Flavio Insinna: “Si impara più dalle sconfitte che dalle vittorie. Molti se ne vanno e in pochi restano”

'Dopo Fiction' Tv Show Presentation In Rome

Nella sua carriera non si è fatto mancare nulla alternandosi tra cinema, teatro e televisione. Stiamo parlando di Flavio Insinna che dopo il successo di “Ex” ci riprova tornando nelle sale nel nuovo film di Fausto Brizzi “Se mi vuoi bene”.

di Giulia Bertollini

Il suo personaggio, Edoardo, è un attore non proprio fortunato che un giorno decide di aiutare Diego, interpretato da Claudio Bisio, nel piano assurdo di rendere felici le persone della sua vita. E proprio con Flavio abbiamo parlato di felicità tra ricordi e nuovi progetti.

Flavio, dopo il grande successo di “Ex” il regista Fausto Brizzi ti ha chiamato a partecipare al suo nuovo film. 

“Con Fausto ormai abbiamo una bellissima amicizia da un bel po’ di anni. Abbiamo lavorato insieme e ci vogliamo bene. Non sono una di quelle persone che dice ‘tienimi presente’. Stavolta però Fausto mi ha chiamato perché è stato obbligato. In questo film interpreto un attore scarso che non sa recitare e quindi ero perfetto. Pensa che Fausto al telefono mi ha detto ‘devo avere la certezza che il ruolo venga bene’. Quando hai un dubbio chiami un amico. E io in questo caso ero il perfetto attore cane amico”. (ride)

“Se mi vuoi bene” si scontra al botteghino con il film “Joker”. 

“Le sale sono piene di ‘Joker’ in questo momento (l’intervista è stata fatta nei giorni di uscita del film ndr) ma sono convinto che se per un attimo Joker entrasse nel negozio delle chiacchiere che c’è nel film smetterebbe di uccidere le persone. Se quello è un film politico lo può essere anche questo perché in un mondo che respinge il personaggio di Massimiliano, interpretato da Sergio Rubini, lancia un messaggio importante. Il film ci dice che è importante parlarsi e spendere tempo per gli altri”.

La giornata più bella che hai vissuto negli ultimi anni?

“Nel 2006 l’Italia vinceva i Mondiali ed ero a casa con mio padre, mia madre e mia sorella. Mia madre è sempre stata una donna divertente ma molto seria. Al termine della partita sento il rumore di una tromba provenire dal balcone. Era mia madre che si divertiva a  suonare la vuvuzela. Mio padre, tra il divertito e l’esterrefatto, la invitava a rientrare dicendole ‘Rossana, rientra, non ti far vedere così’. Papà in quel periodo non stava molto bene e mi sono goduto quella scena senza distrazioni. In quel momento ho capito che la felicità passa in un attimo. L’importante è accorgersi quando si è felici”.

Hai mai fatto nella vita uno sgambetto per rendere felice qualcuno?

“Non ho il prontuario delle opere buone. L’hanno fatto a me e io ho cercato di rifarlo. A volte mi sorprendo delle persone che mi scrivono per ringraziarmi. Non ho una buona memoria e   non sempre mi ricordo i loro nomi anche perché credo nel proverbio fai del bene e scordalo. Sono sicuro che anche la mia agente mi avrà fatto uno sgambetto qualche volta per far tornare le cose al loro posto e non farmi preoccupare”.

La ricetta per essere felici?

“Bisogna prendersi del tempo e lavorare su se stessi. E’ importante mettersi in discussione e potersi fare delle domande. Spesso si impara più nelle sconfitte che nelle vittorie perché hai modo di capire chi ti rimane accanto”.

Ci sarai in “Don Matteo 12”? 

“Mi piacerebbe molto. Sicuramente andrei se ci fosse l’occasione. Anche di passaggio: Anceschi che ha sbagliato strada, o ha finito la benzina. Quelle mie cinque stagioni sono un pezzo di vita, non solo di carriera”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Oltre alla conduzione de ‘L’Eredità’, sarò in giro nei teatri con lo spettacolo ‘La macchina della felicità’ tratto dal libro che ho scritto qualche anno fa. E’ uno spettacolo corale di intrattenimento in cui alterno monologhi a momenti di improvvisazione. Il mio intento è di regalare sempre un sorriso a chi mi viene a vedere”.



more No Comments novembre 11 2019 at 13:50


Daniele Liotti: “Così ho imparato ad amare la montagna”

daniele-liotti-foto-2

Ha sostituito il grande Terence Hill senza farlo rimpiangere. Daniele Liotti è tornato a vestire i panni del capo della forestale Francesco Neri nella quinta stagione della serie tv di successo “Un passo dal cielo”. Una fiction difficile da girare tanto che Daniele si è soffermato anche sull’incidente avvenuto sul set con il cavallo, ridimensionandone però la gravità.

di Giulia Bertollini

Oltre a raccontarci qualcosa in più sul suo personaggio, Daniele ci ha parlato anche del suo rapporto con la natura e con i suoi figli rivelandoci il suo pensiero sul tema politico dell’immigrazione.

Daniele, come evolverà il tuo personaggio?

“Dopo la morte della moglie per mano del Maestro, Francesco Neri si troverà ad affrontare un momento difficile. Cerca di ripartire da zero nonostante sia difficile perché le catene del passato lo tengono avvinghiato. E’ un personaggio complesso che non riesce a dimostrare amore verso se stesso. Francesco è un personaggio molto complesso che in più fa un tentativo di apertura verso il commissario Nappi, con il quale nasce un’amicizia. Si confidano per le difficoltà amorose di entrambi. L’amore con Emma sarà tormentato. Quando ho letto il copione sorridevo perché in una pagina si amavano e in quella successiva si lasciavano. Chissà se il loro amore trionferà”.

La quarta stagione ha avuto molto successo. Hai avvertito il peso della responsabilità dovendo sostituire un attore molto amato come Terence Hill?

“Io, personalmente, non ero preoccupato. Non mi sono messo nei panni dell’attore che dovesse sostituire un beniamino della televisione. L’ho presa un po’ più alla leggera, forse con un po’ di incoscienza. D’altronde, qualche anno fa mi era capitato di fare Il bell’Antonio, in passato interpretato da Marcello Mastroianni. Se mi fossi messo a guardare i paragoni probabilmente avrei avuto tanta tensione e senso di responsabilità. È chiaro, l’aspettativa da parte dei produttori c’era; bisogna ragionare anche in termini di ascolti, ma siamo riusciti anche noi ad ottenere il plauso del pubblico. Ciò è stato motivo di soddisfazione e di rilassamento, per questo mi sono sentito più a mio agio nella quinta stagione, anche perché conoscevo meglio il personaggio”.

