Giulia Vecchio: Una venere di successo

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E’ una delle protagoniste della seconda edizione de “Il Paradiso delle Signore” dove interpreta Anna Imbriani

di Giulia Bertollini

Preferisce sentirsi dire che è brava piuttosto che bella. Giulia Vecchio, attrice e violoncellista, è una delle protagoniste della seconda stagione della serie tv di successo “Il Paradiso delle Signore” in onda in queste settimane. In questa piacevole chiacchierata, ci parla dei suoi nuovi progetti svelandoci qualche curiosità in più sulle sue passioni.

Giulia, sei una delle protagoniste della fiction Rai “Il paradiso delle signore”, arrivata alla sua seconda stagione. Ancora una volta, gli ascolti tv vi stanno premiando. Secondo te, qual è il segreto di questo successo? 

“Credo che questo successo sia dovuto in particolare al riferimento storico agli anni ’50, ad un passato recente che i nostri nonni hanno vissuto e che ci hanno tramandato attraverso i loro racconti. Anche la moda e lo stile di quegli anni hanno avuto un peso importante nella sceneggiatura della serie. Un ulteriore punto di forza è dato dalle storie semplici di umili ragazzi che lottano per costruire la propria identità. Trovo che sia interessante ripercorrere un passato che non è più attuale ma che conserva ancora oggi il suo fascino”.

Nel romanzo “Al Paradiso delle Signore” di Emile Zola, a cui è ispirata la prima stagione della serie tv, si legge “la donna è sempre vinta dalla pubblicità, e fatalmente accorre al rumore”. Sei d’accordo? E tu che rapporto hai con la moda?

“Sono dell’opinione che oggi la pubblicità sia veicolata dai social. Basti pensare che a volte tutto ciò che indossiamo  diventa pubblico. E’ importante però che alla base di questa condivisione non vi sia un’estetica fine a se stessa. Negli ultimi anni, la moda femminile si è maggiormente evoluta nelle sue forme creative e ciò probabilmente è anche dovuto al fatto che la donna attrae di più per la sua stessa conformazione fisica. Per quanto riguarda il mio rapporto con la moda, non sono assolutamente una maniaca dello shopping. Anzi, il mio abbigliamento è sempre lo stesso.  Cambio solo le valige”. (ride)

Nella serie tv interpreti Anna Imbriani, una delle “veneri del paradiso”. Una donna coraggiosa, che in barba alle convenzioni degli anni 50, si trova a crescere da sola un bambino e a lottare per l’indipendenza economica. Secondo te, qual è la condizione della donna oggi? Pensi che sia migliorata rispetto al passato?

“In parte, penso che sia migliorata. Oggi, rispetto al passato,  una mamma che lavora ha la possibilità di rivolgersi a strutture come gli asili nido o di trovare sostegno presso persone della propria famiglia. Dall’altra parte però, consultando le statistiche, mi sono accorta che in Italia non ci sono molte aziende che adottano misure volte a tutelare la maternità. Ritengo che sia ancora difficile per una donna in carriera riuscire a conciliare la famiglia con gli impegni di lavoro”.

Non tutti sanno che nel 2010 hai partecipato al concorso di Miss Italia. Quali ricordi conservi di quell’esperienza? E quale ruolo ha la bellezza nella tua vita?

“Non ne parlo molto volentieri perché è un’esperienza che poco centra con il mio percorso professionale di attrice. L’ho vissuta senza particolari pretese e con la spensieratezza dei miei 17 anni. Nel complesso, si è trattata di una bella parentesi che mi ha permesso di instaurare belle amicizie. Riguardo la bellezza, cerco di viverla interiormente e non esteriormente. La bellezza esteriore è per gli altri non per me stessa”.

In un’intervista ad un noto settimanale, hai dichiarato di essere brava nelle imitazioni. Qual è il tuo cavallo di battaglia?

“Mi diverte molto imitare Belen anche se non nascondo che durante il periodo di formazione al Teatro Piccolo di Milano i miei soggetti preferiti erano gli insegnanti. Sul set de “Il paradiso delle signore” sono arrivata ad imitare anche costumiste e registi”. (ride)

Tra le tue passioni c’è anche la musica. Come ti sei avvicinata allo studio del violoncello? Quali compositori prediligi?

“Bella domanda! Mi sono avvicinata allo studio del violoncello mentre frequentavo la scuola media ad indirizzo musicale.  E’ uno strumento che sprigiona un suono materno. Uscita dal Teatro Piccolo, sono riuscita poi a coniugare questa mia passione con il canto lirico e la recitazione nello spettacolo ‘La buona novella’ di De André in cui interpretavo Maria. Tra i compositori, Bach è uno dei miei preferiti assieme a Vivaldi”.

Parliamo di attualità. In queste settimane, il caso Weinstein è diventato di dominio pubblico dopo le accuse di molestie avanzate nei suoi confronti da un nutrito elenco di attrici. Hai mai subito avances sul lavoro? 

“Sì è successo ma dipende da come riesci a gestire la situazione. Sono convinta che le persone che compiono questo tipo di abusi non siano consapevoli di cosa sia l’arte. Parlando della mia esperienza personale, nel momento in cui ho percepito un’attenzione non relativa al mio talento, ho deciso di sospendere il provino. Sono stata sin da subito molto chiara”.

Qual è stato il complimento più bello che hai ricevuto? E la critica che ti ha ferito di più?

2A conclusione degli spettacoli teatrali in cui ho lavorato, alcune persone sono venute a complimentarsi dicendomi “mi hai fatto emozionare perché mi sono tornati in mente tanti ricordi della mia vita”. In quel preciso istante, ho sentito che il mio lavoro aveva avuto un senso e che era riuscito ad esprimere il vero. Nel mio percorso professionale, mi sono sempre impegnata il triplo perché volevo sentirmi dire di essere brava piuttosto che bella. E quando venivo a sapere che alcune scelte erano state fatte in base alla mia estetica e non per il talento è inutile dire che ci sono rimasta davvero male”.

Hai un curriculum ricco di esperienze teatrali. Considerando che sai cantare, ballare e recitare ti piacerebbe cimentarti in un musical? Se sì, quale?

“Ti dico di no perché il musical presente in Italia non mi ha mai entusiasmato. La nostra tradizione è fondata sull’opera lirica e non riconosce il musical come un proprio prodotto culturale. E’ evidente che se ti rechi a Londra a vedere questo tipo di spettacolo, rimani a bocca aperta. Ci potrei fare un pensierino solo se mi trovassi da un’altra parte e con un altro tipo di preparazione”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Sto partecipando in questo periodo alle riprese della serie americana ‘Trust’ diretta dal regista Danny Boyle. Per il futuro, speriamo che ci sia qualche altra bella novità dietro l’angolo”.



more No Comments dicembre 11 2017 at 10:28


Eleonora Pariante: Gli ingredienti di un’attrice

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Come passare da un ruolo all’altro per essere attrice al 100 per cento

di Mara Fux

Eleonora Pariante è una di quelle attrici che si vede lontano un miglio che ha studiato. E’ salita sul palco per la prima volta a 17 anni e da allora non si è più fermata.

Tanto teatro, un po’ di cinema, quel punto giusto di televisione: è la ricetta giusta per essere oggigiorno una buona attrice? 

