed eventualmente su quanto ne manca per soddisfare il normale fabbisogno corporeo».

Quali alimenti vanno privilegiati per combattere la carenza di ferro?

«Prima di tutto deve essere sfatata la comune credenza popolare che le carni rosse, soprattutto la carne di cavallo e alcune verdure come gli spinaci, servano a curare una carenza di ferro. In realtà, la nostra dieta mediterranea è già perfettamente bilanciata così com’è perché comprende tutti i nutrienti indispensabili al nostro organismo. Non occorrerebbe aggiungere altro. Inoltre va chiarito che solo raramente la carenza di ferro è legata ad un’alimentazione squilibrata, poiché si decide di escludere volontariamente alcuni alimenti nella dieta».

Che ruolo possono giocare integratori alimentari da banco e farmaci a base di ferro?

«In realtà, gli integratori alimentari sono generalmente composti da un mix di principi spesso inadeguati a curare gli adulti con carenza di ferro e, a maggior ragione, coloro che sono anemici. Questo perché essi non contengono quantità terapeutiche di ferro. I nostri depositi di ferro possono essere ripristinati solo grazie a farmaci specifici, che starà al medico curante prescrivere. Nei casi più gravi può essere necessaria la somministrazione endovenosa del ferro, la quale deve essere praticata necessariamente in ambiente ospedaliero. Nel passato, i farmaci orali a base di ferro provocavano numerosi effetti collaterali, quali mal di stomaco e problemi gastrointestinali. Oggi, fortunatamente, la ricerca ha mosso importanti progressi e si possono trovare in commercio nuove preparazioni, molto meglio tollerate dal nostro organismo. Naturalmente starà al medico curante valutare, caso per caso, il preparato più adatto».

Come si cura la carenza di ferro?

«Per curare il deficit di ferro, ed eventualmente l’anemia sideropenica che accompagna la carenza, è necessario risalire alla causa che ha determinato il problema. Se, ad esempio, a monte ci sono mestruazioni troppo lunghe ed abbondanti bisognerà rivolgersi ad un ginecologo per risolvere il problema. Se le perdite emorragiche sono invece legate a problemi di natura gastrointestinale, ugualmente si dovrà risolvere la causa che determina i sanguinamenti attraverso approcci specialistici. Per rassicurare i pazienti, è opportuno sottolineare che l’anemia sideropenica è l’anemia più comune e non è così frequente che nasconda gravi problemi di salute, quali i tumori».



more No Comments agosto 4 2017 at 12:13


Sotto i piedi il benessere del corpo

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Aldo Nichilo ci spiega le virtù della riflessologia plantare

di Marisa Iacopino

“Il piede umano è un’opera d’arte e un capolavoro di ingegneria”. Partendo dalla frase di Michelangelo, possiamo dire che quest’opera d’arte che ci sostiene e porta in giro per il mondo,ha una struttura anatomica così complessa da meritare un massaggio di tutto rispetto. Vogliamo perciò parlare della riflessologia plantare, una tecnica di massaggio e pressione della pianta del piede. Per saperne di più, abbiamo chiesto ad Aldo Nichilo, riflessologo plantare e insegnante di Kundalini Yoga.

Innanzitutto, cos’è la riflessologia? 

“Letteralmente ‘scienza dei riflessi’, una tecnica terapeutica che tratta le corrispondenze tra i vari organi del corpo e alcuni punti, detti riflessi, sulla mano e sul piede. E’ da tempo considerata un valido strumento diagnostico/terapeutico e in molti paesi è stata introdotta negli ospedali. La riflessologia plantare si avvale della pressione esercitata dal pollice sulla pianta o sul dorso dei piedi, dove esiste una vera e propria mappa del corpo. Questo meccanismo si attua per mezzo del sistema nervoso, il quale, se stimolato, invia un’adeguata risposta: in questo caso un messaggio energetico che ha un effetto salutare sulla parte interessata. Il mondo olistico mi ha conquistato: considera il corpo un tutt’uno, e  la riflessologia è parte integrante di quel mondo, come pure l’agopuntura e lo shiatsu. Ho frequentato un corso professionale, metodo William H. Fitzgerald, diplomandomi presso la scuola ‘Shiatsu e Salute’ di Pica Ersilia che mi ha donato tutto il suo sapere. Grazie a lei ho appreso l’esistenza di un mondo fantastico!”.

E la mappa delle zone riflesse?  

“Dobbiamo i primi studi scientifici sulla terapia zonale al medico e chirurgo otorinolaringoiatra americano W.H. Fitzgerald (1872-1942). Nel 1910 egli tracciò una mappa del corpo umano attraversato da dieci meridiani diviso in altrettante zone, le cui parti e organi trovano i corrispondenti punti riflessi nella mani e nei piedi. Il dott. Fitzgerald fu anche il primo studioso a pubblicare un trattato su questa terapia: zone therapy, or relieving pain at home (la terapia zonale, ovvero alleviare il dolore a casa)”.

Quanti metodi di riflessologia plantare esistono?

“Sono diversi, e seguono due grandi filoni: quello occidentale e quello orientale. Il primo si basa sui principi scientifici della medicina occidentale, il secondo su quelli della medicina tradizionale cinese. C’è poi un’altra scuola che ho conosciuto personalmente e si riferisce alla cultura orientale indiana. E’ un sistema terapeutico che si avvale delle conoscenze energetiche, fisiologiche e delle pratiche di meditazione del Kundalini Yoga insegnate dal maestro Yogi Bhajan. Questo sistema lavora sostanzialmente sulle energie sottili. Il terapeuta e il ricevente entrano in un canale energetico attraverso la meditazione; il tocco dei piedi è molto leggero, diverso dagli altri metodi”.

C’è curiosità tra le persone per questa tecnica?

“Il massaggio nasce come gesto istintivo e primitivo. Il massaggio zonale poi risale a 5000 anni fa; varie testimonianze attestano l’uso di tale metodo in Cina, India, nella civiltà egizia e nell’America precolombiana. Ippocrate, vissuto nel V secolo a.c. e riconosciuto come il padre delle medicina occidentale, lo consigliava come trattamento terapeutico per alleviare il dolore causato dalle articolazioni gonfie. Negli ultimi anni anche la cultura occidentale ha preso visione del concetto olistico, e il massaggio, agendo sulle capacità rigenerative dell’organismo, rappresenta un valido mezzo per rimettere l’uomo in contatto con la dimensione più intima della sua identità”.

