Lillo: “La mia anima rock”

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Sarà uno dei protagonisti della nuova stagione del Sistina e in “School of rock” interpreterà Jack Black. “E’ un sogno che si realizza”, dice con soddisfazione

di Giulia Bertollini

Sarà il protagonista della nuova stagione del Teatro Sistina con “School of rock”, uno spettacolo esilarante in cui la musica sarà al centro della scena. Stiamo parlando di Lillo, comico, fumettista ma anche abile chitarrista. Con il suo Jack Black, personaggio interpretato nell’omonimo film dall’attore Dewey Finn, è pronto a conquistare e a stupire il pubblico con il suo indubbio talento artistico e musicale. Lo avvicino al termine della conferenza stampa di presentazione del cartellone della prossima stagione del Teatro Sistina. Insieme a me non solo giornalisti ma anche bambini e ragazzi. Lillo si intrattiene con tutti, firmando autografi e scattando foto. Mi concede con incredibile umiltà e simpatia un po’ del suo tempo per rispondere alle mie domande. E così, tra una risata e l’altra, ci racconta qualche curiosità in più sullo spettacolo.

Lillo, a marzo debutterai al Teatro Sistina nello spettacolo “School of rock”. Come ti stai preparando a questo appuntamento impegnativo e prestigioso? 

“Sto studiando molto con una vocal coach. Una delle mie più grandi passioni è il canto e sono anche chitarrista. Ovviamente, in questo spettacolo dovrò confrontarmi con delle canzoni scritte da Lloyd Webber che è sinfonico nel suo modo di scrivere rock per cui l’approccio deve essere quasi da cantante lirico. Assieme a Silvia Gavarotti, sto cercando di raggiungere le sonorità più giuste per le musiche di Webber. Ho preferito anticipare lo studio di molti mesi per prepararmi al meglio”.

Qual è stato il tuo primo pensiero dopo aver saputo che il regista Massimo Romeo Piparo ti aveva scelto per interpretare Jack Black?

“Il primo pensiero che ho avuto è stato quello di non intralciare la collaborazione artistica con Greg visto che per lavoro siamo spesso in tournée. Confortato poi su questo aspetto, ho deciso di accettare l’invito di Massimo. Innanzitutto, perché ho stima del suo lavoro. In questi anni, è riuscito a portare in scena spettacoli bellissimi. Pensa che è riuscito anche a beccare il mio film preferito. E’ tra le cinque commedie cinematografiche che amo di più. Mi ha portato anche a Londra a vedere il musical, che è fantastico. Poi sai calcare il palco del Teatro Sistina è sempre un’emozione e lo sarà ancora di più con questo musical. Ci sono tutti gli ingredienti per far divertire”.

Hai qualcosa in comune con il tuo personaggio?

“Non farò fatica ad interpretarlo visto che è un immaturo. (ride) Mia moglie può testimoniarlo: in casa mi diverto ancora a giocare con i soldatini! E poi la musica. Sono un vero rockettaro. Dovrò cantare ben nove canzoni. Questa si è rivelata una bella sfida che mi tiene vivo e mi consente di non adagiarmi. Tanto per combattere la pigrizia”.

Questa è la tua prima esperienza nel musical. Quali sono le difficoltà più grandi da affrontare?

“Le difficoltà sono relative. C’è molto lavoro da fare anche con i ragazzi che saranno con me presenti sul palco. Nonostante tutto sono tranquillo perché quando una cosa ti piace tanto non senti la fatica. Facci caso: quando fai una cosa che ami le ore si dimezzano, viceversa, si triplicano. L’unica cosa che potrebbe spaventarmi è la quantità di lavoro che ci sarà da affrontare durante le prove ma per il motivo che ti ho spiegato credo che non mi farà poi così tanta paura”. (ride)

Un sogno nel cassetto.

“Sogno un mondo in cui un nutrizionista trovi una nuova dieta nella quale mangi carbonara come insalata e invece di ingrassare, dimagrisc”i.

Tu e Greg avete da poco annunciato il vostro esordio in regia. Puoi anticiparci qualcosa su questo progetto?

“A quanto pare è arrivato il momento, c’è chi ci sta dando fiducia. Non è successo fino a questo momento per il grande amore che ho per il cinema, quindi per fare questo passo avevo bisogno di essere sicuro di quello che stessi facendo. Sarà una cosa molto nostra, surreale come piace a noi, il titolo è ‘Intrappolati nella serie tv’. Greg e io andiamo a girare uno spot pubblicitario, ci mettiamo dei costumi e all’improvviso veniamo scambiati per personaggi di una serie tv. Nonostante ciò continuiamo a dire che in realtà siamo Lillo e Greg ma il problema è che nessuno ci crede. È un po’ come un episodio di ‘Ai confini della realtà’ ma in chiave comica. Speriamo di poter girare all’inizio del 2019”.

Altri progetti in vista?

“A luglio sono stato impegnato sul set di un nuovo film del regista Miniero. A novembre ripartirò con Greg in tournée tanto che durante le vacanze natalizie approderemo al Teatro Olimpico per due settimane fino al 6 gennaio. In seguito, attaccherò con le prove dello spettacolo ‘School of Rock’. Non mi fermerò un attimo insomma. Finché ce la faccio però va bene”.



more No Comments luglio 31 2018 at 09:32


Gabriele Parpiglia: “Per vincere nella vita bisogna imparare a perdere”

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Dopo il fortunato romanzo d’esordio “Formentera 14”, il giornalista-scrittore è pronto a stupire di nuovo i suoi lettori

di Giulia Bertollini

Ci vuole coraggio per essere felici. E’ questa la frase che risuona nella mia testa dopo aver terminato la lettura de “La porta del cuore”. A distanza di un anno dall’incredibile successo di “Formentera 14”, suo romanzo d’esordio, Gabriele Parpiglia torna a stupirci con una storia avvincente di amore e di rinascita. Un libro coinvolgente ed emozionante in cui ritroviamo tutti i personaggi di “Formentera 14” a partire da Jack che, in seguito alla tragica morte della sua compagna, si troverà costretto ad affrontare una nuova fase della sua vita. Dovrà scegliere infatti se continuare a vivere nel dolore o voltare pagina rischiando di essere felice. Un viaggio alla ricerca di se stesso che lo porterà ad affrontare il passaggio alla vita adulta con tutto il carico di responsabilità. In occasione della presentazione del libro a Roma, abbiamo incontrato Gabriele per chiacchierare con lui di questo romanzo e dei suoi progetti.

Gabriele, dopo lo straordinario successo di “Formentera 14” torni con un nuovo libro “La porta del cuore”. Come mai questo titolo e da dove nasce l’idea?

“L’idea nasce dal fatto che il primo libro è stata una scommessa. Grazie al passaparola, è andato ben oltre le aspettative tanto che, avendo scritto una storia con un finale aperto, l’editore mi ha convinto a chiudere il cerchio. Così, mi sono messo subito al lavoro ed è nato il sequel. ‘La porta del cuore’ è un romanzo che si può tranquillamente leggere anche senza aver letto prima ‘Formentera 14’. Infatti, tramite un gioco di scrittura, sono riuscito a dare la possibilità a chi non l’avesse letto di poter partire da zero con una nuova avventura”.

Jack, il personaggio del tuo libro, si trova a dover affrontare il dolore per la tragica scomparsa di Gloria, il suo grande amore. Deve scegliere se varcare la porta del cuore o arrestarsi alla soglia della felicità. Come Jack, ti è mai capitato di trovarti di fronte ad un bivio, ad una scelta?

“Mi capita tutti i giorni e persino mentre stiamo facendo questa intervista. La scelta è l’adrenalina positiva e negativa della mia vita contro quel grande impostore chiamato successo/sconfitta”.

Nel libro scrive “Il tempo del corteggiamento è finito. Si corteggia sul web. Un “Like” e cambia la vita. Cuore risponde con cuore sotto una foto. Tutto accade velocemente…”. Quando si oltrepassa il limite e quali possono essere i rischi di sbandierare a tutti la propria intimità? E secondo te è ancora possibile creare qualcosa di diverso fuori dall’omologazione da social?

“Poco perché oggi purtroppo noi siamo quello che rappresentiamo e raccontiamo sui social. Si è spostato tutto sul web sia per chi fa come me il giornalista ma anche per chi vuole cercare un lavoro. Non so se hai notato ma Instagram ha lanciato da poco una mini piattaforma televisiva in cui chiunque può crearsi un proprio canale. Sono convinto che se questa nuova applicazione dovesse prendere piede, ci sarà un ulteriore avvicinamento ai social e un allontanamento dal mondo reale”.

