Ernesto Migliacci: “Nascere figlio d’arte è un destino che va sempre meritato”

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Ernesto Migliacci, autore e compositore, ha scritto per grandi interpreti come Gianni Morandi e cantautori come Simone Cristicchi, per radio e la televisione, da Max Gazzè a Lorella Cuccarini, cura anche scouting, produzioni artistiche e direzioni artistiche live. È  figlio di un’autentica leggenda cantautorale: Franco Migliacci, tra i più grandi autori italiani di testi di sempre.

di Lisa Bernardini

Qualche esempio dei testi scritti dal celebre padre? Da “Volare – Nel blu dipinto di blu” con Domenico Modugno, a “Io” interpretata da Elvis Presley, ai più grandi successi di Gianni Morandi come “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”, “Un mondo d’amore”, “In ginocchio da te”, “Non son degno di te”, “La fisarmonica”, “Scende la pioggia”, “Uno su mille”. Per proseguire a caso: “Tintarella di luna” di Mina, “La bambola” di Patty Pravo, “Che sarà” con Josè Feliciano e i Ricchi e Poveri, “Spaghetti, pollo e insalatina” e “Una rotonda sul mare” di Fred Bongusto, “Ma che freddo fa” di Nada, “Il cuore è uno zingaro” di Nicola Di Bari, “Il pullover” di Gianni Meccia, “Come te non c’è nessuno” e “Che mi importa del mondo” Rita Pavone, “Ancora” di Eduardo De Crescenzo, “E va e va” Alberto Sordi, “Rocking Rolling” Scialpi, “Delfini” per Massimo e Domenico Modugno, a cui si aggiungono grandissimi successi per cartoons “Heidi”, “Lupin”, “Il grande Mazinga”. Insomma, Ernesto è figlio di un autentico mito. Lo incontriamo a Roma, dove vive.

Sei un figlio d’arte. Nella tua carriera, quanto è stato difficile (o facile) essere il figlio di Franco Migliacci e trovare la tua strada?

“Essendomi appassionato da bambino alla batteria, ho cominciato a fare musica in modo molto diverso da mio padre, che invece è autore di testi e produttore musicale. Devo ammettere però che con il passare degli anni l’aspetto creativo è prevalso e ho cominciato a dedicarmi alla composizione e alla produzione. Il vantaggio di essere figlio d’arte è quello di avere i contatti con diversi personaggi del settore, il problema è che fino a che non dai dimostrazione della tua professionalità non ti prendono sul serio, ma questo capita ovunque e in qualsiasi campo. Ricordo un episodio che mi ha fatto comprendere meglio il funzionamento di alcune cose: erano un po’ di mesi che chiedevo un appuntamento al direttore di una multinazionale a Milano e lui mi rinviava sempre. Poi un giorno era venuto a conoscenza di un mio lavoro, che in quel momento era entrato in classifica diventando un grande successo commerciale, e mi chiamò congratulandosi e dandomi appuntamento il mattino seguente a Milano perché era impaziente di ascoltare il materiale. Non me lo feci ripetere due volte, ma io vivendo e lavorando a Roma partii con il mio artista a notte inoltrata per raggiungere Milano; arrivammo un po’ sconvolti ma andò tutto bene”.

Parlaci del mestiere oggi. Quanto è complicato per un giovane emergere nel campo musicale, non solo come autore ma anche come interprete?

“Il primo passo per affermarsi oggi credo sia quello di acquisire la consapevolezza che un giovane artista è il primo produttore e stakeholder di se stesso. Quindi non può aspettare che il treno passi, ma ci deve andare incontro e saltarci su al volo. Concretamente, un artista deve sapere cosa vuole dire cantare e come proporsi al pubblico; deve avere un’identità precisa che sia possibilmente riconoscibile dagli altri artisti senza aver paura di manifestarla, perché saranno proprio la sua identità e interiorità i punti di forza e di interesse per il pubblico. La mia etichetta, la Dueffel Music, ascolta continuamente progetti di giovani artisti, che spesso si perdono inseguendo la chimera di un talent show che se va bene ti dà l’ ‘inebriazione’ del presunto successo per qualche mese e poi ti scarica. A quel punto, o hai un lavoro fatto di gavetta e una serie di ottime canzoni già pronte e registrate o hai buttato una grande occasione. Per questo è meglio presentarsi a questi appuntamenti quando hai già lavorato e strutturato un ottimo repertorio di canzoni e in questo ti può aiutare solo un buon produttore, che ha il compito di tenerti sempre con i piedi per terra”.

Fai parte del direttivo dello SNAC (Sindacato Nazionale Autori e Compositori) e combatti in prima linea per sostenere il Diritto d’Autore. Cosa per tutti, al riguardo, è arrivato il momento di capire riguardo l’opera dell’ingegno?

“E’ una lotta che facciamo per tutti gli autori. Troppo spesso non si comprende quanto sia importante riconoscere a tutti il giusto compenso per il lavoro svolto, che tu abbia prodotto una pagnotta o una canzone, che tu abbia svolto una prestazione come dottore o avvocato piuttosto che come musicista o compositore. Confidiamo molto nelle nuove generazioni, e per questo stiamo promuovendo un progetto per spiegare ai giovani il valore della creatività, in ogni suo aspetto”.

I tuoi prossimi progetti?

“Tanti… Da quale cominciamo?”.



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Francesca Ungaro: La passione letteraria e quella per la psicologia come due strade diverse che s’incrociano e quasi quasi coincidono

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Psicologa con una formazione umanistica, ha lavorato come psicologa clinica in corsia negli ospedali psichiatrici. Da sette anni lavora nella Comunicazione Digitale e ama molto la scrittura. Dal 2012 è su Twitter ed è nata così: la sfida di cercare di mettere #InLuce le dinamiche psicologiche sottostanti la comunicazione sul Web.Oggi è felicemente freelance con  il suo ufficio a casa, in compagnia della sua gatta Sofia e dei lunghi caffè all’americana. Da bambina voleva fare la ballerina…

di Paolo Paolacci

Quanto conta crescere dentro per essere veramente forti e sicuri fuori?

“Tutto. Geni e ambiente, solitamente per il 50 per cento ciascuno, determinano l’indole dell’uomo più maturo. Eppure nessun uomo maturo sa essere resiliente se non è caduto, se non si è fatto male, e se – nel rialzarsi e curarsi le ferite – non ha imparato quanto valore ha essere autentici. Non brillanti, ma spontanei. Non autoritari, ma autorevoli. E qui sorge il dubbio: ma per crescere dentro di sé è necessario cadere e tirare in ballo poi concetti tanto delicati come la resilienza? Generalmente sì, purtroppo.  Quando soffriamo, ci scappa detto con frequenza: «Eh, ma tu non capisci, non ci sei passato». Questo non significa per forza ‘piangersi addosso’, ma non è nemmeno uno sterile lamento. Vuole dire che è molto più facile creare relazioni strette con persone che hanno sì dovuto dare un vero valore ai minuti delle ore dei giorni che scorrono. Un’altra qualità di chi è veramente forte è la capacità di ascoltare”.

