Gianmarco Vettori: “Recitare mi ha dato una felicità indescrivibile”

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di Mara Fux

Era tredicenne quando ha avuto la folgorazione per il teatro. Tutto nacque a scuola… pur giovanissimo, ha alle spalle ha già importanti esperienze artistice.

Quando ti è venuta la bizzarra idea di darti al teatro?  

“A scuola, quando mi è stata proposta la frequenza di un laboratorio teatrale in alternativa a due ore di letteratura italiana. Mi ha dato idea che ci stava, che poteva essere una cosa buona integrare il programma di letteratura italiana avvicinandosi alla letteratura teatrale. Quindi mi sono iscritto e alla fine dell’anno mi sono ritrovato ad interpretare ‘Novecento’ di Alessandro Barricco, scoprendo, nel salire sul palcoscenico, cosa fosse veramente il teatro; teatro che da quel momento mi ha cambiato la vita donandomi una felicità così grande e indescrivibile che oggi mi impegno per ridargliela tutta a mia volta, a questa meravigliosa arte. Tutto questo è successo dieci anni fa”.

Quindi avevi 13 anni? 

“Esattamente, da lì ho iniziato a fare tutti i corsi ed i laboratori possibili, non vedevo l’ora di finire le lezioni scolastiche per scappare in teatro”.

E i tuoi genitori come l’hanno presa? 

“All’inizio non bene, ad esser sinceri, ma solo perché non capivano che facessi ore e ore fuori casa, lasciando da parte quelle attività da ragazzi che tutti i miei coetanei facevano. Ma come facevo a spiegarglielo? Nell’avvicinarmi al palcoscenico provavo una sensazione intangibile ma al tempo stesso di estrema concretezza. Questa arte ogni volta che le vado vicino mi accende di un’emozione grandissima che posso immaginare solo che sia la stessa che provi un sacerdote ogni volta che vedendo la croce rinnova la sua chiamata”.

Cosa è scattato poi in loro, visto che oggi ti sostengono a pieno? 

“Sicuramente quando hanno assistito a Novecento hanno capito il perché di tutto il mio impegno e mi hanno considerato in una luce diversa; probabilmente non hanno più visto il figlio ma qualcosa di nuovo e finalmente hanno capito. Poi la prova del nove sul mio percorso l’hanno avuta quando, uscito da scuola, mi sono iscritto al Centro Artistico Internazionale ‘Il Girasole’ dove mi sono diplomato dopo tre anni”.

Quale è stato il primo spettacolo interpretato successivamente? 

“E’ stato un testo di Gianni Clementi e da lui stesso diretto ‘Romeo l’ultrà e Giulietta l’irriducibile’, in cui interpretavo Mercuzio”.

Tanti giovani attori tutti assieme con la stessa voglia di emergere: come ti sei rapportato con loro? 

“E’ andata bene, anche al di sopra delle mie stesse aspettative. Col gruppo si è creata subito una forte coesione e per quanto riguarda il rapporto mio individuale col mio personaggio ho potuto mettere in pratica tutto quello che avevo studiato ed assimilato. Da quello spettacolo stanno succedendo tante cose, sto avendo tanti incontri con tanti registi che hanno visto e apprezzato la mia interpretazione di Mercuzio, il che premia il lavoro meticoloso che ho fatto sulla costruzione del personaggio che ha goduto anche di una sua specifica fisicità. Mi sono molto divertito ad interpretarlo e credo che questa sia la prima soddisfazione di un attore: divertirsi perché è il mestiere più bello del mondo”.

Lo vedi come un mestiere? 

“Bisognerebbe intavolare un discorso per spiegare il termine mestiere e quello professione. Sì è il mio mestiere ed anche la mia professione nel senso che è così che io timbro il mio cartellino anche se in realtà per farlo non mi limito al gesto della timbratura ma studio di continuo per poter ogni giorno progredire e crescere per poter dare il meglio”.

Progetti futuri? 

“Sì, tante cose si stanno muovendo, tante energie di questo cosmo in cui io credo fortemente e che presto si canalizzeranno concretizzando progetti sia nel cinema che in teatro”.

Qualche rimpianto? 

“No perché questa grande arte mi ha dato e mi da tanta gioia ogni volta che ci incontriamo. In qualche modo mi ha catturato facendomi subito innamorare di lei per cui io sento di non aver vissuto la mia adolescenza come un adolescente qualunque perché vivevo quell’età in modo diverso, leggevo in modo diverso, guardavo film scegliendoli in modo diverso rispetto a tutti i miei compagni. Andare in discoteca, lo facevo come anche andare a mangiare una pizza ma queste cose a me non davano la stessa gioia che mi dava assistere ad una rappresentazione teatrale. Magari quello che dico può far pensare che io ne provi rimpianto ma non è così; ho avuto la fortuna di incontrare a 13 anni la mia vocazione, quello che ero chiamato a fare dalla vita il che è davvero una fortuna perché purtroppo non tutti nella vita riescono a sviluppare quanto veramente vorrebbero”.



more No Comments giugno 6 2018 at 14:26


Spero Bongiolatti: Trentasei concerti in tutto il mondo

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di Alessia Bimonte

Trentasei concerti in quattro mesi, una media di 2 live a settimana, e più di 1500 spettatori a spettacolo. Questi sono i numeri della tournée internazionale del Tenore Spero Bongiolatti che si è appena conclusa. Una tournée che ha toccato, tra dicembre ad aprile, il centro America, i Caraibi Francesi e quelli Inglesi (Martinique, Guadalupe, Barbados, Aruba, Antigua, Bonaire, Grenada, Curaçao, Santa Lucia, ecc.).

Bongiolatti si è esibito in repertorio popolare e internazionale classico che spazia tra arie d’Opera di Gioacchino Rossini, Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini, passando dall’Operetta di Franz Lehar, Romanze da Camera tra Schubert e Leoncavallo, arrivando ai giorni nostri con Caruso di Lucio Dalla, Ennio Morricone, Nicola Piovani con le migliori colonne sonore (Nuovo Cinema Paradiso, C’era una volta in America, La Vita è bella). Ma anche con proprie canzoni perché Bongiolatti è anche cantautore e con il suo brano “Sei” – composto per la moglie – ha avuto un successo personale di critica e pubblico davvero incredibile. Insomma un vero proprio excursus musicale dall’800 ai giorni nostri nella Voce del Tenore Bel Cantista.

“Ho constatato che in luoghi così lontani dal nostro Paese il bel canto italiano entusiasma e anima il pubblico in modo davvero energico e positivo”, spiega appena rientrato in Italia. “Sogno e sogno anche ad occhi aperti. E sono certo di poter dire che se ci credi fermamente e con tutto il tuo cuore di poter vivere i tuoi sogni, i sogni si possono avverare. Se ripenso a questo periodo Oltreoceano le emozioni che ho provato sul palcoscenico ogni sera sono state indescrivibili. Uno dei momenti più belli, prima di finire il live, ancora prima del bis abbassando il capo per ringraziare il pubblico, quando lo rialzavo vedevo tutto il teatro che si alzava in piedi per tributarmi una standing ovation. Che meraviglia quell’istante.