Da quante fasi è costituito il percorso terapeutico?

“Essenzialmente tre. Dopo aver fatto l’anamnesi, si passa a un’attenta osservazione del piede che comunica lo stato di salute generale attraverso l’aspetto, il colore, l’odore, la forma della dita, le unghie, le sporgenze ossee, le linee della pelle, i gonfiori e le screpolature. La terza fase riguarda la tecnica di manipolazione. La superficie del piede va indagata con un tocco forte e profondo alla ricerca di minuscoli cristalli, masse, nodi muscolari, punti dolenti,  aree svuotate,  modificazione della flessibilità dei tendini, differenza di temperatura da un’area all’altra. Tutte queste informazioni vanno annotate sulla mappa del piede del ricevente”.

C’è un paziente ideale, e inoltre ci sono controindicazioni? 

“Non esiste paziente ideale, ognuno di noi ha la possibilità di avvicinarsi alla riflessologia plantare e guarire, o comunque migliorare il suo stato di salute mentale e psicologico. Le controindicazioni sono in presenza di gravi malattie infettive; dopo interventi chirurgici bisogna aspettare circa tre mesi. I pazienti che hanno avuto attacchi cardiaci, invece, non vanno trattati finché il muscolo cardiaco non si riprende (dai tre ai sei mesi). E’ inoltre sconsigliabile il trattamento riflessologico nei malati oncologici”.

Un termine per definire la riflessologia plantare? 

“Esplorazione”.



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Elena Russo: cover story di luglio 2017

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Nota e apprezzata attrice partenopea, l’abbiamo seguita in “Furore”, fortunata fiction tv, di cui attendiamo il seguito. Ha completato il suo quadro artistico con il teatro e negli ultimi tempi si è fatta prendere molto dalla Rete

di Silvia Giansanti

Elena è un’attrice che per amore del suo lavoro ad un certo punto della sua vita, ha dovuto lasciare il cuore a Napoli, la sua città natale, per trasferirsi nella Capitale in cerca di fortuna. Le sue percezioni le hanno dato ragione, visto che oggi è un personaggio a tutto tondo nel campo televisivo, cinematografico e negli ultimi anni anche in quello teatrale. Ha lavorato in cast di tutto rispetto composto da grandi nomi e da cui ha imparato molto. Ricorda con particolare entusiasmo quello di “Baciami Piccina”, che le ha lasciato il segno. Simpatica ed affabile, Elena si fa volere bene, soprattutto quando cucina per gli amici speciali manicaretti napoletani, frutto di tradizioni familiari.

Elena, cosa ricordi dell’impatto che hai avuto con la città eterna, quando per motivi professionali ti ci sei trasferita da Napoli?

“E’ stato meraviglioso farsi cadere addosso secoli di storia e ancora oggi è così. Il fascino di Roma è irresistibile. Lo stesso impatto del primo giorno è rimasto negli sguardi ai monumenti, agli squarci e agli spazi verdi. Non si finisce mai di scoprire gli angoli nel centro storico”.

Oggi come ti piace viverla? C’è qualche posto particolare di ritrovo?

“Trovo che il quartiere della Garbatella sia davvero grazioso. Il centro storico è meraviglioso, ma è troppo caotico. Non si ha la possibilità di dormire o di studiare, allora preferisco il quartiere Prati che è un po’ più tranquillo”.

Quand’è stato il momento in cui hai capito che avresti proseguito a svolgere la tua attività?

“Quando ho avuto la conferma che alcune cose che ho vissuto nel passato tra cose che dicevo o facevo, sono state in seguito confermate e questo mi accade continuamente. Ad esempio posso venire trascinata da una storia che leggo, una specie di vocazione che è più forte di me. Finché mi sveglio con questa energia e con questa propensione, continuerò a fare l’attrice”.

Cosa è successo professionalmente negli ultimi anni?

“Mi mancava l’esperienza teatrale e oggi mi sento un’attrice più completa, in quanto secondo me è un percorso inevitabile per un buon attore”.

Un ruolo che sogni di interpretare un giorno.

“Mi piacerebbe interpretare un ruolo di una santa, un connubio di vita spirituale, diversa da quella nostra. Sono per i personaggi dalle tinte forti”.

Sai stare senza musica?

“Sì, per me è molto importante, ma ci sono dei periodi in cui mi isolo e non desidero viverla”.

Hai comunque dei miti?

“Certamente. Amo la Callas e tanti altri grandi artisti”.

Un personaggio della musica che avresti voluto eterno?

“Domenico Modugno, anche se è di un’altra generazione”.

Un cast di attori indimenticabile in cui hai lavorato?

“In ‘Baciami Piccina’ con Neri Marcorè e Vincenzo Salemme che ho fatto per il cinema che mi ha dato la possibilità di conoscere meglio gli attori maschili che hanno modi e approcci diversi. E‘ stato il mio primo film da protagonista femminile come ruolo. Quest’esperienza mi ha formato molto”.

Ti affascina girare scene ambientate nel passato?

“Moltissimo e il destino mi vuole sempre per epoche diverse. Credo di aver fatto molto poco nel contemporaneo. Mi ci sono ritrovata e devo dire che mi affascina molto seguire serie tv sulla storia”.

E’ magico anche indossare gli abiti dell’epoca, immagino.

“Sì, sopratutto indossare la storia e  la vita di tanti antenati e attraverso le storie e le sceneggiature possiamo davvero capire le differenze tra ieri e oggi”.

Sono capitate sbandate sul set?

“Sbandata sentimentale vera e propria no, ma ho subito il fascino di Stefano Dionisi nella prima serie di ‘Furore’. L’ho anche rilasciato in conferenza stampa, per cui lo dico senza vergogna e senza imbarazzo. In quel momento mi aveva catturata”.

Com’è la tua anima di base, ironica o drammatica?

“Ancora me lo sto chiedendo! A volte la mia solarità nasconde dietro ben altro”.

Cos’è previsto prossimamente per te riguardo ai tuoi impegni?

