Las Maripositas: Le emozioni del tango

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Quattro donne, un progetto iniziato nel 2011 e il nuovo lavoro discografico

di Marisa Iacopino

In una stanza di Buenos Aires tre giovani donne stanno ascoltando “La 2×4”, grande Radio di Tango. E’ il 2013, e loro sono approdate in Argentina per approfondire le sonorità, cogliere lo spirito di quella musica. Sono passati poco più di cinque anni da allora. A Roma, città dove vivono, quelle stesse donne, ora un quartetto, si sintonizzano, un giorno, sulla medesima radio. D’improvviso, sentono andare un brano del loro disco. In un attimo, si annullano le distanze: è l’emozione d’un sogno che si avvera. Loro sono Las Maripositas. Abbiamo incontrato Monica e Valentina, portavoci del gruppo, in occasione dell’uscita di “Bailar, Soñar y Volar”, loro primo lavoro discografico.

Cosa significa il vostro nome d’arte, Las Maripositas? 

“La mariposa, farfalla, è una metafora che indica la donna nel tango argentino. Ci sembrava che il nome rispecchiasse un progetto nato al femminile”.

Quando è iniziato il progetto?

“Nel 2011, da un’idea di Fabia Avoli e mia, Monica Tenev. Siamo partite come un duo, flauto e pianoforte.  Una formazione atipica per il tango argentino, abbiamo cominciato a suonare destando qualche curiosità. La scelta del repertorio era incentrata prevalentemente sul tango canciòn, con un’attenzione particolare per il significato dei testi. Per questo motivo, abbiamo poi sentito l’esigenza di coinvolgere una voce. E così è arrivata Valentina Paiella”.

Valentina, qual era la tua provenienza artistica?

“Provenivo dal jazz e il latin jazz, ma questa musica mi ha subito conquistata!”.

A un certo punto, siete partite per l’Argentina. 

“Era il 2013 e all’epoca eravamo un trio. Volevamo vedere cosa stesse accadendo lì dove tutto è iniziato: instaurare collaborazioni, oltre che conoscere i protagonisti della scena del tango attuale. Questo viaggio è stato anche caratterizzato dalla formazione. Abbiamo avuto l’onore di apprendere da maestri che ci hanno trasmesso la loro conoscenza con grande generosità. Non ci aspettavamo di ricevere tanto entusiasmo!”.

Valentina e Monica parlano sull’onda emotiva delle loro memorie di viaggio.

“Sì, è vero, non ce l’aspettavamo,  ci hanno accolto con gioia. E abbiamo anche suonato. Ben nove concerti tra Buenos Aires e la Plata, condividendo il palco con l’Orchestra Tipica ‘El Afronte’, orchestra storica di San Telmo. Inoltre, si siamo esibite alla festa di chiusura del ‘XV Festival Internacional de Cine por los Derechos Humanos’”.

Quali considerazioni avete riportato dal  viaggio?

“La conferma che il tango è una musica viva. Essere entrate in contatto con grandi musicisti ha generato un interessante scambio artistico. Veronica Bellini e Julio Coviello, ad esempio, ci hanno donato le loro composizioni. Nel 2014, di ritorno dal viaggio, qui a Roma, abbiamo poi dato vita a “Contemporanei Tàngo”, presentando composizioni di tango del XXI secolo”.

Dopo il viaggio in Argentina, il quarto arrivo, Daria Rossi Poisa, e vi siete trasformate in un sorprendente quartetto!

“Sì, l’elemento timbrico dell’arco e la sonorità calda del violoncello era quello che mancava. In realtà di lì a breve Monica debutta col bandonéon, così abbiamo raggiunto le sonorità tipiche di un’orchestra di tango, e abbiamo intrapreso una fiorente attività concertistica in Italia e all’estero, in particolare a Parigi. L’esperienza si ripeterà anche quest’anno, tra aprile e maggio,  per la presentazione del disco”.

Che tipo di donna è quella celebrata dal tango?

“C’è tanta composizione al riguardo: l’amata, l’amante, la madre, la prostituta, immancabile la femme fatale, l’abbandonata e la ‘muchachita de mi barrio’, cioè Mariposita”.

Vogliamo parlare del disco appena uscito?

“Sì, abbiamo avuto l’onore di presentarlo a Roma il 3 febbraio, al Cotton Club. ‘Baylar, Soñar y Volar’ narra gli aspetti più raffinati e sensuali del tango argentino. Il soggetto principale è la donna: alma e musa. Il repertorio mostra i diversi stili, i linguaggi del tango tradizionale, del tango canciòn, delle grandi orchestre e del tango contemporaneo, brani composti da donne o interpretati da grandi voci femminili. Il disco è stato notato dalla storica radio argentina ‘La 2X4′ che lo ha diffuso in anteprima assoluta durante la trasmissione ‘Desde el Alma’, dedicandoci una lunga intervista! Questo lavoro discografico è stato prodotto da Laura Boatti ed appartiene al progetto artistico ‘Tango Wine’”.

Ci congediamo da Las Maripositas, con un’ultima curiosità: un tango di cosa colma il silenzio?

La risposta arriva all’unisono: del ricordo!



more No Comments marzo 8 2019 at 14:52


Felice Corticchia: Il regista che riporta in scena Franco e Ciccio

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di Silvia Giansanti

Un signor regista, sceneggiatore e scrittore siciliano molto stimato dagli addetti ai lavori,che aspetta il suo numeroso pubblico nella nuova commedia “Un lettino per due” con Adriana Russo e Luciana Frazzetto, in scena al Teatro Manzoni dall’11 marzo. A maggio segnaliamo al Teatro Hamlet “Il silenzio nella conca d’oro” e Felice porterà ancora in giro per l’Italia “Il ritorno di Franco e Ciccio” Felice Corticchia regista, sceneggiatore e scrittore di successo, nato a Palermo il 7 novembre del 1966. Nasce come scrittore nel 1996. Mai perdere di vista nulla, mai lasciare nulla in questo campo, è la sua filosofia e di tutti quelli che ne fanno parte. Fin da piccolo in tempi non sospetti amava cambiare testi di canzoni famose, sostituendole con testi comici e, sempre da bambino, si esibiva in un teatrino casalingo insieme a suo cugino. I suoi sforzi di tutti questi anni, sono largamente ricompensati da recenti premi.

Chi è oggi Felice Corticchia, oltre ad essere una persona molto semplice?

“E’ uno che cerca di scrivere per il cinema e il teatro trasmettendo al mio pubblico belle emozioni”.

Dove ti sei formato artisticamente?

“A Milano nella Scuola Europea di Cinema e il Laboratorio di Teatro Comico”.

Ti è costato lasciare la tua terra?

“Tutto sommato no, innanzitutto perché mi definisco cittadino del mondo e poi perché mantengo sempre un forte legame con la Sicilia. Ho la fortuna ancora di avere entrambe i genitori e qualche rapporto di lavoro, per cui ogni scusa è sempre buona per andare giù”.

Che cosa c’è in cantiere a Roma?

“Nel 2019 riproporrò ancora qualche replica de ‘Il Ritorno’, un omaggio a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia e poi c’è un dramma in un atto unico ‘Il silenzio nella conca d’oro’, dove racconto la drammatica storia del Capitano dei carabinieri Emanuele Basile, ucciso dalla mafia nel lontano 1980. Inoltre è in programma una commedia  in due atti al Teatro Manzoni, scritta e diretta da me”.

Che tipologia è il tuo pubblico?

