Massimo Milazzo: La voce del gatto Tom è un grande regista teatrale

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di Mara Fux

Attore, doppiatore, regista, produttore e oggi anche direttore di una nuova sala a Rocca Priora. Massimo Milazzo è uno di quei nomi da quasi mezzo secolo si trova stampato su locandine, flyer, pieghevoli e persino tra i carteggi ufficiali di compagnie e teatri storici.

Tra i cambiamenti cui hai assistito in ambito teatrale, qual è quello per te più evidente?

“Sicuramente la sparizione della critica; il critico era una figura fondamentale. Ai miei spettacoli vantavo un parterre di tutto rispetto: Nico Garrone, Rodolfo di Giammarco, Rita Sala, Aggeo Savioli, Giorgio Prosperi, Ghigo De Chiara, Maurizio Giammusso, Dante Cappelletti per citarne alcuni. Con i loro pezzi i critici rappresentavano un’ importantissima verifica del nostro lavoro. Mi domando come facciano i teatranti d’oggi  a non potersi avvalere del loro contributo. Io dico sempre: ‘Amici e parenti, giudizi dementi’”.

Perché la presenza del critico era considerata così importante? 

“C’era il desiderio legittimo di verificare il prima possibile se lo spettacolo messo in scena fosse stato apprezzato da operatori del settore altamente qualificati”.

Anni ’80: i grandi teatri mettevano in scena “Due gemelli veneziani”, “La tempesta”, “Delitto per delitto”, “Maria Stuarda”. Tu rispondevi a colpi di “Conoscenza carnale”. Sbaglio? 

“No, non sbagli. Volevo rappresentare in Teatro una pellicola senza far perdere allo spettatore la suggestione del film. Ricreai le dissolvenze incrociate con l’apporto di strati di tulle. I proiettori erano occultati come si usa nel cinema e gli attori apparivano o scomparivano in un’atmosfera che fu descritta come magica. Tutto questo avvenne al Teatro Dell’Orologio: un piccolo spazio suggerisce soluzioni uniche”.

Quale è lo spettacolo cui ti senti più legato come regista? 

“’Room service’ tratto dal film dei fratelli Marx. Una macchina teatrale perfetta, con 14 attori sulla scena. A distanza di anni ancora mi si chiede di rimetterlo in scena”.

E come doppiatore? 

“A Tom, il gatto di Tom&Jerry,  quando parla naturalmente. E’ l’unico cartone animato al mondo ad aver ricevuto il Premio Oscar. Nelle sale di doppiaggio amo giocare con la voce. Ti fa sentire un eterno ragazzino”.

Molti attori dicono che doppiare non è recitare. Pensi anche tu sia un altro mestiere? 

“Scusa ma Giancarlo Giannini, Gigi Proietti, Paila Pavese, Emanuela Rossi, Luca Ward, Leo Gullotta, Francesco Pannofino, Giorgio Lopez e tanti altri… sono degli eccellenti doppiatori e che mestiere fanno?”.

Fino alla metà di aprile produci e dirigi al Teatro delle Muse “Ho avuto una storia con la donna delle pulizie”, una commedia brillante interpretata da Luciana Frazzetto e Franco Oppini. 

“E’ una commedia di Nino Marino, autore intelligente e brillante del quale ho già portato in scena ‘Gente di facili costumi’ interpretato sempre da mia moglie Luciana con Geppi di Stasio. Anche questo è un testo dove le differenze socio culturali dei protagonisti si scontrano e si incontrano per fondersi in un linguaggio nuovo fatto di sentimenti e valori. Sta riscuotendo il gradimento del pubblico che, inutile dirlo, a teatro ama ridere oltre che riflettere”.

Che ci dici invece del Teatro Comunale Le Fontanacce che hai inaugurato nel dicembre scorso a Rocca Priora e del quale hai la direzione artistica? 

“L’intenzione è quella di promuove, oltre agli spettacoli, anche laboratori, rassegne cinematografiche, teatro per ragazzi e corsi di dizione e recitazione ma facciamo un passo alla volta. Per questa prima stagione abbiamo messo in cartellone spettacoli di comici tra i più amati e popolari, in modo da far arrivare velocemente al pubblico la notizia dell’apertura di un nuovo polo d’aggregazione culturale”.

E come è andata? 

“Sarà per la scelta artistica fatta o semplicemente perché siamo stati fortunati ma finora tutti gli spettacoli sono andati benissimo. La prossima stagione oltre ai comici, inseriremo anche delle commedie, certi che il bacino di spettatori già molto partecipi, aumenterà”.



more No Comments aprile 8 2019 at 16:20


Jeffrey Owen Hanson: Dipingere per cambiare il mondo

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Una rara malattia lo ha reso ipovedente sin da piccolo. Tra i suoi testimonial ci sono personaggi del calibro di Elton John e il pilota americano Dale Earnhardt Jr

di Marisa Iacopino

Jeffrey Owen Hanson è un giovane filantropo, artista pluripremiato la cui missione è quella di cambiare il mondo attraverso l’arte pittorica. Ipovedente fin dall’infanzia a causa di una malattia rara, la neurofibromatosi, i suoi dipinti presentano uno stile inconfondibile. Tramite la pittura, Jeff ha trasformato la fragilità del suo corpo in forza per reagire, oltre che in un’attività imprenditoriale. Mentre la sua carriera artistica si consolida con grande successo, lo spirito filantropico che lo anima ha portato più di duecento organizzazioni senza scopo di lucro a beneficiare delle sue opere messe all’asta,  il cui ricavato fin oggi è di  oltre 5 milioni di dollari. Il prossimo obiettivo per Jeff è quello di raggiungere, all’età di trent’anni, i 10 milioni di dollari. Suoi testimonial, collezionisti d’arte di tutto il mondo, tra cui Sir Elton John, Warren E. Buffett e Dale Earnhardt Jr.

Quando ti è stata diagnosticata la malattia?

“Avevo sei anni quando i miei genitori seppero che soffrivo di una condizione genetica chiamata Neurofibromatosi di tipo 1 e d’un tumore del nervo ottico. Col tempo, mi hanno istruito sulla malattia. Sono fortunato ad avere una madre e un padre amorevoli e solidali”.

A causa della neurofibromatosi, è stato necessario sottoporti a chemioterapia. È in quel momento che hai scoperto di avere il dono della pittura?

“Dai sei ai dodici anni, ho perso lentamente la vista. Nel mio campo visivo ci sono tanti buchi. È così che vedo, come guardare attraverso un pezzo di formaggio svizzero. All’età di 12 anni, durante la chemio e radioterapia per il tumore al cervello, ho iniziato a dipingere semplici biglietti con acquerelli. Presto mia madre riconobbe in me capacità artistiche. Adoro dipingere colori audaci in insolite forme astratte. Io la chiamo ‘vista per occhi doloranti’”.