Se parliamo solo di noi, che valore aggiunto impariamo? 

“È ascoltando con la maggior apertura mentale possibile che riusciamo a diventare empatici. A metterci nelle scarpe dell’altro, immaginare seriamente di vivere la sua vita e di dover fare le sue scelte. È allora che si impara. Cambiare prospettiva, capire che non esiste solo una possibile strada, immaginare le motivazioni delle decisioni altrui senza, per questo, sentire di perdere sé stessi. Ecco: è questa la sicurezza interiore. Accogliere senza riservo la differenza senza perdere i propri convincimenti, o cambiarli, sì, ma con la certezza di fare il bene per sé e per gli altri”.

Tecnologia e Umanità si respingono oppure si attraggono?

“La scienza tecnologia, lungi naturalmente dall’essere solo “numero”, la scelta di strategie operative per raggiungere un determinato obiettivo e, in senso più restrittivo, lo studio delle scienze applicate con particolare riferimento ai processi industriali di trasformazione potrebbero essere la definizione esatta di ciò che ieri e oggi chiamavamo e chiamiamo ‘Tecnologia’. E la definizione di ‘Umanità’? Qui, da psicologa, posso sbizzarrirmi: significa l’autenticità dell’essere, l’insieme di inconscio e conscio con l’aggiunta delle norme sociali che dobbiamo imparare a rispettare, significa creatività come espressione dell’Io, unicità e spontaneità dell’essere una persona diversa e, allo stesso tempo, mai uguale a sé stessa. Significa anche fragilità e debolezza, significa anche dolore e ignoranza, perché a non accettare il mondo delle emozioni negative e spinose rinneghiamo metà di noi stessi, la parte distruttiva e aggressiva. L’altra parte? Quella costruttiva, quella che sogna, quella che raggiunge traguardi, quella che ha il sapore della motivazione, dell’entusiasmo, dono, generosità, gruppo, specie, individuo e intelligenza emotiva. Vuol dire anche Comunicazione Non Verbale, quella decisa dal tono della voce, dal timbro, dalla gestualità, dalla postura, dalla prossemica o distanza, dallo sguardo. Ciascuno di noi cresce con un’attitudine più portata alla prima realtà, Scienza e Tecnologia, o alla seconda. E più cresce più si rende conto che non è assolutamente possibile che l’una sia totalitaria rispetto all’altra. Non può esserci Tecnologia senza l’Umanità che la gestisce. Non può esserci l’Umanità evoluta di oggi se si rinnega la Tecnologia. Sono gli estremi di una corda, e ognuno di noi tende a posizionarsi più vicino o lontano dai poli a seconda dei gusti, dell’istruzione appresa, del lavoro che svolge, degli interessi che ha. Eppure, non esisterebbe corda se non ci fossero i due capi. Non ci sarebbe una mela, senza le sue due metà. E per avere una Società libera e all’avanguardia, capace di sostenere uomini liberi e di valore, la mela serve che sia intera. Di più. Serve che le due metà della Società-Mela si bilancino, si equilibrino, si completino. Ecco: si completino. Perché dove non arriva la macchina, arriva l’uomo con la sua creatività, con le soluzioni dettate dai suoi sogni. E dove non arriva l’uomo, eccoci già arrivati… nella Società del Futuro. Mai come oggi leggiamo e parliamo della paura più grande: che i robot, i figli della tecnologia più avanzata, rubino il lavoro (il sostentamento stesso) all’uomo. Se, però, una metà non può ‘stare in piedi’ senza l’altra, ecco che la grande paura svanisce, o almeno dovrebbe teoricamente svanire. Nel futuro il lavoro ci sarà, nel pieno della Tecnologia più evoluta. E non respingerà affatto l’Essere Umano, ma lo attirerà. Perché avrà bisogno della Creatività Umana per svolgere a pieno il suo compito. Vero è che molti dei lavori del passato non saranno più necessari, e lentamente scompariranno sotto la velocità, la modernità, l’efficacia ed efficienza della Tecnologia. Ma è vero anche che altri lavori nasceranno, con competenze nuove, necessarie da svolgere per mettere in moto al meglio la Tecnologia. L’Umanità ha una sfida oggi da accettare e vincere: quella dettata dal cambiamento. Cambiamento di mansioni, cambiamento di preparazione, cambiamento di una visione che possa rimanere il più aperta possibile sulle necessità sociali, il più svelta possibile ad intervenire a fianco dei Robot, il più pronta a convivere con essi traendone reciproco vantaggio. Un’utopia? È la sfida che ci aspetta. E non ci aspetta per tanto tempo: dobbiamo iniziare a cambiare in fretta. Non possiamo più rimandare, non c’è una seconda occasione. Ora è l’unica risposta per pensare ad una Umanità che non respinga la Tecnologia di domani. Perché il domani è già qui”.

Dobbiamo aspettarci un futuro diverso oppure si ricomincia dal passato?

“Credo che non si possano contare tutti i film sul Futuro. Dall’uomo sottomesso alla totalità delle macchine, all’uomo protagonista semi-robot di un mondo di strade intrecciate in aria. Anche i giochi – infiniti anch’essi – scaricabili sui nostri telefonini bastano a dare la panoramica di quello che ci aspetta domani. Mille mondi diversi, mille prospettive differenti, dalle più rosee per l’essere umano alle più volutamente spaventose. Di tutto. Di più. Nessuno sa come sarà il nostro futuro, nemmeno fissando una data precisa, che so il 27 ottobre del 3000 d.C. L’innovazione non si può fermare. Vero, ma neanche l’immaginazione umana ha limiti. E questo significa che non esiste una risposta. Esistono solo delle possibili opzioni. Tornare al passato non è, a mio avviso, possibile. Semplicemente perché nulla – né a livello storico, né scientifico, né sociale o antropologico – può tornare indietro e, tornando indietro, riassumere le stesse precise forme che esistevano in passato. Tuttavia, alcune dinamiche del futuro potrebbero ricordare quelle del passato. In fondo, a ben pensarci, i valori e le dinamiche restano le stesse. Penso, per esempio, alla dinamica del dominio, prevalenza, sopruso, uso e abuso, incapacità di fermare un sistema che calpesta i valori.  Se si dovesse ricominciare dal passato, ecco, sarebbe una nuova partenza. Qualcosa che ricorda dinamiche passate, ma che non le replica. Perché ogni giorno noi cambiamo e ogni secondo è irripetibile e diverso dall’istante passato”.