“Il mio pubblico è eterogeneo. Propongo testi drammatici e testi comici molto puliti che vanno dal bambino al nonno”.

Il lavoro al quale sei rimasto legato?

“Innanzitutto per me è stato un grande onore collaborare alla fiction ‘Le cinque giornate di Milano’ per Rai Uno stando a fianco di un mostro sacro del cinema come il maestro Carlo Lizzani. Tutto quello che scrivo e realizzo lo faccio con la massima passione, restando per sempre nel mio cuore”.

Un personaggio di spicco con il quale hai avuto l’occasione di lavorare?

“Come dicevo il maestro Carlo Lizzani appunto e personaggi come Fabrizio Gifuni e il grande Giancarlo Giannini”.

Qual è la cosa che ti riesce meglio tra tutte le tue attività?

“Amo tutto del mio lavoro in particolare il cinema e il teatro, sono due veicoli diversi nel loro genere. Trovo il teatro meraviglioso perché ha un contatto diretto con il pubblico che interagisce, donandomi una sensazione straordinaria”.

Parliamo della tua attività di scrittore, visto che sei nato con quella.

“Ho debuttato con ‘Orrore giudiziario’ poi è arrivato ‘Mussolini il primo grande mistero italiano’, ‘Un morso alla grande mela’, un thriller tradotto anche in lingua inglese. Inoltre considerando la mia grande passione culinaria, ho dato vita a ‘La cucina siciliana a modo mio’ e nella prossima primavera uscirà un libro sul cinema”.

In questi ultimi anni il tuo impegno è stato premiato con alcuni riconoscimenti.

“Sì, nell’aprile scorso ho vinto il prestigioso premio Anfora di Calliope nella sezione arte e spettacolo che ho ritirato ad Erice dalle mani della presidente, una famosa scrittrice e a novembre presso l’Hotel Cicerone, ho ricevuto il premio ‘Prestige per le arti 2018′ nella sezione Cinema e Spettacolo per la migliore regia teatrale. Considero un premio un punto di partenza, una sorta di ipoteca con il pubblico che da qual momento si aspetta qualcosa in più”.

 



more No Comments marzo 8 2019 at 14:47


Alberto Angela: “L’informazione ha bisogno di emozioni giuste per essere trasmessa”

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È un personaggio che non ha bisogno di tante presentazioni. Per lui parlano i successi che ottiene ogni qualvolta si presenta al pubblico con un programma. Di recente il suo “Ulisse – Il piacere della scoperta” è stato promosso da Rai 3 a Rai 1, raggiungendo uno share importante

di Giulia Bertollini

Anche se si stenta a crederci, è lui la star del sabato sera. Le donne lo adorano e gli uomini vorrebbero avere il suo fascino da intellettuale. Ci tiene a precisare però di non essere un conduttore ma un ricercatore e di voler divulgare la cultura nel miglior modo possibile. Dopo lo straordinario successo di “Meraviglie – La penisola dei tesori”, Alberto Angela è tornato al timone della nuova edizione di “Ulisse – Il piacere della scoperta” con quattro grandi appuntamenti dedicati all’arte e alla storia. Un viaggio emozionante alla scoperta delle bellezze italiane e dei personaggi che hanno segnato un’epoca. In questa intervista, rilasciata a margine della conferenza stampa tenutasi nello splendido scenario del Foro Romano, Alberto Angela si racconta a cuore aperto tra impegni professionali e vita privata.

Alberto, è la star del sabato sera. Che effetto le fa?

“Mai mi sarei aspettato di arrivare fino a questo punto. Andare in onda il sabato sera parlando di cultura è una sfida importante. Sono felice di sapere che il pubblico che ci segue è composto in alta percentuale da giovani. E’ un bel segnale a prescindere dai risultati”.

Quando era piccolo cosa vedeva in tv il sabato sera?

“Il sabato sera in Tv vedevo ‘Canzonissima’ con Walter Chiari e Mina. Trovarmi al loro posto mi colpisce molto e sento il peso della responsabilità. Quando mi hanno chiamato e mi hanno detto ‘il sabato sera lo fai tu’ non ci ho creduto. Mi sembrava impossibile. E invece eccomi qui”.

Nel passaggio da Rai3 a Rai1 com’è cambiato il suo linguaggio?

“E’ come un giocatore di calcio che cambia quadra. Lo stile è lo stesso. Ciò che è amplificato è la tecnologia utilizzata: il 4k fa la differenza. In questo passaggio, è sicuramente migliorato l’approccio tecnico. Abbiamo cercato poi insieme ai tecnici di dare qualità non solo al contenuto ma anche alla forma. Cerchiamo di portare la cultura nel modo migliore nelle case degli italiani a volte anche con piccoli trucchi. Per esempio, nella puntata dedicata alla principessa Sissi vi faremo entrare negli ambienti in cui lei ha vissuto soffermandoci anche sulle sue abitudini quotidiane”.

Come affronta il verdetto sugli ascolti televisivi?

“Riconosco di avere un vantaggio rispetto agli altri colleghi. Sono e mi ritengo un ricercatore e pertanto vivo il risultato in un modo diverso rispetto a chi fa televisione. Pertanto, affronto il verdetto il modo sereno perché so di aver fatto un buon lavoro. Cerco sempre di fare divulgazione nel modo migliore. Ho la fortuna poi di lavorare con un team straordinario di grandi professionisti che a loro volta si immedesimano nelle storie del passato chiedendomi anche delucidazioni”.

Nell’ultima nuova serie di Ulisse ha parlato di Michelangelo, della principessa Sissi e di Cleopatra. Cosa lega tra loro questi personaggi?

“Si tratta di viaggi diversi all’interno della storia. La storia ha un grande pregio: quello di essere un vaccino per il futuro nel senso che attraverso la conoscenza si può evitare che ciò che è successo possa ripetersi nuovamente. Penso per esempio alla Shoah. Mi sono chiesto tante volte come si possa essere arrivati a tale disumanità. Quando ho girato una delle puntate nel quartiere ebraico a Trastevere mi sono commosso. Sapevo di camminare in un luogo che era stato teatro di una tragedia in cui il destino era venuto a bussare alle porte delle persone strappandole dalle loro case e dai loro affetti”.

L’ha aiutata la sua esperienza di padre ad entrare di più in sintonia con il mondo dei giovani?

“Credo che conoscere i ragazzi aiuti ma è ancora più importante conservare la curiosità che uno aveva da giovane. E’ importante preservarla per farla diventare un linguaggio universale. Voglio aiutare le persone ad uscire dalla palude di nomi e termini complicati portandoli su un piano più concreto”.

Che ne pensa del suo successo sul web?

“I social e il web in generale sono una nuova dimensione che è stata per anni sconosciuta. Alla base di tutto c’è la comunicazione. Mi fa piacere che ciò che io racconto possa avere anche un altro palcoscenico. Raccomando sempre di avere un buon senso perché ci sono delle cose buone e delle cose cattive. Ciò che unisce il web alla televisione è l’emozione, il sentimento, il calore. Bisogna essere consapevoli che l’informazione ha bisogno di emozioni giuste per essere trasmessa”.

Suo padre cosa dice del suo successo?

“E’ molto contento ma in generale non parliamo molto di lavoro”.

I suoi figli la seguono?

“I miei figli seguono i programmi e a volte mi danno anche dei consigli. Ciò che mi colpisce è che ciò che ho raccontato loro lo racconto poi in televisione e il linguaggio è lo stesso”.

Che consigli le danno?