Nel libro, Jack cresce iniziando a leggere la sua vita con occhi diversi. In questa evoluzione, la parola responsabilità assume un peso specifico soprattutto se intesa in relazione alla paternità. 

“La responsabilità è il fulcro di questo nuovo libro. E’ una parola a cui riconosco un peso importante non solo dal punto di vista professionale ma anche delle amicizie, della famiglia e dei rapporti sentimentali. La responsabilità è quel qualcosa che ti consente di fare un salto in più. Non voglio spiegare oltre il senso di questa parola perché altrimenti svelerei il finale del romanzo”.

Ripartire non è sempre facile. Per Jack, Gloria rappresenta la cesura tra passato e futuro. Cos’è il coraggio di ricominciare?

“Il coraggio di ricominciare è quello che ti fa ripartire ogni giorno dopo aver preso uno schiaffo. La batosta fa parte della vita quotidiana. Di schiaffi ne ho presi parecchi e sono contento di continuare a prenderli perché, come in una legge matematica, subito dopo ne segue una carezza”.

Di solito, quando si racconta una storia si finisce per rivelare le vite degli altri. Nello scrivere questo libro, ti sei ispirato a qualcuno? E se sì, quanto ciò ha influito sulla costruzione dei personaggi?

“Ho mantenuto tutto ciò che si avvicinasse il più possibile al reale e non alla fantasia. Come ho già detto, i social distruggono la possibilità di immaginazione perché ti consegnano tra le mani una realtà già bella e fatta. Non è un libro di facile lettura ma di contenuti che ti spacca il cuore e lo stomaco offrendo ai lettori una soluzione a quelle domande che a volte temiamo possano non avere una risposta”.

Leggendo il libro, mi vien voglia di dire che il destino ha più fantasia di noi e che le cose più belle capitano quasi per caso. Ma quanta fatica c’è nella capacità di capirlo e di riconoscere l’occasione giusta? E tu quanto credi al destino?

“Il destino è un amico bastardo al quale a volte riservi amore e a volte odio. Ciò che accade nella nostra vita è spesso il prodotto delle nostre azioni e reazioni. Talvolta però il destino dipende dalle scelte che gli altri compiono e che ricadono su di noi. Bisogna essere bravi a saperlo gestire”.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere ai tuoi lettori?

“Di conservare per sempre nella loro vita, in povertà e in ricchezza, il diritto di scelta. Anche quando una persona pensa che vada tutto storto e che non ci sarà mai un’occasione io dico che bisogna seguire l’istinto, la possibilità di cambiare strada e provare a giocarsela”.

Da autore TV, se un giorno in televisione proponessero per assurdo un reality basato sugli esordienti scrittori, tu saresti  favorevole?

“A me hanno già proposto più di una volta di fare reality e ho sempre risposto di no. Oggi continuo a rispondere negativamente perché ho tanto da fare. Domani dico mai dire mai perché il lavoro che faccio può durare il tempo di un orologio e tutto può finire nel giro di pochi secondi. Ti rispondo così perché voglio essere vero fino in fondo e non paraculo”.

Ennio Flaiano scriveva “Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere”. E per te qual è il senso della scrittura? Fare lo scrittore rappresenta un’illusione?

“No, non è un’illusione. Scrivere è come mettere al mondo un figlio, toccare con mano, accarezzare e magari anche offrire aiuto a chi ti legge. E’ una responsabilità grande”.



more No Comments luglio 31 2018 at 09:27


Katia Ferrante: La seduzione al tempo dei social

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Non è un traguardo da tutti i giorni quello del 100.000 followers su Instagram, per Katia Ferrante è il primo punto d’arrivo di un lunghissimo percorso iniziato nel 2012 con la creazione di un portale dedicato alla femminilità (www.katiaferrante.com che ha come claim “L’arte della seduzione) e la pubblicazione di “Seduzione Sesto Senso”, un manuale-volume dove svela qualche trucco per ammaliare l’altro sesso. Un curriculum che si aggiorna di giorno in giorno, con ruoli in tv da showgirl, intervistatrice inviata ai tavoli di Pokerstar’s nel programma tv Poker1Mania e tante pubblicazioni su alcune delle più prestigiose riviste del settore beauty fra cui For Men, Mens Health, Playboy e GQ. Normale allora che anche il popolo dei social abbia iniziato a seguirla e ad incuriosirsi al suo fascino fashion, dove a svelarsi sono più gli sguardi dei centimetri di pelle. Il suo primo progetto editoriale l’ha consacrata nel mondo del cartaceo, l’ha portata a sviluppare collaborazioni con varie testate giornalistiche nazionali e ad essere invitata ad alcuni degli eventi mondani più importanti della Penisola. Normale allora che lei sveli qualche retroscena del jet-set italiano a modo suo, condividendo momenti e ospiti sulla sua pagina Instagram che passo dopo passo ha toccato quota 100.000 followers. Tutti, sottolinea lei, rigorosamente “veri” e reali. Tanti maschietti incuriositi dall’argomento seduzione ma anche una abbondante percentuale di donne che vedono in lei l’icona della bellezza e dell’intraprendenza. Tv, fotografia, palcoscenico, radio e stampa: praticamente, non le manca nulla…

Ma, come detto, Katia Ferrante nasce come fotomodella: quando è sbocciato il grande amore?

“Al mondo della fotografia mi sono avvicinata da giovanissima a soli 17 anni, subito dopo le mie prime partecipazioni a miss Universo, Miss Italia e altri concorsi internazionali. I primi fotografi locali li ho conosciuti così: ero un’aspirante miss in passerella”.

Il tuo incontro con la fotografia era da predestinata?

“Una vocazione per la fotografia vera e prova all’inizio non l’avevo; direi che mi è accaduto poi con il tempo, e averla scoperta in così giovane età mi ha senza dubbio permesso di vivere emozioni ed esperienze straordinarie. Oggi è una passione completa: idearla, crearla ed esserne il soggetto principale e protagonista”.

Che donna è Katia Ferrante?

“Penso di essere una donna ancora un po’ incompleta: siamo in una fase di working progress come si suol dire”.

C’è un lato esibizionista in te?

“Esibizionista solo quando ‘serve’ e lo preferisco mettere in mostra nel privato, nel pubblico sono abbastanza riservata”.

Il tuo lato di scrittrice che ti ha permesso di tradurre la tua sensualità nero su bianco…

“Esatto, traduco la sensualità provando a riscriverla su un foglio bianco. E ciò mi è possibile quando sono ispirata, quando sento dentro che ho emozioni forti da esprimere dal mio cervello al cuore. E allora mi metto comoda, magari in lingerie, penna-piuma in mano e butto giù ciò che sento in quel momento. Anche un libro può essere sensuale. Non solo, sia il leggere che lo scrivere hanno al loro interno gesti sensuali, eleganti e sexy. Un foglio bianco a mio modo di vedere è sinonimo di amore e di amante: insomma, qualcosa da scoprire. Un foglio scritto rappresenta la fase conoscitiva. Leggete ‘Seduzione sesto senso’ per capire ciò che sto dicendo”.

Come giudichi le ragazze di oggi?

“Poco femminili! Si credono emancipate ma hanno perso la loro femminilità”.

Cosa suscita la tua immagine?

“In parte provoca, in parte ho notato che può suscitare competizione anche maschile. Ma un uomo che si mette in competizione lavorativa o personale con me ha già bello che perso”.



more No Comments luglio 31 2018 at 09:22


Urban homestead: Vivere in una fattoria urbana

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È il concetto di un’esistenza equilibrata e in armonia con la terra. Justin Dervaes ci spiega la filosofia di questo modo di vivere

di Marisa Iacopino

“Non aspettare che gli altri cambino, cambia te stesso”. E’ questo il pensiero da cui nasce la Urban Homestead, progetto della famiglia Dervaes, che ha compiuto una piccola rivoluzione attraverso la trasformazione d’un giardino di città in un modello di fattoria urbana ecosostenibile. Justin, il portavoce, ha risposto con entusiasmo alle nostre domande.

Com’è iniziata quest’avventura?

“Eravamo una famiglia di 4 persone, padre e tre figli, Anais, Jordanne ed io, fino a quando nostro padre e fondatore, Jules Dervaes Jr., muore nel dicembre 2016. Ora dirigiamo noi l’Urban Homestead”.

