Donato Carrisi: “Nel mio nuovo romanzo ho voluto raccontare il male che si cela nel web”

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I suoi romanzi sono un continuo successo. I lettori lo considerano uno dei re del thriller. A dieci anni di distanza dal suo esordio ci parla del suo ultimo libro

ùdi Giulia Bertollini

È l’autore italiano di thriller più amato nel mondo. A dieci anni di distanza dal romanzo d’esordio  “Il suggeritore”, Donato Carrisi torna nelle librerie con “Il gioco del suggeritore”. Una lettura avvincente che indaga sulla pericolosità della rete e in particolare dei social network. Un mondo quello tecnologico a cui lo stesso scrittore guarda con diffidenza tanto da paragonare Internet ad un buco della serratura attraverso cui tutti possono spiare attingendo informazioni. In occasione della presentazione del libro a Roma, abbiamo incontrato Donato e abbiamo parlato con lui del romanzo e di altre curiosità. Non prima però di averlo sbalordito con la mia presentazione. Infatti, prima di iniziare l’intervista, Donato mi confida di avere avuto una mia omonima come suo primo amore giovanile. Così, tra risate e colpi di scena, è proseguita la nostra conversazione.

Donato, sono trascorsi dieci anni da “Il suggeritore”. Qual è stata la molla che ti ha spinto a scrivere questo nuovo romanzo?

“Volevo portare il suggeritore in un territorio di caccia diverso. Infatti, con la rivoluzione tecnologica il suo centro di interesse si è spostato nella realtà virtuale. Scrivere un romanzo in cui il protagonista si servisse della rete per entrare nelle vite degli altri è stata una sfida avvincente a cui non ho potuto rinunciare”.

Nel libro sono esposte alcune tue riflessioni sui cambiamenti della rivoluzione digitale sulla vita degli uomini. Quali sono i pericoli e gli effetti collaterali del mondo digitale? E che rapporto hai con i social network?

“Pensiamo che Internet sia una finestra sul mondo ma non ci rendiamo conto che da quella finestra possono entrare tutti. Tutti possono sbirciare nella nostra privacy rubando informazioni. E’ come dormire con la porta di casa aperta. Il mio rapporto con i social network è di semplice curiosità. Anche se sono presente sui social, espongo poco di me stesso se non quello che faccio nel momento in cui lo faccio. Non mi piace condividere la mia vita con gli altri”.

Anche l’informazione ne esce vittima. Infatti non è molto difficile costruire una fake news. C’è un modo per difendersi? C’è il rischio che le bufale possano diventare un business?

“Le bufale sono già diventate un business. L’unico modo per difendersi è leggere qualcosa che non è scritto su Internet. Leggere i libri aiuta. Non mi piace usare la parola cultura perché la trovo noiosa. Credo però che esaurire la propria curiosità su Internet sia sintomo di grettezza mentale. Al contrario, le persone che faticano per cercare qualcosa sono le più interessanti”.

Perché sempre più autori di thriller scelgono la serialità? È un modo per fidelizzare i lettori o ci sono anche altre ragioni?

“In realtà non so quale sia il motivo. Nel mio caso posso dire che ho scelto la serialità perché ritenevo che i miei personaggi avessero ancora qualcosa da raccontare. Quando esauriranno il loro iter espressivo, smetterò anche io”.

In questi ultimi anni, anche la televisione ha subito il fascino del genere crime. Basta pensare al successo de “La porta rossa”. Avevo sentito che anche tu avevi intenzione di scrivere la sceneggiatura de “Il suggeritore” per una serie tv. Confermi? 

“Per adesso sono riuscito a portare ‘Il tribunale delle anime’ su Sky. Poi per ‘Il suggeritore’ vedremo. Trovo che anche Netflix ultimamente sia un’ottima piattaforma. Mi piacciono molto le serie e ne sono dipendente. Sono ingordo di libri, cinema e serie. Non riesco a capire come si possa vivere senza”. (ride)

Cos’è che ti affascina di più del male? E qual è il tuo giudizio in merito alla spettacolarizzazione mediatica a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni in merito ad alcuni fatti di cronaca? 

“Tutti vogliamo sentir parlare del male perché quando si parla dell’oscuro si parla anche di noi, di ciò che è nascosto in ognuno”.

Segui in tv la cronaca nera? Immagina di dover scegliere uno dei programmi di cronaca nera attualmente in tv. Quale ti piacerebbe condurre?

“Seguo molto di più la cronaca sui giornali. Delle trasmissioni che vedo in tv, non me ne piacerebbe condurre nessuna perché ritengo che le persone che sono al timone siano dei validi professionisti. Non so se sarei in grado di sostituirmi a loro”.

Una domanda di attualità recente. In relazione al tragico fatto avvenuto a Corinaldo, sembra che anche dietro la musica si celi la violenza. Qual è il tuo pensiero?

“Più che di violenza parlerei di idiozia. La malvagità è sempre qualcosa di nobile ma qui si tratta di bassezza mentale”.



more No Comments marzo 8 2019 at 15:02


Marta Richeldi: “Nella vita bisogna rischiare per poter realizzare i propri sogni”

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Interpreta Silvia Cattaneo nella fiction “Il Paradiso delle Signore”: una brava attrice e ricca di talento

di Giulia Bertollini

Appena mi risponde al telefono capisco che Marta è la versione buona di Silvia. Una donna che esprime dolcezza attraverso la sua storia e il suo vissuto e che ha lottato per raggiungere il suo sogno. Marta Richeldi è una delle protagoniste della soap pomeridiana “Il Paradiso delle Signore” in cui interpreta Silvia Cattaneo, una donna decisa e dispotica che decide di abbandonare la propria carriera per dedicarsi ai figli e alla famiglia. Una madre che però commette il terribile errore di disporre della vita degli altri riflettendo su di loro le proprie ambizioni. In questa interessante chiacchierata, Marta ci parla del suo personaggio e ci apre il suo cuore confidandosi tra ricordi e progetti futuri.

Marta, è circolata la notizia in questi giorni della chiusura de “Il paradiso delle signore”. Cosa si sa a tal proposito?

“So che attori e fan hanno fatto un sit-in davanti alla sede Rai di Viale Mazzini per esprimere il loro dissenso esprimendo il desiderio che la serie continui. Purtroppo non sono in grado di fornire altre notizie perché anche noi del cast artistico siamo in attesa di notizie più certe. E’ un momento in cui ci sono dei summit tra vertici e produzione per capire se è possibile o meno andare avanti. La serie sta avendo un buon riscontro e sarebbe un peccato”.

Interpreti Silvia, la moglie del ragionier Cattaneo. Quali tratti avete in comune?

“Ben pochi direi. E’ una sfida molto interessante. Silvia è una donna che ha rinunciato alla sua carriera per dedicarsi alla famiglia. Come molte madri, vorrebbe il meglio per i propri figli e cerca di fare di tutto per garantire a loro un futuro roseo. Non si accorge però di essere esagerata e finisce per commettere degli errori. Pretende di controllare invece che mettersi in ascolto. Silvia però è anche capace di mettersi in discussione. Nella serie, gliene capitano di tutti i colori. Tutte le sue aspirazioni verranno infrante ma più in là vedrete che si dimostrerà solidale anche con persone che hanno compromesso la serenità della sua famiglia”.

Nella serie, Silvia è una madre che prende posizioni anche all’insaputa dei suoi figli commettendo degli errori. Quali sono, in concreto, le conseguenze più pesanti del bisogno di controllo dei genitori e  della loro necessità di specchiarsi nella riuscita dei figli? 

