Marta Nuti: “Volevo fare l’attrice e il teatro mi ha aiutato”

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di Marisa Iacopino

I suoi occhi di un azzurro intenso brillano appena inizia a parlare di teatro. Una passione che le permette di affrontare sempre nuove sfide. Lei si chiama Marta Nuti. L’abbiamo intervistata dopo “La moda dei suicidi”, uno spettacolo itinerante, per la regia di Linda Di Pietro, ispirato alle vicende d’un gigante della telefonia, France Télécom, la cui riorganizzazione nel biennio 2008-2010 ha prodotto sistematiche vessazioni, minando la stabilità psico-fisica dei dipendenti fino al suicidio di cinquantotto fra i suoi lavoratori. Una pièce teatrale che ha toccato corde profonde. Al tempo stesso, il dispiegarsi della trama, a volte surreale, non ha fatto mancare al pubblico momenti di leggerezza.

Cosa ne pensi di questa rappresentazione?

“E’ andata molto bene, e credo che dovremmo riprenderla. In quell’azienda è successo qualcosa di drammatico… Luoghi di lavoro in cui l’uomo non conta più… tu sei semplicemente uno strumento per produrre un bene, un servizio; non ci sono più contatti, relazioni umane. Devi lavorare nel minor tempo o sei licenziato. Questa situazione si sta verificando anche in Italia, dove invece sembrava che avessimo ancora qualche garanzia. C’è un sistema al di sopra delle nazioni che ci sta facendo sprofondare”.

Raccontaci di te, della tua formazione. 

“Sono nata a Firenze e vissuta a Bologna fino a 19 anni. All’età di 21 mi sono trasferita a Roma. Ho fatto l’Accademia d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’, diplomandomi nel 1995. Da un punto di vista caratteriale, da bambina ero timidissima. Quando dicevo: ‘voglio far l’attrice’, mi rispondevano ‘non è possibile, tu non parli!’ Ma il teatro ti aiuta. Eccomi qua, mi è andata bene”.

Quanto conta il talento in questo mestiere, e quanto lo studio?

“Per il settanta per cento credo che conti lo studio. Conosco gente che non aveva assolutamente attitudine, poi si è messa a studiare e ce l’ha fatta. Se invece hai talento ma non fai niente, non sarai mai un attore! Si studia tanto e si migliora in ogni spettacolo”.

Abiti nella periferia romana. Cosa apprezzi e cosa non sopporti di questa città? 

“I primi anni l’impatto è stato drammatico, venivo da una città dove si andava a piedi. Roma non funziona: piove, si ferma la città; arrivi due ore dopo perché c’è una manifestazione o uno sciopero. Non è una capitale europea! I romani poi sono caciaroni, si prendono libertà che venendo dal nord all’inizio mi davano fastidio. Dicevo ‘cos’è sta confidenza!’. Poi, non si sa perché, ti innamori di Roma, della sua ‘caciaronità’ che diventa una cosa senza la quale non puoi più vivere. Sono stata per quindici anni a Monteverde, e ultimamente a Torpignattara. Meglio Torpigna: c’è più umanità, vita di quartiere”.

Cosa ti appassiona maggiormente: il teatro, il cinema o la tv?

“Ho sempre fatto teatro, per dieci anni nella compagnia con Francesco Giuffré. Negli ultimi anni due lavori con Michele Placido, ‘Così è se vi pare e Il Re Lear.’ Nel 2016, il mio incontro artistico con Daniele Salvo. Mi sono presentata al Teatro Ghione per un provino in cui eravamo circa mille. Dopo qualche giorno, lui mi chiama: ‘vorrei farti fare la madre dei Sei personaggi…’. Mi è caduto il telefono dalle mani! In seguito, mi ha ricontattata per fare il ‘Macbeth’. Con Daniele c’è una bella collaborazione. Questo per dire che non esiste al mondo una cosa che possa darmi più emozione del teatro. E poi mi piace travestirmi, quando mi dicono di fare l’uomo, il mostro, la vecchia, mi piace da morire. Per me questo è il teatro! All’inizio della carriera ho fatto anche doppiaggio, e ogni tanto un po’ di televisione e di cinema, dove mi sono comunque divertita. ‘Sonderkommando’, per esempio, un cortometraggio per la regia di Nicola Ragone che ha vinto il Nastro d’argento nel 2015. Di recente, ho avuto una piccola parte nel film ‘Il Contagio’ per la regia di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini.

Progetti in fieri?

“Sono bisestile: lavoro un anno sì e uno no. Ci rido sopra, perché quello dell’attore è per sua natura un lavoro discontinuo, non bisogna farsi prendere dalla disperazione. Nel 2017, poi, ho lavorato tantissimo! Così, quando serve, sono bravissima a organizzarmi la disoccupazione: vado a vedere mostre, film in lingua originale, gli amici a teatro, faccio pranzi, cene e bricolage”.

Un profumo, un animale e una pianta con cui ti piacerebbe definirti…

“Per il profumo è difficile, perché sono anosmica: mi manca l’olfatto. Tanti anni fa ho lavorato ne ‘Il profumo’ di Suskind, e tutti a dirmi: ma come lo fai? I miei amici mi regalano ‘J’adore’, di Dior, mi dicono che sono come quella fragranza, dolce! Credo che la base sia il gelsomino. Quanto all’animale, mi piacciono gli scoiattolini che stanno nel parco di New York, un po’ selvaggi. Una pianta…  scelgo la vite rossa americana che ovviamente ho sul terrazzo. Zitta zitta, lei si attacca, e simbolicamente prende possesso della casa. Magari un giorno farò anch’io così. E poi mi piace perché è di due colori, l’estate verde e in autunno tutta rossa. E’ meravigliosa!”.



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Claudia Campagnola: Profumo di palcoscenico

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Doveva diventare commercialista come suo papà ma poi ha capito che la sua strada sarebbe stata un’altra e ha avuto ragione

di Mara Fux

È attrice e ballerina. Si è diplomata presso la scuola Amici della Danza. Nel 2000 frequenta il corso biennale di formazione per attori professionisti Teatro Azione presso il Teatro dei Cocci a Roma. Da lì è stato un susseguirsi di esperienze importanti sul palcoscenico con grandi soddisfazioni e apprezzamenti da parte del pubblico.

Non c’è stagione teatrale che non riporti il tuo nome su almeno un paio di locandine: a quando risale il tuo primo spettacolo? 

“Il primo spettacolo, quello in cui ho avuto il primo contratto che mi ha permesso di iscrivermi all’Enpals, (ricordo ancora l’emozione di ricevere un numerino magico che mi inseriva nel mondo del lavoro nel settore dello spettacolo ) è stato ‘Lungo viaggio verso la notte’ di E O’Neill per la regia di Venetucci, facevo la giovane cameriera e la mia battuta era ‘Signori, il pranzo è servito’ in chiusura del primo atto… e forse oltre a darmi l’opportunità di iniziare a lavorare con B. Alessandro, E. Carta, M. Romano ed Ennio Coltorti, davvero mi ha portato bene pronunciare quella battuta magica”.

Diventare attrice era il tuo sogno da bambina o un progetto che ha preso piede successivamente? 