Ogni sera era una magia, una sinergia nuova con il pubblico in sala. La mia passata esperienza a teatro mi ha aiutato molto in questo. Perché a volte il Tenore tende ad essere visto come serio e ascoltato con troppa severità e solo da un pubblico di nicchia. In questa tournée invece sono riuscito a dare un tocco di novità e freschezza ad un pubblico sempre diverso con un repertorio Popolare, ma anche classico e più impegnato. Quando cantavo avvertivo che la gente in sala si apriva e si lasciava trasportare dal mio canto, dal mio modo di essere uomo e artista. Così ho potuto far uscire la mia personalità. E questo deve aver colpito le persone che non sono abituate ad interagire con artisti classici. A fine spettacolo sono venuti in molti dietro le quinte a dirmi grazie perché non avevano mai ascoltato la lirica e per chiedermi qualche consiglio su cosa ascoltare una volta tornati a casa. Questa è davvero una grande conquista personale perché riuscire a portare nel mondo il mio modo di concepire il ‘bel canto’ è il maggior successo per me. Il bel canto dell’Ottocento che si può adattare anche alla canzone contemporanea. Questo è sempre stato il mio sogno che ora finalmente si sta avverando. Questa lunghissima serie di concerti in America mi ha confermato che il modo di cantare cosiddetto Lirico o Operistico non è antico. Anzi piace a grandi e piccoli, ma deve poter emozionare e per poter emozionare bisogna che il Tenore si emozioni. Riuscire ad emozionarsi mentre si canta è la cosa più difficile da fare, ma quando si riesce allora quel momento diventa magia. Io continuo a studiare ogni giorno perché come diceva Luciano Pavarotti non bisogna mai smettere di essere studenti. Ma soprattutto mi metto in gioco ogni giorno con tanta umiltà e impegno. E posso dire con fermezza di essere grato alla vita e a Dio per tutto questo”.



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Simone Lombardo: Redattore della TV che parla al cuore

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Lavora per TV2000 e nello specifico per la trasmissione “Siamo Noi”, un contenitore dove vengono trattati temi sociali e di solidarietà e dove si raccontano storie intense e appassionanti.  L’obiettivo è porsi al servizio di un mondo migliore

di Simone Mori

Simone e la sua redazione mi hanno contattato qualche tempo fa per raccontare la mia storia. È nata così la conoscenza con il signor Lombardo, lo chiamo così per non confonderci. Quando sono arrivato nella tv dove lavora, ho scoperto quello che immaginavo: un ragazzo acqua e sapone, vivace, estroverso, pieno di idee e capace in pochi istanti di mettere le persone a proprio agio. E’ giovane e volenteroso, un vulcano e un prezioso essere umano. Eccolo qui nelle pagine di GP Magazine.

Come nasce la tua passione per la tv?

“Da piccolo sono sempre stato innamorato della tv e così insieme alla famiglia ci mettevamo davanti la tv a vedere i programmi. C’era quello che forse oggi non c’è più: un potere aggregante. Mentre vedevo i programmi di Bonolis o Frizzi, ad esempio, sognavo il mondo che c’era dietro. Chissà quante persone ci saranno dietro. Insomma era come un’attrazione fatale e già alle scuole elementari quando mi si chiedeva a cosa volessi fare da grande non rispondevo mai il medico, l’avvocato o cose simili, ma lavorare in tv. Con il passare del tempo ho coltivato queste passioni e devo ringraziare mio nonno che è anche il mio mentore. Lui ha sempre amato stare con le persone ascoltandole e raccontando storie e barzellette ed io credo di aver assorbito molto da lui queste sue qualità. Amo fare stare bene le persone, farle sorridere. Il sorriso è gratis e bisogna elargirlo”.

Il tuo essere positivo ti ha aiutato nella vita, allora?

“Moltissimo. Attraverso gli alti e i bassi della vita ho compreso me stesso ed ho imparato ad essere gioviale. Se tutti riuscissimo a cogliere il meglio dagli altri e non sempre soffermandoci invece nella ricerca dei difetti, il mondo sarebbe un posto più bello. Ricordo la frase di un professore di filosofia: ‘La vita è un continuo divenire’. Ed è la verità”.

E l’arrivo in tv come è avvenuto?

“Prima c’è stata la radio: una grande scuola e poi ho iniziato a fare uno stage a TV2000 e da lì è partita una grande avventura che dura ancora oggi. Nel frattempo però tra lo stage e l’arrivo stabile a TV2000 ho fatto mille cose diverse: accademie, corsi e cose simili, anche per capire se era davvero quello che volevo”.

Ed era quello che volevi?

“Sì lo era, anzi lo è. Una settimana prima dell partenza prevista con la mia fidanzata per Londra, mi è arrivata la chiamata per un colloquio a TV2000 ed ho iniziato questa esperienza che dura da più di 3 anni ed ho conosciuto persone straordinarie come il direttore Paolo Ruffini. L’arrivo alla trasmissione pomeridiana ‘Siamo Noi’ mi ha cambiato molto. Un gruppo di lavoro straordinario anche al di fuori della sfera lavorativa. Ho scoperto che è possibile cambiare con piccoli gesti la vita di molte persone e la mission della trasmissione è quella: porsi al servizio di un mondo migliore”.

Ami raccontare l’Italia. È questa la vera arma vincente della trasmissione dove lavori insieme al tuo gruppo?

“Massimiliano Niccoli e Gabriella Facondo, i conduttori del programma, sono due persone straordinarie che si amalgamano ottimamente. Ognuno di loro da qualcosa al programma e questo contribuisce alla grande armonia e voglia di fare. Io da due anni vado in diretta nel programma e mi occupo anche dei social. Lo scorso anno ad esempio avevamo uno spazio sulla memoria. Ricordavamo un evento e se ne parlava. La storia insegna, la storia deve essere pane quotidiano. Questo poi essere tramite tra il pubblico e la trasmissione mi inorgoglisce. Si avvicina molto al mio spirito di condivisione. Leggere messaggi, email, sms e dare le notizie è bello , ma voglio ancora imparare ed ho l’opportunità di farlo con Dario Quarta, una delle persone più importanti nella mia crescita professionale. Ti confesso una cosa: appena arrivo in trasmissione lascio i problemi e la tristezza fuori e lo faccio in maniera naturale. Questo per me è bellissimo”.

Hai incontrato tanta gente in questi anni. Ogni giorno ospiti diversi: qualche ricordo particolare?

“Tantissimi. Dall’imprenditore che ha abbandonato la sua attività per andare a vivere una vita diversissima, a persone che hanno assunto dei disoccupati con una semplicità e con una normalità che dovrebbe essere la regola e non l’eccezione. Poi le persone con disabilità che hanno avuto la forza di aiutare il prossimo e di non mettersi da parte. Se poi dovessi citare una cosa mia, un po’ bizzarra se vogliamo, è quando sono venute tre persone in pellegrinaggio dall’Alto Adige con i lama e sono passati dopo l’udienza dal Santo Padre nel piazzale di Tv2000. Intervistarli è stato bello e comico allo stesso tempo perché temevo che i lama potessero giocarmi qualche brutto scherzo. (ride) In ogni caso raccontare la faccia di mondo bella, fatta di brave persone, solidali, oneste, gentili è il must della nostra trasmissione. In poche parole quello che mi ha dato questa trasmissione è la consapevolezza di avere tanta forza dalle storie che raccontiamo. E credo che a casa questo messaggio passi e arrivi. Parliamo spesso di immigrazione anche con approccio diverso: persone che sono venute in Italia e che hanno creato imprese e lavoro. Hanno dato loro la possibilità agli altri e questo deve essere raccontato. Ad esempio, qualche tempo fa è venuto un signore persiano che doveva rimanere in Italia solo qualche giorno; invece ha aperto un locale di cucina fusion a Palermo e lì le persone si confrontano e parlano senza pregiudizi”.