“Una buona attrice è un essere umano che si assume la responsabilità di ciò che fa, di ciò che dice e che pensa al 100 per cento, in questo modo diventa un’artista sempre capace ad essere autentica e credibile, che riesce con onestà a trasfondere in quello che fa, ciò che sente”.

Nella tua realtà di donna, sei brillante ed eccentrica come ne “il toy boy di mia madre”, elegante e civettuola come la Celimene de “Il misantropo”, scontrosa e bizzosa come Caterina de “La bisbetica domata”?

“Posso dire tutte e quattro? Forse l’unica cosa che non sono davvero è bizzosa, diventando adulta (da poco!) ho imparato che i capricci non servono a nulla, preferisco conquistarmi le cose. Col tempo credo di essere diventata un po’ scorbutica nel senso che so bene quello che voglio e non mi va di perdere tempo. Detesto i convenevoli e le smancerie legate alla superficialità di certe situazioni. Preferisco andare dritta al punto, ma questo forse a volte mi rende un po’ brutale.  Eccentrica, a me sembra di non esserlo”.

Un ruolo che, vedendolo in scena, avresti voluto interpretare tu? 

“Per anni ho desiderato poter interpretare Blanche Dubois in ‘Un tram che si chiama Desiderio’. E’ più di  recente invece, anche perché sarebbe un ruolo per me più difficile da sostenere, una sfida da vincere visto che  i ruoli brillanti sono davvero i più complessi da affrontare, quello di Sugar in ‘A qualcuno piace caldo’. E poi mi piacerebbe moltissimo interpretare il ruolo di Maria nel lungometraggio che ho scritto ma il mio produttore mi ha chiesto di scegliere. O la regia o la recitazione. E’ un film complesso che si svolge in un convento durante la Santa Inquisizione, quindi poiché è davvero una mia creatura, preferisco accompagnare il film come un genitore e mettere tutta l’attenzione, la cura, la creatività nella regia. Vedremo…”.

Angela Danesi, che hai interpretato in “CentoVetrine”, è una donna complessa a tratti cattiva. Interpretare un ruolo negativo non può influire negativamente sul rapporto con il pubblico? 

“Il ruolo della Danesi era complesso, sai nelle soap in genere i caratteri sono tagliati, i buoni e i cattivi. Angela era una donna disperata, che per amore si spingeva fino a compier un’azione terribile tanto da finire in una clinica per malattie mentali. Per anni gli attori non hanno amato  interpretare i cattivi; con la nuova cinematografia, legata alla delinquenza si è sdoganato anche il ruolo del cattivo. Il pubblico si affeziona anche a quelli”.

A che età sei salita la prima volta su un palcoscenico? 

“Ah che ricordi! Avevo 17 anni, con Duccio Camerini facemmo ‘La scuola delle mogli’ di Molière, dove interpretavo Agnese. Ancora ricordo il monologo”.

Recitando in quale spettacolo ti sei poi convinta che avresti fatto l’attrice per professione? 

“E’ stato dopo due o tre anni che lavoravo con Camerini, avevamo fondato una compagnia di giovani, mi sono detta che mi piaceva fare quello che stavo facendo. Vengo da una famiglia che ha fatto cinema tutta la vita. Sapevo bene cosa significava. Quando dissi a mio padre che volevo fare l’attrice, la prima cosa che mi disse fu: ‘Bene, studia e preparati al meglio per esserlo!’”.

Spesso abbracci progetti come regista o autrice di cortometraggi. Curiosità, voglia di sperimentarsi o che altro? 

“Credo che il caso non esista; ad una lettura della mia vita artistica,  potrebbe sembrare che io abbia iniziato per caso a scrivere per il teatro, per caso a fare la regia di alcuni spettacoli, ma in realtà è stato un naturale convogliare tutto quanto appreso e imparato e soprattutto, amato, negli anni. Accettare di sostenere la prima regia un po’ mi preoccupava ma poi ho visto che quello che facevo veniva bene. Il pubblico si appassionava si divertiva e apprezzava quello che vedeva e vede e propongo, quindi proseguo. In realtà poi io sono una che pensa per immagini, amo moltissimo il cinema, i fumetti i disegni animati, mi piace raccontare cose concettuali in modo semplice ed emozionante, e rendere le cose semplici ficcanti, efficaci… proseguo?”

A fine gennaio sarai al Teatro Anfitrione ne “La Bisbetica Domata” di Shakespeare diretta da Marco Belocchi: ti era già capitato di interpretare Caterina? 

“No, mai prima e ne sono felice. Caterina è uno di quei personaggi niente affatto semplici. Shakespeare dopo secoli è imbattuto. Nessuno come lui è riuscito sempre a  raccontare l’animo umano in modo suggestivo, mai ovvio, ha trasformato in oro le parole che raccontano le vicende dei suoi personaggi, ha osato rivelare con parole chiare ed inequivocabili tutte le sfumature dei sentimenti umani, dai più nobili a quelli più abietti. Sono molto orgogliosa che Marco Belocchi veda in me un’attrice con la quale poter collaborare”.

Una buona ragione per non perderselo?

“Marco riesce a realizzare sempre spettacoli belli, interessanti, con un punto di vista che spiazza e sorprende, lavora poi alla traduzione ed all’adattamento del testo per mesi e pur rispettando moltissimo la filologia li rende sempre attuali, di facile fruizione, divertenti insomma: non vedo l’ora di vederlo anch’io!”.



more No Comments dicembre 11 2017 at 10:25


Dalla passione alla professione, la fotografia secondo Luca De Nardo

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di Alessia Bimonte

Luca De Nardo è un fotografo ricco di talento. La sua fotografia è arte e un linguaggio che esprima la propria personalità. I suoi lavori non sono mai banali in ogni soggetto immortalato.

Fotografi per passione?

“Sì. In realtà sono fotografo da circa 7 anni. Prima facevo ben altro. Mi sono avvicinato alla fotografia mentre facevo il magazziniere in un’azienda di prodotti per la fotografia. Vedevo fotografi tutti i giorni e ascoltavo i loro racconti e le loro esperienze. È così che ho scoperto la fotografia come linguaggio, perché di linguaggio si tratta”.

Come sei passato dalla passione alla professione?

“Il passaggio è stato abbastanza veloce, dopo aver comprato la mia prima macchina fotografica ho iniziato a lavorare in proprio dopo un periodo di avvicinamento a questa forma di espressione. Ho sempre voluto scattare per me, volevo qualcosa di mio, poter percepire la vita a modo mio. Questa voglia di scattare foto che appartenessero a me e che andassero oltre le tendenze, oltre le regole…”.

Che tipo di fotografo sei?

“Scatto di tutto, foto industriali, paesaggi, ritratti, book fotografici… ma quello che più mi appartiene è la continua ricerca della donna da interpretare”.

Perché proprio la donna?

“Perché il mondo della donna è sempre così affascinante, complesso e segreto, tutto da scoprire. E la mia ricerca si è sempre concentrata sulla donna in quanto espressione di se stessa, come contenuto e non contenitore”.

Una ricerca molto complessa, come si articola?

“Fotografo e persona ritratta sono al pari in un processo congiunto, di co-creazione, un flusso di esternazioni, di sensazioni. Questo lavoro di relazione avviene anche a livello psicologico. Quando poi si analizza il lato dell’erotismo femminile, il tutto si evolve a puro stato mentale in quanto completamento della donna medesima che si mette a nudo, nel senso di essere se stessa. Oggi si travisano molto questi concetti come disdicevoli”.