Hai mai avuto momenti di rabbia?

“No, mai. Non ho neppure pianto durante la chemio e la radioterapia. Con umorismo, ho chiamato il tumore al cervello ‘Clod’, come una zolla di terra. Abbiamo riso e scherzato su Clod! Ancora una volta, dipende dai miei fantastici genitori il senso dell’umorismo. Il loro atteggiamento mi ha tranquillizzato durante tutto il trattamento”.

Pensi che la pittura sarebbe stata presente nella tua vita se avessi avuto un percorso diverso?

“La pittura è iniziata dall’interno come semplice passatempo. L’ho trovata divertente, un hobby creativo e terapeutico che mi ha tolto dalla mente la chemio e la radioterapia. Non credo che oggi dipingerei se la mia infanzia fosse stata senza diagnosi medica. È probabile che sarei un ragazzo occupato nelle consuete attività sportive. Ma io mi son detto: ‘concentrati su ciò che puoi fare, non su ciò che non puoi fare! Concentrati sulla tua abilità, non sulla tua disabilità’”.

Tu puoi vedere e ascoltare il mondo attraverso una sensibilità artistica che esprimi sulla tela con colori straordinariamente brillanti. Cosa vuoi mostrarci attraverso i tuoi quadri?

“I miei dipinti acrilici dai colori intensi trasformano gli spazi. L’effetto 3-D dell’opera cattura il cuore dello spettatore ‘portandolo in un luogo felice’. Ad esempio, il grande dipinto del papavero rosso, intitolato ‘Siena Style’, porta lo spettatore in Toscana. I dipinti sono ispirati ai miei viaggi in tutto il mondo. Ogni dipinto ha una storia, la mia storia. Non volevo essere ‘il ragazzino in fondo alla strada con un tumore al cervello’ e, infatti, la gente mi conosce come l’artista ipovedente che all’età di 12 anni ha donato il suo primo dipinto a un’asta di beneficenza e, venticinquenne,  ha ricavato 5 milioni di dollari per la beneficenza. Tutti affrontiamo sfide,  è la tua risposta alla sfida che ti definisce”.

Cosa diresti ai bambini e ragazzi italiani che soffrono del tuo stesso problema?

“Sogna in grande! Non abbassare mai il tuo obiettivo. Mira al cielo. Nessuna ambizione è troppo grande, nessun sogno impossibile. Non sottovalutarti. Tutte le grandi invenzioni, innovazioni e risultati sono iniziati con una visione. Trova il tuo dono, concentrati su ciò che puoi fare. Il mio dono è quello di dipingere. Sarebbe potuto essere ‘preparare torte di ciliegie’. Prendi il tuo dono e vola con esso”.

Ti piacerebbe testimoniare questa tua esperienza in Italia?

“Ho viaggiato in Italia. È il mio posto preferito nel mondo. Raccolgo ispirazione da Venezia, dalla Toscana, dalle Cinque Terre e dal Lago di Como. Amo l’Italia e non vedo l’ora di tornare un giorno”.

È attraverso la bellezza e l’amore per gli altri che credi si possa cambiare il mondo?

“Credo che ogni atto di gentilezza aiuti a creare comunità più gentili, nazioni più compassionevoli e un mondo migliore per tutti… anche con un dipinto. Madre Teresa era solita dire: ‘Piccole cose fatte con grande amore cambiano il mondo’. Quanto è vero”.

Come definiresti la vita in un solo colore?

“Il mio colore preferito è sempre stato il viola. Mi piace dire che sto vivendo una ‘vita purple-driven’, caratterizzata dal viola, un gioco di parole tratto dal libro del Reverendo Rick Warren, The Purpose Driven Life”. (* traduz., La vita con uno scopo)



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Francesca Rasi: Un’artista business-woman

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Un po’ artista e un po’ imprenditrice. Dalle luci del palco all’agenda da business-woman il passo può essere breve. Nel caso di Francesca Rasi, un continuo alternarsi fra il ruolo di attrice e conduttrice e quello di manager. Dalla sua ha due punti di forza: energia da vendere e una empatia capace di conquistare simpatia e fiducia dal primo istante. A 40 anni, napoletana d’origine ma ormai laziale d’adozione, il mondo dello spettacolo è da tempo il suo pane quotidiano. A far la differenza, poi, c’è un curriculum di tutto rispetto. A partire da quello scolastico-formativo. Laurea in Scienze della Comunicazione, Diploma in Pianoforte al Conservatorio, Master in Recitazione e Regia con Officina della Poesia a cura di U. De Vita presso il Teatro Quirino di Roma. In più, ci si mettono una sfilza di esperienze professionali che paiono non finire mai. L’ultima l’ha vista protagonista proprio in questi giorni, in scena al Teatro Marconi di Roma (12, 13 e 14 aprile) con “Questa Casa non è un albergo”, insieme al grande attore comico Nino Taranto e Bonaria Decorato. Qui si è divertita a ricoprire 4 mondi al femminile, così diversi tra loro eppure accomunati dalla stessa forza, vigore, passione. L’ennesima ribalta su un palco prestigioso dopo che, nel periodo del Festival di Sanremo, aveva presentato una delle serate più patinate della kermesse ligure, SanremON. Ma nel suo dna rimane anche l’inclinazione verso il mondo imprenditoriale. Da anni è founder e factotum di Ayana Events, agenzia che si occupa di organizzare spettacoli e curare regie negli eventi. Avere a che fare con vip, star e starlette è la sua routine quotidiana.

Ma, nel frattempo, c’è il teatro. 

“Un contesto nel quale mi ritrovo appieno, perché mi permette di interpretare ogni volta personaggi diversi. In ‘Questa Casa non è un albergo’ sono stata quattro personaggi diversi, ruoli brillanti, vivi, ironici e veri”.

Un’attrice brillante in grado di cambiare dal look alla provenienza allo stile. 

“Un modo d’essere che fa molto parte del mio quotidiano: corro da una parte all’altra, passo dall’attrice all’imprenditrice, organizzo eventi con vip e la mattina dopo mi immergo in contesti formativi per adolescenti”.

Insomma, un continuo variare.

“Tutto questo è affascinante, perché permette di conoscere mondi, emozioni e sentimenti sempre nuovi. Forse anche per quello mi riesce il mondo della recitazione e della conduzione. Ed è per questo che mi piace buttarmi in progetti nuovi”.