“Sono stata molto fortunata perché ho avuto la possibilità di fare ciò che desideravo. Ho perso mio papà all’età di 10 anni e mia madre si è trovata da sola a dover tirare su me e i miei fratelli. Mia madre era un’insegnante. Fin da giovane, ho sempre voluto rendermi indipendente ed autonoma per non pesare sulla famiglia. Dopo aver preso il diploma di Ragioneria, ho iniziato a lavorare in banca. Non era però il mio sogno e così all’età di 19 anni ho deciso di provarci davvero con il teatro. E’ stato un colpo di fulmine perché ho capito che il palcoscenico era il luogo in cui potevo esprimere me stessa in modo autentico. Mi sono licenziata dal lavoro e sono partita in giro per l’Italia a cercare fortuna e ad inseguire il mio sogno”.

E tua mamma come ha reagito a questa scelta?

“Mia madre non era molto felice. Era preoccupata ma mi ha lasciato andare. Adesso, è il mio più grande sostegno. Guarda la soap tutti i giorni e mi dà il suo consiglio e la sua recensione dopo ogni episodio. E’ una buona spettatrice e le piace quello che faccio. Devo riconoscere che è stata una mamma critica ma sempre costruttiva. Mi ha aiutato tanto. Pensa che i primi tempi è stata lei ad aiutarmi con la memoria, a ripassare le scene e a farmi da spalla. Le devo molto”.

Come ti sei trovato con il resto del cast de “Il Paradiso delle Signore”? C’è qualche aneddoto divertente che puoi raccontarci?

“E’ un bellissimo gruppo e si è creata una grande famiglia. Anche se iniziamo a lavorare presto, cerchiamo sempre di lavorare mantenendo alta l’energia. Ci divertiamo molto anche con Enrica Pintore e Giorgio Lupano che nella serie interpreta mio marito. Un terzetto scoppiettante anche nella serie come potrete vedere nelle prossime puntate. Anche fuori dal set, mi diverto a fare  la gelosa. In questi giorni, eravamo tutti un po’ tristi all’idea che questa avventura potesse finire”.

C’è un ruolo che vorresti interpretare per metterti alla prova? Un personaggio che sogni di interpretare più di altri?

“Insegno ad un gruppo di teatro e sto lavorando sul testo di ‘Un tram chiamato desiderio’ di Tennessee Williams. E il personaggio di Blanche Dubois mi ha molto affascinata. Una donna piena di sfumature che mi piacerebbe interpretare”.

A cosa ti dedichi nel tempo libero? 

“Mi piace molto andare al cinema e leggo molto. E poi trascorro del tempo con mio figlio”.

Cosa guardi in Tv?

“Mi piace guardare le serie Tv e i film brevi. Ho anche seguito il Festival di Sanremo”.

Allora ci puoi svelare quale canzone avresti voluto che vincesse?

“Avrei messo sul podio Loredana Bertè e Arisa”.

Progetti futuri?

“Non posso dire ancora nulla se non che parteciperò in un film con un cast internazionale diretto da un giovane regista che ha già vinto molti premi. Non posso che essere contenta”.



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Desideria Chinzari Sacchettini: Una performer sospesa in aria

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Conosciamo questa danzatrice aerea che ha ricevuto applausi in Italia e all’estero grazie ai suoi strabilianti show. Ha avuto anche la possibilità di collaborare con i circhi più conosciuti

Sensuale, ipnotica e strabiliante. L’ultimo spettacolo che l’ha vista protagonista ha lasciato tutti a bocca aperta. Lei appesa con un tessuto nel bel mezzo di una pista di pattinaggio dove a ritmo di musica sotto di lei eseguivano coreografie alcuni dei più importanti pattinatori sul ghiaccio del pianeta, contribuendo a rendere unica ed indimenticabile quella esibizione. Uno show ospitato a Piancavallo (Provincia di Pordenone, non lontano da dove vive), ma diventato virale sul web grazie alle tv locali che non si sono perse l’occasione di riprendere qualcosa di davvero eccezionale. Appesa a quel tessuto, ad una decina di metri d’altezza, c’era lei, Desideria Chinzari Sacchettini. Professione: danzatrice aerea con un curriculum nel quale si alternano spettacoli in Italia e all’estero, collaborazioni speciali con i più importanti circhi d’Italia e numerose presenze in tv per dimostrare che danzare in aria appesa ad un tessuto è arte allo stato puro. “L’aria è l’habitat in cui riesco ad esprimersi al meglio” racconta mentre corre a scuola ad insegnare questa disciplina ai suoi allievi. Il ruolo di “maestra” lo incarna da anni. Dal 2019 però ha deciso di compiere un passo in più, creando una propria linea – Desideria Danza Aerea – che lentamente la sta trasformando in un autentico brand. Una lunga sfida per dimostrare che ballare si può, anche quando si è guardati da una miriade di persone col naso all’insù. Migliaia di persone la seguono su tutti i canali social e l’hanno presa a punto di riferimento. “Fra loro anche tantissime donne incantate” racconta Desideria, 30 anni, una splendida bimba e una vita sempre sulla cresta dell’onda. Passare inosservata non fa parte della sua persona. Così, oltre a danzare sospesa in aria, è anche fotomodella e testimonial per eventi prestigiosi, sempre pronta a mettersi in gioco pur di migliorarsi. “Fin da piccina mi ritrovavo a mettermi con schiena inarcata e piedi sulle punte – racconta – col passare degli anni, quella passione è diventata lavoro”. A stretto giro di ruota è arrivata la danza aerea, “dove non penso più a nulla: ci sono io, il mio corpo ed il desiderio di fare tutto alla perfezione”.

Dove ti piacerebbe portare la danza aerea?

“Esprimo un desiderio impossibile: sotto la Tour Eiffel! Ma, più realisticamente, mi piacerebbe far parte di una trasmissione televisiva in cui il ballo sia interpretato in tutte le sue forme e non solo in quelle a terra…”.

Nel frattempo, tu sei un esempio per chi si avvicina a questa disciplina.

“Fa strano dirlo, ma accade proprio questo: tantissime persone mi scrivono, molte sono donne o ragazze che mi fanno complimenti o mi chiedono come fare per far parte delle mie scuole. Inutile dirlo, è una gratificazione straordinaria”.

Non solo danza, ma anche fotografia.

“Ho iniziato presto anche in questo settore. La prima volta è stata un caso: cercavano una modella, risposi all’annuncio e tutto iniziò molto velocemente e intensamente. Da quel momento non mi sono più fermata”.

Anche in questo caso le collaborazioni procedono…

“Una in particolare mi piace ricordarla, quella con l’Accademia Torinese della Fotografia. Ma ho lavorato per molti studi rinomati, per brand e per eventi. Ho la fortuna di ritrovarmi con degli scatti meravigliosi che conserverò sempre con me a ricordo delle straordinarie emozioni che hanno saputo darmi”.

CONTATTI SOCIAL

Desideria Performer -> Instagram\Facebook\Youtube\ModelMayem

Danza aerea Desideria Treviso-Sacile-Conegliano -> Instagram\Facebook

Desideria Model -> Fotoportale



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Nando Citarella: Musica e tradizione – “tu non vuo’ fa’ ll’americano”

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di Mara Fux

Attore e cantante lirico, Nando Citarella (al secolo Donato) forma le basi della sua professione studiando con Eduardo De Filippo, Dario Fo, Ugo Gregoretti e Roberto De Simone, grazie ai quali può esibirsi nelle sue prime performance teatrali. Dal 1986 comincia una lunga collaborazione con la Rai che culmina nella nota interpretazione del “giullare” nel programma “Luna Park” condotto da Pippo Baudo. Nel 1994 ha fondato i Tamburi del Vesuvio, gruppo di musica folk napoletana.