“Siamo in attesa della messa in onda di ‘Furore 2’ e poi ci sono impegni teatrali come ‘La veggente’ che è uno spettacolo che ho fatto lo scorso anno a Napoli al Mercadante. Inoltre ci sono progetti per un film. Senza tralasciare che sono molto indaffarata sulla Rete”.

Quindi il web è diventato la tua passione.

“Lo è divenuto in questi ultimi anni. Sono presente su tutti i social network. Credo molto nella Rete che è il nostro presente e sarà il nostro futuro. E’ ormai un impegno quotidiano e gran parte del pubblico è venuto ai miei spettacoli grazie a internet”.

Da chi è composto il tuo pubblico?

“Da moltissime donne e anche tanti adolescenti che si avvicinano magari attraverso le fiction”.

Sei una di quelle persone pigre o attente e precise sull’alimentazione e la cura del corpo?

“Sono una di quelle donne patologiche in casa per quel che riguarda la pulizia e l’ordine. Per questo motivo mi prendono tutti in giro, amici e parenti. Sono sempre con la pezza in mano. Per il resto sono una persona attenta nell’alimentazione. Onoro molto la tavola, condividere una bella tavolata con amici. Adoro anche la cucina e me la cavo bene visto che provengo da una famiglia di grandi tradizioni”.

Con cosa delizieresti allora i nostri lettori?

“Premettendo che non sono brava come mia madre, preferisco offrire un’apericena che va molto di moda con crostate salate, frittata di maccheroni, ecc. Ci sono tanti gustosi piatti tipici napoletani”.

Apprezzi l’integrazione delle cucine orientali?

“Da poco. Ho vinto così il mio iniziale pregiudizio. La cucina thailandese è quella che mi stuzzica di più con tutte le sue spezie”.

CHI E’ ELENA RUSSO

Elena Russo è nata a Napoli il 13 febbraio sotto il segno dell’Acquario con ascendente Cancro. Caratterialmente si definisce solare, allegra e positiva. Tifa per il Napoli, adora le polpette vegetariane e si diletta nella pittura come hobby. Le sue città preferite sono Napoli e  Roma. Non ha animali domestici. Uno dei suoi anni fortunati è stato il 2014. Al momento è single. Elena ha esordito nel cinema nel 1997 in “Finalmente soli”, a cui fanno seguito “Besame Mucho” e “Amor nello specchio”, entrambi del ’99. Tra le sue importanti esperienze, ricordiamo quella del 2002 in cui è stata protagonista nel film “N’Gopp” e del 2006 “Baciami Piccina”. Numerosi i suoi lavori anche per il piccolo schermo, tra cui citiamo “Orgoglio”, “La luna e il lago”, “Io non dimentico”, “Amiche mie”, “Elisa di Rivombrosa”, “L’onore e il rispetto”, “Rodolfo Valentino – La leggenda”, “Sangue caldo” e “Rispetto”. Ha avuto anche esperienze con il teatro.



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Carlotta Proietti e la sua band

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di Francesco Fusco

Carlotta Proietti, attrice e cantante e figlia del grande attore Gigi Proietti, a Molloroma il 19 luglio presenterà il suo ultimo album “Play the music louder” insieme ai Blatters. L’artista ci racconta del rapporto con la sua famiglia e dei progetti futuri.

Carlotta Proietti romana doc, classe 1981. Come è nato il tuo amore per l’arte? Il tuo cognome ti ha portato vantaggi?

“Il mio amore per l’arte credo sia nato con me, ho avuto la fortuna di ascoltare sempre musica in famiglia e di crescere dietro le quinte di molti teatri, guardando mio padre recitare in palcoscenico. Credo che questo sia il vantaggio più importante che si possa avere da un cognome importante”.

Quando hai fondato la band Carlotta Proietti e i Blatters? Parlaci del tuo ultimo progetto discografico “Play the music louder”.

“La band suona da circa 4 anni insieme. ‘Play the music louder’ nasce dalla volontà di mettere su supporto dei brani che compongono uno spettacolo, ‘Se non parlo canto’ fatto appunto di musiche e testi originali, parlato e cantato, che ha debuttato quest’anno all’Auditorium Parco della Musica. In scena c’eravamo io e i Blatters e parte delle canzoni sono nel nuovo album. Sono otto brani in italiano ed in inglese arrangiati con molta cura da Fabio Abate e dagli stessi Blatters. Il disco è stato registrato con dei suoni volutamente live, essenziali ma (speriamo) mai scontati. E’ un bel traguardo e non vediamo l’ora di poterli proporre il più possibile al pubblico”.

Ti senti più attrice o cantante?

“Credo siano complementari, mi sembra di sentire la mancanza di una quando mi concentro sull’altra! La musica è arrivata prima, il mio è un percorso abbastanza anomalo… la recitazione è una passione che sta crescendo e il sogno è quello di unire i due aspetti di questo meraviglioso lavoro che ho la fortuna di poter fare”.

Il 19 luglio ti esibirai a Molloroma, la manifestazione estiva dell’estate romana a Ponte Milvio. Cosa proporrai?

Suoneremo e canteremo, coi Blatters (basso, batteria, chitarra, tastiera) e l’aggiunta di una viola e un violino, un repertorio musicale di canzoni originali che includeranno i brani del nuovo album, ‘Play the music louder’ e delle cover che vanno da Paolo Nutini ai Beatles e molti altri”.

Che tipo di rapporto hai con tuo padre? Ti consiglia sulle tue scelte professionali?

“Ho un ottimo rapporto con entrambi i miei genitori, di stima, scambio, condivisione. Tengo molto al loro parere quindi non perdo occasione di confrontarmi con loro su scelte o proposte. Ora più che mai abbiamo raggiunto una dimensione di ‘ditta’ di famiglia, anche mia sorella Susanna è scenografa e costumista, e tutti amiamo il nostro lavoro. Mio padre mi consiglia spesso e anche se non sempre gli dò retta, ha quasi sempre ragione lui!”.

Progetti futuri?