Che si tratti di tv, di teatro o di un evento da presentare… 

“Bisogna immaginare quale sia il look lo stile migliore da proporre al pubblico che guarda. Si conquista entrando in empatia con la gente, capendo quel che loro si aspettano da te e proponendolo in un mix di naturalezza, semplicità, verità e sorriso. Bisogna sempre saper trovare la giusta distanza tra protagonismo e retroplaco. In scena: passione, grinta e professionalità. Fuori scena: equilibrio, relax, vita di sani sentimenti, buone pratiche e ordine”.

Dicevamo: molto bolle in pentola. 

“Ho studiato e lavorato sodo… e adesso mi piacerebbe raccogliere dei bei frutti! Lavorare in città come Roma, Napoli, Milano, Firenze, Parigi, Montecarlo o Sanremo significa tuffarsi in mondi intrisi di spettacolo, di arte, di effetti speciali. Ruoli che mi piace vivere anche nei panni di imprenditrice”.

Francesca Rasi è la “creatrice” di Ayana Events. 

“Proprio così: da tanti anni lavoro nel mondo dello spettacolo e vivo il dietro le quinte degli eventi. Ecco perché ho voluto fondare un’agenzia rigorosamente al femminile a cominciare dal nome Ayana, che fosse in grado di seguire, dalla A alla Z, qualunque richiesta del cliente. Per me non è solo lavoro, ma è grande passione: è un modo per mettermi costantemente alla prova aiutata dal mio formidabile team che mi segue e che saluto: Ilaria, Viola, Serena, Paola”.

E siccome i sogni son desideri… 

“Sono un’instancabile curiosa e all’orizzonte intravedo delle opportunità da cogliere. La tv mi affascina, viverla da protagonista su un canale nazionale sarebbe un sogno. Mi auguro che il 2019 continui a portarmi fortuna come ha fatto finora, così come se fosse un bel viaggio del cambiamento, un viaggio tra luoghi magici. Molte volte mi incanto a osservare la natura, i fiori, e mi perdo, perché tutto dipende da dove si guarda. E io, nel mio viaggio dell’anima, guardo sempre oltre l’orizzonte. Ora sono in mutazione, vedrò dove voglio arrivare, ma non ci sono ancora arrivati”.

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more No Comments aprile 8 2019 at 15:56


Pamela Petrarolo: “Oggi sono una donna a metà che ha ancora dei sogni da realizzare”

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Che fine hanno fatto le spumeggianti ragazze del celebre programma tv “Non è la Rai”? Siamo andati a ripescare Pamela Petrarolo, una donna dalle mille risorse artistiche che non si è mai fermata e persa d’animo e che ha inciso di recente il suo terzo disco intitolato “A metà”

di Silvia Giansanti

Il canto è la sua passione costante nella vita, non a caso la chiamavano ‘The Voice’. Oggi l’ex ragazza prodigio di “Non è la Rai” è una mamma che ricorda con immenso piacere quel periodo della sua adolescenza, quando subito dopo pranzo ballava, cantava e si divertiva in scena con tutte le sue colleghe capitanate da Ambra e guidate con maestria dall’indimenticabile Gianni Boncompagni. Tanti, attenti ai particolari, ricorderanno la sua frangetta. Sono trascorsi più di vent’anni dalla messa in onda di uno dei programmi più seguiti della tv e che hanno lasciato il segno e tutte, in qualche modo, hanno continuato a muoversi nel campo artistico. Pamela ha voluto dare seguito ai due precedenti dischi, sfornando una nuova produzione per la gioia di chi l’attendeva da tempo. Sogna di debuttare al cinema.

Chi era ieri Pamela Petrarolo e chi è oggi?

“Pamela ieri era sicuramente un’adolescente piena di sogni con la fortuna di averne realizzati almeno la metà. La strada è molto lunga e oggi sono una donna ancora con dei sogni da realizzare, ma più realista e meno sognatrice”.

Sei soddisfatta della strada percorsa o le tue aspettative sono state deluse?

“Le aspettative me le creavo più da giovane in quanto le associavo più ai sogni. Quando si cresce si rimane sempre sognatrici, ma le aspettative se ne creano di meno in quanto le difese si sono abbassate. Oggi le delusioni mi sconforterebbero molto, mentre quando si è più giovani, addirittura fortificano. A quarant’anni ho ancora tante cose da fare e da voler fare, però da donna adulta, essendo consapevole che le sofferenze hanno bisogno di più tempo per essere metabolizzate, allora ci vado con i piedi di piombo”.

La prima cosa che ti è venuta in mente o anche un ricordo, non appena hai appreso della scomparsa di Gianni Boncompagni?

“Per un attimo ho pensato che fosse uno scherzo perché lui diceva sempre ‘Quando io non ci sarò più, sappi che non è vero, io sono immortale’. Su una notizia del genere non ci si può scherzare sopra e allora avrei voluto fosse uno scherzo. Ho avvertito una sensazione di vuoto”.

Quali erano e magari lo sono tutt’oggi, le ragazze con le quali hai legato di più di “Non è la Rai”?

“Ho rapporti che continuano con Angela Di Cosimo, Eleonora Cecere, Emanuela Panatta, Francesca Pettinelli, Cristina Quaranta, Sabrina Marinangeli, Claudia Gerini, Laura Freddi e Ambra. E’ sempre bello ogni volta ripercorrere quelli che sono stati i nostri anni di adolescenza”.

Le tue recenti attività?

“Sono sempre stata una donna che non si è mai fermata, non ho mai avuto le cosiddette pause di riflessione, se non nel momento della gravidanza. L’ultima cosa che ho fatto riguarda il mio ultimo disco che è uscito ad ottobre scorso e che ha segnato il mio ritorno dopo un bel po’ di tempo. E’ stata una sorpresa per il successo che sta ottenendo, il disco era molto atteso dai fans, perché in una sola settimana è arrivato nella top 10 dei  più scaricati da Itunes. S’intitola ‘A metà’ ed è il terzo in ordine di tempo. E’ qualcosa che rappresenta una Pamela del passato e una Pamela del presente, appunto a metà”.

Hai nuovi fans o te li porti tutti dietro da quando eri adolescente?

“Con l’arrivo dei social ho trovato tante persone che sono cresciute con me e con il programma e attraverso la rete ho comunque avuto modo di acquisire persone nuove, anche curiose”.

Se un programma come “Non è la Rai” fosse esistito nell’epoca attuale dei social, come sarebbe stato?

“Sarebbe successo qualcosa di straordinario”.

Quali sono i tuoi miti musicali?

