Chiara Squaglia: La cover story di maggio 2017

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La brillante e simpaticissima inviata di “Striscia la Notizia” arriva da Lucca e sa come bucare lo schermo da inviata. Chiara Squaglia ha debuttato in tv nel 2008 nella sua Toscana. “Oggi con Striscia è come lavorare all’interno di una grande famiglia”

di Silvia Giansanti

Caparbia e con la voglia di misurarsi con qualcosa di complicato, Chiara Squaglia ha voluto fare tutto un altro percorso da quello che le avevano indicato tempo fa i suoi genitori, l’architetto a Lucca. Sogna di lavorare nel grande schermo e si sta dedicando anche ad un cortometraggio. Non solo, al momento ha riposto la sua laurea nel famoso cassetto, ma ha scelto anche un tipo di lavoro che la vede sempre in movimento e lontana dalla sua città. Poco tempo insomma per amici e famiglia, questioni di scelte e di voglia di scalare montagne con sentieri impervi, ma che portano ad un grande risultato finale. Chi non riesce a comprendere tutto ciò, meriterebbe sicuramente un bel tapiro.

Chiara, come hai iniziato a lavorare per Striscia la notizia?

“Ho iniziato nel novembre del 2014 facendo la parodia della moglie di Renzi, un personaggio che già interpretavo su Radio Italia e di cui ho realizzato dei video che ho pubblicato su YouTube. La mia parodia fu inserita all’interno di una rubrica ideata dagli autori di Striscia, andata in onda per due mesi. Dopo poco, uscì il bando per la ricerca di nuovi inviati. Mi misi immediatamente a  preparare la puntata zero da proporre, che consegnai a febbraio e a giugno venni selezionata. Dopo tanto lavoro, finalmente un sogno che si realizzava”.

Ti sei subito trovata a tuo agio con autori e colleghi?

“Subito. Innanzitutto perché molti erano già amici, quando andavo a trovarli in studio mi accoglievano sempre con un tale affetto che io la sentivo già come una famiglia, quindi trovarmi a lavorare con loro è stato veramente un sogno che si è realizzato. In più il mio primo autore era proprio di Lucca, assurdo, di tutta Italia un autore esattamente della mia città natale, forse un altro segno del destino?”.

Chi ti diverte di più del cast?

“Impossibile scegliere. Siamo tutti molto affiatati e il clima che si respira all’interno del programma è quello di una grande famiglia”.

Come si svolge il tuo lavoro lì?

“Per prima cosa ricevo le segnalazioni che possono arrivare da diversi canali: soprattutto dall’SOS Gabibbo, ma anche via mail o attraverso i social. Poi si verificano con telefonate e sopralluoghi e infine ci presentiamo di persona sul luogo. L’obiettivo è sempre quello di risolvere il problema, la filosofia di Striscia è quella di contribuire alla risoluzione della magagna”.

Pro e contro del mestiere dell’inviata.

“Partiamo dai contro: essere sempre in viaggio, con la valigia pronta, avere poco tempo per la famiglia, gli amici e la vita privata. I pro: moltissimi, avere una vita ricchissima di esperienze stimolanti, sempre in movimento, mai monotona, visitare luoghi nuovi, conoscere persone nuove, realtà nuove, accrescere la propria cultura e aprire i propri orizzonti geografici e mentali”.

Un aneddoto da raccontare nelle tue esperienze da inviata?

“Mi viene in mente di quando mi sono occupata degli spacciatori nella pineta di Viareggio. Durante la registrazione del servizio ero da sola, di sera, con il mio operatore e ci siamo ritrovati circondati dai pusher… Un margine di rischio nel nostro lavoro c’è ma lo trovo stimolante. Quello che conta è che è uscito un bel servizio”.

Quali sono i tuoi miti nel mondo dello spettacolo? Personaggi a cui ti ispiri?

“Il mio mito è Terence Hill, guardavo sempre i suoi film con Bud Spencer… Lo sposerei anche ora. E come fonte ispiratrice Meryl Streep, non solo come attrice, ma come donna. L’ammiro perché è riuscita a crearsi una famiglia “normale”, riservata, al di fuori di qualsiasi gossip nonostante la sua fama mondiale”.

Che servizio realizzeresti per la tua città natale Lucca?

“Beh, spero non un servizio di Striscia, visto che in genere andiamo a scovare le magagne e mi piacerebbe che lì non ce ne fossero, anche se so che non è vero”.

Prima di lavorare per Striscia la notizia hai collaborato per il centro Epson Meteo e con il colonnello Giuliacci. Cosa ricordi di quell’esperienza?

“Sono molto grata al colonnello Mario Giuliacci e a suo figlio Andrea perché mi hanno dato fiducia e mi hanno permesso di trasferirmi a Milano. Poi ho scoperto molte cose sul meteo e ho conosciuto tanti amici, persone speciali che mi hanno sostenuto sempre anche nei momenti più difficili, tifano per me e sono felici dei miei traguardi”.

Se ti chiedessero di “sostituire” per un giorno Staffelli, a chi consegneresti il Tapiro?

“Ai miei genitori, perché me l’hanno fatta sudare! Mi hanno sempre scoraggiato, volevano che facessi l’architetto, visto che sono laureata in architettura, e che vivessi a Lucca, insomma che seguissi la strada più sicura e comoda ma non sempre è quella migliore, anzi è proprio quella piena di curve e ostacoli, difficoltà e salite che ti fa crescere. Credo che abbiano accettato la mia scelta solo quando ho raggiunto Striscia, che quindi devo ringraziare anche per questo”.

Che rapporto avete voi inviati con i conduttori di Striscia?

“Sono tutti stupendi, sempre nell’ottica di Striscia ovviamente, che è quella di scherzare con noi e su di noi. Dietro la loro comicità, però, si nota la grande solidarietà e il rispetto per il lavoro degli inviati. Si avverte la complicità, il senso di squadra. È questo il segreto del successo di questo programma, siamo tutti una grande famiglia”.

Ti vedresti come conduttrice di Striscia? E chi ti piacerebbe avere come co-conduttore, senza nulla togliere agli altri?

“Conduttrice? Sarebbe troppo bello per essere vero.  Come co-conduttrice mi vedrei bene con Cristiano Militello visto che parliamo la stessa lingua… ci sarebbe da ridere!”.

CHI E’ CHIARA SQUAGLIA

Chiara Squaglia è nata a Lucca il 26 maggio sotto il segno dei Gemelli con ascendente Gemelli. Caratterialmente è brillante e determinata. Ha come hobby fare sport e ultimamente pratica molta palestra. Non ha una squadra del cuore, ama mangiare il pesce e adora la parmigiana di melanzane. La sua città preferita è Milano. Al momento non ha animali domestici per il poco tempo a disposizione. Nel passato ci sono una laurea in architettura e due diplomi di recitazione. Dopo la laurea, si è trasferita a Parigi dove ha lavorato come architetto part-time, affrontando le prime esperienze teatrali. Il suo debutto televisivo è avvenuto nel 2008, in qualità di inviata di un tg regionale in Toscana, che le ha permesso di fare un po’ di gavetta, occupandosi di tutto. Nel frattempo ha avuto piccoli ruoli in fiction tv. Nel 2010 è stata scelta come volto femminile dal Centro Epson Meteo per le reti Mediaset e su diverse radio locali e nazionali. Ha collaborato con il colonnello Giuliacci . Nel 2014 è passata nella trasmissione “Roulette Show Live” in onda su Winga Tv. Contemporaneamente in quel periodo la scelta del personaggio di Agnese Renzi su Radio Italia, si è rivelata lungimirante. Ha deciso di fare dei video da caricare su YouTube, facendosi apprezzare dagli autori di “Striscia la Notizia”. Il passo come inviata è stato breve nel momento giusto.



more No Comments maggio 8 2017 at 13:52


Barbara Foria: “Volevo una cena romantica… e l’ho pagata io”

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di Marisa Iacopino

E’ una delle protagoniste della comicità al femminile. Volto di Colorado e voce di Rtl 102.5. La sua comicità è dissacrante sul rapporto uomo-donna. E’ a teatro con uno spettacolo molto divertente, di cui parliamo nella prima parte di questa simpatica intervista.