Dove possiamo seguirti o contattarti?

“Naturalmente sul mio blog: www.francescaungaro.it, in cui metto #InLuce le dinamiche psicologiche sottostanti la comunicazione sul Web.  E poi sui miei account social, in particolare Twitter, su cui lavoro quotidianamente per una Content Curation. Il mio nickname è facilissimo: @franciungaro. Sono quella che ha scritto nella bio: «sorrido molto e non amo chi urla»”.



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Veronica Raso: “Non avevo un buon rapporto con il mio corpo”

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C’è stato un periodo dell’adolescenza in cui, col suo corpo,  proprio non riusciva a convivere. Mesi duri, un periodo senza luce in fondo al tunnel. Finchè, nella Primavera del 2015, mentre la natura là fuori si popolava di fiori e colori, lei cadde nel baratro dell’anoressia. Normale che sull’argomento non ci voglia tornare. Il conflitto col cibo, con lo specchio, con gli “altri”, chiunque essi fossero. Ma la storia di Veronica Raso ha un lieto fine, bello da raccontare affinchè sia da sprone per le altre.

Oggi sui social ha quasi 40.000 followers e la fotografia è divenuta una compagna di viaggio da cui è impossibile staccarla. “Ma diciamolo, la carriera da fotomodella è iniziata un po’ per caso. Due anni dopo quei momenti difficili, ho iniziato a posare davanti all’obbiettivo di fotografi professionisti”. Inutile dire che è stato amore a prima vista. Il suo corpo, i suoi lineamenti, curve e misure, improvvisamente sono diventate una magia da valorizzare. “E’ stato grazie a questa avventura che ho iniziato ad amare il mio corpo e ho scelto di continuare. Voglio mettermi in gioco per realizzare fotografie che valorizzino il mio fisico senza lanciare un messaggio di volgarità”. Idee ben chiare che le hanno permesso di realizzare scatti che hanno fatto il giro dei social.

La fotografia, però, forse era nel tuo destino.

“Fin da piccola mi divertiva ritrovarmi davanti ad una macchina fotografica, poi negli anni questa passione è diventata un qualcosa in più. Ogni volta, provo emozioni uniche che mi hanno permesso di realizzare collaborazioni di prestigio”.

Ad esempio?

“Sono riuscita a collaborare con piccoli brand e con fotografi conosciuti. In realtà all’inizio della carriera ero abbastanza impacciata, poi a lungo andare ed anche grazie ai giudizi positivi ricevuti dai fotografi, tutto è diventato più semplice. E questo ha fatto sì che fossi meno rigida e molto più tranquilla”.

Le tue collaborazioni si allungano giorno dopo giorno.

“In realtà ho reputato sempre tutti i lavori importanti, ogni set rappresenta un’opportunità per crescere, maturare, migliorarsi. Certo, poi di alcuni lavori sono stata più contenta che di altri, ma questo fa parte del gioco. A livello fotografico mi piace sperimentare, quello che ho capito è che… al centro dell’attenzione voglio esserci solo io sul set”.

Cosa ti ha dato la fotografia?

“Mi ha dato modo di conoscere nuove persone e le loro idee, mi ha aperto a nuovi modi di pensare. I lati oscuri non mancano. Purtroppo ci sono persone che sono pronte a dare giudizi senza nemmeno aver scambiato una chiacchierata, magari solo per aver visto una foto senza veli. Nonostante le critiche, il fatto di scattare mi rende libera di mostrarmi per come sono: quando sono sul set riesco totalmente a liberare la mente da tutto”.

Non solo fotografia nella tua carriera.

“A novembre 2017 mi sono iscritta ad un’Accademia di Cinema, da lì sono riuscita a partecipare a parecchie comparse e esperienze televisive. Sicuramente il sogno più grande è di riuscire a realizzarmi nell’ambito della moda e cinema. Ci sto lavorando, spero che il tempo porti con sé importanti novità…”.

Il mondo dello spettacolo potrebbe esporti ancor più all’opinione della gente. 

“È vero, attraverso la tv si raggiunge un numero di persone più elevato… e di conseguenza sono possibili più giudizi. Purtroppo, volendo o nolendo, di gente pronta a giudicare ce n’è a bizzeffe e di certo non si può pretendere di essere sempre elogiata. Però guardiamo la parte bella dello spettacolo: la possibilità straordinaria di farsi conoscere per come si è”.

Chi è Veronica Raso lontana dai riflettori?

“Sono una ragazza tranquilla a cui non piace troppo stare sotto i riflettori. Mi piacciono le piccole semplici: una cena in compagnia di amici, una chiacchierata o stare a casa con la mia famiglia. Al di fuori della fotografia non sono una persona che sta ore e ore a prepararsi: per uscire, anche una tuta va bene”.

Che rapporto hai con i social?

“Sono una persona abbastanza social, Instagram è quello che preferisco. Mi piace condividere alcuni momenti della mia vita e delle mie avventure ,mi fa piacere quando riscontro un risultato positivo dai miei followers”.

Account Instagram: @veronicaraso_



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Nadège Dubospertus: “Il tempo non mi spaventa. A cinquant’anni ho deciso di vivere bene e felice”

ALESSANDRO CANESTRELLI / REPORTERS ASSOCIATI & ARCHIVI

Per anni ha calcato le passerelle più importanti del mondo diventando un’icona di stile e di bellezza. Poi però ha deciso di abbandonare la carriera da modella per dedicarsi alla famiglia. Una scelta priva di rimpianti e maturata con consapevolezza come ci ha dichiarato lei stessa in questa intervista. Musa di numerosi stilisti, da Karl Lagerfeld a Gianni Versace, la top model Nadège Dubospertus ha debuttato nel campo della scrittura con il libro “Strong e chic – Scelte di vita e di stile di una parigina mezza milanese”.

di Giulia Bertollini

Un diario intenso e ricco di riflessioni in cui Nadège ha voluto mettersi a nudo condividendo con i lettori la propria vita e le proprie emozioni. Non mancano poi consigli e suggerimenti di vita pratica per tutti coloro che vogliono stare bene con se stessi e con gli altri. Ne abbiamo parlato con Nadège che oltre a spiegarci in che modo la scrittura sia stata per lei terapeutica ci ha rivelato qualche curiosità in più sul suo passato da modella.