“Sono legata ad alcuni artisti di fama internazionale come Madonna, Tina Turner e Michael Jackson. Sono anche legata alla musica italiana e adoro ascoltare Laura Pausini. Giorgia, Marco Mengoni, Jovanotti e Vasco Rossi. Siamo fortunati ad avere un’ampia scelta di artisti in Italia”.

Hai due splendide figlie. Noti qualche inclinazione artistica in loro?

“La più grande è molto intonata e ama ballare hip-hop. Per la seconda è ancora prematuro dirlo”.

Che tipo di persona sei, razionale o ti lasci travolgere dalle emozioni?

“Come spiegavo prima, oggi tendo ad essere più razionale, ma quando sta per accadere qualcosa di eccezionale, allora mi lascio travolgere dalle emozioni e dall’istinto, tornando un po’ adolescente. Del resto siamo un po’ tutti così”.

Che sogno vorresti che divenisse realtà?

“Mi piacerebbe tanto debuttare al cinema”.

CHI E’ PAMELA PETRAROLO

Pamela Petrarolo è nata a Roma il 10 novembre del 1976 sotto il segno dello Scorpione con ascendente Bilancia. Caratterialmente si definisce istintiva, solare e generosa. Ha come hobby la musica, ama mangiare i bucatini all’amatriciana e tifa per la Roma. Le piacerebbe vivere a Madrid. Possiede due labrador, Artù e Principessa. Ha un nuovo compagno e due bambine; una ragazza di tredici quindici e una di tre anni e mezzo, Alice e Angelica. Ha iniziato a muoversi nel settore artistico partecipando alle edizioni di “Domenica In” guidate da Gianni Boncompagni e Irene Ghergo, tra il 1989 e il 1991, presentando un gioco per bambini. L’anno successivo ha preso parte a “Non è la Rai” su Canale 5, restandoci per quattro anni. Si è fatta notare soprattutto per l’interpretazione di alcuni pezzi di repertorio soul. Nel 1994 è uscito il primo disco intitolato “Io non vivo senza te”. E’ stata anche coreografa di “Non è la Rai”. Nel ’95 è uscito il suo secondo album “Niente di importante”. Dagli anni Duemila in poi ha preso parte a molte trasmissioni tv come “Domenica Cinque”, “Capodanno Cinque”, “Mattino Cinque”, “Pomeriggio Cinque”, “I migliori anni”, “Le amiche del sabato”, “Unomattina”, “Studio 5” e altre. Ha lavorato anche per Rai International ed è stata concorrente del reality “La Fattoria” nel 2006. Adesso è tornata a farsi sentire con un nuovo disco intitolato “A metà”.



more No Comments marzo 8 2019 at 15:13


Alessandro Preziosi: “Con la serie ‘Non mentire’ abbiamo fatto riflettere sul tema della verità”

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Come uomo piace alle donne e come attore è apprezzato da tutti. La sua particolarità è la capacità di interpretare in maniera esemplare ogni ruolo che gli viene assegnato. È reduce dalla serie nella quale interpreta Andrea, un noto chirurgo accusato di stupro

di Giulia Bertollini

Nella sua carriera, ha avuto modo di confrontarsi con personaggi importanti dimostrando il suo essere camaleontico. E ora dopo aver calcato i palcoscenici italiani vestendo i panni di Vincent Van Gogh, torna a recitare dopo 7 anni di assenza in una fiction Mediaset. Nella serie “Non mentire” interpreta Andrea, un chirurgo stimato che si troverà a dover affrontare un’accusa pesante, quella di stupro. Una storia in cui l’aspetto della verità risulta centrale e in cui le bugie cedono il passo ai colpi di scena. Abbiamo incontrato Alessandro al termine della conferenza stampa di presentazione della fiction per parlare con lui del suo personaggio tra curiosità e attualità.

Alessandro, come è stato prendere parte a questo progetto? 

“Sono fiero di aver preso parte a questo progetto. Mi hanno affidato un ruolo difficile e delicato. Con questa serie abbiamo la possibilità di far riflettere sul tema della verità, che in alcune situazioni mette in pericolo la vita delle persone e mi riferisco a quelle persone che oggi sono a bordo di una nave e non possono scendere. Io non parlo mai dell’attualità, ma sembra che oggi non sia possibile neanche manifestare una propria verità senza essere ricattati politicamente. Con Greta abbiamo avuto un clima di assoluta fiducia nella costruzione della storia, tutti abbiamo avuto grande senso del dovere”.

Può raccontarci qualcosa del tuo personaggio?

“Andrea è un padre vedovo, un chirurgo affermato e un uomo di cui tutti hanno grande stima. Mi affascinano da sempre i ruoli in camice anche se, nella realtà, non mi affiderei nessun ruolo in corsia. (ride) Il mio personaggio offre tanti spunti di riflessione in merito alle relazioni della nostra società, soprattutto quella virtuale che allontana l’uomo dalla realtà. Spesso non riusciamo a essere autonomi. Nella fiction lei diffama lui attraverso i social, questo mistifica quello che è la persona, a prescindere se le accuse siano vere o meno”.

Ti è mai capitato di essere vittima di stalking? 

“Io non ho mai subito questa forma di violenza, e da uomo riesco a difendermi, ma ho dovuto proteggere chi mi stava vicino, perché c’erano persone ossessive che mandavano lettere o si presentavano fuori dalle abitazioni private. E’ stato risolto molto velocemente grazie all’intervento della polizia”.

Qual è il tuo rapporto con le fake news? 

“Passo molto tempo sui quotidiani. Prima le fake news riguardavano il gossip più leggero, a me è successo molte volte, non ci ho mai fatto caso, mi hanno fatto sposare più volte, mi hanno affibbiato amanti che non ho mai neanche conosciuto. Ho sorriso. Oggi però la fake news è qualcosa dalla quale si trae profitto. E questo non è bene; siti che lavorano esclusivamente sulla mistificazione della realtà portano a episodi irreparabili. Anche a livello politico,  l’esempio di quello che succede sulle nostre coste è devastante”.

Viviamo in una società in cui la violenza sulle donne e i bambini ha raggiunto livelli drammatici. Perché siamo così incattiviti?

“Credo che la condizione nella quale versiamo sia quella di un cane che si morde la coda. La violenza e il lato oscuro fanno parte dell’essere umano. Devo dire però che ultimamente le notizie di cronaca rispecchiano una spirale di violenza su cui le istituzioni non trovano soluzioni lasciandoci allo sbando. A questa violenza bisogna porre rimedio perché ormai abbiamo raggiunto livelli spropositati”.

Anche il web nasconde delle insidie. 