Ciao Barbara, partiamo dallo spettacolo “Volevo una cena romantica… e l’ho pagata io”. 

“I tempi sono cambiati! Prima un uomo per corteggiarti, ti invitava a cena e nella speranza del dopo cena, offriva lui! Ma con la parità e i danni del femminismo, se vuoi andare a cena fuori devi offrire tu e devi pure passare a prenderlo! Se non passi a prenderlo viene lui, e poi magari ti chiede i soldi della benzina! A parte gli scherzi, ho scelto questo titolo perché mi divertiva l’idea di ironizzare sul romanticismo ormai perduto, per molti uomini considerato un vecchio errore di gioventù, e poi con questo titolo provocatorio volevo far notare quanto le donne paghino nella vita più degli uomini in generale solo per il fatto di essere donne!”

Il filo conduttore di questo spettacolo è il rapporto uomo-donna. Che tipo di rapporto è?

“Nel mio spettacolo racconto la vita di coppia e non solo, provo ad analizzare tutto ciò che mi circonda: mi piace osservare le persone e il loro modo di comportarsi. Osservo le coppie al ristorante, in macchina, al supermercato o semplicemente per strada. ascolto i racconti di amiche e amici, parenti e cerco di tramutare con ironia sul palco la mia visione delle cose, specialmente il mio punto di vista sugli uomini e l’amore nel terzo millennio, ma in realtà racconto soprattutto i mille volti delle donne, in tutte le molteplici sfaccettature. Diciamo che tutte  le donne cercano la metà della propria mela, sperando non sia marcia! E allora io racconto delle romantiche  e sognatrici, delle sfacciate e intraprendenti senza tralasciare le suocere vecchio stile fino ad arrivare alle milf dei nostri giorni, vittime  del chirurgo. Quelle che abbondano di materia prima di silicone e mancano di materia prima grigia! Di certo a 40 anni non crediamo più nel principe azzurro, per carità, ormai nel 2017 noi donne abbiamo capito che quella sua calzamaglia attillata e quelle scarpette di vernice non le aveva scelte a caso! Non è chiaro il perché di questa smania femminile per lo stare in coppia con un essere di un’altra specie. Una specie con cui non riusciamo a comunicare. Perché noi donne riusciamo a comunicare con gli opossum, con le piante grasse, con i cuccioli di pipistrello e con gli uomini no. Eppure vogliamo mettere su famiglia proprio con loro. Se riusciamo ad incastrarli! Perché loro in genere scappano…spesso con un’altra più giovane e tonica”.

 Come si riesce a far ridere il pubblico parlando del rapporto uomo-donna?

“Il ritrovarsi nei miei racconti. Credo apprezzi la semplicità e la spontaneità nel raccontare vicende quotidiane in cui potersi rispecchiare in pieno. nei miei monologhi faccio una ‘satira sociale’, e affronto situazioni comuni in cui tutti almeno una volta possono ritrovarsi. Di certo la mia è un’analisi tutta femminile del mondo che mi circonda. Quindi le donne in primis mi sostengono e mi scrivono: ‘sai che quello che dici è capitato anche a me?’; ‘ma che per caso conosci mio marito?’; ‘posso raccontarti del mio ex, così ci fai uno sketch!’. Ricevo decine di mail al giorno… Allora ho capito che tutti abbiamo gli stessi problemi, le stesse paure, le stesse ansie e forse per questo la mia visone ironica delle cose può alleggerire e far sorridere il pubblico che mi segue”.

E’ notorio che i tuoi spettacoli, visti gli argomenti trattati, piacciano di più alle donne. E gli uomini? Ridono? Si offendono? Si “impermalosiscono”? Una parola di conforto per loro? 

Una parola di conforto per gli uomini? Sinceri. Se domandi ad un uomo cosa sta pensando? Lui ti risponde: niente! Ecco, stai tranquilla che sono sinceri. Gli uomini, sono i primi a ridere a teatro, e a ritrovarsi in una delle tipologie maschili descritte, anche se qualcuno permaloso non manca mai. Problemi loro”.

I tuoi spettacoli sono un “One woman show”. Dove e come nasce la tua capacità di far ridere?

“Dalla mia filosofia di vita. Vivere con ironia e leggerezza e pensare che se c’è un momento brutto e di sconforto: addà passà a ‘nuttata! Parlare di argomenti leggeri e affrontarli con leggerezza per strappare una risata in un periodo storico così difficile e triste, credo sia la mia forza. La mia è semplicemente satira sociale che abbraccia argomenti quotidiani, il pubblico si identifica nelle situazioni che racconto sentendosi protagonista”.

La comicità italiana ha visto un discreto numero di bravissime protagoniste. C’è n’è qualcuna, oltre a te ovviamente, che ti piace in particolare? 

“Come non adorare le imitazioni della straordinaria Virginia Raffaele? Ha sfatato ogni luogo comune che le comiche per far ridere devono essere racchie! Virginia è bella e brava. E a teatro è eccezionale. In generale apprezzo tutte le attrici comiche che fanno imitazioni ed interpretano personaggi, da Sabina Guzzanti alla Ocone, la Cortellesi, la Porcaro con cui ho avuto l’onore di lavorare, la Germani… e ancora la mie amiche Valeria Graci, Mariapia Timo e Rita Pelusio. Ma quante ce ne sono di brave? Di certo avrò dimenticato qualcuna. Da monologhista quale sono, però, è inutile dire che mi diverte l’irriverenza della Littizzetto, il suo modo di dire le cose è così familiare e naturale da sembrare di conoscerla da sempre”.

Parlaci della radio, considerato uno dei tuoi primi amori. Come ti trovi a Rtl 102.5?

“La radio è gioia. Da due anni faccio parte della famiglia di Rtl 102.5 ed è un’esperienza stupenda che sognavo da tempo. Ed è una palestra unica, perché ha dei tempi diversi dalla tv e dal teatro e poi in onda hai un feedback istantaneo dei radio ascoltatori che per me rappresenta continua fonte di ispirazione.  Sono tutti i sabato in onda dalle 9.00 alle 11.00 in ‘Chi c’è c’è chi non c’è non parla’ che è un po’ la piazza di Rtl 102.5; i microfoni sono aperti per lamentele e accuse sui disservizi e  le ‘furbate’ degli italiani. Insieme alla iena Luigi Pelazza cerchiamo di dare voce ai very normal people”.

Questo 2017 è un anno importante. Sei stata una delle new entry della serie “Un passo dal cielo”, come ti sei trovata nel cast?

“E’ stata una piccola partecipazione. Ho interpretato il ruolo di una blogger ed è stato molto divertente. Mi ha divertito molto lavorare con Enrico Ianniello e anche con il regista, Jan Michelini con cui ho instaurato un bellissimo feeling da subito”.

Il tuo pensiero sull’amore al di là dell’ironia che contraddistingue i tuoi spettacoli?

“L’amore per me è baciarsi e tenersi per mano. Sempre. E per sempre. Attenti alla colla però! Mi commuove guardare le persone anziane che si tengono per mano. Ecco. Sarà per l’età. La mia. A parte gli scherzi, credo invecchiare insieme  sia la cosa più bella che possa accadere ad una coppia innamorata. Per me il termometro dell’amore è rappresentato dai baci. Dipende tutto dai baci. Si smette di amare quando non ci si bacia più, spesso pur continuando a far sesso”.