“Fino ai 16 ho desiderato fare il lavoro di mio papà, la commercialista poi ho capito che la mia strada era da un’altra parte; studiavo già danza moderna ed ho iniziato una scuola di teatro, la Teatro Azione, anche se mi sono anche iscritta ad Economia Aziendale. Quindi per un po’ di anni mi sono sentita una teatrante ad economia ed una studentessa di economia a scuola di teatro. Anni pieni di impegni, entusiasmi e domande esistenziali; mi sono laureata in Economia ma era ormai troppo tardi: l’amore per il teatro era sbocciato con forza e lo studio di papà l’ho sempre visto da molto lontano. La strada da intraprendere era chiara e mio padre ne è stato molto felice”.

Hai avuto la tenacia e la fortuna di riuscire a far della tua passione la tua professione. Quale era il tuo piano B? 

“Sicuramente lavorare da papà, ci ho anche provato appena laureata ma quando ho rischiato di far morire di infarto una cliente cui avevo calcolato l’importo ICI inserendo il numero dei metri quadrati dell’immobile al posto dei vani e quindi quintuplicando la cifra, ho proprio capito che non faceva per me”.

La parola “teatro” cosa significa per te? 

“E’ un compagno di giochi, un’amante passionale che ti fa godere ma anche arrabbiare, un maestro di vita che ti mette in discussione, ti fa crescere. E’ saper rinunciare alla perfezione, è la dedizione, l’impegno, lo studio, l’abbandono; è il saper fare i conti con il fallimento e con l’errore, è imparare ad amare se stessi, è condividere con gli altri, è vivere e morire insieme: è l’eternità”.

Nonostante tu faccia l’attrice di professione e a parer di pubblico tu sia brava e poliedrica ancora non ti abbiamo vista protagonista né di fiction né di film: mancano forse i cosiddetti “Santi in Paradiso” o semplicemente non è ancora giunta l’occasione giusta?

“Sto lavorando per farmi trovare pronta quando e se arriverà l’occasione giusta. Intanto faccio esperienza in altri ruoli e in progetti indipendenti altrettanto importanti e soddisfacenti, come interpretando Paola Saini nel docufilm ‘Tra le onde nel cielo’ di F. Zarzana, in concorso ai David di Donatello e proiettato a Cannes 2017. In questi giorni sto girandone un altro di Zarzana su Gina Borellini intitolato ‘Vorrei raccontare ai giovani, Gina Borellini un’eredità di tutti’, interpretando proprio Gina”.

Interpreti commedie ma spesso reciti in spettacoli legati alla tradizione romana e romanesca, arricchendo il ruolo con canti popolari. Sei legata alla storia ed alla conservazione dei costumi? 

“Vengo da una famiglia trasteverina, portare avanti la tradizione e le mie origini è un piacevole dovere e un importante onore. L’incontro con il Maestro Paolo Gatti mi ha fatto scoprire tantissimo sulla romanità: tra i tanti pezzi, ‘La Torta uno scioglilingua’ di Gigi Zanazzo tecnicamente molto complesso ma che ogni volta è una sfida, mettersi alla prova mentre la gente ride insieme a te”.

I maestri a cui maggiormente devi la tua preparazione? 

“Credo che moltissimo faccia l’esperienza sul palco, camminare sulle tavole di legno il più possibile; è un mestiere che si affina facendo, provando, sbagliando e riuscendo. Sono tanti i colleghi e gli insegnanti che mi sono stati accanto: ho cercato di rubare con gli occhi dai colleghi più esperti. Indubbiamente l’incontro con Toni Fornari mi ha fatto crescere; l’essere diretta da N. Martelli ha dato un peso importante alla mia preparazione e poi come non pensare a Proietti che ha fatto la supervisione di ‘Non c’è due senza te’ di Toni Fornari”.

Se tu fossi un personaggio classico, chi saresti?  

“Un personaggio di Shakespeare, il Fool del re Lear che ho interpretato accanto a Giuseppe Pambieri e che non smetterei mai di studiare, la luna e il sole insieme, la bellezza dell’autenticità, la fatica e la responsabilità della verità. Una bocca che passa in maniera impercettibile dal sorriso al pianto e dal pianto al sorriso”.

Con quale criteri affronti la lettura di una commedia che ti viene proposta? 

“Sicuramente ricerco una soddisfazione interpretativa, una possibilità di racconto e un modo per mettermi in gioco e sperimentarmi”.

Hai appena terminato al Teatro Golden “Chi mi manca sei tu” al fianco di Marco Morandi; in quali altri spettacoli ti vedremo protagonista durante la stagione? 

“Sarò al Teatro Golden fino al 21 gennaio in ‘Non si butta via niente’ con la regia di Tiziana Foschi e da fine febbraio andrò in tournée con una commedia ‘Tutte a casa’ con Paola Gassman, Paola Tiziana Cruciani e Mirella Mazzeranghi e con la regia di Vanessa Gasbarri”.



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Celeste Silvestro: “Ogni set è un arricchimento personale e professionale”

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Nel suo curriculum ormai inizia ad esserci davvero di tutto. Le più importanti passerelle della moda milanese e romana, protagonista indiscussa di eventi mondani e feste esclusive, social influencer con una schiera di oltre 20mila follower pronta a seguirla giorno e notte e campagne pubblicitarie che stanno facendo il giro del web. Perché Celeste Silvestro ha una sensualità innata e un’eleganza fuori dal comune, tanto da esser stata scelta ad occhi chiusi come testimonial da diversi brand del settore abbigliamento (Laleto) fino a quelli di estetica Bselfie e Dietox. Un autentico trionfo per lei che, a 23 anni di età, ha saputo conquistare il mondo dei social, della moda e dello spettacolo. Merito dei suoi scatti provocanti ma mai volgari e delle costanti novità lavorative. Perché alla faccia di abitini e intimi super sexy, Celeste Silvestro è una di quelle ragazze abituate a tirarsi su le maniche per darsi da fare. Energia a non finire e bellezza da vendere. A breve arriverà anche la laurea in Scienze Motorie, nel frattempo Celeste lavora per migliorarsi sempre più e non ha paura di puntare in alto. Un esempio su tutti, lo shooting con un vestito con super-spacco laterale modello Belen che non ha avuto paura di indossare in uno dei suoi ultimi set. Insomma, sembra proprio essere il suo momento.

E la fotografia da hobby è diventata lavoro.

“Da sempre sognavo che questo potesse accadere, ormai da qualche anno è così. Un autentico sogno che si è realizzato. Sono felice di tutto questo”.

Facciamo un riassunto delle tue collaborazioni più importanti.

“Ma mi piace dire che ogni set è stato un arricchimento personale e professionale. Mi piace ricordare la collaborazione in veste di testimonial con un negozio di acconciature della Provincia di Latina, dove io abito. E, ancora, le sfilate con indosso gli abiti di Patrizia Pepe o con i costumi La Perla. Ma ho di recente anche scattato la campagna promozionale per il brand di costumi ‘H.U.N.T.’, e nei mesi scorsi ho realizzato un bellissimo progetto con l’etichetta discografica ‘Honiro Label’ in cui fra le vie di Roma ho scattato le immagini per e-commerce. Davvero emozionante”.

Ma non è l’unico luogo speciale in cui sei stata immortalata.

“Ho avuto la fortuna di scattare a San Felice Circeo, splendida località delle mie zone, e ancora in riva al mare su spiagge incantevoli. E poi, in giro a Cannes”.

Per cosa?

“In concomitanza con il prestigioso Festival del Cinema, ho preso parte ad un Photoshooting in cui girando per la città sono stata fotografata in luoghi straordinari, arricchiti dal valore del contesto”.

Cosa ti ha dato la fotografia?