“Sono perlopiù apprezzamenti. Può capitare anche che uno dei miei figli mosso da curiosità mi ponga una domanda durante la visione della trasmissione. Mentre gli spettatori devono andare a trovarsi la risposta su Google, io posso dargliela all’istante. Sono fortunati no?”.

Una curiosità. Ha mai usato il motore di ricerca Google per rispondere ad una domanda dei suoi figli?

“Per rispondere no. Cerco sempre di fare dei ragionamenti. Se poi non lo so ci sono anche i libri. Quando si fa una ricerca sul web non bisogna mai prendere per buona una singola voce ma è necessario approfondire ed incrociarla con le altre. In questo modo capiremo se le informazioni sono fasulle o reali”.

CHI E’ ALBERTO ANGELA

Nato a Parigi nel 1962 e figlio del noto divulgatore scientifico Piero Angela e di Margherita Pastore, accompagnò spesso il padre nei suoi viaggi sin da bambino. Dopo essersi diplomato in Francia, si iscrisse al corso di Scienze Naturali all’università La Sapienza di Roma, laureandosi infine con 110 e lode e un premio per la tesi, poi pubblicata. Continuò gli studi frequentando diversi corsi di specializzazione in università degli Stati Uniti d’America (Harvard, Columbia University, UCLA), approfondendo la paleontologia e la paleoantropologia. È sposato e ha tre figli: Riccardo, Edoardo e Alessandro. Alla propria attività di studioso ha fatto seguito la professione per la quale è più noto, quella di divulgatore scientifico, in particolare attraverso la televisione. Nell’ambito dei programmi televisivi, come autore, iniziò nel 1989, partecipando alla realizzazione di due documentari per la Rai, nelle savane del Serengeti: “Una giornata di 2 milioni di anni fa e Leopardo”. Poi concepì e scrisse assieme al padre “Il pianeta dei dinosauri”, trasmesso da Rai 1 nel 1993, per il quale realizzò tutti i suoi interventi[6] sui siti paleontologici più importanti di vari continenti anche in francese e in inglese, per le vendite all’estero del programma. È anche uno degli autori dei programmi: “Superquark”, (originato da “Quark”, da una costola del quale è nato anche “Quark Atlante – Immagini dal pianeta”, nel 1997); “Quark Speciale”, e “Viaggio nel cosmo” per Rai 1: anche in questo caso, per “Viaggio nel cosmo”, tutti i suoi interventi nei principali siti di ricerca spaziale furono realizzati in inglese e francese per le vendite all’estero. Nel 1997 per “Superquark” fu il primo con la sua troupe[7] ad entrare (subito dopo la sua scoperta) e a realizzare un servizio televisivo nella più grande tomba egizia mai scavata (KV5, nella Valle dei Re). È inoltre l’autore e conduttore del programma “Passaggio a Nord Ovest”, su Rai 1. È il conduttore e assieme al padre anche l’autore del suo programma, “Ulisse – Il piacere della scoperta”, in onda dal 2000 su Rai 3, la cui prima edizione vinse il Premio Flaianoper la televisione.

Per Rai 1 ha realizzato il programma “Meraviglie”, andato in onda nel gennaio 2018.

A settembre-ottobre “Ulisse – Il piacere della scoperta”, dopo 18 anni di Rai 3, debutta su Rai 1 con quattro nuove puntate che riscuotono un grande successo (la prima e l’ultima fanno 4 milioni di telespettatori circa per il 21% e 22,5% di share).



more No Comments febbraio 8 2019 at 14:07


Martina Stella: “La mia Maria Elena Boschi è più emotiva”

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La ragazzina-prodigio del film “L’ultimo bacio” è cresciuta ed è diventata un’attrice più matura e molto apprezzata dal pubblico italiano. Nell’ultimo film prodotto per Netflix ha interpretato il ruolo di una onorevole un po’ divertente e sopra le righe

di Giulia Bertollini

È una bomba di bellezza ma anche di simpatia. Ed è proprio interpretando l’onorevole Giulia Rossi nel film di Netflix “Natale a 5 stelle” che Martina Stella mostra il suo lato ironico. Un personaggio divertente e sopra le righe che oltre a strappare un sorriso aiuta a riflettere sulle debolezze e sulle ossessioni dei politici. Una sfida importante per Martina che dopo l’esordio a soli 16 anni con il film “L’ultimo bacio” appare più matura e sicura di sé. L’abbiamo incontrata al termine della conferenza stampa di presentazione del film per farci svelare qualche dettaglio in più sul suo personaggio e per farci raccontare qualcosa di lei tra aneddoti e ricordi.

Martina, come ti sei preparata ad interpretare questo ruolo?

“Per me è stato un onore e un piacere partecipare ad un film dedicato a Carlo Vanzina che è stato un grande punto di riferimento umano. Ho trovato una troupe di amici, un cast fantastico e un personaggio surreale e divertente. Nel film interpreto Giulia Rossi, una deputata del Partito Democratico, che mentre è in visita ufficiale a Budapest intrattiene una relazione con il Presidente del Consiglio divenendone l’amante. E’ una donna in conflitto tra le proprie ambizioni ed emozioni. Per questo ruolo ho seguito molte tribune politiche in televisione”.

Il tuo personaggio sembra evocare l’onorevole Maria Elena Boschi. E’ così?

“Sì è vero anche se ci sono delle differenze. La Boschi è estremamente controllata e lucida, anche quando viene attaccata dagli avversari. La mia Giulia invece fatica a gestire le emozioni”.

Hai provato imbarazzo a spogliarti sul set?

“Quando Enrico Vanzina mi ha chiamato, mi ha parlato di un personaggio sopra le righe. Non mi aveva anticipato, però, che per la maggior parte del film sarei rimasta in mutande e reggiseno. L’ho capito leggendo la sceneggiatura. Non ho provato però imbarazzo perché la mia deputata è talmente impaurita e impacciata che ogni sensualità si spegne. Mi sono chiesta piuttosto se questo tipo femminile non ci portasse indietro alla donna-oggetto. Ma la mia Giulia è talmente brillante che possiamo solo divertirci”.

E’ la prima volta che sbarchi su Netflix. Come hai vissuto questo debutto?

“E’ per me una nuova esperienza e sono affascinata da questa novità. Sono molto legata all’uscita in sala e amo andare al cinema. Penso però possa essere una grande opportunità considerando che il film esce in 190 paesi. Guardo Netflix anche in famiglia. Ritengo che ci siano serie divertenti e intelligenti anche per bambini”.

Cosa pensi della situazione politica attuale?

“La penso come tanti italiani. A volte mi dico ‘lasciamo lavorare questo governo, diamogli il tempo, affidiamoci’. Ho creduto nella possibilità di cambiamento. E sono ancora fiduciosa. Poi però, di fronte alla confusione e all’incertezza, alla nebbia su temi come il reddito di cittadinanza, sono come destabilizzata. A farmi male è anche l’aggressività verbale dei nostri politici. Sono stata educata alla solidarietà e alla compassione. Vorrei vedere rispettati i valori”.

Parteciperesti mai ad un reality show?

“Non ho mai preso in considerazione l’idea di partecipare ad un reality e non ne ho l’intenzione”.

Si è da poco chiuso il 2018. E’ stato un anno positivo?