“Dal 22 giugno al 2 luglio sono stata Orsola in ‘Troppu trafficu ppi nenti (Molto rumore per nulla)’ al Silvano Toti Globe Theatre di Roma. Si tratta di una traduzione/adattamento di Camilleri-Di Pasquale nella splendida lingua siciliana di Camilleri. Quest’estate faremo altri concerti coi Blatters e riproporremo anche ‘Se non parlo canto’. A breve uscirà ‘Play the music louder’, dunque saremo impegnati con il lancio. Ad ottobre sarò nuovamente al Globe, questa volta nel ruolo di Beatrice in ‘Much ado about nothing (sempre Molto rumore per nulla)’ in lingua originale. In autunno si girerà la terza serie di ‘Una Pallottola nel Cuore’ dove interpreto il ruolo di Marzia. Per il nuovo anno ci sono molti nuovi progetti ma vi invito a vedere gli aggiornamenti sul mio sito o sulla mia pagina facebook”.



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Giuseppe Alessio Nuzzo: “Vi presento il mio festival sociale”

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Tutto pronto nella splendida Vico Equense per la VII Edizione del Social World Film Festival, dal 23 al 30 luglio, presentata da Roberta Scardola e da Yuri Napoli. Il patron della kermesse ci parla della sua passione e dell’organizzazione di quest’anno

di Alessia Bimonte

Giuseppe Alessio Nuzzo, classe ’89 è un giovane produttore, regista e autore campano. Attualmente impegnato con i ferventi preparativi per la VII edizione del Social World Film Festival che si terrà a Vico Equense dal 23 al 30 luglio (presentato dall’attrice Roberta Scardola e da Yuri Napoli), ci racconta un po’ della sua esperienza…

Sei un giovane regista e produttore, ma il tuo percorso inizia diversamente. Infatti ti laurei in tutt’altro campo. Come nasce la tua passione verso il cinema?

“È una passione nata tra i banchi di scuola, ero appassionato di cinema, passavo intere nottate aspettando per vedere i bellissimi di Rete 4. Fortunatamente ho partecipato ad un corso fatto nella mia scuola e con l’occasione ho iniziato a realizzare i primi corti rudimentali. Grazie ad un corto sul terremoto d’Abruzzo, sono stato premiato dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, facendo il giro d’Europa e portandolo fino a Vienna e Strasburgo”.

Hai concluso, nonostante questa passione, il tuo percorso accademico, laureandoti a pieni voti…

“Sì, ho fatto tutto con molta diligenza, riuscendo a non tralasciare nessuna delle due attività, studiavo, ma contemporaneamente mi dedicavo al cinema”.

Hai esordito da poco con il tuo primo lungometraggio “Le verità”. Che esperienza è stata?

“Mi sono dedicato sempre tanto alla produzione, ma un film è totalmente diverso! È sicuramente un’esperienza che ti forma tanto, soprattutto perché il pubblico paga per vedere una tua opera, e quando sei sul mercato, si sa, arrivano critiche positive e negative. Posso dire con piacere che ‘Le Verità’ ha avuto un riscontro senza precedenti. È stato un progetto realizzato con un budget basso, ma che è riuscito bene. La soddisfazione di poterlo presentare in scenari quali Cannes e San Paolo in Brasile non ha prezzo. Spero di continuare su questa linea”.

Sei reduce dalla presentazione della VII edizione del Social World Film Festival a Cannes. I temi scelti per quest’anno sono magia, incanto suggestione e meraviglia. Perché?

“Sono tutte tematiche che si legano a quella che è l’essenza del cinema. Infatti il cinema non è nient’altro che un mezzo magico, ci fa vivere la vita di altri, evadere dai problemi reali; quando guardiamo un film tutto si blocca. Penso sempre a quel famoso giorno in cui i fratelli Lumiere a Parigi hanno sancito la nascita del cinema con la proiezione di un treno in movimento; il pubblico era stupito dal fatto che il treno sembrasse uscire dallo schermo. Ecco per questa edizione l’obiettivo è quello di ripercorrere l’incanto che il cinema regala”.

Ci saranno novità?

“Come ogni anno, nella suggestiva cornice di Vico Equense, all’interno della costiera sorrentina, si respirerà un’aria di cinema. Ci saranno come sempre tanti eventi, ma sarà un’edizione cambiata nei contenuti e nelle tecnologie per vivere appieno le nove sezioni cinematografiche così divise: Mercato, Fuori Concorso, La Città del Cortometraggio, La Notte del Cinema, School – cinema a scuola, Smile – sociale con sorriso, Focus – occhio al Sud, Concorso Internazionale, Grande Schermo. Abbiamo ricevuto centinaia di iscrizioni da tutto il mondo.  Sarà attivo tra le sezioni anche il Mercato del cinema, una sezione interamente dedicata ad incontri con registi ed editori. Tantissimi anche quest’anno gli ospiti che verranno a trovarci e a condividere le proprie esperienze cinematografiche con il pubblico. Gli anni passati abbimo avuto l’onore di ospitare grandi attori  e attrici di calibro internazionale, Maria Grazia Cucinotta, Ornella Muti, Simona Izzo, Leo Gullotta, Marco Bocci, Valeria Golino e tanti altri”.

Cosa caratterizza questo festival del cinema dagli altri?

“È un festival che dà spazio al sociale, a tematiche che fanno ragionare e riflettere, cose che molto spesso mancano in questa società che corre e non si ferma un attimo.  E poi è fatto da giovani ed è per i giovani”.

Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito http://www.socialfestival.com/it-it/



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Gianmarco Saurino: L’astro nascente della fiction

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E’ uno dei volti nuovi della tv. Dopo una gavetta teatrale, la sua carriera ha avuto una svolta con la partecipazione nelle serie “Che Dio ci aiuti 4” e “C’era una volta Studio Uno”. In questa intervista emerge come un giovane determinato e molto in gamba

di Giulia Bertollini

Bello, simpatico e talentuoso. Potremmo definire così Gianmarco Saurino, nuovo volto di punta delle fiction tv. Classe 1992, foggiano doc, una carriera teatrale alle spalle a cui si è affiancata l’esperienza televisiva. Dopo aver mosso i suoi primi passi al Teatro dei Limoni di Foggia, a soli 19 anni si trasferisce a Roma dove frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia, diplomandosi a pieni voti. Ha partecipato inoltre ad alcuni cortometraggi che gli hanno valso il riconoscimento come migliore attore protagonista. Il grande pubblico televisivo ha avuto modo di apprezzarlo recentemente nel ruolo di Nicodemo, inguaribile donnaiolo, in “Che Dio ci aiuti 4” e in quello di Renato, macchinista Rai, in “C’era una volta Studio Uno”, entrambe fiction Rai di successo.