Simone è un fiume in piena, racconta e racconta e poi racconta tantissime sue esperienze e lo fa con naturalezza e dolcezza, con pacatezza e quell’entusiasmo verso il mondo che farebbe bene insegnare già all’asilo. Lo spazio è quello che è, ma vi consiglio di mettere spesso TV2000 e guardarlo nella trasmissione “Siamo Noi”.



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Renzo Mario de Ambrogi: “Mille vite in una sola”

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La sua è stata una vita “movimentata” e ricca di avvenimenti. E’ stato direttore generale per la creazione del settore profumo per il gruppo Gucci e successivamente direttore generale internazionale della Gucci Accessory Collection

di Marisa Iacopino

Ha trascorso la vita tra i profumi e il mondo della moda, ricoprendo incarichi influenti in aziende che gli hanno conferito fama e prestigio. Ambizioso ed eterno sognatore, ha sempre osservato il cielo inseguendo un sogno: diventare il numero uno. Oggi continua a guardare in alto, con lo sguardo fiero del bambino che ce l’ha fatta. Si è raccontato in un libro che ha il sapore di un romanzo. “Mille vite in una sola”, autobiografia di Renzo Mario de Ambrogi, uscito per Viola Editrice.

Partiamo dalla fanciullezza. Tu, giovane balilla, presto ti accorgi che “la guerra non è più un ideale, ma un carro pieno di pezzi di corpi”.

“E’ vero. In quel periodo, siamo nel 1940, nelle scuole ci insegnavano che inglesi e francesi erano i nostri nemici. Noi tutti ci sentivamo “italiani” con uno spirito patriottico che solo chi è vissuto in quell’atmosfera potrebbe capire. Ben presto, però, ci accorgemmo che il grande sogno di conquiste svaniva giornalmente, e la nostra convinta italianità divenne ‘sofferenza, fame distruzione delusione e morte’. Ci si confondevano le idee: i nostri amici tedeschi invasero il paese trattandoci ferocemente, con deportazioni e uccidendo senza pietà. Quelli che invece sembravano i nostri ultimi nemici, gli americani, si mostrarono subito i migliori amici, e solo grazie a loro fummo liberati da una logorante guerra”.

Un leit motiv che, fin da ragazzino, ti ripeti è: “io non ho paura”. Davvero non avevi paura?

“Non puoi avere paura quando sei riuscito a sopravvivere in un inferno indescrivibile, in un’infanzia in cui non vi era certezza di arrivare a sera.Oltre quattro anni di bombardamenti, macerie e morti ovunque, il passaggio del fronte, e alcuni compagni di scuola fucilati perché ebrei… Come si può pensare di avere paura? Ero ancora un bambino. I nazisti non tenevano conto dell’età. Venni catturato e fatto salire su di un camion delle SS insieme ad altri uomini, ma grazie alla mia agilità riuscii a scavalcare le spallette del camion e fuggire tra le grida di un militare che mi intimava un halt halt…”.

Fu con gli americani la tua prima esperienza lavorativa.

“Sì. Entrai a far parte del US Military Army al Depot E2L76 di Tirrenia, divenuto successivamente Camp Derby, ma la mia passione era di fare il giornalista e così fu. Divenni Corrispondente della Stampa Internazionale (Associated Press), e dopo circa due anni lasciai tale incarico entrando nel settore della cosmesi e dei profumi francesi”.

Il profumo ti mette in contatto con una delle Case di Moda italiana tra le più importanti al mondo.

“A seguito della mia esperienza e affermazione nel mondo dei profumi di lusso, venni chiamato dalla Gucci dove mi fu affidata la direzione generale per la creazione del settore profumo dello stesso gruppo. Conclusa brillantemente questa operazione, venni passato alla moda: Gucci Accessory Collection, assumendo la direzione generale internazionale. Un mondo affascinante, fino ad allora sconosciuto, che mi diede la forza per un impegno che mi avrebbe portato in vetta alla più grande Griffe della moda mondiale”.

Un ricordo di Aldo Gucci? 

“Quando mi telefonò da New York dove risiedeva, chiedendo di potermi incontrare per parlarmi dell’idea di creare un profumo con il loro nome, non provai molto interesse. Ma al primo incontro, valutai in Aldo Gucci un carisma eccezionale.  Di uomini così ne nasce uno ogni cento anni”.

La famiglia Gucci a un certo punto si sfalda in una faida che li porta ad autodistruggersi. Quale è stata la lezione appresa da quell’esperienza?

“Il tramonto della più prestigiosa ‘famiglia fiorentina’, e non il nome Gucci, avvenne per un’assurda guerra tra cugini per la conquista della poltrona presidenziale. Una guerra ben nota in tutto il mondo, senza esclusione di colpi, che fece parlare media e tv di ogni continente. E’ stata una triste esperienza, perché proprio a me venne affidato il delicato compito di seguirla al fianco di decine di legali che ci rappresentavano. Ma l’impossibilità di risolverla era evidente: una parte aveva il 47 per cento delle azioni e l’altra parte il 53 per cento. L’uccisione di Maurizio Gucci completò l’autodistruzione”.

Quanto ha contato l’amore nella tua vita? 

“Mia moglie Rosanna mi è sempre stata di grande aiuto, poiché capiva i massicci impegni internazionali che mi portavano in alcuni periodi nei cinque continenti. In fondo, lavoravo per il bene di tutti noi”.

Quale città del mondo ha significato di più nella tua vita?

“New York Tokyo Sidney Pechino Hong Kong e tante altre non rappresentavano una preferenza, mi sono sentito ‘cittadino del mondo’, ma quando il comandante dell’aereo in cui mi trovavo al ritorno in Italia annunciava la fatidica frase: ‘tra qualche minuto atterreremo all’aeroporto di…’, mi sentivo fiero di essere italiano!”.

“La mia luce è la luce di un’epoca, di una singolarità messa sempre a disposizione del noi. Noi, il Novecento, i capitani d’industria”, recita una pagina del suo libro, e lui, al timone di colossi industriali, è stato un grande capitano che ha saputo vivere “Mille vite in una sola”.



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Beppe Convertini: Tra cinema, teatro, tv e tante missioni umanitarie

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Nasce come modello ma da anni si sta facendo apprezzare come un bravo attore di fiction e in teatro. Al cinema è reduce da due film. Oltre ad una soddisfacente vita professionale, è molto impegnato anche nella solidarietà e nelle missioni umanitarie: lo scorso anno è stato in un campo profughi in Siria

di Alessia Bimonte

Nasce a Martina Franca il 20 luglio 1971 sotto il segno del cancro. Da buon pugliese adora le orecchiette con le cime di rapa. Nel tempo libero si dedica all’equitazione, gioca a tennis e beach volley. Adora leggere e viaggiare. Inizia la sua carriera professionale come modello, ma spazia poi tra radio, televisione, cinema e teatro. Tra le fiction più famose lo ricordiamo in “Vivere e Le tre rose di Eva”. Di recente al cinema con la commedia “Un figlio a tutti i costi” e il thriller “Le grida del silenzio”. In tournée teatrale con “Ricette d’amore”.

Parliamo di bellezza, che a te non manca. La tua carriera nel mondo dello spettacolo parte come modello. Quanto conta l’estetica? 

“La bellezza è molto soggettiva, io vado sempre alla ricerca del bello attorno a me, ma le imperfezioni sono affascinanti. Le rughe o i capelli brizzolati che ho, sono dei segni della vita che fanno parte di me, che in qualche modo mi rendono interessante. Oggi come da sempre non si può negare che il bello attrae, si è sempre alla ricerca del bello in ogni cosa, nella natura, nell’arte, nell’architettura. Con la crescita, si diventa maturi e ci si accorge che oltre alla bellezza estetica, acquista sempre maggior valore la bellezza interiore, quella dell’anima”.