Sei mai stata invitata a cena e alla fine ti è toccato pagare?

“Fortunatamente il conto no, ma mi è capitato di sentirmi dire: ‘facciamo a metà? Dividiamo?’. Sì, ma dividiamo anche le nostre strade. Io a casa mia e tu a casa tua. Se gli uomini pagano la cena è il minimo, visto che noi scegliendo di averli accanto, paghiamo per tutta la vita!”.



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Adolfo Margiotta: “Un timido estroverso”

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“L’attore crea con la sua carne e il suo sangue tutte quelle cose che le altre arti, in qualche modo, tentano di descrivere”. Queste parole di Lee Strasberg sono le più adatte per presentare Adolfo Margiotta, artista poliedrico che conosce bene la chimica e la fisica della parola

di Donatella Lavizzari

Ciao Adolfo, io ti ritengo un creatore, un cre-attore. Il tuo curriculum presenta la figura di un artista  estremamente attivo,  a 360 gradi. Ti sei mosso dal teatro alla televisione, al cinema, alla musica, sia come autore che come attore. C’è una disciplina, anche sportiva, che più ti rappresenta?

“Sono sempre stato affascinato dal tennis. Mi piace perché chi vince, al di là che uno possa avere più o meno talento dell’altro, è chi è più forte di ‘testa’. A volte, guardavo Borg che, anche se era sotto di due set, non mollava, rispondeva all’avversario con la stessa ostinazione, senza alcun cedimento. Era caparbio. Un uomo si valuta anche per la sua forza di reazione alle avversità. Io sono molto ostinato, a me piace l’ostinazione, l’essere determinato. Così come lo è stato un altro grande  atleta che a Barletta, da ragazzino per pagarsi la merenda, si guadagnava poche lire sfidando le Porsche nei primi 100 metri. Lui era un portento e si chiamava Pietro Mennea”.

Qual è stato il tuo più grande riferimento, a livello artistico?

“Charlie Chaplin. Ho amato ed amerò sempre questo grande uomo perché ritengo sia stato la personificazione del l’Arte.  Ha disegnato il ‘solco’ del futuro. Lui è dentro di me ma non l’ho mai imitato. E’ l’essenza dell’Arte sulla terra. Consapevole del suo grande talento, ha fatto di tutto affinché fosse riconosciuto da tutti. Scriveva musiche, sceneggiature, ha fatto teatro e cinema. Ha lasciato un segno forte. Resterà nella memoria per sempre”.

Ti è capitato di recitare ruoli drammatici?

“Sì, in ‘Lampedusa’, fiction TV , che racconta dell’accoglienza e dell’aiuto dei migranti, sbarcati sull’isola, costretti a fuggire da guerre, povertà e persecuzioni. Sono Fantone  e faccio parte della motovedetta capitanata da Marco Serra (Claudio Amendola), impegnata quotidianamente nel loro soccorso.  Anche in ‘My father Jack’ di Tonino Zangardi, action movie girato tra il Sebino e la Franciacorta. non recito un ruolo comico ma interpreto i panni di un pentito, il mafioso Intino”.

Quale esperienza artistica  ti è rimasta nel cuore più delle altre?

“Recitare come attore protagonista insieme a Vlado Jovanovski  in ‘BAL-CAN-CAN’, un film del 2005, con la regia di Darko Mitrevskj, premio della critica al Festival di Mosca. E’ stato molto formativo sia a livello professionale che a livello umano. Il cast era formato da maestri assoluti, attori macedoni, serbi, croati, cossovari, montenegrini.  Con Vlado si è instaurato un sentimento d’amicizia molto forte.  Nonostante la difficoltà della lingua, ci capivamo con un solo sguardo. Abbiamo trascorso ore a parlare. Posso dire di avere un fratello in Macedonia”.

Quanto è importante oggi mettere in relazione intuizioni e ispirazioni diverse per fare uscire dagli schemi un teatro troppo spesso chiuso in definizioni date sia dagli spazi che dal mercato?

“E’ molto importante.  Quando scrivo qualcosa che devo rappresentare mi lascio andare totalmente, non è mai una cosa troppo ragionata. In questa genesi artistica la provocazione è però sempre presente, fa parte del mio modo di essere. Mi vengono in mente i personaggi di Chiquito y Paquito, interpretati insieme a  Massimo Olcese. Molti hanno pensato fossero una parodia ma questa era solo un pretesto. Era celata la provocazione.  Era anche una manifestazione schizofrenica: Chiquito, in realtà, soffriva di  allucinazioni. Paquito era il suo amico immaginario. Era una disperata manifestazione della solitudine. Avendo paura del mondo, cambiava la realtà e riusciva ad essere cattivo.In questo mestiere, tu hai la possibilità di salire sul palco e quindi devi affascinare chi ti sta di fronte. A me piace provocare, stimolare l’attenzione ed essere anche stimolato:  è come fare l’amore con il pubblico. Il fine ultimo è quello di comunicare, di raccontare. Il pubblico non può uscire da un teatro con ‘la pancia vuota’, si deve nutrire. Devi saper graffiare l’anima”.

Tu hai scritto il  libro ‘Ho scoperto di essere pazzo, come una favola.’ che inizia con “Tutto cominciò quella mattina del 13 settembre 2003….” e finisce con “Ho bisogno di pace. Vorrei convivere”.  Me ne vuoi parlare?

“E’ un romanzo tragicomico. La storia di un uomo che scopre di essere pazzo, che si sente tormentato dal   mondo circostante.  Il peso della vita gli ha spezzato le spalle. La guerra non è soltanto al di fuori: la guerra ce l’ ha dentro lui. E’ un inno alla convivenza. Io non vedo altre soluzioni per  gli anni a venire se non imparare a convivere. Soprattutto con se stessi. Per assaporare la vita, attimo dopo attimo”.

“Bisogna pagar pegno a Piero Ciampi” diceva Fabrizio De André. Tu sei stato ‘folgorato’ dalla sua poesia  e lo hai portato in scena, insieme a Gian Piero Alloisio, in uno splendido spettacolo. Cosa significa oggi essere cantautore?

“Significa mettere in musica i tuoi pensieri. Credo che la musica abbia la capacità di ‘chiudere’ un pensiero. La musica è quel  verso in più. La musica ha uno straordinario potere  descrittivo che rafforza la parola. Come avviene nel cinema. Sono certo che un’espressione, uno sguardo valgano più di un monologo. Nel teatro è diverso: il corpo e le parole aiutano a narrare meglio. Così, nella canzone, grazie alla musica, le parole assumono un significato diverso”.

Si possono insegnare la comicità e la satira?

“Credo siano insite. Noi possediamo delle forze che sono ‘in panchina’, di cui, a volte, non si ha consapevolezza alcuna. Quando ho scritto ‘Ho scoperto di essere pazzo’ è stato un percorso doloroso. Mi sono denudato, spogliato, ho mostrato le mie fragilità. Sono andato come in apnea e ho liberato forze che non immaginavo di avere, ho scoperto sentimenti e virtù sopite. Le virtù’ urlano’ per essere liberate”.

Quasi un’immagine Dantesca….

Sì…’Aprite quella porta!’.  Insieme allo psicoterapeuta, Marco Maio, ho condotto un programma di esercizi per l’incoraggiamento e lo sviluppo del potenziale comico. Si possono trovare nuovi modi di stare con gli altri, al di fuori dei pregiudizi, esprimendosi liberamente. E la comicità, allora, irrompe”.