Nadège, è uscito pochi mesi fa il suo libro “Strong e chic – Scelte di vita e di stile di una parigina mezza milanese”. Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro? 

“Mi è arrivata la proposta dalla casa editrice Vallardi. Inizialmente pensavo di rifiutare perché non avevo mai pensato a scrivere una biografia. Poi gli editori, dopo vari incontri, mi hanno convinto chiedendomi di parlare delle mie passioni e della mia vita. Infatti, la loro idea era di far raccontare il mondo della moda attraverso gli occhi di una ex modella. In questo libro, c’è molto della Nadége privata. Devo dire che ho avuto carta bianca. Ovviamente, per la lingua mi ha aiutata un ghostwriter. E’ stata una bella esperienza. Meglio che andare dallo psicologo”. (ride)

Scrivere è stata una terapia insomma.

“Sì, perché sono riuscita a mettere su carta tutto quello che avevo dentro compreso il percorso professionale che avevo fatto. Questo libro è un diario pieno di consigli che possono aiutare a raggiungere il benessere quotidiano. In questi ultimi anni, ho cambiato molto di me stessa. Ho deciso di vivere bene e di essere felice”.

Nel libro si parla di amore per se stessi, di stile e di felicità. E lei afferma che essere belle e felici è una questione di scelte. Qual è stata la scelta che ha fatto nella sua vita che l’ha resa più orgogliosa di se stessa?

“Tante scelte mi hanno reso orgogliosa anche se devo dire che questo libro mi ha regalato tante soddisfazioni. E’ stato un lavoro di un anno a cui mi sono dedicata in tutto e per tutto. Finito di scrivere, mi sono dedicata alla lettura. E una volta chiuso il libro, mi sono detta ‘che bello!’”.

A proposito di stile, ormai nel mondo di oggi con l’avvento dei social le influencer sono diventate le nuove modelle. Cosa pensa di questo fenomeno? 

“Mi dispiace dirlo ma devo riconoscere che non ci siamo proprio. Non è assolutamente una critica. Tutti abbiamo un lavoro. Quello che non capisco è come facciano ad essere così popolari e perché la gente le segua sui social. Non hanno portamento e non hanno classe. Saper camminare è qualcosa di naturale e non servono scuole. Quello che piace oggi non era quello che piaceva prima. E’ il loro momento ed è giusto che lo sfruttino. Magari chissà la gente si identifica in loro”.

Negli anni Novanta, è stata una stella delle passerelle. Poi ad un tratto ha deciso di abbandonare la carriera per dedicarsi alla famiglia. Nessun rimpianto?

“Nessun rimpianto. Assolutamente. Il mio sogno non era di fare la modella ma di avere una famiglia. La mia è stata una scelta meditata. Sono felice di avere i miei tre figli. Purtroppo mi sono separata ma sono cose che succedono e bisogna accettarle”.

Lei ha lavorato con tutti. Da Karl Lagerfeld a Gianni Versace. Cosa le hanno insegnato? E che ricordo ha di loro?

“Ho dei ricordi bellissimi. Quando ho iniziato a fare la modella non è stato facile. I ritmi erano frenetici ed ero sempre in viaggio per servizi fotografici e sfilate. La gente dal di fuori non immagina e concepisce la moda come un lusso. Ho conosciuto dei maestri veri come Karl, Gianni, Giorgio Armani. Anche i fotografi erano dei talenti allucinanti. Erano attenti a qualsiasi particolare e il risultato si vedeva. Fare la modella mi ha insegnato ad avere una disciplina di vita e a dedicarmi a me stessa. E poi penso che sia importante avere la testa sulle spalle altrimenti ci si perde”.

Che rapporto ha con la bellezza? Ha paura di invecchiare?

“Non ho paura di invecchiare. Il tempo non è mai stato un problema e ancora meno oggi. Ognuno deve accettarsi così com’è. Ho appena compiuto 51 anni e mi sento come una bambina. Non trascorro la giornata a guardarmi allo specchio e non mi interessa contare le rughe. Una donna può essere bellissima anche a 60 anni purché non abbia fatto ricorso alla chirurgia estetica. La naturalezza è la qualità più bella che esiste”.

Con la corsa si mantiene in forma. 

“Corro perché mi fa stare bene. Mi libera la testa. Credo che tutti i giorni si debba fare qualcosa che ci assicuri benessere”.

Sulle passerelle vediamo spesso sfilare donne belle ma esageratamente magre, quasi offensive verso la naturalezza che i più vivono. Un problema di comunicazione visiva che ha generato illusioni e aspettative in numerose ragazze che incontrano con frequenza problemi di anoressia e bulimia. Lei che ha vissuto la moda dall’interno cosa può dirci in merito?

“Mi sembra che ora questa problematica stia passando. Posso assicurarti che nessuna di noi modelle negli anni 90 ha sofferto di problemi alimentari. Si mangiava di tutto e bene. Non so che problema abbiano gli stilisti che sembrano prediligere le ragazze con meno forme trattandole da appendiabiti. Sulle passerelle mi è capitato ultimamente di vedere modelle pallide, senza trucco, emaciate. Sembrano malate. La moda ha sempre bisogno di far parlare di sé. Questo però è un modo sbagliato. Le ragazze devono capire che è importante essere in buona salute. E per farlo devono mangiare bene evitando i fast food”.

E’ ancora in contatto con qualche ex collega di passerella? 

“Negli anni 90 noi modelle eravamo abituate a viaggiare e a vivere da sole. Abbiamo imparato cosa era la solitudine. Era un modo per ritrovare se stesse. Le sfilate erano un momento di incontro con le altre colleghe di passerella. Le persone che mi circondano mi ripetono che sono strana perché non chiamo mai nessuno. Anche le mie amiche Carla Bruni ed Eva Herzigova mi rimproverano la stessa cosa. Ci sentiamo infatti due o tre volte l’anno. Avrai capito che non sono una patita del telefono. Preferisco il contatto diretto”.

Quando ha iniziato la carriera di modella, i suoi genitori come l’hanno presa? 

“I miei genitori mi hanno dato un anno per dimostrargli che la strada che volevo percorrere era quella giusta. Dopo si sono convinti. Non sono mai stati contro. Mi hanno detto semplicemente “provaci”. Il mercato delle modelle non era quello di oggi. Adesso, basta andare in un reality show per mostrarsi ed esibire il proprio corpo. Tutti vogliono farsi vedere”.

Che mamma è? 

“Sono una mamma molto presente e severa. Riconosco di essere rigida anche con me stessa. Quando faccio qualcosa devo farlo bene. Il problema è che pretendo la perfezione anche dagli altri e questo può trasformarsi in un limite. Ai miei figli insegno il valore della civiltà, del rispetto e dell’educazione. Ci tengo molto”.