“È interessante la psicologia con la quale a volte ci si sente vittime o carnefici al di là di quel che si è commesso. Non riusciamo a valutare chi siamo e diventa più importante quel che può accadere se il nostro nome finisce in rete e resta li in eterno. Quella persona sarà quello per i suoi figli e nel mondo del lavoro. Purtroppo oggi la verità reale viene scambiata con quella virtuale. Nel momento in cui ti scagionano da un’accusa non servirà a nulla se un post rimane”.

Molti casi giudiziari oggi si archiviano con la solita frase “era consenziente”: secondo te come si può porre un freno? 

“Facendo una distinzione tra l’abuso e lo stupro. Nello stupro le due persone non si conoscono, la ragazza viene presa in un vicolo e stuprata. Ci sono delle politiche sociali molto difficili e che vanno affrontate”.



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Stephan Käfer: Dalla Germania un mix di bellezza e bravura

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Dopo ottimi riscontri avuti all’estero, è riuscito a farsi apprezzare anche nel nostro Paese, dove ha iniziato lavorando a fianco di Manuela Arcuri e Gabriel Garko

di Simone Mori

Stephan Käfer nasce in Germania nel 1975. Da anni ha iniziato a lavorare anche in Italia, specialmente nelle fiction e nella pubblicità. Vanta un curriculum con molti lavori ed è estremamente bello. Posso dirvi che ho conosciuto un attore simpatico, allegro e ironico. Conosciamolo meglio in questa intervista che ci ha rilasciato.

Stephan, puoi dirci come hai iniziato ad avvicinarti la recitazione?

“Sono sempre stato affascinato dai film. Qualche volta da bambino mi nascondevo sotto la scala che conduceva al solito per vedere cosa i miei genitori stessero guardando alla Tv. I miei primi passi nella recitazione furono quando presi parte da giovanissimo ad un gruppo attoriale. Penso che la mia passione nacque lì anche se passarono diversi anni per iniziare veramente il percorso. Era il 2008 quando iniziai a prendere lezioni di recitazione private a Monaco di Baviera”.

Hai un ottimo rapporto con la nostra terra. Come è nata la relazione con l’Italia ?

“Dopo aver lasciato le serie tv tedesco la mia agente italiana, Silvia Ferrarese ebbe l’idea di far iniziare la mia carriera anche in Italia. Ricordo che mi disse: ‘Hey, parli italiano, sei un attore, proviamo a trovare qualcosa per te in Italia’. Il mio primo provino andò benissimo e ottenni la parte. Poche settimane dopo ero in Italia sul set insieme a Manuela Arcuri”.

Hai lavorato con Garko, Arcuri e altri attori italiani, come ti sei trovato con loro?

“Fu veramente divertente. Tutti coloro con i quali lavorai furono adorabili e professionali. Non potevo sperare nulla di meglio. All’inizio magari fui un po’ nervoso nel dover lavorare con Manuela e Gabriel Garko, ma devo dire che ci siamo tanto divertiti e con quel clima, non sentii la mancanza di casa. Alcune volte durante le pause pranzo, Gabriel mi diede lezioni di italiano in modo tale da migliorare passo dopo passo”.

La nostra rivista ha una delle sue redazioni a Tivoli, a pochi passi da Roma, dove l’assessore alla Cultura è Urbano Barberini con il quale hai lavorato. Che ricordi hai di lui?

“Ho buoni ricordi. Avevo molte scene da girare insieme ad Urbano poiché il mio personaggio lavorava con lui. Così passammo molto tempo insieme in giro per Roma. Ricordo che un giorno stavamo girando delle scene in una casa privata e le persone che vivevano lì erano felici di vederlo e gli chiedevano tante cose in continuazione. Fu edificante lavorare con lui perché ha un’aurea speciale e si può solo imparare da lui semplicemente guardandolo. Specialmente quando sei seduto su una vecchia Fiat vestito con abiti di lana e con all’esterno 40 gradi!”. (ride)

Senza troppi convenevoli, bisogna dire che sei un bellissimo uomo. É stato un aiuto per te?

“Ho imparato che la bellezza puoi aiutarti e non posso nasconderlo, ma devi imparare e produrre e saper fare bene il tuo mestiere altrimenti tutto passa velocemente”.

Quali altre emozioni ti dà il tuo lavoro?

“Questo lavoro ti dà la fortuna di viaggiare molto ed è senza dubbio un’esperienza che arricchisce. Incontrare differenti culture è importante e arricchente. Ho imparato tanto osservando quello che mi accadeva accanto e provo spesso a inserirlo nei miei personaggi”.

Com’è il tuo rapporto con la Germania?

“Ottimo. La amo. C’è una grande tradizione cinematografica con molti attori bravi. Sono grato alla mia terra che mi ha permesso di trasformare una passione in un lavoro meraviglioso. Sono pronto per nuove occasioni in Germania. E poi sai, il cibo è buono… specialmente il pane”.

I tuoi prossimi progetti? Puoi dirci qualcosa?

“Ci sono dei progetti che si stanno iniziando a muovere. Non posso dire ancora molto, ma uno è un lavoro che si svolgerà in un bosco con scene di lotta molto particolari”.

Il tuo libro, film, canzone preferiti? E i tuoi hobby?

“Recentemente ho letto ‘I Quattro Accordi’, che ti ricorda di essere onesto e leale con te stesso e con le persone che ti sono accanto con l’aiuto della saggezza. Ottima lettura, mai fuori moda. Ho molti film che amo ma ‘Il Padrino’ con Marlon Brando e Al Pacino è ineguagliabile. La musica di David Bowie, Neil Young e il jazz. Dipende molto dal mio stato d’animo. Certe volte lascio al mio lettore digitale scegliere la playlist per me. E se devo schiarirmi le idee pratico il bouldering che consiste nell’arrampicarsi senza l’ausilio di una corda. Aiuta mente e corpo. Anzi vi dirò… provatelo e vi divertirete”.

Grazie Stephan, sei una persona gentile ed è stato un piacere.

“Grazie a te, Simone e al tuo direttore per questa opportunità”.