“La possibilità di entrare a far parte di una straordinaria forma d’arte in cui si sublima il momento, in cui si rende eterno il singolo istante. Tutto questo è davvero fantastico, è la possibilità di catturare il singolo momento”.

E allora, proseguiamo con l’elenco…

“Mi piace citare le collaborazioni con i fotografi Rocco Almagno e Vincente De Ville, due maghi dell’obbiettivo. Ma anche l’esperienza di hostess per il programma televisivo ‘Bake off Italia’ presso Villa Borghese a Roma, il ruolo di fotomodella per brand di abbigliamento Lo.ve life o quello di testimonial pe abiti da sposa ‘Atelier Ferrara’ o per la linea di costumi ‘Sand bikini’”.

Non solo fotografia.

“Ma anche un pizzico di cinema e televisione! Sono stata modella per il programma televisivo ‘Poker d’Assi’ in onda su Italia Mia ed ho avuto una figurazione speciale per il film ‘Natale al sud’. Non sono solo testimonial di grandi marchi, ma anche protagonista di shooting e workshop, spesso ospite di molti programmi televisivi tra cui Monitor su Lazio TV e Italia Mia”.

Insomma, sempre al centro dell’attenzione!

“Sul set sì… nella vita quotidiana… anche! Sono egocentrica, ma senza esagerare. Certo, mi piace essere curata nel look, amo la moda e ogni dettaglio voglio che sia sempre perfetto. Tacchi e borsetta non possono mai mancare in una donna. E se l’uomo guarda, è segno di ammirazione”.

Sul set cosa ti imbarazza?

“Nulla, trovo semplicemente tutto naturale. E questo rende ogni shooting ancora più affascinante. Per ora dico no al nudo, senza voler giudicare chi lo fa: semplicemente, penso che la sensualità e la femminilità non passino dai centimetri di pelle scoperta, ma dal modo in cui si trasmette la propria persona”.

Tu ti reputi una bella ragazza?

“Non sono quella che se la tira, proprio non fa al caso mio chi è così. Però mi piaccio, sono a posto con me stessa e sono soddisfatta delle mie misure, 88-65-93. Tuttavia, merito è anche dell’attività fisica che pratico. Sono una sportiva a tutti gli effetti dividendomi tra kickboxing e fitness”.

C’è una foto che vorresti fare?

“Mi piacerebbe scattare sott’acqua, io che adoro l’apnea vorrei essere immortalata con un vestito da sirena sul fondo del mare. Diciamo che ci sto lavorando”.



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Lea Valti e i suoi vampiri

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E’ un’apprezzatissima scrittrice di fantasy. Ad aprile 2017 è uscito il suo secondo romanzo “Interlude”, considerato il seguito del primo “Prelude”, pubblicato nel 2014

di Paolo Paolacci

Andiamo ad incontrare Lea Valti, una scrittrice che ci porta nel mondo dei vampiri con i i suoi libri e che comunque insegna la lingua inglese a Roma. Qui parla dei due romanzi “Prelude” del 2014 (pluripremiato) e di “Interlude” uscito ad aprile 2017.

Chi è Lea Valti?

“Sono un’autrice fantasy, in particolare ho scritto due romanzi, ‘Prelude’ e ‘Interlude’, pubblicati da Armando Curcio Editore. Attualmente sto lavorando al terzo capitolo della saga che uscirà l’anno prossimo. Con l’Editore Morellini sta invece per uscire un mio racconto inserito nella raccolta ‘I signori della Notte’, un’opera dedicata interamente ai vampiri italiani, cui parteciperanno altre firme prestigiose del panorama letterario italiano. Sono anche una docente di lingua inglese in una scuola della periferia di Roma. Un impegno, anche questo, che mi appassiona e in cui credo moltissimo.

“Ma io qui c’ero già stato …” Perché “Prelude” come titolo?

“Il titolo di un libro è il veicolo principale che trasmette al lettore il senso del contenuto. È il manifesto della storia che racconta, la sua estrema sintesi. Il titolo che ho scelto porta il lettore a cogliere il senso di un preludio, ossia un insieme di segni che anticipano il compiersi di un prossimo evento. E Prelude è proprio questo, la narrazione di fatti che costituiscono il preannuncio di un evento che modificherà per sempre la vita del giovane protagonista, William Druce, l’incontro col vampiro Vernon Dougal”.

Dove è ambientato e perché, se c’è un motivo.

“La storia è ambientata in Scozia, alla fine dell’Ottocento. E’ una regione che amo moltissimo per le sue caratteristiche ambientali e climatiche, capaci di evocare grandi emozioni. In particolare ci troviamo nelle Highlands scozzesi, un luogo in cui i colori, i profumi, il tempo meteorologico hanno caratteristiche proprie, inconfondibili, che si intrecciano con quelle dei personaggi. Man mano che il lettore si addentra nella storia questi ambienti diventano familiari, si vedono i laghi, la brughiera, si percepisce la bruma e il freddo che calano sulle lunghe notti invernali. Una vera e propria culla per vampiri”.

E’ una storia d’amore o di vampiri? O meglio una storia fantasy oppure horror?

“Il Vampiro è una figura mitologica che ancora oggi esercita un grande fascino, un archetipo a cui fanno riferimento molte culture. Rappresenta il Male nella sua forma più indiscussa, tuttavia ha la singolarità di risalire ad un elemento che è umano, ossia il vampiro è in origine un essere umano contaminato dal male attraverso il fatidico morso. Quindi parlare di amore e di vampiri è come parlare dell’inesauribile lotta tra il Bene e il Male, il che ci riporta al contesto fantasy nel quale possiamo classificare il romanzo. Una classificazione netta, tuttavia non è semplice, nel caso di ‘Prelude’, in quanto il romanzo si presta a più letture: è romanzo di formazione, poiché seguiamo William dagli undici anni in poi, la sua crescita, i suoi conflitti adolescenziali, il primo amore, ma è anche un romanzo gotico, per la sua ambientazione caratteristica, le sue atmosfere, di cui abbiamo parlato poco fa. In ‘Prelude’ c’è anche una potente storia d’amore, ma è un amore romantico nel senso stretto del termine, struggente, appassionato, che fa da contrappunto al Male che cerca di dilagare nell’animo del protagonista”.

In quanto tempo ha completato “Prelude”? 

“Otto mesi circa. Si trattò di un’ispirazione fortissima, sebbene riuscissi a percepire i contorni della storia man mano che la scrivevo, avendone una visione ‘dal basso’ che mi permetteva di vedere il dipanarsi dei fatti al momento. Devo dire che si è trattato di una grande esperienza di scrittura che mi ha permesso di crescere notevolmente come autrice.

Andiamo sulla persona: che cos’è l’amore per Lea Valti e perché raccontarlo così?

“Credo che l’amore sia l’unico sentimento in grado di salvare questa umanità dal male nelle sue molteplici sfaccettature. Un sentimento che forse oggi stiamo un po’ perdendo di vista sostituendolo con altri surrogati”.

A fine aprile 2017 è uscito ‘Interlude’; è il seguito? E qual è l’intenzione dell’autrice in merito? 