Qual è il tuo rapporto con la natura?

“Prima della serie non ero un grande amante della montagna. Non ho mai fatto una settimana bianca né messo ai piedi un paio di sci. Poi, grazie alla fiction, ho conosciuto le Dolomiti. Inizialmente non è stato facile: diverse volte mi è capitato di sentirmi intrappolato nelle montagne, di provare la stessa sensazione di paura e di impotenza di fronte alla forza della natura che ha avuto anche il mio personaggio quando è arrivato in Val Pusteria. E’ stata per me una grande scoperta perché è un elemento di ispirazione e concentrazione”.

In una recente intervista, hai dichiarato di aver rischiato di morire sul set per una caduta da cavallo.

“Mi è capitato di rischiare di cadere perché mentre giravamo il cavallo si è impaurito del drone con cui venivano effettuate le riprese. Sono rimasto attaccato una volta alla criniera, un’altra al sottopancia. Cadere da cavallo non è mai piacevole ma sicuramente non ho rischiato di morire come è stato scritto sui giornali. Avere rispetto della natura significa avere anche rispetto dei cavalli. Ho un bellissimo rapporto con Holly, il cavallo con cui ho girato la serie due anni fa. Se mi accorgevo che era nervoso cercavo di parlargli e di calmarlo”.

Qual è il tuo pensiero sulla politica dell’immigrazione?

“Io aiuterei tutti e cercherei di portarli sulla terraferma dandogli una seconda possibilità. Fuggono da realtà difficili che noi non comprendiamo portandosi addosso paure e traumi che hanno accumulato negli anni. Credo che con la volontà e la giusta regolamentazione sia possibile trovare una soluzione ai flussi migratori”.

Che padre sei?

“Come padre ce la metto tutta. Io ho due figli, Francesco e Beatrice. Fare il padre è un mestiere difficile che mi impegna 24 ore su 24. Ma per me è un’occasione per crescere. E avere avuto i miei figli in età diverse è stato utile alla mia maturazione, ti distrae da te stesso e ti mette continuamente alla prova. L’unico motore della vita è l’amore”.

Prossimi progetti?

“Ho da poco finito di girare una commedia sulla paternità che uscirà nei cinema a gennaio, ‘Un figlio di nome Erasmus’ con Ricky Memphis e Luca e Paolo”.



more No Comments novembre 11 2019 at 13:48


Marco Belocchi: “Il teatro, la mia realtà”

marco-belocchi-apertura

Attore e regista a tutto tondo, con la discrezione tipica di chi con umiltà scavalca le montagne, Marco Belocchi passa con nonchalance dal palcoscenico alla telecamera senza trascurare di trascorrere tempo prezioso alla scrivania per tradurre intere opere o scrivere racconti.

di Mara Fux

“Scrivere occupa molto del mio tempo – sottolinea Marco Belocchi – ho al mio attivo raccolte di poesie, racconti brevi, commedie per il teatro pubblicate da varie case editrici italiane. Per molti anni sono stato il presidente del premio letterario La Clessidra che si svolge da numerosi anni a Terni e attualmente sono il direttore di una nuova doppia collana di poesia e narrativa breve della casa editrice Lithos assieme a due esimi professori universitari, Giorgio Patrizi e Francesco Muzzioli.”

Il tuo ultimo libro? 

“Un libro di poesie intitolato ‘Esercizi di immortalità’ per Progetto Cultura”.

Questo è certamente un aspetto di te che il pubblico non conosce. 

“Il pubblico difficilmente approfondisce gli attori che vede sulla scena o sullo schermo”.

Profondamente vero ma a tanto per riderci sopra: sei tu che non ti interessi molto al grande schermo o è il grande schermo che non si è interessato molto a te? 

“E’ il cinema che si è dedicato colpevolmente molto poco a me, soprattutto quello dei primi anni ‘90 quando ero giovane e bello ed in perfetta linea con la richiesta: ma quando ero lì, preparato e pronto a cedergli c’è stata, come dire, la riscossa dei brutti, tutti quei volti spigolosi, irregolari  alla Rubini o Castellitto, che hanno spazzato via la bellezza serafica della generazione precedente”.

Una considerazione molto interessante anche se in realtà di cinema ne hai fatto e continui a farlo. 

“Ho fatto televisione in tutte le serie tipo La Squadra, Distretto, La guerra è finita e recitato ruoli in belle commedie italiane gradite al pubblico, una per tutte ‘Smetto Quando Voglio’ diretta da  Sydney Sibilia col quale sto per girare proprio in questo periodo un nuovo film. Non mi posso assolutamente lamentare”.

Anche perché probabilmente la tua profonda passione è il teatro, sia come attore che come regista. 

“Fare l’attore mi diverte ma, sinceramente, dopo un attivo di trent’anni da regista di circa settanta spettacoli, sto maturando una certa difficoltà a lavorare come attore sotto altri registi specialmente se non sono proprio amici che conosco bene e con i quali posso interfacciarmi. Ammetto di avere una mia difficoltà nell’essere diretto. Poi bisogna pure vedere di che ruolo si tratti”.

Conferma di quanto dici  è che durante la stagione ti vedremo parecchie volte in scena sia come attore che come regista. Quando si inizia? 

“Dal 20 novembre all’Anfitrione con una divertente commedia spagnola mai rappresentata prima in Italia dal titolo ‘Attenti al cane!’ di Vanessa Montfort, molto divertente: due coppie che si contendono l’affidamento di un cane sottratto alle corse clandestine. Poi dal 23 gennaio al Marconi con “Cocktail per tre”, altro titolo brillante spagnolo di un autore, Moncada, mai rappresentato da noi; testo favoloso per il quale sono anni e anni che rincorro letteralmente Franco Oppini, a mio avviso adattissimo al ruolo maschile di uno dei protagonisti, il quale, quando finalmente è riuscito a leggerlo, ha subito assentito ad interpretarlo. Insieme a noi ci sarà Miriam Mesturino, che per il ruolo femminile è perfetta. Ultimo progetto teatrale della stagione sarà ‘I Menecmi’ al Teatro degli Eroi dal 12 marzo, un testo classico di Plauto che ho però totalmente riscritto dandone una mia visione”.

Perdonami, ma perché questa foga che hanno tutti di reinterpretare i classici? 