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Donato Carrisi: “Nel mio nuovo romanzo ho voluto raccontare il male che si cela nel web”

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I suoi romanzi sono un continuo successo. I lettori lo considerano uno dei re del thriller. A dieci anni di distanza dal suo esordio ci parla del suo ultimo libro

ùdi Giulia Bertollini

È l’autore italiano di thriller più amato nel mondo. A dieci anni di distanza dal romanzo d’esordio  “Il suggeritore”, Donato Carrisi torna nelle librerie con “Il gioco del suggeritore”. Una lettura avvincente che indaga sulla pericolosità della rete e in particolare dei social network. Un mondo quello tecnologico a cui lo stesso scrittore guarda con diffidenza tanto da paragonare Internet ad un buco della serratura attraverso cui tutti possono spiare attingendo informazioni. In occasione della presentazione del libro a Roma, abbiamo incontrato Donato e abbiamo parlato con lui del romanzo e di altre curiosità. Non prima però di averlo sbalordito con la mia presentazione. Infatti, prima di iniziare l’intervista, Donato mi confida di avere avuto una mia omonima come suo primo amore giovanile. Così, tra risate e colpi di scena, è proseguita la nostra conversazione.

Donato, sono trascorsi dieci anni da “Il suggeritore”. Qual è stata la molla che ti ha spinto a scrivere questo nuovo romanzo?

“Volevo portare il suggeritore in un territorio di caccia diverso. Infatti, con la rivoluzione tecnologica il suo centro di interesse si è spostato nella realtà virtuale. Scrivere un romanzo in cui il protagonista si servisse della rete per entrare nelle vite degli altri è stata una sfida avvincente a cui non ho potuto rinunciare”.

Nel libro sono esposte alcune tue riflessioni sui cambiamenti della rivoluzione digitale sulla vita degli uomini. Quali sono i pericoli e gli effetti collaterali del mondo digitale? E che rapporto hai con i social network?

“Pensiamo che Internet sia una finestra sul mondo ma non ci rendiamo conto che da quella finestra possono entrare tutti. Tutti possono sbirciare nella nostra privacy rubando informazioni. E’ come dormire con la porta di casa aperta. Il mio rapporto con i social network è di semplice curiosità. Anche se sono presente sui social, espongo poco di me stesso se non quello che faccio nel momento in cui lo faccio. Non mi piace condividere la mia vita con gli altri”.

Anche l’informazione ne esce vittima. Infatti non è molto difficile costruire una fake news. C’è un modo per difendersi? C’è il rischio che le bufale possano diventare un business?

“Le bufale sono già diventate un business. L’unico modo per difendersi è leggere qualcosa che non è scritto su Internet. Leggere i libri aiuta. Non mi piace usare la parola cultura perché la trovo noiosa. Credo però che esaurire la propria curiosità su Internet sia sintomo di grettezza mentale. Al contrario, le persone che faticano per cercare qualcosa sono le più interessanti”.

Perché sempre più autori di thriller scelgono la serialità? È un modo per fidelizzare i lettori o ci sono anche altre ragioni?

“In realtà non so quale sia il motivo. Nel mio caso posso dire che ho scelto la serialità perché ritenevo che i miei personaggi avessero ancora qualcosa da raccontare. Quando esauriranno il loro iter espressivo, smetterò anche io”.

In questi ultimi anni, anche la televisione ha subito il fascino del genere crime. Basta pensare al successo de “La porta rossa”. Avevo sentito che anche tu avevi intenzione di scrivere la sceneggiatura de “Il suggeritore” per una serie tv. Confermi? 

“Per adesso sono riuscito a portare ‘Il tribunale delle anime’ su Sky. Poi per ‘Il suggeritore’ vedremo. Trovo che anche Netflix ultimamente sia un’ottima piattaforma. Mi piacciono molto le serie e ne sono dipendente. Sono ingordo di libri, cinema e serie. Non riesco a capire come si possa vivere senza”. (ride)

Cos’è che ti affascina di più del male? E qual è il tuo giudizio in merito alla spettacolarizzazione mediatica a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni in merito ad alcuni fatti di cronaca? 

“Tutti vogliamo sentir parlare del male perché quando si parla dell’oscuro si parla anche di noi, di ciò che è nascosto in ognuno”.

Segui in tv la cronaca nera? Immagina di dover scegliere uno dei programmi di cronaca nera attualmente in tv. Quale ti piacerebbe condurre?

“Seguo molto di più la cronaca sui giornali. Delle trasmissioni che vedo in tv, non me ne piacerebbe condurre nessuna perché ritengo che le persone che sono al timone siano dei validi professionisti. Non so se sarei in grado di sostituirmi a loro”.

Una domanda di attualità recente. In relazione al tragico fatto avvenuto a Corinaldo, sembra che anche dietro la musica si celi la violenza. Qual è il tuo pensiero?

“Più che di violenza parlerei di idiozia. La malvagità è sempre qualcosa di nobile ma qui si tratta di bassezza mentale”.



more No Comments marzo 8 2019 at 15:02


Marta Richeldi: “Nella vita bisogna rischiare per poter realizzare i propri sogni”

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Interpreta Silvia Cattaneo nella fiction “Il Paradiso delle Signore”: una brava attrice e ricca di talento

di Giulia Bertollini

Appena mi risponde al telefono capisco che Marta è la versione buona di Silvia. Una donna che esprime dolcezza attraverso la sua storia e il suo vissuto e che ha lottato per raggiungere il suo sogno. Marta Richeldi è una delle protagoniste della soap pomeridiana “Il Paradiso delle Signore” in cui interpreta Silvia Cattaneo, una donna decisa e dispotica che decide di abbandonare la propria carriera per dedicarsi ai figli e alla famiglia. Una madre che però commette il terribile errore di disporre della vita degli altri riflettendo su di loro le proprie ambizioni. In questa interessante chiacchierata, Marta ci parla del suo personaggio e ci apre il suo cuore confidandosi tra ricordi e progetti futuri.

Marta, è circolata la notizia in questi giorni della chiusura de “Il paradiso delle signore”. Cosa si sa a tal proposito?

“So che attori e fan hanno fatto un sit-in davanti alla sede Rai di Viale Mazzini per esprimere il loro dissenso esprimendo il desiderio che la serie continui. Purtroppo non sono in grado di fornire altre notizie perché anche noi del cast artistico siamo in attesa di notizie più certe. E’ un momento in cui ci sono dei summit tra vertici e produzione per capire se è possibile o meno andare avanti. La serie sta avendo un buon riscontro e sarebbe un peccato”.

Interpreti Silvia, la moglie del ragionier Cattaneo. Quali tratti avete in comune?

“Ben pochi direi. E’ una sfida molto interessante. Silvia è una donna che ha rinunciato alla sua carriera per dedicarsi alla famiglia. Come molte madri, vorrebbe il meglio per i propri figli e cerca di fare di tutto per garantire a loro un futuro roseo. Non si accorge però di essere esagerata e finisce per commettere degli errori. Pretende di controllare invece che mettersi in ascolto. Silvia però è anche capace di mettersi in discussione. Nella serie, gliene capitano di tutti i colori. Tutte le sue aspirazioni verranno infrante ma più in là vedrete che si dimostrerà solidale anche con persone che hanno compromesso la serenità della sua famiglia”.

