Vanessa Libardo: La fit influencer che non ti aspetti

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Da piccola era una mangiona e i suoi coetanei la prendevano in giro per il suo essere “cicciottella”. Poi un bel giorno tutto iniziò a cambiare…

Da bambina paffutella – e per questo messa ai margini dai suoi coetanei – ad esempio di tonicità muscolare, con un corpo da favola che le ha permesso di entrare anche nel mondo della fotografia. La sua poteva essere una storia di discriminazione ed emarginazione, di parole che feriscono e di giudizi che assomigliano a coltellate. Tutta colpa di qualche chilo in più, che nelle innocenti parole dei bambini possono trasformarsi in una piaga con cui confrontarsi ad ogni ora del giorno e della notte. Invece, Vanessa Libardo, un giorno ha scelto di cambiare la rotta della propria vita. In parte grazie ai social, in parte con la sua forza di volontà. Oggi, che di anni ne ha appena 19, su Instagram è un esempio per tante ragazze che vorrebbero perdere peso, ed immaginarsi il prima e il dopo. Ecco, Vanessa lo ha fatto. Da due anni ha cambiato il suo fisico, è diventata una Fitness Girl che oggi fa orgogliosamente fotografare i frutti delle ore in palestra e il risultato della sua determinazione. Ha instaurato le prime collaborazioni con brand del mondo del fitness e del beauty e tramite la fotografia ha scoperto il piacere di sentirsi bella.

Iniziamo dall’oggi: chi è Vanessa Libardo?

“Una ‘semplice’ ragazza di 18 anni che vive a Torino e studia per diventare Personal Trainer. Perché ha scoperto che la sua vita, la sua passione, prima ancora che il suo lavoro, è la palestra”.

Ed ora, riavvolgiamo il nastro.

“Sono sempre stata una bambina mangiona, ogni volta che avevo fame mi ritrovavo fra le mani qualche merendina confezionata. Non me ne sono mai preoccupata più di tanto, ero una bambina. Purtroppo però, alle scuole medie, ho iniziato a scontrarmi con i primi disagi”.

Che è successo?

“Battutine sul mio fisico da parte dei miei compagni, aneddoti ben poco gratificanti che altro non facevano se non schernirmi e svalutarmi. Tutto, in fin dei conti, per qualche chilo in più. Sono stati anni duri, pur non dandolo a vedere ad amici e parenti sentivo dentro di me un senso di disperazione”.

Finché un giorno…

“È iniziato il mio riscatto, nel vero senso della parola. Attraverso Instagram ho scoperto il profilo di Michelle Lewin, una fitness model venezuelana. Ho visto una sua foto in cui mostrava il ‘prima’ e il ‘dopo’. In un lampo ho visto la mia possibile storia. Grazie al lavoro in palestra, aveva completamente cambiato se stessa. Guardai le sue foto e i suoi video, mi feci coraggio e presi la mia scelta”.

E da allora?

“Mi sono iscritta in palestra, ho lavorato duramente, ma quella passione ha iniziato a darmi moltissimo. I miei problemi restavano lì e come per magia se ne andavano. Il mio fisico cambiava. Ho capito che questa è la mia vita e spero possa essere il mio lavoro”.

Per questo hai scelto la strada che ti sta portando verso il ruolo di Personal Trainer?

“Sì, perché mi piace l’idea di condividere con gli altri la mia esperienza, per dimostrare che tutto è possibile. La differenza la fa semplicemente il volere qualcosa. In molti anche su Instagram stanno iniziando a farmi domande, vogliono sapere come ho potuto raggiungere certi risultati. Ecco, vorrei essere di aiuto per loro, per chi si trova nella mia stessa situazione di difficoltà. Quando io avevo bisogno, infatti, non ho trovato nessuno ad aiutarmi”.

Questa nuova vita ti ha aperto tante nuove opportunità.

“Innanzitutto mi ha dato maggior consapevolezza di ciò che voglio fare da grande, ma mi ha anche dato più sicurezza in me stessa. Non esistono più felponi e pantaloni larghi, posso mettere finalmente capi attillati senza dovermi vergognare, oggi sono fiera del mio lavoro e del mio fisico”.

Su Instagram viaggi verso quota 10.000 follower.

“Per me è una grande soddisfazione: quando il mio fisico era diverso, i miei follower erano sì e no 300, tutti conoscenti. Oggi sono seguita anche all’estero e da ragazze che si ispirano a me e alla mia storia, mi scrivono per avere giudizi, suggerimenti, opinioni. Tutto questo è fantastico: nella società di oggi non si può più fare  a meno dei social network”.