“Sì lo è stato sotto tanti aspetti anche se ho dovuto affrontare delle perdite importanti. Ho vissuto la scomparsa di Carlo Vanzina come un duro colpo perché è stata una persona che ha sempre creduto in me ancora di più di quanto ci credessi a volte io stessa. Ha sempre capito la mia ironia ed era molto divertito dal mio modo di essere nella vita di tutti i giorni. Non è stato solo un maestro ma anche un padre per me”.



more No Comments febbraio 8 2019 at 14:04


Alessandro Borghese: Il lusso della semplicità

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È uno degli chef stellati più apprezzati nel nostro Paese e nel Mondo. La passione per la cucina l’ha portato a diventare ambasciatore del gusto e conduttore televisivo molto seguito dal pubblico

di Irene Di Liberto

Alessandro, quando nasce la tua passione per la cucina?

“Avevo cinque anni quando, ogni domenica mattina, mi svegliavo col profumo del ragù dentro casa. Mi alzavo molto presto e andavo in cucina per osservare le mani di mio padre muoversi in assoluta sicurezza tra fornelli, piatti e coltelli. Quei momenti hanno il sapore indimenticabile di quel ragù che inonda la fetta di pane per la colazione domenicale. Sono atmosfere segnate dal calore e da un’emozione indimenticabile. Il sorriso di mio padre concesso nel descrivermi una ricetta, i suoi consigli come un regalo speciale, hanno sviluppato gradualmente oggi il mio essere chef e rifare quel piatto con la stessa emozione della prima volta. E la musica c’era sempre. Dalla radio al mio walkman, con cui ascoltavo le mie prime playlist create sul nastro delle musicassette. Dopo il diploma mi sono imbarcato sulle navi da crociera per iniziare la mia impegnativa gavetta, per i successivi tre anni ho lavorato tra fornelli e piatti da lavare. La mia sveglia iniziava a suonare alle 5.30 del mattino, e dovevo abituarmi fin da subito agli odori della cucina e agli ordini del capo partira che dovevano essere eseguiti senza sgarrare! Mi sono beccato anche tante padellate in testa per qualche errore commesso. Solo oggi mi rendo conto di quanto fosse preziosa e giustificata la disciplina che pretendeva. Viaggiare per il mondo dona estro e ispirazione. La nave è stata la mia casa e la mia scuola in movimento. Un mondo fatto di tante storie. Di amori di una notte. Di ricette sbagliate. Di successi prelibati. Di incontri inaspettati. Di luoghi incredibili. Di sorrisi sinceri. Di racconti tra amici. Di sguardi con cui dividere la birra e la musica. Di notti sdraiato a letto con le mani dietro alla nuca, immaginando un giorno la lettura del menu di: chef Alessandro Borghese. Ho avuto tanti maestri e di ognuno ricordo qualcosa in particolare. Ricordo bene il discorso di benvenuto del capo chef basato sull’umiltà, il talento deve essere condito con lo studio, la passione e dal massimo rispetto per le materie prime; sono parole che ancora oggi accompagnano il mio percorso lavorativo con la ‘AB Normal S.r.l.’; la mia azienda che si occupa di ristorazione, licensing e produzioni televisive dedicate al cibo. Nel mio ristorante, in viale Belisario 3 a Milano, in zona ‘City Life’, si elabora il menu in base a cosa abbiamo di fresco. Dono gli ingredienti a darci la spinta; è il cibo che si lascia interpretare prima e dopo la sua trasformazione. In cucina, c’è una continua ricerca, una sfida in ogni piatto, è una constante evoluzione che genera nuovi piatti con materie prime da interpretare ogni volta per un nuovo palato e renderlo felice. Cuciniamo solo materie prime di stagione e verifico con una minuziosa pignoleria i prodotti per domandarmi cosa posso prepararci. Lavoro con tutte le verdure: dai semplici pisellini che da comparse, diventano protagonisti di una ricetta, all’insalata di pomodori da abbinare alla scamorza. È l’istinto, la fantasia, unita all’esperienza ogni giorno per i miei ospiti”.

Nel 2004 affianchi l’amore per il cibo e i fornelli alla TV, un binomio allora ancora poco diffuso in Italia. Oggi i programmi di cucina spopolano, secondo te qual è il segreto vincente di questa accoppiata?

“Il food ha catturato l’attenzione dei network televisivi e di Internet, la cucina è l’anima del nostro Paese, le materie prime sono uniche ed eccezionali, era ora! Oggi abbiamo la fortuna di avere mezzi di comunicazione immediati e diffusivi, e chiunque attraverso la televisione, internet e la stampa, può seguire i procedimenti e i consigli del cuoco preferito. Mi piace essere connesso con il mondo, scoprire le nuove tendenze dell’universo culinario, prendere spunti per come migliorare i miei piatti. Anni fa per conoscere i piatti dello chef e avere qualche ricetta e consiglio, dovevi recarti al suo ristorante. In Italia abbiamo creato un linguaggio universale sul cibo: pasta, cappuccino, spaghetti, parmigiano, espresso, pizza. Puoi trovarti in un qualsiasi posto all’estero, parlare in una lingua non tua, che la parola ‘pasta’ resta per tutti il sinonimo per eccellenza del Bel Paese. E’ fondamentale divulgare l’agroalimentare italiano a casa nostra e nel commercio mondiale, finalmente era ora che oltre all’arte, alla storia, al turismo, alla moda e pure al calcio, ci fosse molta attenzione alla nostra cultura gastronomica. È un grande biglietto da visita nel Mondo”.

“Alessandro Borghese 4 ristoranti” che ti porta a girare in lungo e in largo l’Italia alla ricerca del ristorante migliore del luogo. Oltre l’assaggio, la parte più divertente della trasmissione  è…?

“Ogni stagione di ‘Alessandro Borghese 4 Ristoranti’ arricchisce il mio bagaglio culturale e umano. Assaggiare un piatto tipico di una zona d’Italia, preparato con ingredienti e materie prime del posto ti fa conoscere e sentire il sapore della cultura di quei luoghi. È bello vedere famiglie unite in una passione comune o due ragazzi che investono nella ristorazione. Sono tante le formule anche bizzarre, con idee e business diverso ed è curioso notare come siano diverse le motivazioni per come qualcuno inizi a fare questo mestiere o per chi lo tramanda da generazioni in famiglia; c’è la coppia che vuole mettersi in pratica, il filosofo che della cucina ha fatto un credo oppure chi vuole mantenere la viva tradizione del piatto tipico. Il furgone scuro con il logo del programma lo riconoscono ovunque dal parcheggio, fermo al semaforo o collocato per una ripresa nei pressi del lungomare. Sui social Web impazzano le foto di selfie accanto alla portiera nera: fidanzati abbracciati, il ragazzo in bicicletta, la signora in costume da bagno e il babbo natale locale. Sono molto contento del successo del programma, c’è molta curiosità in città o in paese quando arriviamo per conoscere i ristoratori e assaggiare la cucina del ristorante in gara, dalla piazza principale fino all’uscita del casello, la location si anima e vuole capire quale sia il ristorante in gara. Faccio sempre tesoro del consiglio sussurrato da uno cuoco in cucina, dei segreti celati nelle mani di chi lavora un ingrediente, del consiglio regalato da chi ti ferma per strada. Chi lavora con passione, non finisce mai di imparare. La passione cresce di pari passo con la ricerca e lo studio”.

Ti ho visto gironzolare per le strade di Perugia con il tuo incamuffabile furgone, per gli amici perugini, un’anticipazione su quando andranno in onda le nuove puntate e cosa ti è piaciuto di più della cucina umbra.