Un tuo desiderio?

“Continuare a scrivere. Vorrei stare dall’altra parte del palcoscenico. Inventare situazioni e personaggi”.

Quali parole estrai dal sacchetto? 

“Che ne sarà di me ? Convivenza. Serenità. Amore. Irriverenza. Cattiveria intellettuale. Coscienza. Solitudine Rabbia. Sì, rabbia ma non rancore. Perché questo sentimento ti rende schiavo e io non voglio padroni, tanto meno dentro di me”.

Caratterialmente, quali tratti hai ereditato dai tuoi genitori?

“Mio padre parlava pochissimo. Non aveva bisogno di tante parole perché era molto espressivo. Mia madre, al contrario aveva una personalità forte. Un’esplosione di parole e risate. Energia allo stato puro, era dotata di una fantasia straripante. Se non hai fantasia non arrivi da nessuna parte. Devi essere visionario, devi avere il coraggio di osare. ‘Io sono un ‘timido estroverso’ e faccio un mestiere dove l’esposizione è fondamentale”.

© Foto di Donatella Lavizzari



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Francesca Sanapo: “Da piccola sognavo Charlie Chaplin”

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di Marisa Iacopino

E’ Messalina a teatro a maggio in “Nerone Superstar”. Scopriamo da vicino questa brava attrice.

Laureata e specializzata in amministrazione pubblica alla Luiss, come ti sei avvicinata al mondo dello spettacolo, Francesca? 

“Penso sia stato un istinto innato. Da piccolina sognavo guardando Charlie Chaplin ed amavo sia la commedia all’italiana dei De Filippo che i grandi film dei registi hollywoodiani. Amo da sempre fare spettacolo, recitare, cantare e danzare, ho iniziato facendo teatro per bambini pochi mezzi ma bellissimi ricordi”.

I tuoi genitori che futuro speravano per te? 

“Certamente il classico percorso di donna in carriera, e ne ho avuto di esperienze in tal senso fino a che ho scelto consapevolmente la carriera artistica, senza alcun rimpianto”.

Sbaglio o proprio la donna in carriera interpretavi nello SPOT TV di Certi W? 

“E’ vero, una bella esperienza. Prodotto da Bielle Re, che è responsabile dell’intera campagna adv di Certi W società di ispezione e certificazione, con la produzione esecutiva di Revolver è una bella ‘short story’ di 30 secondi scritta e diretta da Edo Tagliavini regista con cui è stato davvero un piacere lavorare. Oltre i canali web Bielle TV e Imago Distribution, è in onda sui  canali TV Odeon 24, Nuvola61 e Canale Italia per tutto il 2017”.

Ci racconti di una esperienza che ti ha soddisfatto artisticamente? 

Uno spettacolo teatrale cui ho preso parte nel 2016.  Messo in scena a Roma assieme ad altri 5 attori, tre uomini e due donne. Con la regia di Roberto D’Alessandro sui testi di Byron, Shelley e Polidori, rispettivamente ‘Frankenstein, La sepoltura’ ed ‘Il vampiro’.  Ho frequentato due accademie d’arte, una unicamente di teatro e  prosa e l’altra prosa e musical: il teatro da sempre grandissime soddisfazioni”.

Hai fatto scelte di cui poi ti sei pentita? 

“No mai. Ogni scelta in realtà è funzione del momento in cui si vive ed aiuta a crescere”.

Il mondo del cinema era come lo immaginavi? 

“No. Nonostante il mio sogno sia quello di vivere di cinema la elevata competitività e la discontinuità lavorativa rendono veramente difficile riuscire ad imporsi in questo mondo. In questo momento mi piacerebbe tanto avere esperienze internazionali.  Comunque credo che tutto quello che ottieni dipenda soltanto da te stessa e da come scegli di vivere la tua vita professionale, l’importante è vivere sempre con gioia apprezzando e accettando pienamente se stessi”.



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Elena Cacciabue: Un foglio, una matita e…

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Datele una matita e lei vi sorprenderà. Elena Cacciabue è un’artista del fumetto. La dimostrazione vivente che il “bello” può scaturire dalla mano dell’uomo e non per forza dallo schermo asettico di un personal computer. Una donna a cui bastano un foglio e una scatola di pastelli per raccontare una realtà che lascia senza parole. Basta il suo curriculum per capire al volo che l’arte le scorre nelle vene: specializzata in Arti Visive, ha ideato e realizzato progetti artistici, teatrali, musicali e di pittura per bambini anche delle scuole d’infanzia. Soprattutto, è lei la creatrice di “Petit”. Un gattino di casa che, suo malgrado, vivrà già nel corso della sua prima storia, avventure straordinarie. Il suo coraggio e la sua forza saranno messi a dura prova. E pur avendo in più occasioni, possibilità di vivere vite agiate, il suo sogno resterà sempre e comunque quello di ritornare ai suoi affetti.  Il libro, che ha girato le librerie d’Italia, avrà a giorni in uscita il suo seguito. Il  messaggio è chiaro : riscoprire i valori di un tempo, riaffermando l’importanza dei buoni sentimenti, rilanciando l’esigenza del vero. Tutto questo, attraverso la narrazione per immagini. Sembra una missione fuori dal tempo, invece dalla sua Genova in cui è nata e cresciuta, Elena Cacciabue è riuscita a far parlare di sé in tutta Italia. Un messaggio arrivato dritto alle coscienze.

Perché “Petit”, alla faccia del nome, porta con sé qualcosa di grande. 

“Anche nella scelta del nome ‘Petit’ è implicito quel senso di semplicità e bellezza che spesso tendiamo a dimenticare. ’Il bello è e resta nella quotidianità dei nostri affetti’”.

Elemento non trascurabile: tecniche tradizionali, ovvero tanta fatica.

“Serve impegno, lo sforzo è immenso, ma rifiuto categoricamente i ritocchi del digitale e porto avanti la tematica tradizionalista di chi vuole trasmettere l’amore per il disegno e per le pennellate autentiche che si devono vedere”.

Accanto a “Petit”, quali altri personaggi troveremo?

“Tutti i protagonisti rappresentano sempre ‘categorie umane’. Il gatto ‘Bandit’, il bullo che vuole imporre le sue regole; il gufo ‘Sensé’, il saggio e il buon consigliere che risolve ogni cosa con il dono della parola; la volpe ‘Chérie’, simbolo dell’accoglienza; il gattino ‘Chic’, il puntualizzatore della realtà che non intravede però alcuna possibilità di cambiamento; il marchese ‘De Narcisus’, l’egocentrico che vive concentrato sui propri interessi di esteta e per i propri bisogni asserva gli altri; la gioia del donare e del vivere  che è la guida fisica, rappresentata dal pettirosso ‘Bon Coeur’; gatto ‘Re Artù’ , il salvatore-guerriero che vince senza combattere; e altri ancora…”.

Perché far “nascere” questi personaggi ispirati dal mondo animale?

“I miei libri nascono sempre e comunque dal desiderio di trasmettere l’importanza di valori che tendono ad essere dimenticati, avvolti come siamo oggi da una società arrivista e frettolosa; vorrei che i bambini capissero l’importanza della famiglia e che perseverare nei propri obiettivi è fondamentale per riuscire a realizzare i propri sogni”.

Cosa rappresenta il fumetto per la società attuale?

“E’ unione armonica tra testo e immagini, crea un ‘fil rouge’ con la parte più intima del nostro vissuto, determinando una sorta di catarsi. Sviluppa la fantasia nel lettore, che riempie di emozioni proprie lo spazio tra una vignetta e l’altra”.

Nel tuo destino c’era già questa inclinazione verso l’arte.