Hai lavorato in televisione con serie di successo e al cinema. Quali sono i pregi e difetti del piccolo e del grande schermo?

“Il cinema è affascinante, ti dà l’opportunità di vivere grandi emozioni. È un mondo speciale. La televisione ha il vantaggio di essere vista da un pubblico più vasto, cosa che chi va al cinema sceglie di fare, mentre in tv magari facendo zapping si ritrova a vedere. Il cinema ha dalla sua parte il tempo in più, più ciak per gli attori e più tempo per creare e studiare il personaggio. Anche le fiction sono frutto di un lavoro accurato ma più rapido perché c’è la necessità di girare più puntate. Sono due mondi diversi, ma posso dire di amare il cinematografo perché ha la capacità di farti sognare, di distogliere la mente dalla tua quotidianità e immergerti nella storia che andrai a vedere”.

Rimaniamo sul cinema. Sei reduce dall’uscita di due film “Un figlio a tutti i costi” e “Le grida del silenzio” che ti vedono attore, ma con due ruoli differenti. Che personaggi sono? Ti ci rivedi?

“Non mi ci rivedo in nessuno dei due, sono lontani anni luce da me. Il primo si chiama Nettuno Tritone, un personaggio sui generis, surreale, un ‘inseminator’, un professionista eccentrico che offre la possibilità di avere un figlio alle coppie ultra quarantenni che lo vogliono a tutti i costi, e di sceglierne addirittura il colore della pelle e degli occhi. Una commedia divertente ma che fa riflettere, con il regista Fabio Gravina abbiamo fatto un lavoro preparatorio per creare questo personaggio ricco di sfaccettature. Il secondo film è un thriller, opera prima della regista Sasha Alessandra Carlesi in cui interpreto Maurizio, un bancario che si ritrova a vivere un’avventura imprevedibile alla ricerca di un gruppo di ragazzi dispersi in un bosco, scoprendo di avere in sé delle doti, anche di inventiva, che non credeva di avere”.

“Ricette d’amore” è il titolo della commedia teatrale che è in tour per l’Italia, anche qui il tuo è un personaggio particolare…

“Sì, siamo già stati in varie città italiane con questo spettacolo per la regia di Diego Ruiz. Qui sono una sorta di Casanova atipico che si ritrova dopo essere rimasto chiuso fuori casa, a contatto con quattro donne che sedurrà, ma si verranno a creare equivoci, strani contesti. È divertente perché il mio personaggio, nonostante sia un traditore seriale, riesce ad avere una relazione con ognuna, a conoscerne le diverse personalità e caratteristiche e in qualche modo ad aiutarle nel migliorare le proprie vite, facendo loro capire cosa c’è che non va”.

Oltre allo spettacolo, sei molto vicino al mondo della solidarietà e delle missioni umanitarie. Cosa vuol dire per un personaggio pubblico come te poter aiutare gli altri?

“Il punto di partenza, la spinta che mi ha fatto capire che bisogna dedicarsi agli altri sono stati due eventi importanti della mia vita: la perdita di mio padre per un tumore ai polmoni e la perdita di mio cugino. Nel periodo in cui mio padre stava male, aveva delle metastasi mi hanno colpito due cose, la forza di mia madre che per 7 mesi non ha dormito per assistere 24 ore al giorno mio padre e alcuni medici volontari che venivano ad assistere professionalmente e a fare un’opera di carità, sono stati straordinari. Trovo che sia un dovere morale per chi fa il mio stesso mestiere, altrimenti che senso avrebbe la popolarità se non quella di sposare della cause così importanti? Io ne ho sposate diverse in questi anni, ho sostenuto la donazione degli organi, gli ospedali oncologici pediatrici e poi la federazione nazionale ‘Terre des hommes’, impegnata nella difesa dei diritti dei bambini  nella promozione di uno sviluppo equo, senza alcuna discriminazione etnica, religiosa, politica, culturale o di genere. Sono stato in missioni umanitarie ad Haiti, nelle favelas in Brasile e lo scorso anno sono andato in un campo profughi in Siria. Qui nel mio piccolo, ho dato una mano, scarico merci, educazione, giocare con i bambini. Molti di loro sono orfani, vittime innocenti, hanno perso tutti e hanno visto delle scene drammatiche. Le missioni servono anche a dare un futuro a queste creature, anche se è difficile. La mia è davvero, come diceva Santa Teresa di Calcutta ‘una goccia nell’oceano e se non ci fosse all’oceano mancherebbe’ che ha portato alla nascita di due mostre. Una intitolata ‘Un girotondo di pace sulla via di Damasco’ fatta tre anni fa e la seconda inaugurata lo scorso luglio che sarà allestita a partire dal 14 maggio alla Milano Art Gallery intitolata  ‘SI RIAccendono i colori della PACE’. È un modo per sensibilizzare sul dramma di questa guerra e aiutare i più piccoli”.

Ci sono nuovi progetti per la tua carriera professionale?

“Non posso dire molto, ma c’è un progetto tv per l’estate, un talk show in cui vestirò i panni di conduttore raccontando le meraviglie della nostra Italia”.



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Andrea Vianello: Il bravo vicedirettore di Rai Uno

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È uno dei più apprezzati tra i giornalisti italiani. Dopo la conduzione di “Mi manda Rai Tre” e di “Agorà”, che è stata la sua creatura, è diventato il numero due della rete ammiraglia della Rai. Un traguardo importante per lui, che rappresenta un ulteriore trampolino di lancio

di Simone Mori

Romano, ma non romanista bensì tifosissimo del Milan, Andrea Vianello è una delle punte di diamante del nostro giornalismo. La sua passione nasce sin da bambino, ma il primo amore era quello di diventare un grande romanziere. Invece il giornalismo ha avuto la meglio e dopo anni spesi alla conduzione di programmi come “Mi Manda Rai Tre” e “Agorà”, oggi è il vicedirettore della rete ammiraglia Rai. A lui piacciono le sfide, piace mettersi in gioco. Conosciamolo meglio.

Ci racconti come nasce la tua passione per il giornalismo e i tuoi primi anni in quel mondo?

“Ho avuto abbastanza precocemente la voglia di raccontare e di scrivere, ho studiato letteratura sudamericana con il segreto desiderio di diventare un romanziere, ma a chi mi chiedeva cosa volessi fare da grande rispondevo più pragmaticamente: giornalista. E alla fine me ne sono convinto e mai pentito. I primi anni sono stati come quelli di chi cerca di inserirsi in un mondo affascinante ma chiuso, poi ebbi la ventura di vincere un concorso in Rai per praticante giornalista e lì è iniziata l’avventura”.

Porti un cognome importante che raccoglie in noi ricordi del grande Raimondo e di Edoardo. Ci sono legami di parentela?

“Certamente! Strettissimi con Edoardo, che è mio zio, il fratello di mio papà e con cui sono molto legato (ho anche scritto molti testi di sue canzoni, tutte di ‘clamoroso insuccesso’). Anche Raimondo faceva parte della nostra famiglia, era il cugino diretto di mio nonno, anche se essendo più vicino di età a mio padre era una sorta di zio di secondo grado. Un grandissimo della TV che manca molto”.

Hai condotto tante trasmissioni. “Mi manda Rai Tre” e “Agorà” tra le più importanti. Ci racconti le difficoltà e le bellezze di condurre due trasmissioni così diverse ma importanti allo stesso modo?