Uno dei tuoi ultimi lavori si è svolto durante la Fashion Week ad Ischia. Che esperienza è stata?

“Bellissima ma folle; cercare di tirar fuori il meglio nella frenesia e nel tumulto degli eventi che si sono susseguiti. Scatti a modelle e modelli, ospiti… un’esperienza incredibile alla quale non rinuncerei per niente al mondo; incontrare e conoscere persone da ogni parte del mondo e poter condividere qualcosa con loro”.

Ci sono nuovi progetti ai quali stai lavorando?

“Alcune mostre fotografiche, tra cui ‘Nine’, nove opere che raccontano nove storie erotiche di donne, un importante libro con un editore romano e una collana autoprodotta dal titolo ‘Eros’; inoltre una formazione fotografica, viaggiando per vivere realtà, contesti insoliti, desueti e sconosciuti lontani o vicini con modelle e fotografi. Sono appena tornato dal Marocco, ma ripartirò per altre destinazioni come Cuba e Grecia”.



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Luca Panichi: Lo scalatore in carrozzina

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di Irene Di Liberto

Luca Panichi, classe 1969, ex ciclista. Una vita vissuta per e nello sport. Nel 1994 un incidente stravolge la sua vita. Vulcanico, nella vita come nelle sue scalate; un’onda sempre in movimento dalla quale non sai mai cosa verrà fuori: sereno con dentro la tempesta.

Che tipo eri da bambino, sempre così risoluto come adesso?

“Da piccolo mi chiamavano il ‘comandone’, perché quando giocavo con i miei amici il rispetto delle regole era fondamentale, se qualcosa durante il gioco non funzionava come avrebbe dovuto, io interrompevo per chiedere una sorta di giustizia”.

Luca ciclista: quando è nata la tua passione?

“Il ciclismo è, allo stesso tempo, una passione e un’eredità di famiglia. Avevo circa otto anni quando mio zio, ritenendomi troppo grande per andare con le rotelle, tolse le ruote alla bici e io, da quel giorno, decisi di prendere la maglietta sportiva della GS Lame Lucarelli”.

Fu un amore a prima pedalata.

“Era il 1994, Giro dell’Umbria nazionale dilettanti, una gara come un’altra e, invece, quel terribile incidente. Non parliamo delle conseguenze negative, che tutti immaginiamo, ma di quelle positive. Subito dopo l’impatto fortissimo con l’auto, la prima mia reazione non fu di disperazione, ma di voler riprendere subito la bicicletta perché, prima dello scontro, stavo per raggiungere nella cronometro, l’atleta che mi precedeva. Al mio istinto non corrispose il movimento: ero completamente paralizzato, benché vigile; e quella fu la mia fortuna perché, avendo una triplice lesione cervicale, se mi avessero spostato mi avrebbero staccato la testa. La lucidità mi permise di accedere a un soccorso adeguato e questo mi ha salvato la vita. Non parlo mai di una vita uno, pre-incidente, e una vita due, post-incidente. Sono sempre Luca, con il bagaglio di esperienza di 17 anni di ciclismo e, in più, una nuova situazione con le stesse credenziali, anche se devo misurarmi con un contesto diverso, diametralmente opposto al mio obiettivo, che era quello di diventare atleta professionista. Diciamo che ho spostato il fulcro delle mie energie nel recupero della mia autonomia. Lo sport in questo mi ha aiutato molto, permettendomi di ovviare all’imprevisto,utilizzando al meglio tutte le risorse di cui potevo disporre e, direi, che la cassetta degli attrezzi me la son trovata già bella piena”.

Quanto è importante la tua famiglia in questo percorso?

“Nel mio contesto di vita sia prima, sia e, soprattutto, in una situazione contingente come quella dell’incidente, ho potuto beneficiare di una reazione positiva di tutto l’ambiente familiare. Mio padre, spesso, prima di una gara era solito andare a pulire i bivi delle discese dove c’erano dei sassi che potevano mettere a rischio l’incolumità non solo mia, ma di tutti gli altri ciclisti. I miei genitori erano presenti nel momento dell’incidente e, vedendo che io ero ancora in vita e si poteva lottare, mi hanno trasmesso un’energia, che sommata alla mia, ci ha permesso di affrontare tutti i passaggi con molta determinazione e positività. Anche i miei fratelli mi hanno supportato in ogni situazione. Quando fui ricoverato a Firenze, essendo in difficoltà anche nella gestualità di suonare il flauto, che è un’altra mia passione, sorreggevano lo strumento in modo che io, con il sottofondo della musica di Dolores O’ Riordan, facessi un esercizio di motricità fine. E, in un’altra occasione, mi aiutarono anche a far riabilitazione di nascosto, dentro una struttura, portando lì un fisioterapista e collaborando con lui”.

Credi in Dio?

“Credo in Dio. Il concetto di fede per me è contenuto in una canzone di Umberto Tozzi ‘Forse credo in Dio’, l’ultima strofa recita così: ‘Forse credo in Dio e forse è solo amico mio. Forse esiste Dio e forse è solo amico mio. Salvaci da tutto perché ti richiamerò. Sto aspettando il giorno che parleremo un po’’. Questa è quasi la metafora del mio percorso. Dopo l’incidente non ho pensato: perché è successo a me?. E da lì sono stato più cosciente del mio contenuto di fede. Non ho mai imputato a Dio il fatto di non avermi protetto, anzi, durante l’incidente mi sono sentito veramente protetto e sostenuto”.

Spesso, nelle tue interviste ti ho sentito parlare di resilienza: cosa è per te e come l’hai sviluppata?

“E’ un concetto legato al vissuto e alle esperienze di una persona. Resilienza è trovarsi a fronteggiare una situazione disarmante e, automaticamente, sviluppare un atteggiamento positivo che ti permette di  aggirare l’ostacolo, pur standoci dentro ovvero riuscire a riempire quel bicchiere che quasi sempre nella vita è mezzo pieno. Sono veramente fortunato perché, avendo cominciato a gareggiare all’età di otto anni, mi sono misurato l’attività sportiva contestualmente a quella della scuola, situazione che mi ha permesso di diventare, prima, uomo e, poi, atleta”.

Se non avessi fatto il ciclista, cosa ti sarebbe piaciuto fare?

“Avrei avuto molto più tempo per dedicarmi al percorso di laurea in Scienze Politiche. Che ho, comunque, conseguito con ottimi risultati: l’ode accademica e una tesi sul senso civico degli italiani. Successivamente, ho frequentato un master, alla Lumsa di Roma, sulla consulenza politica. La politica, infatti, mi accompagna da sempre: a otto anni andavo in bicicletta, ma discutevo anche di Berlinguer e Craxi con un mio amico d’infanzia. In questo momento storico la politica mi lascia molto perplesso perché non ritrovo un riscontro nel far politica… mi sento un po’ orfano”.

Prossimi progetti?