Toglimi una curiosità: con tutta l’esplosione di generi musicali che ha percorso gli anni della tua giovinezza, diciamo i ’70-’80, come hai fatto a concentrarti sulla tradizione popolare?

“Riflettendoci, è una bella domanda! Diciamo che la musica cosiddetta di tradizione mi ha sempre interessato tant’è che dopo la scuola media decisi di iscrivermi al Conservatorio incoraggiato, come di solito capita, prima dagli apprezzamenti dei miei amici che mi dicevano che avevo una bella voce; poi sostenuto, oltre che da loro, anche da una maestra, che riteneva avessi una voce adatta alla lirica. Purtroppo, e lo dico con amarezza, dopo tanto studio della tecnica e allenamento della voce e nonostante sappia fare solo questo mestiere nella vita, non mi sono riuscito a diplomare”.

Ma come!

“Eh sì, perché ho iniziato subito a lavorare con le compagnie di giro e rimanda oggi, rimanda domani alla fine è andata così. Per conseguire il diploma avrei dovuto fermarmi troppo tempo e avrei dovuto rinunciare al lavoro che mi veniva proposto e che comunque mi affinava facendomi anche fare un’esperienza su campo indiscutibilmente utile. E come ti spiegavo non è nemmeno stata una scelta cui oggi potrei porre rimedio perché all’epoca ci si iscriveva dopo la scuola media, che era il diploma minimo richiesto per frequentare il Conservatorio; poiché però oggi il diploma delle superiori ha sostituito quello delle medie, io per assurdo dovrei prima prendere quello e poi iscrivermi al Conservatorio per finirlo”.

Nei tuoi spettacoli mesci armoniosamente brani originali provenienti dalla tradizione italiana con strumenti provenienti da diverse culture popolari. Come mai? 

“Appartiene al mio mondo di ricerca: ci sono strumenti originari di altri paesi il cui suono si armonizza perfettamente con il nostro spirito. Un esempio è lo shruti box, la cosiddetta scatola del sole dalla parvenza esteriore di un libro ma in realtà una cassa armonica solo che anziché avere dei tasti ha un mantice con delle ance che vibrando creano il suono mantra dei canti indiani, uno strumento che nella nostra tradizione possiamo assimilare come suono a quello della zampogna o dello stesso armonium. Un altro esempio sono i taf, fratelli persiani delle nostre tammorre, che io amo mute cioè, per farti capire meglio, senza sonagli perché più adatti per i canti devozionali”.

Dove attingi per le tue ricerche? 

“Negli archivi di tutta la tradizione da nord a sud, seguendo con tanta attenzione quanto ci è stato lasciato a fine ‘800 da Luigi Molinari Del Chiaro nella sua raccolta di canti del popolo napoletano, importantissima perché raffronta e compara i termini della tradizione partenopea con quelli delle stesse cantate delle altre regioni; per dirla breve ti spiegava che quella stessa parola veniva tradotta in uno specifico termine sempre come, che so, ninna nanna a Bolzano mentre a Messina quel significato era attribuito a un altro termine. Proprio grazie a questa comparazione sono riuscito a trovare tantissimo materiale”.

Ti senti un’eccezione nell’ambito del panorama musicale? 

“Più che sentirmi credo proprio di esserlo, ma la mia è stata sempre una grande passione, una passione enorme che ho cercato di trasmettere nei dodici anni di trasmissioni serali e preserali in Rai e anche quando ho lavorato a Domenica In, vestendo i panni del giullare o al fianco della zingara. La voce, oltretutto, lì mica era registrata, era tutto cantato dal vivo, come ha anche tenuto a sottolineare Baudo a Partita Doppia quando mi ha onorato facendomi presentare una tarantella del mio disco appena uscito, subito dopo Fragile, presentato da Sting in play back. Una bella soddisfazione”.

A cosa stai lavorando in questo periodo? 

“Al nuovo disco ‘Tour-Namm’ di forte contaminazione spagnola, ebraica, sefardita, piena di armonie nuove, tramandate e giunte sino a noi contaminate dall’incontro con la musica dei luoghi in cui stanziavano ma in realtà risalenti al tempo delle migrazioni dei popoli, particolarmente alla musica ebraica della diaspora”.

Appuntamenti in vista? 

“Giro moltissimo sia in Italia che all’estero  basta dare un’occhiata su internet per leggere di tanti concerti tutti molto differenti tra di loro, basta pensare alla Cantata dei Pastori che quest’anno ha spento la trentesima candelina; un appuntamento che posso dare a chi ne voglia sapere di più è il concerto che terremo la sera di sabato 6 aprile a Roma nella Chiesa di San Silvestro al Quirinale per rappresentare ‘L’ora Maria dolente – voci dalle passioni tra sacro e profano’, ovvero le ultime ore del Cristo nelle Laudi come lo Stabat, a scandire l’orologio della Passione in vista della Santa Pasqua”.



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Las Maripositas: Le emozioni del tango

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Quattro donne, un progetto iniziato nel 2011 e il nuovo lavoro discografico

di Marisa Iacopino

In una stanza di Buenos Aires tre giovani donne stanno ascoltando “La 2×4”, grande Radio di Tango. E’ il 2013, e loro sono approdate in Argentina per approfondire le sonorità, cogliere lo spirito di quella musica. Sono passati poco più di cinque anni da allora. A Roma, città dove vivono, quelle stesse donne, ora un quartetto, si sintonizzano, un giorno, sulla medesima radio. D’improvviso, sentono andare un brano del loro disco. In un attimo, si annullano le distanze: è l’emozione d’un sogno che si avvera. Loro sono Las Maripositas. Abbiamo incontrato Monica e Valentina, portavoci del gruppo, in occasione dell’uscita di “Bailar, Soñar y Volar”, loro primo lavoro discografico.

Cosa significa il vostro nome d’arte, Las Maripositas? 

“La mariposa, farfalla, è una metafora che indica la donna nel tango argentino. Ci sembrava che il nome rispecchiasse un progetto nato al femminile”.

Quando è iniziato il progetto?

“Nel 2011, da un’idea di Fabia Avoli e mia, Monica Tenev. Siamo partite come un duo, flauto e pianoforte.  Una formazione atipica per il tango argentino, abbiamo cominciato a suonare destando qualche curiosità. La scelta del repertorio era incentrata prevalentemente sul tango canciòn, con un’attenzione particolare per il significato dei testi. Per questo motivo, abbiamo poi sentito l’esigenza di coinvolgere una voce. E così è arrivata Valentina Paiella”.

Valentina, qual era la tua provenienza artistica?

“Provenivo dal jazz e il latin jazz, ma questa musica mi ha subito conquistata!”.

A un certo punto, siete partite per l’Argentina. 

“Era il 2013 e all’epoca eravamo un trio. Volevamo vedere cosa stesse accadendo lì dove tutto è iniziato: instaurare collaborazioni, oltre che conoscere i protagonisti della scena del tango attuale. Questo viaggio è stato anche caratterizzato dalla formazione. Abbiamo avuto l’onore di apprendere da maestri che ci hanno trasmesso la loro conoscenza con grande generosità. Non ci aspettavamo di ricevere tanto entusiasmo!”.