Nella serie, Silvia è una madre che prende posizioni anche all’insaputa dei suoi figli commettendo degli errori. Quali sono, in concreto, le conseguenze più pesanti del bisogno di controllo dei genitori e  della loro necessità di specchiarsi nella riuscita dei figli? 

“Sono stata molto fortunata perché ho avuto la possibilità di fare ciò che desideravo. Ho perso mio papà all’età di 10 anni e mia madre si è trovata da sola a dover tirare su me e i miei fratelli. Mia madre era un’insegnante. Fin da giovane, ho sempre voluto rendermi indipendente ed autonoma per non pesare sulla famiglia. Dopo aver preso il diploma di Ragioneria, ho iniziato a lavorare in banca. Non era però il mio sogno e così all’età di 19 anni ho deciso di provarci davvero con il teatro. E’ stato un colpo di fulmine perché ho capito che il palcoscenico era il luogo in cui potevo esprimere me stessa in modo autentico. Mi sono licenziata dal lavoro e sono partita in giro per l’Italia a cercare fortuna e ad inseguire il mio sogno”.

E tua mamma come ha reagito a questa scelta?

“Mia madre non era molto felice. Era preoccupata ma mi ha lasciato andare. Adesso, è il mio più grande sostegno. Guarda la soap tutti i giorni e mi dà il suo consiglio e la sua recensione dopo ogni episodio. E’ una buona spettatrice e le piace quello che faccio. Devo riconoscere che è stata una mamma critica ma sempre costruttiva. Mi ha aiutato tanto. Pensa che i primi tempi è stata lei ad aiutarmi con la memoria, a ripassare le scene e a farmi da spalla. Le devo molto”.

Come ti sei trovato con il resto del cast de “Il Paradiso delle Signore”? C’è qualche aneddoto divertente che puoi raccontarci?

“E’ un bellissimo gruppo e si è creata una grande famiglia. Anche se iniziamo a lavorare presto, cerchiamo sempre di lavorare mantenendo alta l’energia. Ci divertiamo molto anche con Enrica Pintore e Giorgio Lupano che nella serie interpreta mio marito. Un terzetto scoppiettante anche nella serie come potrete vedere nelle prossime puntate. Anche fuori dal set, mi diverto a fare  la gelosa. In questi giorni, eravamo tutti un po’ tristi all’idea che questa avventura potesse finire”.

C’è un ruolo che vorresti interpretare per metterti alla prova? Un personaggio che sogni di interpretare più di altri?

“Insegno ad un gruppo di teatro e sto lavorando sul testo di ‘Un tram chiamato desiderio’ di Tennessee Williams. E il personaggio di Blanche Dubois mi ha molto affascinata. Una donna piena di sfumature che mi piacerebbe interpretare”.

A cosa ti dedichi nel tempo libero? 

“Mi piace molto andare al cinema e leggo molto. E poi trascorro del tempo con mio figlio”.

Cosa guardi in Tv?

“Mi piace guardare le serie Tv e i film brevi. Ho anche seguito il Festival di Sanremo”.

Allora ci puoi svelare quale canzone avresti voluto che vincesse?

“Avrei messo sul podio Loredana Bertè e Arisa”.

Progetti futuri?

“Non posso dire ancora nulla se non che parteciperò in un film con un cast internazionale diretto da un giovane regista che ha già vinto molti premi. Non posso che essere contenta”.



more No Comments marzo 8 2019 at 14:59


Desideria Chinzari Sacchettini: Una performer sospesa in aria

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Conosciamo questa danzatrice aerea che ha ricevuto applausi in Italia e all’estero grazie ai suoi strabilianti show. Ha avuto anche la possibilità di collaborare con i circhi più conosciuti

Sensuale, ipnotica e strabiliante. L’ultimo spettacolo che l’ha vista protagonista ha lasciato tutti a bocca aperta. Lei appesa con un tessuto nel bel mezzo di una pista di pattinaggio dove a ritmo di musica sotto di lei eseguivano coreografie alcuni dei più importanti pattinatori sul ghiaccio del pianeta, contribuendo a rendere unica ed indimenticabile quella esibizione. Uno show ospitato a Piancavallo (Provincia di Pordenone, non lontano da dove vive), ma diventato virale sul web grazie alle tv locali che non si sono perse l’occasione di riprendere qualcosa di davvero eccezionale. Appesa a quel tessuto, ad una decina di metri d’altezza, c’era lei, Desideria Chinzari Sacchettini. Professione: danzatrice aerea con un curriculum nel quale si alternano spettacoli in Italia e all’estero, collaborazioni speciali con i più importanti circhi d’Italia e numerose presenze in tv per dimostrare che danzare in aria appesa ad un tessuto è arte allo stato puro. “L’aria è l’habitat in cui riesco ad esprimersi al meglio” racconta mentre corre a scuola ad insegnare questa disciplina ai suoi allievi. Il ruolo di “maestra” lo incarna da anni. Dal 2019 però ha deciso di compiere un passo in più, creando una propria linea – Desideria Danza Aerea – che lentamente la sta trasformando in un autentico brand. Una lunga sfida per dimostrare che ballare si può, anche quando si è guardati da una miriade di persone col naso all’insù. Migliaia di persone la seguono su tutti i canali social e l’hanno presa a punto di riferimento. “Fra loro anche tantissime donne incantate” racconta Desideria, 30 anni, una splendida bimba e una vita sempre sulla cresta dell’onda. Passare inosservata non fa parte della sua persona. Così, oltre a danzare sospesa in aria, è anche fotomodella e testimonial per eventi prestigiosi, sempre pronta a mettersi in gioco pur di migliorarsi. “Fin da piccina mi ritrovavo a mettermi con schiena inarcata e piedi sulle punte – racconta – col passare degli anni, quella passione è diventata lavoro”. A stretto giro di ruota è arrivata la danza aerea, “dove non penso più a nulla: ci sono io, il mio corpo ed il desiderio di fare tutto alla perfezione”.

Dove ti piacerebbe portare la danza aerea?

“Esprimo un desiderio impossibile: sotto la Tour Eiffel! Ma, più realisticamente, mi piacerebbe far parte di una trasmissione televisiva in cui il ballo sia interpretato in tutte le sue forme e non solo in quelle a terra…”.

Nel frattempo, tu sei un esempio per chi si avvicina a questa disciplina.