Vi occupate di agricoltura e allevamento di animali da cortile a Pasadena, in un’area geografica che dista poche decine di minuti da Los Angeles. Come coniugate il vostro lavoro con il ritmo frenetico della città? 

“Gestire un senso naturale e lento della vita in città è una sfida che deve essere mantenuta ogni giorno. La nostra fattoria esiste secondo la scelta precisa di stare appena un passo lontano dall’ambiente frenetico. Non è solo un’impresa familiare ‘fatta in casa’, ma anche uno stile di vita consapevole e sostenibile. Sentiamo con forza che dobbiamo attenerci ai nostri principi morali per prendere decisioni aziendali che rispettino lo spirito di sostenibilità. Vendiamo prodotti biologici alla comunità da oltre 25 anni. Di recente abbiamo dovuto sopportare la morte di nostro padre, ma ci impegniamo a portare avanti l’azienda secondo il suo volere”.

Il vostro primo approccio con attività di questo tipo inizia in Nuova Zelanda. Perché in seguito siete tornati negli USA? 

Durante il ‘Movimento di ritorno alla terra’, negli anni ’70, nostro padre emigra in Nuova Zelanda; in una fattoria pianta il suo primo orto, ha polli e capre e inizia l’attività di apicoltura. Dopo la nascita di Anais, la prima figlia, per motivi familiari si trasferisce in Florida, dove continua le coltivazioni, alleva le api e tiene una capra da latte. La Nuova Zelanda era un ambiente ‘agrario’ più adatto all’homesteading (autosufficienza domestica); il ritorno negli Stati Uniti fu però l’inizio della sua ricerca per apportare cambiamenti radicali in luoghi insoliti”.

Voi dite d’aver mutuato questa vita dalla cultura hippy. Da cosa vi sentivate costretti nella realtà della metropoli?

“Jules Dervaes scelse di venire a Pasadena, in California, per frequentare un college di teologia ed è per questo che siamo finiti nell’area di Los Angeles. Doveva essere un trasferimento temporaneo, ma le circostanze ci hanno tenuti qui, dove abbiamo mantenuto il nostro stile di vita. Nostro padre cercava di fare quello che poteva nel luogo in cui si trovava – sfamare la famiglia vivendo in modo sostenibile su un piccolo pezzo di terra. Credeva che fosse una sfida ripensare alla vita in città; una rivoluzione che diventava ‘una via verso la libertà”.

Come si opera in un appezzamento di appena 400 metri quadrati?

“Si tratta di giardinaggio a letti rialzati. Abbiamo quaranta letti sul retro dove coltiviamo una grande varietà di verdure. E poi usiamo tralicci; negli spazi urbani ristretti, la coltivazione verticale è essenziale, aiuta a massimizzare lo spazio. Il prodotto più popolare è un mix di insalate che viene raccolto a mano. Durante l’anno, e a seconda delle stagioni, coltiviamo oltre quattrocento piante, diversi tipi di erbe aromatiche, verdure e fiori commestibili”.

E cosa ne fate degli animali, visto che siete vegetariani?

“Sono considerati animali domestici della famiglia; li trattiamo con amore e rispetto, non li mangiamo. Oltre alla produzione di latte, uova, miele, arricchiscono il suolo con il loro ricco letame che ‘chiude il cerchio’ nella nostra fattoria urbana”.

L’attività imprenditoriale vi permette anche di avviare rapporti di buon vicinato che preludono a una condivisione di emozioni oltre che all’offerta di prodotti…

“Certo! Oltre alla crescita di cibo, sta crescendo anche la comunità con i nostri potluck (piatti condivisi), cene in fattoria, laboratori di sensibilizzazione. Ci sforziamo di farlo in tutto il mondo attraverso il nostro sito web e il podcast. Condividiamo con la comunità le nostre capacità e i servizi. Inoltre, bambini e scolaresche vengono spesso a visitarci”.

Un’attività produttiva come questa, che genera autosufficienza alimentare e reddito, credi che possa essere la vera sfida del futuro?

“Sì, l’Urban Homestead è conosciuta nel mondo come paradigma riproducibile di agricoltura urbana sostenibile. Questa scelta è più rilevante che mai. Nostro padre iniziò una rivoluzione che viene emulata in molti paesi. Tante persone ci raccontano di aver cambiato vita grazie alla Urban Homestead”.

Un motto per chiudere…

“Jules Dervaes ha dichiarato: ‘Nella nostra società, coltivare da soli il cibo è diventato il più radicale degli atti. È veramente l’unica protesta efficace, quella che può  e distruggerà i poteri aziendali. Lavorare in armonia con la natura, è la cosa essenziale per cambiare il mondo: tramite questo processo, noi cambiamo noi stessi!’”.



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Arturo Rencricca: Il Cristiano Ronaldo del peperoncino

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È campione italiano di una specialità particolare, quella dei mangiatori di peperoncino. In questa intervista ci svela tante curiosità della spezia, che fa tanto bene al nostro organismo

di Paolo Paolacci

Una semplicità esemplare ed una conoscenza profonda della sua materia: il peperoncino. Seguite questa intervista e forse il campione italiano vi sembrerà l’amico della porta accanto.

Arturo che cos’è per te il peperoncino?

“Il peperoncino fa parte della mia alimentazione giornaliera mi fa stare bene perché è considerata anche la spezia del buon umore. Quando la capsaicina entra in contatto con le terminazioni nervose della lingua e della bocca, i mediatori chimici di quei nervi trasmettono al cervello la sensazione di bruciore che di riflesso, percependo un falso allarme, secerne il suo antidoto naturale l’endorfina che a sua volta induce uno stato di ebbrezza e ha anche una blanda funzione antidolorifica. Il peperoncino, inoltre, esalta il sapore delle pietanze che mangiamo”.

Come hai iniziato a conoscerlo?

“Ho iniziato a mangiare peperoncino dalla tenera età di 5 anni. I miei nonni paterni erano soliti insaporire la pasta usando un po’ di peperoncino. L’uso ricorrente di questa magnifica spezia è dovuta da un fatto avvenuto quando avevo 12 anni. Era un giorno di agosto e stavo trascorrendo le mie vacanze a Guadagnolo, che è il paese delle mie origini paterne e materne. Ero a pranzo dai miei nonni, Arturo e Mia, e dopo aver finito di mangiare il primo, mia nonna cucinò anche dei peperoncini a sua insaputa, dato che era convinta che fossero dei friggitelli. Quando ne mangiai un piatto ebbi una sensazione di piacevole bruciore anche se più accentuato delle altre volte e da allora incominciai ad amare questa spezia”.

Come si diventa campione italiano di questa specialità?

“Per diventare campione rispetto ad altre persone, bisogna avere un’alta tollerabilità alla capsaicina, che si ha mangiando ricorrentemente  peperoncini sempre più piccanti. La varietà più piccante sono i chinensi di cui fanno parte gli Habanero, il Jolokja ,il Naga Morich, Seven Pot, il Trinidad Moruga Scorpion, per finire al Carolina Reaper, che attualmente è il peperoncino più piccante al mondo”.

Quanto è difficile allenarsi e in cosa consiste l’allenamento? 

“Io mangio con piacere peperoncini ogni giorno dalla mattina alla sera e quindi sono perennemente allenato. Alcune prove le ho fatte mangiando in quantità e velocemente il peperoncino ‘diavolicchio’. Nel 2016 sono arrivato secondo alla finale del Campionato Italiano di mangiatori di peperoncino, che si svolge a Diamante mangiando 700 grammi in 30 minuti. Nel 2017 nella ricorrenza del 25esimo anno del Festival sono diventato Campione Italiano mangiando 970 di peperoncino ‘diavolicchio’ in 30 minuti aggiornando il record che era fermo a 900 grammi”.

Hai frequentato e sei iscritto all’Accademia di Roma? Quante sedi esistono?

