Ilaria Caprioglio: “Corpi senza peso”

ilaria-caprioglio_2

Sindaco di Savona, avvocato e autrice di saggi e romanzi a sfondo sociale

di Donatella Lavizzari

Ilaria Caprioglio, da giugno 2016 sindaco della Città di Savona, è un avvocato, autrice di saggi e romanzi e socia fondatrice dell’associazione “Mi nutro di vita”, ideatrice della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla contro i disturbi del comportamento alimentare. Ilaria è, innanzitutto, una donna, madre di tre adolescenti, da sempre attenta alle tematiche giovanili e attiva nel campo del sociale che promuove nelle scuole italiane progetti di sensibilizzazione sugli effetti della pressione mediatica e sulle insidie del web.

Ilaria, tu hai dimostrato in questi anni di essere una professionista poliedrica, ci vuoi raccontare perché hai deciso di candidarti come sindaco di Savona?

“Ho ponderato a lungo l’offerta che mi è stata formulata di candidarmi come indipendente alle amministrative  della città dove vivo da oltre vent’anni. Ho accettato la sfida di scendere in campo  nel tentativo di offrire  ai nostri ragazzi la possibilità  di decidere se restare a lavorare nella  propria città oppure andare via in Italia o all’estero: attualmente la seconda ipotesi rappresenta l’unica strada percorribile in una provincia come la nostra in profonda crisi economica e di conseguenza sociale. Il mio impegno per i giovani, profuso per anni attraverso incontri nelle scuole italiane, prosegue sotto una nuova veste”

I disturbi del comportamento alimentare sono la prima cause di morte tra le adolescenti dopo gli incidenti stradali. E’ importante la sensibilizzazione su questo grave problema. Ci vuoi parlare, a tale proposito, del tuo ultimo libro ‘Corpi senza peso’ (Erickson) scritto con Stefano Vicari, direttore di neuropsichiatria infantile dell’ospedale Bambino Gesù di Roma?

“Il libro racconta il disturbo del comportamento alimentare e, in particolare, l’Anoressia Nervosa attraverso la narrazione diretta dei protagonisti: bambini e ragazzi che, in qualche momento del loro percorso di vita, si ritrovano a fare i conti con un’idea e un pensiero che li sovrastano e li «possiedono». Un’idea e un pensiero che assumono, come un moderno demone, le sembianze seduttive della bellezza e della perfezione fisica ma nascondono, in realtà, un vero e proprio disturbo mentale. Il percorso che conduce ciascun ragazzo o ragazza a riconoscere, finalmente, il volto di malattia celato nel falso mito di bellezza costituisce il «viaggio» verso la guarigione. Sono storie reali, incontrate in ospedale e trasformate parzialmente per rispettare la privacy delle persone. Cinque racconti collegati fra loro con il duplice io narrante del medico e di colui che è affetto da disturbo del comportamento alimentare. Non si tratta di un testo dove vi è un solo protagonista, in genere chi ha sofferto della malattia, che parla della sua esperienza in modo unilaterale e spesso privo di fondamento scientifico, quest’ultimo presente invece nei saggi scritti da e per addetti ai lavori, difficilmente fruibili dal vasto pubblico, bensì di un libro dove si vuole affrontare il tema dei DCA a 360°”.

In ‘Cyberbullismo. La complicata vita sociale dei nostri figli iperconnessi’ (Il Leone verde), di prossima pubblicazione, evidenzi un fenomeno altamente invasivo che ha una spaventosa cassa di risonanza. In un mondo dove spesso la propria autostima si basa su like ricevuti e follower, come si può ‘traghettare’ un figlio verso la dimensione reale e l’autonomia? 

“Nella complessa vita sociale dei giovani iperconnessi il fenomeno del cyberbullismo è in forte crescita con la complicità degli adulti che, illudendosi di avere dei figli nativi digitali perfettamente equipaggiati per affrontare senza correre rischi il mondo del web, non si preoccupano di fornire loro un’adeguata educazione ai media capace di sviluppare il senso critico e la cultura del rispetto indispensabili per vivere online e offline con consapevolezza, senso di responsabilità e autonomia. Il mondo virtuale rispecchia, talvolta amplificandola, la deriva del mondo reale e obbliga genitori ed educatori a riflettere sulle proprie responsabilità, senza poter ravvisare nel demone digitale un comodo capro espiatorio per alleggerire coscienze assopite sotto la confortevole coperta del mito del digital kid”.

Quali sono i maggiori rischi su piattaforme come ‘Ask for me’?

“I rischi maggiori derivano dall’anonimato di tali piattaforme che scatena l’arroganza e l’aggressività, anche degli adulti, che online si lasciano andare all’incitamento all’odio, globalmente definito hate speech, capace di trasformare le parole in armi micidiali di intolleranza verso una persona o un gruppo razziale, religioso, etnico, di genere o di orientamento sessuale. Sdoganato anche dal mondo adulto, quello al quale le nuove generazioni dovrebbero guadare come modello a cui ispirarsi, l’odio scorre sul web e spaventa i giovani che, sovente, sono vittime e carnefici di questa escalation di aggressioni verbali che prende di mira soprattutto coloro che sono percepiti diversi per l’aspetto fisico, l’orientamento sessuale o la nazionalità. Si tratta di odio che scaturisce dalla superficialità e dalla velocità con cui si intrecciano relazioni virtuali, ma anche da una sorta di analfabetismo emotivo che il web agevola favorendo contatti fra persone che non si conoscono e non si riconosco e per questo si detestano, prescindendo a priori da qualsiasi sforzo dialettico volto ad avvicinarsi, comprendersi, arricchirsi attraverso l’altrui pensiero”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:40


Roberta Tirrito: La web influencer finita su GQ

roberta-tirrito-3

Una fashion influencer che sogna il cinema. Dai social al piccolo (e grande) schermo. Chi è la 21enne palermitana che fa impazzire il web e che, pare, abbia conquistato il cuore di Valentino Rossi

di Biagio Verdicchio

Bella, sensuale, solare e carimatica. Roberta Tirrito è tra le più seguite Instagram sensation: oltre 222.000 i followers che restano magnetizzati quotidianamente dagli scatti generosi del suo fisico perfetto, delle sue curve da capogiro e di uno sguardo magnetico e accattivante. 21 anni, origini siciliane, attualmente abita a Torino dove studia recitazione e lavora come modella e fashion influencer. Lavora da quando ha 17 anni nel mondo della moda, ha posato per diverse campagne pubblicitarie apparendo su vari magazine (Vip, Maxim e Style Papers Italia). Da due anni studia recitazione a Torino nella scuola di teatro Sergio Tofano. A settembre 2016 si sono accesi per lei i riflettori del piccolo schermo. Ha partecipato infatti al programma Take Me Out, il dating show in onda su Real Time e lo scorso dicembre ha posato per un bellissimo e bollente servizio fotografico per GQ Italia. Conosciamola meglio.

Roberta, partiamo dall’inizio. Palermo, un cellulare e la passione per gli abiti e la moda! Dagli scatti di una sedicenne sui social, a 222.000 seguaci su Instagram, il riconoscimento di fashion icon tra le più apprezzate nel panorama nazionale ed europeo. Quando hai capito che un “divertimento” potesse diventare un lavoro? 

“L’avevo già capito da piccolina, avevo 17 anni e già pensavo che Instagram fosse il futuro, ma stare in Sicilia è difficile. Pensavo quasi che tutto questo rimanesse solo un sogno ma mi son data da fare: sono stata fuori parecchio, tre volte a Londra ad esempio. Stare a Londra e viverci è un altra cosa, cambi testa e mentalità, inizi a capire veramente che bisogna lavorare sodo per tutto quello che si vuole fare e come bisogna trasformare i propri sogni in propri obiettivi”.

C’è una regola vincente per differenziarsi dalle tante altre tue “colleghe” influencer, spesso ragazze che improvvisano, con in mano uno smartphone e di fronte uno specchio? 