Altre strade che si sono spalancate?

“Ho avviato collaborazioni con brand del settore fitness e alimentazione, mi hanno contattata anche alcune case di prodotti di bellezza.  Adoro far foto e… anche questo mondo mi si è spalancato. Ho avviato collaborazioni con fotografi e spero che a breve qualcosa di importante possa arrivare”.

E per far questo?

“Di recente ho aperto un mio blog in cui racconto la mia esperienza. Passate a trovarmi!”.



more No Comments febbraio 6 2018 at 14:24


Marco Scorza: Il fashion stylist che sogna di lavorare con Shakira

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di Alessio Certosa

Il suo è un lavoro stimolante e ricco di soddisfazioni. Nell’era dell’immagine, il suo ruolo è determinante per la riuscita del personaggio. E’ un fashion stylist apprezzato dalle donne della tv e da migliaia di follower che lo seguono sui social. Lui è Marco Scorza e attraverso questa intervista ci accompagna per mano nei meandri del suo lavoro, svelando qualche segreto e annunciandoci quale sarà la tendenza moda che ci ritroveremo per tutto il 2018.

Ciao Marco, parlaci di te, come nasce la passione per quello che fai?

“La passione per la moda penso ci sia sempre stata dentro di me e poi con gli anni è uscita sempre più fuori fino a prendere la giusta direzione. E’ una passione innata e penso che sia così un po’ per tutti del settore. La passione del bello che poi ognuno sviluppa verso un settore preciso come io con la moda”.

Come si diventa fashion stylist?

“Personalmente ho fatto un percorso di studi allo Ied di Milano, ma come dicevo prima è qualcosa di innato. Il gusto ho lo hai o non lo hai, certo si può sempre migliorare e le conoscenze servono proprio a questo ma lo stile è qualcosa che non si può insegnare. Sono tanti gli stili che esistono o si possono seguire ma ognuno poi ha il proprio”.

Come si costruisce il look di una donna?

“Costruire un look è una cosa complessa, bisogna osservare chi si ha davanti, cercare i difetti e i pregi e cercare di individuare quei capi che tenderanno a valorizzare quella figura e quindi a rendere meno visibili le imperfezioni. Poi bisogna guardare la moda del momento e saper scegliere e personalizzare le tendenze del momento per creare uno stile unico e personale. Gli accessori giocano un ruolo molto importante in quanto capaci di creare uno stile e valorizzare anche capi semplicissimi. Sono in continua rielaborazione, che è la cosa più divertente, provare i capi, abbinarli azzardando combinazioni nuove, perché, come dicevo prima, lo stile è personale e ovviamente sul look che si va a costruire c’è sempre uno specchio di me, un tocco di me, forse paragonabile ad una firma”.

Segui diverse donne della tv; ognuna ha le proprie caratteristiche che cerchi di valorizzare. Giusto?

“Tutte le donne che seguo del mondo della tv, e non solo, hanno come dici tu le proprie caratteristiche e anche il proprio personaggio che bisogna mantenere e continuare a valorizzare per renderle sempre belle, anche in quegli attimi della vita dove magari come persone normali ingrassano o dimagriscono”.

C’è un personaggio femminile che ti piacerebbe seguire?

“Ovviamente ho la mia grande passione e alle volte anche musa ispiratrice per tante cose che è Shakira. Poterla seguire sarebbe per me favoloso, un altro sogno che si avvererebbe”.

Qual è la tendenza per questo 2018?

“Di certo in questo 2018 la tappezzeria sarà una tendenza! Ovvero il broccato e il damascato, velluto e seta”.

C’è un outfit buono per ogni occasione?

“Ebbene sì, ogni occasione richiede il suo look. La moda è divisa in fasce orarie per gli oufit, figuriamoci se fosse da meno per le occasioni”.

Cosa è “in” e cosa è “out” nelle tendenze moda di questo periodo? 

“Troppo c’è di ‘in’ e di ‘out’. Non so, faccio un esempio. I jeans, capo indiscusso, in questo preciso momento ‘in’ è a palazzo e ‘out’ è skinny. Anche se poi quelli che vanno di più sono quelli comodi, gamba larga e dritta, cavallo basso e fit loose. Fino a qualche tempo fa il velluto era ‘out’ ora è ‘in’ e lo sarà anche per tutto il 2018. Quindi questi due esempi vi dovrebbero far capire che i capi di abbigliamento vanno conservati – ovviamente quelli che meritano – perché ritornano sempre!”.

Come si aggiorna un fashion stylist?