“Due esperienze fantastiche. In un caso ereditai il programma già di grande successo da Piero Marrazzo e in corsa quando annunciò la sua candidatura alla Regione Lazio: un vero programma di servizio pubblico, appassionante, da condurre con senso civico e dalla parte dei cittadini. ‘Agorà’ è stata invece una mia creatura, fondato dal nulla in una fascia mattutina dove mancava informazione, e sono molto orgoglioso che oggi sia un caposaldo di Raitre grazie a Gerardo Greco e Serena Bortone che poi lo hanno portato avanti con successo”.

Abbandonasti Agorà perché nominato direttore di rete a Rai Tre. A livello professionale, come hai vissuto questa scelta?

“Come una mia aspirazione di portare dopo tanti anni di esperienza sul campo in prima linea la mia visione e idea di gestione dell’intero canale. Un grande privilegio e una enorme responsabilità”.

C’è qualcosa che rifaresti ad occhi chiusi e qualcosa che invece non ci penseresti proprio?

“Ogni mia decisione professionale lo ho fatta valutandone il peso ma soprattutto capendo con la pancia prima ancora che con la testa  se la era la cosa giusta, non per me, ma per il prodotto. Quindi rifarei forse anche errori che so di aver fatto. Forse coglierei in modo diverso una prospettica molti anni fa di una corrispondenza all’estero che per vari motivi decisi di non accettare ma che avrebbe potuto essere un’esperienza professionale e di vita che mi è mancata”.

Da una decina di mesi invece sei passato alla vice direzione di Rai Uno. La rete ammiraglia. Come stai vivendo questa esperienza?

“Con grande entusiasmo e impegno. È la rete più vista dagli italiani e il prodotto che bisogna offrirgli deve essere sempre in grado di coniugare qualità e affezione del pubblico. La fascia pomeridiana di cui mi sto occupando è una parte del palinsesto pregiata e importante e riconsolidare e riqualificare un programma storico come ‘La Vita in diretta’ è un compito affascinante e necessario”.



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Lucia Scarabino: “La mia vita è una vera Tarantella”

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“La Notte della Taranta” e il ballo della pizzica è un qualcosa di travolgente che rappresenta il grande evento estivo del Salento

di Mara Fux

È cresciuta con le danze popolari ed è una delle protagoniste della “Notte della Taranta”, il più grande evento musicale estivo del Salento, che richiama appassionati da tutto il mondo.

Come nasce la tua passione per le danze di tradizione popolare? 

“Le musiche e le danze popolari fanno parte della mia vita da sempre. Sono originaria di Monte Sant’Angelo, sul Gargano, luogo ricco di storia, dove il culto per le tradizioni sia religiose sia coreutico-musicali è sempre stato molto attivo e sentito e, quando si nasce in posti così, la passione verso tutto ciò che di bello caratterizza la tua terra si sviluppa naturalmente. Anche nel mio contesto familiare l’amore per la musica e le danze popolari è sempre stato molto forte: come dicono scherzosamente i miei amici sono cresciuta a pane e tarantella. Non avrei però mai immaginato che un giorno questa passione potesse svilupparsi tanto da rendermi protagonista di un processo di revival della musica e delle danze popolari. Nel 2001 difatti conobbi fortuitamente il Maestro Eugenio Bennato che mi volle come danzatrice ufficiale della sua ensemble ‘Taranta Power’. Da lì iniziò per me un percorso lavorativo e di vita incredibile: una tournée internazionale che durò 5 anni e che mi proiettò verso nuove ed importanti avventure di lavoro tra le quali la lunga collaborazione con il Festival de ‘La Notte della Taranta’”.

Da bambina hai praticato corsi di danza classica o moderna? 

“Quando ero piccola nel mio paese non c’erano alcun tipo di scuole di danza mentre la Danza Popolare invece era ovunque e nelle più svariate situazioni: durante le feste in paese, in famiglia, nei momenti più semplici e importanti dello scorrere quotidiano. E’ stata il mio unico e primo rifermento coreutico. Ho imparato a danzare per strada, spontaneamente, da autodidatta. Guardavo la gente ballare e cercavo di emularla abbandonandomi agli impulsi che la musica mi suggeriva. Il mio approccio al movimento è stato totalmente istintivo, finalizzato allo stato di benessere che da sempre la danza mi aveva suscitato. Successivamente iniziai a frequentare il gruppo storico di danza popolare del mio paese ‘La Pacchianella’ e a muovere i primi passi in modo più strutturato. Lo studio tecnico della danza è arrivato in seguito prima a Teramo, dove studiavo e successivamente a Roma dove ho proseguito la mia formazione con la danza contemporanea e il teatro-danza, intraprendendo anche un percorso di studi in Recitazione”.

Si può dire che il ballo popolare sia espressione di un popolo come il suo stesso dialetto? 

“Il ballo popolare ha da sempre avuto una forte funzione sociale, di aggregazione, condivisione e trasmissione di valori e regole di vita. E’ il veicolo attraverso il quale ogni comunità ha espresso la propria identità, le proprie credenze e la propria cultura. Potremmo definirlo come un vero e proprio linguaggio per cui conoscere questo linguaggio vuol dire entrare in contatto con l’anima del popolo. Per questo credo che studiare, valorizzare e trasmettere le danze popolari soprattutto alle nuove generazioni sia fondamentale. Abbiamo un immenso patrimonio coreutico da difendere; preservarlo  significa mantenere viva la memoria delle nostre origini, riscoprire il senso delle radici e fortificare l’appartenenza territoriale”.

Quali sono i balli più richiesti? 

“La Pizzica Pizzica del basso Salento è la danza popolare che in questi anni  ha conosciuto maggior successo. La sua forza sta nel ritmo, molto coinvolgente e liberatorio, e nella danza di coppia; energica, sensuale e impetuosa, che permette di esprimere la propria essenza attraverso un dialogo danzato basato sul corteggiamento, sul gioco e sulla lotta. A sostenere tale exploit è la realizzazione di diversi eventi e Festival incentrati sul ritmo della Pizzica, tra questi il più importante è ‘La Notte della Taranta’, con il cui corpo di ballo collaboro da sette anni. Il Festival che si tiene a fine agosto a Melpignano (Le) registra ogni anno più di 200mila presenze, provenienti da tutto il mondo, e viene trasmesso in diretta Tv su Rai5”.

E quelli che tu preferisci? 

“In generale amo tutto il variegato mondo delle danze popolari anche se la Pizzica e le Tarantelle del Gargano sono le danze della mia terra, della mia Puglia e attraverso di esse esprimo la mia identità e la mia appartenenza”.

Il tuo fidanzato, l’attore Alessio D’Amico, ha imparato a ballare la pizzica? 

“Alessio quando può cerca di seguirmi nei miei spettacoli e nei miei stage e corsi sulla Pizzica e le Danze Popolari. In un certo senso ha imparato anche lui a danzarla, anche se ha un modo tutto suo di interpretarla, molto divertente, direi”.

Perché nel corso dell’ultimo decennio, i balli popolari hanno trovato maggior spazio all’interno di festival ed eventi? 

“La presenza dei balli popolari all’interno di festival ed eventi è dovuta al differente modo di concepire la danza popolare e alla diversa modalità di fruizione da parte della gente. Priva dei vincoli etici e comportamentali di un tempo, trasmessa da giovane a giovane, la danza si è caricata di maggiore libertà d’espressione, d’inventiva e di atteggiamenti finalizzati alla provocazione e all’esaltazione della resistenza fisica. Il gioco di coppia si è arricchito di maggiore sensualità, sfrontatezza e mimiche teatrali, che le conferiscono maggiore attrattiva tanto da sprigionare nei giovani il desiderio di lasciarsi pervadere dal suo ritmo antico. Il nuovo modo di danzare la Pizzica e i balli popolari in generale ha contagiato così molti appassionati del ballo tanto da creare una “mania”, una moda, una nuova forma di socializzazione e una forte esigenza di contesti in cui potersi esprimere proprio attraverso le danze popolari. Questa nuova evoluzione della danza popolare, la rende particolarmente accattivante e fortemente richiesta quando si organizzano manifestazioni pubbliche”.