Gianmarco, quando hai scoperto la passione per la recitazione? 

“Qualche anno fa, frequentando il primo laboratorio di recitazione nel teatro in cui mi sono formato, ho cominciato a pormi la famosa domanda ‘Che cosa vuoi fare da grande?’, e supportato da quello che stavo facendo in quel periodo, la risposta è venuta molto spontaneamente. Da lì ogni momento e ogni scelta della mia vita, dal luogo in cui vivere all’accademia da frequentare, è stata improntata su questa risposta”.

Ti abbiamo visto in fiction Rai di successo quali “Che dio ci aiuti 4” e “C’era una volta Studio Uno”. Com’è stato affacciarsi per la prima volta al mondo della Tv?

“E’ stato molto più semplice di quanto pensassi, in realtà. In principio ero spaventatissimo, specie per quanto riguarda ‘Che dio ci aiuti 4′, sia di non avere la determinazione necessaria ad entrare in un cast già così affiatato, rodato e oliato, sia di non avere il carisma necessario a sostituire un attore straordinario come Lino Guanciale e il meraviglioso lavoro che ha fatto negli ultimi anni nella serie. Il pregio di un set televisivo lungo come quello di ‘Che Dio ci Aiuti’ è che mi ha permesso, grazie al sostegno di tutto il cast sia artistico che tecnico, di salire su questo enorme carrozzone senza grosse difficoltà e grossi slanci. Ho avuto così la libertà di potermi concentrare esclusivamente sul mio lavoro”.

Che cosa hai in comune con i personaggi che hai interpretato?

“Tutto e niente direi. Sia Nicodemo che Renato hanno entrambi la firma dell’attore che li interpreta e che ha vestito i loro panni. Ma il 70 per cento del risultato è pura interpretazione, che poi è la parte divertente di questo lavoro!”.

Con i colleghi di set come ti sei trovato?

“Straordinariamente bene, su entrambi i set. I cast tecnici sono stati favolosi e dei cast artistici che dire… meravigliosi. Ho creato un bellissimo sodalizio con Diana del Bufalo, che ci ha portato a lavorare insieme in entrambe le serie e con ottimi risultati. Ma degli enormi grazie vanno ad Elena Sofia Ricci e a Valeria Fabrizi, mamme, zie, colleghe e amiche ineguagliabili”.

Si dice spesso che l’aspetto fisico sia un importante biglietto da visita. Per te, quanto conta la bellezza nel tuo mestiere?

“Se mi chiedi ‘per me’ quanto conta, ti rispondo quanto un accessorio. Cioè poco. Io non sono un modello e il mio volto, o quello dei miei colleghi, senza interpretazione e senza vissuto quindi soprattutto senza lavoro non è altro che pelle e nervi e occhi e bocca e denti: inutile. E spesso, troppo spesso, in giro si nota”.

Con quale attore ti piacerebbe lavorare in futuro?

“Ho seguito ultimamente ‘Di Padre in Figlia’, ma ho avuto modo di vederlo in altri contesti, e trovo Alessio Boni un attore straordinario. Nell’ultimo periodo, dopo averlo visto in teatro, mi sono molto appassionato anche alla carriera di Fabrizio Gifuni e trovo che lavorare con un attore come lui potrebbe essere davvero molto stimolante e formativo per la qualità che riesce a mettere in ogni singolo lavoro che fa”.

Se non avessi fatto l’attore, cosa ti sarebbe piaciuto fare?

“Ora come ora ti risponderei niente, perché non c’è alternativa al mestiere e alla strada che ho scelto di intraprendere: è una strada a senso unico senza possibilità di svolta o retromarcia. Probabilmente anni fa sarei partito per un posto lontano, tipo il Madagascar, a gestire villaggi turistici nelle stagioni invernali ed estive. La mia dipendenza dal sole a volte è molto forte”.

Ho letto che tra le tue passioni, oltre la musica, c’è anche la danza. Parteciperesti mai a “Ballando con le Stelle”? 

“No, mai. E poi magari tra 10 anni mi ritrovi lì. No, semplicemente non credo. Non è un programma per me: diciamo che non rientra nei piani”.

Qual è il tuo rapporto con i social?

“Sono così ‘unsocial’ da definirmi allo stesso tempo molto ‘sociale’. Non amo condividere, twittare, like, cuori, commenti e varie. Vivo i social in maniera molto defilata”.

Un motto o una frase che più ti rappresenta?

“Se non costa non vale”.

Un consiglio che ti senti di dare ai giovani che vogliono intraprendere la tua stessa strada.

“Sceglietene un’altra! No, scherzo. Studiate, studiate, studiate. Questo mestiere non può essere improvvisato o lasciato a chi si ritrova per caso a farlo, proprio perché è un mestiere e merita rispetto e sacrificio”.

C’è qualche progetto in corso che ci puoi svelare?

“A breve si sapranno cose grosse, ma per ora…”.



more No Comments luglio 7 2017 at 13:49


Lidia Laudani: Una “musa” al servizio dell’arte

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Musa ispiratrice, da sempre a servizio dell’arte. Di Lidia Laudani si sono accorti tutti. Prima i fotografi, ora i pittori. Maestri della tela che, armati di tavolozza e pennello, in giro per il mondo si divertono a ritrarre lei, i suoi occhi che incantano, la sua bellezza limpida e pulita. Dall’Australia alla Slovenia, dalla Germania alla Siria, il suo fascino ha superato i confini nazionali. A distanza, posa per fotografi e pittori di tutto il mondo. Le sue fotografie suggeriscono tele, colori, disegni. E i quadri che la riguardano finiscono in mostre, gallerie, o si trasformano in semplici souvenir da collezione. “Con l’arte è stato amore a prima vista, proprio come con la fotografia” racconta lei.

Dalla fotografia alla pittura: che percorso è stato?

“Ho all’attivo collaborazioni con professionisti di tutto il mondo. Tra chi ha saputo raccontarmi meglio, voglio citare Giancarlo Coscia con cui ho lavorato più di una volta affrontando diversi temi. Tra i vari lavori uno in particolare, sulle rive di Spessa Po, mi ha lasciato un ricordo indelebile. Le sue foto hanno un non so che di magico, forse proprio per questo sono state scelte da diversi artisti e riportate su tela”.