“Seguo la moda, le sfilate, le manifestazioni, spesso sto nelle aziende negli uffici stile, nelle riviste. In realtà è un aggiornamento quotidiano di cui neanche ci si accorge perché fa parte della propria vita e del proprio lavoro”.

Quanto sono importanti i social per chi svolge il tuo lavoro?

“I social sono diventati importantissimi per tutti e forse per la moda ancora di più. Per quanto mi riguarda ho veramente tantissimi seguaci, o meglio follower, su instagram che seguono i miei consigli moda, i miei video-consigli e anche la mia vita. È una cosa bella perché lo strumento con cui gli utenti ti scelgono è la meritocrazia, perché gli piaci, piace a loro come fai le cose e come le racconti. Sono sempre lì attenti ad aspettare, commentare mandare messaggi privati chiedendo consigli, mandandomi foto e farmi vedere se vanno bene o meno, e da tutto ciò sono molto lusingato”.

E su di te applichi le tue conoscenze di fashion stylist?

“Su di me? Come si dice: il figlio del calzolaio va con le scarpe rotte! Sto sempre in tuta. Poi ovvio tocca vestirmi, aggiustarmi e darmi una forma, e lo faccio anche bene su di me, ma comunque vince sempre la comodità”.



more No Comments febbraio 6 2018 at 14:22


Anthony Peth: Nuovo volto di La7

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Grazie a “Gustibus” ci fa conoscere le eccellenze gastronomiche della nostra Italia, raccontando storie belle e appassionanti

di Angela Bellagamba

“Gustibus” alla scoperta delle eccellenze del bel paese. E per Anthony Peth col ritorno sul piccolo schermo è successo. Una squadra vincente con la bella e brava Roberta De Matthaeis e i servizi in tour per l’Italia. Il pubblico a casa si appassiona sempre più alle storie che Anthony Peth propone in ogni puntata, ricche di passione e tradizione, fiore all’occhiello del Made in Italy, apprezzato in tutto il mondo.

Anthony siamo stati abituati a seguirti in diverse reti, come nasce questa nuova esperienza a La7?

“Sono davvero emozionato. Dopo Top Music su Sky sono stato fuori dai teleschermi per un anno, quando è arrivata questa proposta ho riflettuto parecchio ma la mia agente Daniela mi ha sciolto ogni dubbio ed eccomi qui. Per il secondo anno la mia avventura continua in questa splendida trasmissione che mi sta regalando tante emozioni. La rete e la produzione mi hanno accolto con grande entusiasmo, quando si lavora in armonia credo che il lavoro sia più divertente”.

A “Gustibus” sei l’inviato speciale che ogni settimana ci porta a scoprire quelle che sono le eccellenze del bel Paese, cosa ti appassiona di questo lungo viaggio?

“Mi appassionano i protagonisti che raccontano e le loro storie, ricche di tradizione e discendenza in alcuni casi anche di centinaia di anni. L’Italia è bella davvero, sto scoprendo luoghi che non conoscevo ma che hanno veramente delle bellezze da far rivivere al grande pubblico. Luoghi e sapori in un tour tutto all’italiana lungo la nostra penisola, da Nord a Sud, scoprendo quelle che sono le piccole realtà che rappresentano le vere eccellenza conosciute e tanto amate il tutto il globo”.

Questo è il secondo anno per te all’interno di questa fortunata trasmissione, quali sono le novità di questo nuovo anno ?

“Tantissime novità. La Media Production che produce il format e Matteo Capanna, l’autore di punta, in ogni edizione lanciano una ventata di novità per dare leggerezza e curiosità alle nuove stagioni della trasmissione, ormai giunta alla sesto anno. Per me il ruolo di Ambasciatore del Gusto rimane. Come resta la curiosità nel scoprire ogni settimana a sorpresa dove mi trovo e che storia andrò a raccontare. Quello che posso dirvi è che in questa nuova edizione avrò sempre la stessa mission ma un pizzico di simpatia in più non guasta… quindi mi vedrete più ironico e frizzante”.

Storie diverse con un comune denominatore, la qualità.

“Esatto! Ogni settimana le storie che racconto sono diverse ma in comune hanno la passione e il sacrificio che svolgono per il loro lavoro. Tradizione e passione che contraddistingue i protagonisti del Made in Italy, quei piccoli imprenditori che hanno tanto da raccontare. Ogni volta che mi ritrovo a raccontare una storia, capisco che l’Italia ha tanto da offrire ed è bello portare al grande pubblico questo messaggio senza dimenticare che le nostre eccellenze sono fra le più amate nella classifica mondiale. Cosa ci contraddistingue? La qualità e il sapore di ogni regione”.