“In ambito sportivo, ho già due programmi importanti per il prossimo anno: la scalata bis della Punta di Veleno, un mese prima della scalata dello Zoncolan. La collaborazione con un’azienda sulle energie rinnovabili che si muove con un concetto etico nel far business e che mi permetterà di diventare mental coach in ambito lavorativo-professionale. In campo associazionistico, sono entusiasta di un nuovo progetto dell’associazione Ghismo ONLUS, che addestra e affida cani a persone disabili, in collaborazione con il Bambin Gesù di Roma, per misurare e valutare l’induzione della Pet therapy su bambini con problematiche motorie e cognitive. All’interno delle scuole, sto sviluppando attività di mental coaching per lo sport integrato, ma anche per vivere, leggere, narrarsi e, allo stesso tempo, narrare lo sport in maniera diversa e migliore”.



more No Comments dicembre 11 2017 at 10:21


Rossella Brescia: La showgirl con la danza nel cuore

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Ha aperto una scuola di danza al sud, nella sua città, per dare una possibilità a chi insegue un sogno. Una bella realtà dove passano tanti illustri ballerini che contribuiscono a valorizzare questo progetto. Da quest’anno c’è la novità della recitazione

di Silvia Giansanti

Se qualcuno pensa che Rossella Brescia sia emersa con la radio, sta prendendo un grosso granchio. Da anni, infatti, questa donna così caparbia ha aperto il suo cuore alla danza che è stato il suo primo amore, ottenendo risultati più che soddisfacenti. E’ una persona dalle mille risorse che si muove anche nell’ambito televisivo come ballerina, conduttrice di programmi e testimonial di spot e nella radio, essendo nel cast del seguitissimo programma del primo mattino “Tutti pazzi per RDS”. Da rigorosa ballerina a showgirl insomma. Rossella porta avanti i suoi importanti progetti, mantenendo quella genuinità caratteristica dei pugliesi. Da qualche anno ha voluto pensare a chi desidera intraprendere un percorso di studi di danza, aprendo una signora scuola proprio nella sua città natale Martina Franca, offrendo una valida opportunità a chi vive in quelle zone che non offrono molto. E allora tutti in punta di piedi.

Rossella, visto che sei venuta fuori come ballerina, ripercorriamo in breve i tuoi esordi.

“Ho fatto l’Accademia Nazionale di Danza a Roma e la mia passione per la danza è nata con vari miti che vedevo in televisione, guardando semplicemente i grandi show del sabato sera o programmi come ‘Maratona d’Estate’ di Vittoria Ottolenghi. La tv che molti demonizzano in questo momento, ai tempi in cui non esisteva internet, mi ha appassionato alla danza”.

Aprire una scuola di danza è sempre stato il tuo sogno?

“E’ sempre stato nei miei sogni perché per studiare danza in modo serio, ero costretta a spostarmi da Martina Franca con i mezzi che ci impiegavano una vita per arrivare a destinazione in città come Bari. Una volta terminata l’Accademia, ho voluto aprire una scuola di danza nella mia città per dare a tutti i ragazzi, lontani dalla grandi città, la chance di essere a contatto con il mondo del lavoro, perché non serve solo studiare. La danza non va vissuta solo in sala prove, ma si devono fare esperienze di palcoscenico”.

Quindi la scelta della tua città è stata voluta.

“Sì, perché Roma già pullula di grandi scuole, mentre invece nel sud non c’è offerta per i ragazzi che vogliono intraprendere questo percorso. Infatti mi sono  dovuta spostare anni fa nella Capitale. Ho voluto dare così la possibilità a chi risiede nella mia zona d’origine. Ho vissuto il sacrificio sulla mia pelle e così ho voluto dare l’occasione a chi è distante per motivi geografici”.

Chi ti ha sostenuto in questo progetto?

“La mia famiglia che mi ha aiutata psicologicamente ed umanamente”.

Come ti organizzi per seguire il tutto, visto che risiedi a Roma?

“Una volta al mese torno giù. Dato che dalla danza ho acquisito molto pragmatismo, riesco ad organizzare e a far quadrare tutto. In quella volta al mese organizzo il lavoro che gli studenti devono fare con gli insegnanti validi. I miei mi gestiscono la scuola a livello amministrativo perché io non so gestire questo aspetto. Per me esiste solo quello artistico”.

Chi insegna nella tua scuola?

“C’è un’insegnante diplomata al Teatro dell’Opera di Roma. Chi insegna deve avere avuto esperienze valide di palcoscenico e un diploma, non ci si improvvisa insegnanti”.

Che tipo di corsi ci sono?

“Corsi come in una scuola normale, si va dalla classica alla moderna. Da quest’anno c’è anche una cosa interessante perché secondo me una ballerina deve essere completa (senza le parole si deve far capire un balletto) e per questo c’è un seminario di recitazione gestito da Carlo Dilonardo, un bravo regista, martinese anche lui, che ha studiato a Roma, Con ciò voglio cercare di ampliare il discorso dell’arte e dello spettacolo”.

Sei soddisfatta dei tuoi ragazzi. Hai potuto appurare che ci sono talenti veri?

“Sono molto soddisfatta sia di quelli che studiano con dedizione anche se hanno deciso che la danza non sarà il loro mestiere e sia di quelli che hanno puntato tutta la loro vita su questa disciplina provandoci. Sono particolarmente contenta di una ragazza, Vanessa Liberto, che è entrata al sesto corso alla Scuola della Scala di Milano. Poi c’è stata una bambina che è stata ammessa ai corsi del Teatro dell’Opera, ma essendo troppo piccola, i genitori per il momento non se la sono sentita di farla continuare. Però ha avuto una bella soddisfazione, magari più avanti potrà riprovare”.

Nella tua scuola passano anche personaggi importanti.

“Certo, ci sono insegnanti della Scala e del Teatro dell’Opera che passano giù a Martina Franca. Ci sono insegnanti e ballerini straordinari come Veronica Peparini, Kledi, Mauro Astolfi e tanti altri che mi stanno dando una mano”.

Come si svolgono le lezioni nell’intero anno scolastico?

“Ad anni alternati c’è uno spettacolo finale. Un anno faccio venire dei maestri da fuori e l’altro anno metto su uno spettacolo vero e proprio. Infatti, quest’anno abbiamo invitato Alessio Rezza e Rebecca Bianchi, due fantastici ballerini del Teatro dell’Opera. Cerco sempre dei grandi talenti in modo tale che possano portare a Martina Franca il repertorio di un classico, in modo da constatare dal vivo a quale livello si può arrivare. I grandi studiano tutti i giorni, mentre i più piccoli hanno lezioni per la loro età”.

Da cosa si riconosce un vero ballerino?

“Si riconosce innanzitutto dalla grande passione che ha. Esistono anche molti bravi che però non hanno questo fuoco dentro e quindi il loro talento purtroppo è destinato a finire lì. Invece ci sono altri magari meno talentuosi, che però hanno un amore smodato nei confronti della danza ed è proprio questo che li porterà alla conquista delle scene”.

Di solito chi svolge questa attività è un tipo preciso, determinato e ha tanta disciplina. Tu invece hai saputo tirare fuori altri lati del carattere, misurandoti con programmi tv e radio che hanno un’altra impronta.

“Sono una furiosa del mestiere, sono una che pensa all’arte a 360 gradi. Non sono per l’artista finalizzato solo nella sua materia specifica, ma egli deve saper fare tante cose, Dietro a tutto quello che faccio, c’è uno studio, non ci si improvvisa. Specialmente in teatro sul palco, dove si è messi a nudo”.

Oltre alla scuola di danza, sappiamo che hai un impegno quotidiano con il programma radio “Tutti pazzi per RDS”. Qual è il tuo motto appena sveglia, prima di catapultarti in diretta?