Che cosa non sopporta?

“La cattiveria. Se vedo una persona fare del male ad un’altra divento una iena. Negli ultimi anni mi sono sbarazzata della gente negativa. Ho fatto pulizia insomma”.

Progetti futuri?

“Ho iniziato da un po’ di mesi a parlare in pubblico per la promozione del libro. E’ diverso dallo sfilare perché in quel caso non mi sono mai vergognata. Ci sto lavorando molto a livello caratteriale per superare la paura. Sto avendo un buon riscontro di pubblico e ne sono particolarmente felice. Parteciperò anche ad una maratona per l’associazione Make a Wish che si occupa dei bambini gravemente malati”.

Per concludere la nostra chiacchierata le chiedo di dare un consiglio alle donne che vogliono essere strong e chic. 

“Consiglio di essere se stesse e di non farsi influenzare dai giudizi altrui. La libertà è importante”.



more No Comments giugno 7 2019 at 14:42


Ettore Bassi: “Milly Carlucci mi ha voluto a tutti i costi a Ballando”

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Dopo averlo apprezzato nel ruolo di Piras nella seconda stagione della serie tv di successo “La porta rossa”, Ettore Bassi si è lasciato convincere da Milly Carlucci ad affrontare una nuova sfida, quella del ballo nella trasmissione “Ballando con le stelle”. Un’esperienza che gli ha regalato tante soddisfazioni e apprezzamenti da parte della giuria tecnica e del pubblico.

di Giulia Bertollini

Un rapporto quello con la danza vissuto inizialmente con sospetto, come ci ha dichiarato in questa intervista, ma che si è trasformato in un’importante occasione per arricchire il proprio bagaglio artistico-culturale.

Ettore, come stai affrontando l’esperienza di “Ballando con le stelle”?

“L’inizio è stato traumatico, perché ‘Ballando con le stelle’ è una realtà dove il livello professionale è altissimo. È stato uno choc. Qui bisogna saper ballare, bisogna sapersi buttare e avere un po’ di spirito garibaldino. Non sono un ballerino, devo mettermi alla prova”.

Non deve essere stato semplice per Milly convincerti a partecipare.

“Devo confessare che da parte di Milly Carlucci c’è stata un’azione di stalkeraggio morbido nei miei riguardi. Milly è stata estremamente tenace, appassionata e affettuosa con me, mi ha cercato diverse volte. In passato non avevo accettato a causa di altri impegni, mentre quest’anno le condizioni si sono combinate un po’ meglio. E comunque tra una tournée e l’altra dello spettacolo che sto portando in scena in teatro ho costretto la mia insegnante Alessandra Tripoli a seguirmi. Tra una pausa e l’altra abbiamo organizzato le prove di ballo mentre Milly monitorava tutto da lontano”.

Che insegnante è Alessandra?

“E’ molto severa, esigente ma riesce a trasmettere tutta la sua passione per il ballo. Per me è importante capire nello specifico come va eseguito un passo”.

Come cambia la preparazione dal set alla pista da ballo?

“Cambia parecchio, ma secondo me può essere anche l’occasione di far diventare il lavoro sul set più integrato e arricchito. Ne parlavo anche con Enrico Lo Verso. Riuscire ad instaurare un rapporto con il tuo corpo può essere utile anche per la parte recitativa”.

Prima di questa esperienza, qual era il tuo rapporto con la danza?

“Avevo un rapporto di sospetto, ora stiamo cercando di dissiparlo. Non avevo mai ballato veramente, avevo fatto un po’ di tango per una fiction e qualcosina per un musical. È tutta una scoperta. Non sono mai andato in discoteca perché non mi ha mai divertito andarci. Qualche volta ho fatto lo scimmione con gli amici e mi facevo trascinare. Il ballo vero però è tutta un’altra cosa e qui lo sto respirando”.

Come hai affrontato le critiche?

“Appaio controllato ma in realtà sono anche sanguigno. Quello che ho capito in base all’esperienza di chi mi ha preceduto è che quando sei sotto pressione da un punto di vista fisico e mentale, il margine della diplomazia rischia di assottigliarsi. Dipende in ogni caso dal commento che si fa e dal suo obiettivo”.

Avevi già seguito le precedenti edizioni di “Ballando”?

“Ho visto qua e là qualche spezzone del programma. Confesso di vedere poco la tv perché quando sono a casa mi dedico alla famiglia”.

Sulla pista da ballo, hai ritrovato Manuela Arcuri, tua collega nella serie tv di successo “Carabinieri”. 

“Ho ritrovato Manuela dopo tanti anni. Con lei abbiamo passato un periodo stupendo di lavoro con un’esperienza che ci è rimasta nel cuore e che tutt’ora miete successi”.

Da poco si è conclusa la seconda stagione de “La porta rossa” e il tuo personaggio Piras è uscito di scena. Dobbiamo aspettarci qualcosa nella terza stagione?

“Questi sono i guizzi creativi degli autori e degli sceneggiatori. Quando c’è uno script gli attori si attengono, non so cosa succederà nella terza stagione. Non si è ancora visto Piras passare la Porta Rossa. Ho la speranza di tornare nella terza, anche perché è stato un prodotto stupendo con un cast fantastico”.

Intanto sei in teatro con lo spettacolo “Il sindaco pescatore”.

“E’ uno spettacolo di impegno civile perché racconta la storia di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica ucciso il 5 settembre 2010 in un attentato di natura camorristica. Senza saperlo, questo progetto è nato in contemporanea con la fiction che è stata trasmessa sulla Rai qualche tempo fa. Sono molto entusiasta di questo progetto e soddisfatto della reazione del pubblico. Stanno arrivando ancora tante richieste”.

Come sta vivendo la tua compagna questo momento? Sarai sempre fuori casa, immagino.

“E’ un momento in cui stiamo facendo entrambi dei sacrifici. La sento molto tifosa e questo entusiasmo mi incoraggia. Inoltre, lei è una ex ballerina classica. Pertanto, quando siamo a casa mi dà qualche suggerimento sulle scelte, sull’atteggiamento e sulle strategie da adottare. E’ venuta anche a vedere delle prove. Avere vicino una donna come Simonetta che mi sostiene è importante”.

Le tue figlie invece cosa ti dicono?