Che rapporto hai con i social, un nuovo linguaggio della comunicazione ormai alla base di tutto?

“Ho un ottimo rapporto con i social, quando mi è possibile rispondo a tutte le persone che mi scrivono e credo che ormai sia il mezzo più diretto per comunicare con chi sta lontano. Ma credo anche che le persone che amiamo e stimiamo dobbiamo vederle di persona, viverle e regalarci dei momenti di compagnia con i nostri amici e le nostre famiglie. Col lavoro che svolgo inevitabilmente l’impatto con il pubblico è fondamentale. Si può piacere o no. Quello che affermo sempre è che quello che vedete è Anthony senza maschere o costrizioni, presento con un pizzico del mio accento come parlo nella vita privata, scherzo e rido e se le persone mi scrivono, quando posso rispondo perché noi artisti esistiamo  grazie al grande pubblico che ci segue. Per questo ne approfitto per ringraziare gli oltre 50.000 followers che mi seguono e mi dimostrano anche grande affetto”.

Come ti rivedi fra qualche anno? Sempre in tv o hai altre ambizioni?

“Il mondo dello spettacolo ha sempre fatto parte di me. Ho iniziato quando avevo 15 anni, e farà parte di me e della mia vita. Anche se di ambizioni come tutti ne ho diverse. Una è quella di comprarmi una piccola casa tutta mia nella zona in cui vivo da anni e che amo di più fra tutte di Roma, l’Eur, dove c’è il laghetto e dove trascorro, quando non lavoro, gran parte del mio tempo libero. Nel frattempo mi godo questo nuovo anno e quello che di bello la vita ha da offrire. Vi ricordo l’appuntamento ogni domenica con ‘Gustibus’ alle 10.45 su La7 e ricordate: ‘Italia da gustare… Italia più bella’ ”.



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Francesca Manzini: “La mia prima volta con Verdone”

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“Questa è l’esperienza che mi porterò dietro per tutta la vita”. La giovane imitatrice romana è nel cast del nuovo film di Carlo Verdone “Benedetta Follia” e sta vivendo a mille questo periodo magico in piena crescita artistica. “Con Carlo è stato come se avessimo lavorato insieme tante volte”

di Silvia Giansanti

Ansiosa, super simpatica, vulcanica, autodidatta e molto creativa. Questa è Francesca Manzini, giovane imitatrice romana, sorella della doppiatrice Lilli Manzini e discendente da una famiglia di doppiatori. La sua vita è tutta da raccontare per quanto è movimentata, non basterebbero le pagine di un libro insomma. Ogni giorno non è mai uguale all’altro ed è tutto surreale. E’ come se vivesse costantemente su un’altra dimensione. E’ quello che si definirebbe un personaggio sui generis. Fino a vent’anni ha imbracciato la scopa per cantare e a otto già imitava i grandi della tv nella sua cameretta. Se non è follia questa…

Francesca, com’è avvenuto l’ingaggio per il nuovo film di Carlo Verdone “Benedetta Follia”?

“Stavo a casa a letto con il panino di Paciotti (famosa salumeria ndr.) a guardare ‘Il conte Tacchia’. Ero tranquilla fino a quando non sono stata chiamata dall’aiuto regista di Verdone. Carlo infatti mi voleva incontrare”.

Avevi sostenuto un provino?

“No. Tutto è nato due mesi prima quando mi ha contattato la mia amica Maruska Albertazzi, la quale mi ha anticipato che Verdone mi avrebbe chiamata per alcune cose. Piena di gioia, ho comunque fatto finta di nulla per non illudermi e invece dopo due mesi ho ricevuto questa telefonata. Ricordo che lo dovevo incontrare per forza in breve tempo, in quanto dovevo partire per Milano e quindi è stata tutta una corsa. Mi ha fatto i complimenti per le imitazioni, ma la cosa più bella che mi ha detto è che sono un’autodidatta proprio come lui. Gli ho confessato che quando interpreto un personaggio mi sento tremare tutta dentro ed è per questo che mi ha apprezzato fino in fondo”.

Il tuo ruolo in questo film è comico?

“Un bel ruolo comico e molto pesante, ha richiesto tanta responsabilità. Mi chiamo Adriana e sono un tipo attraente e piacente. Questa donna arriva a superare limiti che neanche lei sapeva di avere”.

Cosa pensi che questo ruolo ti possa portare in futuro?