Valentina e Monica parlano sull’onda emotiva delle loro memorie di viaggio.

“Sì, è vero, non ce l’aspettavamo,  ci hanno accolto con gioia. E abbiamo anche suonato. Ben nove concerti tra Buenos Aires e la Plata, condividendo il palco con l’Orchestra Tipica ‘El Afronte’, orchestra storica di San Telmo. Inoltre, si siamo esibite alla festa di chiusura del ‘XV Festival Internacional de Cine por los Derechos Humanos’”.

Quali considerazioni avete riportato dal  viaggio?

“La conferma che il tango è una musica viva. Essere entrate in contatto con grandi musicisti ha generato un interessante scambio artistico. Veronica Bellini e Julio Coviello, ad esempio, ci hanno donato le loro composizioni. Nel 2014, di ritorno dal viaggio, qui a Roma, abbiamo poi dato vita a “Contemporanei Tàngo”, presentando composizioni di tango del XXI secolo”.

Dopo il viaggio in Argentina, il quarto arrivo, Daria Rossi Poisa, e vi siete trasformate in un sorprendente quartetto!

“Sì, l’elemento timbrico dell’arco e la sonorità calda del violoncello era quello che mancava. In realtà di lì a breve Monica debutta col bandonéon, così abbiamo raggiunto le sonorità tipiche di un’orchestra di tango, e abbiamo intrapreso una fiorente attività concertistica in Italia e all’estero, in particolare a Parigi. L’esperienza si ripeterà anche quest’anno, tra aprile e maggio,  per la presentazione del disco”.

Che tipo di donna è quella celebrata dal tango?

“C’è tanta composizione al riguardo: l’amata, l’amante, la madre, la prostituta, immancabile la femme fatale, l’abbandonata e la ‘muchachita de mi barrio’, cioè Mariposita”.

Vogliamo parlare del disco appena uscito?

“Sì, abbiamo avuto l’onore di presentarlo a Roma il 3 febbraio, al Cotton Club. ‘Baylar, Soñar y Volar’ narra gli aspetti più raffinati e sensuali del tango argentino. Il soggetto principale è la donna: alma e musa. Il repertorio mostra i diversi stili, i linguaggi del tango tradizionale, del tango canciòn, delle grandi orchestre e del tango contemporaneo, brani composti da donne o interpretati da grandi voci femminili. Il disco è stato notato dalla storica radio argentina ‘La 2X4′ che lo ha diffuso in anteprima assoluta durante la trasmissione ‘Desde el Alma’, dedicandoci una lunga intervista! Questo lavoro discografico è stato prodotto da Laura Boatti ed appartiene al progetto artistico ‘Tango Wine’”.

Ci congediamo da Las Maripositas, con un’ultima curiosità: un tango di cosa colma il silenzio?

La risposta arriva all’unisono: del ricordo!



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Felice Corticchia: Il regista che riporta in scena Franco e Ciccio

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di Silvia Giansanti

Un signor regista, sceneggiatore e scrittore siciliano molto stimato dagli addetti ai lavori,che aspetta il suo numeroso pubblico nella nuova commedia “Un lettino per due” con Adriana Russo e Luciana Frazzetto, in scena al Teatro Manzoni dall’11 marzo. A maggio segnaliamo al Teatro Hamlet “Il silenzio nella conca d’oro” e Felice porterà ancora in giro per l’Italia “Il ritorno di Franco e Ciccio” Felice Corticchia regista, sceneggiatore e scrittore di successo, nato a Palermo il 7 novembre del 1966. Nasce come scrittore nel 1996. Mai perdere di vista nulla, mai lasciare nulla in questo campo, è la sua filosofia e di tutti quelli che ne fanno parte. Fin da piccolo in tempi non sospetti amava cambiare testi di canzoni famose, sostituendole con testi comici e, sempre da bambino, si esibiva in un teatrino casalingo insieme a suo cugino. I suoi sforzi di tutti questi anni, sono largamente ricompensati da recenti premi.

Chi è oggi Felice Corticchia, oltre ad essere una persona molto semplice?

“E’ uno che cerca di scrivere per il cinema e il teatro trasmettendo al mio pubblico belle emozioni”.

Dove ti sei formato artisticamente?

“A Milano nella Scuola Europea di Cinema e il Laboratorio di Teatro Comico”.

Ti è costato lasciare la tua terra?

“Tutto sommato no, innanzitutto perché mi definisco cittadino del mondo e poi perché mantengo sempre un forte legame con la Sicilia. Ho la fortuna ancora di avere entrambe i genitori e qualche rapporto di lavoro, per cui ogni scusa è sempre buona per andare giù”.

Che cosa c’è in cantiere a Roma?

“Nel 2019 riproporrò ancora qualche replica de ‘Il Ritorno’, un omaggio a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia e poi c’è un dramma in un atto unico ‘Il silenzio nella conca d’oro’, dove racconto la drammatica storia del Capitano dei carabinieri Emanuele Basile, ucciso dalla mafia nel lontano 1980. Inoltre è in programma una commedia  in due atti al Teatro Manzoni, scritta e diretta da me”.

Che tipologia è il tuo pubblico?

“Il mio pubblico è eterogeneo. Propongo testi drammatici e testi comici molto puliti che vanno dal bambino al nonno”.

Il lavoro al quale sei rimasto legato?

“Innanzitutto per me è stato un grande onore collaborare alla fiction ‘Le cinque giornate di Milano’ per Rai Uno stando a fianco di un mostro sacro del cinema come il maestro Carlo Lizzani. Tutto quello che scrivo e realizzo lo faccio con la massima passione, restando per sempre nel mio cuore”.

Un personaggio di spicco con il quale hai avuto l’occasione di lavorare?

“Come dicevo il maestro Carlo Lizzani appunto e personaggi come Fabrizio Gifuni e il grande Giancarlo Giannini”.

Qual è la cosa che ti riesce meglio tra tutte le tue attività?

“Amo tutto del mio lavoro in particolare il cinema e il teatro, sono due veicoli diversi nel loro genere. Trovo il teatro meraviglioso perché ha un contatto diretto con il pubblico che interagisce, donandomi una sensazione straordinaria”.

Parliamo della tua attività di scrittore, visto che sei nato con quella.

“Ho debuttato con ‘Orrore giudiziario’ poi è arrivato ‘Mussolini il primo grande mistero italiano’, ‘Un morso alla grande mela’, un thriller tradotto anche in lingua inglese. Inoltre considerando la mia grande passione culinaria, ho dato vita a ‘La cucina siciliana a modo mio’ e nella prossima primavera uscirà un libro sul cinema”.

In questi ultimi anni il tuo impegno è stato premiato con alcuni riconoscimenti.

“Sì, nell’aprile scorso ho vinto il prestigioso premio Anfora di Calliope nella sezione arte e spettacolo che ho ritirato ad Erice dalle mani della presidente, una famosa scrittrice e a novembre presso l’Hotel Cicerone, ho ricevuto il premio ‘Prestige per le arti 2018′ nella sezione Cinema e Spettacolo per la migliore regia teatrale. Considero un premio un punto di partenza, una sorta di ipoteca con il pubblico che da qual momento si aspetta qualcosa in più”.