“A monte la trasposizione deve essere motivata da un progetto altrimenti non ha senso. Plauto è un autore che da 2500 anni viene portato in scena perché ha creato degli archetipi fondamentali, lo hanno copiato tutti proprio perché ogni suo archetipo funziona. Io, come ti dicevo, l’ho interamente ritradotto e, considerato che la cittadina dove il fatto si svolge è Epidamno ovvero l’attuale Durazzo, in Albania, ho voluto dare un taglio balcanico all’allestimento dell’opera. Per capirci non trovavo reale che dalle finestre di una cittadina albanese, venissero appesi pepli greci. L’idea scenica c’è ed ha un senso. Per me il senso della regia è proprio questo, avere un’idea valida e coprirla sotto tutti gli aspetti”.

Come hai risolto il ruolo del gemello? 

“Anziché interpretare un ruolo doppio, cosa peraltro faticosissima ma che piace a parecchi, ho scelto Paolo Ricchi attore e amico dai tempi dell’Accademia che a tutti gli effetti mi somiglia molto anche nel fisico e conoscendoci davvero bene da anni è stato anche facile assimilarci nel movimento scenico”.

Qual è il titolo che tieni riposto nel cassetto dei desideri? 

“Il ‘Faust’ di Marlowe: per me come autore è alla stregua di Shakespeare, quasi aderisco alla leggenda che vede l’uno essere in realtà l’altro.  Un altro bellissimo testo è ‘La via è sogno’  di Calderon ma è un testo difficile, servono tantissimi attori, soldi; è uno di quei testi che puoi fare solo se hai una compagnia solida”.

Quindi non pensi che il sogno possa diventare realtà? 

“Non si può mai dire! Intanto cominciate col venire all’Anfitrione per  ‘Attenti al Cane!’ poi, per il resto, ci organizziamo”.



more No Comments novembre 11 2019 at 13:46


Sergio Friscia: “Vivo la mia vita come una fiaba”

sergio-friscia-3

Sergio Friscia vi aspetta per un musical straordinario: “Aladin” in scena al Teatro Brancaccio fino all’8 dicembre con Leonardo Cecchi ed Emanuela Rei. Dopo il grande successo dei musical “Rapunzel”, “Peter Pan “e” La regina di ghiaccio”, Maurizio Colombi e Alessandro Longobardi tornano a teatro.

di Silvia Giansanti

Povero Sergio, è il caso di dire che in questo periodo non sa a chi dare i resti. Al mattino alle 9 c’è la diretta che lo attende su RDS insieme ad Anna Pettinelli.  A ‘Striscia la Notizia’ continua la sua presenza con un simpatico Beppe Grillo che manda sempre miseramente i telespettatori tutti al diavolo. Spesso lo vediamo in tv in diverse ospitate nei programmi più seguiti. Il 3 ottobre scorso è uscito al cinema con “Tuttapposto” e adesso si sta cimentando in un musical di successo come “Aladin”, incantando il pubblico nei panni di Nello, il Genio dell’Anello. Per scambiare qualche parola sullo spettacolo che è in scena al Teatro Brancaccio fino a dicembre, non gli abbiamo permesso di fare colazione con la sua amata brioche siciliana. Chissà dove prenderà tutta questa energia.

Sergio, con quale favola sei cresciuto?

“Con la mia favola, avevo un mondo tutto mio. Inventavo favole dal nulla con cui intrattenevo i compagni delle elementari. La fantasia fa parte del mio DNA e da lì sono nati i primi personaggi che ho creato, prodotti dalla fantasia e dallo spirito d’osservazione che ho sempre avuto. Mi guardo intorno, catturando ciò che mi fa sorridere per poi elaborarlo. Ecco che nascono i personaggi, i soggetti, le sceneggiature, gli spettacoli e altro in un momento creativo. Vivo la mia vita come se fosse una fiaba”.

Sei soddisfatto del ruolo che ti hanno dato in “Aladin”?

“Sono felice perché si tratta della mia prima esperienza di musical. A 48 anni mi rimetto ancora una volta in discussione. Per me rappresenta una nuova sfida in mezzo a tanti ragazzi giovani e molto bravi, è una cosa tutta nuova anche se faticosa. Il gruppo è affiatato. Abbiamo un grande regista, Maurizio Colombi, che mi ha dato spazio e libertà in relazione al personaggio che interpreto. Vado in scena felice, divertendomi come un pazzo e trasmettendo tutto questo alla gente”.

Cosa vi aspettate da questo musical?

“Solo per il fatto che sono aumentate le date a seguito di richieste, direi che sta andando alla grande. Dopo Roma, toccheremo altre città italiane come Torino, Milano, Palermo, Catania e Napoli”.

Come farai a conciliare il tutto visto che sei impegnato su più fronti?

“Sono massacrato. Per fortuna con tutti i potenti mezzi tecnologici che si hanno a disposizione, magari per la diretta radio ci si potrà organizzare da un’altra città, mentre per ‘Striscia la Notizia’ dovrò tornare una volta a settimana a Roma”.

Tornando al tuo personaggio, qual è la differenza tra il genio dell’anello e il genio della lampada?

“In questa versione scritta da Maurizio Colombi è stata ripresa un po’ quella originale. Qui ci sono due fratelli; quello della lampada mentre io sono Nello il Genio dell’anello, un personaggio pazzo, un po’ rimbambito e che fa danni. Ci sono momenti dello spettacolo in cui si capisce il rapporto fraterno che hanno”.

Come si può definire questo spettacolo?

“Emozionante e divertente nello stesso tempo. Pieno di effetti speciali e di una coreografia, dei costumi e dei balletti straordinari. Vi aspettiamo!”.



more No Comments novembre 11 2019 at 13:44


Stefano Jacurti: “Ho portato il Generale Grant a teatro”

stefano-jacurti-3-da-mettere

E’ un apprezzato attore, regista e scrittore dei nostri tempi. Il western lo caratterizza da sempre ed è stato il primo in assoluto nel nostro Paese a portare ‘Il Generale Grant’ in scena a teatro. Grande riscontro per lo spettacolo “Dalla guerra civile al west – l’America ai tempi di Grant”. E’ apparso nel film “Il grande salto” con Ricky Memphis e Giorgio Tirabassi.

di Silvia Giansanti

Camicia alla Tex Willer, pistola caricata a salve, speroni (attenzione a non prendere la metropolitana a Roma nelle ore di punta!) e un bel piatto di fagioli a pranzo. Stefano Jacurti sa bene di vivere in un’altra epoca, ma avrebbe voluto nascere nel west, anche se probabilmente sarebbe durato poco per via della vita violenta che c’era. Caricatura a parte, è nato a Roma il 24 gennaio del 1959 sotto il segno dell’Acquario. E’ uno studioso della storia del western, da sempre la sua passione di vita.  Fare western oggi per lui è magia, significa andare a riprendere quelle pistole giocattolo che da piccolo ad un certo punto dovette lasciare perché stava diventando grande.