Percorri in lungo e in largo l’Italia con stage: proprio tutti possono ballare? 

“Assolutamente sì: tutti possono ballare le danze popolari; non ci sono limiti di età e non serve una preparazione tecnica in danza. C’è uno ‘script’, trasmesso di generazione in generazione, fatto di pochi codici e passi che tutti sono in grado di assimilare e successivamente interpretare liberamente sulla base della propria età, formazione, sesso, fantasia ed energia”.



more No Comments maggio 8 2018 at 12:51


Angelo Peluso: Un ragazzo poliedrico e ricco di talento

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di Silvia Giansanti

Rimase folgorato da Alba Parietti e ancora oggi uno come lui, abituato ad avere mille amici nel mondo dello spettacolo, la vede come un mito assoluto, tanto che Alba quando lo incontra lo invita a toccarle una mano e ad abbracciarla tranquillamente per farle sentire la sua umanità. Angelo Peluso è nato ad Avellino il 12 aprile del 1979 ed è uno di quei personaggi con cui vorresti lavorare insieme ad occhi chiusi. Eclettico, originale, simpatico e molto disponibile, trascorre molto tempo in compagnia delle sua amiche di sempre come Valeria Marini, Miriana Trevisan, Eva Grimaldi, Carmen Di Pietro, Francesca Pettinelli, Pamela Prati, Maria Monsè, Cristina Roncalli, le sorelle Cecilia e Virginia Taddei e Angela Melillo. Tutte amiche alle quali è particolarmente legato. In vista ci sono interessanti serate estive sul palco con la Roncalli e con Carmen Di Pietro. Inoltre, presenta “Funny Moon” su Rete Oro.

Angelo, sei venuto fuori più di venti anni fa. Come sei approdato in tv?

“Ero un fan del famoso programma tv ‘Non è la Rai’ e seguivo una ragazza in particolare che era Francesca Pettinelli, alla quale all’epoca scrivevo le famose lettere, in quanto non c’erano i social e lei mi rispondeva. Nacque così una sorta di amicizia epistolare fin quando Francesca non mi invitò a venire a Roma. Così mi presentò anche sua madre”.

Si era instaurato insomma un rapporto particolare con un telespettatore.

“E casualmente sono entrato a contatto con il mondo di ‘Non è la Rai’. Quindi sono diventato amico anche di Miriana Trevisan, Ilaria Galassi e altre del cast. A Roma ho iniziato a lavorare anche con le serate e da lì è arrivato ‘Bulli & Pupe’. Non sono partito da zero, ma già alle spalle avevo esperienza. Ho studiato portamento, recitazione, trucco, posa fotografica e dizione presso l’AMI, Associazione Moda Italia che era a Pompei con due validi maestri che mi hanno instradato nel campo artistico”.

Oggi sei ancora in contatto con qualche ragazza della nota trasmissione tv?

“Certamente. Mi sento sempre con Francesca Pettinelli, una sorta di sorella come la Trevisan. Devo dire che ho un sacco di ‘sorellone’ grazie a questo lavoro. Poi ho contatti con Miriana Trevisan, Laura Freddi, Carmen Di Pietro, Maria Monsé, Ilaria Galassi, Mariateresa Mattei, Monica Catanese, Alessia Gioffi, Letizia Sedrick, Arianna Becchetti, Pamela Prati e altre”.

Cosa è successo nel frattempo?

“Come in ogni artista, c’è stata un’evoluzione nelle mie tappe. Dopo ‘Bulli & Pupe’ ho cominciato un duro lavoro di perfezionamento nel canto e studio della musica. Ho fatto anche qualcosa in veste di ballerino, ma non è mai stato il mio forte. Memorizzo la musica, memorizzo i tempi, ma non i passi di danza. Mi considero un ciocco di legno”.

Però ho visto che nelle serate un po’ ti muovi.

“Infatti sono bravo nel muovermi ma non nell’essere regolare. E’ talmente tanta la voglia di esprimere ciò che provo che va al di là delle regole della danza o dei movimenti. Sono stato chiamato a fare l’opinionista in varie trasmissioni tv. Sono talmente egocentrico, che pur di farmi inquadrare, dicevo qualche fesseria. Considera che all’epoca ero anche più giovane e fighetto con qualche chilo in meno e quindi ho partecipato a sfilate di moda. Ho condotto vari eventi e mi sono mosso in tante direzioni”.

Com’è nata la tua passione per il canto?

“A due anni di età ho ‘rotto’ tanti vinili di ‘Crilù’ di Heather Parisi e ‘Messaggio’ di Alice, così almeno mi ha raccontato mia madre. Adesso li ho ritrovati al mercatino dell’usato. Inoltre quando nelle occasioni di festa si recitavano le poesie con i cuginetti, io dovevo essere l’ultimo per dare quel qualcosa in più. Pensa che se dovevo entrare in un locale con i miei amichetti, ero timidissimo, ma se dovevo recitare o cantare, allora mi trasformavo. Forse ho una doppia personalità”.

In che fascia di pubblico riscuoti più successo?

“Nelle donne che mi vedono un vero amico, uno di cui fidarsi che ascolta e sa dare consigli. Ecco perché ho tante sorelle nel campo”.

Chi sono i tuoi miti e le tue passioni?

“Fermi tutti! Io impazzivo quando vedevo Alba Parietti in tv, mi mettevo a piangere. Pensa che quando vivevo ancor giù in provincia di Napoli, dicevo ai miei che Alba sarebbe diventata mia amica, suscitando la loro ilarità. E invece le situazioni si sono incatenate talmente bene che l’ho conosciuta e oggi siamo davvero amici. Ho persino reinciso la sua canzone ‘Cuore Selvaggio’ e lei è stata contentissima. Però nonostante tutto, non riesco a scindere ancora tremo quando la vedo. Ho una sorta di soggezione. Sono ancora intimidito dal mio mito in carne ed ossa”.

Un aneddoto da raccontare che ricordi in qualche tua serata.

“Quando sono caduto da un palco”.

E qualcosa di emozionante?

“Cantare live con Valeria Marini. Lei è un mito ed è stata una situazione a sorpresa da brividi”.

Sei un personaggio che si è costruito da solo e che quindi ha avuto un percorso differente da quello che si intraprende oggi con i talent. Ecco, cosa ne pensi? Avresti accettato di partire da qui?

“A dir la verità non sono pro talent, anche se riconosco che in giro sono stati lanciati personaggi validi. C’è da dire che molti hanno tagliato la strada ad alcuni che hanno iniziato prima. Non esiste che a 39 anni debba andare già in pensione! Per me la vera televisione è stata quella degli anni ’90, quella che in un certo senso ha dato vita ai talent”.

Qual è la tua filosofia di vita?