“Il target è sicuramente diverso, si inizia sicuramente così ma poi entrano in gioco altri fattori, ad esempio una buona agenzia. Poi sicuramente devi essere te stessa e avere un occhio attento alle novità, scegliere i brand con cui lavorare o meno, devi scegliere che tipo di impronta vuoi dare al tuo profilo per esempio. Però posso dire che si inizia anche pubblicando foto allo specchio? Io supporto molto i giovani, oggi fanno una foto allo specchio domani li trovi sui giornali o in tv. Chi lo sa? Tantissimi ragazzi hanno iniziato così e molti di loro scoperti grazie ad Instagram, non è una novità”.

E da quegli scatti sono arrivate poi le prime collaborazione con i brand di moda e gli shooting per numerose ed importanti riviste. Un mese fa la grande soddisfazione di un servizio fotografico su GQ. 

“Lavorare e scattare per GQ è stata una cosa fantastica. Su GQ sono apparsi tutti i più grandi per me, ad esempio Kim kardashian, Rihanna,Beyoncé, tutti veramente. A fine dicembre ho anche scattato per For Men”.

Il titolo del servizio era – se non erro – “I capelli corvino della leonessa”. Da sicula di nascita, e ragazza del sud, quanto leonessa ti senti nelle attività lavorative che svolgi, nelle scelte quotidiane che intraprendi? 

“Sono principalmente una persona determinata, ma ascolto tantissimo i consigli ed anche le critiche di chi penso ne capisca più di me o delle mie amiche ad esempio che mi supportano sempre, e che mi rimproverano quando c’è bisogno. Sono una persona molto solare inoltre e mi piace tantissimo ridere e scherzare. Io sono nata ad agosto e il Leone è un segno forte ma anche di gentilezza ed energia. Non è stata però una di quelle infanzie bellissime…”.

Perché? 

“Quando ero piccola fino ai 15anni balbettavo e venivo presa in giro da tutti a scuola. Ho avuto tantissimi problemi e a fine giornata mi mettevo davanti allo specchio e parlavo da sola, non sono andata dal logopedista o nulla. È stata una cosa graduale e piano piano sono riuscita a non balbettare più da sola, mi sono imposta. A pensarci bene è la prima volta che ne parlo in un’intervista”.

Social, moda shooting e Tv. Che esperienza è stata quella di Take Me Out, il dating show di Real Time? 

“È stato uno dei miei primi casting e l’idea di andare in tv non mi piaceva molto, ma ho deciso di provare. È stata un esperienza bellissima, si è creata una famiglia con tutta la redazione”.

Stai studiando recitazione a Torino, quali sono i tuoi modelli sul grande schermo? 

“Il mio modello il assoluto è Angelina Jolie. Secondo me è veramente la più bella del mondo, ho visto tutti i film dove ha recitato ed è molto brava. Anche Scarlet Johansson merita tanto; il film che mi piace di più dove lei recita è ‘Vicky Cristina Barcelona’ di Woody Allen, regista che adoro”.

Da grande Roberta cosa vuole diventare? 

“Voglio portare avanti tutto quello che sto facendo ed ho tanti progetti in mente. Spero di riuscire nelle mie cose e parlarvene tra qualche annetto va bene? Incrociamo le dita!”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:38


Ivan Bacchi: Ritorno al cinema con “Aefetto Domino”

ivan-bacchi-img_0916-5

di Marisa Iacopino

Ivan Bacchi, attore e conduttore televisivo. Come attore lo abbiamo visto in alcuni film di Ferzan Ozpetek, uno su tutti quello che l’ha consacrato come attore al grande pubblico , “Le Fate Ignoranti”, nel ruolo di Lucio. E’ stato diretto da grandi registi come Enzo Montelone nel film “El Alamein – La linea del fuoco”, per passare al film cult, “Tre Metri sopra al cielo” di Luca Lucini. In tv l’abbiamo visto nel ruolo del medico nella soap “Cento Vetrine” e nella fiction “Il Paradiso delle signore”. Negli ultimi anni si è dedicato alla conduzione. Con grande successo, l’anno scorso era al timone di “Linea Verde Orizzonti” e quest’anno è l’inviato della trasmissione del mattino di Rai Uno “Tempo e Denaro” . A novembre ha debuttato come conduttore sul canale 819 di SKY nel talent di moda “Fashion Up Academy”. Ora Ivan Bacchi, è pronto a tornare al cinema dalla porta principale, nel film “Aefetto Domino”,  diretto e interpretato da Fabio Massa, che lo vede come protagonista assieme a Cristina Donadio, la cattivissima Chanel di “Gomorra la Serie”.

Ivan tornare al cinema, come protagonista dopo un bel po’. Come vivi questo momento e cosa ti porti da questo film?

“Sono molto contento di aver preso parte al film e curioso di vederlo. Ne ho viste solo alcune scene in un premontato. Non sono uno che si fa troppe aspettative, un tempo mi fermavo a fantasticare su come sarebbe stato accolto il film, cosa mi avrebbe portato in termini di nuove opportunità. Poi le mie aspettative erano sempre superiori e ci rimanevo male… così non me le faccio più! Però mi porto con me il ricordo di un gruppo coeso e appassionato di attori e maestranze tecniche che hanno reso i giorni delle riprese molto intensi ed emozionanti. Spero questo traspaia dal film”.

Come credi stia cambiato il ruolo dell’attore negli ultimi anni?

“Oggi vedo ancora la tendenza ad usare sempre gli stessi attori, ma per fortuna in maniera meno stereotipata. Faccio un esempio: per il ruolo della nevrotica un tempo sceglievano sempre la stessa attrice, perché sapevano che avrebbe garantito il risultato che cercavano. Questo era limitante sia ‘attorialmente’ ma anche nel raccontarci qualcosa di nuovo dell’animo umano. Oggi questa tendenza sta scemando, per fortuna”.

Qual è il lavoro che un attore svolge su se stesso per interpretare un personaggio anche molto diverso da come si è?

“Dipende molto dagli attori. Ci sono quelli intuitivi, ‘animali’ che sanno dar voce alle infinite varietà dell’animo umano partendo da loro stessi, altri che osservano e riportano a sé. Non credo in un metodo unico ma nella conoscenza di più metodi. L’importante è saper come far vibrare le nostre corde”.

Carisma e talento, secondo te viaggiano sullo stesso binario?

“No! Ma si nutrono reciprocamente. Conoscevo un’attrice talmente gallina e scialba nella vita ma così infinitamente brava, intensa, profonda e vera nel recitare, che mi chiedevo e le dicevo: ma come è possibile? Pian piano è diventata anche una donna più consapevole e carismatica”.

Nel film “Aefetto Domino” che ruolo interpreti?

“Non entro nel dettaglio, interpreto un ragazzo comune che ha subito una scelta altrui, un abbandono e cerca di rifarsi una vita conscio della linearità e giustezza dei propri sentimenti. Poi la vita si sa, combina dei casini. Ho tratto l’ispirazione dal modo in cui sono stato amato in passato”.

Hai lavorato con un esordiente come Fabio Massa.

“Ci avevo già lavorato assieme. È’ un ragazzo volitivo che crede molto nell’impegno e nella determinazione per raggiungere i propri obiettivi, e mi sembra ci stia riuscendo”.

Molti ti ricordano per i film di Ozpetek ma tu in realtà hai lavorato con tanti registi importanti, da Sergio Rubini ai Vanzina, per citarne due. Quali sono i ruoli e i film che ti sono piaciuti fare?

“Forse deve ancora arrivare il ruolo della vita! Vorrei un regista che mi ribalta come un calzino, a cui affidarmi totalmente, capace di farmi vibrare corde mai conosciute. Vorrei un personaggio estremo, folle capace di compiere atti non razionalmente comprensibili”.

Dopo tanto cinema importante la tv come conduttore; quando e come nasce questa nuova svolta professionale?