“Sì, come si può forse intuire dal titolo, ‘Intelude’ è il seguito di ‘Prelude’. Qui troviamo William cambiato, si è costruito un ruolo sociale, pur rimanendo una creatura della notte. Nei due romanzi ho rivisitato il mito del vampiro ma vorrei lasciare al lettore la curiosità di scoprire come, posso anticipare soltanto che qui agisce nelle notti di luna nuova. Dal punto di vista della narrazione vorrei dire che mentre in ‘Prelude’ i fatti si succedono con un bel crescendo, in ‘Interlude’ ci sono una serie di colpi di scena che terranno il lettore legato alle vicende fino all’ultima pagina del libro. La traduzione letterale, Preludio e Interludio, ci riporta in modo più esplicito al mondo della musica, infatti i due termini sono presi in prestito proprio da questo contesto, rappresentando tipologie di brani musicali. Il riferimento non è del tutto astratto, se consideriamo che William è anche un bravissimo e talentuoso pianista”.

Potrebbero diventare un film? La scrittura sembra già una sceneggiatura?

“Non c’è dubbio che la storia potrebbe diventare la sceneggiatura di un film. A questo proposito posso dire che questa è proprio l’impressione che rimane ai lettori, cioè quella di aver visto il film leggendo il libro. Naturalmente sarebbe meraviglioso”.

Quando si scrive si hanno degli obiettivi precisi a cui si spera di arrivare. Cosa si aspetta ancora da “Prelude” e cosa invece da “Interlude”. Quale messaggio vorrebbe che arrivasse da entrambi?

“In effetti ho scritto questa storia con l’obiettivo di mettere in evidenza come il vampiro rappresenti il lato oscuro dell’animo umano, quello che spinge anche persone cosiddette normali a compiere gesti orribili; credo che dobbiamo essere consapevoli di portarci dietro ogni giorno questo rischio, comprendere e accettare questa fragilità è già un risultato. Ho cercato di parlare di questo usando un linguaggio molto fluido, benché frutto di grande lavoro e fatica. Impegno che è stato riconosciuto da molte Giurie Letterarie, infatti ‘Prelude’ ha ottenuto molti riconoscimenti: secondo al Premio Letterario ‘Giovane Holden 2016′, e terzo al ‘Concorso Letterario Pannunzio 2017′, ad esempio”.

Un saluto particolare ai nostri lettori e dove potranno continuare a seguirla?

“Il legame con i lettori è un filo importantissimo per ogni autore; io sono sempre molto felice di incontrare i lettori nelle presentazioni letterarie o nelle librerie e di ricevere i loro commenti. A questo proposito vorrei ricordare qui tutte le linee dirette con i miei social:

pagina ufficiale fb: www.facebook.com/LeaValti/

profilo: www.facebook.com/Lea.Valti.Scrittrice

youtube: www.youtube.com/channel/UC_eTtBCHbBZYUNhYWuV3W0A?view_as=subscriber

instagram: www.instagram.com/leavalti/

twitter: https://twitter.com/LeaValti”



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Alessandra Marconato: “La foresta delle illusioni”

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di Anna Lamonaca

“Venne il tempo in cui Taras dovette iniziare ad addestrarsi per diventare Conduttore del Regno…”. Inizia così la novella allegorica, dal sapore medievale e con richiami alla Filosofia Zen, scritta da Alessandra Marconato e dedicata agli adulti. Perché di crescere e di lavorare su se stessi non si finisce mai. “La foresta delle illusioni” rappresenta il suo esordio letterario, con il quale sta coinvolgendo un pubblico sempre più ampio. Presentato ufficialmente al BUK di Modena, la fiaba motivazionale di Alessandra ha conquistato in pochissimo tempo un numero crescente di lettori, semplicemente grazie al passaparola e al lavoro diretto dell’autrice, che gestisce personalmente la promozione della sua opera, abbracciando un discorso che non è banalmente di self publishing, ma rappresenta una diversa visione di pubblicare e diffondere opere letterarie.

Alessandra, il tuo libro d’esordio s’intitola “La foresta delle illusioni”: ci parli della genesi di questa fiaba.

“Un pomeriggio ho iniziato a scrivere e la prima stesura è stata d’impeto. Le parole hanno iniziato a scorrere nella mia testa e chiedevano, semplicemente, di essere messe nero su bianco. Le persone hanno ancora bisogno di storie e di favole. E dalle storie e dalle favole si può imparare molto”.

E’ un suggestivo percorso di crescita personale alla ricerca di un’identità e di un ruolo sociale attraverso la foresta delle illusioni. Cos’è la foresta delle illusioni? 

“Potrei dire che è il mondo del proprio io, del modello di sé, delle sfide e vicissitudini che dobbiamo affrontare. E’ un mondo in cui è necessario addentrarsi per conoscere meglio se stessi”.

Il libro è costituito da scrittura e disegni ideati da lei.  Come si è appassionata alla scrittura e all’arte? 

“Non me lo ricordo. Ricordo che ho sempre disegnato e sempre scritto. In particolare, da bambina disegnavo ovunque: fogli, scatoloni, pezzi di legno, sassi, il gesso di mio papà, il platano che è stato tagliato per poter fare la recinzione di casa, le pareti di casa, un paio di volte. Scrivere è un’altra cosa che mi è sempre piaciuta, diciamo fino alla terza liceo perché da lì in poi inizia “un’altra storia”.

Il personaggio principale del libro è un cavaliere che vive un’avventura magica, chi è il protagonista del libro? 

“Ognuno di noi. C’è chi mi ha chiesto ‘E se sono una cavaliera?’. ‘Vale uguale’, ho risposto io, anche perché il termine femminile di cavaliere è … e anche questa è un’altra storia”.

Perché i lettori devono comprare il suo libro? 

“Perché piacerà sicuramente. Chi lo ha già letto ha trovato serenità, qualcuno maggiore coraggio, qualcun altro un’ora di svago. Posso, quindi, dire che chi ha letto il libro l’ha gradito. Ripeto spesso che ha ragione il lettore, non chi scrive o pubblica. È il lettore che fa vivere un libro, oppure no”.

E’ un coach e si occupa di formazione. Ha collaborato alla stesura di antologie e articoli sul coaching, creato un brand di formazione, ama la filosofia, l’arte e la scrittura. Chi è Alessandra Marconato? 

“Non amo molto parlare di me. Sono uscita dalla mia ‘tana’ per il mio libro. Posso dire che sono una persona riservata, non amo il conformismo e i sentieri prestabiliti. Diciamo che, per quanto possibile, cerco di far lavorare la mia testa”.

Cosa c’è nel suo futuro? 

“Sto pianificando nuovi progetti, non riesco a stare con le mani in mano. C’è sicuramente, ‘La foresta delle illusioni’ che per me è molto più di un libro”.

Ufficio stampa Mirella Dosi



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Claudia Conte: “Quando recito mi sento felice”

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Ha due grandi doti: la scrittura e la recitazione. Un titolo di laurea in Giurisprudenza nel cassetto. Tanti progetti. Nel 2018 la vedremo in due film: “La Casalese” e “2 e mezzo”. Attualmente è in tour per la promozione del suo ultimo libro “Il vino e le rose. L’eterna sfida tra il bene e il male”

di Alessandro Cerreoni

Conosciamo da vicino questa giovane classe ‘92, che esprime le proprie emozioni e soprattutto i punti di vista su tematiche sociali attuali attraverso l’arte. Di lei colpiscono l’entusiasmo e la grande voglia di misurarsi sempre con nuove sfide. E’ attrice, scrittrice e presentatrice. Di recente, per non farsi mancare nulla, ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza.

Claudia, sei un’artista poliedrica, attrice e anche scrittrice. Come nascono queste tue passioni?