“Si divertono a prendermi in giro. Per loro è uno sfottò continuo”.



more No Comments giugno 7 2019 at 14:39


Andrea Bosca: L’attore che sa rendere unico e speciale ogni personaggio

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In questi anni ha conquistato il pubblico televisivo dimostrando la sua versatilità nell’interpretare qualsiasi ruolo. E quando gli si fa notare di aver vestito di più i panni del cattivo ci scherza su confidandoci di prenderla come un gioco. Stiamo parlando di Andrea Bosca, protagonista assieme a Lino Guanciale e Gabriella Pession della seconda stagione della serie tv campione di ascolti “La porta rossa”.

di Giulia Bertollini

Il suo Jonas dopo essersi risvegliato dal coma si è trovato a dover fare i conti con i ricordi alla ricerca della verità. Conosciamo meglio Andrea attraverso questa intervista.

Andrea, come è evoluto il tuo personaggio?

“Quando sono arrivato sul set a Trieste i colleghi mi hanno accolto dicendomi ‘tu non hai capito cosa ti aspetta’. Nella prima serie infatti ero l’amico segreto di Cagliostro e come Virgilio per Dante lo aiutava nelle situazioni difficili. Già in quell’occasione dissi al regista che mi piaceva interpretare Jonas perché era fuori dal coro. Nella seconda stagione, vedremo Jonas risvegliarsi dal coma dopo 30 anni. Tanti saranno però i segreti che lo riguardano”.

Per interpretare questo personaggio, hai dovuto affrontare anche una trasformazione fisica.

“E’ stata una novità per me. Ogni giorno dovevo sottopormi a tre ore di trucco più 1 ora di strucco in orari assurdi. Ho cambiato le mie abitudini per affrontare al meglio questo ruolo. Mi alzavo la mattina alle 13, pranzavo alle 17 e a mezzanotte andavo a correre sul lungo mare per tenermi in allenamento. Ci abbiamo impiegato sei mesi assieme al regista Carmine Elia per trovare lo stile più adatto a Jonas ed è stato difficile considerando che si tratta di una serie in cui ci sono altri personaggi”.

Il tuo personaggio è stato la chiave di volta di questa seconda stagione.

“Mi piace citare un detto ‘non esistono piccoli personaggi bensì piccoli attori’. Jonas appare poco ma ha un fascino molto importante. Non l’ho mai visto come un personaggio secondario tanto che già nella prima serie Jonas è stato uno dei personaggi più cliccati su Internet”.

E’ vero che al termine dei ciak avevate un piccolo premio?

“Ora ti racconto la storia. (ride) Quando Carmine è contento urla ‘cioccolata’. Quando invece non lo senti inizi ad avere paura. La cioccolata è un linguaggio tutto suo che nel tempo abbiamo cominciato a decodificare”.

Durante le pause delle riprese come passavi il tempo?

“Ho imparato a nuotare e mi tenevo in allenamento correndo e andando in palestra. Nel frattempo, mi sono dedicato anche alla scrittura di uno spettacolo teatrale”.

Confermi che si farà la terza serie?

“Sarebbe auspicabile. La Rai ci sta pensando e noi tutti lo vorremmo”.

Come mai non hai pensato di dedicarti alla pasticceria come il resto della tua famiglia?

“Ho iniziato molto presto questo mestiere e pian piano mi sono allontanato ma sono contento di tornare a casa e dare una mano in pasticceria. Da qualche settimana sono diventato anche zio”.

Teatro, fiction e serie tv. Dove ti senti a casa?

“Il teatro è la mia casa, sarà perché sono partito da lì. Pensavo che avrei fatto solo quello. Negli ultimi tempi però mi sento libero anche di fronte alla cinepresa, cerco di fare mia la lezione che ho imparato in questi anni e cioè essere sempre onesto. Anche nella ‘maschera’ così complessa che è quella di Jonas, spero di essere rimasto vero, e cioè che voi non guardiate solo trucco e parrucco ma il cuore che c’è lì dentro che è il mio, anche se il personaggio è totalmente opposto a me”.

Prossimi progetti?

“Sto lavorando ad un mio spettacolo teatrale e a una serie che si chiama ‘Made in Italy’, che racconta la storia della moda ai suoi esordi. Interpreto un giovane imprenditore che conosce una ragazza che fa la giornalista e vuole sfondare nel mondo della moda”.



more No Comments giugno 7 2019 at 14:37


Diego Conti: “Sogno di portare il Cross Pop ovunque”

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E’ un cantatutore-musicista italiano con la passione per la musica sin da piccolo. Nel 2016 è salito alla ribalta grazie alla partecipazione al talent “X-Factor” e alla fine dello scorso anno è stato finalista di Sanremo Giovani 2018. Non male per un giovane talento prossimo al compimento dei 24 anni.

di Mara Fux

Ciao Diego, hai pubblicato qualche mese fa il nuovo singolo “Per l’ultima volta”. Aspettative ripagate?

“’Per l’ultima volta’ è la canzone che avrei presentato a Sanremo Big sul palco dell’Ariston quest’anno. Non potevo non farla uscire al di là del percorso Sanremese, la cosa a cui tengo di più è che arrivi a tutte quelle persone che hanno bisogno di ascoltarla e che si rivedono in questa storia”.

Come è nato questo brano? 

“Questo brano è nato qualche mese fa in studio, quando io e Mark Twayne, il mio producer, eravamo immersi nella creazione del mio primo EP “Evoluzione” uscito per Rusty Records Richveel e Thaurus Publishing. Ricordo che quando iniziai a scrivere questa canzone pensammo subito che sarebbe stata perfetta per Sanremo giovani, ma poi sul palco del Teatro del Casinò abbiamo deciso di presentare ‘3 Gradi’, una scelta azzardata ma che ci ha permesso di portare il Cross Pop su Rai 1. ‘Per l’ultima volta’ non parla della fine dell’amore, ma della fine di una storia tra due persone che, in questa società contemporanea che corre così veloce consumando tutto, si guardano si baciano si lasciano per l’ultima volta, di fretta senza dirsi più niente. È una ballad, indubbiamente una canzone con un’intimità diversa rispetto a ‘Evoluzione’”.

Hai alle spalle una partecipazione come concorrente a X Factor 10 e sei stato finalista di Sanremo Giovani 2018: non male come trampolino di lancio. Sei contento di come sono andate le cose? 

“Sì, sono felice, perché partecipare a X Factor come anche Sanremo Giovani, sono state due opportunità per far conoscere la mia musica a più gente possibile, e ora finalmente sono qui con il mio primo EP e sto finendo il primo album. Dopo diversi anni, in cui non capivo ancora quale fosse la mia dimensione musicale, ora finalmente è nato il Cross Pop, io e Mark abbiamo pensato di chiamare così questo nuovo genere. Più che un genere musicale in realtà è una visione di vita, volevamo riportare nelle canzoni il valore della bellezza della condivisione e della contaminazione, ecco perché uniamo sonorità Rock Trap Pop Classica e tutto quello che ci passa nella mente in ogni brano. Il mondo è un posto fantastico e la contaminazione è il futuro”.