 



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Alberto Angela: “L’informazione ha bisogno di emozioni giuste per essere trasmessa”

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È un personaggio che non ha bisogno di tante presentazioni. Per lui parlano i successi che ottiene ogni qualvolta si presenta al pubblico con un programma. Di recente il suo “Ulisse – Il piacere della scoperta” è stato promosso da Rai 3 a Rai 1, raggiungendo uno share importante

di Giulia Bertollini

Anche se si stenta a crederci, è lui la star del sabato sera. Le donne lo adorano e gli uomini vorrebbero avere il suo fascino da intellettuale. Ci tiene a precisare però di non essere un conduttore ma un ricercatore e di voler divulgare la cultura nel miglior modo possibile. Dopo lo straordinario successo di “Meraviglie – La penisola dei tesori”, Alberto Angela è tornato al timone della nuova edizione di “Ulisse – Il piacere della scoperta” con quattro grandi appuntamenti dedicati all’arte e alla storia. Un viaggio emozionante alla scoperta delle bellezze italiane e dei personaggi che hanno segnato un’epoca. In questa intervista, rilasciata a margine della conferenza stampa tenutasi nello splendido scenario del Foro Romano, Alberto Angela si racconta a cuore aperto tra impegni professionali e vita privata.

Alberto, è la star del sabato sera. Che effetto le fa?

“Mai mi sarei aspettato di arrivare fino a questo punto. Andare in onda il sabato sera parlando di cultura è una sfida importante. Sono felice di sapere che il pubblico che ci segue è composto in alta percentuale da giovani. E’ un bel segnale a prescindere dai risultati”.

Quando era piccolo cosa vedeva in tv il sabato sera?

“Il sabato sera in Tv vedevo ‘Canzonissima’ con Walter Chiari e Mina. Trovarmi al loro posto mi colpisce molto e sento il peso della responsabilità. Quando mi hanno chiamato e mi hanno detto ‘il sabato sera lo fai tu’ non ci ho creduto. Mi sembrava impossibile. E invece eccomi qui”.

Nel passaggio da Rai3 a Rai1 com’è cambiato il suo linguaggio?

“E’ come un giocatore di calcio che cambia quadra. Lo stile è lo stesso. Ciò che è amplificato è la tecnologia utilizzata: il 4k fa la differenza. In questo passaggio, è sicuramente migliorato l’approccio tecnico. Abbiamo cercato poi insieme ai tecnici di dare qualità non solo al contenuto ma anche alla forma. Cerchiamo di portare la cultura nel modo migliore nelle case degli italiani a volte anche con piccoli trucchi. Per esempio, nella puntata dedicata alla principessa Sissi vi faremo entrare negli ambienti in cui lei ha vissuto soffermandoci anche sulle sue abitudini quotidiane”.

Come affronta il verdetto sugli ascolti televisivi?

“Riconosco di avere un vantaggio rispetto agli altri colleghi. Sono e mi ritengo un ricercatore e pertanto vivo il risultato in un modo diverso rispetto a chi fa televisione. Pertanto, affronto il verdetto il modo sereno perché so di aver fatto un buon lavoro. Cerco sempre di fare divulgazione nel modo migliore. Ho la fortuna poi di lavorare con un team straordinario di grandi professionisti che a loro volta si immedesimano nelle storie del passato chiedendomi anche delucidazioni”.

Nell’ultima nuova serie di Ulisse ha parlato di Michelangelo, della principessa Sissi e di Cleopatra. Cosa lega tra loro questi personaggi?

“Si tratta di viaggi diversi all’interno della storia. La storia ha un grande pregio: quello di essere un vaccino per il futuro nel senso che attraverso la conoscenza si può evitare che ciò che è successo possa ripetersi nuovamente. Penso per esempio alla Shoah. Mi sono chiesto tante volte come si possa essere arrivati a tale disumanità. Quando ho girato una delle puntate nel quartiere ebraico a Trastevere mi sono commosso. Sapevo di camminare in un luogo che era stato teatro di una tragedia in cui il destino era venuto a bussare alle porte delle persone strappandole dalle loro case e dai loro affetti”.

L’ha aiutata la sua esperienza di padre ad entrare di più in sintonia con il mondo dei giovani?

“Credo che conoscere i ragazzi aiuti ma è ancora più importante conservare la curiosità che uno aveva da giovane. E’ importante preservarla per farla diventare un linguaggio universale. Voglio aiutare le persone ad uscire dalla palude di nomi e termini complicati portandoli su un piano più concreto”.

Che ne pensa del suo successo sul web?

“I social e il web in generale sono una nuova dimensione che è stata per anni sconosciuta. Alla base di tutto c’è la comunicazione. Mi fa piacere che ciò che io racconto possa avere anche un altro palcoscenico. Raccomando sempre di avere un buon senso perché ci sono delle cose buone e delle cose cattive. Ciò che unisce il web alla televisione è l’emozione, il sentimento, il calore. Bisogna essere consapevoli che l’informazione ha bisogno di emozioni giuste per essere trasmessa”.

Suo padre cosa dice del suo successo?

“E’ molto contento ma in generale non parliamo molto di lavoro”.

I suoi figli la seguono?

“I miei figli seguono i programmi e a volte mi danno anche dei consigli. Ciò che mi colpisce è che ciò che ho raccontato loro lo racconto poi in televisione e il linguaggio è lo stesso”.

Che consigli le danno?

“Sono perlopiù apprezzamenti. Può capitare anche che uno dei miei figli mosso da curiosità mi ponga una domanda durante la visione della trasmissione. Mentre gli spettatori devono andare a trovarsi la risposta su Google, io posso dargliela all’istante. Sono fortunati no?”.

Una curiosità. Ha mai usato il motore di ricerca Google per rispondere ad una domanda dei suoi figli?

“Per rispondere no. Cerco sempre di fare dei ragionamenti. Se poi non lo so ci sono anche i libri. Quando si fa una ricerca sul web non bisogna mai prendere per buona una singola voce ma è necessario approfondire ed incrociarla con le altre. In questo modo capiremo se le informazioni sono fasulle o reali”.

CHI E’ ALBERTO ANGELA

Nato a Parigi nel 1962 e figlio del noto divulgatore scientifico Piero Angela e di Margherita Pastore, accompagnò spesso il padre nei suoi viaggi sin da bambino. Dopo essersi diplomato in Francia, si iscrisse al corso di Scienze Naturali all’università La Sapienza di Roma, laureandosi infine con 110 e lode e un premio per la tesi, poi pubblicata. Continuò gli studi frequentando diversi corsi di specializzazione in università degli Stati Uniti d’America (Harvard, Columbia University, UCLA), approfondendo la paleontologia e la paleoantropologia. È sposato e ha tre figli: Riccardo, Edoardo e Alessandro. Alla propria attività di studioso ha fatto seguito la professione per la quale è più noto, quella di divulgatore scientifico, in particolare attraverso la televisione. Nell’ambito dei programmi televisivi, come autore, iniziò nel 1989, partecipando alla realizzazione di due documentari per la Rai, nelle savane del Serengeti: “Una giornata di 2 milioni di anni fa e Leopardo”. Poi concepì e scrisse assieme al padre “Il pianeta dei dinosauri”, trasmesso da Rai 1 nel 1993, per il quale realizzò tutti i suoi interventi[6] sui siti paleontologici più importanti di vari continenti anche in francese e in inglese, per le vendite all’estero del programma. È anche uno degli autori dei programmi: “Superquark”, (originato da “Quark”, da una costola del quale è nato anche “Quark Atlante – Immagini dal pianeta”, nel 1997); “Quark Speciale”, e “Viaggio nel cosmo” per Rai 1: anche in questo caso, per “Viaggio nel cosmo”, tutti i suoi interventi nei principali siti di ricerca spaziale furono realizzati in inglese e francese per le vendite all’estero. Nel 1997 per “Superquark” fu il primo con la sua troupe[7] ad entrare (subito dopo la sua scoperta) e a realizzare un servizio televisivo nella più grande tomba egizia mai scavata (KV5, nella Valle dei Re). È inoltre l’autore e conduttore del programma “Passaggio a Nord Ovest”, su Rai 1. È il conduttore e assieme al padre anche l’autore del suo programma, “Ulisse – Il piacere della scoperta”, in onda dal 2000 su Rai 3, la cui prima edizione vinse il Premio Flaianoper la televisione.