“Sono iscritto all’Accademia Italiana del Peperoncino che ha sede a Diamante e il suo presidente è  il professor Enzo Monaco. Nel Lazio l’Accademia Italiana del Peperoncino è rappresentata dalla delegazione Romana Ipse Dixit e il suo presidente è Antonio Bartalotta. Con Ipse Dixit collaboro da due anni e sono contento di farne parte; organizziamo diversi eventi enogastronomici nel territorio. Nel periodo invernale Ipse Dixit organizza una manifestazione di due giorni chiamata Strenne Piccanti in cui si possono degustare prodotti enogastronomici di alta qualità provenienti da ogni parte d’Italia. Insieme alla bravissima Chef in Tacco 12, Emanuela Crescenzi, abbiamo organizzato cene degustando piatti tipici del territorio abbinandoli alle varietà del peperoncino e introducendo una carta del peperoncino. Ad esempio, su una pasta e fagioli abbiamo usato un Cayenna, su un tonno fresco un peperoncino Aji Amarillo oppure un Rocoto, su un dolce un Jamaica Hot Yellow, tanto per fare qualche esempio. Sempre insieme ad Emanuela Crescenzi abbiamo preparato squisiti mega panini dai 3 ai 7 metri”.

Parliamo di salute: quali sono le principali qualità del peperoncino per il nostro benessere?

“Nell’ambito della medicina  stato riscontrato che il  peperoncino  ha molteplici qualità curative sulla nostra salute. E’ un antibatterico, accelera il metabolismo, è  un cicatrizzante a livello gastrico protegge riduce le patologie cardiovascolari. Vi elenco alcune patologie per le quali il peperoncino svolge un’azione benefica. L’uso costante del peperoncino abbassa il livello del colesterolo nel sangue, aiuta il cuore, agisce come vasodilatatore con grossi benefici però capillari per le vene e le arterie. Il seme del peperoncino contiene molto acidi polinsaturi che eliminano dalle arterie. Il colesterolo in eccesso e i trigliceridi. L’attività fibrinolitica del capsicum diminuisce l’insorgere di trombi, che oltre all’inferno causano anche le trombosi. Tropo peperoncino fa male alla prostata, ripetono molti urologi nei loro congressi. E’ una condanna senza prove. ‘Mangiatene senza paura’, afferma invece l’Associazione nazionale medici fototerapeutici attraverso il presidente Fabio Firenzuoli direttore a Empoli del Centro di Medicina Naturale. La capsaicina, dicono all’Associazione, agisce sul citocromo P450 inibendo la formazione di procancerogeni naturali e in particolare la crescita di cellule tumorali della prostata. Molti rinunciano al piccante perché temono le conseguenze delle emorroidi, tutto a causa di vecchi pregiudizi e disinformazione. Già nel 1857, l’Accademia Medica francese sanciva ufficialmente la validità del peperoncino contro ogni tipo di emorroidi. Una cosa è certa: nel giro di poche settimane spariscono congestione e dolore. L’azione terapeutica è dovuta alla vitamina K2 che è antiemorragica e alla capacità caratteristica del peperoncino che per chiudere le ferite chiama in soccorso le piastrine, la fibrina e tutti i materiali di riparazione. Si ottiene così un aumento di sangue delle zone interessate fino alla cicatrizzazione”.

Cosa c’è nel peperoncino?

“100 grammi di peperoncino contengono alcaloide: capsaicina, oleoresina, olio etereo contenente capsicala, acido malonico e citrico; calcio, ferro, magnesio, fosforo, potassio, rame, zinco e zolfo. E poi le vitamine: vitamina A, tiamina, riboflavina, vitamina B12, niacina, acido pantotenico, acido folico, vitamina C, vitamina E, triptofano, lisina. E poi ancora. Carotenoidi: capsantina. Acidi grassi: palmitico, miristico e oleico. Flavonoidi: quercitina, esperidina, cridietrina, lecitina, pectina. Sostanze azotate. Importante la vitamina C: in 100 grammi di peperoncini piccanti ce ne sono 229 milligrammi contro i 50 dell’arancia e del limone. Il peperoncino deve essere usato con equilibrio. Se per errore se ne abusa o non si sopporta il piccante, non bisogna ricorrere mai a un bicchiere d’acqua perché la capsaicina non è solubile con l’acqua, quindi non si scioglie e resta tutta sulla lingua e sulla bocca. Il rimedio ideale è  un bicchiere di latte oppure un po’ di yogurt o di formaggio; la capsaicina è molto solubile con i grassi. Se non si ha il latte e i suoi derivati si può bere un bicchiere di vino o utilizzando la mollica del pane. La capsaicina è solubile anche con nell’alcol”.

Com’è cambiata la tua vita anche con la promozione del peperoncino?

“In questo ultimi anni ho avuto modo di partecipare a numerose ed importanti manifestazioni sul peperoncino, che si sono svolte in Italia e vincendo gare di mangiatori di peperoncino molto importanti. Avendo vinto molte gare, sono diventato molto popolare nel mondo del peperoncino sia per la mia tolleranza alla capsaicina sia per definire le note aromatiche del peperoncino. Ogni peperoncino ha una piccantezza e un sapore diverso dall’altro. Il Carolina Reaper, che è attualmente il peperoncino più piccante al mondo, ha un retrogusto alla cannella e al cioccolato fondente. Un Black Panther ha un retrogusto alla mela. Un Habanero Orange ha un retrogusto molto fruttato e speziato”.

Esiste un sito o un contatto per chi vuole saperne di più? 

“Mi possono contattare su Facebook Arturo Rencricca. Sul gruppo Jack Pepper the Magic Cultivar, di cui sono amministratore. Presso Ipse Dixit delegazione romana dell’Accademia Italiana del Peperoncino. E poi ci sono miei filmati su Youtube, cercando Arturo Rencricca oppure lo pseudonimo Mr Spicy”.



more No Comments luglio 31 2018 at 09:10


Signore e signori… Lorenza Mario e Steven B.

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Face to face. Un’intervista a due voci, con le stesse domande poste ad entrambi ma separatamente. Un incontro speciale per due amici speciali e fra amici speciali, che da poco hanno debuttato entrambi sul mercato discografico – separatamente – attraverso un brano che li vede impegnati come cantanti

di Lisa Bernardini

Lei: Lorenza Mario, classe 1969, una delle artiste più complete del nostro Paese perché ballerina, attrice, conduttrice e non solo cantante.”E’ così che io vorrei” è il suo singolo d’esordio, uscito in tutti gli store digitali ad aprile per LEAD Records (distribuzione Pirames International), prodotto da Mario Zannini Quirini e scritto da Gerardo Duni, Paolo Audino e Mario Zannini Quirini.Artista poliedrica, con tanta gavetta e successi alle spalle. Ci piace ricordarla cantante in trasmissioni Tv di cui è stata anche protagonista tra cui “Buona Domenica”, “Domenica In”, “Il Bagaglino”, e in teatro in musical di successo quali “Un Americano a Parigi” e “Chicago”. Nel 2015 è in tour con Oscar Prudente per il suo brano più noto “Pensiero Stupendo”; nel 2016 partecipa a “Tale e Quale Show” trasmissione di Rai Uno, dove, al “Torneo dei Campioni 2018″, ha esordito vincendo la prima puntata con l’interpretazione di Dionne Warwick (oltre 5 milioni di spettatori, con il 23% di share). Questo e molto altro per un talento artistico poliedrico ed assoluto.

Lui: Steven B., al secolo Stefano Bontempi. Già performer di teatro, cantante attore e coreografo; la sua dedizione per il mondo dello spettacolo, la perseveranza, una certa dose di fortuna e il talento, gli hanno concesso collaborazioni con artisti del calibro di Gigi Proietti, Pippo Baudo, Vincenzo Salemme, Rita Pavone, Serena Rossi, Enrico Brignano, Gianluca Guidi, Luca Barbareschi, Giampiero Ingrassia, Johnny Dorelli e tanti altri, oltre ad essere da anni il coreografo e assistente artistico di Loretta Goggi. Grazie al suo percorso anche in campo sportivo, soprattutto nel tennis, ed essendo un fan di Roberta Vinci, la grande tennista italiana, ha scritto da poco un brano a lei dedicato (“Put the ball and …run!” per OML Theater)  e arrangiato insieme al maestro Fabio Frizzi (che è anche il co-autore delle musiche), in chiave ‘swing’, per omaggiarla in occasione del suo addio alle ‘scene’. Il brano è sostenuto moralmente  dal Comitato Nazionale Italiano Fair Play (Associazione Benemerita Coni) ed è nelle intenzioni destinato ad essere un inno rivolto ai giovani, lanciato come memory per i protagonisti che hanno fatto in positivo la storia dello sport.

Quando vi siete incontrati la prima volta? E in che occasione? 

LORENZA: “Nei primi giorni del 2004, alle prove del Musical ‘Chicago’, che poi portammo in scena con enorme successo di pubblico e critica fino alla fine di maggio. Cinque straordinari mesi trascorsi insieme che suggellarono l’inizio di una meravigliosa amicizia, ancor prima che di una lunga serie di incroci professionali sempre accolti con grande felicità”.