Parlaci di te, come nasce la tua passione per la musica?

“Ho la fortuna di avere una famiglia che ha sempre amato la Musica e l’arte in generale, questo ha inciso molto. Sin da piccolo andavamo a vedere tanti concerti, ricordo i Rolling Stones allo stadio Olimpico di Roma,  è in quel momento che ho capito cosa fare. Paul Simon, Bob Dylan, Guns ‘n’ Roses, Led Zeppelin, Vasco, Jovanotti, Lucio Dalla, sono cresciuto con questa musica  e man mano che andavo a vedere i concerti sognavo sempre di più di salire su quel palco maledetto. All’età di 10 anni ho preso in mano la prima chitarra e dal quel giorno è cambiato tutto, ho capito tutto”.

A 13 anni hai fondato un gruppo musicale. Che esperienza è stata?

“Sì, facevamo cover e suonavamo tanto e ovunque, tre amici chiusi ogni pomeriggio in sala prove (la cantina di un altro amico), eravamo batteria basso e io alla chitarra e alla voce, ricordo che giravo con una Les Paul, che era più grande di me tredicenne, ma con tanta voglia di spaccare sul palco con assoli chilometrici su Little Wing di Hendrix, cantare la vedevo ancora come una cosa secondaria. Naturalmente quella fase è finita quando ho scritto la mia prima canzone ed ero l’unico a crederci”.

Caratterialmente come ti definisci?

“Semplice, complesso, disordinato, determinato… Lunatico sicuramente”.

Sei considerato uno dei giovani emergenti del panorama musicale italiano, qual è la tua ambizione o sogno nel cassetto?

“Portare il Cross Pop ovunque e le canzoni nel cuore delle persone, fare tanti live e cantare insieme per molto tempo”.

Secondo te, per un giovane musicista è più facile farsi notare oggi nell’era dei social, di internet e del digitale o era più semplice prima?

“Per un giovane ‘musicista’ non è mai facile, ma credo che i social diano grande visibilità a chiunque riesca a trovare la propria vena comunicativa grazie a ciò che fa. Oggi se registro una canzone e la faccio uscire possono ascoltarla dai vari portali in tutto il mondo, stessa cosa se scatto una fotografia e voglio dire qualcosa, è una cosa incredibile che ogni epoca avrebbe voluto se ci pensi. Poi è chiaro, gli anni ’70 restano gli anni ’70”.

C’è un grande artista che hai o hai avuto come modello di ispirazione?

“Ce ne sono diversi; Lucio Dalla, Keith Richards, Jovanotti, Led Zeppelin, Vasco, Battisti, Bob Dylan… Oggi ad esempio ascolto molto Post Malone”.



more No Comments giugno 7 2019 at 14:35


Mariella Nava: Amata cantautrice che combatte di cuore per la musica di tutti

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Tarantina, classe 1960, è una delle cantautrici italiane più amate. La incontriamo a Roma e ne nasce un botta e risposta sincero, come è nel suo stile: di lei si percepisce il cuore anche quando parla, non solo quando compone e canta.

di Lisa Bernardini

Mariella Nava, una vita in mezzo alla musica: il tuo punto di vista su chi, come te, fa il mestiere del cantautore. Quali sono i problemi reali che maggiormente si devono affrontare per vivere di musica oggi? 

“Sono tanti. Prima di tutto il far arrivare al pubblico quello che si fa. I media che, avendo bisogno di introiti dalla pubblicità, vista la crisi economica che ha investito qualsiasi settore, si adagiano sempre sugli stessi nomi per ogni programma… vanno sul cosiddetto  ‘sicuro’. Su produzioni con spalle larghe, sui soliti nomi che ‘girano’, come si dice in gergo, quelli da classifica (non si sa formulata in base a chi o cosa) che garantiscano audience per le TV e ascolti alti per le radio. La messa in onda delle canzoni è ristretta a playlist dove non si entra neanche elevando ripetute preghiere al cielo, senza contare che i discografici hanno paura di tutto e di tutti, e di coraggio per investimenti (oltre che di intuito) ne è rimasto ben poco in giro. Così bisogna autoprodursi e i costi sono comunque altini e spesso gli sforzi sono impari”.

Fai parte del direttivo dello SNAC (Sindacato Nazionale Autori e Compositori) e in prima linea da sempre sul Diritto d’Autore in Italia. Cosa è emerso di importante in questi ultimi tempi a difesa dell’ingegno creativo? Ci sono buone novità al fronte? 

“Ci sono novità da pochissimo, perché finalmente un segnale arriva dalla votazione a favore della direttiva UE sulla difesa del Copyright nel Web da parte della maggioranza delle Nazioni. Brutto è sapere che il nostro Paese aveva votato sfavorevolmente, per la grande parte politica governativa. Una grande occasione sprecata per la difesa della nostra cultura, dei nostri autori, della nostra stampa e non solo. Non mi spiego come possa, chi si sta preoccupando del reddito di cittadinanza per i più disagiati, non pensare a riconoscere un diritto – anzi, un reddito – a chi di ingegno e di opere dell’ingegno vive. Per un autore non è un ‘di più’, è proprio il necessario per esistere, è la remunerazione di un mestiere che come tale va riconosciuto attraverso la difesa delle opere create. In merito a questo evidentemente c’ è molto da fare, così come anche nella rieducazione dei più giovani che scaricano di tutto e di più gratuitamente con abitudine senza sapere il danno che compiono ogni volta anche ai loro stessi beniamini. Abbiamo tante idee in movimento con lo SNAC e ci vedrete pronti a compiere tante azioni e intraprendere iniziative efficaci”.

Il pubblico pensi senta la necessità di tornare a qualità e meriti che non siano quelli delle regole  dei talent televisivi? O i talent hanno uniformato tutto e tutti? 

“Non dimentichiamola, non cancelliamola del tutto. I talent dovrebbero stare attenti a questo criterio se vogliono rappresentare una vera opportunità per le nuove leve”.

Quali sono i tuoi prossimi impegni? Dove avremo il piacere di ritrovare te e la tua musica? Da poco è uscito il tuo ultimo lavoro. 