(Ride) “Non ho un motto ma mi do forza e coraggio per scendere dal letto e vestirmi. Dopo lo shock della sveglia, quando arrivo in radio poi passa tutto. Specie adesso che andiamo incontro all’inverno, diventa tutto più complicato alzarsi con il freddo e con poca luce”.

CHI E’ ROSSELLA BRESCIA

Rossella Brescia è nata a Martina Franca (TA) il 20 agosto del 1971 sotto il segno del Leone. Caratterialmente si definisce molto precisa e testarda. Ha come hobby andare al cinema, adora i panzerotti e le orecchiette con le cime di rapa. Simpatizza per la Roma. Le piacerebbe vivere a New York. Attualmente non possiede animali domestici e ha come compagno di vita Luciano Cannito. Ha studiato all’Accademia Nazionale di Danza Classica di Roma, debuttando nel 1994 nello spettacolo tv “Tutti a casa” condotto da Pippo Baudo. Negli anni successivi si è divisa tra teatro e tv dove ha lavorato in qualità di ballerina in diverse trasmissioni come “Cuori e Denari”, “Un disco per l’estate”, “Gran Casinò” e “Buona Domenica”, dov’è stata prima ballerina nel 1997. E’ stata anche testimonial di rinomate case per spot tv. Tra le sue tappe salienti c’è stata la conduzione di “Colorado Cafè”, “Matinée”, “Gabbia di matti”, “Wind Music Awards”, “Miss Muretto”, “Baila” e altre trasmissioni, fino ad arrivare al recente “60° Festival di Castrocaro”. A tutto questo si aggiungono esperienze teatrali, cortometraggi, videoclip e doppiaggio. Attualmente è in onda ogni giorno in “Tutti pazzi per RDS”. Ha aperto una scuola di danza nella sua città natale.



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Aleksandar Atanasijevic: “Sogno lo scudetto a Perugia”

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di Irene Di Liberto

Aleksandar Atanasijevic, Magnum per i suoi tifosi, nato a Belgrado nel 1991, è uno dei pallavolisti più forti al mondo: opposto della Sir Safety Conad Perugia e della Nazionale serba.

Aleksandar come ti trovi in Italia, a Perugia in particolare?

“Ho giocato due anni in Polonia, dove, al di là della pallavolo, non esisteva niente altro. In città non c’erano molti svaghi; l’unico luogo di ritrovo era il palazzetto. Qui in Italia si sta davvero bene. A Perugia i tifosi ti seguono in tutte le partite, anche in trasferta, ci sono molti locali e tante belle ragazze, anche questo è importante. Quando finisco la stagione con la nazionale sono molto contento di  tornare in Italia perché mi sento veramente a casa”.

Resteresti qui fino a fine carriera?

“Ho trascorso cinque bellissimi anni qui a Perugia. Questo è il mio ultimo anno di contratto e io sono pronto a dare tutto per la squadra. Vorrei restare in Italia per tutta la vita perché è un Paese meraviglioso”.

Recentemente hai subito un’operazione alla tibia che hai superato brillantemente, tornando sul parquet più in forma di prima. Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

“Sono tornato dopo quasi tre mesi. Ho lavorato tanto per recuperare e  adesso non sento più il dolore e sono al cento per cento delle mie potenzialità. E’ stata un bella esperienza. Ho guardato le partite con occhio da spettatore e ho capito che non riesco a vivere senza pallavolo”.

Obiettivi a breve termine per te e la tua squadra?

“Di recente abbiamo vinto la Supercoppa. Ma, più di ogni altra cosa, vorrei vincere lo scudetto perché nella carriera di un pallavolista conta molto e sono pronto a mettere tutto me stesso per conquistarlo”.

Tu studi Giurisprudenza in Serbia, fra venti anni come ti vedi: un grande avvocato o allenatore?

“È un po’ presto per pensare a progetti così a lungo termine. Non mi vedo ad allenare una squadra perché ho molta energia dentro di me e, a volte, mi capita di arrabbiarmi un po’. Credo mi si addica molto di più la figura del procuratore, così avrei la possibilità di restare nell’ambito della pallavolo”.

Aleksandar e la famiglia: che ruolo ha nella tua vita? 

“La famiglia è la cosa più importante della mia vita e io sono la cosa più importante per loro. Ho un fratello che  ha giocato a pallacanestro e sa quanto sacrificio richieda la carriera e la vita di un giocatore. Loro mi sono sempre vicini e a me piacerebbe stare un po’ più con loro, ma non ho tempo; anche durante l’estate, quando torno in Serbia, stiamo insieme molto poco perché sono impegnato con la nazionale. Per fortuna, l’Italia non è lontana e loro mi raggiungono spesso a Perugia e, quando arrivano qui, io sono felice di condividere tutto ciò che posso”.

Se non avessi fatto il pallavolista cosa avresti fatto?

“A scuola ero molto bravo e i miei genitori ci tenevano tanto a farmi studiare, come hanno fatto loro. Il mio papà e la mia mamma sono due medici, mio fratello si è laureato in biologia molecolare, la mia famiglia è tutta intelligente tranne me…” (n.d.r. e ci scappa una risata)

Hai tempo di coltivare qualche hobby?

“Sono molto concentrato sulla pallavolo, mi diverte giocare e, comunque,  non mi rimane molto spazio per coltivare i miei hobby perché trascorro dentro il palazzetto quasi tutta la giornata. Appena ho un attimo, cerco di staccare la spina  e di rilassarmi uscendo con gli amici”.

Sei entrato nella classifica dei pallavolisti più desiderati al mondo: bello, bravo, simpatico e grande sportivo, ma parlaci dei tuoi difetti, se ne hai…

“Sono contento di far parte di questa classifica. Difetti ne ho davvero tanti, anche se in campo cerco di non farli venire fuori. Comunque provo sempre a migliorarmi”.

E direi che ci riesce benissimo! Un grazie ad Aleksandar. Ad maiora.



more No Comments novembre 6 2017 at 14:47


Piermaria Cecchini: Un attore con i baffi

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di Mara Fux

Che dire di lui. E’ un volto conosciuto al pubblico della tv e agli amanti del teatro. E’ un personaggio mai banale e assai divertente. Lui è Piermaria Cecchini. I suoi inizi non sono affatto male. Nato a Roma ma cresciuto a Viterbo, studia nella scuola teatrale di Luigi Squarzina, e dopo una lunga gavetta teatrale debutta in un piccolo ruolo nel film I miei primi quarant’anni, al fianco di Massimo Venturiello dove recitava anche Carol Alt. Da lì, tanto teatro, tanta televisione e tanto cinema. E, soprattutto, tanti applausi.

Detta senza preamboli, ma come funziona? Voglio dire: uno studia recitazione per anni, perde il sonno scrivendo commedie, inventa tormentoni da propinare in tutte le salse agli spettatori e poi ti arriva bel bello uno spot pubblicitario che ti catapulta dentro le case rendendolo improvvisamente l’amico di tutti gli italiani?

“Le strategie del destino sono  spesso sorprendenti e a noi sconosciute per cui capita che dopo anni  di sacrificio a studiare teatro, cinema, regia e scrittura  drammaturgica si  diventi conosciuti per l’interpretazione di ruoli estremamente comici in film natalizi degli anni 90.Tutto questo fa parte del mestiere dell’attore ma non mi ha impedito di cimentarmi  anche in ruoli altri, dalla tragedia alla commedia brillante..senza mai perdere l’entusiasmo per il mio lavoro, entusiasmo che ho avuto accogliendo oggi il personaggio del Baffo nazionale che mi ha catapultato per citare un tuo termine nelle case degli italiani. Un bellissimo attestato di stima che mi sollecita a fare sempre meglio”.