Per Rai 1 ha realizzato il programma “Meraviglie”, andato in onda nel gennaio 2018.

A settembre-ottobre “Ulisse – Il piacere della scoperta”, dopo 18 anni di Rai 3, debutta su Rai 1 con quattro nuove puntate che riscuotono un grande successo (la prima e l’ultima fanno 4 milioni di telespettatori circa per il 21% e 22,5% di share).



more No Comments febbraio 8 2019 at 14:07


Martina Stella: “La mia Maria Elena Boschi è più emotiva”

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La ragazzina-prodigio del film “L’ultimo bacio” è cresciuta ed è diventata un’attrice più matura e molto apprezzata dal pubblico italiano. Nell’ultimo film prodotto per Netflix ha interpretato il ruolo di una onorevole un po’ divertente e sopra le righe

di Giulia Bertollini

È una bomba di bellezza ma anche di simpatia. Ed è proprio interpretando l’onorevole Giulia Rossi nel film di Netflix “Natale a 5 stelle” che Martina Stella mostra il suo lato ironico. Un personaggio divertente e sopra le righe che oltre a strappare un sorriso aiuta a riflettere sulle debolezze e sulle ossessioni dei politici. Una sfida importante per Martina che dopo l’esordio a soli 16 anni con il film “L’ultimo bacio” appare più matura e sicura di sé. L’abbiamo incontrata al termine della conferenza stampa di presentazione del film per farci svelare qualche dettaglio in più sul suo personaggio e per farci raccontare qualcosa di lei tra aneddoti e ricordi.

Martina, come ti sei preparata ad interpretare questo ruolo?

“Per me è stato un onore e un piacere partecipare ad un film dedicato a Carlo Vanzina che è stato un grande punto di riferimento umano. Ho trovato una troupe di amici, un cast fantastico e un personaggio surreale e divertente. Nel film interpreto Giulia Rossi, una deputata del Partito Democratico, che mentre è in visita ufficiale a Budapest intrattiene una relazione con il Presidente del Consiglio divenendone l’amante. E’ una donna in conflitto tra le proprie ambizioni ed emozioni. Per questo ruolo ho seguito molte tribune politiche in televisione”.

Il tuo personaggio sembra evocare l’onorevole Maria Elena Boschi. E’ così?

“Sì è vero anche se ci sono delle differenze. La Boschi è estremamente controllata e lucida, anche quando viene attaccata dagli avversari. La mia Giulia invece fatica a gestire le emozioni”.

Hai provato imbarazzo a spogliarti sul set?

“Quando Enrico Vanzina mi ha chiamato, mi ha parlato di un personaggio sopra le righe. Non mi aveva anticipato, però, che per la maggior parte del film sarei rimasta in mutande e reggiseno. L’ho capito leggendo la sceneggiatura. Non ho provato però imbarazzo perché la mia deputata è talmente impaurita e impacciata che ogni sensualità si spegne. Mi sono chiesta piuttosto se questo tipo femminile non ci portasse indietro alla donna-oggetto. Ma la mia Giulia è talmente brillante che possiamo solo divertirci”.

E’ la prima volta che sbarchi su Netflix. Come hai vissuto questo debutto?

“E’ per me una nuova esperienza e sono affascinata da questa novità. Sono molto legata all’uscita in sala e amo andare al cinema. Penso però possa essere una grande opportunità considerando che il film esce in 190 paesi. Guardo Netflix anche in famiglia. Ritengo che ci siano serie divertenti e intelligenti anche per bambini”.

Cosa pensi della situazione politica attuale?

“La penso come tanti italiani. A volte mi dico ‘lasciamo lavorare questo governo, diamogli il tempo, affidiamoci’. Ho creduto nella possibilità di cambiamento. E sono ancora fiduciosa. Poi però, di fronte alla confusione e all’incertezza, alla nebbia su temi come il reddito di cittadinanza, sono come destabilizzata. A farmi male è anche l’aggressività verbale dei nostri politici. Sono stata educata alla solidarietà e alla compassione. Vorrei vedere rispettati i valori”.

Parteciperesti mai ad un reality show?

“Non ho mai preso in considerazione l’idea di partecipare ad un reality e non ne ho l’intenzione”.

Si è da poco chiuso il 2018. E’ stato un anno positivo?

“Sì lo è stato sotto tanti aspetti anche se ho dovuto affrontare delle perdite importanti. Ho vissuto la scomparsa di Carlo Vanzina come un duro colpo perché è stata una persona che ha sempre creduto in me ancora di più di quanto ci credessi a volte io stessa. Ha sempre capito la mia ironia ed era molto divertito dal mio modo di essere nella vita di tutti i giorni. Non è stato solo un maestro ma anche un padre per me”.



more No Comments febbraio 8 2019 at 14:04


Alessandro Borghese: Il lusso della semplicità

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È uno degli chef stellati più apprezzati nel nostro Paese e nel Mondo. La passione per la cucina l’ha portato a diventare ambasciatore del gusto e conduttore televisivo molto seguito dal pubblico

di Irene Di Liberto

Alessandro, quando nasce la tua passione per la cucina?

“Avevo cinque anni quando, ogni domenica mattina, mi svegliavo col profumo del ragù dentro casa. Mi alzavo molto presto e andavo in cucina per osservare le mani di mio padre muoversi in assoluta sicurezza tra fornelli, piatti e coltelli. Quei momenti hanno il sapore indimenticabile di quel ragù che inonda la fetta di pane per la colazione domenicale. Sono atmosfere segnate dal calore e da un’emozione indimenticabile. Il sorriso di mio padre concesso nel descrivermi una ricetta, i suoi consigli come un regalo speciale, hanno sviluppato gradualmente oggi il mio essere chef e rifare quel piatto con la stessa emozione della prima volta. E la musica c’era sempre. Dalla radio al mio walkman, con cui ascoltavo le mie prime playlist create sul nastro delle musicassette. Dopo il diploma mi sono imbarcato sulle navi da crociera per iniziare la mia impegnativa gavetta, per i successivi tre anni ho lavorato tra fornelli e piatti da lavare. La mia sveglia iniziava a suonare alle 5.30 del mattino, e dovevo abituarmi fin da subito agli odori della cucina e agli ordini del capo partira che dovevano essere eseguiti senza sgarrare! Mi sono beccato anche tante padellate in testa per qualche errore commesso. Solo oggi mi rendo conto di quanto fosse preziosa e giustificata la disciplina che pretendeva. Viaggiare per il mondo dona estro e ispirazione. La nave è stata la mia casa e la mia scuola in movimento. Un mondo fatto di tante storie. Di amori di una notte. Di ricette sbagliate. Di successi prelibati. Di incontri inaspettati. Di luoghi incredibili. Di sorrisi sinceri. Di racconti tra amici. Di sguardi con cui dividere la birra e la musica. Di notti sdraiato a letto con le mani dietro alla nuca, immaginando un giorno la lettura del menu di: chef Alessandro Borghese. Ho avuto tanti maestri e di ognuno ricordo qualcosa in particolare. Ricordo bene il discorso di benvenuto del capo chef basato sull’umiltà, il talento deve essere condito con lo studio, la passione e dal massimo rispetto per le materie prime; sono parole che ancora oggi accompagnano il mio percorso lavorativo con la ‘AB Normal S.r.l.’; la mia azienda che si occupa di ristorazione, licensing e produzioni televisive dedicate al cibo. Nel mio ristorante, in viale Belisario 3 a Milano, in zona ‘City Life’, si elabora il menu in base a cosa abbiamo di fresco. Dono gli ingredienti a darci la spinta; è il cibo che si lascia interpretare prima e dopo la sua trasformazione. In cucina, c’è una continua ricerca, una sfida in ogni piatto, è una constante evoluzione che genera nuovi piatti con materie prime da interpretare ogni volta per un nuovo palato e renderlo felice. Cuciniamo solo materie prime di stagione e verifico con una minuziosa pignoleria i prodotti per domandarmi cosa posso prepararci. Lavoro con tutte le verdure: dai semplici pisellini che da comparse, diventano protagonisti di una ricetta, all’insalata di pomodori da abbinare alla scamorza. È l’istinto, la fantasia, unita all’esperienza ogni giorno per i miei ospiti”.