“Nascono dal bisogno interiore di esprimere la mia emotività. Mi sono accorta che quando recito mi sento davvero felice, riesco a liberare la mia anima attraverso l’immaginazione. E mi affascina poter essere sempre una persona diversa. Poiché il mondo della recitazione e’ molto difficile e spesso non dipende da te se puoi o meno lavorare… ho trovato un altro modo, questa volta indipendente, per esprimermi, la scrittura. Scrivo per raccontare la vita e i suoi centomila (ris)volti. Mi piace partire dalla realtà per poi intraprendere i più disparati sentieri fantastici”.

Essendo nata a Cassino, come è avvenuto il tuo approdo a Roma? Cosa hai fatto non appena hai messo piede nella Capitale?

“All’inizio mi sentivo come un pesciolino nell’oceano. L’oceano è il suo habitat ma il pesciolino è molto piccolo. Roma è una città che offre molto, è sicuramente fonte di ispirazione per la sua ‘grande bellezza’, ma è anche piena di problemi e disfunzionalità”.

Dal tuo arrivo a Roma cosa è cambiato?

“Amo questa città che mi ha adottato e mi sta insegnando a vivere. Oggi mi sento a casa, ho tanti amici e mi permette di avere una vita culturalmente ricca”.

Sei una scrittrice. Dopo il tuo romanzo d’amore “Soffi Vitali. Quando il cuore ricomincia a battere”, hai pubblicato per Armando Curcio Editore “Il vino e le rose. L’eterna sfida tra il bene e il male” che affronta tematiche importanti.

“Il libro parla della storia di tre donne moderne che dall’infanzia alla maturità si confrontano sugli eventi della loro vita. I dialoghi dei protagonisti sono il pretesto per investigare sui dilemmi esistenziali, il senso della vita, la presenza del male sulla terra, l’esistenza di Dio, ma anche problemi molto comuni come la scomparsa di persone care, la tossicodipendenza, la fine di un grande amore, la precarietà sul lavoro. Un fuori programma che tuttavia non ho potuto tralasciare un focus sul fenomeno Isis”.

Stai girando due film che usciranno nelle sale nel 2018; che ruoli stai interpretando?

“Nel film ‘La Casalese’ di Antonella D’Agostino sono Cinzia, l’amante del boss della camorra Don Mimì (il bravissimo Vincenzo Soriano). In ’2 e mezzo’ di Riccardo Ferrero sono Elena, una giovane laureata in archeologia che però, non trovando altro impiego, lavora come giostraia”.

A teatro invece?

“Questa estate ho avuto l’onore di prendere parte per il terzo anno consecutivo allo spettacolo ‘Eros Italiano’ di Valeria Paniccia accanto a Vincenzo Bocciarelli, Mariano Rigillo e Cicci Rossini. Attualmente affianco Valerio Massimo Manfredi in un unreading teatrale tratto dalle pagine più suggestive del suo best-seller ‘Ulisse. Ritorno ad Itaca’. Ho il privilegio di interpretare i personaggi femminili, le sirene, l’ammaliante Maga Circe, la dolce Nausicaa, ma soprattutto l’astuta e fedele Penelope”.

Sei laureata in Giurisprudenza. Perché questa scelta? Credi nella giustizia?

“Credo nei valori. Ho iniziato a studiare giurisprudenza perché volevo contribuire a cambiare il mondo punendo i colpevoli e eliminando le disuguaglianze sociali. Mi sono laureata ma mi sono resa conto che non ne sarei stata in grado di lavorare nei tribunali. Sono troppo sensibile e ‘vibro’ come le corde di una chitarra. Mi sento bene davvero solo comunicando emozioni”.

Come vivi le tue giornate?

“Quando non lavoro, studio, mi preparo per i provini, leggo e scrivo. Ho bisogno spesso di riposare in me stessa per poter avere consapevolezza sui miei limiti e cercare di superarli. Poi amo anche stare in compagnia, conoscere il mondo attraverso le persone che, come me, lo abitano”.

Sogno nel cassetto?

“Non è retorica, il mio vero grande sogno è vivere in un mondo dove si respiri armonia e regni l’amore. Dove ci sia rispetto per il prossimo. Dove i giovani abbiano ancora speranze, vedano un futuro da costruire. Dove nascano bambini sani e sereni, immensa risorsa dell’umanità. Dove la tecnocrazia sia sconfitta dall’umanità”.

Essendo trapiantata qui, c’è un luogo di Roma che hai imparato ad amare particolarmente?

“Amo particolarmente Borgo Pio. Ci sono ancora le botteghe degli artigiani, risorsa che sta scomparendo e che invece è la forza del nostro Paese. Le tradizioni, la cultura, il Made in Italy dovrebbero essere tutelati e sostenuti”.

Ti abbiamo vista in trasmissioni televisive come Tgtg su Tv2000

“Cerco di far sentire la voce dei giovani che è troppo poco considerata… altra risorsa da sfruttare”.

I tuoi maestri?

“Ce ne sono tanti. Quelli che porto nel cuore? Giancarlo Giannini, Vincenzo Bocciarelli, Mariano Rigillo, Gisella Burinato. Per i giovani è importante avere punti di riferimento, guide che ci possano consigliare e da cui imparare”.

In televisione cosa guardi in genere?

“Film della mia collezione. Amo scegliere i dvd in base all’istinto, la scelta non è mai casuale. Ora è il periodo di Kubrick. ‘Eye wide shut’ mi ha rapito i pensieri ma anche ‘Lolita’, ‘Barry Lyndon’, ‘Arancia meccanica’”.

Facciamo un gioco. Ci incontriamo tra dieci anni per un’intervista, cosa mi racconterai di te?

“Di essere una donna soddisfatta e felice, che sappia apprezzare le piccole grandi meraviglie della vita. Non importa dove, non importa come”.

Su cosa stai lavorando attualmente? Progetti a breve termine?

“Sto presentando ‘Il vino e le rose’ nelle nostre bellissime città italiane. A Roma ne ho fatte tre e sto organizzando la quarta. Inoltre sto leggendo due sceneggiature, due progetti legati al sociale”.