“Del condurre mi piace la percezione di mostrarsi per quello che si è. Se sei ironico si vede così come se sei un po’ rigido. Mi piace mettere me davanti alle telecamere senza filtri, credo molto nel mio potenziale e amo la diretta e la gestione degli imprevisti. Non la temo per nulla!”.

Intanto hai già preso parte alle riprese della fiction “Il Paradiso delle signore”. Ci puoi almeno svelare che ruolo interpreterai?

“A me fa ridere la mia parte, ma non per quello che faccio in sé, ma per il fatto che nella prima stagione ero cornuto e mazziato dalla mia fidanzata, e in questa seconda stagione torno per lei e mi ridarà il benservito. Scusate, ma che bisogno c’era, non era chiaro? A volte sanno ancora sorprendermi. Comunque è ancora in fase di scrittura, dunque non si sa mai”.

Dove ti vedremo prossimamente?

Continuerete a vedermi quasi tutte le mattine in diretta su Rai 1 con ‘Tempo e Denaro’”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:35


Gianni Rojatti: Una chitarra per amica

gianni-rojatti-apertura-foto-dario-campaci

Leggenda vuole che la prima chitarra fosse un’ acustica regalata dai tre cugini maggiori che la tenevano appesa e inutilizzata nella taverna di casa dove facevano le feste con gli amici

di Mara Fux

Sei uno dei migliori chitarristi rock italiani, hai suonato sul palco con nomi internazionali come Pat Torpey e Gregg Bissonette, aperto concerti per The Aristocrats, Steve Vai, Elio & Le Storie Tese, Paul Gilbert: ricordi ancora l’effetto dello stringere tra le mani la tua prima chitarra? 

“E’ lo stesso che provo ancora oggi, ogni volta che la imbraccio. E’ la sensazione di sedersi faccia a faccia con la tua migliore amica per confidarle ogni tuo segreto, emozione, desiderio. Certo che se l’avrai assecondata, coccolata, dedicandole tutto il tempo e le attenzioni che merita e pretende saprà restituirti i tuoi pensieri in bella copia, sublimati in note e musica. Prima ancora di stringere la chitarra per la prima volta già la suonavo da tempo. Perché popolava le mie fantasie di bambino nelle quali niente era più eccitante che immaginarmi su un palco con la chitarra al collo”.

Quali musicisti sono stati per te uno sprone allo studio di questo strumento? 

“Tantissimi e profondamente diversi tra loro. Ma ne menziono tre in particolare dicendoti in cosa mi hanno spronato e ispirato. I Police per la leggerezza, raffinatezza e capacità di sintesi. I Sex Pistols per l’urgenza espressiva, la freschezza di suono e la capacità di essere al contempo feroci e ‘stilosi.  Infine Steve Vai per il geniale virtuosismo stralunato e alieno, mai stucchevole e solcato da un profondo sense of humor”.

Nel 2003 hai iniziato a scrivere sulla rivista “Chitarre” e dal 2012 scrivi per Accordo.it dove coordini la Didattica e curi la direzione artistica: queste collaborazioni sono state utili per la tua crescita professionale? 

“Assolutamente. Per Accordo faccio un lavoro meraviglioso. Ho potuto intervistare, chitarra alla mano, alcuni dei più grandi musicisti al mondo (Guthrie Govan, Paul Gilbert, Marty Friedman, Kiko Loureiro) trasformando quello che mi raccontavano e suonavano in lezioni. Ho imparato tantissimo”.

Tieni un corso di chitarra moderna – rock – metal – progressive presso la Roma Music Academy  e stai pubblicando “Tecnica, Fraseggio & Esercizi” diretto a chitarristi di livello tecnico avanzato che vogliono aggiornare il loro fraseggio solista e affinare il metodo di studio. L’insegnamento fa parte della tua passione? 

“Sono un autodidatta che ha studiato tantissimo e si è esercitato allo sfinimento per arrivare a suonare ciò che desiderava e amava. Per questo, come insegnante sono estremamente esigente. Amo profondamente farlo quando ho di fronte allievi ispirati e motivati. Altrimenti sono il maestro più svogliato e antipatico del pianeta”.

Da pochissimo è uscito “ARRIVER,” il cd firmato da I Dolcetti, l’eclettico duo che formi assieme all’amico e batterista Erik Tulissio: soddisfatti di questa seconda esperienza? 

“Moltissimo. L’anno passato siamo stati invitati da Steve Vai come unico opening act per il suo ‘Passion & Warfare Anniversary Tour’ e in quell’occasione abbiamo presentato per la prima volta i brani del nuovo disco live. Non avremmo potuto ambire a una vetrina più qualificante per lanciare il disco. Qualche mese dopo siamo tornati in tour con Stu Hamm e Greg Howe e abbiamo attraversato l’Italia suonando ‘Arriver’. Il disco sta piacendo, le recensioni sono lusinghiere. Siamo entusiasti di come stanno andando le cose”.

“Esorcismo & Tagliatelle”, “Cellulare in bagno”, “Lingua verde di prosecco”: come nascono questi titoli? 

“Ascoltateli in cuffia, a volume bello alto. E lasciate che siano le note a suggerirvi le più bizzarre e stralunate interpretazioni”.

La vostra si può definire musica d’ascolto? 

“Bella domanda. Credo di no. Per musica d’ascolto per lo più s’intende musica di sotto fondo. La nostra è una proposta musicale ambiziosa, talmente ricca, variegata, zeppa di contaminazioni, citazioni, digressioni stilistiche che per essere apprezzata a pieno merita un ascolto attento, critico. Ma queste sono inezie da musicista. In realtà, quale che sia la maniera nella quale qualcuno ci ascolta e apprezza a noi va benissimo e ci rende grati. Che uno ci ascolti seduto al buio, con le cuffie e attento a ogni sedicesimo che prendiamo oppure mentre prepara la cena, tritando la cipolla e sorseggiando un bicchiere di vino è comunque meraviglioso pensare che abbia scelto i Dolcetti”.

Nel cd “Metallo beat” del 2010 i brani erano tutti di 3,33 minuti. In “Arriver” di 3,34: una sfida con gli ascoltatori? 

“E’ una sfida prima di tutto con noi stessi. E’ un esercizio compositivo, una gabbia metrica di scrittura che, invece, scatena la creatività e argina logorroiche  autocelebrazioni strumentali”.

Quand’è che vi potremo ascoltare a Roma? 

“Il prima possibile. Appena ventenne ebbi la fortuna di stare a Roma e di suonare con Franco Califano che mi insegnò tantissimo e mi fece innamorare di questa città. Ogni volta tornarci a suonare è un’ emozione intensissima”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:32


Monica Paolucci: Star nascente atleta over

monica-paolucci-img_1995

La storia di Monica è davvero stupefacente e contornata da un pizzico di sana pazzia. Classe 1964, un percorso di vita segnato da eventi molto duri e dolorosi, con tanta voglia di rinascere.

di Marisa Iacopino

Quando hai iniziato a muovere i primi passi nel body building?

“Scorrevo le pagine di Facebook quando mi sono imbattuta casualmente nel profilo di un atleta bikini body building, americana di 52 anni, bella e tonica. Per tutte le durissime prove che la vita mi aveva riservato fin da giovanissima e che avevo dovuto affrontare e lottare duramente, mi trovavo in uno stato di ansia e depressione, con pressione alta e attacchi di panico anche pluri giornalieri. Era terribile vivere così! Il mio primogenito da tempo tentava di portarmi in palestra senza successo, ma in quel preciso istante qualcosa in me è scattato. Pensai, se ho superato e sopportato tutto questo, allora sono in grado di poter tentare un forte cambiamento nella mia vita. E così ho manifestato a mio figlio la volontà d’iscrivermi in palestra e ho iniziato ad allenarmi duramente in sala pesi e a seguire una dieta per perdere una decina di chili. Devo ammettere di essere stata fortunata. E’ molto importante l’impatto iniziale della sala dove devi allenarti ed io all’Evolution di Ciampino ho trovato un ambiente accogliente, confortevole, con preparatori fisici altamente qualificati e soprattutto incoraggianti e devoti alla loro professione. La definisco ormai la mia palestra del cuore”.