Come si è sviluppata in te la passione per il genere western?

“Fin da piccolo ho coltivato la passione guardando alla vecchia Rai in bianco e nero i film di John Wayne e di John Ford. La mia epoca era molto diversa da questa, il genere era molto presente sotto forma di giocattoli, avevo i soldatini. Sono stato uno delle ultime generazioni a giocare in strada a cowboy e indiani. Facevamo duelli e ci sparavamo immaginando praterie lontane. Sono cresciuto con la vecchia Hollywood di western, poi al cinema è arrivato Sergio Leone. E’ stata una folgorazione e non ha fatto altro che fagocitare tutto ciò. Il mio passato a livello di background è rappresentato da questo, arricchito da fumetti e altro”.

Come nascono le storie e i tuoi personaggi, visto che ultimamente sei molto attivo in teatro?

“Da un po’ di anni a questa parte vivo il western non in un solo settore, ma questa ambientazione si propaga in vari settori che possono essere il cinema indipendente; sono stato anche regista, con Emiliano Ferrera, di ‘Se il mondo intorno crepa’, che è stato premiato in America, e ‘Inferno bianco’, un western sulla neve.  Il genere è anche sui miei libri visto che sono scrittore. Come dicevamo, lo porto anche a teatro quando invento i miei personaggi che possono essere rappresentati sul palcoscenico. Tra le ultime cose è nato il Generale Grant con cui sto andando in giro per l’Italia, essendo stato il primo in assoluto nel nostro Paese a portare il famoso Generale in scena a teatro. Inoltre c’è stato un progetto insieme ad Alessandro Iori ‘Dalla guerra civile al west – l’America ai tempi di Grant’ che è composto dalla guerra civile americana fra nordisti e sudisti come primo atto, dove c’è il Generale Grant e il suo nemico, il Generale Lee e la seconda parte, che riguarda quello che è successo dopo la guerra di secessione. Uno spettacolo raro da trovare in giro che ha avuto tanta richiesta e che si è svolto di recente al Teatro Le Sedie di Roma”.

Ti sei mai recato nei luoghi d’America in cui si è svolto il tutto?

“A dir la verità avevo in programma un bel viaggio, ma che per imprevisti vari, non ho potuto fare. Nessun problema, sono lì con la testa. Faccio parte di quella fetta di autori che per scrivere in maniera intensa, hanno bisogno di riportare mondi moto lontani”.

C’è un personaggio a cui hai dato vita che ti è rimasto dentro?

“Sono legato a tutti i miei personaggi perché sono tutti miei figli, ma il Generale Grant lo preferisco per fatti storici legati all’America. Sarà dura quando arriverà il momento di salutarlo e dovrò per forza passare ad altro”.

Ti sei mai misurato con altri generi?

“Sì, provengo dalla scuola di recitazione di Isabella Del Bianco. Ho fatto Pirandello, Shakespeare e tutte cose classiche di teatro che devono completare l’attore”.

Quanto ti dà l’esperienza come regista? Sei rimasto sempre soddisfatto delle compagnie di attori con  le quali hai lavorato?

“Certamente, l’esperienza come regista mi dà molto. E’ intensa e stimolante e sono sempre pronto a superare gli ostacoli che si possono incontrare”.

Cosa bolle in pentola, restando in ambito western?

“In preparazione ho un libro sulla guerra civile americana che si collegherà allo spettacolo di cui abbiamo parlato prima. Inoltre c’è un altro progetto di portare a teatro un altro personaggio western e di fare cose diverse da questo genere da me tanto amato”.



more 1 Comment novembre 11 2019 at 13:42


Marisa Iacopino: Emozioni sedimentate in versi

marisa-iacopino-2

Se c’è un’arte che più si avvale della parola per farsi emozione, questa è la poesia. Con un verbo leggero, sfrondato delle ridondanze lessicali, Marisa Iacopino plasma la materia poetica attraverso un verso scarno che esplora i sensi: così possiamo sentire, toccare, vedere l’umano nel suo essere o divenire tenerezza, forza, silenzio, dolore, perdita, provvisorietà.

di Roberto Ruggiero

Il suo libro, Sedimenti inVersi, uscito per L’Erudita – Giulio Perrone Editore, ci regala flash emotivi suggellati in parole vivide, affilate, che diventano metafora d’un sentire comune nel quale il lettore può riconoscersi. Le abbiamo chiesto di raccontarci questa nuova avventura.

Iniziamo con una provocazione: non è da emarginati, oggi, un libro di poesie?

“La poesia, al pari della filosofia, sembra essere disdegnata in tempi bui. Eppure è proprio questo mondo, a mio giudizio indurito da uno scientismo tecnologico che spesso sfugge di mano, ad avere più bisogno di filosofi e poeti”.

Quando ti sei avvicinata alla poesia?

“La poesia mi ha sedotta fin dalla più tenera età. Oso dire che ancora prima di distinguere le lettere dell’alfabeto, e quindi di scrivere, ero catturata dalla poesia. Facevo trascrivere i miei versi ingenui su un taccuino da una bambina più grande. Il verseggiare mi ammaliava, lo sentivo come l mio scopo. La poesia rappresenta, ancora oggi, il mezzo espressivo che prediligo, lo strumento per esprimere e indagare l’esistenza, l’interiorità, il lato nascosto e irrazionale di noi stessi”.

D’accordo, tu scrivevi fin da piccola, ma quando si realizza il tuo sogno di comunicare attraverso la poesia?

“Nel 2003 i miei versi cominciano a essere pubblicati in antologie e raccolte. Ma è il 2008 che segna l’avvio editoriale, con Controverso Amore, la prima silloge poetica edita da L’erudita, di Giulio Perrone Editore”.

E oggi, “Sedimenti inVersi”, vuoi parlarci di questa seconda esperienza poetica?

”’Sedimenti inVersi’ nasce come raccolta di poesie intimistiche lasciate decantare nel tempo. Il pensiero individuale si fa così materia universale che respira, canta, ride o si rappresenta nell’assenza”.

Cosa intendi con il termine Sedimenti?