CHI E’ CLAUDIA CONTE

E’ nata a Cassino il 19 marzo del 1992. E’ una Pesci con ascendente Vergine. Un bel carattere e una bella determinazione. La sua squadra del cuore è la Lazio. Ama la buona cucina napoletana e adora viaggiare per lavoro. Vive a Roma, città della quale è innamorata profondamente. E’ Attrice e scrittrice. Ha conseguito la maturità presso il Liceo Classico “N. Turriziani” di Frosinone e il diploma teatrale presso la scuola “Il Teatro Dell’Appeso” di Amedeo Di Sora. Ha seguito corsi tenuti da Giancarlo Giannini, Mirella Bordoni (Metodo Costa), Eljana Popova (Metodo Stanislavskij), Gisella Burinato (CIAPA). Nonostante la giovane età ha alle spalle tournée teatrali con testi classici (Aristofane, Goldoni, Cechov, Shakespeare, Dino Campana) e teatro sacro. Recentemente protagonista femminile dei recital di Vincenzo Bocciarelli “Solo l’Amore resta”, “Shakespear’s Dream” e “Vita di Francesco”, dello spettacolo “Eros Italiano” di Mariano Rigillo e di “Comizio d’amore” di Marcello Veneziani. Attualmente affianca sulla scena Valerio Massimo Manfredi nello spettacolo tratto dal suo best-seller “Ulisse. Il mio nome è Nessuno”. Ha preso parte a fiction televisive (“Don Matteo”, “Conviventi in affitto”, “Gioventù Sballata”) e film per il cinema (“Le ali dell’angelo”, “Un’estate da leoni”, “Loro” regia di Paolo Sorrentino, “La Casalese”, “2 e mezzo”, “Psychomentary”) Appassionata di scrittura poetica, ha pubblicato la silloge “Frammenti rubati al Destino”, per l’editore Galassia Arte. Nel giugno 2014 pubblica il suo primo romanzo “Soffi Vitali. Quando il cuore ricomincia a battere”. Premiata a Villa Sarsina con Antonio Lubrano e Filippo Laporta. È l’autrice più giovane ad aver presentato un’opera al Salone Internazionale del libro di Torino. Lo scorso dicembre ha ricevuto il prestigioso Premio in Campidoglio “Oscar dei Giovani” per il suo poliedrico impegno in campo culturale, all’interno della “Giornata d’Europa”. E sempre lo scorso anno ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza. Nel maggio di quest’anno ha pubblicato per Armando Curcio Editore il saggio-romanzo “Il vino e le rose. L’eterna sfida tra il bene e il male” ed è attualmente impegnata in un tour di presentazioni. Collabora alla realizzazione di svariati progetti artistici. Presentatrice di eventi (“Mister Italia”, “Il Più bello d’Italia”, “Il Microfono d’oro”) e di programmi televisivi (“Live in Rome” sul Festival del Cinema di Roma). Ospite in trasmissioni televisive (“Terza Pagina” su Rai3, “TgTg” su TV2000, “Cuochi e fiamme” su LA7) e radio, giurata e madrina di eventi.

www.claudiaconte.com



more No Comments dicembre 11 2017 at 10:42


Giulia Montanarini: Ritorno al cinema per la bella attrice in “Una semplice verità”

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di Andrea Nobile

Ritorno sul set per la bella attrice Giulia Montanarini, diretta dalla regista campana Cinzia Mirabella, in un ruolo inedito quello di una donna lesbica che viene ripudiata dal padre per la sua scelta quella di vivere con la propria amata. Una storia intensa, una prova d’attrice per la Montanarini forte e matura. La storia si svolge sull’isola d’Ischia, indicata come località di provincia, dove un uomo è invitato a presentarsi al distretto di Polizia per essere ascoltato come persona informata dei fatti in seguito ad una denuncia a suo carico. A denunciarlo è stata la figlia, una donna di 35 anni, malmenata da quest’ultimo e dal fratello di lei dopo aver rivelato che la persona con la quale era andata a convivere era in realtà una donna. Ad interrogare il padre violento ed intollerante è un commissario donna che metterà sotto torchio nel corso dell’audizione nel suo ufficio, prima lui e poi la donna stessa. E nel gioco delle rivelazioni filmiche, a sorpresa esplode una nuova verità nascosta, come atto liberatorio, al cospetto di un società che preferisce continuare ad essere cieca e sorda, e che vorrebbe impedire attraverso lo sterile pregiudizio di far vivere un amore puro, a due persone dello stesso sesso. Nel cast del film oltre alla stessa Mirabella, nel ruolo della commissaria, che da oltre trent’anni è sulle scene teatrali e televisive (“La Squadra”, “Un Posto al Sole”), compaiono nomi importanti nel panorama artistico nazionale, come l’attore, commediografo e regista Pietro Da Silva (nel ruolo del padre) e Giovanni Allocca (“Gomorra, la serie”). Nel ruolo di Maria, la protagonista, è l’attrice Romana Giulia Montanarini, incontriamola per farci raccontare l’esperienza sul set.

Un gradito ritorno sul grande schermo come è stato ritornare a recitare su un set?

“L’emozione è quella dei vent’anni, però con la consapevolezza e l’esperienza di una donna professionalmente più matura”.

Sei la protagonista Maria, una ragazza lesbica che viene malmenata dal Padre ci puoi raccontare di più, del tuo ruolo?

“Maria è una donna, e sottolineo donna, che ha 32 anni, prende serenamente consapevolezza della sua omosessualità scontrandosi contro i pregiudizi che sono talmente radicati nella nostra cultura da coinvolgere addirittura i suoi affetti più cari”.

Come è stato il set, come ti sei sentita ad essere diretta da una regista donna?

“Il set è stato meraviglioso, sereno e spensierato uno staff di veri professionisti, tra cui il direttore della fotografia Antonio Granbone, che merita la fama che lo precede. Mi ritengo particolarmente fortunata ad essere tornata sul set diretta da una regista come Cinzia Mirabella, la quale ha creduto da subito in me portandomi ad esternare le emozioni che lei voleva trasmettere con la sua sceneggiatura. Posso die che è una bravissima regista, precisa e attenta al dettaglio”.

Sei molto amata dal pubblico gay, molti ti vedono come un’icona come la vivi questa cosa è cosa pensi dei passi che sono fatti nel mondo gay dal punto di vista legislativo?

“Sono lusingata dal fatto che il mio personaggio pubblico sia apprezzato dal mondo gay, che forte della sua sensibilità mi vede come sono realmente. L’omosessualità è considerata da me una parte della nostra società che per troppo tempo è stata bistrattata; ma ritengo che i nostri legislatori non siano in grado ancora di intercettare le vere volontà degli omosessuali”.

Cosa pensi del fatto che in Italia non ci sia ancora una legge contro l’omofobia?

“Ci vorrebbe una legge contro l’omofobia perché è scandaloso, che ci siano ancora oggi degli atti gravissimi omofobi impuniti. Così come credo che vi è bisogno di una legge efficace contro il femminicidio. Come libera cittadina e come artista, sarò sempre dalla parte dei più deboli”.

Quanto è ancora importante parlare di certe tematiche al cinema?

“Il cinema come la televisione ha il ruolo di insegnare e far capire certe tematiche, sta poi allo spettatore saper recepire il messaggio nella maniera corretta”.

In questi anni ti sei dedicata tanto alla recitazione; dove lo vedi il tuo futuro artistico?

“Non faccio distinzione tra cinema, televisione o teatro. Questi anni che ho dedicato al teatro mi hanno fatto capire che la cosa più importante e recitare e donare emozioni al pubblico”.



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Augusto Fornari: L’arte di essere pigro

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Protagonista di film, fiction, prosa e cabaret è uno dei più eclettici uomini di spettacolo

di Mara Fux

È un personaggio divertente e molto bravo. Ha iniziato da giovanissimo. Scopriamolo attraverso questa bella intervista.

Passi dal ruolo di autore a quelle di attore o regista sia teatrale che cinematografico e televisivo: in realtà hai una preferenza? 

“Quello che preferisco è fare l’attore. Sono molto pigro e il mestiere dell’attore è un mestiere per pigri. Fosse per me farei solo quello. Fare l’autore e il regista è stato un ‘ripiego’. La difficoltà a trovare testi agli inizi del percorso lavorativo (‘carriera’ non mi piace) mi ha portato pian piano a scrivermeli da solo, a dirigerli da solo. Ma faccio molta fatica, ne farei volentieri a meno”.

Quanti anni avevi quando sei salito per la prima volta su un palcoscenico? 

“Avevo forse 12 o 13 anni. Palcoscenici parrocchiali, come nella migliore tradizione della provincia italiana”.

Avevi in mente dei modelli di attore ben precisi? 