“Sono nata con la passione per l’arte in tutte le sue forme, dalla pittura alla fotografia, dall’ illustrazione alla scrittura. Attualmente conduco laboratori artistici per bambini e per adulti presso il mio studio, varie biblioteche e librerie”.

Sempre parlando di fumetto, quali sono i tuoi autori preferiti?

“Inizio da Milo Manara forse la risposta più scontata, ma un vero genio del disegno e maestro nella comunicazione che oscilla tra sensualità e pura bellezza. Trina Robbins per il suo stile e come donna. Recentemente sto ammirando il lavoro di Emily Carroll. I miei fumetti preferiti restano comunque quelli della casa editrice Bonelli, in particolare sono appassionata di ‘Julia’ e quando la disegna Giorgio Trevisan la trovo ancora più bella”.

Per ulteriori informazioni:

www.elenacacciabue.com

centroartistico@elenacacciabue.com



more 3 Comments maggio 8 2017 at 13:41


Matteo Achilli: Il ragazzo “self made”

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La storia che diventa un film

di Alessio Certosa

La sua è la generazione macchiata dal 40 per cento di disoccupazione. Una generazione di ragazzi senza prospettive e con un futuro nebuloso. Lui, Matteo Achilli, ha capito, giovanissimo, che bisognava inventarsi qualcosa. E così al Liceo si mette in testa di creare un progetto senza grosse pretese al fine di mettere in contatto le aziende con chi cerca lavoro. Una piattaforma informatica che mettesse ordine tra la domanda e l’offerta puntando sul merito. Una sfida affascinante, messa in piedi senza grandi risorse finanziarie. Solo 10 mila euro prestati dalla sua famiglia, in un momento difficile dopo che suo papà aveva perso il lavoro. Tanto di cappello!  Nasce così Egomnia, una start up che ha subito fatto parlare di sé, catturando l’attenzione dei media, addirittura della BBC all’interno del documentario “The Next Billionaires”. Un settimanale italiano lo ha definito nientepocodimenoche lo “Zuckerberg italiano”. Un titolo ad effetto, di quelli che a livello giornalistico se ne fanno tanti per richiamare l’attenzione, ma che rappresenta comunque una bella iniezione di fiducia. L’obiettivo di Egomnia è diventare una vera e propria azienda di altissimo livello capace di funzionare alacremente per come l’ha pensata e creata Matteo. Ovviamente ci vuole tutto il tempo di cui ha bisogno una start up, soprattutto se nasce in un Paese come l’Italia, dove fare impresa dal nulla è maledettamente complicato. E dove si investe pochissimo sulle idee. Ma il bello doveva ancora venire. La vita, i sogni e le ambizioni di Matteo Achilli, infatti, sono diventati anche un film. Il mese scorso è uscito al cinema, per la regia di un grande come Alessandro D’Alatri, il film “The Startup”, interpretato da attori giovani e bravi come Andrea Arcangeli (a cui è stato affidato il ruolo di Matteo), Matilde Gioli e Paola Calliari. Un film che racconta i sacrifici, la determinazione e la voglia di arrivare di un ragazzo che non voleva stare con le mani in mano. Matteo Achilli, appunto.

Matteo, parlaci di te, in modo che tu possa presentarti ai nostri lettori.

“Sono un giovane imprenditore classe 1992 che nel 2012 ha fondato Egomnia, un’azienda informatica che opera nel settore delle risorse umane. Il suo prodotto più famoso è la piattaforma Egomnia.com che aiuta le persone a mettersi in contatto con le aziende”.

Iniziamo da un qualcosa di roboante: nel 2012 Panorama Economy ti definisce lo Zuckerberg italiano. Esagerazione giornalistica o un complimento meritato?

“È un titolo che serve a far vendere i giornali. Io non sono Zuckerberg. Egomnia non è Facebook. L’Italia non è gli Stati Uniti d’America. Entrambi però abbiamo un film sulla nostra vita”.

Sei l’esempio che i sogni, le idee e la determinazione portano a qualcosa. Tu come hai coltivato i tuoi sogni per portarli alla loro realizzazione?

“Ho ricevuto molte delusioni e ho percepito la mancanza di meritocrazia. Così ho investito le mie energie per realizzare una piattaforma che promuovesse il merito. Piano piano sto realizzando i miei sogni, con molte difficoltà e con molti sacrifici”.

Egomnia è la start up più discussa – in bene e in male – degli ultimi anni. E’ la tua creatura, ce ne puoi parlare?

“Egomnia permette di semplificare il processo di selezione di un’azienda. Crescerà molto. Le grandi aziende ricevono decine di migliaia di curricula ogni anno e diventa fondamentale un sistema che crei ordine. Il valore di Egomnia non è stato compreso in Italia dalla community degli startupper, ma a me poco importa. Non sono loro né i miei consumatori e né i miei clienti”.

Come funziona Egomnia?

“Basta iscriversi alla piattaforma Egomnia.com, inserire il proprio curriculum vitae in maniera guidata e si ottiene un punteggio. Poi ci si può candidare agli annunci di lavoro o seguire le aziende che più interessano manifestando il proprio interesse per lavorare in quelle organizzazioni”.

Dall’ “incubatrice” ad oggi, come è avvenuta la nascita e come è stata alimentata e cresciuta la tua start up? 

“Egomnia è nata con un investimento familiare di 10 mila euro. Poi è cresciuta da sola ed ora si è strutturata. È questo il bello della mia storia, nessuno mi ha aiutato se non la mia famiglia, una vera Istituzione di questo Paese”.

Parlare di Matteo Achilli e di Egomnia è come aprire una porta al futuro. Come vedi il futuro della digitalizzazione?

“Tra un po’ il mercato che gira intorno agli smartphone sarà saturo e vincerà il genio in grado di inventarsi una nuova tecnologia hardware e software su cui poter navigare in Internet, che sostituirà lo smartphone”.

Che consiglio daresti ad un giovane che ha tante buone idee per avviare una start up?

“Di concentrarsi su quella migliore e di realizzarla!”.

Da “startupper” ad imprenditore: è andato tutto come ti aspettavi?

Non mi aspettavo niente di tutto questo. Egomnia è nata come progetto liceale con un piccolo budget e poche pretese. Ma ha avuto un boom di iscrizioni e l’interesse della stampa sin dal momento del lancio e da allora mia vita è cambiata e tutto sembra potersi avverare”.

La tua storia è stata raccontata in un libro e in un film. Ritieni che entrambi possano essere strumenti esaurienti per capire qualcosa in più su di te e su come hai costruito il tuo successo?

“Non penso. Penso che il messaggio del libro e del film “The Startup” sia l’attitudine e la forma mentis che viene utilizzata. È quello il messaggio che passa. Non pretendere, non chiedere, non lamentarsi ma rimboccarsi le maniche, fare, sbagliare, lavorare, sacrificare e non arrendersi”.

Spesso quando si raggiunge il successo, oltre ai tanti fans, c’è da fare i conti anche con qualche detrattore. Invidia o incapacità di accettare i successi degli altri?

“Frustrazione. Purtroppo ce n’è tanta”.

Su quali elementi, secondo te, si poggiano coloro che osteggiano il tuo successo o che cercano di sminuirlo?

“Ritengono che io abbia ottenuto tanta visibilità per la realtà che rappresento. Come dicevo prima, frustrazione. Io vado avanti per la mia strada e, come sto facendo, costruisco valore in Italia”.

Un messaggio da dedicare ai nostri lettori.