“‘Sedimenti’ rimanda a un concetto geologico: come le rocce sedimentarie sono formate dall’accumulo di detriti depositati sulla superficie della terra, e se le sfogliassimo potremmo arrivare al cuore della materia terrestre, così queste poesie sono formate dalla stratificazione dei pensieri. Sfogliarli significa arrivare all’essenza delle cose, al cuore dell’essere”.

C’è un sottotitolo all’interno del libro: Versi d’animi spersi…

“E’ un libro bipartito: una prima lunga sezione di poesie intimistiche, come dicevamo,  e una seconda parte più breve ma non meno intensa, preannunciata dalla poesia “Versi d’animi spersi” che rappresenta una serie di liriche civili, in cui si parla di un’umanità sofferente, degli ultimi, degli oppressi, diseredati, delle donne e uomini sfruttati o di tutti quelli che muoiono in mare senza neppure un nome. Per coloro che riescono a rimanere in vita, e sono disorientati, spauriti, ognuno di noi ha il dovere di lottare affinché questi animi spersi si possano ritrovare, altrimenti, l’umanità tutta sarà persa”.

Cosa ne pensi dell’esodo globale che caratterizza questa nostra epoca? 

“Qualcuno dice che sia creato a mestiere da coloro che esercitano un potere occulto sul mondo, per destabilizzare la popolazione mondiale. Io credo che sia complicato capire davvero da dove sia partito e da chi tutto questo sia stato generato. Quello che ho sempre pensato è che siamo tutti cittadini del mondo. Dico che per una coincidenza puramente socio-geografica, per caso, come diceva la Zymborska, io mi trovo a essere nata in Italia, ma devo ragionare come se fossi nata in Siria, o in Nigeria o in Messico”.

Cosa rappresenta per te la parola in questa raccolta?

“La parola è azione, ricordo, presenza, assenza, amore, disamore. I pensieri attraverso il verbo diventano un riparo per l’animo umano. Così la riflessione e l’introspezione si nutrono di sapori antichi, del sogno, o di un’impresenza che pure acquista una forma nell’oggi poetico. Un viaggio attraverso il ritmo e la parola. Parola che è la protagonista, che coglie il senso dell’attesa, dello slancio, della memoria”.

Nella lirica “Si potesse risalire al prima” L’impresenza è assenza che non duole.”  Vuoi spiegarci meglio?

“Il concetto di ‘impresenza’ torna spesso nel libro. Potrei dirti che è una ‘presenza incorporea’ che continua a esistere dentro di noi, nei cuori che pure debbono sopportare il dolore per l’assenza fisica di qualcuno, di qualcosa”.

Hai un desiderio segreto?

“Sì, ho un sogno nascosto: vedere le poesie tradotte in lingua inglese. Mi piacerebbe sentirne il suono e, perché no? sapere cosa ne pensano oltremanica, o addirittura oltreoceano! Diciamo che è un desiderio che mi fa volare in alto. Ma del resto, se si tratta di un sogno, tanto vale sognare in grande!”.



more No Comments novembre 11 2019 at 13:40


Angela Di Cosimo: C’era una volta la timida ragazza dai riccioli neri di “Non è la Rai”

angela-di-cosimo_alta1

Angela non è stata assolutamente dimenticata da una buona parte di quelli che seguivano negli anni ’90 “Non è la Rai. Oggi è una mamma che porta avanti famiglia e due attività.

di Silvia Giansanti

La danza è sempre stato il suo amore e oggi, anche se non lavora più in tv da vari anni, in un certo senso è sempre rimasta legata a un discorso puramente artistico. La timida ragazzina dai riccioli neri non c’è più, è tutto cambiato, dalle sue aspettative di vita al suo viso che vedevamo spesso nei primi piani voluti da Gianni Boncompagni. Ammettiamo di aver preso gusto ad andare a scovare quelle ragazze che riempivano i pomeriggi di tanti italiani. Anche noi siamo curiosi di sapere cosa è accaduto nel frattempo nelle loro vite. A titolo di curiosità, anche Angela come Ilaria Galassi, che abbiamo intervistato qualche mese fa, oggi lavora in uno studio di parrucchiere.

Angela, che cosa è accaduto in tutto questo tempo? 

“E’ accaduto che oggi sono una mamma e una moglie felice. Sono instancabile, sono un tipo che si rimbocca le maniche. Ho due lavori, non mi fermo mai, solo la domenica. Insieme a mia sorella mandiamo avanti un negozio di parrucchiere ‘Studio 2′, situato in zona Torrevecchia a Roma e poi in un certo senso sono rimasta nel campo artistico, con la danza e insegnando nel pomeriggio presso la scuola ‘Movin’up’ a Monte Mario. Dopo la parentesi di “Non è la Rai” e altri programmi che mi sono capitati, ho sentito che dovevo fare altro”.

La danza c’è sempre stata nella tua vita?

“E’ arrivata prima del noto programma tv. Avevo sei anni quando ho mosso i primi passi”.

A quando risale la tua ultima apparizione in televisione?

“A parte alcune recenti ospitate da Barbara D’Urso, risale al 2000/2001 quando ho lavorato per ‘Sarabanda’ con Enrico Papi. Dopodiché ho deciso di voltare pagina, puntando su cose più sicure e durature. Volevo delle certezze dalla vita”.

Un ricordo, una frase, un momento dell’indimenticabile Gianni Boncompagni.

“Lui mi diceva sempre che ero troppo timida e che con quella faccia da bambina, mi vedeva bene interpretare canzoni romantiche. L’inquadratura doveva essere sempre ferma sul mio primo piano”.

Che cosa è rimasto in te della ragazzina tutta riccioli dell’epoca?

“Veramente poco, oggi è cambiato tutto. La spensieratezza del momento d’oro è andata via. Magari te la fanno rivivere i fans quando si pubblica una foto ricordo su un social. Ci tengo a precisare che sono poco social per via dei miei impegni di lavoro e di famiglia”.

Ti stavo appunto per chiedere se è rimasta una fetta di fan.

“Sì ci sono, eccome”.

E’ stata dura in quegli anni trovarsi a conciliare tutto?

“Sì, non è stato facile combinare un programma importante con la scuola, anche se poi io prendevo la tv come un gioco. Ma era sempre una responsabilità. E’ stato bello, ma avere troppi impegni da adolescente, cambia un po’ il percorso. Mi ricordo che non appena uscivo dagli studi, andavo subito a cercare gli amici di quartiere”.

In questi ultimi anni sono uscite compilation cantate dalle ragazze di “Non è la Rai”. Ancora c’è un seguito?