“Vivi e lascia vivere. Essere felice e non far del male a nessuno. Ma non fatelo neanche a me, altrimenti sono poi costretto a sfoderare il mio caratterino da uomo ariete. Il mio primo pensiero del mattino è essere sereni, anche quando la vita ti mette a dura prova e cerco di infonderla anche alla mia famiglia, a mio fratello e al mio fidanzato Marco che non sta passando un bel periodo in famiglia”.



more No Comments maggio 8 2018 at 12:48


Antonietta Bello: Una visionaria punk

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All’inizio di aprile l’abbiamo ammirata al cinema nel film “Lovers”. Una bella ciliegina sulla torta per questa attrice bravissima, che può annoverare importanti esperienze in teatro e nelle fiction di maggiore successo

di Giulia Bertollini

Ci incontriamo davanti al Teatro Argentina. Antonietta ha appena terminato di accompagnare i visitatori nel suo spettacolo itinerante. La sua simpatia e il suo ottimismo mi travolgono come un fiume in piena. Puntiamo ad una libreria con una sala bar e così tra un cappuccino e una coca cola inizia la nostra conversazione.

Antonietta, nel film “Lovers” interpreti un personaggio che sembra quasi rimandare alla maschera del teatro greco classico. Infatti, Dafne assume più ruoli e identità…

“Esattamente e lo stesso vale per gli altri tre protagonisti. L’intera trama del film si articola in quattro episodi in cui ognuno si destreggia in quattro personaggi diversi. L’aspetto più interessante è che questa schizofrenia interpretativa dipende dal punto di vista dello spettatore. O meglio, o puoi vederci quattro attori che recitano personaggi diversi oppure puoi concepirla come un’unica entità che mostra in ogni episodio un lato di sé in modo scisso dalle altre. In questo ultimo caso, si ha la possibilità di cogliere un fil rouge che lega i personaggi interpretati alle relazioni che si instaurano. E’ un lavoro magmaticamente psicologico e intuitivo”.

Come ti sei preparata al ruolo? E quanto c’è di te nel personaggio di Dafne?

“Ho studiato davvero tanto sia a livello testuale che di preparazione dei vari personaggi. Devo confessarti che la prima volta che ho letto il testo non ci ho capito nulla e questa incomprensione ha riguardato anche gli altri attori. Questo progetto mi ha permesso di sviluppare una maggiore creatività tanto che c’è molto di me. Ti spiego meglio: i personaggi che interpreto dimostrano di essere tenaci, nel senso che sanno ciò che vogliono e se lo vanno a prendere, talvolta anche sgomitando. In questo aspetto caratteriale, mi riconosco molto. Infatti, quando mi metto in testa qualcosa non c’è né per nessuno (ride). Vestire i panni di un personaggio torbido è stato un lavoro interessante perché mi ha permesso di scoprire dei lati di me che non conoscevo. Inoltre, non è da sottovalutare l’aspetto erotico-seduttivo del mio personaggio. Dafne racchiude in sé una visione del sesso e dell’erotismo libera e trasgressiva”.

In questo variopinto microcosmo di personalità, tutti i personaggi si trovano costretti a fare i conti con una tendenziale fragilità delle relazioni sentimentali e una conseguente difficoltà a costruire rapporti duraturi. In questo affresco sociale contemporaneo, non si corre il rischio secondo te di coltivare connessioni piuttosto che relazioni? E quale può essere la via di fuga da quello che il pensatore Bauman definì “amore liquido”? 

“Tosta come domanda (ride). Secondo me non esiste una risposta e non esiste un metodo per salvaguardarsi definitivamente dall’amore liquido. Dall’altro canto però c’è sempre un metodo, ogni volta diverso, che ci permette di scoprire in che modo tramutare le connessioni in relazioni. In qualsiasi rapporto sia esso sentimentale che affettivo sono necessari due elementi: l’impegno e la dedizione. Non mi concentrerei tanto sulla sincerità e sulla fedeltà non perché non siano anche essi importanti ma perché siamo umani con tutti i nostri limiti. Pensa che la mia agente Marina Diberti, scomparsa qualche tempo fa, mi disse: ‘poniamo il caso che tu stia con un uomo per cinquant’anni. Avresti davvero il coraggio di chiedergli di esserti fedele per tutto questo tempo?’. Con questa frase voleva spiegarmi come l’amore non fosse basato sul possesso ma sulla libertà dell’altro”.

Nel film, l’amore è una metafora per spiegare qualcosa di più complesso: l’imbarbarimento culturale in cui è precipitata la nostra società. Infatti, Giulia, interpretata dall’attrice Margherita Mannino, afferma che “per essere medico, giudice, avvocato, per costruire un ponte, una favola, una storia d’amore serve un  libro”. Perché la cultura è così importante? E che idea ti sei fatta dei giovani di oggi e del loro rapporto con la lettura?

“Gramsci diceva ‘non bisogna perdere l’ottimismo’. E io rispetto ai giovani di oggi sono ottimista. So che sono controcorrente ma io credo che i ragazzi riescano a cogliere le opportunità che gli vengono offerte. Certo, è difficile gestire la realtà virtuale che si è affacciata nella nostra società e per tale non intendo solo i social ma anche l’intelligenza artificiale. La cultura ha un ruolo importante perché apre le menti consentendoci di elaborare visioni. Se posso immaginare allora vuol dire che posso costruire qualcosa. E se ci pensi bene, l’immaginazione è il legame tra l’intuito e la razionalità. Solo attraverso l’unione di questi due ingredienti, si può spaccare il mondo”. (ride)

“Lovers” ha avuto molto successo all’estero tanto da vincere premi importanti nei diversi festival in cui è stato presentato. In Italia però non ha avuto lo stesso riconoscimento. Ti sei riuscita a spiegare perché?

“Certo. Come ben vediamo, l’Italia sta vivendo un momento di particolare difficoltà sotto ogni punto di vista. In questo clima di ‘lutto elettorale’, è sempre più evidente che là dove non c’è giustizia sociale non si possono coltivare la libertà e la democrazia. Senza quest’ultima è difficile fare cultura anche se non impossibile. Inoltre, Lovers è un film dal respiro europeo che attraverso la sperimentazione evoca un atteggiamento quasi spavaldo. Risulta indicativo di una chiara volontà di credere fortemente in un progetto e di portarlo avanti fino in fondo. Poi emerge un’altra interessante valutazione socio-economica: a volte è difficile conciliare l’arte con il suo mercato. Infatti, a vincere è sempre quest’ultimo”.

Sei particolarmente attiva anche in teatro. Quando è scoccata la scintilla del fuoco dionisiaco? E quali sono le realtà teatrali con cui senti di avere maggiori affinità?

“Il fuoco dionisiaco è sbocciato lentamente. Mentre frequentavo le scuole superiori ho iniziato ad appassionarmi al teatro per divertimento ed è stato così a lungo. Solo in seguito, durante i miei studi di restauratrice, ho capito che non riuscivo a farne a meno ed è diventato il mio lavoro. Rispetto alle realtà teatrali uso un parametro motivazionale, nel senso che mi interessa fare teatro nella misura in cui mi consenta di andare oltre me stessa e le mie conoscenze. E poi bisogna fare teatro per poter cambiare le cose. L’ultimo spettacolo teatrale a cui ho partecipato, ‘I due gentiluomini di Verona’, ha consolidato ancora di più questa mia idea. E’ stato un piacere lavorare con un regista come Giorgio Sangati. Tenetelo a mente, perché è un giovane talento che sono sicura farà tanta strada”.

Hai recitato in numerose serie TV tra cui “Don Matteo 9”, “Braccialetti Rossi 3”, “Un passo dal cielo 3” e “Le tre rose di Eva 4”. C’è un progetto in particolare a cui ti piacerebbe prendere parte? E un ruolo invece che ti piacerebbe interpretare?

“Mi piacerebbe tanto recitare in un docu-film storico. Sarebbe interessante vestire i panni del magistrato donna che si occupò in Sicilia del primo processo per stupro. Incrociamo le dita!”.