Sei poliatleta, quali sono le discipline che pratichi?

“Body building, arti marziali e scuola gladiatoria dell’ARS Historia Romana di Andrea Dandolo”.

Su quest’ultima disciplina puoi spiegarci esattamente in cosa consiste?

“Si rievoca in modo filologico dall’abbigliamento alle armi, il ruolo del gladiatore dell’antica Roma. I combattimenti sono con armi vere, quindi se nel combattere si perdono le armi, si continua con la lotta corpo a corpo. Gli addestramenti avvengono in ambienti non protetti non come le consuete palestre. In un vero tugurio, un luogo polveroso, pieno d’insidie e con pavimento di cemento e buche, preparati così a combattere in qualsiasi luogo. Di fatto i gladiatori combattevano quasi sempre sopra la sabbia. Noi ci prepariamo al peggio!”.

Può essere considerato uno sport estremo?

“Lo è! Ed è ad alto rischio d’infortuni, anche perché l’abbigliamento filologico non è costituito da protezioni, specie per le donne che combattono semi nude. Le escoriazioni sono all’ordine del giorno e sono nella normalità, il rischio di tagli o d’infortuni più seri sono sempre dietro l’angolo. Le donne che lo praticano sono pochissime ed io credo di essere la gladiatrice più ‘anziana’, almeno in Italia”.

Vuoi raccontarci la tua carrellata di gare ed esibizioni?

“Ho iniziato questo percorso solo tre anni fa e come gladiatrice da meno di due anni ma ho avuto già tante soddisfazioni. Nella gladiatura ho bruciato molte tappe, dopo pochi mesi avevo già raggiunto livelli molto alti e le mie prestazioni sono state fin da subito apprezzate, catturando l’entusiasmo e l’ammirazione del pubblico. Nel body building il team sportivo anglo-americano ‘Iron Lady TM’ mi ha scelta come icona per le over 50 a dimostrazione che anche iniziando in tarda età è possibile raggiungere livelli alti e quest’anno mi porterà a partecipare a gare di body building in Italia in una delle federazioni più importanti, la WABBA, nella categoria Miss Bikini Over. Per i dirigenti del mio team non si hanno notizie nelle miss over di atlete 53enni che salgono per la prima volta sul palco e nel mese di luglio addirittura in America con la federazione NPC categoria Bikini Over”.

Hai partecipato anche a concorsi di bellezza over; com’è andata?

“Nel 2016 ho iniziato a partecipare a diversi concorsi bellezza over, aggiudicandomi sempre una fascia. Nel concorso Lady Vanizia di Krizia Scognamillo mi sono anche meritata una pagina del calendario ufficiale 2017, esattamente il mese di luglio. Nel concorso miss over di Elio Pari, dove era prevista anche una prova di abilità, mi sono proposta come gladiatrice combattente con il mio partner, affascinando gli spettatori e la giuria che si sono lasciati andare in un lungo e caloroso applauso ed è in quell’occasione che abbiamo catturato l’attenzione di Canale 5, dove una troupe di ‘Tu si che vales’, insieme al direttore artistico, si sono spinti nel luogo di addestramento, filmando un combattimento, seguito da un’intervista e invitandomi a partecipare al noto programma. Aggiungo poi che il patron di concorsi bellezza Sosio Rosati, mi ha voluta come testimonial del 2017 nel suo concorso nazionale ‘Miss Donna Chic’. Inoltre, il patron Luigi Buccini mi ha invitata ad assumere il compito di giurata nel suo tour 2017 nelle città più belle della Campania, compresa Ischia e Capri, ai suoi concorsi di altissimo livello. Il general manager di Donne e Motori, campagne moda e spettacolo, Angelo Rallo, mi ha inserita nel suo cast artistico ed è di questi giorni l’uscita in calendario dove ci sono anch’io sulla campagna contro abbandono animali e su donne motori sicurezza stradale”.

Un evento o esibizione che ti è particolarmente rimasta nel cuore?

“Non ce n’è uno che non mi abbia regalato una forte emozione o non mi abbia insegnato qualcosa. Posso però dire che aver interpretato il 6 gennaio, con altri componenti dell’ARS Historia Romana, all’interno del cortile di Palazzo Braschi nella cornice di Piazza Navona al presepe vivente su commissione del Gruppo Storico Romano, evento organizzato dall’associazione Carnevale Romano, la madonna ed è stato inaspettatamente per me qualcosa d’inspiegabile. Sono state toccate alcune mie corde interiori a tal punto che terminato l’evento, che devo dire di un livello veramente straordinario, ho sofferto il distacco dal Bambino Gesù”.

E’ vero che hai ricevuto una proposta cinematografica?

“Vero. Il regista Cristian Nardi mi ha scritturata come protagonista nel suo film ‘Matrioska village’ con il noto attore americano Brett Robert, protagonista principale”.

Il 22 gennaio hai ricevuto il premio “Reggia d’Oro”, che viene conferito a chi si è distinto in qualche eccellente qualità nell’anno precedente. Come sono arrivati a te?

“L’agente nonché talent scout Tony al Parlamento mi aveva notata e per mesi osservata in silenzio e, ritenendomi meritevole di questo riconoscimento, mi ha segnalata all’organizzazione del premio, dove un’attenta giuria ha esaminato la mia personalità e le mie doti, decidendo all’unanimità di conferirmi l’ambito premio”.

Progetti futuri?

“Continuare i percorsi intrapresi ed intraprenderne uno nuovo nuovo. Voglio integrare i combattimenti di gladiatura con proiezioni acrobatiche. Desidero poi poter essere d’aiuto come volontaria lì dove c’è tanto dolore. Purtroppo per ora non sono ancora pronta e quindi il mio posto sarebbe in reparti meno impegnativi ma vorrei stare nelle corsie di oncologia pediatrica e ce la metterò tutta per esserne in grado”.

Hai un tuo motto o una frase che ti appartiene?

“Amo il folle gesto di fiducia verso me stessa”.

Vuoi dire qualcosa ai nostri lettori?

“Dico a loro che i limiti sono nella testa. La forza motrice più potente dell’universo è la volontà. Io l’ho sperimentato! E naturalmente ringrazio tutti per l’attenzione che mi avete dedicato”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:29


Silvia Brindisi: Una ribelle dal cuore grande

silvia-brindisi-rm0_7477

Ha fatto della scrittura la sua più grande passione la giova scrittrice romana Silvia Brindisi. Dolce, solare e alla mano, ci racconta non solo del suo rapporto con la letteratura ma anche con la vita in generale.

di Laura Gorini

Silvia, come e perché sei diventata scrittrice? 

“Scrivere mi piace e mi fa star bene. Francamente  lo faccio da sempre ma è solo da poco tempo  che  ho voluto condividere la mia passione, le mie emozioni e i miei momenti con gli altri tramite i miei libri. Sono molto contenta di aver scritto e pubblicato due romanzi, uno per bambini e intitolato ‘Amicizie magiche’ che è  uscito nel 2015,  e uno che  anche l’ultimo in ordine di uscita visto che è stato pubblicato solo da una manciata di mesi,  che  si chiama “Chi parla poco ha gli occhi che fanno rumore” ed è incentrato su quanto un incontro possa cambiarci la vita, quando non ce lo aspettiamo”.

Che cosa significa esserlo ai giorni nostri? 

“Sono una scrittrice emergente e credo in ciò che faccio. Sicuramente ci vuole molta pazienza, determinazione e  poi è fondamentale – a mio avviso – cercare di restare sempre se stessi”.

La tua famiglia che cosa pensa di questa tua passione? 

“La mia famiglia è molto contenta della mia passione e mi fa molto piacere condividere questa cosa anche con loro”.

Durante l’infanzia chi sono gli scrittori che hai amato di più? 

“Quando ero piccola mi piacevano molto le favole e i racconti con le immagini. Di scrittori ce ne erano molti e diversi che mi piacevano e diciamo che tutti- sebbene in maniera differente- mi hanno arricchito a modo loro”.