“L’Umbria è una regione piena di cultura, storia, bellezze architettoniche e paesaggistiche uniche. Le ‘fertili coste’ decantate nella Divina Commedia vantano una tradizione culinaria caratterizzata da: pasta fresca, tartufo e selvaggina. La norcineria, vera arte di questa regione, ha origini antiche e incerte. Capace di trasformare il maiale in tante opere culinarie che ammalia e appaga”.

Sia “Cuochi d’Italia” che “Alessandro Borghese 4 ristoranti” prevedono delle sfide tra i concorrenti, la tua sfida più grande qual è stata? 

“Chi fa il mio lavoro, sa benissimo che non esistono giorni rossi sul calendario. È un lavoro fisico ancor prima che mentale. La cucina da grandi soddisfazioni solo quando ci si dedica anima e corpo. A questo va aggiunto il tempo per la registrazione dei miei programmi. La mia sfida più grande forse è proprio questo: il tempo. Si può organizzare grazie all’esperienza o alla capacità di pianificazione, i programmi televisivi si registrano in pochi mesi. Gestire una squadra è fondamentale ed io lavoro con un incredibile gruppo di professionisti in brigata e in azienda. Niente funzionerebbe senza la collaborazione di altre persone. L’esperienza mi ha insegnato che prima o poi arriva il tempo delle scelte ardue o impopolari, in fondo tutti risolverebbero sempre meglio di te, ma in entrambi i casi la competenza e la maturità giocano un ruolo superiore con un valore aggiunto preziosissimo. La precisione e la pignoleria che chiedo ai miei collaboratori più stretti, spesso mi fa essere pedante. Siamo sempre in movimento, presi dalla ricerca, guardiamo con attenzione i diversi punti di vista e cerchiamo un nuovo modo di ripensare a ciò che facciamo, mai pensare di essere arrivati. Mio padre sosteneva che bisogna focalizzare l’obiettivo da raggiungere e migliorare continuamente, studiando e impegnandosi a fondo. Sembra uno slogan, ma non lo è”.

In principio lo chef si occupava solamente di essere il “capo cucina”, oggi è una figura molto più complessa che sviluppa il menu, crea nuovi piatti e ne determina il prezzo, hai un consiglio per chi volesse diventarlo?

“Per essere a capo di una brigata devi conoscerne la struttura. Le responsabilità non si limitano solo alla cucina, sei un professionista nella gestione dei compiti, dal rispetto della materia prima alla gestione dei fornitori. Devi conoscere la tradizione e le tendenze del momento per saperle lavorare in piatti. Ed è fondamentale divulgare l’agroalimentare italiano a casa nostra e nel commercio mondiale. Era ora che oltre all’arte, alla storia, al turismo, alla moda e pure al calcio, ci fosse molta attenzione alla nostra cultura gastronomica. È un grande biglietto da visita nel Mondo ed un dovere di tutti gli chef saperlo rappresentare al meglio. Navigare per il mondo da un emisfero all’altro dona estro e ispirazione, la mente si allarga e si aiuta la propria creatività, il talento. Viaggiare è stato fondamentale per la mia crescita umana e professionale. Gli artisti fino al secolo scorso potevano ritenersi tali solo dopo aver girato mezzo mondo con il “Grand Tour”: un viaggio per conoscere la politica, la cultura e l’arte delle terre vicine per migliorarsi e specializzarsi. Chi vuole fare questo mestiere deve andare in Inghilterra, Francia, Spagna, meglio nei Paesi baschi. Partire per imparare la disciplina di lavorare in un gruppo, all’estero sono più bravi a lavorare in team. E dopo ritornare in Italia e realizzarsi. Al contrario chi è nato negli Stati Uniti, andrà sempre a studiare questo lavoro in Francia e in Italia. Bisogna studiare e approfondire: per preparare una cacio e pepe ci vuole testa ed esercizio, devi conoscere i formaggi la loro stagionatura, sapere che un formaggio si lega meglio con un altro e trovare il giusto abbinamento con l’amido della pasta per avere un ottimo risultato. Sperimentare e rispettare gli ingredienti: la materia prima ha un ruolo centrale, devi conoscerla ed essere bravo nel valutare le sue possibili trasformazioni senza stravolgere la sua natura. Quando si entra in cucina c’è studio, progettualità, fantasia, ci vuole concentrazione, intuizione, il gioco di squadra è fondamentale per lavorare verso l’obiettivo comune di suscitare un’emozione per chi assapora i piatti. Cucinare vuol dire passione e responsabilità: un atto d’amore ricco di desiderio, impegno, professionalità. È un lavoro duro con poche ferie, quando tutti festeggiano tu sei lì a lavorare! Ma ovviamente per chi lo ama, regala molte soddisfazioni. Non si cucina mai per il conto, si cucina per far felice gli ospiti”.

A casa chi cucina?

“Assolutamente, mi ricordo un proverbio: ‘Fai il lavoro che ami e non lavorerai un giorno della tua vita’”.

Le tue bimbe sono attratte dal tuo lavoro?  

“Mia figlia Arizona ha sei anni e quando mi vede in cucina sale su uno sgabellino, che le ho comprato per arrivare più facilmente al piano di lavoro, prima guarda cosa faccio e poi mi chiede se può aiutarmi. Alexandra sta iniziando a scoprire tutti i sapori dei grandi. È molto golosa e non perde occasione per assaggiare tutto quello che trova in cucina. Per ora si divertono, cucinare per loro è un gioco, ma hanno un’ottima manualità e un fine senso del gusto… promettono già di diventare più brave di me”.



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Stefano Fresi: Un concentrato esplosivo di simpatia e bravura

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di Giulia Bertollini

In pochi anni, è diventato uno dei volti più amati della commedia italiana. Con il suo concentrato esplosivo di bravura e simpatia, Stefano Fresi è tornato nelle sale italiane vestendo i panni del cattivo Mr Johnny, temibile avversario della Befana interpretata da Paola Cortellesi, nel film natalizio “La befana vien di notte”. Un ruolo che l’ha costretto a sfidare il freddo e a mettersi in gioco nel ballo non senza qualche difficoltà. L’abbiamo avvicinato al termine della conferenza stampa e ci siamo fatti svelare qual è stato il Natale che ricorda con più emozione. Un momento di esitazione a cui è seguita una rivelazione inaspettata.

Stefano, quali sensazioni hai provato quando ti hanno detto che avresti dovuto fare l’antagonista della Befana?

“E’ stata una sensazione bellissima. Quando mi hanno detto ‘farai un film con la Befana’ mi aspettavo di dover interpretare Babbo Natale. E invece mi sono trovato a vestire i panni del perfido Mr Johnny, nemico conclamato della Befana. Mi sono divertito tantissimo perché si tratta di un personaggio lontano da me. Tendenzialmente, se nella vita ti comporti come Mr. Johnny vai in galera. Nel mio caso invece non solo ho avuto la possibilità di farlo ma anche di essere pagato”. (ride)

Da bambino, sei mai rimasto deluso dalla Befana?

“Come si può notare la Befana è stata sempre generosa. Le calze me le ha sempre riempite e io le ho sistematicamente svuotate. Ho provato a mettermi nei panni del mio personaggio e ho capito una cosa. Se tu ricevi tanti dolci vuol dire che sei stato buono mentre se ricevi carbone sei stato cattivo. Non ricevere nulla in dono vuol dire essere stato indifferente alla Befana. Equivale a un non essere stato. E’ un dolore insopportabile”.

Nel film, ti abbiamo visto anche cantare. Hai contribuito alla scrittura della partitura musicale?