STEVEN B.: “Era il 2004, in occasione dell’allestimento teatrale del Musical ‘Chicago’. Lorenza splendida protagonista assieme a Luca Barbareschi e Maria Laura Baccarini”.

La prima cosa che hai pensato di lui/lei?

LORENZA: “Mi colpì subito la grande energia e l’inesauribile propulsiva positività con cui si presentava, davvero contagiosa. A ciò si aggiunga la grande serietà con cui affrontava ogni dettaglio; peraltro Steven in quell’occasione rivestiva il duplice ruolo di attore e assistente alle coreografie, curate da Cary Christ”.

STEVEN B.: “Nella mia testa ho pensato: Che bellezza assoluta! Un effervescente mix di sensualità e simpatia”.

Come definiresti Steven/Lorenza come professionista e come amico se dovessi presentarlo a qualcuno?

LORENZA: “Artista talentuoso, professionista su cui si può sempre contare, accurato nella preparazione e fantasioso ed efficace sulla scena. Come amico lo definirei innanzitutto con una parola che racchiude tutte le sfumature del suo carattere: è autentico!Assolutamente affidabile, generoso, totalmente incapace di mentire, disponibile e presente quando ne hai bisogno… insomma, un amico vero”.

STEVEN B.: ‘July’ (come la chiamo io) è la compagna di lavoro ideale: preparata, perfezionista, alla mano con tutti e autoironica, una qualità sempre più desueta nell’ambiente. Condividere il palco e la tournée con lei è un vero piacere! E’ un’amica discreta, mai invadente, che sa ascoltare e non ti fa mai pesare tutti i chilometri di distanza che ci dividono. Lei di base è a Padova, io nella Capitale”.

L’esperienza più bella come donna/uomo che ricordi? E quella come Artista?

LORENZA: “La nascita di mio figlio è stata una gioia e un’emozione indescrivibile, unica nella vita. Come artista, direi il mio esordio a ‘Rose Rosse’. Naturalmente, il prosieguo della carriera mi ha consentito di perfezionare progressivamente la tecnica che ho potuto poi esprimere con performance magari di maggior valore specifico, tuttavia il Bagaglino ha segnato una svolta decisiva nel mio percorso non solo consegnandomi un’enorme popolarità, ma soprattutto regalandomi l’opportunità di trasmettere al pubblico la mia grande passione per la danza e per il canto. Voglio ringraziare ancora Pingitore per aver messo in luce proprio questo aspetto, in uno show che tradizionalmente puntava solo sulla bellezza e sensualità della primadonna, piuttosto che sul suo talento artistico”.

STEVEN B.: “Difficile rispondere! Quella da uomo probabilmente in bilico tra i 50 anni di matrimonio dei miei genitori e la nascita di tutti i miei 5 nipoti; non sottostimate mai la ‘carriera’ dello zio! Come artista anche qui è difficilissimo: direi un compromesso tra accompagnare sul palco e duettare con la grande Loretta Goggi e depositare in Siae il mio primo singolo assieme all’amico Fabio Frizzi: ‘Unforgettable’”.

Recentemente approdata/o al mondo della pop-music. Di che si tratta? Cosa ti aspetti da questa nuova veste? 

LORENZA: Il progetto è nato per caso ed è bellissimo. Ho avuto l’onore di essere stata contattata da un team di professionisti di straordinaria levatura: Paolo Audino, autore di testi straordinari, basti pensare a ‘Brivido Felino’ per Mina e Celentano; Mario Zannini Quirini che ha arrangiato i brani, produttore e Maestro d’orchestra, spesso Direttore a Sanremo; Gerry Duni, musicista e cantante. Ebbene, durante la mia partecipazione a ‘Tale e Quale Show’ mi hanno proposto questa avventura discografica che mi ha ovviamente lusingata e che ho subito accolto con grande entusiasmo. Non mi aspetto nulla di preciso, ma non manca l’ambizione. In ogni caso si tratta di un meraviglioso nuovo tassello che si posiziona nell’articolato puzzle del mio percorso artistico”.

STEVEN B.: “Un piccolo ‘viaggio’ che ne nasconde uno molto più grande; ‘Put the ball and …run!’ è la voglia di mettersi in gioco mescolando sport, pop e ballo. E’ il desiderio, grazie alla Fair Play e al presidente Ruggero Alcanterini, di aiutare tutti quei giovani che, inseguendo una ‘palla’, corrono dietro al loro sogno. Io, in compagnia del nuovo ‘me’, Steven B. appunto, ho scritto qualcosa come 65 pezzi, tutti pop, tutti tra inglese, francese, Inglese e altro. Vorrei, piano piano, far conoscere la mia musica”.

Qual è il tuo sogno irrealizzato, quello da inseguire ancora finché non si realizza?

LORENZA: “Sono tanti, io amo la vita e adoro gustarla fino in fondo. Ho sempre fatto grandi sacrifici e mi sono sempre applicata con grande disciplina alla mia professione, ma sempre sostenuta da un’enorme passione ed entusiasmo. Sto ancora gustando la realizzazione di un sogno che avevo, il grande amore… quello che è arrivato inaspettatamente 6 anni fa. Se devo dire un sogno che avrei ancora nel cassetto: interpretare un Musical a Broadway. Chissà”.

STEVEN B.: “Il cassetto di Steven B. è stracolmo di sogni, ma ce n’è uno più ostinato degli altri: pubblicare il mio primo romanzo”.

Ti riconosci più talento come ballerina/o – attrice/attore o come cantante?

LORENZA: “Faccio fatica a dare dei giudizi a me stessa, sono piuttosto autocritica e sono sempre impegnata per perfezionare tutte le discipline. Diciamo che il mio primo grande amore è stata la danza”.

STEVEN B.: “Non so rispondere. Potrebbero più facilmente dirlo gli altri per me. La danza e’ stato il primissimo ‘amore’, a ruota poi il canto, la recitazione , le imitazioni, i travestimenti, ecc. Io sono un ‘prisma’”.

Un saluto per gli amici di GP Magazine.

LORENZA: “Amici di GP Magazine, vi mando un grande abbraccio e vi ringrazio di cuore dell’affetto che vorrete regalarci nel sostenere il mio amico Steven e me nelle nostre prossime tappe. Ciao, un bacio”.

STEVEN B.: “Carissimi amici di GP Magazine vi abbraccio a suon di note e ritmo augurandovi la più colorata e chiassosa delle estati! Stay happy!”.



more No Comments luglio 9 2018 at 14:35


Giampaolo Morelli: “Sto tornando con Coliandro”

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In attesa di tornare in tv con la celebre serie de “L’ispettore Coliandro”, il simpatico attore partenopeo è reduce da una bellissima esperienza di doppiaggio: ha prestato la voce a Max, un intelligentissimo cane poliziotto

di Giulia Bertollini

È pronto a tornare in tv il prossimo autunno con “L’ispettore Coliandro”, la serie che gli ha regalato la popolarità facendo breccia nel cuore di milioni di telespettatori. Nel frattempo però Giampaolo Morelli non si fa mancare nulla. Attore, conduttore e sceneggiatore recentemente è stato impegnato come doppiatore nel film “Show dogs”, una commedia divertente in cui i cani sono i veri protagonisti. In questa breve chiacchierata, realizzata alla Casa del Cinema in occasione della conferenza stampa per la presentazione del film, Giampaolo ci racconta qualcosa in più su Max, il personaggio a cui presta la voce, e sui suoi prossimi progetti.

Giampaolo, questa non è la tua prima esperienza nel doppiaggio. Infatti, in passato hai prestato la tua voce a Flynn nel film d’animazione “Rapunzel”. Insomma, ormai ci hai preso gusto. 

“Per un attore è una sfida affascinante cimentarsi con il doppiaggio. Non c’è la fisicità e devi riuscire a trasmettere l’emozione solo con la voce. E’ un limite che diventa uno stimolo. Senza la guida di Massimiliano Alto, direttore del doppiaggio, sarebbe stato tutto più complicato. Lo avevo già fatto con ‘Rapunzel’, ma qui dovevo dare voce ad un animale e quindi si trattava di un lavoro diverso. Mi è stato poi chiesto di farlo in napoletano e mi sono divertito molto. La possibilità di dar voce a Max mi è sembrata un’occasione unica”.