“Sì, il mio album di inediti dal titolo ‘Epoc’a è stato pubblicato da un po’, ma lo porto in tour perché ha ancora dentro tante perle da fare conoscere. Sono stata in alcuni concerti ad aprile a Roma al Golden, poi a Milano e Bologna a Maggio e ancora altri appuntamenti in agenda, in mezzo a tanti progetti nuovi da finire in studio per me e per altri artisti”.



more No Comments giugno 7 2019 at 14:33


Nello Trocchia: “Vi racconto come sono nati i Casamonica”

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In quest’intervista, il giornalista Nello Trocchia, che con il libro-inchiesta “I Casamonica” ha raccontato la storia del clan e della loro crescita, della costruzione del loro impero attraverso la criminalità, la violenza e tutto ciò che di simile li ha caratterizzati. Visti all’inizio come una famiglia di giostrai, di zingari e proprio questo ha fatto in modo che le istituzioni si limitassero a derubricarli a fenomeno minore.

di Claudia Crocchianti

Un linguaggio crudo, un modo di scrivere e di raccontare che colpisce il lettore fin dalle prime pagine e che lo porta sempre più avanti per scoprire quel qualcosa in più e sicuramente la verità su questa famiglia e soprattutto come i Casamonica siano diventati i Casamonica. La passione per il proprio lavoro e la ricerca della verità a tutti i costi è quello che caratterizza questo giornalista.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

“I Casamonica sono una famiglia innominata, che ha costruito nel corso degli anni un impero economico,  basti pensare a un recente report dove ha ribadito che i beni per solo 50 componenti sono 100 milioni di euro tra soldi e beni immobili. Una famiglia conosciuta all’inizio come un nucleo di giostrai che poi piano piano attraverso la violenza, la criminalità, l’usura,il legarsi alla mafia, allo spaccio di cocaina è cresciuta e si è impossessata di Roma entrando  nella storia  nel silenzio dell’opinione pubblica, dell’assenza di giustizia e della mancanza della pena. Ho voluto raccontare in quest’inchiesta i dettagli e i vari episodi legati a loro e soprattutto perché i Casamonica sono diventati ‘I Casamonica’, che possiamo definire criminali di servizio”.

Quindi proprio questa omertà ha portato alla loro crescita? E Parte della politica ha permesso la loro presenza assidua  e la costruzione del loro impero? 

“Di certo i Casamonica votano e di conseguenza la politica in qualche modo ha avuto un suo ruolo”.

Quello che colpisce leggendo il libro-inchiesta è il racconto di aneddoti legati a questa famiglia, è così?

“Sì, ho voluto raccontare aneddoti, vicende particolari e far conoscere al lettore qualcosa di più di loro. Accanto a tutto questo nel libro vi sono testimonianze e resoconti giudiziari”.

Gli elementi che caratterizzano i Casamomica?

“La violenza assoluta, la ferocia, la criminalità a tutto tondo”.

Per i Casamonica il legame familiare è tutto e questo gli ha permesso la loro crescita?

“Sì, per loro è importantissimo il legame familiare e poi credo che quello che manca è proprio l’assenza di pentiti e degli interpreti che sanno tradurre la loro lingua fatta di dialetti”.

L’ultimo sgombero è servito?

“Lo possiamo definire un piccolo passo in avanti”.



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Marco Ricciutelli: “Andare in tv è sempre stato il mio sogno”

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Fin da bambino aveva il pallino del fisico scolpito e della tv. Oggi i primi successi in tutto. Marco Ricciutelli è nato il 4 novembre del 1978 nella provincia di Milano. E’ un uomo possente e tanto desiderato, che nella vita ha fatto un bel po’ di interessanti esperienze. Per non parlare dell’amore, in quanto ci vorrebbe un’enciclopedia a parte.

di Silvia Giansanti

Facciamolo dunque conoscere al mondo e non lasciamolo assolutamente chiuso nella sua cameretta. Sarebbe un peccato.

Marco, cosa succedeva nella tua testa da bambino?

“Fin dalle elementari ricordo che prendevo in mano la rivista ‘Flex’, il cui nome derivava da uno dei più grandi bodybuilder dei tempi che era Flex Wheeler. Tramite le riviste mi innamoravo di questi fisici statuari e mi incuriosiva sapere come si potesse diventare in quel modo”.

Ci sono stati risvolti?

“In quei tempi ho iniziato a fare degli esercizi casalinghi, per poi arrivare ad avere una chance all’età di quattordici anni, quando mio fratello maggiore si era iscritto in palestra. Dopo una settimana aveva già mollato, chiedendo se potevo subentrare io al suo posto, tramite firma e approvazione del genitore. Mio padre mi ha portato così sotto la sua responsabilità, cominciando l’attività in palestra. Da quel momento non ho più smesso”.

E poi?

“Finite le scuole medie sono andato a lavorare, facendo svariate cose, dal metalmeccanico all’autista di pullman, fino ad arrivare al noleggio con conducente. A venticinque anni ho frequentato le scuole serali, conseguendo il sospirato diploma di geometra, impegnandomi successivamente in un corso universitario a livello grafico allo IED di Milano”.

Iperattivo dunque. Hai mai pensato di trasferirti all’estero?

“Dopo una storia d’amore durata dieci anni e terminata a trentaquattro, ho preso ‘baracca e burattini’ e sono andato in Australia restandoci per ben cinque anni. Da una semplice esperienza si era trasformata in una voglia esagerata di rimanere in quel bellissimo posto. Lì ho continuato a studiare, conseguendo un diploma in business e prendendo svariati certificati. In Australia sono diventato un bodybuilder molto attento all’alimentazione, alle ore di sonno e all’allenamento. Il mio fisico nel frattempo cambiato, mi ha permesso così di vincere nel 2016 un titolo australiano molto ambito, il ‘Queensland Champions Title’”.

Cosa ti ha portato questo titolo?

“Mi ha permesso nel corso della mia carriera, nell’ambito del Fitness Industry, di fare apparizioni come modello e photoshooting di marche o sponsorizzare qualche prodotto a livello di proteine, aminoacidi e quant’altro”.

Un piede dentro il mondo dello spettacolo.

“Sono riuscito ad entrare in questo ambito prendendo parte a ‘Uomini e Donne’. Credo che sia una ruota che gira. Se non avessi intrapreso la carriera da bodybuilder, probabilmente con un fisico diverso non sarei andato da nessuna parte. Apparire in tv era un altro dei miei sogni da bambino”.

Cosa c’è nel presente?

“Attualmente sto studiando per diventare steward o assistente di volo per una grossa compagnia irlandese. Spero di iniziare questa carriera che mi entusiasma parecchio. A livello di palestra sto seguendo alcune persone che vogliono fare gare di body building e fitness model. Anche a livello di coach ho i miei successi”.



more No Comments giugno 7 2019 at 14:27


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