“Costruire è più nobile e difficile che distruggere. Cercate di costruire nella vita e circondatevi di persone in gamba. L’Italia ha bisogno di persone così”.



more No Comments maggio 8 2017 at 13:39


Valeria Umbro: Una giovane fashion blogger

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La passione per la moda l’ha spinta ad intraprendere l’esperienza del blog. Grazie ai tanti follower è potuta diventare una influencer  ed indossare gli abiti di Sandro Ferrone

di Marisa Iacopino

“Ho 16 anni, abito in un paese vicino Roma, San Cesareo. Frequento il terzo anno del Liceo Linguistico a Roma. Il mio sogno è quello di lavorare nel mondo dello spettacolo ma specialmente in quello della moda. Adoro tutto ciò che riguarda la bellezza, sono sempre informata sulle ultime tendenze correnti. Una delle mie ambizioni più grandi è quella di diventare una famosa fashion blogger. Nel tempo libero mi dedico molto nel condividere i miei outfit sui social; mi auguro che questa mia passione, un giorno, diventi il mio lavoro. Al momento, come influencer, indosso abiti per Sandro Ferrone. Lo scorso anno ho frequentato una scuola di portamento,recitazione e dizione. Attualmente, dopo l’impegno scolastico, mi dedico alla recitazione”. Valeria Umbro ha le idee chiare sulla sua vita. Intanto oggi si gode la sua “attività” di fashion blogger.

Come ti è nata l’idea?

“L’idea di diventare una fashion blogger è nata sicuramente dalla mia passione per tutto ciò che riguarda il mondo della moda.Molto probabilmente è nata anche dai social network come Instagram,sfogliando gli outfits delle varie influencer facendomi appassionare sempre di più in questo campo”.

Come si diventa?

“Si diventa fashion blogger esprimendo semplicemente noi stessi e trasmettendo agli altri la propria passione. Ovviamente ci vuole anche tanto impegno, perseveranza e organizzazione; una cosa fondamentale è quella di fare sempre le cose perché si ha la passione, la voglia di farle. Se non c’è questo è inutile, non si va da nessuna parte. Bisogna sempre mettere amore in ciò che si fa!”

Che riscontri hai?

“Attualmente in qualche foto raggiungo picchi di 400 likes al giorno. La voglia di crescere è tanta e mi impegno sempre di più per raggiungere i miei obiettivi”.

Ci sono personaggi importanti tra i tuoi follower?

“Beh sì! Oltre a fotografi di moda, ci sono anche molti brand”.

Il tuo amore per la moda dove nasce?

“Sin da piccola ho avuto sempre la passione per la moda. Invece di chiedere ai miei genitori giocattoli chiedevo solo ed esclusivamente vestiti, scarpe, gioielli e borse”.

Come influencer indossi abiti di Sandro Ferrone. Che riscontri stai avendo?

“Questa è la mia più grande soddisfazione. Indossare abiti di un marchio italiano come Sandro Ferrone per me è un onore. Sto avendo ottimi riscontri, le mie foto piacciono e ne ho avuto la prova dall’aumento dei likes e dei miei followers. Sono molto felice per questo!”

Hai frequentato una scuola di portamento, recitazione e dizione. Pensi che la recitazione possa diventare il tuo futuro?

“Lo spero tanto. Un’altro sogno nel cassetto che ho è proprio quello di diventare un attrice. Infatti mi impegno costantemente nello studio della recitazione e spero davvero che possa essere la giusta via per il mio futuro”.

A cosa aspiri?

“Sono molte le cose a cui aspiro. Sicuramente tra di queste c’è quella di finire il Liceo Linguistico perché penso sia fondamentale al giorno d’oggi sapere parlare diverse lingue. Poi, ripeto, il mio obiettivo, la mia aspirazione è quella di diventare una famosa fashion blogger”.

Ti senti supportata dalla tua famiglia? 

“Il supporto della mia famiglia è stato ed è fondamentale. E’ solo grazie a loro se posso fare ciò che amo fare. Una cosa fondamentale che mi hanno insegnato è quella di rimanere con i piedi per terra. Loro sono molto orgogliosi di questa mia attività e sono sempre dalla mia parte ma ovviamente la cosa che viene prima di tutto è l’impegno scolastico”.



more No Comments maggio 8 2017 at 13:36


David Austin: Il poeta delle rose inglesi

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di Marisa Iacopino

“Non sono la rosa, ma ho vissuto con lei”. Mai citazione fu più adatta. Il nostro personaggio ha fatto delle rose la propria ragione di vita. Stiamo parlando di David Austin, il padre delle Rose inglesi.

Perché è diventato un coltivatore di rose?

“Sono cresciuto in campagna, dove ho sviluppato la passione per le piante in giovanissima età. Mio padre era contadinoe amico di un vivaista locale, James Baker, famoso per la coltivazione e introduzione di piante perenni, tra cui i lupini Russell. Ero affascinato dall’idea di sviluppare nuove varietà di piante, ma è statoquando mia sorella Barbara mi ha donato il libro di A. E. Bunyard, Vecchie rose del giardino, che mi sono innamorato delle rose. Il libro mi ha ispirato a ordinare un paio di rose antiche di cui ho apprezzato tutta la bellezza, i profumi meravigliosi e il loro habitat naturale. In quel momento, appena ventenne e per hobby, ho iniziatola coltura di questi fiori. L’obiettivo era quello di combinare il fascino e la fragranza delle rose antichecon la vasta gamma di colori e la fioritura delle rose moderne”.

Quando è sorta la sua società? 

“Ho fondato la David Austin Roses nel 1969. La tendenza in quel momento era per l’ibrido di rosa Tea, e i vivai non erano disposti a vendere le rose vecchio stile coi loro numerosi petali!Così, mi sono reso conto che se volevo giardinieri in grado di far crescere le mie rose inglese, dovevo seguire l’istinto e offrirle io stesso al pubblico. La società iniziò da una piccola base con soli due, tre dipendenti che lavoravano attorno al mio tavolo da cucina. La rosa ‘Ann’ fu chiamata così in omaggio a Ann Saxby, una mia collaboratrice, tra i lavoratori più fedeli di quel periodo. Anche se oggi è pensionata, lavora ancora ogni anno per l’evento del Chelsea Flower Show. (1) La mia prima rosafu la ‘Constance Spry’, nel 1961. Ne ero molto orgoglioso. Oggi è ancora ampiamente coltivata per via della ricca fioritura e del suo profumo”.

All’inizio, ha dedicato rose ai grandi nomi della letteratura inglese, o a eventi speciali. Oggi come si sceglie il nome delle nuove rose?

£Il sistema non è cambiato. Nel corso degli anni ho accumulato una lunga lista di nomi, ispirato dall’orticoltura, dalle arti e dalla campagna locale. In generale, mi propongo di abbinare il carattere specifico della rosa a un nome che sento più appropriato per essa”.

Quanti tipi di rose coltiva?

“Coltivo rose discendenti dall’incrocio di due genitori. Ho sfornato oltre duecentotrenta rose inglesi fino ad oggi, sia come arbusti che rampicanti. Entro il 2017, sono previste tre nuove introduzioni”.

Da tempo ormai ‘English Rose’ è la denominazione ufficiale per le rose di David Austin. Immagino che questosia motivo di grande orgoglio!

“Ho coniato il termine English Roses nel 1969, quando ho prodotto il primo gruppo di rose con fioritura ripetuta. Erano chiamate coi nomi di personaggi chauceriani, tra cui ‘Wife of Bath’. (2)  Il fatto che le rose fossero così intrecciate alla cultura e alla storia d’Inghilterra, rendeva questa definizione molto appropriata, a mio dire”.

Come si adattano tali rose con il clima mediterraneo?