E durante l’ adolescenza? 

“Durante l’adolescenza ho iniziato a leggere il primo libro importante e serio, infatti  a 14 anni  mi regalarono ‘Siddhartha’ di Herman Hesse. Per me da quel momento si aprì un mondo tutto nuovo da conoscere e scoprire. Poi  iniziai – con l’ inevitabile passare del tempo – ad appassionarmi sempre di più alla lettura. A quel punto il libro divenne il mio compagno di viaggio. Ogni volta che ne finivo uno non vedevo l’ora di leggerne un altro. Gli scrittori che ho amato in quel periodo erano diversi tra cui  il già menzionato  Herman Hesse,  Luigi Pirandello , Primo Levi,  Johann  Wolfang Goethe,  e molti altri”.

A proposito: che bambina e che adolescente sei stata? 

“Allora, da bambina sono sempre stata dolce e solare, infatti  mi piaceva giocare con le mie amichette o guardare i cartoni animati. Che adolescente sono stata? Beh,  la mia adolescenza è stata un periodo di conferme, scoperte su me stessa, sul mio carattere,  su chi avevo intorno , su ciò che volevo e sulle mie idee legate anche alla società. Sono sempre stata ribelle e lo sono tuttora, soprattutto innanzi alle ingiustizie. E ti dico di più:  sin da adolescente non ho mai avuta né paura né dubbi a dire la mia opinione, nel Bene e nel Male. Mi piaceva studiare e andavo bene a scuola ma mi piaceva anche svagarmi facendo shopping per negozi con le amiche e  fare lunghe camminate e chiacchierate per il centro sotto il cielo della mia amata Roma”.

Credi che il tuo trascorso abbia condizionato il contenuto dei tuoi romanzi? 

“Certo, il mio trascorso fa parte di me. Inoltre mi ha fatto crescere, scoprire e capire molte cose di me stessa oltre che degli altri. Sicuramente molto mi ha anche influenzato sia il mio carattere che il mio lavoro nel sociale, non per nulla io sono educatrice professionale di comunità. Sai, ho visto con i miei occhi e affrontato sul campo situazioni reali davvero difficili che mi hanno dato molto sia a livello umano sia professionale”.

A proposito, a chi o a che cosa ti ispiri quando scrivi? 

“Quando scrivo non mi programmo nulla né mi forzo. Mi piace farmi guidare dai miei pensieri, dalle mie riflessioni e dalle mie emozioni. A volte può succedere che possa prendere spunto anche da tematiche vere e attuali, come ho fatto nel secondo libro dove appunto affronto la realtà dei senza fissa dimora che c’ è in ogni città”.

Quanto c’è di autobiografico in essi? 

“C’è molto di me, delle mie emozioni e dei miei pensieri anche se non lo programmo mai. Tuttavia  sono felice di far trasparire anche un po’ di me. Spero che ciò venga molto apprezzato dai lettori perché permette anche di farmi conoscere un po’  di più insieme al mio libro”.

Sii sincera: ti spaventa metterti a nudo quando scrivi? 

“No, e penso che molto dipenda anche dal tipo di testo che si  scrive e da ciò che si vuole trasmettere. A me piace anche far emergere qualcosa di me, quando me lo sento e quando voglio condividerlo con i lettori visto che il libro è una parte di me”.

E la nudità fisica ti infastidisce?

“Allora, non apprezzo chi si fa conoscere tramite la nudità. Non voglio giudicare nessuno, ma se si sceglie questa via  mi sembra un modo per farsi conoscere solo per l’immagine. Il che è  anche un po’ triste come cosa, visto che ci sono anche molti modi più validi e  ben più seri per farsi apprezzare . Tuttavia non  mi spaventa perché ho bel rapporto col mio corpo e con me stessa , ma sinceramente non mi voglio far conoscere in quel modo perché è molto lontano dal mio essere e dal mio vedere le cose . Ergo, mi piace farmi conoscere e apprezzare per come sono interiormente e per ciò che trasmetto con ciò che scrivo”.

Da donna adulta, che cosa ti senti di consigliare a un ragazzino o a una ragazzina che si affaccia ora nel mondo dell’ editoria e del lavoro in generale? 

A tutti i ragazzi e ragazze che volessero realizzare il loro sogno di pubblicare uno o più libri consiglio di non mollare, di crederci e di avere molta pazienza. Mi raccomando: contattate solo case editrici no profit, ovvero che non vi chiedono nessun contributo. Vi saluto e seguitemi sul mio sito www.silviabrindisi.it o su Fb sulla pagina ‘I miei libri’. Vi segnalo, inoltre, che  i miei libri li trovate sia cartacei che in ebook.  Un  abbraccio e ve lo ridico: non mollate mai!



more No Comments aprile 10 2017 at 14:27


Endi: Nato per il rap

rapper-endi-8

Milanese di nascita, trent’anni, da piccolo si è trasferito con i genitori a Peschiera del Garda, dove, crescendo, ha maturato la passione per la musica e il rap

di Francesco Fusco

Quando hai capito di dover fare musica? 

“Ci sono stati due momenti importanti in cui ho capito che dovevo fare la musica. Il primo quando avevo più o meno 15 anni. Ero un ragazzino molto chiuso, facevo una gran fatica a socializzare con gli altri. Con la scoperta dell’Hip Hop mi si è aperto un mondo nuovo. All’inizio sono rimasto molto impressionato dai valori che trasmetteva questa cultura. Il primissimo elemento con cui ho approcciato è stato il writing per passare subito dopo alle rime e al rap che mi aiutava e mi aiuta ancora oggi perché se ho qualcosa da esprimere lo scrivo e ci tiro fuori una canzone. Ci fu un disco molto importante che in quegli anni mi fece capire come tirare fuori quello che avevo dentro ed era ‘Domani smetto’ di J-Ax. Con quel disco ho davvero capito veramente quello che dovevo fare. E’ stato fondamentale e lo è ancora oggi. Il secondo momento importante è stato dopo l’uscita del mio web album, un progetto uscito nel 2011. Avevo già realizzato dei progetti anni prima come ‘Il canto del diavolo’, a cui sono molto affezionato, ma dopo quel web album è nato l’artista. Quel progetto fu devastante, fu un vero e proprio fallimento personale. Dal quel progetto venne realizzato il primissimo videoclip che ho fatto del brano ‘Testa in festa’, mi ricordo tutto l’entusiasmo che avevo prima che uscisse il video, ero veramente felice. Però feci degli errori. Come la fretta di far uscire un lavoro musicale senza neanche rendersi bene conto di come farlo e soprattutto l’errore più grande che ho fatto di sentirmi già un artista. Purtroppo, ed è anche un consiglio che voglio dare a chi è all’inizio, il web può essere letale sotto questo punto di vista. Con il web è diventato tutto più veloce però ci sono dei passi da rispettare e si pensa di essere diventati artisti subito così facendo un video e una canzone, quando si è all’inizio si ha questa voglia e questa fretta di buttare fuori tutto, poi con il tempo ci si rende conto, il disegno è molto più nitido ed è il motivo perché tanti poi spariscono in quanto capiscono di aver fatto delle cavolate”.

E a te cosa è capitato?

“Fui massacrato. Sia dal web, ma soprattutto dove vivo, perché vivendo in un paese dove bene o male ci si conosce tutti, tutti sanno quello che fai. Ero la prima persona del posto che usciva con un video musicale e il resto è stato appunto un massacro. Divenni in breve tempo lo zimbello del paese, venivo deriso in continuazione, mi facevano le parodie e io veramente ci avevo messo del mio. Poi feci peggio uscì fuori con altri due video con dei testi davvero cattivi e il massacro personale divenne molto più grande. Dopo alcuni mesi mi resi conto dei miei ‘errori’ e iniziai ad isolarmi, pronto a gettare la spugna abbandonando così tutto quello in cui credevo. Arrivò però il momento in cui dovetti fare i conti con me stesso e li ho capito che, se credo in qualcosa e dentro ho questa vena e prima che gli altri credano in me, sono io che devo credere in me stesso. Ed è qui che è nato l’artista, dal fallimento. Perché per quelli come me prima ci deve essere un grande fallimento”.