Ed eccoti “musa” di artisti.

“È vero, è accaduto proprio questo. In tanti hanno voluto raccontarmi usando tela e colori. Tra i pittori italiani che hanno realizzato straordinarie opere vorrei citare Diana Cosima: è sua l’opera in olio su tela dal titolo ‘Luna’. Ma voglio ricordare Graziano Cova Pavese che ha realizzato uno straordinario primo piano del mio viso. O, ancora, Salvatore Randazzo, grande artista siciliano, che ha già realizzato due opere di me su tela. Ce ne sono tanti altri: ognuno di loro ha raccontato qualcosa di me in modo unico, speciale”.

Ma Lidia Laudani è “raccontata” anche all’estero.

“E’ successo questo! Tra i pittori stranieri cito l’artista sloveno Vojko Kumer che in pochi giorni ha creato due straordinarie opere, ed ancora Marcos Rodrigo, pittore figurativo impressionista francese. Cito anche Fred Whitson, artista australiano che sarà presente in Italia nei prossimi mesi per la biennale d’arte 2017 M.A.D Gallery di Milano. Ma ricordo anche Sagar Kumar, Frantal Kizougu, Dileepan Arunkumar, Pascal Gariepy”.

Fotografia e pittura: due facce della stessa medaglia o in conflitto tra loro? 

“La fotografia e la pittura sono due straordinarie forme d’arte e come tali devono trasmettere qualcosa. Quando poso sia per foto che per dipinti, esprimo me stessa al meglio e provo bellissime sensazioni, esprimo tutto quello che non riesco a dire a parole. Vedere poi il risultato finale del lavoro eseguito dal fotografo o dall’artista è qualcosa di estremamente emozionante”.

Artista a 360 gradi: ci racconti altro di te?

“Nel 2015 ho condotto All in News sul 131 del digitale terrestre. Diverse esperienze anche in qualità di attrice in film cinematografici, nel 2016 ho preso parte in ‘La scelta impossibile’ di Giuseppe Di Giorgio e ‘Souls’ di Carmine Caraviello. Sempre nel 2016 sono stata protagonista di un videoclip musicale contro l’omofobia con la musica di ‘I got you’. Nella vita mi piace mettermi in gioco, imparare dagli altri cose che non so. E mi piace toccare e respirare arte, se si tratta di apprendere da grandi artisti allora… tanto meglio”.

Novità?

“Come ultimo lavoro in qualità di attrice, sono protagonista del videoclip musicale dal titolo ‘Immaginandoti’ di Enzo Inay e Viola Valentino”.



more No Comments luglio 7 2017 at 13:45


Andreea Chasovschi: Dalla Romania alla “Bella d’Italia”

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di Claudio Testi

E’ una ragazza solare e determinata. Fresca vincitrice di tappa del concorso “La Bella d’Italia”. Conosciamola attraverso questa intervista.

Raccontaci  qualcosa di te.

“Mi chiamo Andreea Chasovschi, ho 19 anni e  vengo da un paese a nord della Romania che si chiama Suceava. Quando avevo  circa 10 anni ci siamo trasferiti con i miei genitori in Italia e più precisamente a Roma”.

Qui a Roma che studi stai frequentando?

“Sono iscritta all’istituto professionale IIS “Giovanni Falcone”; ho frequentato il quarto anno. La scuola ha un indirizzo di moda, il mio intento è quello di diventare una modella e stilista”.

Come mai hai deciso di partecipare al concorso, che tra l’altro ti ha visto vincitrice di tappa?

“Tramite il fotografo Aldo Surace, con il quale avevo già iniziato una collaborazione. Lui mi ha parlato molto bene  e mi ha invitata a partecipare a questo concorso ‘La Bella d’Italia’ di cui è concessionaria per Roma e provincia l’agenzia Star Casting, alla quale ovviamente mi sono iscritta. La prima volta ho partecipato ad una selezione invernale aggiudicandomi il secondo posto con la fascia di Ragazza Gold, mentre il 1 giugno mi sono aggiudicata il primo posto. Inoltre ho  partecipato a questo concorso con l’intenzione di incontrare persone nuove e imparare nuove cose. Vincere è stato un passo in più nel raggiungere il mio traguardo. E’ stata un’emozione bellissima con persone altrettanto brave e con una serietà che al giorno d’oggi non si trova ovunque”.

Quando non studi cosa fai? 

“Ho la passione della  pallavolo che pratico ormai da circa sei anni. La costanza e la tenacia che ho messo in questo sport mi hanno consentito di arrivare ad una vera squadra, infatti da quest’anno gioco con la società Asd Roma Otto Team, che mi sta dando grandissime soddisfazioni”.

Come riesci a conciliare scuola, sport e adesso anche la moda?

“Devo dire che molto impegnativo, la scuola e lo sport già occupano buona parte del mio tempo ma anche la moda e tutto quello che consegue mi affascina. Per questo almeno per il momento riesco a conciliarlo”.

Hai fatto atre esperienze lavorative nel settore della moda o spettacolo in genere?

“Sì, ho fatto diverse cose, alcune comparse su Gold Tv e Canale 10. Ho avuto alcuni ruoli in ‘Provaci ancora prof 7′  e nel film ‘Wonderwell’. Con Poste italiane ho girato uno spot ed infine ho realizzato diversi set fotografici a Roma e Parma”.

Un’ultima domanda, con tutti questi impegni riesci ad avere qualche hobby?

“Ho la passione per i viaggi, quando riesco a trovare del tempo mi piace viaggiare e trovare nuove destinazioni e posti da scoprire”.