“Le rose inglesi generalmente prosperano nel clima mediterraneo. Amano il caldo, e spesso crescono un po’ più alte di quanto non facciano nel Regno Unito – alcune varietà beneficiano anche di potatura estiva. E’ importante che siano innaffiate bene, e può essere utile che abbiano un po’ d’ombra durante il pomeriggio”.

“Ogni English Rose ha il suo carattere unico e la sua bellezza.” Sono parole tratte da una sua intervista. Qualcuno dice che le piante ci ascoltino e ci guardino. Lei parla con le sue rose?

Non posso dire che ciparlo, ma mi preoccupo profondamente per loro – quasi come un padre fa con i suoi figli. Le rose sono piante resistenti facili da coltivare, ma come per ogni cosa vivente, più attenzione e cura si dà loro, più è probabile che prosperino”.

Mr. David, lei è anche scrittore. Scrive esclusivamente di rose?

“Scrivo anche poesie e nel 2014 ho pubblicato la prima raccolta intitolata ‘Il respiro della Terra’. Si basa su esperienze della mia vita e l’interazione con il mondo naturale”.

Fino ad oggi, ha ricevuto molti onori. C’è un premio che non le è stato ancora concesso e che vorrebbe?

“Ogni onore che mi è stato tributato è giunto come una sorpresa. Mi sento molto orgoglioso di aver ricevuto l’OBE(3), nel 2007, per i miei servigi per l’orticoltura. Esso ha coinciso con l’uscita della mia duecentesima English Rose al Chelsea Flower Show. E’ stato un anno molto speciale, quello. Tuttavia, andando avanti, il mio unico desiderio è che le mie rose continuino a portare gioia alla gente di tutto il mondo – e che ce ne siano molte nuove negli anni a venire!”.

(1)  La più grande ed importante esposizione floreale della Gran Bretagna

(2) la novella della donna di Bath (The Wife of Bath’s),  da “i Racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer .

(3)  Officer of the British Empire,  onorificenza della Regina



more No Comments maggio 8 2017 at 13:31


Giada Desideri: cover story

Giada desideri foto di Vittorio Carfagna

Il suo seguitissimo blog “Curvy Jade” è nato dopo una fulminante idea e adesso lo cura come un figlio. Giada ha in serbo interessanti progetti per una serie tv in Germania. Adora lavorare con questo popolo stacanovista e ha padronanza della lingua tedesca

di Silvia Giansanti

Colta, curiosa, una donna davvero per bene e non venale. E’ molto altruista, un valore d’animo non frequente nel suo ambiente. Questo è il ritratto di Giada Desideri, un’attrice che sprizza generosità da tutti i pori e che i più la ricordano nel cast di “Un posto al sole”. In una tiepida mattina di inizio primavera, ci ha ospitati nella sua villa immersa nel verde e nel giallo della mimosa in fiore, situata in un bellissimo comprensorio ad ovest di Roma. Una casa a cui lei è molto legata, in quanto ci ha vissuto da sempre con i suoi genitori. Il suo amore Luca Ward, capendone il valore, ha carinamente proposto di continuare di abitarci insieme. E’ stata una mattinata davvero movimentata tra fotografi per un nuovo servizio, artisti del make up e il suo pincher che saltellava da una parte all’altra. Una piacevole chiacchierata con l’attrice, svolta a bordo di una piscina da urlo.

Giada, quando è avvenuta la folgorazione per questo mondo?

“Non c’è stata una vera e propria folgorazione, in quanto è iniziato tutto per caso. All’età di tredici anni mi hanno scattato una fotografia che è finita sulla scrivania di una grande agenzia di New York. Ho iniziato così con la moda. Il fotografo all’epoca lavorava per una rivista di viaggi e collaborava con l’agenzia. La foto è giunta anche in Italia in un’altra agenzia collegata alla prima e che si stava muovendo anche nel campo cinematografico. Ho fatto un provino a Cinecittà per Luigi Comencini per il film ‘Un ragazzo di Calabria’ con Gianmaria Volontè e Diego Abatantuono e mi hanno presa”.

Cosa volevi fare in realtà se non fosse accaduto tutto ciò?

“Il medico, una cosa totalmente diversa”.

Quindi hai debuttato con Luigi Comencini e poi?

“Ho recitato tanto in teatro a diciassette anni e in televisione una delle mie prime esperienze è stata quella con ‘I ragazzi del muretto’”.

E’ stata una serie tv molto seguita. Conservi qualche ricordo?

“L’unione che c’era sul set tra tutti i ragazzi. Interpretavo la ragazza di Lorenzo Amato, il dj. E’ stato un divertimento per noi giovanissimi di allora”.

Poi nel 1996 altra tappa importante è stata quella di “Un posto al sole”. Come hai ottenuto la parte?

“Anche lì per caso, in quanto uno sceneggiatore amico di famiglia mi ha fatto sapere che stavano effettuando  provini per questo nuovo progetto. Ricordo che l’ho fatto nel mese di luglio ed era uno degli ultimi, perché ad agosto hanno iniziato a girare, Dopo una settimana mi hanno chiamata per comunicarmi che il ruolo era il mio. Sono grata a questa serie tv così seguita che mi ha permesso di salire di qualche gradino. E’ stato un progetto spinto da Gianni Minoli, una formula innovativa che ancora non esisteva, un work in progress in Italia”.

Da allora sei rimasta sempre nel cast?

“A dir la verità sono stata nel cast iniziale per ben due anni e poi, avendo paura di rimanere ingabbiata nel ruolo, sono uscita rientrando solo per brevi periodi, dedicando tempo al teatro che all’epoca era ben diverso da adesso”.

Tutti gli attori sono innamorati di questa grande forma di espressione. Riesci a farne a meno?

“Ho dovuto farne a meno in passato perché i bimbi erano molto piccoli. In tournée con il ‘grande capo’ di Lars von Trier nel 2010, è stato massacrante lavorare concentrata avendo i figli lontani. Con il doppiaggio invece è diventato tutto più organizzabile”.

Tornando a “Un posto al sole”, tu sei affezionata al personaggio di Claudia?

“Sì perché è stato un personaggio scritto benissimo, vincente, poliedrico e divertente da fare”.

Ci sono delle attinenze tra te e Claudia?

“Di punti in comune ce ne sono pochi, ma proprio per questo è stato divertente e stimolante confrontarmi con un personaggio lontano da quella che è la mia realtà”.

A cosa ti stai dedicando in questo momento?

“Al mio blog denominato Curvy Jade, iniziato per gioco e per sfida e che invece si è rivelato un impegno notevole: www.curvyjade.it”.

A chi è rivolto?

“Alle donne, un mondo che conosco meglio. E’ un blog che dà molti consigli e che spazia. Ho avuto tanti feedback dalla donne che si rispecchiano nel modello curvy. Fino a poco tempo fa la donna formosa veniva emarginata, visto che viviamo di stereotipi. Una donna con le curve non è grossa, ma è femmina. Bisogna anche stare molto attenti ai messaggi che la società impone, in quanto ci sono molte ragazze anoressiche che rischiano grosso con la salute. Queste si fanno condizionare dalle donne perfette che si vedono in tv, come se fosse quello l’obiettivo da raggiungere nella vita”.

Qual è quindi il messaggio che vuoi far passare attraverso il tuo blog?

“L’accettazione del proprio corpo, se stiamo bene con noi stessi, siamo in grado di superare qualsiasi ostacolo. Bisogna anche tener conto della propria costituzione. Tutti dobbiamo cercare la bellezza esteriore e interiore, valorizzando magari anche qualche difetto, è lì il segreto”.

Ti sei mai messa in discussione?

“Certamente, in un periodo della mia vita avevo preso tanti chili per via di vari dispiaceri della vita. Ma ho imparato a valorizzarmi attraverso un percorso Questo blog, che è iniziato quasi per gioco, adesso mi sta prendendo tantissimo ed è persino terapeutico”.