“E’ tutta farina del maestro Andrea Farri che ha composto la colonna sonora. Sono stato molto felice di poter cantare quella canzone perché ha un ritornello leggero e divertente. Mi hanno convinto ad interpretarla senza aggiungere che avrei dovuto ballare in ginocchio. Infatti, sto aspettando a giorni il trapianto della rotula”. (ride)

E’ stata una sfida ulteriore quella del ballo. In che modo l’hai vissuta?

“E’ stato difficile ma il fatto che conoscessi il mondo della danza mi ha aiutato molto. Infatti, ho ballato per quattro anni con Don Lurio. Penso che la leggerezza della mia mente si intraveda anche da come mi muovo. Vivo la mia fisicità con molta serenità”.

Come ti sei trovato a lavorare con i ragazzi?

“E’ stato faticoso girare le scene sulla neve perché portando i mocassini avevo i geloni che mi arrivavano a metà coscia. Il merito più grande in questo film va alla serietà e alla professionalità dei ragazzi che si sono comportati come fossero attori navigati. E’ facile prenderla come un gioco soprattutto quando hai a che fare con costumi colorati, macchine speciali e pistole. Invece nonostante l’aspetto ludico, sono stati dei veri professionisti. Spero di poter collaborare con loro su altri set”.

Cosa ti ha detto tuo figlio?

“Quando Lorenzo era appena nato avevo girato degli spot pubblicitari in cui facevo Babbo Natale. Ora non solo è convinto che Babbo Natale esista e che sia suo padre ma ne ha addirittura ricevuto una conferma visto che in questo film lavoro con la Befana. Spero solo di non diventare un serial killer”. (ride)

Qual è stato il Natale più bello della tua vita?

“Il Natale più bello della mia vita risale al 25 dicembre del 2004 che è il giorno in cui mi sono fidanzato con la mia attuale moglie. Ci siamo messi insieme a Natale. Questa è l’unica cosa che mi fa superare le feste in famiglia. Quando tutti festeggiano il Natale io brindo al nostro avversario. Così ho anche il vantaggio di dover fare un solo regalo”. (ride)

Cosa ti aspetti da questo 2019?

“Mi auguro di avere anche un quarto da quello che questo anno mi ha regalato”.



more No Comments febbraio 8 2019 at 13:59


Elisa Trodella: Quando l’amore si tinge di rosa

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“Il romanzo deve portarti all’evasione, un’evasione finalizzata a far stare l’anima e il cuore leggeri”, afferma la scrittrice

di Mara Fux

Scrive perché ha talento. Insieme a Loredana Tarducci ha realizzato una trilogia in rosa che ha avuto un grande successo. Adesso arriva il suo primo romanzo da sola. E c’è ancora l’amore come protagonista.

Come è iniziata la tua avventura nella scrittura? 

“Un inizio vero non c’è mai stato perché scrivo da quando sono piccola e non parlo soltanto del classico diario personale, quello che fanno un po’ tutte le ragazzine e che nel mio caso era un vero e proprio ventaglio di pagine; parlo di letterine, piccoli temi con cui scrivevo a madre-padre- nonni tutto quello che facevo. Che so: che ero andata ad una festa o quello che era successo durante la ricreazione. Io tornavo a casa e scrivevo letterine, dei veri e propri temi con il loro svolgimento. Ovvio che si trattasse dell’esternazione del mio bisogno di comunicare e che non mi bastasse lo scrivere a se stessi, come nel caso di chi tiene un diario, ma avessi esigenza di comunicare con altri. Scrivevo tutto a tutti. E non hai idea nel corso degli anni quante persone, parenti o amici che fossero si son trovati le mie letterine durante un trasloco e me le hanno lette o fatte avere”.

Immagino che molte fossero anche d’argomento confidenziale.

“Esatto: non hai idea quante volte mia madre mi abbia detto ‘questa me la potevi risparmiare’ oppure ‘ma anche no!’, perché questa mia esigenza mi portava a trasmettere emozioni ed opinioni personali che tante volte eludono in un normale rapporto tra madre e figlia. Io però avevo una famiglia non allargata: allargatissima! in cui si parlava di tutto per cui sentivo di poterlo fare e lasciavo andare ogni freno inibitore. Essere figlio di genitori divorziati e poi riaccompagnati o risposati ti fa vivere in un mondo di adulti anche se sei un bambino perché ti fa capire che papà e mamma non sono solo un papà o una mamma ma sono anche uomini e donne con la loro capacità di sbagliare. In una famiglia estremamente allargata come la mia ho avuto la possibilità di vivere tante dinamiche positive o negative ma tutte animate principalmente dall’amore”.

Così hai deciso di scrivere un libro. 

“Un libro l’ho sempre voluto scrivere, come capita a molti l’ho iniziato e poi lasciato un mucchio di volte finché un giorno, dopo studi e tanti anni in un call center aziendale, mi sono ritrovata senza lavoro e così in attesa di trovarne uno nuovo, ho aperto un pc vecchio come il cucco, vi ho trovato sparsi qua e là tanti inizi del libro che avevo pensato di scrivere senza mai proseguire e ad un certo punto mi sono trovata dentro il libro stesso. Da quel momento ho smesso anche di cercare lavoro”.

Quanto sono autobiografici i tuoi romanzi? 

“Tanto. Ci sono tantissimi episodi tratti dalla vita mia o delle persone che mi circondano e che non sono necessariamente parenti o amici; ma credo che questo capiti un po’ a tutti i romanzieri; sono episodi assorbiti magari ascoltando persone per strada o vissuti da gente che non conosco ma che mi son stati riferiti ed in qualche maniera mi hanno colpito. La cosa bella è che poi, mentre scrivi, vengono fuori a fiume parole o descrizioni di quegli stessi episodi che sono frutto della tua immaginazione, non dei fatti come ti sono stati raccontati. La verità è che tu attingi da ciò che sai, è difficilissimo scrivere ciò che non si sa”.

Quanto rende scrivere? 

“Scrivere non rende a meno che tu non diventi un nome per cui la gente ti segue. Esiste anche che per diventarlo ci voglia tempo e ogni cosa accade al momento giusto. Di base non scrivi per guadagnare ma per una esigenza; lo scrivere non porta un guadagno mensile, non ti da uno stipendio ma un guadagno a lunga scadenza. Ci vuole tanta gavetta, una gavetta che è palestra sia per la scrittura che per il temperamento”.

Dopo una fortunatissima trilogia in rosa da coautrice con Loredana Tarducci edita da Newton Compton, stai ultimando per la medesima casa editrice il tuo primo romanzo da sola. Hai trovato molta differenza nella stesura? 

“I romanzi della trilogia seguivano uno schema concordato proprio per il fatto che erano scritti a quattro mani. Qui mi sono lasciata completamente andare. Ho vissuto una nuova avventura e l’emozione è stata la stessa di quella provata per il primo libro. Ho affrontato anche tantissime situazioni per me nuove proprio perché non avevo uno schema prestabilito, situazioni da cui non sapevo uscire”.

E come ne sei venuta fuori? 

“Sono stati gli stessi personaggi a darmi ciascuno la propria soluzione perché essendosi cucici addosso ciascuno la propria personalità alla fine sono stati loro a condurmi dove volevano andare”.

Perché romanzi rosa in un’epoca in cui si tende a proporre storie concrete spesso anche crude? 