“Direi di sì. Ci sono state serate  per ricordare i bei tempi andati e tanto riscontro. Questo mi fa capire che abbiamo lasciato il segno perché eravamo ragazze della porta accanto e non irraggiungibili. Ho partecipato con entusiasmo e divertimento, anche se alcune volte è stata veramente un’ammazzata tra viaggi e tutto il resto da incastrare. Un conto se lo fai a quindici, vent’anni, un conto a quaranta”.

Con chi sei rimasta in contatto?

“Un po’ con tutte avendo un mega gruppo su whatsapp, ma sento in modo particolare Pamela Petrarolo ed Emanuela Panatta”.

C’è una persona speciale con la quale hai condiviso bei momenti professionali?

“Sicuramente Angelo Peluso. Insieme abbiamo fatto molte serate. Siamo amici da una vita”.

Ti sei costruita una posizione e hai una vita piena. Hai ancora qualche obiettivo?

“Al momento no, mi sento realizzata e tutto quello che faccio, lo faccio per le mie due figlie. La televisione non m’interessa, ci si deve anche essere portati caratterialmente. Tutto ha un suo tempo e ha bisogno di tempo per stare al passo. Diciamo largo ai giovani!”.

Hai un mito nel mondo della musica?

“Claudio Baglioni. Sogno di far parte di un corpo di ballo dei suoi mega concerti, ma non mi sono mai presentata ai provini”.

 

CHI E’ ANGELA DI COSIMO

Angela Di Cosimo è nata a Roma il 9 giugno del 1976 sotto il segno dei Gemelli con ascendente Gemelli. Caratterialmente si definisce timida e simpatica. Il suo hobby coincide con il lavoro della danza. Adora mangiare la pasta al ragù, tifa per la Lazio e al momento non possiede animali domestici. Le piacerebbe vivere in Trentino Alto Adige. E’ sposata e ha due figlie, una di diciassette anni di nome Martina e l’altra, Federica, di cinque. Il 2014 è stato l’anno fortunato della sua vita. Ha iniziato con la danza e nel 1991 a soli 15 anni è avvenuto il suo debutto nel programma “Non è la Rai”, dove è rimasta per tutta la durata. E’ stata anche con Paolo Bonolis in “Bulli & Pupe”. Per le sue grandi capacità di ballerina, è passata in seguito in Rai, divenendo la prima ballerina dello show “Carramba che sorpresa” condotto da Raffaella Carrà. E’ stata anche nel corpo di ballo del programma “Gelato al limone”. Nel 1996/97 è stata sempre prima ballerina, ma questa volta di “Domenica In”. Sempre in quella stagione è tornata a lavorare a fianco di Bonolis in “I Cervelloni”, diventando anche membro del coro di “Sarabanda”. Negli anni duemila ha partecipato in tv ad alcuni speciali commemorativi di “Non è la Rai”, facendo anche serate.



more No Comments ottobre 10 2019 at 11:12


Mara Venier: “Ho scelto Domenica In per gratitudine”

Presentazione di 'Domenica In' con Mara Venier

Non è scaramantica. Lo dimostra presentandosi in conferenza stampa con una camicetta viola. Dopotutto non ha neanche motivo di esserlo considerando che la scorsa stagione di “Domenica In” ha segnato il suo ritorno trionfale in Rai. Stiamo parlando di Mara Venier, al timone per il secondo anno consecutivo del noto contenitore domenicale.

di Giulia Bertollini

Un’edizione segnata da poche novità come il gioco telefonico della cassaforte e l’arrivo di Orietta Berti come opinionista fissa. In questa intervista, Mara ci rivela qualche curiosità in più sulla scorsa edizione parlando anche della sua vita privata e della rivalità con Barbara D’Urso.

Mara, sei ancora la padrona di casa di “Domenica In”. 

“Non era nelle mie prospettive lavorative, pensavo di fermarmi dopo un anno di ‘Domenica In’ o di divertirmi con programmi minori. Il direttore della Rai Teresa De Santis e l’amministratore delegato Salini hanno cercato di tenermi. Ho sentito che ci sono stati programmi in cui è stato cambiato tutto, io invece non cambio niente, solo piccoli cambiamenti. Sarebbe stato un errore cambiare dopo tanto gradimento del pubblico. Il gioco nuovo non partirà nella prima puntata per motivi burocratici, ma nella seconda; è una idea nuova, è molto carino, un gioco col pubblico a casa. L’anno scorso abbiamo provato a mantenere vivo il rapporto col pubblico con il cruciverbone ma non carburava. Il gioco di quest’anno si chiama Cassaforte, un gioco semplice che ricorda quelli della Carrà con Boncompagni”.

Il gioco dei fagioli della Carrà andava in onda a Pronto Raffaella nei primi anni Ottanta, non starà guardando un po’ troppo indietro?

“Più il gioco è semplice e più il pubblico si diverte. Per il pubblico sono una vicina di casa, un’amica per cui le telefonate e il mio rapporto con il pubblico a casa mi permette di essere diretta e arrivare a loro. Del resto io sono così nella vita anche se l’affetto del pubblico va oltre le mie aspettative. Qualche settimana fa  ero a Tolentino con la mia famiglia e in strada  sono stata ricoperta da abbracci dalle signore di passaggio. Sono rimasta piacevolmente colpita”.

A proposito di  suo marito Nicola Carraro, già lo scorso anno lui le aveva sconsigliato di accettare il programma, il bis come l’ha preso?

“Non era d’accordissimo neanche questa volta, perché quando lavoro io lo faccio full time ma poi si è rassegnato, perché mi vede felice. Anche io però all’inizio  non ero certa di rifare “Domenica in”. Pensavo di fermarmi o di impegnarmi in qualcosa di meno faticoso e poi avevo avuto anche un’offerta molto allettante dalla concorrenza”.

Mediaset l’ha corteggiata?

“Non posso specificarlo. Ma l’offerta mi era arrivata da una persona a cui voglio molto bene. Poi mi sono fatta guidare dall’istinto e ho scelto ‘Domenica in’ anche per gratitudine nei confronti del pubblico”.

L’anno scorso dopo essere stata ospite da Maria De Filippi ad Amici, si è vista stoppare dalla Rai l’ospitata della collega a Domenica in. 

“Mi è molto dispiaciuto, tra l’altro sull’ospitata della Marcuzzi, altra conduttrice Mediaset, nessuno aveva avuto niente da ridire. Spero che in questa stagione non ci siano veti e di poter avere finalmente Maria”.