Nel 2004 affianchi l’amore per il cibo e i fornelli alla TV, un binomio allora ancora poco diffuso in Italia. Oggi i programmi di cucina spopolano, secondo te qual è il segreto vincente di questa accoppiata?

“Il food ha catturato l’attenzione dei network televisivi e di Internet, la cucina è l’anima del nostro Paese, le materie prime sono uniche ed eccezionali, era ora! Oggi abbiamo la fortuna di avere mezzi di comunicazione immediati e diffusivi, e chiunque attraverso la televisione, internet e la stampa, può seguire i procedimenti e i consigli del cuoco preferito. Mi piace essere connesso con il mondo, scoprire le nuove tendenze dell’universo culinario, prendere spunti per come migliorare i miei piatti. Anni fa per conoscere i piatti dello chef e avere qualche ricetta e consiglio, dovevi recarti al suo ristorante. In Italia abbiamo creato un linguaggio universale sul cibo: pasta, cappuccino, spaghetti, parmigiano, espresso, pizza. Puoi trovarti in un qualsiasi posto all’estero, parlare in una lingua non tua, che la parola ‘pasta’ resta per tutti il sinonimo per eccellenza del Bel Paese. E’ fondamentale divulgare l’agroalimentare italiano a casa nostra e nel commercio mondiale, finalmente era ora che oltre all’arte, alla storia, al turismo, alla moda e pure al calcio, ci fosse molta attenzione alla nostra cultura gastronomica. È un grande biglietto da visita nel Mondo”.

“Alessandro Borghese 4 ristoranti” che ti porta a girare in lungo e in largo l’Italia alla ricerca del ristorante migliore del luogo. Oltre l’assaggio, la parte più divertente della trasmissione  è…?

“Ogni stagione di ‘Alessandro Borghese 4 Ristoranti’ arricchisce il mio bagaglio culturale e umano. Assaggiare un piatto tipico di una zona d’Italia, preparato con ingredienti e materie prime del posto ti fa conoscere e sentire il sapore della cultura di quei luoghi. È bello vedere famiglie unite in una passione comune o due ragazzi che investono nella ristorazione. Sono tante le formule anche bizzarre, con idee e business diverso ed è curioso notare come siano diverse le motivazioni per come qualcuno inizi a fare questo mestiere o per chi lo tramanda da generazioni in famiglia; c’è la coppia che vuole mettersi in pratica, il filosofo che della cucina ha fatto un credo oppure chi vuole mantenere la viva tradizione del piatto tipico. Il furgone scuro con il logo del programma lo riconoscono ovunque dal parcheggio, fermo al semaforo o collocato per una ripresa nei pressi del lungomare. Sui social Web impazzano le foto di selfie accanto alla portiera nera: fidanzati abbracciati, il ragazzo in bicicletta, la signora in costume da bagno e il babbo natale locale. Sono molto contento del successo del programma, c’è molta curiosità in città o in paese quando arriviamo per conoscere i ristoratori e assaggiare la cucina del ristorante in gara, dalla piazza principale fino all’uscita del casello, la location si anima e vuole capire quale sia il ristorante in gara. Faccio sempre tesoro del consiglio sussurrato da uno cuoco in cucina, dei segreti celati nelle mani di chi lavora un ingrediente, del consiglio regalato da chi ti ferma per strada. Chi lavora con passione, non finisce mai di imparare. La passione cresce di pari passo con la ricerca e lo studio”.

Ti ho visto gironzolare per le strade di Perugia con il tuo incamuffabile furgone, per gli amici perugini, un’anticipazione su quando andranno in onda le nuove puntate e cosa ti è piaciuto di più della cucina umbra.

“L’Umbria è una regione piena di cultura, storia, bellezze architettoniche e paesaggistiche uniche. Le ‘fertili coste’ decantate nella Divina Commedia vantano una tradizione culinaria caratterizzata da: pasta fresca, tartufo e selvaggina. La norcineria, vera arte di questa regione, ha origini antiche e incerte. Capace di trasformare il maiale in tante opere culinarie che ammalia e appaga”.

Sia “Cuochi d’Italia” che “Alessandro Borghese 4 ristoranti” prevedono delle sfide tra i concorrenti, la tua sfida più grande qual è stata? 

“Chi fa il mio lavoro, sa benissimo che non esistono giorni rossi sul calendario. È un lavoro fisico ancor prima che mentale. La cucina da grandi soddisfazioni solo quando ci si dedica anima e corpo. A questo va aggiunto il tempo per la registrazione dei miei programmi. La mia sfida più grande forse è proprio questo: il tempo. Si può organizzare grazie all’esperienza o alla capacità di pianificazione, i programmi televisivi si registrano in pochi mesi. Gestire una squadra è fondamentale ed io lavoro con un incredibile gruppo di professionisti in brigata e in azienda. Niente funzionerebbe senza la collaborazione di altre persone. L’esperienza mi ha insegnato che prima o poi arriva il tempo delle scelte ardue o impopolari, in fondo tutti risolverebbero sempre meglio di te, ma in entrambi i casi la competenza e la maturità giocano un ruolo superiore con un valore aggiunto preziosissimo. La precisione e la pignoleria che chiedo ai miei collaboratori più stretti, spesso mi fa essere pedante. Siamo sempre in movimento, presi dalla ricerca, guardiamo con attenzione i diversi punti di vista e cerchiamo un nuovo modo di ripensare a ciò che facciamo, mai pensare di essere arrivati. Mio padre sosteneva che bisogna focalizzare l’obiettivo da raggiungere e migliorare continuamente, studiando e impegnandosi a fondo. Sembra uno slogan, ma non lo è”.

In principio lo chef si occupava solamente di essere il “capo cucina”, oggi è una figura molto più complessa che sviluppa il menu, crea nuovi piatti e ne determina il prezzo, hai un consiglio per chi volesse diventarlo?