La tua voce ti rende inconfondibile, ciò nonostante non ti sei mai addentrato seriamente nel mondo del doppiaggio. Come mai?

“Quello del doppiaggio è un settore molto interessante e agli albori della mia carriera ho  frequentato per diverso tempo le sale divertendomi molto ma poi la passione per il teatro mi  ha portato in giro per il mondo allontanandomi inesorabilmente da quell’ambiente. Oggi però che sono molto più stanziale mi piacerebbe dare la voce a qualche attore americano o a un personaggio  dei cartoni  animati”.

Qual è il ruolo che ti ha reso più popolare e quale, invece, quello cui tu sei più affezionato?

“Nel passato sicuramente il ruolo di Marcellino nel film ‘Abbronzatissimi’  del 1991, film che viene  replicato in tv almeno 20 volte l’anno, mentre per il presente il Baffo Moretti della pubblicità e  l’enigmatico Gigi Del Colle di ‘Un Posto al Sole’. Il ruolo a cui sono più affezionato è un ruolo che stride col passato perché ancora devo interpretarlo ma per il fatto stesso di immaginarlo come vero e realizzabile lo rende  a me caro”.

Mai pentito di rifiutare un copione?

“La possibilità di poter accettare o rifiutare un copione è la massima espressione di libertà professionale, per cui la mia risposta è mai”.

A differenza di molti tuoi colleghi che si esprimono nell’ambito della comicità e per ciò vengono catalogati come comici, tu vieni individuato subito come attore. A che ruoli drammatici lo devi? 

“Credo che questo sia dovuto al fatto che io nasco come attore drammatico ed ho studiato per diventare questo. Inoltre io sono un attore che sa essere anche un attore comico e magari riesce pure  a far ridere il pubblico ma con quei modi  e quelle forme che appartengono al teatro e non al cabaret, dal  quale però ho imparato molto sotto il profilo comunicativo con il pubblico”.

Sei da poco ritornato in pianta stabile a Roma: cerchi nuovi spazi nella Capitale?

“Mi piacerebbe poter avere uno spazio mio dove realizzare tutti i progetti che ho nel cassetto, magari un teatro dove presentare un mio cartellone e avviare diversi laboratori”.

Nell’intricato groviglio delle scuole ed accademie di recitazione, senza clamore hai fatto capolino al Teatro Porta Portese con un tuo corso intitolato “Il Teatro dell’Allegria”. Cosa prospetti a chi è interessato?

“Il Teatro dell’Allegria” è qualcosa di più di un corso teatrale. E’ un laboratorio permanente di arti sceniche  fondato con la collaborazione della coreografa  ed attrice Manuela Galvagno che ha come finalità quella di offrire a tutti la possibilità di approcciarsi al  mondo del teatro in modo nuovo, con quella sana e seria allegria che ci permette di superare gli ostacoli della timidezza, di liberarci delle nostre paure e di affrontare il palcoscenico con serenità e ribadisco allegria divertendo, divertendosi”.

Perché un bancario, una casalinga, un universitario, una qualsiasi infermiera dovrebbero essere interessate a frequentare un corso di Teatro dell’Allegria?

“Per una serie di motivi; il primo per il piacere di farlo; il secondo per imparare nuovi linguaggi  espressivi; il terzo per acquisire nuove certezze e consapevolezze di se stessi; il quarto per condividere questa esperienza con altri  arricchendo così anche il proprio bagaglio di conoscenze; il quinto per ritornare a fine lezione a casa contento  e soddisfatto; il  sesto  per avere la soddisfazione di salire su  un palco  adeguatamente preparato. Ed infine perché ci sarò sempre io a  seguirvi e ad accompagnarvi in questo fantastico viaggio”.

“Donkisciotte” e “Ognuno tira l’arpa al suo violino” sono i due lavori che stai allestendo: cosa dobbiamo aspettarci?

“Sono due lavori a cui tengo molto e di cui sentirete parlare molto presto. Aspettatevi due spettacoli  che, seppur diversi nel genere e nei contenuti, hanno in comune l’intento di farvi sognare e strapparvi un sorriso. Il primo è una commedia musicale scritta da Piero Castellacci e sarà in scena da luglio 2018. Il secondo è uno spettacolo autobiografico semiserio con musicisti dal vivo e la partecipazione di Manuela Galvagno e sarà in scena da dicembre di questo anno”.

Hai raggiunto una bella soglia di esperienza e grazie un poco a “Un posto al sole”, un poco al “Baffo Moretti”, forse è il momento di mettersi in gioco anche aprendo il cassetto dei sogni. Quale sarà il primo a saltar fuori?

“Spero sia il film al quale sto lavorando da circa due anni e nel quale credo molto anche perché è un inno  a non rinunciare ai propri sogni, a qualunque età e in qualsiasi luogo”.



more No Comments novembre 6 2017 at 14:44


Sabrina Hammami: Una stella a tinte nerazzurre

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Con un video a tinte nerazzurre, realizzato per anticipare il derby Inter-Milan, ha definitivamente stregato il popolo del web che l’ha eletta a personaggio web del momento.

Con oltre centomila visualizzazioni, Sabrina Hammami si è conquistata un posto nel cuore dei tifosi interisti ma non solo. Gli sportivi di tutta Italia hanno imparato a conoscerla. Merito di un fisico mozzafiato, di una sensualità che non sfugge allo sguardo e di una simpatia contagiosa. Perché sui social, da un po’ di mesi a questa parte, Sabrina non teme rivali. Le sue partecipazioni – rigorosamente in diretta – agli appuntamenti settimanali della pagina Facebook “Cresciuti a pane, calcio e ignoranza”, viaggiano costantemente oltre le 50.000 visualizzazioni. A suon di post, belle foto e tante idee, si sta facendo strada a tutta velocità. Sarà che per via delle sue origini – metà brasiliana, metà tunisina – che le regalano lineamenti che non posso passare inosservati, sarà che il suo fisico da sballo la fa apparire semplicemente meravigliosa in ogni scatto. Fatto sta che quasi 30.000 persone la seguono su Instagram e presto potrebbero spalancarsi per lei le porte del piccolo schermo e della pubblicità. Insomma, lo spettacolo la attende e il futuro sembra decisamente roseo.

Partiamo proprio dall’ultimo video che ti ha vista protagonista.

“Con la collaborazione del video-artist Peter Marvu, ho scelto di promuovere il derby Inter-Milan guardandolo con l’occhio della ragazza che si prepara per scendere in campo. Ed allora eccomi sotto la doccia o ripresa mentre infilo maglietta, pantaloncini e calzettoni. Ed infine, sul campo di calcio. Un tocco di sensualità per rappresentare il pallone”.

Ed il successo è stato fragoroso.

“Oltre 100.000 visualizzazioni, una vasta eco sui mass media e un nuovo servizio su Sport Mediaset. E fra i tanti che hanno voluto guardare le mie Instagram Stories, c’è anche lei: Wanda Nara”.

Un boom che ti ha consacrato regina dei social.