Restando a casa Mediaset, quest’anno la sua rivale Barbara D’Urso comincerà la sua “Domenica Live” quando lei finirà di condurre “Domenica In”.

“Ma io e Barbara siamo amiche, la nostra è stata una sana competizione che forse ha fatto gioco a tutte e due. Il nostro è un rapporto tra due persone che lavorano duramente e che si stimano. Recentemente l’ho incontrata in treno, ci siamo abbracciate, bisogna avere complicità anche tra colleghe”.

Nei prossimi mesi la attende un ritorno anche in prima serata.

“Ho accettato la prima serata dopo averla rifiutata in un primo momento, io a differenza di altre mi basta quello che faccio. Non mi ritengo da prima serata, sono perfetta per il pomeriggio. Il format però era perfetto per me dato che sono i desideri e le storie degli italiani, dopo cinque minuti ho detto si. Si chiamerà ‘La porta dei sogni’. Saranno tre serate, tre venerdì, e esordiremo il 20 dicembre prima di Natale”.

Il critico Aldo Grasso lo scorso anno dopo la sua intervista ad Alessia Marcuzzi ha scritto che in studio vi mancavano giusto il tè e i pasticcini.

“Per lui era una critica, ma io l’ho recepita come un complimento. Non sono mai stata una paracula, sono diretta nel bene e nel male. Quando intervisto qualcuno è come se la telecamera non esistesse. E poi tanti personaggi sono davvero miei amici. Io sono leale e diretta, non potrei mai far finta di essere amica se non lo sono. E  da parte loro c’è una sorta di riconoscenza nei miei confronti. Renato Zero quando è stato da me mi ha detto: ‘Vengo a farmi intervistare ma non voglio cantare’.  E poi l’ho convinto in diretta, ‘Ma dai, un pezzettino…’. E lui ha cantato ‘I migliori anni della nostra vita’ e mi ha riempito il cuore”.

Anche Renzo Arbore l’anno scorso accettò il suo invito.

“È venuto tre volte, è stato un amore importante della mia vita, dopo che ci siamo lasciati non è stato facile diventare amici. Non ci siamo sentiti per molti anni, dopo che l’ho invitato a ‘Domenica in’ è successo un miracolo e ci siamo parlati”.

Ma della tv urlata cosa pensa?

“C’è il telecomando, il pubblico è libero di scegliere. E poi io non posso parlare visto che nella mia ‘Domenica in’ del 2006 andò in scena la terribile lite tra Adriano Pappalardo e Antonio Zequila. Mi faccio anche io degli esami di coscienza e in quel caso non sono stata capace di gestire una situazione”.

Quest’estate si è sposato suo figlio. 

“Mi sono emozionata tanto. E’ stato un matrimonio bellissimo. Quando gli sposi sono usciti dalla chiesa ho preso mio nipote Claudio e l’ho lasciato correre verso di loro. E’ stato uno dei momenti più belli della mia vita”.

Cosa si augura per il futuro?

“Mi auguro che l’ondata di affetto che mi ha invaso lo scorso anno possa proseguire anche in questa stagione”.



more No Comments ottobre 10 2019 at 11:10


Alessio Boni: “Sogno di interpretare Mr. Facebook”

alessio-boni-foto-4

Ogni sua interpretazione è un piccolo gioiello. Occhi azzurri e fascino da vendere, l’attore Alessio Boni riesce sempre a regalare emozioni fortissime raccontando con i suoi personaggi le sfumature dell’animo umano. Proprio in queste settimane lo vediamo tornare in tv nei panni di Fausto Morra nella seconda stagione della serie tv “La strada di casa”.

di Giulia Bertollini

Ancora intrighi, tradimenti, scomparse e ritrovamenti in un thriller dai ritmi incalzanti e dalle tematiche di grande attualità. Ne abbiamo parlato con Alessio che ci ha svelato qualche curiosità in più sulle sue passioni rivelandoci anche qual è stata la sua più grande paura.

Alessio, cosa dobbiamo aspettarci dal tuo personaggio in questa seconda stagione?

“La seconda stagione de ‘La strada di casa’ riparte con un assassinio. Fausto non deve cercare qualcosa dentro di sé ma al di fuori, sulle vicende che si snocciolano, su degli indizi. Diventa una sorta di detective perché non riesce a fidarsi della polizia. Insieme a Baldoni, interpretato da Sergio Rubini, cercherà di capire come mai Irene è scomparsa. Tutta la storia è intervallata da inciampi, sgambetti, ostacoli che questa famiglia deve superare continuamente. Mi piace molto il mio personaggio. La carta vincente di Fausto è quella di essere un uomo normale che ama la sua famiglia”.

La prima stagione della serie ha registrato un record di ascolti. Qual è il segreto di questo successo?

“Raccontiamo il nostro mondo in questa storia. Fausto potrebbe essere qualsiasi uomo di oggi che ha un’azienda agricola e fa questo lavoro nel modo più onesto possibile, dando lavoro anche ad altre famiglie. La gente si identifica nelle persone normali mentre i personaggi principeschi o geniali possono creare una distanza rispetto ai telespettatori. La Rai mi ha sempre proposto progetti interessanti”.

Negli ultimi anni, ti sei lasciato corteggiare dal genere thriller. 

“Il thriller mi affascina, mi porta dentro ad una materia che difficilmente una persona vive.  Entri in una dinamica ‘nera’. Il nero fa parte di ognuno di noi, se lo sfrigoli esce fuori. Se non fai l’attore, lasci quel nero lì sedato. C’è una parte di ‘serial killer’ in ognuno di noi. Quando ti toccano determinate corde avviene un corto circuito e spesso non pensavi di aver dentro tante cose. Nelle persone magari più tranquille e serene ritrovi atti che ti sconvolgono. Questo affascina nel genere thriller, ti tiene incollato alla sedia. Il thriller ti attrae, ti prende e ti porta dentro. Nel thriller c’è la formalità e poi lo sconvolgimento che ti rapisce”.

Qual è il film che ti ha messo più paura?

“Ero a Roma e avevo appena finito di vedere il primo tempo de ‘Il silenzio degli innocenti’. Avevo le chiappe in tensione”.

Mi sembra che tu sia amante della psicologia.

“L’ho studiata da autodidatta. Se non avessi fatto l’attore sarei diventato psicologo. Il destino però ha deciso diversamente”.

Hai interpretato spesso uomini che hanno fatto grande il nostro Paese. Una grande responsabilità.