 



more No Comments luglio 7 2017 at 13:43


Pino Petrosillo: Tra gli inferi e il cielo

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di Donatella Lavizzari

Pino Petrosillo, cantattore e regista di origine barese, ha portato in scena con la Compagnia del Fauno, da lui fondata 8 anni fa, molti spettacoli, tra cui “Vacanze Romane”, ottenendo grande successo di critica e di pubblico. Ultimamente ha proposto, in una nuova chiave di lettura, una delle opere miliari del patrimonio culturale e artistico italiano: la Divina Commedia. Un musical originale e coinvolgente sul viaggio allegorico dantesco nell’aldilà, un ensemble di arte teatrale, musica, danza ed immagini coinvolgenti che catturano lo sguardo degli spettatori. Una straordinaria opera musicale che vede Dante (Pino Petrosillo) e la sua guida spirituale Virgilio (Michele Lapenna) in cammino, dal groviglio oscuro della selva fino alla visione luminosa e celestiale di Beatrice (Paola Pennacchia), attraversano i vari cerchi dell’Inferno, in un susseguirsi di incontri con personaggi inconfondibili come Paolo e Francesca, Pier delle Vigne, Pia De’ Tolomei, fino a “riveder le stelle”. Le musiche sono del Monsignor Marco Frisina e le coreografie di Federica Ravello.

Ciao Pino, come nasce l’idea di mettere in scena la Divina Commedia? 

“L’idea nasce dall’amore. Quello per Dante e questa meravigliosa opera. Come ha detto Monsignor Marco Frisina, autore delle musiche, la Divina Commedia è la storia di un uomo che cerca il senso della sua vita, perché fatto per l’amore, l’Amore con la A maiuscola. L’idea dell’amore in Dante, come è in San Tommaso e nell’ideologia Cristiana, è l’amore di Cristo, l’amore che si è rivelato sulla Croce, l’entusiasmo di ogni credente. La sfida è grande e il sogno è che possa arrivare al cuore di tutti. Che possa far capire che la nostra vita è fatta per le grandi cose. Cercando l’Amore si compiono grandi viaggi”.

Perché la scelta di un musical? 

“E’ stata una scelta ben precisa. Amo la recitazione, la musica dal vivo, il canto e anche la danza. Una caratteristica di cui tener conto è che gli arrangiamenti sono stati ideati per accompagnare il senso che si vuole dare alla scena, per essere al servizio dei personaggi. E’ proprio la musica che coinvolge gusti e sensibilità differenti. Dal gregoriano al rock, dal blues all’heavy metal. Un musical rivolto soprattutto ai più giovani, affinché possa toccare il cuore di tutti”.

Di cosa vai più orgoglioso in questa opera? 

“Non c’è qualcosa in particolare di cui vado più orgoglioso. Ho voluto realizzare un’opera organica, e quindi tutto, dalla recitazione, alle musiche, alla danza, ai testi, concorre per il risultato finale. Come ogni opera, è stato un buon lavoro di squadra. Si è verificata una sorta di sintonia, per usare un termine musicale. Con l’auspicio che lo spettatore possa entrare in vibrazione, ritrovarsi e gioire, sentendosi parte integrante di ciò che avviene sul palco”.

Progetti futuri? 

“Ce ne sono molti in fase di elaborazione. Tra questi, due mi stanno particolarmente a cuore. Il primo è uno spettacolo dedicato a Frank Sinatra, un viaggio musicale a tutto swing, dove sarò accompagnato da una band di rilievo. Una ricca e variegata colonna sonora che ha reso un mito il carismatico artista italo-americano. Il secondo è la messa in scena in chiave moderna della vera storia di Pulcinella, una commedia di Raffaele Viviani: minuetti, canzoni e poesie, un’interazione emotiva tra teatro e musica dove lo spettatore verrà condotto nel mondo della musica partenopea antica, attraverso brani e famose melodie”.

Info: middleagedgoattheatercompany@gmail.com



more No Comments luglio 7 2017 at 13:41


Gianluca Pirozzi: “Nomi di donna”

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Autore del romanzo “Nomi di donna”, nella vita si occupa di relazioni internazionali e lavora  nella pubblica amministrazione

“Nomi di donna”, tredici storie di donne. Ce ne parli?

Sono 13 storie per 13 donne che vengono raccontate in una di quei momenti precisi della vita che io chiamo epifanie identitarie, cioè quelle situazioni, simili a vere e proprie scintille, in cui ciascuna di queste donne si ritrova a contatto con la propria identità… non sono situazioni frequenti nella vita di ciascuno di noi e questo perché spesso si conducono esistenze in qualche modo lontane dal proprio io, dalla propria essenza… si finisce con l’essere per la maggior parte della nostra vita persi o non collegati con la propria intimità. In questo libro, che io chiamo romanzo di racconti perché c’è un filo rosso che unisce ciascuna protagonista alla vita di un’altra, ho voluto proprio narrare di quei momenti in cui la vita dà l’occasione a ciascuna delle protagoniste di ricongiungersi con la propria identità. Ciò, alcune volte, avviene a causa di un evento drammatico, altre volte a causa di una circostanza solo apparentemente insignificante che fa però da causa scatenante al ricongiungimento con il proprio sé.

 Come e dove hai trovato l’ispirazione?

Non riesco a raccontare una storia se non sento che l’idea che ho dentro non nasconde anche una sfida, qualcosa che mi piace davvero, che mi dà energia o suscita, prima di tutto, la mia profonda curiosità. Può trattarsi della storia in sé, della psicologia di un personaggio, della sua età o della sua estrazione sociale. Ecco quando io sono pronto a raccogliere questa sfida, allora sono pronto a scrivere e a sperimentare. C’è un’espressione di Paul Valery che amo molto – lui parla di occhio, mano e anima come dei tre ingredienti che rientrano nel lavoro dell’artigiano, ma io credo che ciò si addica perfettamente anche al lavoro dello scrittore. Penso, cioè, che ci sono circostanze quando in cui questi tre elementi si fondono e diventano una cosa sola: c’è uno strano momento che, talvolta, può anche essere molto lungo, in cui queste confluiscono in una sola azione e io cerco di non iniziare a scrivere finché non ho ottenuto questo momento magico. Le storie di Nomi di donna, sono state scritte negli ultimi sei anni e raccontando di queste donne ho provare a narrare di quell’universo femminile che mi è caro e che per me funziona spesso come un corpo unico. È per questo che, nel caso del mio libro, ogni storia occupi un capitolo di ciò che io e dopo i lettori considerano un unico romanzo. Ed è romanzo che, come dicevo prima, si sviluppa lungo le quattro direttrici di una giornata, dall’aurora alla notte fonda, passando per il giorno ed il tramonto. Non si tratta in realtà dello stesso giorno, di uno stesso anno, né dello stesso luogo, ma mi piaceva giocare con questa finta unità temporale e spaziale.