Perché il rap?

“Ho scelto il rap perché è stata la disciplina che da ragazzino appunto mi ha folgorato e perché è l’unico genere con cui si riesce a dire tutto, è fatta di mille forme, mille personalità che gli altri generi musicali non hanno ed è una cosa che come dicevo prima ho dentro. Rapper non si nasce, ci si diventa con le esperienze e con la vita”.

Spesso molti rapper scrivono canzoni con temi abbastanza complessi come la politica… il tuo nuovo brano “Speciale” parla d’amore. E dedicato a qualcuno?

“Molti rapper parlano di politica in quanto parlare di politica e dire che in Italia tutto è uno schifo fa sempre comodo. Però si trova di più in Italia il rap autocelebrativo. Ci sono rapper da noi che fanno interi dischi basati sull’autocelebrazione, oppure sul nemico immaginario. Io come ascoltatore ho sempre amato un altro tipo di rap, lontano da quello fine a se stesso, il rap che viene da dentro che racconta qualcosa di personale, qualcosa di profondo. Ci sta l’autocelebrazione ma fino ad un certo punto. Ed è quello che provo a fare io. Infatti, nei miei lavori, di autocelebrazione c’è ne ben poca, cerco sempre di tirare fuori qualcosa dal di dentro e non che sia una cosa solo di facciata. Il mio nuovo brano ‘Speciale’ è una dichiarazione d’amore. Tutte le canzoni che ho scritto sull’argomento amore sono tutte storie reali, dedicate a persone che realmente esistono. L’amore fa parte della vita e dell’essere umano e per me è molto importante, per quello quando decido di realizzare una canzone d’amore lo faccio spinto da un emozione reale che ho vissuto sulla mia pelle e con la mia anima. L’amore è un sentimento così forte e così intenso che è difficile da inventare, non riuscirei a scrivere un brano d’amore inventandomi una storia fittizia”.

Il tuo genere musicale è molto diffuso in America e da poco in Italia si sta diffondendo sempre di più. A chi ti ispiri?

“Ci sono stati tanti artisti o gruppi a cui mi sono ispirato soprattutto all’inizio. Molto del rap italiano degli anni ’90 ad esempio. Ma non solo, ci sono stati artisti anche come Rino Gaetano, Giorgio Gaber o Luigi Tenco in cui ho trovato della bella ispirazione. Ma ci tengo a dire una cosa. Ascolto tanta musica anche di altri generi, però quando lavoro ad un mio progetto cerco di ascoltare poca roba nuova perché non voglio influenzare la mia musica con qualcosa che già esiste. La mia musica deve essere la mia musica. Se realizzo un brano e mi dicono ‘assomiglia a questa canzone’ oppure ‘sembri questo cantante’, vuol dire che sto sbagliando qualcosa”.

In questa primavera usce il tuo nuovo disco “Sognando ancora” con tantissime collaborazioni. Qual è il tema principale di questo progetto?

“E’ un album nato prevalentemente dal mio stato d’animo e dalla mia personalità. Il titolo del disco è nato a fine lavoro. Ho ascoltato il disco finito e la sensazione che mi ha dato è quella di un ragazzo che ha ancora voglia di sognare. E quindi ho deciso di chiamarlo così. L’album è caratterizzato da diversi aspetti e diverse sfumature, anche musicalmente parlando ho cercato di creare un giusto mix tra le varie sensazioni”.

Progetti futuri? Quale è il tuo sogno ancora da realizzare?

“Mi sto concentrando molto sull’album per farlo uscire nei migliori dei modi e per curare bene tutti gli aspetti. In futuro per ora c’è questo. Come sogno da realizzare inerente alla musica c’è quello di poter arrivare alle persone e di poter lasciare qualcosa. Un altro sogno fighissimo a cui ho sempre pensato sarebbe quello di cantare le mie canzoni davanti ad un pubblico enorme, un pubblico come quello di Jovanotti per intenderci. Magari in uno stadio”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:24


Laura Lattuada: un’attrice per caso

laura-lattuada-img_2389

La sua carriera nacque un bel giorno quando accompagnò una sua amica a fare un provino. Il regista insistette per far provare anche lei e da lì tutto ebbe inizio… È diventata un’apprezzata attrice di tv e di teatro

di Marisa Iacopino

Il suo debutto, giovanissima, a teatro. Il grande pubblico l’ha però conosciuta nello sceneggiato televisivo “Storia di Anna”, diretto da Salvatore Nocita, dove vestiva i panni d’una tossicodipendente. Da allora, Laura Lattuada ha interpretato molti ruoli nel cinema e a teatro, lavorando con nomi di grosso calibro, come Gigi Proietti,  Gabriele Lavia, Johnny Dorelli, Flavio Bucci, Luca Zingaretti. Incantati dalla bellezza inconfondibile, le abbiamo chiesto di parlarci della sua straordinaria carriera.

Quale è stata la sua formazione?

“Ho una formazione teoricamente tecnica, come di una che fin da piccola voler far l’attrice. Ho fatto l’Accademia dei filodrammatici a Milano, una scuola seria, in alternativa al Piccolo Teatro, che però rispetto al Piccolo si poteva frequentare di pomeriggio, così al mattino andavo al liceo linguistico. In verità,  mi ci sono iscritta non per fare l’attrice, ma perché sono sempre stata curiosa, fin fa ragazzina. Avevo visto i manifesti a Milano, e mi piaceva l’idea d’imparare il mimo, la maschera, il canto, l’impostazione della voce. Volevo fare una cosa strana, andando la mattina a scuola, e infatti poi mi sono iscritta all’università, frequentando scienze politiche. Tutto questo, per dire che io non intendevo fare l’attrice, nonostante la mia formazione dica tutto il contrario!”.

Ha debuttato molto presto…

“Sì, e tutto per caso. Come da copione, ho accompagnato una compagna d’accademia a fare un provino. Il regista ha chiesto se anch’io fossi interessata, ho risposto di no, ma lui ha insistito per farmi fare il provino… E’ andato bene,  così ho iniziato a lavorare”.

Le è rimasto attaccato addosso il personaggio di Anna?

“Molto. Diciamo che a distanza di anni mi fa piacere. C’è gente che viene a teatro perché ancora si ricorda di questo lavoro. Inizialmente, però, è stata un’etichetta, non mi chiamavano per fare altro”.

Cinema, televisione, teatro. Quale ambito la rappresenta di più?

“Direi che mi piace fare un po’ di tutto. Forse in Italia un attore strategicamente dovrebbe applicarsi a un solo settore. In realtà a me piace cambiare, anche fisicamente, il taglio dei capelli, per esempio. Amo recitare in teatro, in televisione, al cinema. Ho fatto anche trasmissioni televisive come conduttrice, la prima con Rispoli all’inizio degli anni ’90, e mi divertivo da morire. Se oggi mi proponessero la conduzione d’una trasmissione andrei subito!”.

Come si è trovata a lavorare con Claudio Boccaccini che di recente l’ha diretta nell’opera di Pirandello ‘Così è se vi pare’?

“Io e Claudio ci siamo conosciuti tanti anni fa attraverso un amico comune che è un drammaturgo, Giuseppe Manfridi. Sono almeno quindici anni che diciamo di voler lavorare insieme. Finalmente è arrivata l’occasione;  mi sono trovata molto bene con lu”.

Nel suo format “Passpartout”, era ospite nell’abitazione di personaggi famosi. Cosa rappresenta per lei la casa, e pensa sia la persona a imporre la propria personalità alla casa, o si può anche essere influenzati dal luogo in cui si abita?