Qual è stata la difficoltà più grande che hai incontrato?

“La difficoltà è stata quella di trovare una caratterizzazione rispetto all’originale americano. Insieme a Massimiliano abbiamo studiato un accento partenopeo che però fosse ben cadenzato e si adattasse al meglio alla mimica canina e soprattutto a quella che era la parlata del doppiatore originale, il rapper Ludacris”.

Come ti sei preparato?

“Ho ascoltato la voce originale e in quei tempi ho cercato di adattare il mio slang. Anche questo ha rappresentato una difficoltà”.

E’ un personaggio che sembra avere molto in comune con l’ispettore Coliandro. Mi auguro almeno che sia più capace e fortunato. 

“Max è il poliziotto che Coliandro vorrebbe essere. Perché questo rottweiler è un poliziotto vero, cazzuto, forte, fico, mentre Coliandro siamo tutti noi”.

Qual è il tuo rapporto con gli animali?

“I cani mi piacciono, ma in questo momento mi bastano come bestioline i miei due figli che sono ancora piccoli. I miei genitori non mi hanno mai permesso di avere cani e ora che sono padre capisco il perché: le cose da fare sono tante e diventerebbe un impegno ulteriore. Poi, sai per il lavoro che faccio non sono sempre presente. Non credo mi farò mai un cane. Forse se avessi un giardino potrei pensarci, ma tenerli in un appartamento mi farebbe soffrire”.

Se dovessi però scegliere una razza, quale preferiresti?

“Ho conosciuto meglio il Labrador che è un cane dolcissimo. Mi piace molto”.

Un ruolo che ti piacerebbe interpretare e un regista con cui vorresti lavorare.

“Mi piacerebbe tanto lavorare con dei registi come Matteo Garrone e Francesco Patierno. Per quanto riguarda i ruoli, è indifferente. Ogni interpretazione è una sfida. L’importante è riuscire a fare cose che ti appartengono”.

Ci è arrivata voce che sono appena iniziate le riprese della nuova serie dell’ispettore Coliandro. 

“E vi è arrivata bene. (ride) Abbiamo iniziato a girare a Bologna le nuove puntate della serie che quest’anno non saranno sei ma quattro per ragioni di tempo e per fare tutto con più tranquillità”.

Altri progetti in vista?

“Ho in cantiere due film per il cinema e mi sto avvicinando all’idea di un debutto alla regia. Ma è ancora presto per parlarne”.



more No Comments luglio 9 2018 at 14:32


Remo Girone: “Mia moglie è la versione positiva della vita”

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A tu per tu con il noto attore che si racconta, dal cinema alla tv, al suo rapporto con la moglie Victoria Zinny

di Emanuela Del Zompo

L’abbiamo incontrato nella splendida cornice di un ristorante romano a pranzo con sua moglie Victoria Zinny, dove tra una portata e l’altra si è raccontato a 360 gradi, dalla tv al cinema oltreoceano e al suo impegno nel sociale: ma la sua passione più grande rimane sua moglie, compagna di vita e di lavoro.

Ciao Remo, innanzitutto come definisci tua moglie?

“Lei è la mia versione positiva della vita. Cerco sempre di portare avanti il mio lavoro insieme a lei almeno quando è possibile, non ci separiamo mai e ognuno cerca consiglio nell’altro dinanzi alle proposte lavorative, prendiamo sempre decisioni insieme questo fa di noi una coppia molto affiatata e unita. Ci siamo conosciuti in un’agenzia, l’ho invitata a cena a da allora stiamo insieme. Ci siamo sposati due volte, prima in comune e dopo dodici anni in chiesa e lei ha indossato lo stesso vestito”.

Lei invece come ti definisce?

“Aspetta che glielo chiedo… dice: ‘molto carino!’. Credo che una coppia nello spettacolo debba lavorare insieme, non sono d’accordo con l’opinione di certi uomini che relegano le loro mogli a casa quando loro viaggiano per lavoro. Sono stato in America a lavorare accanto a Ben Afleck ed io ho portato Victoria con me anche se non lavorava nel cast”.

Come ti sei trovato a lavorare in un cast internazionale in America? Hai trovato differenze e difficoltà?

“Ho trovato il loro cibo sul set meglio del nostro, parlo dei cestini. Difficoltà no, forse paura sì. Ero contornato di star americane tutti premi oscar anche lo sceneggiatore era un premio Oscar e questo mi ha reso un po’ timoroso non perché non fossi preparato, ma avevo paura di sbagliare. Più si lavora ad alto livello più ci sono timori e paure. Inoltre, per me queste star sono tutta gente nuova che avevo visto al cinema e quindi l’ho vissuto un po’ da pubblico con emozione”.

Hai mai pensato di trasferirti in America per lavoro?

“No, non ne vedo la necessità, tanto se il lavoro chiama, ti chiama anche da casa. Posso pensare magari di andare lì 15-20 giorni all’anno per vedere cosa succede ma trasferirmi no”.

Oltre all’America, quale altra esperienza avuto al di là del cinema italiano?

“Ho lavorato con il regista Greenway ne ‘I Giardini di Constantines’, un film dove ha lavorato anche mia moglie. Era un film in costume, siamo stati nei Precarpi località Zanussi”.

Raccontaci del tuo personaggio. 

“Interpreto il figlio di uno sculture rumeno che racconta di suo padre che ha fatto un viaggio dalla Romania a Parigi a piedi (non si sa se è leggenda o realtà). Il figlio mai riconosciuto dal padre racconta di questo dolore e di questo viaggio misterioso”.

Che tipo di messaggio dà il film?

“Ma il regista è un visionario, non credo debba dare un messaggio ma comunica certamente l’arte infatti la storia è piena di filmati della reggia dove siamo stati a fare le riprese”.

Ne “La legge della notte”, accanto a Ben Afleck, cosa fai?

“Sono un gangster. Il film è ambientato nell’epoca del proibizionismo. Sono un capo mafioso”.

Torniamo in Italia: hai di nuovo partecipato sul piccolo schermo al sequel della fiction “Furore”.

“Sì è una fiction ambientata negli anni ’60, otto puntate per Canale 5, dove ci sono molti attori e tante microstorie all’interno di questo melodramma. Siamo in riviera ligure, dove i ricchi sono razzisti nei confronti del sud. Il mio è un personaggio cattivo, fa molti intrighi e ha molte cose da nascondere, è proprietario alberghiero e si tratta il tema degli immigrati. Sono poi descritte in un certo senso quelle persone che, una volta che sono uscite dalla miseria e sono diventate ricche, non vogliono ricordare il passato e sono razziste nei confronti di coloro che in un certo senso rappresentano loro nel passato. Non si vuole tornare indietro alle proprie origini”.

Tu sei impegnato nel sociale; raccontaci questa tua missione.

“Amref e Airc sono le due onlus a cui credo, che sostengo e che reputo serie. Giobbe Covatta, che conoscevo, mi ha presentato Amref e ne sono diventato testimonial. Quando vedo delle ingiustizie non rimango indifferente. Ho preso parte anche ad un cortometraggio diretto da Antonio Costa per Amref, presentato al festival del Cinema di Roma, intitolato ‘David Troll’, con Paolo Brigugli. Un progetto importante dove si parla anche di fake news”.

Sei mai stato vittima di fake news?

“Sì ero a Capri al ristorante con una collega, perché stavo lavorando con il regista Damiano Damiani, e un fotografo mi chiese di fare delle foto. Poi uscì un servizio su Tv Sorrisi e Canzoni dove dichiaravano che avevo una nuova relazione. Così ho parlato con il direttore Paolo Mosca e loro smentirono la falsa notizia in un altro servizio. Queste cose sono abominevoli, possono rovinare una coppia e un matrimonio. Io per fortuna ho un rapporto molto bello e di fiducia con mia moglie”.

Sei soddisfatto della tua vita e del tuo lavoro?

“Non si è mai completamente soddisfatti, si vuole sempre fare di più e sento che potrei fare di più per gli altri”.

Se non avessi fatto l’attore, che altra professione pensavi di fare?

“I miei genitori volevano vedermi laureato, cosa che ho fatto in età adulta in Economia e Commercio, insieme a Giuliano Gemma e Peppino Rotunno. L’ho fatto per la mamma che voleva il pezzo di carta”.

Cosa ti ha portato “La Piovra” e Tano Carridi oltre al successo?