Tra le tue passioni c’è anche la pittura. Cosa ami rappresentare nelle tue opere? E a quali artisti ti ispiri?

“Per quanto riguarda i soggetti, mi lascio trasportare dalla fantasia. Gli artisti a cui mi ispiro sono gli espressionisti James Ensor, Otto Dix e George Grosz. In loro si rintraccia una forte connotazione istintiva e un richiamo alla politica aristotelica con una forte impronta sociale. Inoltre, amo molto l’arte giapponese compreso il genere manga inteso nel suo lato graphic-novel. A tal proposito, sono un’appassionata dello Youtuber Dario Moccia, scrittore e critico”.

Ami anche leggere. Qual è il libro che ti ha cambiato la vita? E invece una lettura che ti ha deluso? 

“Due sono i libri che mi hanno cambiato la vita. Il primo è ‘Il linguaggio salvato’ di Elias Canetti. E’ un’opera coinvolgente in cui la struttura della scrittura diviene la struttura della realtà. L’altro invece sono i ‘Canti’ di Leopardi. Sai, spesso nelle scuole non si riesce ad apprezzarlo fino in fondo. Leggendolo da sola ho scoperto invece che faceva l’amore con le parole e dalla carnalità della sua poetica ne sono rimasta travolta. Un libro invece che mi ha deluso è stato ‘L’educazione cattolica’ di Edoardo Albinati. Mi aspettavo di più”.

Che idea ti sei fatta sul caso Weinstein e sulle diverse testimonianze di abusi sessuali nel mondo del cinema? E cosa pensi del movimento #metoo?

“Sul caso Weinstein ho un’idea ben precisa che non attiene ai fatti. Quello che a me non è piaciuto è che non si sia tenuto conto del risvolto psicologico di questa situazione e che non se ne sia parlato opportunamente nel corso dei dibattiti televisivi. Mi riferisco in particolare alla querelle mandata in onda nella trasmissione ‘Cartabianca’ tra Vladimir Luxuria e Asia Argento. Sono rimasta sconvolta dalla banalità con cui si è trattato un aspetto così personale e intimo. Come si può pensare che una donna libera e indipendente come Asia Argento non possa aver subito una violenza? Io appoggio la sua battaglia e ritengo che i fatti denunciati debbano essere accertati in tribunale. Una volta cristallizzata una verità processuale, si potrà discuterne”.

Essere donna nel lavoro: ostacolo o opportunità? 

“Dipende. Spesso è un ostacolo che può convertirsi in opportunità. Le donne guadagnano meno, hanno possibilità minori ma dispongono anche di risorse che meritano di essere fatte valere”.

Cosa serve, secondo te, per diventare attore? C’è un segreto per farcela?

“Il segreto è di avere una visione del futuro. Per fare qualsiasi cosa nella vita, devi essere creativo. Il resto lo fanno le occasioni, il talento e il lavoro”.

Un tuo pregio e un tuo difetto.

“Il mio pregio è che cambio idea e ultimamente mi succede spesso(ride). Oltre a questo, sicuramente l’ottimismo. Il mio difetto è che a volte mi chiudo in me stessa senza riuscire a scorgere il lato positivo delle cose”.

Un sogno nel cassetto che ti piacerebbe realizzare.

“Esulando dal mio lavoro, vorrei realizzare una mostra con le mie opere. Chissà, magari!”.

Prossimi progetti?  

“Ce ne sono tantissimi. Intanto ‘Lovers’ che è uscito nelle sale il 5 aprile. Oltre alla stretta collaborazione con il Teatro Argentina, ho in serbo anche due progetti di cui uno a Milano e l’altro nel Padovano. Ed infine, un lavoro di cui al momento per scaramanzia non dico nulla ma che corona in parte un mio sogno”.



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Marianella Bargilli: “La Signora delle camelie”

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di Alessio Certosa

In scena è Margherita Gautier, la più bella cortigiana di Parigi, conosciuta come ‘la signora delle camelie’. Di recente lo spettacolo ha fatto il suo debutto nazionale e in questa intervista Marianella Bargilli si racconta proprio alla vigilia del debutto. E’ una bravissima attrice che ha alle spalle tanto teatro, esperienze cinematografiche e televisive. Ha avuto un’ottima formazione e ha frequentato il Dams.

Marianella, partiamo dall’attualità. Sei protagonista de “La Signora delle Camelie”. E’ un ruolo che senti tuo?

“Ogni attrice ha un sogno nel cassetto. magari vi rimane chiuso per anni. grazie all’incontro con il regista Matteo Tarasco e grazie al produttore Geppy Gleijeses, io ho avuto la possibilità di aprire il cassetto e far vivere sul palcoscenico questo sogno”.

Lo spettacolo è al suo debutto nazionale, cosa ti aspetti?

“Preparo il personaggio da alcuni mesi, con amore assoluto, mi aspetto che il pubblico si emozioni, come mi emoziono io nel raccontare questa storia d’amore straordinaria”.

Come ti sei avvicinata alla recitazione?

“Da bambina. Immaginavo mondi fantastici e li mettevo in scena nella mia cameretta. Credo che questo sia stato il mio primo approccio alla recitazione”.

Che formazione hai avuto?

“Mi sono formata sulle assi del palcoscenico, avendo la fortuna di lavorare con grandi attori e grandi attrici”.

Hai fatto tanto teatro. Lo consideri la tua seconda casa o hai un’altra definizione per esso?

“Credo sia la mia casa. Il luogo in cui risiedo. La definizione seconda casa allude alla casa delle vacanze, per me il teatro è la vita. Io mi sento viva solo quando si apre il sipario si accendono le luci e nel buio della platea ascolto il respiro degli spettatori”.

L’emozione del teatro è il contatto diretto dell’attore con il pubblico e viceversa. Secondo te, cos’è che può fare la differenza in questo?

“Il teatro ci educa all’ascolto reciproco. E questo credo sia la grande forza sempre rinnovata di uno strumento ancestrale come il teatro. La differenza la fa sempre il pubblico. Ogni singolo spettatore, che sceglie di venire a teatro crea insieme a noi attori lo spettacolo, sempre nuovo e sempre diverse, seppur uguale, ogni sera”.

Il tuo lavoro di attrice ti ha portata anche a partecipare a diverse fiction. Che esperienze sono state? 

“Lavorare davanti alla macchina da presa è un’esperienza molto appagante e divertente. Sapere di entrare nelle case si milioni di persone contemporaneamente ti fa sentire felice”.

Tornando al teatro, negli ultimi anni c’è stato un riavvicinamento del pubblico verso questa forma d’arte. Pensi che il pubblico italiano stia crescendo dal punto di vista culturale anche in questo aspetto?

“Credo che tutti noi non dobbiamo mai smettere di crescere, di evolvere, di creare nuove opportunità di crescita culturale per i giovani e per tutti quei cittadini che hanno accesso meno facilitato alla cultura. E’ una responsabilità che ogni attore, ogni regista, ogni operatore del settore deve prendersi”.

Quale è stata l’esperienza professionale che ti ha lasciato quel qualcosa in più?

“’La Signora delle camelie’ è per me uno spettacolo cardine nel mio percorso professionale e personale”.

Cosa vedi nel tuo futuro? 

“Felicità”.

Ti piacerebbe fare del cinema? 

“La prossima estate lavorerò in una produzione americana ad Hollywood. Per il momento non posso dire di più, se non che non vedo l’ora”.

Un messaggio per i giovani che coltivano il sogno e l’ambizione di diventare attori?

“Studiate tanto”.



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