“In linea di massima credo che sia la persona a imporre la propria personalità alla casa. Per assurdo, vedendone tante, mi sono accorta di case abitate da persone che non avevano grande personalità, e quelle stesse case, magari bellissime e costosissime, erano anch’esse senza personalità, e si notava subito. Per me è il posto che più mi rappresenta, dove sto bene, chiudo la porta. Eppure vorrei essere meno attaccata alla casa. In questo periodo, poi, con il dramma dei terremotati… Ecco, per me è una cosa scioccante, proprio perché ho un attaccamento enorme alla casa, all’arredo.  Ho un atteggiamento antico nei riguardi della biancheria, adoro le lenzuola, gli asciugamani, le tovaglie, ma mi ripeto che questo non va bene: per essere più liberi dovremmo essere distaccati, tanto gli oggetti ci sopravvivranno… io poi non ho figli, e ogni tanto ci penso: chissà tutte le mie cose dove andranno a finire! Ho degli amici molto più liberi, con belle case ma senza questo attaccamento… Io se rompo un vaso, se perdo una cosa,  mi sento male”.

E’ come un’assenza, perché in qualche modo gli oggetti ci parlano… 

“Sì, ma  penso di essere un po’ eccessiva”.

Lei è stata anche ideatrice del Premio “Il Ratto delle Sabine”. Qual era l’intento?

“Anni fa, ho comprato una casa in Sabina, un territorio meraviglioso, vicinissimo a Roma, che ha delle potenzialità turistiche infinite. I romani invece non lo frequentano molto, vanno piuttosto in Umbria, o giù al Circeo. Mi misi in mente di creare una specie di volano, di organizzare anche un festival nei vari borghi che ho girato, e che sono veramente belli. Poi, sono partita col premio ‘Il Ratto delle Sabine’, in omaggio alla città di Rieti e dedicato a una donna. Ma mi sembrava riduttivo una donna tout court, quindi con Jean Paul Troili, che è un sabino verace anche se vive a Roma e un organizzatore di eventi molto bravo, è venuta fuori l’idea di istituire un premio da tributare a figure femminili che avessero un’energia creativa d’eccezione. L’intento, era – ed è – quello di riconoscere il valore culturale, artistico, intellettivo della donna al di là dell’età”.

Insomma, un premio che vada oltre quella cultura che vuole la donna eternamente giovane, e attesti invece l’intramontabilità di donne pur segnate dal tempo? 

“Esatto! Inizialmente, avevo proposto di premiare donne addirittura sopra i settanta, poi si è deciso per i sessanta.  Abbiamo fatto sei edizioni. Purtroppo, l’estate scorsa non ci sono riuscita, perché avevo mia mamma con grossi problemi di salute. Per l’anno prossimo, però, ripartiremo con l’organizzazione del premio”.

Se le dico autunno, quale profumo sente?

“Oh, il camino! Ho una casa in campagna, a 750 metri, e già a fine settembre, quando l’aria comincia a essere un po’ frescolina, accendiamo il camino… Oggi venivo giù da via delle Fornaci per raggiungere il teatro, e ne ho riconosciuto l’odore… sentivo i vari tipi di legna che bruciavano. L’odore del camino per me è l’autunno!”.

CHI E’ LAURA LATTUADA

Milanese di nascita, vive a Roma da tempo. Ha un fascino che si coniuga con una grande serietà. Una persona perbene, per suo stesso dire. Approda in televisione con uno sceneggiato che le farà vincere il Telegatto come attrice rivelazione dell’anno. E’ il 1982. A seguire, arrivano tanti altri premi. Da allora il piccolo schermo e il teatro se la contendono. La vediamo, protagonista d’eccezionale talento, in molte opere teatrali a fianco di grandi artisti. La televisione la consacra anche come conduttrice e autrice di numerose trasmissioni.

E’ una sportiva, ma non disdegna la buona tavola. Ama correre e camminare per Roma, una città dove puoi “sfinirti, in mezzo a tanta bellezza”. Della cucina romana, adora i piatti d’un tempo: la trippa, la coratella, la pajata…



more No Comments marzo 7 2017 at 15:26


Laura Giombini: dopo Rio 2016 il beach volley azzurro ha la sua stella

laura-giombini-dsc_4287

di Irene Di Liberto

Incontro Laura Giombini in una gelida e nebbiosa mattinata invernale sul lago Trasimeno. E’ arrivata in Umbria alla mezzanotte del giorno prima. Si fermerà solo due giorni con i familiari per poi ripartire l’indomani alla volta di Milano. Classe ’89, vera rivelazione ai Giochi olimpici di Rio nella categoria beach volley. Determinata e sicura quando si tratta di colpire la sua palla, si rivela una ragazza dolce e serena. Passeggiamo insieme, seguite dalla presenza vigile dell’Isola Maggiore che sbuca prepotentemente dalla foschia per farci compagnia. Mi parla di lei, dei suoi valori e della costante presenza di Dio nella sua vita.

Ciao Laura, a che età hai iniziato a giocare?

“Ho iniziato a giocare a pallavolo all’età di 6 anni. Quasi ogni pomeriggio, mi divertivo con la palla con mio cugino Paolo, molto più grande di me, e, quando avevo tempo, andavo da mio zio che aveva una rete da pallavolo in giardino e da qui posso dire che è iniziata la mia la mia passione”.

Come è maturata la decisione di lasciare la pallavolo per dedicarti al beach volley?

“Ho deciso di lasciare la pallavolo per iniziare una nuova avventura con il beach volley dal 2009. È iniziato tutto per caso. Avevo terminato le rappresentative giovanili dove potevo partecipare e una mia amica mi disse che c’era la possibilità di provare a rappresentare l’Umbria con questo sport che era del tutto nuovo per me. Mi hanno selezionata e proprio con quest’amica siamo riuscite ad arrivare seconde al Trofeo delle Regioni. Da lì sono entrata a far parte del giro della nazionale che  è diventato il mio lavoro. La mia vita”.

Come definiresti questo sport?

“Direi che è lo sport più bello del mondo ed entrare in campo per me vuol dire accettare una sfida fisica, ma anche e soprattutto mentale. Credo che il beach volley mi abbia insegnato tanto, non solo a livello umano, per la possibilità che ho avuto di girare il mondo e di conoscere nuove culture, ma pure nell’affrontare le difficoltà della vita senza nascondermi, senza nessuna via di fuga”.

Qual è l’emozione più grande che hai provato durante questi anni?

“Indubbiamente l’Olimpiade di Rio 2016. Una botta di adrenalina e di sensazioni uniche che porterò sempre nel cuore.  È il sogno di ogni atleta poter partecipare. Proprio questo progetto  mi ha spinto ogni giorno ad andare avanti, ad allenarmi nonostante stanchezza, problemi fisici e problemi personali. Quando una persona ha in testa e nel cuore un obiettivo forte, niente e nessuno lo può fermare”.

Sei stata convocata a Rio per sostituire Viktoria Orsi Toth (trovata positiva a un controllo antidoping). Come hai fatto a trovare in così pochi giorni l’intesa con la tua compagna, visti i tempi ristretti per allenarvi insieme? 

“Non era per niente semplice trovare un feeling in così poco tempo, soprattutto dopo il bruttissimo evento che ha scosso e dispiaciuto tutti! Siamo riuscite a trovare la giusta sintonia probabilmente perché fuori dal campo io e Marta (n.d.r Marta Menegatti) siamo molto amiche e in quel momento di difficoltà generale abbiamo unito le forze e  cercato di donare all’altra tutto quello che avevamo. Facendolo insieme e affrontando al massimo ogni punto, ogni set, ogni partita. Pallone dopo pallone. Insieme!”.

Il post Rio 2016 come procede?

“Il post olimpiadi solitamente è un ricominciare tutto da capo e ad oggi sto aspettando l’elezione del Presidente e capire quello che la federazione vorrà fare con il settore beach volley. Nel frattempo mi sto allenando sia a pallavolo a Ostia che a beach volley con Marta. Il  29 dicembre abbiamo partecipato insieme a un bellissimo evento al PalaYamamaydi Milano. Un torneo internazionale con 8 squadre olimpiche”.