“Un giorno un fan mi ha chiesto se potevo registrare sulla sua segreteria telefonica un messaggio con la stessa voce del personaggio della ‘Piovra’ per allontanare e spaventare uno che lo perseguitava al telefono”. (sorride)

Grazie a Remo Girone per la sua disponibilità.



more No Comments luglio 9 2018 at 14:30


Enrie Scielzo: “Enrico viveva in un corpo non suo”

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E’ la prima blogger transessuale al mondo. In questa intervista ci racconta tutto il suo percorso

di Alessio Certosa

Il suo è un percorso che ha condiviso sui social. Un percorso non facile ma pieno di coraggio e di amore per la vita e che Enrie affronta con grande dignità. Ieri era Enrico, che viveva in un corpo non suo, oggi sta diventando ciò che si è sempre sentita: una donna. In mezzo ci sono stati momenti difficili e paure, superati brillantemente grazie alla sua tenacia. Enrie è una bella storia da raccontare e noi siamo orgogliosi di farlo sulla nostra rivista. E che possa essere un esempio per tante persone che, come lei, hanno il desiderio di intraprendere la sua stessa strada. Non la conosco personalmente ma la seguo sui social e così mi sembra di conoscerla da sempre.

Ciao Enrie, parlaci un po’ di te.

“Sono nata a Salerno, nel mio amato Sud Italia. Sono la prima blogger transessuale al mondo e mi occupo di moda e bellezza, oltre a lavorare come modella ogni tanto. E all’anagrafe sono ancora Enrico. Enrie è un nome che scelsi quando abitavo a Londra, un nome di transizione in cui non mi andava di essere identificata come Enrico, con quella grande, brutta ‘o’ propriamente maschile alla fine. Volevo qualcosa di più indefinito, che non fosse strettamente maschile ma non ancora non del tutto femminile. Così decisi di eliminare l’ultima sillaba e sostituirla con una ‘e’ in onore di una delle mie muse: Edie Sedgwick. E così è nata Enrie”.

Che persona era Enrico? Raccontacelo.

“Una persona molto timida e sola, che amava leggere, disegnare e sognare ad occhi aperti. Non giocava mai con gli altri, in parte perché si vergognava, in parte perché aveva paura che gli altri bambini potessero vedere in lui qualcosa di diverso. Ma era allegro e spensierato, cosa che io forse non sono più, visto che di pensieri ne ho pure troppi. Era una creatura dolce, sensibile e fragile”.

Quando ti sei accorta che Enrico viveva in un corpo non suo?

“Tardi, purtroppo. Verso i 24 anni. Credo sia dovuto al fatto che ho sempre vissuto molto liberamente la mia sessualità, quando ero ragazzino. Mi dichiarai gay a 13 anni e ho sempre vissuto la mia vita apertamente. Sono stata sempre molto femminile, efebico, già in adolescenza indossavo trucco e cose da donna, quindi non ho mai avuto un rapporto conflittuale col mio corpo. Non ho mai sentito l’esigenza, non so, di un seno ad esempio. Non mi serviva quello per sentirmi donna, e sono tutt’ora convinta che non sia quello a rendermi donna. Ma arrivi a un punto in cui non ti basta più quello che hai, vuoi sempre di più: quando tornavo a casa e toglievo trucco, vestiti, orecchini e tacchi, tornavo ad essere Enrico. Vedere quell’odiosa ombra della barba nello specchio era una violenza psicologica. Volevo essere Enrica sempre, non solo quando mi preparavo, ma anche struccata, anche appena sveglia”.

La voglia di riprenderti la tua vera identità e il tuo vero corpo quando è nata?

“Ho detto ai miei genitori di voler diventare donna a 28 anni. Tardissimo, biologicamente parlando. Tecnicamente ero già un uomo formato. Gli ormoni non hanno effetto su un corpo di un trentenne come ce l’hanno in quello di un adolescente e, non da sottovalutare, sento di aver perduto gli anni più belli della mia vita a vivere una vita che non era la mia. Chissà, se fossi diventata donna prima avrei avuto più coraggio, avrei fatto più cose, viaggiato di più, vissuto più relazioni. Probabilmente a quest’ora sarei sposata e con figli. Ma, come dico io, non è mai troppo tardi. Sono contenta di aver seguito le mie tappe con i miei tempi, senza affrettare nulla”.

Ne hai parlato con la tua famiglia? E come hanno reagito?

“Parlare con la mia famiglia era la mia nemesi, l’ostacolo più grande da superare. Sapevo che avrei dato un grande dolore e non ne avevo il coraggio. All’inizio ci sono state scene di panico, siamo persino andati in terapia familiare un giorno, ma la psicologa ci ha detto che non ne avevamo bisogno: eravamo una famiglia bellissima, unita, che si voleva bene, ma che non andava d’accordo su una cosa. Non c’era bisogno di alcuna terapia ma solo di tempo per metabolizzare. Col tempo, i miei genitori e le mie sorelle sono diventati i più grandi amici e i miei fan numero uno. Mia madre mi ha accompagnato a fare tutte le visite e le analisi, mio padre ha dormito accanto a me quando mi sono operata al seno. Mi hanno aiutato economicamente quando ho perso il lavoro nonostante non siamo una famiglia ricca e, in qualsiasi tappa di questo percorso e di questa vita, loro ci sono stati e so che ci saranno sempre”.

Quale è stato il primo passo concreto verso la tua trasformazione?

“Potrei dirti che il primo passo concreto sia stata la prima pillola di ormoni che ho preso il 4 marzo di due anni fa ma in realtà credo che l’ostacolo più grande da superare sia stato a dirlo ai miei genitori: è lì che finalmente mi sono liberata di un peso e mi sono sentita libera di iniziare. In secondo luogo, sicuramente la tappa più significativa è stato il laser al viso. Lo dico a tutte le persone che si sentono donna, anche se non volete prendere gli ormoni: fate il laser al viso. Fatelo subito. Il semplice fatto di non doversi fare più la barba è liberatorio e vi cambierà la vita. Davvero”.

Quanto è stato difficile iniziare questo percorso?

“È stato più difficile avere la forza ed il coraggio di accettarlo e decidere di intraprenderlo, in realtà. Iniziare è abbastanza facile, ti rivolgi a uno sportello trans (Salerno ormai è l’unico nel Sud Italia, non è assurdo?) o all’Arcigay più vicino che sicuramente ti saprà indirizzare verso le persone giuste. Poi inizi un percorso psicologico per attestare che tu voglia realmente cambiare sesso. Il mio è durato praticamente pochissimo, la psicologa ha riconosciuto subito una donna in me. Dopodiché con il referto psicologico in mano, ci si rivolge a un endocrinologo perché possa creare una terapia ormonale su misura e seguirti durante il percorso. Si può fare anche in una struttura pubblica, pagando un ticket”.

Un percorso che hai deciso di condividere sui social e in un blog. Quanto è importante la condivisione di questo cammino per te?

“C’è un vecchio adagio che recita ‘Tieni per te le tue paure ma condividi con gli altri il tuo coraggio’. Credo che raccontare la mia storia sia servito a tantissime persone, trans e non, per capire qualcosa di cui forse si è sempre parlato poco e male. Ho iniziato a scrivere perché avevo tantissime ragazze che mi contattavano dicendomi che avrebbero avuto a vedere avuto il mio coraggio di vestirsi da donna, di accettare il loro io, di dirlo ai genitori, di poter mettere un rossetto in pubblico, e mi sono resa conto di quante persone e quante vite potessi toccare con il mio blog e le mie parole, e di quanto potessi realmente aiutarle anche solo con un consiglio o una parola da dietro uno schermo. Mi sento in dovere di aiutare chi magari non ha avuto la mia forza o la fortuna di avere una famiglia alle spalle e non ha nessuno a cui chiedere aiuto”.

Quanto ti piace la donna che è nata e che sta crescendo in te? Ti vedi come lo desideravi?

“Ad essere sincera non mi sono mai immaginata, non ho mai fantasticato su chi o come sarei diventata. Avevo solo una grande paura che sarei uscita male, che non mi sarei piaciuta, che gli ormoni mi avrebbero cambiata in peggio. Invece adesso quando mi guardo allo specchio vedo la vera me stessa, devo dire che mi piaccio, anche con tutti i difetti, col naso grande, le spalle larghe, i fianchi tondi. Infatti non mi sono volta sottoporre a nessun intervento, se non quello al seno. Niente extension, niente filler, niente botox, niente ciglia finte o unghie ricostruite o zigomi rimpolpati. Si diventa trans per diventare donne, non per diventare Barbie, ed io ho imparato ad amarmi di più e ad accettarmi come sono. Sono una donna imperfetta, ma del resto chi non lo è?”.