“All’inizio non avevo un attore di riferimento. Avevo 6 o 7 anni e mi piaceva molto guardare i film, mi incantavo durante la cena perché entravo completamente nella storia, rimanevo a bocca aperta, tanto che mia madre mi doveva scuotere per farmi mangiare. Più tardi invece scoprii i grandi attori del cinema italiano tra cui Nino Manfredi che adoravo e che secondo me resta il più bravo, anche più di Volonté. L’ho detto! A teatro mi piaceva Proietti ma, devo dire, soprattutto Dario Fo. Sapevo “Mistero buffo” a memoria, tanto che lo recitai anche alla maturità”.

Hai frequentato varie scuole di formazione ma da quali Maestri senti di aver maggiormente appreso? 

“Ho imparato da tante persone. Ho cominciato con Alberto Fortuzzi, un bravissimo attore, regista, un Arlecchino che mi iniziò alla Commedia dell’Arte che resta il mio grande amore. Luciano Varano, un Pulcinella molto bravo col quale feci il mio primo spettacolo, m’ha insegnato il rispetto per la maschera. Ogni volta che uscivo di scena gettavo la maschera in terra perché avevo un cambio veloce: dopo avermi redarguito per 10 repliche mi diede uno schiaffone poco prima che entrassi in scena. Non ho mai più messo male una maschera. Poi Bepi Monai con l’Atelier de la Souris di Parigi con il quale ho lavorato per due anni, poi il laboratorio di Gigi Proietti con Virgilio Zernitz, Ennio Coltorti, Valter Lupo. Poi Ronconi, Peter Stein, poi Geraldine Baron dell’Actor’s Studio. Ci tengo a citarli tutti perché da ognuno ho appreso qualcosa di importante”.

Ricordi il primo ruolo “pagato”? 

“Sì. Il primo ruolo pagato fu nel ‘Pulcinella Orfeo per amore’ con il Gioco Teatro Comic di Roma, uno spettacolo di Commedia dell’Arte per la regia di Alberto Fortuzzi. Dove presi lo schiaffo per la maschera. Cinquantamila lire a replica. Ah, se m’avessero pagato anche i contributi”.

Il successo di fiction come “Il commissario Manara” o film come “Basilicata coast to coast” ti hanno dato maggiore visibilità: fa piacere essere riconosciuti per strada? 

“Essere riconosciuti può essere piacevole solo che io mi trovo in quello strano e imbarazzante limbo in cui la gente pensa ‘questo dove l’ho visto?’. Una volta un signore in una strada di Roma mi disse: ‘A te, te conosco, te conosco, sì. Tu c’hai una farmacia sulla Prenestina, vero?’”.

Il saper “anche” scrivere  o dirigere altri attori, pensi  possa essere un valore aggiunto alla tua professione? 

“Indubbiamente offre più opportunità di lavoro. Ho fatto regie anche d’opera, al Teatro Carlo Felice di Genova ed è un ambito che, al di là della mia passione per la lirica, non avrei mai potuto frequentare come interprete. Però credo che il fatto di scrivere e dirigere abbia limitato le mie possibilità d’attore. Dà un alone di ‘quello fa le cose sue’ e molti colleghi non ti pensano come qualcuno con cui collaborare. Ed è un peccato perché con Gianni Clementi per esempio, autore straordinario, ho fatto cose molto belle”.

Qual è il tuo testo cui sei più affezionato? 

“Il mio one man show, ‘Amnesie di un viaggiatore senza biglietto’. Fra le cose che ho scritto è quella che più mi rappresenta. Ha il giusto equilibrio fra risate e riflessioni. E’ uno spettacolo che reciterei tre volte al giorno, tutti i giorni. Quindi alla fine, se ci penso, non sono così pigro”.

La tua commedia “Finchè giudice non ci separi”, attualmente in tournée nazionale ed a Natale in cartellone al Teatro Vittoria di Roma, è diventata film per il cinema: ci sono altri progetti in vista? 

“’Finché giudice non ci separi’ è il testo che portiamo in scena quest’anno. Nasce al Teatro Golden, spazio nel quale ho lavorato in questi ultimi anni producendo più di dieci spettacoli. Alcuni di questi sono diventati film proprio come ‘Finché giudice non ci separi’ e l’imminente ‘La Casa di Famiglia’ che è la mia opera prima come regista al cinema e che è uscito nelle sale il 9 novembre. Vi recitano Stefano Fresi, Lino Guanciale, Matilde Gioli, Libero De Rienzo. Andate a vederlo. Fine dello spot”.

Se un ragazzino della scuola superiore ti chiedesse dei consigli per diventare attore, quale sarebbe il primo suggerimento che gli daresti?   

“Non do mai consigli per diventare attore. Posso solo dire di munirsi di pazienza perché per diventare un buon attore ci vogliono venti anni”.



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Franco Micalizzi: “Le chiamavano colonne sonore”

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La sua musica per film ha fatto da sottofondo sonoro alla vita di tante generazioni cinematografiche tra gli anni settanta e ottanta del novecento. Chi, anche tra i più giovani, non ha sentito almeno parlare di opere come “Lo chiamavano Trinità”, “L’ultima neve di primavera” o “Roma a mano armata”?

di Marisa Iacopino

Lui è Franco Micalizzi, tra i più straordinari compositori che il nostro Paese possa vantare, incontrato in occasione dell’uscita, per Viola Editrice, del libro autobiografico ‘Le chiamavano colonne sonore’.

Cosa ti ha spinto a scrivere un’autobiografia? 

“Ad un certo punto della vita ho sentito il bisogno di mettere ordine negli avvenimenti del mio passato:  quanti momenti speciali, quante emozioni che ogni tanto affioravano e mi riportavano il sapore di quel particolare momento. Ho sentito quindi il bisogno di ritrovare quei particolari avvenimenti e del come io li avevo percepiti. Spesso sono riaffiorati episodi che stavo forse per dimenticare”.

Tornare fisicamente nei luoghi della memoria reca più dolore che visitarli con le parole?

“Sì, talvolta sono tornato anche fisicamente su certi luoghi, ma l’emozione è stata troppo forte”.

A tuo dire, attraverso le fotografie si è in grado di recuperare odori, suoni, sensazioni… Le foto sono quindi come le madeleine per Proust, capaci di riportare in vita certi sapori del passato?

“Certo, le foto hanno un potere grande per me. Quell’attimo immortalato contiene molto di più di quello che si vede, e interi periodi riaffiorano. E poi la grana di una vecchia foto ti dà davvero la sensazione di rivivere quel tempo, tanto lontano rispetto alle foto digitali, apparentemente così fedeli nella riproduzione”.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la musica sarebbe diventata la cosa preminente della tua vita?

“Lo racconto sempre:  mia madre quando ero molto piccolo non mi addormentava con le solite ninne nanne, ma cantando con grande sentimento i successi dell’epoca. E quelle canzoni così suggestive mi piacevano molto. In seguit, la musica era la cosa che mi attraeva di più, e verso i 12 anni ho iniziato a occuparmene e a studiarla. Per me non esiste cosa più affascinante, e la mia vita è, e sarà sempre, piena di musica”.

Tu affermi che se non avessi composto musica, forse avresti voluto scrivere. Credi che uno scrittore possa portare musica nelle sue narrazioni attraverso le parole?

“E’ vero, lo scrivere mi è sempre piaciuto (l’italiano era l’unica materia a scuola che mi fruttò persino un 9 pieno!), e ancora mi piace perché la parola contiene una sua musicalità. Comporre i periodi è come scrivere una melodia più intima di quella musicale che risuona nella nostra mente. Sì, io credo che uno scrittore debba essere a modo suo un po’ musicale”.