Dei giochi olimpici ricordiamo la tua determinazione e il tuo entusiasmo. Sei così anche nella vita?

“Ricordi molto bene. Credo che tutto quello che esce fuori nel campo rispecchi esattamente quello che si è nella vita di tutti i giorni. Mi ritengo una persona carismatica, una ragazza solare, determinata che cerca di sorridere sempre sia nelle difficoltà che nelle gioie che la vita ti mette davanti”.

I tuoi familiari ti hanno sempre supportato nel seguire questa carriera?

“I miei genitori e­ tutta la mia famigli­a mi segu­e da sempre.  Mi ricordo che quando ero più piccola e giocavo a Trevi, mio pad­re mi accompagnava e ­mi riportava ogni santo giorno, anche a ­tarda notte, nonostante la stanchezza e le difficoltà. Mia madre per causa o merito mio ha iniziato a familiarizzare con la te­cnologia pur di ­avere un minimo di co­ntatto con me durante­ le tantissime trasfe­rte internazionali ch­e il beach mi ­ha regalato. Infine mio fratell­o: mio esempio di vita, è riuscito ­sempre a incoraggiarm­i e a indirizzarmi, do­nandomi il giusto con­siglio a ogni mio du­bbio o incertezza. Devo ringraziare dav­vero Dio per la meravigliosa famiglia che ­mi ha donato. Mi ha v­eramente benedetto”.

Come ti vedi fra vent’anni?

“Piena di dolori fisici, ma felice”.



more No Comments marzo 7 2017 at 15:23


Tiziana Foschi: una regista da applausi

tiziana-foschi-aperturaimg20170124-wa0001

Grande mattatrice della comicità per i suoi trascorsi giovanili con la Premiata Ditta, la brillante attrice romana non disdegna sperimentarsi anche come regista

di Mara Fux

Come ti trovi a fare la regista? 

“Questa è la mia seconda regia. Bene direi, mi piace. In realtà Marco Falaguasta già un anno fa mi ha detto che desiderava curassi io la regia del suo monologo ‘Prima di rifare l’amore’, un testo che peraltro mi piaceva e si prestava a spunti interessanti; un pochino mi frenava il fatto che si trattasse di un monologo ed ho accettato solo quando nella mia mente ho trovato una via teatrale, che mi si addicesse, da percorrere”.

E come è stato rapportarsi con un attore dalla personalità forte e poliedrica come Falaguasta? 

“Marco si è messo in gioco in maniera molto profonda, come d’altronde doveva essere visto che non è suo solo il testo ma anche quello che si racconta. Ha lavorato in maniera molto seria e umile, ascoltando tutto con molta attenzione e lasciando che togliessi alla sua recitazione i vizi, come altri hanno fatto con me”.

Quindi i contenuti sono autobiografici? 

“Di base sì ma sono lo spunto per parlare degli anni ‘80, ‘90 ovvero della sua adolescenza: il risultato è un recital che attraverso alcuni importanti ‘pezzi’ della sua vita narra i timori che viveva lui ma probabilmente anche molti altri di noi. Racconta per esempio che per superare l’ansia che gli veniva prima di andare a giocare una partita di calcio importante si esercitava con il subbuteo; o che alle feste si dava coraggio cercando di assomigliare a personaggi famosi tipo Fonzie o George Michael. ‘Prima di’ sono le paure che si provano quando ci si avvicina a qualcosa di importante. E lo fa anche con episodi molto divertenti come quando col suo amico all’edicola mentre uno chiedeva dove stesse Tutto Uncinetto distraendo il giornalaio, l’altro rubava  Le Ore fino a che lo stesso giornalaio, compreso che qualcosa non andava, spostò le riviste e furono costretti a comperarlo davvero. Il titolo poi non si riferisce direttamente a lui ma al suo momento da padre che, quando la figlia gli presenta il suo fidanzatino, percepisce che stavolta non è la solita cotta”.

Sei soddisfatta della tua regia? 

“Sì, perché ho cercato di alimentare gli episodi con tante musiche, e atmosfere; ho cercato di ricreare la semplicità con cui si giocava per strada sentendosi parte di quel variegato microcosmo che era il quartiere di appartenenza fatto di voci, odori, rumori. Ti rendi conto che nel ‘nostro’ microcosmo non si sentivano le suonerie dei cellulari, le vibrazioni dei messaggini di whatsapp o fb? Per carità tutto molto divertente oggi, ma noi siamo altro”.

E’ per rendere al meglio queste atmosfere che gli hai messo al fianco altri attori? 

“Anche se il testo nasce come un monologo si prestava a interazione con altri attori; l’ambientazione è in una palestra di pugilato in cui Falaguasta va ad allenarsi per cui Marco Fiorini interpreta uno di quei classici tipi che più che ad allenarsi pensano a passare il tempo chiacchierando mentre Claudia Campagnola è una donna che sfoga sul pungiball il senso di inadeguatezza procuratole dal non poter reagire, in primis alla suocera che le fa continui dispetti. L’ambientazione non è casuale perché, visto che lo spettacolo debutta al Teatro Golden di Roma che è praticamente un ring quindi uno spazio scenico che propone diversi tipi di angolazioni, volevo sfruttarne al meglio gli spazi scenici”.

E poi c’è “Lettere di Oppio” dove invece reciti affidandoti ad un regista giovanissimo.

“Giusto, Federico Tolardo”.

E interpretando il testo scritto da un altro giovanissimo. 

“Esatto, Antonio Pisu che con me lo interpreta. Per cui, come dire: largo ai giovani! Specie se sono bravi e ricchi di talento. Abbiamo debuttato un paio di mesi fa a Roma dove il testo è stato molto apprezzato per la sua originalità. Siamo in Inghilterra, nel 1870 proprio alla fine della guerra tra Cina e Inghilterra per il monopolio del commercio dell’oppio, considerato molto più fruttifero di quello del tabacco. Io interpreto una donna ricca e borghese che intrattiene una corrispondenza amorosa ma anche intellettuale con il marito lontano che nel lasciarla da sola le ha affiancato un maggiordomo. Proprio questi, nell’apprenderne la morte, decide di fingersi lui e in maniera goffa cerca di emularne lo stile di scrittura ottenendo come risultato una sorta di risveglio della dama che in qualche modo intuisce ma decide di stare al gioco lasciandosi trascinare verso altri umori pur di non ricadere nella solitudine della sua quotidianità. ‘E’ la solitudine il grande problema di questa epoca’, sussurra l’autore. Ma forse è il problema pure di questa epoca, sussurro io”.

Come fai a conciliare il tuo ruolo di mamma con quello di attrice? 

“Come fanno tutte, alzandomi alle 6,30 per poterla accompagnare a scuola, fare la spesa, pagare le bollette alla posta, prenotare le visite alla Asl, accompagnarla alla pallavolo, fare pranzo,cena eccetera e infilando tra una cosa e l’altra le prove, la memoria”.

E quando vai in tour come fai? 

“Quello per me non è lavoro è vacanza! Riesco a dormire di filato fino alle nove cosa che qui mi riesce difficilmente. Adesso che vado in tournèe con Ciufoli, Ruiz e la Nunzi per ‘Ti amo o qualcosa del genere’  sono contentissima: ci conosciamo da tanti anni e stiamo bene assieme. Oh, adesso ti dico così ma tieni presente che se lo spettacolo è in cittadine a meno di due ore da Roma, tipo Siena o Orvieto, salto in macchina e corro a casa da mia figlia”.

Tua figlia viene a vederti a teatro con le sue amichette? 

“Certamente! Non si è mai persa i miei spettacoli e verrà a vedermi anche al Golden come spero farete anche voi: avete tempo fino al 19 marzo. Vi aspetto!”.



more No Comments marzo 7 2017 at 15:20


s

Cerca

Categorie

Archivio Giornali PDF


© GP magazine • Autorizzazione del Tribunale di Roma n.421/2000 del 6 Ottobre 2000