“Fa strano dirlo, ma accade proprio questo: tantissime persone mi scrivono, molte sono donne o ragazze che mi fanno complimenti o mi chiedono come fare per far parte delle mie scuole. Inutile dirlo, è una gratificazione straordinaria”.

Non solo danza, ma anche fotografia.

“Ho iniziato presto anche in questo settore. La prima volta è stata un caso: cercavano una modella, risposi all’annuncio e tutto iniziò molto velocemente e intensamente. Da quel momento non mi sono più fermata”.

Anche in questo caso le collaborazioni procedono…

“Una in particolare mi piace ricordarla, quella con l’Accademia Torinese della Fotografia. Ma ho lavorato per molti studi rinomati, per brand e per eventi. Ho la fortuna di ritrovarmi con degli scatti meravigliosi che conserverò sempre con me a ricordo delle straordinarie emozioni che hanno saputo darmi”.

CONTATTI SOCIAL

Desideria Performer -> Instagram\Facebook\Youtube\ModelMayem

Danza aerea Desideria Treviso-Sacile-Conegliano -> Instagram\Facebook

Desideria Model -> Fotoportale



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Nando Citarella: Musica e tradizione – “tu non vuo’ fa’ ll’americano”

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di Mara Fux

Attore e cantante lirico, Nando Citarella (al secolo Donato) forma le basi della sua professione studiando con Eduardo De Filippo, Dario Fo, Ugo Gregoretti e Roberto De Simone, grazie ai quali può esibirsi nelle sue prime performance teatrali. Dal 1986 comincia una lunga collaborazione con la Rai che culmina nella nota interpretazione del “giullare” nel programma “Luna Park” condotto da Pippo Baudo. Nel 1994 ha fondato i Tamburi del Vesuvio, gruppo di musica folk napoletana.

Toglimi una curiosità: con tutta l’esplosione di generi musicali che ha percorso gli anni della tua giovinezza, diciamo i ’70-’80, come hai fatto a concentrarti sulla tradizione popolare?

“Riflettendoci, è una bella domanda! Diciamo che la musica cosiddetta di tradizione mi ha sempre interessato tant’è che dopo la scuola media decisi di iscrivermi al Conservatorio incoraggiato, come di solito capita, prima dagli apprezzamenti dei miei amici che mi dicevano che avevo una bella voce; poi sostenuto, oltre che da loro, anche da una maestra, che riteneva avessi una voce adatta alla lirica. Purtroppo, e lo dico con amarezza, dopo tanto studio della tecnica e allenamento della voce e nonostante sappia fare solo questo mestiere nella vita, non mi sono riuscito a diplomare”.

Ma come!

“Eh sì, perché ho iniziato subito a lavorare con le compagnie di giro e rimanda oggi, rimanda domani alla fine è andata così. Per conseguire il diploma avrei dovuto fermarmi troppo tempo e avrei dovuto rinunciare al lavoro che mi veniva proposto e che comunque mi affinava facendomi anche fare un’esperienza su campo indiscutibilmente utile. E come ti spiegavo non è nemmeno stata una scelta cui oggi potrei porre rimedio perché all’epoca ci si iscriveva dopo la scuola media, che era il diploma minimo richiesto per frequentare il Conservatorio; poiché però oggi il diploma delle superiori ha sostituito quello delle medie, io per assurdo dovrei prima prendere quello e poi iscrivermi al Conservatorio per finirlo”.

Nei tuoi spettacoli mesci armoniosamente brani originali provenienti dalla tradizione italiana con strumenti provenienti da diverse culture popolari. Come mai? 

“Appartiene al mio mondo di ricerca: ci sono strumenti originari di altri paesi il cui suono si armonizza perfettamente con il nostro spirito. Un esempio è lo shruti box, la cosiddetta scatola del sole dalla parvenza esteriore di un libro ma in realtà una cassa armonica solo che anziché avere dei tasti ha un mantice con delle ance che vibrando creano il suono mantra dei canti indiani, uno strumento che nella nostra tradizione possiamo assimilare come suono a quello della zampogna o dello stesso armonium. Un altro esempio sono i taf, fratelli persiani delle nostre tammorre, che io amo mute cioè, per farti capire meglio, senza sonagli perché più adatti per i canti devozionali”.

Dove attingi per le tue ricerche? 

“Negli archivi di tutta la tradizione da nord a sud, seguendo con tanta attenzione quanto ci è stato lasciato a fine ‘800 da Luigi Molinari Del Chiaro nella sua raccolta di canti del popolo napoletano, importantissima perché raffronta e compara i termini della tradizione partenopea con quelli delle stesse cantate delle altre regioni; per dirla breve ti spiegava che quella stessa parola veniva tradotta in uno specifico termine sempre come, che so, ninna nanna a Bolzano mentre a Messina quel significato era attribuito a un altro termine. Proprio grazie a questa comparazione sono riuscito a trovare tantissimo materiale”.

Ti senti un’eccezione nell’ambito del panorama musicale? 

“Più che sentirmi credo proprio di esserlo, ma la mia è stata sempre una grande passione, una passione enorme che ho cercato di trasmettere nei dodici anni di trasmissioni serali e preserali in Rai e anche quando ho lavorato a Domenica In, vestendo i panni del giullare o al fianco della zingara. La voce, oltretutto, lì mica era registrata, era tutto cantato dal vivo, come ha anche tenuto a sottolineare Baudo a Partita Doppia quando mi ha onorato facendomi presentare una tarantella del mio disco appena uscito, subito dopo Fragile, presentato da Sting in play back. Una bella soddisfazione”.

A cosa stai lavorando in questo periodo? 

“Al nuovo disco ‘Tour-Namm’ di forte contaminazione spagnola, ebraica, sefardita, piena di armonie nuove, tramandate e giunte sino a noi contaminate dall’incontro con la musica dei luoghi in cui stanziavano ma in realtà risalenti al tempo delle migrazioni dei popoli, particolarmente alla musica ebraica della diaspora”.

Appuntamenti in vista? 

“Giro moltissimo sia in Italia che all’estero  basta dare un’occhiata su internet per leggere di tanti concerti tutti molto differenti tra di loro, basta pensare alla Cantata dei Pastori che quest’anno ha spento la trentesima candelina; un appuntamento che posso dare a chi ne voglia sapere di più è il concerto che terremo la sera di sabato 6 aprile a Roma nella Chiesa di San Silvestro al Quirinale per rappresentare ‘L’ora Maria dolente – voci dalle passioni tra sacro e profano’, ovvero le ultime ore del Cristo nelle Laudi come lo Stabat, a scandire l’orologio della Passione in vista della Santa Pasqua”.



more No Comments marzo 8 2019 at 14:54


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