“Dal mio punto di vista il romanzo deve portarti all’evasione, un’evasione finalizzata a far stare l’anima e il cuore leggeri. Quello che ti deve trasmettere un romanzo d’amore è un mondo di gioia, serenità, leggerezza. Certo, anche l’amore prevede tensioni talvolta drammaturgiche ma comunque quello che muove l’amore, l’amore vero con la A maiuscola, è risolvibile. Io apprezzo molto chi scrive quel genere di romanzi, penso siano più forti di me o forse solo diversi ma penso anche che se io provassi a scrivere come loro avvertirei troppo empaticamente il carattere dei personaggi. Così preferisco dipingere più di rosa il mondo delle mie storie che rileggo sempre con piacere, con leggerezza se vuoi, ma a cuor sereno”.



more No Comments febbraio 8 2019 at 13:57


Roberto Bagagli: Positività e semplicità le sue armi

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Da aspirante calciatore sta lavorando per diventare un bravo attore. Il talento e la preparazione ci sono e anche le esperienze teatrali finora sono eccelse

di Simone Mori

Schietto, simpatico, solare. Questi tre aggettivi descrivono bene Roberto Bagagli, nato a Roma nel 1982. Amante delle moto, della cucina e della lettura, ha una grande passione per i cappelli. Ne ha una collezione invidiabile. Conosciamolo meglio.

Iniziamo questa chiacchierata con una domanda semplice. Chi è Roberto Bagagli?

“Sono un ragazzo semplicissimo, nato e cresciuto nella periferia di Roma. Amante dello sport, il calcio in particolar modo, e con una passione sconsiderata per il teatro e per il cinema. Infatti passo pomeriggi interi davanti la TV guardando serie e film. Ho molte altre distrazioni: amo cucinare, leggere e passeggiare per le vie di Roma quando non piove ahahah inoltre mi piace andare nelle scuole e parlare con i bambini ed ascoltarli e se mi è concesso, provare a trasmettergli i miei valori”.

Le tue esperienze nel mondo dello spettacolo. Quale sono le più importanti per te e quali invece quelle che non rifaresti mai?

“Vorrei iniziare a parlare della mia prima esperienza teatrale da professionista. Emozione unica! Era il novembre del 2011 e insieme ad altri due amici portavamo in scena al piccolo teatro Manhattan lo spettacolo ‘Calabroni’, scritto e diretto da Andrea Bizzarri, uno dei tre attori in scena. Mi sentirete parlare di lui in seguito, perché è con lui e ad Alida Sacoor, colei che completa il trio, che ho spesso condiviso il palcoscenico. Posso dire che tutti i spettacoli a cui ho preso parte, sono stati importati per me. Importanti perché mi hanno dato modo di crescere sia come uomo che come artista. Posso citarne uno a cui sono legato particolarmente: ‘Viva la Guerra’ di Andrea Bizzarri. Oltre ad essere uno  spettacolo davvero molto bello e profondo(c’è la critica che non mi smentisce), mi ha dato la possibilità di essere scelto per la commedia musicale ‘Il congresso degli arguti’ portata in scena al Teatro Quirino. Ora come ora, rifarei tutto quello che ho fatto. Non c’è niente che non rifarei perché ogni spettacolo mi ha regalato emozioni differenti”.

Qual è ad oggi il tuo sogno più importante da realizzare? Riguarda il lavoro o altri ambiti?

“Ho sentito dire che se si svelano i propri sogni, alla fine non si avverano! Ahahahah non è difficile immaginare quale possa essere, chiedo scusa ai lettori ma, su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.

Sei molto vicino al sociale. Cosa ti spinge ad aiutare il prossimo?

“Penso che ognuno di noi ha una missione in questa terra, o un obiettivo se vi fa più comodo, ma nessuno ci dice quale sia effettivamente. È una cosa che dobbiamo scoprire. Secondo me il modo migliore per capire quale sia, è ascoltarci, nel profondo. Mi sono sempre chiesto perché esistono persone meno fortunate di me? È questa cosa, per chi mi conosce, che mi spinge a comportarmi in un determinato modo e ad essere la persona che sono”.

Ci sono dei miti con i quali sei cresciuto? Se si quali e perché?

“Potrei stare a parlare per ore su questa domanda! Sono pieno di miti che spaziano dalla vita reale ai fumetti. Per cercare di essere coinciso, oltre a mio zio, che non c’è più, ne voglio citare due… anzi tre perché uno è una coppia. Il primo è legato al mondo dello sport ed è Ayrton Senna. Dal giorno della sua scomparsa ho pianto e non me ne vergogno per giorni, come se fosse uno di famiglia. Dopo la sua morte, per anni non ho seguito più la Formula 1. Anche se avevo poco più di 10 anni, vederlo correre mi dava un senso di pace non so come spiegarmi, mi rilassava, mi piaceva! La coppia invece, è quella cinematografica formata da Bud Spencer e Terence Hill. Posso sembrare banale ma, senza essere ipocrita o bugiardo ho sempre sognato fin da bambino di poter essere uno di loro! C’è chi sogna di essere come Clark Kent o Batman, io sognavo di essere Trinità”.

Qualche domanda scomoda provo a fartela. C’è meritocrazia nel mondo del teatro e del cinema? Perché a me da giornalista e, soprattutto da spettatore, sembra proprio di no.

“Mi fa sempre male parlare di questo, per quanto ho potuto vedere, standoci dentro, purtroppo la meritocrazia nel mondo dello spettacolo scarseggia, almeno quando ci si trova all’inizio di questo percorso lavorativo. Se inizialmente non hai le conoscenze giuste, fai fatica a lavorare! Anche teatralmente parlando, se non sei o non hai un ‘nome’ nella compagnia, i teatri, quantomeno importanti, ti scartano a volte senza neanche conoscere il testo o averti visto ma basandosi solo sul tuo curriculum”.

Pensi che l’Italia come Paese, spenda soldi ed energie sufficienti per la cultura?

“Prendendo come esempio il teatro, alcuni anni fa andai a trovare un amico a Londra. Un pomeriggio mi regalò un biglietto per andare a vedere a teatro Grease. Uno degli spettacoli più belli che abbia mai visto. Posso dire che era un giovedì pomeriggio alle 17 e il biglietto è costato solo 8 sterline e il teatro era pieno! Dove voglio arrivare… che l’Italia ha la potenzialità di investire nella cultura, ha la possibilità di creare strutture nel campo scolastico, perché è da lì, nelle scuole che bisogna partire. Mi sento da dire con tutto il rispetto per il nostro governo, che in questi ultimi anni l’attenzione è stata rivolta principalmente su altre necessità, ma con questo non voglio colpevolizzarlo, o sminuire il suo lavoro, perché abbiamo avuto molti problemi, ma sono sicuro che la nostra Italia in un futuro prossimo riuscirà a ritrovarsi e riprendersi. Anche nella cultura!”.

Quali sono i tuoi film preferiti? E il libro che hai nel cuore?

“Ovviamente anche su questa domanda potrei fare notte. (ride) Partiamo dai due libri che ho nel cuore: ‘Il piccolo Principe’ e ‘I tre moschettieri’. Per quanto riguarda i film, tralasciando tutti quelli della coppia Bud e Terence, è davvero difficile creare una vera e propria classifica dei miei film preferiti, ma ci provo, premesso che sono profondamente legato ai film con Antonio De Curtis in arte Totò. Dico: ‘L’attimo fuggente’, ‘Shining’, ‘Brutti sporchi e cattivi’, ‘Il Marchese del Grillo’,  ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’, ‘C’era una volta in America’. Come vedi sto spaziando da un genere all’altro”.



more No Comments febbraio 8 2019 at 13:55


Sara Colonnelli: “Sogno di lavorare con Leonardo Pieraccioni”

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È scrittrice, sceneggiatrice e speaker radiofonica

L’eclettismo è il suo forte. All’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma ha presentato un progetto, “Klunni”, sul tema della pedofilia attraverso un cortometraggio. Conosciamola meglio attraverso questa intervista.