“Mi piacciono e sto scoprendo la possibilità di abbinare il mio personaggio a prodotti di valore. Così, ho avviato collaborazioni di cui sono davvero fiera: fra le tante, cito quella con Vesuvio Cadeau di Pastore Gioielli. Ma altre sono alle porte, io non mi fermo e continuo a crescere su Instagram. Sto tagliando il traguardo dei 35.000 follower”.

Torniamo indietro nel tempo. A 16 anni hai mosso i primissimi passi…

“Ho realizzato i primi shooting ed ho seguito un corso di dizione, portamento e recitazione con Franco Battaglia. Poi, a distanza di qualche anno, ho deciso di buttarmi in questo mondo a testa bassa”.

Ed i risultati sono arrivati subito.

“Ho avuto il piacere di avere più pubblicazioni su Men’s Health, quindi sono stata testimonial per ‘Se Puede’, brand di abbigliamento sportivo. Ed inoltre sono stata fra le pokerine in una trasmissione tv che era a tutti gli effetti una scuola di poker rivolta alle donne”.

Naturalmente, tante fotografie.

“Sono stata scelta per numerosi shooting, ringrazio le mie misure 88-63-93 ma anche il mio carattere. Penso che in uno scatto si veda sempre la volontà di esprimere sensualità, determinazione, simpatia. E io vedo la fotografia come uno strumento per poter rappresentare al meglio, ed anche sponsorizzarlo, un brand”.

Di recente poi il grande pubblico ti ha conosciuta a tinte nere e azzurre.

“Da sempre sono tifosa dell’Inter, così mi è venuta l’idea di unire l’utile alla… fotografia. Ed ecco il servizio in body-painting dove sul mio corpo è stata disegnata la seconda maglia dell’Inter. Il servizio ha fatto il giro del web, come fortunato emblema di associazione fra sport e sensualità”.

Ma non è finita qui.

“Ho collaborato con Le Iene per uno scherzo a Bobo Vieri, all’orizzonte potrebbe esserci qualcosa di nuovo tale per cui mi rivedrete in tv. Certo, non nego che il mio sogno è quello di arrivare a condurre una trasmissione. Dite che ce la farò?”.

Intanto qualche esperienza davanti alla telecamera te la sei fatta.

“Sono stata la protagonista di due videoclip musicali: il brano raggaetton ‘Marysol’ di Yansel, Leeder e Hush, e poi il singolo ‘Grovigli’ di Daniele Azzena. Ma anche su Facebook avete la possibilità di vedermi in diretta, ogni venerdì”.

Ancora una volta c’entra il calcio…

“Seguite la diretta delle 19 del venerdì sulla pagina Facebook ‘Cresciuti a pane, calcio e ignoranza’ e mi vedrete alle prese con le probabili formazioni e con i consigli per il Fantacalcio. Avete la possibilità di interagire con me, io prometto di arrivare sempre super preparata”.

Quali sono i tuoi punti forti?

“Fisicamente dico… il fondoschiena, ma curo il mio fisico facendo palestra e trattamenti estetici. Penso però che il cervello, abbinato alla mia proverbiale caparbietà, mi spinga ad ottenere ciò che voglio. E poi non nego che mi piace essere al centro dell’attenzione”.

CONTATTI

https://www.instagram.com/iamsabrinahammami/



more No Comments novembre 6 2017 at 14:40


Laerte Pappalardo: Protagonista della moda streetwear

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Tantissimi giovani a Roma in fila per Kickit, il primo market italiano dedicato allo streetwear, organizzato da Fabrizio Efrati

di Stella Maresca

Si è tenuto da poco a Roma Kickitmarket, il primo mercato interamente dedicato alle sneakers e all’universo streetwear. In questa occasione abbiamo visto la nuova collezione, frutto della tua collaborazione con il brand italiano “In case you didn’t know who I am” di Stefano Paolini e Andrea Bendotti. Ce ne vuoi parlare?

“E’ cominciato tutto per caso, Stefano ed Andrea sono due ragazzi molto giovani ma allo stesso tempo umili e con una gran voglia di crescere e di mettersi in gioco, una sera ci siamo ritrovati a cena, loro avevano da poco fondato il loro brand ‘In case you didn’t know who I am’, è stata lanciata l’idea di una serie di felpe con stampato il codice fiscale e visto che la mia compagna lavora in un’agenzia di merchandising abbiamo pensato di commercializzarne una ventina per prova, giusto per vedere che effetto avrebbero avuto. Ma, oltre ogni nostra aspettativa, in brevissimo tempo siamo stati subissati di richieste. Con nostro grande divertimento, abbiamo ricevuto mail da parte di ragazzini dodicenni che volevano ordinare la felpa con il codice fiscale, ma tra i nostri clienti ci sono anche sessantenni; una fascia di pubblico trasversale quindi che unisce almeno tre generazioni. Ancora oggi è molto difficile stare dietro a tutti gli ordini che arrivano, poi abbiamo inserito anche varie possibilità di personalizzazione del prodotto, per cui si tratta di una linea in continua evoluzione. E’ stata giusta l’intuizione iniziale, come del resto avviene per tutti i brand di successo; pensiamo ad esempio a Matteo Cambi di Guru, le cui magliette con la margherita sono state indiscusse protagoniste del marcato agli inizi del 2000. Alla base un’idea semplice, ma bisognava pensarci. Tutto si basa sull’intuizione”.

Che esperienze avevi in questo ambito?

“Qualche anno fa ho aperto un forum che si chiama ‘Flames’, interamente dedicato all’universo sneakers. Il forum ha avuto un grande successo, anche perché è stato uno dei primi; lì collezionisti, appassionati e semplici curiosi si potevano scambiare informazioni e tenersi aggiornati sulle ultime novità. Con il tempo abbiamo aperto poi anche allo streetwear che è esploso di fatto in Italia negli ultimi due anni. Marchi come ‘Supreme’, che si vede ora indossato da Fedez o da Chiara Ferragni, era fino a pochi anni fa un brand per pochi collezionisti a diffusione limitata, i cui prodotti non erano neanche molto semplici da trovare. All’epoca stavo cercando un cappellino di Supreme e mi rivolsi ad un mio amico che speravo sarebbe stato in grado di trovarmelo. Lui mi disse che non sarebbe stato semplice e mi chiese in cambio un unico favore: ‘Se riuscirò a prendertelo vorrei avere una foto di tuo padre Adriano con indosso il cappellino’. Il cappellino arrivò, io scattai la foto a mio padre e la postai sul forum. Fu un boom, l’istantanea diventò virale, arrivarono migliaia di commenti ed io ne realizzai delle t shirt che poi ho regalato a migliaia ai fan di mio padre, dopo un anno ancora mi arrivavano richieste da tutta Italia. Poco tempo fa Stefano Paolini mi ha parlato di Kickitmarket, il primo sneakers market italiano che stava organizzando Fabrizio Efrati, proprietario dello store ‘I love Tokyo’ in Via dei Giubbonari a Roma. Conosco Fabrizio da anni, è un professionista serio che conosce perfettamente il mercato, da lui sono passati tutti i più grandi nomi dello sport e della musica, ed allora abbiamo avuto l’idea di riproporre le magliette originali con la foto di mio padre con i marchi ‘In case you didn’t know who I am’ e Kickit. Abbiamo ‘retroizzato’ le magliette originali e le lanceremo sul mercato a brevissimo”.

Che rapporto ha Laerte Pappalardo con la moda?