Leggendoti, sappiamo che tuo fratello nell’infanzia è vissuto a lungo lontano dalla famiglia per motivi di salute. Se fosse capitato a te di dover stare lontano da tua madre che, come ci racconti, ti cantava certe arie invece di ninne nanne, la tua vita avrebbe avuto lo stesso corso?

“No, non sarebbe stato uguale dal punto di vista della mia formazione e del mio carattere. Sì, la musica sarebbe comunque emersa dentro di me ma forse sarebbe stata diversa. Non crescere vicino a chi ti ha generato  e ti ama provoca sicuramente dolore, e tu ne risenti per tutta la vita”.

Tu dici che “gli scrittori, i musicisti e tutti gli artisti con le loro opere, anche dopo la scomparsa, riescono a emanare una fortissima energia che interagisce con il presente”. Sei perciò d’accordo con chi afferma che l’arte è il superamento dello stato fisico, e dunque della morte?

“Sì, l’arte è certamente un superamento della fisicità: qualcosa che sfugge alle regole della vita comune e quindi anche alla morte. Diciamo che è una parte della nostra anima che riesce a sopravviverci”.

Quentin Tarantino “ha sdoganato” il cinema di genere italiano, riconoscendogli valore artistico, e ha più volte utilizzato tuoi temi musicali in film famosi, uno per tutti “Django Unchained”. Oggi, grazie a questo riconoscimento americano, pellicole come ‘Lo chiamavano Trinità’ sono considerate film di culto. Cosa rimproveri agli italiani: un pregiudizio da intellettuali, da provinciali, o forse l’incapacità di saper ridere di sé e di condire la vita con una dose d’ironia? 

“Certamente devo essere grato a Tarantino per aver scelto la mia musica per alcuni suoi film e in particolare per il film ‘Django’. E’ anche vero che Trinità era già per il pubblico un film di culto. Sono passati ormai quasi 50 anni e viene continuamente riproposto. Certo Tarantino ha contribuito a dargli quel titolo di ‘classico’. Ma sai, nel nostro paese un certo snobismo da parte della cosiddetta classe intellettuale c’è sempre stata. Vedi, per esempio, Totò considerato da questi una figura non eccelsa, e che oggi viene invece ricordato e onorato come un ‘superclassico’”.

La tua, ‘una vita d’artista’. Rifaresti tutto daccapo?

“Certo che rifarei tutto daccapo. Non potrei fare diversamente. Io sono il mio destino”.



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Massimiliano Buzzanca: Che cinema la vita!

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di Mara Fux

È figlio d’arte e da suo padre ha ereditato il talento. Eppure, non aveva iniziato la sua vita professionale nelle vesti di attore…

Attore, regista e adesso anche scrittore: esprimersi artisticamente su più fronti è forse la strategia che hai adottato per recuperare venticinque anni di avvocatura nei tribunali.

“Fortunatamente non sono stati venticinque ma solo dieci, altrimenti oggi avrei quasi settant’anni, visto che sono quindici che faccio l’attore. In ogni caso, non la chiamerei strategia, piuttosto necessità di espressione. Anche raccontare personaggi, storie, che siano interpretati o scritti su carta, in qualche modo fanno parte dello stesso lavoro”.

Mai pentito di aver gettato via la toga? 

“Assolutamente no. Anzi, pentito di non averlo fatto prima semmai”.

Da un figlio d’arte come te ci si aspetterebbe, come primo libro, un bel memoriale di ricordi d’infanzia ed invece non solo hai scritto un bellissimo romanzo ma l’hai pure arricchito di quel giusto mix di intrigo e passione che potrebbero farlo divenire in breve tempo un autentico best seller. Con quale criterio hai scelto le tematiche da trattare? 

“È stato tutto molto naturale, molte cose raccontate fanno parte di esperienze avute quando ho fatto il militare, altre sono racconti di persone che ho avuto la fortuna di incontrare, altre ancora sono frutto di pura fantasia. Certo mi sono divertito a mischiarle tra loro e a condire il tutto con l’ironia che mi ha sempre accompagnato anche nei momenti meno divertenti della mia vita. Poi ci sono considerazioni personali su alcuni temi trattati, senza voler dare un giudizio né, tantomeno, pretendere di insegnare qualcosa, che vorrebbero essere solo spunti di riflessione per il lettore”.

Quanto c’è di Massimiliano in Simone Bianchi, il protagonista del tuo libro? 

“Molto, ma non tutto. Non so se sarei capace di affrontare proprio tutto ciò che Simone affronta nelle pagine del libro, in alcuni casi, forse, Massimiliano se la darebbe a gambe levate”.

E’ vero che la cosa più difficile per chi scrive un romanzo è inserire la parola “fine”? 

“Infatti io non l’ho scritta. A parte gli scherzi, la tentazione è quella di aggiungere storie su storie e capitoli su capitoli. Nel mio caso, però, forse perché abituato a scrivere sceneggiature, sono arrivato alla conclusione in maniera alquanto naturale”.

“Che cinema la vita” titolo del romanzo edito da Male Edizioni è una strizzatina d’occhio dettata dal marketing che rimanda alla tua passione principale. Come mai non hai intrapreso la carriera di attore fin da giovanissimo? 

“Avevo un debito d’onore nei confronti dei miei genitori. Mia madre aveva sempre sognato di avere un figlio laureato e con un lavoro o da avvocato o da medico e, visto che mio fratello ha pensato legittimamente bene, a diciotto anni di andare in giro per il mondo a disegnare e vendere gioielli, io mi sono ritrovato in dovere se non altro di conseguire una laurea e di dimostrare loro di non essere il classico figlio di papà che vive del riflesso del lavoro dei propri genitori”.

Quanta emozione hai provato nel salire sul palcoscenico da professionista? 

“Nell’attimo precedente al debutto assoluto pensavo di non farcela, poi mi sono sentito a mio agio, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, o meglio, come se fossi nato per fare quello che stavo facendo. In effetti credo di essere a mio agio sul palcoscenico e non nella vita reale”.

In teatro il pubblico ha mostrato molte volte di apprezzarti e al cinema nel solo 2017 si contano almeno quattro titoli di nuova uscita con il tuo nome ben in evidenza ma un ruolo da protagonista stenta ancora ad arrivare. Il cognome che porti non agevola la via del successo

“Purtroppo no. Papà, tra il serio ed il faceto, dice sempre che devo aspettare la sua morte per avere il successo che secondo lui merito, ed io gli rispondo che quando lui morirà io avrò almeno settant’anni e sarò troppo vecchio per fare il protagonista”.

Stai già pensando ad un secondo libro? 

“In realtà sto pensando al seguito di questo libro e in più sto preparando una serie di romanzi dai quali sto cercando di trarre una serie televisiva che si chiamerà ‘L’Albino”, una sorta di criminal, con tanto di profiler”.

Ci sono in vista spettacoli teatrali in cui reciterai o stai concentrandoti sulla distribuzione del libro? 

Non riesco a stare fermo, sto preparando uno spettacolo per il prossimo inverno, che dovrebbe essere il mio primo spettacolo ‘in solitario’ il cui titolo provvisorio è ‘Massimiliano Buzzanca ai domiciliari’, poi sto cercando di parlare con un famoso regista di musical per cercare di rimettere in piedi la commedia musicale citata prima”.



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