Chi ti ha appoggiato in questo progetto?

“Il mio amico trentennale Eduardo Tasca mi ha dato una bella spinta, dopo che avevo avuto un’idea. Lui inizialmente non era convinto che la portassi avanti, invece adesso ne sono assorbita completamente. Ma già di carattere, quando inizio una cosa la porto fino in fondo”.

Che cosa ti ha colpito di tuo marito Luca Ward? Non mi dire la voce…

(Ride) “No, già la conoscevo! La generosità d’animo. E’ un uomo buono e disponibile e al giorno d’oggi non è facile trovare persone così. Nel momento in cui abbiamo girato un film insieme, mi ha colpito la sua professionalità. Ci conoscevamo in maniera superficiale e, dopo aver approfondito la nostra conoscenza in seguito alla lavorazione del film, è scattato qualcosa”.

Ci puoi raccontare qualcosa riguardo alla tua bella casetta immersa nel verde?

“Questa è la mia casa natale. Ad un certo punto i miei, che nel frattempo erano rimasti da soli, avevano pensato di venderla per andare a vivere da un’altra parte, ma io e Luca abbiamo deciso di tenerla per viverci insieme. Qui conservo tanti cari ricordi e in questo modo si dà continuità a quanto fatto dai miei genitori. Quando vengono a trovarmi, si sentono nuovamente a casa. Non hanno perso insomma tutto quello che hanno investito e costruito con i sacrifici”.

CHI E’ GIADA DESIDERI

Registrata all’anagrafe con il nome di Maria Giada Faggioli è nata a Roma il 15 gennaio del 1973 sotto il segno del Capricorno con scendente Gemelli. Caratterialmente si definisce solare e pignola. Come hobby ha il nuoto, la fotografia e l’equitazione. Adora tutti i dolci. Simpatizza per la Roma. Vorrebbe vivere a Los Angeles. Possiede un pincher e due gatti norvegesi. E’sposata dal 2013 con l’attore e doppiatore Luca Ward, con il quale ha avuto due figli. A tredici anni è stata scoperta da un fotografo della Ford Model Agency di New York e successivamente Luigi Comencini l’ha scelta per interpretare un ruolo nel film “Un ragazzo di Calabria”. Ha debuttato in televisione nella seconda serie de “I ragazzi del muretto”. Nel 1996 è entrata nel cast di “Un posto al sole” nel ruolo di Claudia Costa. Ha preso parte a numerose fiction tv come “Non lasciamoci più”, “Dio vede e provvede”, “Una donna per amico 2” e altre. Tra i film che ha girato, ricordiamo “Un caso d’amore”, “L’anno mille” e “Animanera”. Intensa è stata anche la sua attività teatrale. Adesso cura un blog chiamato Curvy Jade.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:45


Paola Pelino: La regina dei confetti

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di Solange

Persona di grande fascino e stile, la Senatrice Paola Pelino quando parla dell’impresa di famiglia non nasconde l’amore per l’azienda storica, esistente dal 1783. Del resto i confetti Pelino di Sulmona sono i “confetti” per antonomasia e conosciuti nel mondo. Sono molto ghiotto di confetto e per questo non ho potuto fare a meno di farle una telefonata. La signora Pelino è stata molto felice di invitarmi nella sua di Sulmona, dove mi ha accolto in compagnia del suo amico attore Franco Ray.

Solare, sempre elegante e con una grande passione per l’impegno sociale, Paola Pelino mi ha fatto visitare la sua casa: ho sentito un ambiente molto positivo. Qui Paola ha iniziato a raccontarmi dei suoi esordi. “Sulle orme di mio padre Olindo”, racconta Paola Pelino, “sono entrata nell’azienda di famiglia a 17 anni. Sono la prima donna della famiglia che ne abbia preso la guida. Per sei generazioni, infatti, ci sono stati sempre uomini. Mi sono prima occupata del settore vendite e creatività, spinta anche dalla mia passione per la moda. Poi, dopo 10 anni, ho avuto il placet per occuparmi del marketing, della comunicazione e delle pubbliche relazioni”. Un ruolo molto congeniale all’imprenditrice, che grazie alla sua affabilità e alle sue relazioni ha portato ovunque il marchio Pelino. Poi nel 2004 è arrivata la politica. “Ho scelto la politica”, spiega Paola Pelino, “per migliorare la vita delle persone, soprattutto delle fasce più deboli, e fare qualcosa di positivo per l’Abruzzo”. Nonostante i suoi molteplici impegni, riesce a trovare anche il tempo per la famiglia. “Il mio lavoro è di 18 ore al giorno”, spiega, “e a esserne penalizzata è la mia famiglia”. Ha due figlie Flavia, ormai già inserita nell’azienda di famiglia e destinata a seguire le orme della madre, ed Elvezia.

L’occasione è anche quella di fare una fisica nella storica fabbrica di Confetti, dove ci sono ancora gli antichi macchinari e un museo tutto dedicato all’arte e alla tecnologia confettiera. “Il confetto di Sulmona”, mi raconta la Senatrice, “trova le sue origini documentate alla fin del XV secolo con una ricetta originale e originaria di mandola e miele, allora non esisteva lo zucchero. Quando nel XIX secolo, nel 1850 circa, un tedesco estrasse lo zucchero dalla barbabietola, vennero prodotti confetti con un’anima di mandorla e ricoperti esclusivamente di zucchero bianco e, cioè senza l’intervento di amido, che schiarisce, o farina”. Qui ho avuto occasione di vedere e toccare un recipiente contenente dei confetti “cannellini” che erano in tasca al poeta Giacomo Leopardi: è noto che il poeta di Recanati era ghiotto di questi confetti prodotti sin dall’epoca dalla famiglia Pelino. Ho avuto delle sensazioni molto forti: a un certo punto ho sentito che il sommo poeta emanava positività in quei luoghi. A quel punto, la Senatrice presa da una simpatica curiosità, mi ha detto: “Tutti parlano di te, e della lettura della mano. Sono incuriosita….”. E le ho detto: “Senatrice sarò molto sincero: se ho sbagliato me lo dica”. A quel punto ho letto la sua mano sinistra: linea della vita lunghissima; il monte di venere molto carnoso, che indica una donna molto caparbia, testarda e intelligente, e che quando si pone un obiettivo lo raggiunge. Sulla mano ci sono molte insenature, aspetto che indica che è molto legata al suo primo lavoro, ovvero quello della fabbrica di famiglia, mentre la linea della saggezza è molto marcata, a conferma che è molto saggia: prima di fare una cosa riflette moltissimo. Paola Pelino si rivela una donna estremamente buona, molto attiva nel sociale e nell’aiutare le persone, ma senza per questo ricercare i riflettori. C’è poi la linea del successo, che attraversa tutta la mano: questo vuol dire che ci sono in movimento tante cose belle per quanto concerne la politica. Secondo me ha in mente di scrivere un libro, visto che prende molti appunti. Inoltre ha il senso del colore molto sviluppato: per lei i colori sono fondamentali, aspetto che mette in pratica sia nel look (sempre elegante e mai fuori posto), che nei fiori che adornano la sua casa (rose bianche). Il suo colore porta fortuna è il giallo. La pietra porta fortuna è il topazio screziato. Il giorno fortunato di ogni mese per lei è il giorno 3, soprattutto per quanto concerne la politica. Il mese fortunato invece è quello di giugno. Sulla mano ci sono anche tante piccole graticole, che significa che è una donna che prima di mettersi in movimento pondera perché vuole capire bene. Ama la serietà e la chiarezza.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:42


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