Presentati e descrivi la tua professione.

“Mi chiamo Sara Colonnelli ho 28 anni e sono un’autrice, sceneggiatrice e speaker radiofonica”.

Hai presentato alla 13° edizione della Festa del Cinema di Roma “Klunni”; parlaci di questo progetto.

“Klunni nasce dalla mia mente e quella della mia collega Francesca Conte, circa tre anni fa. È un progetto che ci sta dando molte soddisfazioni, tratta una tematica importante, la pedofilia, per noi è una costante sfida e sono stati anni difficili, ma pieni di emozioni, tra cui la più grande, al momento, riuscire a proiettare il corto alla Festa del cinema di Roma”.

Che difficoltà hai incontrato (se ce ne sono state) nel realizzare questo cortometraggio?

“Le difficoltà nella realizzazione sono state diverse, a partire dalla ricerca di una produzione che ci supportasse, il genere è particolare essendo un thriller psicologico e ancora in Italia non c’è molta cultura a riguardo, anche se le cose stanno migliorando”.

Regista, speaker radiofonica e… che altro? Sogno nel cassetto?

“Sono anche autrice e ho vinto, grazie ai miei libri, due riconoscimenti  importanti tra cui il premio Massimo Troisi nel 2014 e Vincenzo Crocitti nel 2016. I sogni nel cassetto sono diversi, sicuramente uno tra questi è quello di riuscire a girare la serie di ‘Klunni the clown’ o avere un programma tutto mio in una radio importante”.

Attualmente su cosa stai lavorando?

“Attualmente sto lavorando a un nuovo progetto per una web tv, con un mio programma, dove avrò il piacere di ospitare tanti artisti sia famosi che emergenti e poi grazie alla proiezione del corto alla Festa del cinema il sogno di sviluppare la serie di ‘Klunni’ sta iniziando a realizzarsi e anche per il corto abbiamo ricevuto una proposta importante da una famosa casa di distribuzione”.

Come vivi la competizione?

“La competizione non mi spaventa, ci sono molti ragazzi/e in gamba che con la loro determinazione provano ad andare avanti, quando qualcuno che merita riesce davvero, non posso che essere contenta per lui/lei”.

La crisi nel mondo dello spettacolo: come reagisci a tale fenomeno? Come un artista può sopravvivere?

“Quella che sento di più è quella nel settore cinematografico, ovviamente. Siamo tanti in questo mestiere e purtroppo non ci sono fondi abbastanza per tutti, spesso chi fa da sé riesce lo stesso, anche se richiede più tempo”.

Un attore o un regista con cui ti piacerebbe lavorare?

“Mi piacerebbe poter lavorare con Leonardo Pieraccioni, è un sogno che ho fin da bambina”.



more No Comments febbraio 8 2019 at 13:52


Lia Lippiello: Una parrucchiera alla conquista del cinema

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Se il buongiorno – come recita il proverbio – si vede dal mattino, il 2019 sarà l’anno della sua definitiva consacrazione. Da Roma alla conquista dell’Italia rigorosamente sotto i riflettori. L’agenda dice già tutto. Un film da girare in quel di Genova e due video musicali che la vedranno protagonista nelle splendide location di Lecce e Napoli. Meglio di così, l’anno di Lia Lippiello non poteva iniziare. D’altronde, col mondo dello spettacolo, della tv e del cinema, lei ormai ci ha fatto l’abitudine. Un feeling esploso con la partecipazione alla serie televisiva “1992” con Stefano Accorsi e confermato dalle lezioni al Teatro Parioli dove studia senza sosta per diventare un’attrice del grande schermo. Eppure, di straordinario, nella storia di Lia Lippiello c’è la professione di parrucchiera che con costanza ed affetto porta avanti nella quotidianità- Dal mattino al tardo pomeriggio, quella è la sua professione. Poi, quando l’ora di cena si avvicina, c’è spazio per le sue passioni. Quella del cinema, innanzitutto, e quella della fotografia. La sua carriera di fotomodella è caratterizzata da un  elenco infinito di shooting fotografici, set e workshop che l’hanno resa popolare in tutta Italia.

Un curriculum da aggiornare giorno dopo giorno.

“E speriamo possa allungarsi ulteriormente in questo 2019! Ho già avuto la conferma di due videoclip musicali importanti che girerò a Lecce e Napoli. Poi, sarò fra le protagoniste di un nuovo film che verrà girato in Liguria”.

Di recente è persino uscito un libro nel quale il personaggio si ispira a te.

“Proprio così: può sembrare incredibile ma… è così! Il libro si chiama ‘Quarantena Roma’, scritto da Dario Giardi, nel quale la protagonista richiama la mia persona. Ho anche realizzato un video di presentazione della trama thriller-horror, tutto questo per me è motivo d’orgoglio e di soddisfazione”.

Torniamo alla fotografia.

“Perché in realtà è partito tutto da qui! Un amico mi ha suggerito di buttarmi e io per gioco ho accettato. Dopo aver pubblicato i primi scatti, è successo il finimondo: contatti e proposte da ogni parte d’Italia. Set fotografici, progetti innovativi, set mai scontati. Un’autentica meraviglia”.

Collaborazioni che hanno lasciato il segno.

“Ogni fotografo è riuscito a raccontare una parte di me. Adoro il glamour, lo street, mi piace mettere il mio corpo e la mia espressività al centro delle idee di professionisti e amatori. Adoro sperimentare, un po’ come accaduto in un set nel quale mi sono vestita da… gangster! Confesso che, in generale, riguardarmi mi fa strano: in quelle foto vedo un’altra persona, spicca la sensualità e la femminilità di Lia”.

Dove ti piacerebbe arrivare?

“Mi piacerebbe essere la protagonista di pubblicità, qualcosa si sta muovendo… ma per scaramanzia non dice nulla! Eppure, nella mia testa, c’è una fotografia che vorrei realizzare: sullo stile dell’impareggiabile Marylin Monroe, ambientata a New York, dove emerga tutto quello charme che la caratterizzava. Ecco, ho un altro sogno: posare per qualche fotografo estero”.

Eppure, nel quotidiano, Lia Lippiello è una persona riservata.

“Proprio così: adoro la tranquillità e la semplicità… tranne che nel modo di vestire. In quel caso, mi lascio guardare”.

Anche grazie ai tuoi outfit, i social decollano.

“Con i social ci lavoro, ormai è diventato uno strumento per interagire. Li ho tutti: Facebook, Instagram, Twitter, sono un fondamentale canale di comunicazione. Mi piace veicolare un’immagine di “femme fatale”, che attira e che è impossibile per gli uomini. Sembro quasi irraggiungibile. Grazie a queste foto il mio personaggio cresce. Non nascondo la mia particolarità, voglio uscire dalla massa, spiccare, come realmente accade”.

Caratterialmente, che ragazza sei?

“Sono dolce, aggressiva, cattiva. Dipende dalle situazioni e da chi ho davanti. Ho una certezza: nessuno mi riesce a tenere testa. E sono determinata. Per cui ho le idee chiare sul mio futuro: voglio diventare una brava attrice, recitare in un film di azione senza vedermi assegnata la parte della buona. Io voglio essere la cattiva”.

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Instagram: Paskal81



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