“Meritano di essere raccontati, perché hanno fatto qualcosa di straordinario. Guardate Piaggio. Ci trovavamo nel dopo guerra, non ti muovevi bene e serviva un mezzo per farlo velocemente. Ha visto un monopattino e gli è venuto in mente dei motori non bombardati che aveva nel suo stabilimento di Pontedera. Non sono dei motorini, ma erano quelli degli aerei con 98 cm cubici e da lì si inventa una moto per le donne e per i preti, così che riescano ad entrare con la gonna senza alzarla. Ha inventato uno dei brand più riconosciuti nel mondo insieme alla Nutella, alla Lamborghini, alla Ferrari. Perché non ricordarlo? La tv di Stato ha la funzione di ricordare le personalità importanti del Paese”.

Quale personaggio vivente vorresti interpretare? 

“Mi interesserebbe molto raccontare Zuckerberg. Tutta la dinamica di cosa ha scoperto, della sua associazione, dei soldi. Il modo in cui affronta certi processi, il difendersi da solo con grande serenità. Lui ha fatto degli  sbagli, ma chiunque li fa. Ha sempre avuto in testa la globalizzazione dell’essere umano in modo onesto”.

Dove ti vedremo prossimamente?

“Mi rivedrete a teatro in ‘Don Chisciotte’, sto preparando ‘Calibro 9′ con Tony D’Angelo e Marco Bocci. È un sequel di quello storico. Poi tornerà ‘La Compagnia del Cigno 2′ che stiamo scrivendo. Fortunatamente sono pieno di impegni”.



more No Comments ottobre 10 2019 at 11:08


Clara Serina: Dopo aver cantato Lady Oscar torna con “Che Avventura!”

img_8319-16-05-19-10-15

È stata la voce femminile dei Cavalieri del Re e a cavallo degli Anni ’80 e ’90 ha cantato le sigle dei più famosi cartoni animati che resteranno per sempre nella storia. Uno su tutti: Lady Oscar. Stiamo parlando di Clara Serina che adesso ritorna con tanti nuovi progetti, a partire dal singolo: “Che Avventura!”, scaricabile da youtube (https://www.youtube.com/watch?v=06eMpWuWA14).

di Roberto Ruggiero

Clara, ci vuoi parlare come è nata questa “avventura”?

“Prima di tutto sono molto contenta di aver partecipato a questo progetto. A coinvolgermi è stata la mia amica Laura Avalle, dopo che lei aveva scritto il testo e accenni di melodia. Così, insieme a due formidabili musicisti che sono Matteo Balani e Johnny Pozzi, abbiamo lavorato su questa canzone per bambini e, a finire, l’ho cantata. Non solo. Ho fatto anche i cori: quindi tutte le prime, le seconde e le terze voci per creare il clima della canzone che, secondo me, è venuta benissimo!”.

Hai fatto sognare generazioni di bambini…

“Ancora oggi, quando faccio i concerti, mi emoziono nel vedere tre-quattro generazioni che cantano insieme a me Lady Oscar, Cuore, Fiorellino, Stilly lo Specchio Magico, Sasuke, L’uomo Tigre e tante altre canzoni ancora”.

Che cosa ti ha suscitato la canzone “Che Avventura!” e perché hai detto di sì a questo nuovo progetto?

“Mi piaceva l’idea di aiutare musicalmente la mia amica Laura in questo brano, poi perché è una canzone che evoca una realtà psicologica del bambino molto bella: racconta le sue paure e lo rassicura. Il messaggio di questa canzone è chiaro: seguire il cuore è sempre la strada giusta e questo, psicologicamente, dà un valore aggiunto a quei sentimenti che i bambini hanno bisogno di ritrovare dentro di loro, contare su se stessi, principalmente quando hanno sentimenti di solitudine e senso di abbandono. E poi nel brano c’è il bosco che è rappresentativo della vita, l’avventura di crescere e diventare grandi e la canzone mostra che ci si può avventurare nella vita, che c’è il momento in cui ci si disorienta anche per i cambiamenti evolutivi del bambino ma anche dell’adulto, però poi c’è sempre un ritrovamento nel nuovo attraverso l’ascolto di una guida interiore. Seguire il cuore, metaforicamente parlando, significa sapere che mamma e papà ci sono e ci saranno sempre. Questo è molto importante, perché i bambini hanno bisogno di essere rassicurati sapendo di essere amati. È una ricerca universale che riguarda tutti i bambini di tutte le età”.

Progetti futuri?

“Sulla scia degli Anni ’80 sono stata invitata dal regista sassarese Marco Demurtas e dalla sceneggiatrice Viola Ledda a fare la colonna sonora del suo nuovo film “Buon Lavoro” che uscirà a breve nelle sale italiane. Si tratta di una commedia italiana che vuole raccontare la crisi d’identità dei giorni nostri, dove spesso la soluzione viene cercata proprio in quegli anni d’oro che sono stati gli Anni ’80. Questo film ha coinvolto, in veste di attori, anche ragazzi diversamente abili, insieme a nomi importanti come Giancarlo Giannini, Giuliana De Sio, Abel Ferrara, Giuseppe Giacobazzi, Pippo Franco, Peppe Iodice, Benito Urgu, Red Ronnie e tantissimi altri. Il montaggio lo ha fatto il bravissimo Patrizio Marone (di Gomorra). Con queste mie nuove composizioni musicali, dodici brani in tutto, ho potuto raccontare anche la parte nostra bambina che oggi cerca un eroe, per sentirsi importante e potersi motivare nella vita. Una di queste musiche, per esempio, dice più o meno questo: fa niente se gli altri pensano che io sia fuori di testa. Quando penso ai miei eroi: Lady Oscar o L’Uomo Tigre, per esempio, in quel momento sono felice e mi ricarico di vita e di forza”.

A proposito di canzoni di ieri e di oggi: quelle dei bambini degli Anni ’80, rispetto a quelle dei bambini degli Anni 2000 sono tanto diverse?

“Penso che ci sia davvero una grande differenza a livello di testi e di messaggi. Le canzoni degli Anni ’80, mi riferisco in particolare a quelle dei cartoni, aiutavano il bambino a capire che la vita ha una grande significato all’interno di valori da seguire come l’amore, l’altruismo, l’amicizia, la lotta per il bene. I cartoni di oggi, invece, non si preoccupano di avere una storia, di trasmettere dei valori, sembrano più interessati alle immagini fini a se stesse”.



more No Comments ottobre 10 2019 at 11:05


s

Cerca

Categorie

Archivio Giornali PDF


© GP magazine • Autorizzazione del Tribunale di Roma n.421/2000 del 6 Ottobre 2000