(ride) “Jeans invecchiati e t-shirt, non possiedo cravatte. Ho un solo vestito, che è poi quello del mio matrimonio e lo riciclo ad ogni battesimo o cerimonia. Non è proprio nelle mie corde essere vestito elegante, ho un animo più vintage, mi è sempre piaciuta una moda che sia ‘play’, gioco e divertimento, t-shirt preferibilmente nera ed un denim con una sneaker che stacca. Questo sono io”.

Che sport pratichi?

“Sono stato un antisportivo per eccellenza. Fortunatamente ho sempre avuto un buon metabolismo, per cui non ho mai avuto voglia o fantasia di cimentarmi in sport particolari. Poi dopo aver partecipato all’Isola dei Famosi nel 2011, ho scoperto un Laerte totalmente diverso a cui piace lo sport e mi sono appassionato alla corsa. Sembro Forrest Gump, corro sempre, è veramente l’unico sport che riesce a farmi staccare da questa vita frenetica che ormai che è il nostro pane quotidiano. Correre è una sfida con te stesso, è un mettersi alla prova, c’è sempre un parametro da migliorare: il tempo, i chilometri percorsi, indosso le cuffiette,un pantaloncino, le mie scarpe da running e parto; pioggia, vento, caldo non importa, dopo pochi metri tutto inizia a scivolare via”.

Cosa ti affascina della “sneaker culture”? Un fenomeno tipicamente d’oltreoceano che è ormai diffusissimo anche in Italia?

“Appartengo ad una generazione per cui la sneaker era la scarpa da ginnastica o comunque usata solo per l’attività sportiva. In Italia eravamo abituati ad uno stile più elegante e tradizionale, legato alla manifattura artigianale, a differenza dell’America e del Giappone, dove invece la gente ha sempre prediletto uno stile più ‘easy’. In questi ultimi anni si è verificata una vera e propria inversione di tendenza, per cui ormai le sneakers sono usate anche in contesti più formali; non sono più il marchio di fabbrica di una generazione ma sono indossate a qualunque età”.

Che uomo sei oggi?

Devo dire la verità, sono molto maturato in questi ultimi tre anni. Sono stato anche io un eterno Peter Pan sempre alla ricerca di un qualcosa che forse non esiste o forse arriverà in futuro, chi lo sa. Molti anni fa una persona mi disse ‘Tu sei un diamante grezzo, ti affinerai man mano che passano gli anni’ e devo dire che così è stato. Ho fatto tante esperienze, ho affrontato molte cose, nulla di grave ma ho fatto il mio percorso ed ho avuto una vita piena. Oggi mi sento un uomo completo che sta bene con se stesso. Ho capito che uomo vuole essere Laerte e di cosa ha bisogno veramente”.

Che progetti hai per il futuro?

(ride) “Vorrei dirti tante cose, c’è un progetto importante ma è ancora top secret. Però al di là di questo  il mio progetto più importante è quello di vivere la vita, rendendo conto solo a mio figlio. Non ho capi, non ho superiori, sono un uomo fortunato, poi sai si arriva ad un punto in cui non ti devi più giustificare con nessuno, non devi rendere conto di quello che hai realizzato. Ho fatto tanto, ad otto anni cantavo con mio padre, poi ho fatto il ‘Maurizio Costanzo Show’. Non sono mai stato un figlio di papà, perché mio padre mi ha sempre fatto sudare le cose, è un uomo molto diretto che mi ha insegnato a dire ‘pane al pane e vino al vino’, un uomo molto pratico che mi ha sempre tenuto con i piedi saldamente a terra. Oggi ho imparato a razionalizzare e a prendere la vita come viene. Solo pochi eletti sanno quello che faranno domani. Io sono aperto a tutte le possibilità, andando incontro alla vita con curiosità, ma rimanendo sempre e comunque me stesso”.



more No Comments novembre 6 2017 at 14:37


Mavina Graziani: Mamma, attrice e imprenditrice

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Interpreta Assunta Ceravolo in “Squadra Mobile”. Presto la vedremo al fianco di Raoul Bova

di Francesco Fusco

L’attrice di “Squadra Mobile” si racconta a GP Magazine. Una vita dedicata alla famiglia e alla carriera. E’ giovanissima e già mamma di due figli. Prossimamente sarà in tv al fianco di Raoul Bova in “Ultimo” e sogna il grande schermo.

Quando hai capito di voler intraprendere la carriera di attrice?

“All’età di tre anni quando mio padre mi inseguiva con la telecamera per casa e mi chiedeva ‘Che fai Mavina?’ Ed io: ‘Faccio l’attrice sotto le piante’. E’ un lavoro che ho voluto fare da sempre, sono nata con la voglia di stare sul palcoscenico. Ho iniziato da piccola facendo la danza poi ho frequentato corsi di recitazione, teatro a scuola e durante il periodo adolescenziale ho cominciato a lavorare come fotomodella finché poi ho frequentato le prime accademie, corsi di teatro… non mi sono mai fermata fino a due anni fa quando sono rimasta incinta della mia seconda figlia”.

Chi interpreti in “Squadra mobile” e quali differenze noti tra Mavina e il personaggio Assunta Ceravolo?

“Assunta Ceravolo è una donna che frequenta la malavita, è la compagna di un uomo criminale. Di fronte alla morte del suo compagno lei ha sete di vendetta e quindi di andarsi a prendere ciò che spettava a lui. Si va a interfacciare con personaggi loschi, minacciandoli, ma si rende conto che si è messa in una situazione pericolosa perché tentano di ammazzarla e quindi tenta la fuga… E poi il resto non lo racconto. (sorride ndr) Un ruolo anni luce dalla mia vita di tutti i giorni perché vivo quotidianamente nel fantastico mondo dei bambini, essendo madre di due figli”.

Hai recitato accanto a Raoul Bova in “Ultimo”. Raccontaci questa esperienza.

“Recitare con Raoul Bova è stato difficile, sotto un punto di vista femminile dovendo resistere al fascino di un bellissimo uomo. Ma ho incontrato una persona veramente bella perché mi ha messo a mio agio e mi ha dato un sostegno sul set anche perché interpretavo un ruolo molto drammatico. Una persona umile e gentile. E’ stata una bella esperienza e mi sono trovata bene soprattutto con la produzione”.

Come fai a conciliare gli impegni di mamma, di attrice e di imprenditrice, visto che gestisci anche un’attività commerciale a Roma?

“Come faccio non lo so nemmeno io. Mi trasformerò in un super eroe. Le mie giornate iniziano all’alba e finiscono tardissimo la sera. Corro come una matta, non amo stare a casa sul divano, sono una persona dinamica. Amo i miei figli da morire e amo anche il mio lavoro, poi mi sono lanciata nell’imprenditoria perché il commercio è una roulette russa e quindi non mi annoio. Ho bisogno di essere stimolata… faccio la mamma a tempo pieno, faccio l’attrice perché non posso rinunciare a questo mestiere e faccio l’imprenditrice perché il lavoro dell’attore è altalenante. Oggi c’è, domani non c’è. Quindi ho aperto un negozio rivolto ai bambini, perché sono i clienti migliori che possiamo avere. Mi diverto perché c’è moda. Il negozio è il mio terzo figlio”.

Progetti futuri?

“Sì ce ne sono tanti. Siamo in stagioni di casting e quindi chissà. Vedremo cosa accadrà e lo scopriremo solo vivendo”.



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