Chi sono le donne che racconti? Sono personaggi inventati o hai preso spunto dalla vita reale?

Non voglio sfatare alcuna idea sull’inevitabile legame che c’è tra la vita dell’autore e quella dei personaggi di cui scrive. Però, oltre all’inevitabile processo di attingere al proprio vissuto, vorrei anche dire che credo che i personaggi d’un libro prendano inevitabilmente le proprie sembianze. Emergono spontaneamente come fiori di campo, quando si è in grado di guardarsi allo specchio, di analizzare parti di sè rimosse o a lungo appesantite dal giudizio, quando si è capaci di ripensare ad esperienze che sono in qualche modo sopravvissute al semplice ricordo. Quel che accade è che i personaggi di fantasia che covano in noi si rivelano una volta che si è compresa a fondo la loro natura reale, il vissuto (proprio) che è rifluito in loro. Da quel momento, non ti sfugge (quasi) più nulla, non hai più di che accusarli o di che vergognarti. Li accetti, ti accetti. Sei infine pronto alla scrittura. Ecco: Giovanna, Agata, Stella, Monica, Edda, Clara, Fabiana e tutte le altre donne sono nate così.

 Che messaggio intendi dare?

Nomi di donna, oltre che un libro sulla mia visione dell’esser donna oggi, è soprattutto un libro il cui sunto potrebbe essere che esperire aiuta. Essere la somma del nostro passato ci fa procedere. Ognuno di questi personaggi ha anche una sua storia personale e soprattutto familiare, non serve una lente psicanalitica per cogliere l’origine delle loro debolezze. Capire da dove viene un personaggio (una persona) ci da la possibilità di accoglierlo, di andare consapevolmente verso il futuro. Eppoi, mi piacerebbe che Nomi di donna fosse anche una boccata d’aria, un modo di interrogare e sperimentare, emozionalmente, altre vite, altri pensieri, altre emozioni, altre società.

Che riscontri hai avuto?

Direi sorprendenti, sia da parte delle lettrici e dei lettori che degli addetti ai lavori. E ricollegandomi a quanto dicevo prima, quando scrivo una storia non lo faccio perché voglio lanciare un certo messaggio, né in questo caso ho pensato di trattare l’universo femminile quasi fosse un’oasi da proteggere, anche perché trattandosi di un’oasi questo libro ne offre una minima rappresentazione di quello che secondo me può voler dire esser donna oggi. Però continuo a ricevere messaggi e riscontri dalle lettrici e dai lettori che si ritrovano nelle esperienze di vita che ho raccontato e nei sentimenti che animano le protagoniste di Nomi di donna.

So che il libro è stato presente in varie iniziative editoriali, ce ne puoi parlare?

Nomi di donna è un piccolo libro che ha compiuto grazie alla caparbietà del sottoscritto e al riscontro dei lettori un cammino per molti versi inaspettato. Era allo scorso Salone del libro e finora è stato presentato in molte città italiane oltre che a Roma dove vivo. E’ stato ospitato in una puntata della trasmissione Fahrenheit – Radio 3-Rai, e la trasmissione Qui comincia di Radio Rai 3 gli ha dedicato un’intera puntata lo scorso dicembre. E’ stato tra le opere di narrative segnalate dal Premio Luzi 2016 e recensito su molte testate e su blog letterari. Il numero di novembre della rivista Leggendaria contiene un’ampia recensione di Daniela Matronola, L’Unità qualche mese prima aveva pubblicato una bellissima e lunga recensione a firma di Filippo La Porta e il numero di gennaio di Le Monde Diplomatique ha scelto Nomi di donna come libro del mese… Insomma, spero che questo percorso possa proseguire e che Nomi di donna possa continuare ad esser letto.

 A chi si rivolge?

Quando scrivo non mi pongo l’obiettivo di immaginare chi possa esser il lettore né individuo il messaggio da lanciare. Prediligo, al contrario, l’aspetto istintivo della scrittura e sono fermamente convinto che una volta scritto, un libro appartenga al lettore. Spesso quando affermo queste cose suscito poi una domanda sul “perché” della scrittura. A tale interrogativo io rispondo facendo mie le parole di un grandissimo scrittore: Gesualdo Bufalino, il quale dice senz’altro meglio di me quanto anch’io credo riguardo al senso etico e personale di questa azione: Si scrive per rendere verosimile la realtà. Non so degli altri, ma io sono stato sempre colpito dalla inverosimiglianza della vita, m’è parso sempre che da un momento all’altro qualcuno dovesse dirmi: “Basta così, non è vero niente!”.

E’ la tua prima opera?

È il mio terzo libro come autore: nel 2010 è uscito Storie Liquide e nel 2012 Nell’altro. In precedenza, miei racconti erano usciti in diverse raccolte e antologie narrative.

Come ti sei trovato a scrivere “al femminile”?

Tendo a pensare che uno scrittore sia uno scrittore, indipendentemente dal suo essere uomo, donna, gay, o altro genere. Poi è vero che ognuno di noi e, dunque, lo scrittore, in quanto immerso in un determinato contesto storico e sociale sia anche portatore di stereotipi. Certamente nel dar voce a queste protagoniste, ho fatto ricorso ad un tipo di narrazione portatrice di sensibilità, di inconscio, molto più evocativa e sensoriale. E, forse, immaginando un personaggio maschile, faccio ricorso involontariamente ad un’idea di scrittura più strutturata, più razionale, ma ciò è indipendente dal sesso del suo autore. Quel che voglio dire è che identità sessuale e di scrittura non vanno insieme. Se penso a  Proust mi viene in mente una scrittura (sublime) femminile, se, invece, penso a Balzac, la sua per me è una scrittura senz’altro maschile.

Hai  nuovi progetti editoriali in cantiere? Se sì sempre sullo stesso genere?

Ho un progetto che riguarda la scrittura per l’infanzia.

Chi è Gianluca Pirozzi, di cosa si occupa nella vita?

Sono un autore e di professione (intendo quella che mi consente di vivere), mi occupo relazioni internazionali e lavoro in una pubblica amministrazione.



more No Comments luglio 7 2017 at 13:38


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