“Per essere a capo di una brigata devi conoscerne la struttura. Le responsabilità non si limitano solo alla cucina, sei un professionista nella gestione dei compiti, dal rispetto della materia prima alla gestione dei fornitori. Devi conoscere la tradizione e le tendenze del momento per saperle lavorare in piatti. Ed è fondamentale divulgare l’agroalimentare italiano a casa nostra e nel commercio mondiale. Era ora che oltre all’arte, alla storia, al turismo, alla moda e pure al calcio, ci fosse molta attenzione alla nostra cultura gastronomica. È un grande biglietto da visita nel Mondo ed un dovere di tutti gli chef saperlo rappresentare al meglio. Navigare per il mondo da un emisfero all’altro dona estro e ispirazione, la mente si allarga e si aiuta la propria creatività, il talento. Viaggiare è stato fondamentale per la mia crescita umana e professionale. Gli artisti fino al secolo scorso potevano ritenersi tali solo dopo aver girato mezzo mondo con il “Grand Tour”: un viaggio per conoscere la politica, la cultura e l’arte delle terre vicine per migliorarsi e specializzarsi. Chi vuole fare questo mestiere deve andare in Inghilterra, Francia, Spagna, meglio nei Paesi baschi. Partire per imparare la disciplina di lavorare in un gruppo, all’estero sono più bravi a lavorare in team. E dopo ritornare in Italia e realizzarsi. Al contrario chi è nato negli Stati Uniti, andrà sempre a studiare questo lavoro in Francia e in Italia. Bisogna studiare e approfondire: per preparare una cacio e pepe ci vuole testa ed esercizio, devi conoscere i formaggi la loro stagionatura, sapere che un formaggio si lega meglio con un altro e trovare il giusto abbinamento con l’amido della pasta per avere un ottimo risultato. Sperimentare e rispettare gli ingredienti: la materia prima ha un ruolo centrale, devi conoscerla ed essere bravo nel valutare le sue possibili trasformazioni senza stravolgere la sua natura. Quando si entra in cucina c’è studio, progettualità, fantasia, ci vuole concentrazione, intuizione, il gioco di squadra è fondamentale per lavorare verso l’obiettivo comune di suscitare un’emozione per chi assapora i piatti. Cucinare vuol dire passione e responsabilità: un atto d’amore ricco di desiderio, impegno, professionalità. È un lavoro duro con poche ferie, quando tutti festeggiano tu sei lì a lavorare! Ma ovviamente per chi lo ama, regala molte soddisfazioni. Non si cucina mai per il conto, si cucina per far felice gli ospiti”.

A casa chi cucina?

“Assolutamente, mi ricordo un proverbio: ‘Fai il lavoro che ami e non lavorerai un giorno della tua vita’”.

Le tue bimbe sono attratte dal tuo lavoro?  

“Mia figlia Arizona ha sei anni e quando mi vede in cucina sale su uno sgabellino, che le ho comprato per arrivare più facilmente al piano di lavoro, prima guarda cosa faccio e poi mi chiede se può aiutarmi. Alexandra sta iniziando a scoprire tutti i sapori dei grandi. È molto golosa e non perde occasione per assaggiare tutto quello che trova in cucina. Per ora si divertono, cucinare per loro è un gioco, ma hanno un’ottima manualità e un fine senso del gusto… promettono già di diventare più brave di me”.



more No Comments febbraio 8 2019 at 14:01


Stefano Fresi: Un concentrato esplosivo di simpatia e bravura

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di Giulia Bertollini

In pochi anni, è diventato uno dei volti più amati della commedia italiana. Con il suo concentrato esplosivo di bravura e simpatia, Stefano Fresi è tornato nelle sale italiane vestendo i panni del cattivo Mr Johnny, temibile avversario della Befana interpretata da Paola Cortellesi, nel film natalizio “La befana vien di notte”. Un ruolo che l’ha costretto a sfidare il freddo e a mettersi in gioco nel ballo non senza qualche difficoltà. L’abbiamo avvicinato al termine della conferenza stampa e ci siamo fatti svelare qual è stato il Natale che ricorda con più emozione. Un momento di esitazione a cui è seguita una rivelazione inaspettata.

Stefano, quali sensazioni hai provato quando ti hanno detto che avresti dovuto fare l’antagonista della Befana?

“E’ stata una sensazione bellissima. Quando mi hanno detto ‘farai un film con la Befana’ mi aspettavo di dover interpretare Babbo Natale. E invece mi sono trovato a vestire i panni del perfido Mr Johnny, nemico conclamato della Befana. Mi sono divertito tantissimo perché si tratta di un personaggio lontano da me. Tendenzialmente, se nella vita ti comporti come Mr. Johnny vai in galera. Nel mio caso invece non solo ho avuto la possibilità di farlo ma anche di essere pagato”. (ride)

Da bambino, sei mai rimasto deluso dalla Befana?

“Come si può notare la Befana è stata sempre generosa. Le calze me le ha sempre riempite e io le ho sistematicamente svuotate. Ho provato a mettermi nei panni del mio personaggio e ho capito una cosa. Se tu ricevi tanti dolci vuol dire che sei stato buono mentre se ricevi carbone sei stato cattivo. Non ricevere nulla in dono vuol dire essere stato indifferente alla Befana. Equivale a un non essere stato. E’ un dolore insopportabile”.

Nel film, ti abbiamo visto anche cantare. Hai contribuito alla scrittura della partitura musicale?

“E’ tutta farina del maestro Andrea Farri che ha composto la colonna sonora. Sono stato molto felice di poter cantare quella canzone perché ha un ritornello leggero e divertente. Mi hanno convinto ad interpretarla senza aggiungere che avrei dovuto ballare in ginocchio. Infatti, sto aspettando a giorni il trapianto della rotula”. (ride)

E’ stata una sfida ulteriore quella del ballo. In che modo l’hai vissuta?

“E’ stato difficile ma il fatto che conoscessi il mondo della danza mi ha aiutato molto. Infatti, ho ballato per quattro anni con Don Lurio. Penso che la leggerezza della mia mente si intraveda anche da come mi muovo. Vivo la mia fisicità con molta serenità”.

Come ti sei trovato a lavorare con i ragazzi?

“E’ stato faticoso girare le scene sulla neve perché portando i mocassini avevo i geloni che mi arrivavano a metà coscia. Il merito più grande in questo film va alla serietà e alla professionalità dei ragazzi che si sono comportati come fossero attori navigati. E’ facile prenderla come un gioco soprattutto quando hai a che fare con costumi colorati, macchine speciali e pistole. Invece nonostante l’aspetto ludico, sono stati dei veri professionisti. Spero di poter collaborare con loro su altri set”.

Cosa ti ha detto tuo figlio?

“Quando Lorenzo era appena nato avevo girato degli spot pubblicitari in cui facevo Babbo Natale. Ora non solo è convinto che Babbo Natale esista e che sia suo padre ma ne ha addirittura ricevuto una conferma visto che in questo film lavoro con la Befana. Spero solo di non diventare un serial killer”. (ride)

Qual è stato il Natale più bello della tua vita?

“Il Natale più bello della mia vita risale al 25 dicembre del 2004 che è il giorno in cui mi sono fidanzato con la mia attuale moglie. Ci siamo messi insieme a Natale. Questa è l’unica cosa che mi fa superare le feste in famiglia. Quando tutti festeggiano il Natale io brindo al nostro avversario. Così ho anche il vantaggio di dover fare un solo regalo”. (ride)

Cosa ti aspetti da questo 2019?

“Mi auguro di avere anche un quarto da quello che questo anno mi ha regalato”.



more No Comments febbraio 8 2019 at 13:59


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