Un processo di trasformazione che continua, giusto?

“Un processo che non finisce mai. Gli ormoni, almeno gli estrogeni, si prendono a vita, visto che non ne produciamo abbastanza da sole e, dopo operate, è come se andassimo in menopausa e abbiamo bisogno di un apporto extra. Certo, ci sono anche trans che decidono di non prendere ormoni (e lì ci sarebbe da aprire un discorso a parte), ma creo che sia un percorso che non finisce mai dentro di noi, perché anche quando saremmo vecchiette coi capelli grigi e orrendi vestiti a fiori, dentro di noi, sapremo sempre chi siamo state”.

Pensi un giorno di sottoporti all’operazione?

“Vorrei. È un’eventualità che ho preso molte volte in considerazione e che non escludo, ma che è molto dolorosa e, soprattutto, molto costosa. La sola operazione in Thailandia costa almeno 10 mila euro, senza contare viaggio, clinica, vitto, alloggio ecc. Insomma, per ora non è un programma a breve termine, ma ho iniziato questo percorso per diventare completamente donna, non per fermarmi in un limbo e spero un giorno di riuscire a portarlo a termine”.

Nel tuo blog e suoi tuoi post leggo che talvolta ti capita di incontrare uomini che vogliono conoscerti solo per il gusto della curiosità. Perché esiste ancora questa dilagante banalità verso le trans che in realtà spesso sono donne nella testa e nel cuore anche più delle donne biologiche?

“Vorrei farti leggere certi messaggi che mi arrivano, alcuni di un’ignoranza dilagante come quello che mi ha scritto ‘Io pensavo che i trans fossero solo brasiliani’. Perché, il problema è proprio questo, l’ignoranza, nell’accezione più pura del termine, cioè il non sapere. L’ignoto ha sempre affascinato gli uomini, e di sicuro la cieca morbosità che attira verso una ragazza trans è il ‘voler provare’, ‘fare un’esperienza nuova’, ‘il proibito’, ‘la trasgressione’. Io non sono un’esperienza da fare, io sono una ragazza da conoscere ma purtroppo i più ci vedono come un oggetto sessuale e delle malate di sesso. Il che, mi dispiace dirlo, è anche colpa di molte trans che si comportano in questo modo. E poi c’è il fatto della prostituzione, che coinvolge una fetta enorme di trans che devono ridursi a questo per pagarsi le operazioni e le terapie o perché vengono cacciate di casa (o magari semplicemente perché le piace farlo, eh!) e quindi c’è sempre questo binomio trans-sesso che cerco di combattere con i miei post sul blog e sui social per scuotere le acque e indurre la gente a pensare che, no, forse non è proprio così”.

Cosa è rimasto di Enrico dentro di te?

“L’amore per le piccole cose, i facili entusiasmi, l’ingenuità”.

Di cosa ti occupi nella vita di tutti i giorni?

“Sono una blogger full time: ogni giorno scatto foto, le seleziono, le edito, scrivo articoli, faccio ricerche, traduco, mando email, curo i social. Dicono tutti che le blogger non fanno niente dalla mattina alla sera, ma da quando ho un blog sono diventata, nell’ordine: programmatrice, grafica, editor, scrittrice/giornalista, correttrice di bozze, traduttrice, fotografa, modella, truccatrice, stylist, retoucher, social media manager, PR, marketer, press agent, copy, segretaria, agente e amministratore unico. Un bel po’ di cose per una che non fa niente dalla mattina alla sera”.

Il tuo sogno?

“Posare per i fotografi che amo maggiormente: Ellen Von Unwerth, Steven Meisel, Mario Testino, Mert& Marcus, Tim Walker, Annie Leibovitz, Steve McCurry e gli altri. Sono cresciuta ammirando le loro foto e poter lavorare con loro in un importante editoriale sarebbe davvero un sogno”.



more No Comments luglio 9 2018 at 14:25


Gianluca Semprini: La lunga estate con “La Vita in Diretta”

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di Simone Mori

Romano, 47 anni, colonna portante di Sky sino al 2016 e poi il passaggio in Rai. Gianluca Semprini è uno tosto, un giornalista di razza sempre pronto a rimettersi in gioco, come in queste settimane estive che lo vedono al pomeriggio di Raiuno condurre “La Vita in Diretta Estate” insieme alla brava Ingrid Muccitelli.

Raccontaci gli inizi di Gianluca Semprini nel giornalismo.

“Ma devo dire che la molla è scattata verso i 20 anni. Ho iniziato a scrivere su alcune riviste mentre studiavo per prendere il tesserino da pubblicista. Poi la svolta è stata con la radio, quando ho messo le cuffie per la prima volta alle orecchie è scattata la passione. Da lì, da 25 anni a questa parte, è iniziata la mia vita, praticamente sempre in diretta”.

Hai un aneddoto giovanile da raccontarci che ti ha fatto proprio capire che il giornalista sarebbe stata la tua professione?

“Ma forse la prima radiocronaca, era un derby e dovevamo essere in quattro a raccontarlo, io in curva sud. Appena mi passarono la linea per la prima volta, dopo dieci secondi segnò Balbo per la Roma. Era un segno del destino… Scherzi a parte ho voluto fortemente questo lavoro,  ottenuto con tanta gavetta e tanta pratica”.

Sei uno dei volti più noti in Rai e stai iniziando adesso la tua esperienza nella conduzione della “Vita in Diretta Estate” insieme a Ingrid Muccitelli. Sei emozionato? Come imposterai i tuoi segmenti?

“E’ passata la prima settimana, l’emozione c’è sempre ed è un bene, non devi mai dare nulla per scontato né far abbassare l’adrenalina. C’è una vera e propria corazzata come macchina organizzativa. Io sto tentando di valorizzare in diretta il loro lavoro. Con Ingrid mi trovo benissimo, il feeling è scattato al primo incontro. E’ una ragazza positiva, umile, sorridente”.

Hai lasciato Sky qualche anno fa. Cosa conservi di quella lunga esperienza? A noi mancano molto i tuoi dibattiti politici. Un moderatore come Semprini non è facile da sostituire.

“Sky è stata un’esperienza unica, una casa, una famiglia, con tutti i pro e i contro. Non è facile sintetizzare tredici anni in poche parole, sopratutto perché davvero è stato un grande gruppo che si è formato nel tempo. ‘I Confronti ‘sono stati la ciliegina sulla torta; ce li siamo inventati in quel modo originale. Adesso c’è Fabio Vitale che li conduce e vi assicuro che è più che una garanzia”.

A distanza di un po’ di tempo e dalle tante polemiche sul programma di Rai 3 “Politics”, mi permetto di dire del tutto ingiustificate, come ricordi quell’esperienza?

“Guarda, su ‘Politics’ quello che dovevo dire l’ho detto in diretta, pagandone anche le conseguenze. Io guardo sempre avanti. Non voglio fare altre polemiche”.

Il mondo del giornalismo odierno è spesso messo a ferro e fuoco ed è accusato di faziosità, di non dire la verità. La tua grande collega Letizia Leviti diceva che bisogna essere onesti perché è un dovere che avete nei nostri confronti. Che ne pensi?

“Letizia era una donna piena di carattere e sentimenti, non solo una giornalista. Io penso che si sia prima uomini e donne e poi giornalisti. Solo se hai spessore umano, sei onesto e corretto anche nel raccontare i fatti”.

Gianluca è anche uno scrittore di successo. Vedremo qualche tua pubblicazione presto? E se sì, sarà sempre sugli anni di piombo o cose simili?

“Macché, è una vita che non scrivo. Tra le ore di diretta, la preparazione, la famiglia purtroppo non ho proprio tempo. Mi piacerebbe rimettere le mani con calma sulla tastiera, non più sugli anni di piombo però”.

Tifoso romanista e super papà. Come fai a conciliare tutto?

“Ecco appunto! Lo faccio perché ho una super moglie e perché non ho tante pretese, oltre al lavoro ci sono i miei figli e praticamente più nulla. Oltre alla Roma, naturalmente”.

Cosa ti auguri per il bene della nostra Italia nei prossimi mesi?

“Una parola forte: serenità. E anche gioia. Esagero: anche divertimento. Ritornare a sorridere e ridere di gusto”.



more No Comments luglio 9 2018 at 14:21


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