“Tanto lavoro, perché ho fatto una scena che è stata una scommessa per il produttore, per il regista e anche per me stessa. Ci sono tanti appuntamenti comici con i toni, i gesti, gli sguardi e l’interazione. Tutto questo s’impara al Centro Sperimentale di Cinematografia. In quei minuti, in quelle scene è emerso tutto agli occhi degli addetti ai lavori”.

Cosa pensi di Carlo dopo aver condiviso alcune ore di lavorazione del film?

“Che è una persona meravigliosa. Non ho mai visto un uomo così veloce in tutta la vita mia. Con lui c’è serietà, c’è professionalità, c’è divertimento, c’è psicologia e perfino farmacia, per via di alcuni consigli che gli ho chiesto per problemi fisici. Con Carlo si è instaurato da subito un ottimo feeling, come se avessimo già lavorato tante volte insieme”.

Quale film di Verdone rivedresti cento volte?

“Sicuramente è ‘Sono pazzo di Iris Blond’. In questo film mi vedo tantissimo in Claudia Gerini, un’artista un po’ sola e malinconica”.

Finora puoi definire questa l’esperienza più elettrizzante della tua vita?

“Assolutamente sì in tutti i sensi e al cinema si può capire perché”.

Un aneddoto sul set del film.

“Dovevamo essere tutti veloci, pronti e puntuali, altrimenti erano guai. La prima scena che ho girato è stata quella più potente, non ho riso e lui non ha detto nulla. Invece sulla seconda convocazione per la scena successiva, mi sono messa a ridere e puoi immaginare quello che mi ha detto col suo modo di fare”.

Come nasci artisticamente, ripercorrendo le tue origini?

“A otto anni di età, non volendo sentire i miei litigare, mi chiudevo in cameretta con mia sorella Lilli a vedere videocassette sui varietà datati. Mi mettevo in una posizione yoga con le gambe incrociate e anziché giocare con le Barbie, alle quali rompevo le gambe, giocavo con le voci, imitavo, riproducevo. Passavo metà del tempo anche a cantare con la scopa in mano, cosa che ho continuato a fare anche a vent’anni. Da lì è stato tutto un gioco, fin quando una coppia di amici mi ha invitata a trasformare questa mia passione in un lavoro vero e proprio. Mi hanno presentato la gente giusta ed è stato tutto a scendere e un concatenarsi di situazioni”.

Personaggi televisivi del passato di cui sei stata sempre innamorata?

“Walter Chiari”.

Fai parte del cast “Tutti Pazzi per RDS”. Come sei arrivata in radio?

“Nel passato avevo già fatto tanta radio. Sono stata notata da Barty Colucci e da Claudio Cannizzaro riguardo ad alcune imitazioni sui social”.

Hai riscontro nei personaggi da te imitati o qualcuno si è infastidito?

“Solo una volta una giornalista si è infastidita, mentre le altre come Belen, la Ferilli, la Blasi, la D’Urso si sono divertite. Mi piace portare la gente alla simpatia e anche un personaggio che può risultare antipatico, cerco di renderlo simpatico. A volte, la difficoltà sta proprio in questo”.

In questo momento sei in crescita. A cosa ambisci?

“Ambisco ad essere soddisfatta. Vivo ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma non facendo le cose all’acqua di rose, ma cercando la serenità”.

Sono contenti in famiglia di questi passi da gigante che stai muovendo?

“Non mi hanno avallata, ma direi di sì”.

Ci sono ringraziamenti che vorresti fare?

“Vorrei ringraziare il mio compagno Cristiano, l’amore in persona. Mi dà tanta forza, è l’amore presente lucido e vero che dà arricchimento alla mia follia. Inoltre la mia amica del cuore Mauela Iniart, artista. Ovviamente in questa lista c’è la mia famiglia e Piero Chiambretti, che mi ha aiutata in un programma tv. Infine ci tengo a ringraziare tutti quelli che in passato mi hanno fatto del male e che mi hanno preparato ad affrontare la vita con i suoi dolori. Ho le mie fragilità, ma sono diventata forte dopo queste cattiverie”.

CHI E’ FRANCESCA MANZINI

Francesca Manzini è nata a Roma il 10 agosto del 1990 sotto il segno del Leone ascendente Pesci. Francesca si definisce caratterialmente vulcanica, serena e fuori dalle righe. Ama recarsi a S. Pietro in alcuni momenti, ha il rito di recarsi da Paciotti (salumeria) a farsi due panini e adora guardare i film degli anni ’60. L’amatriciana è il suo piatto preferito e la Lazio è la sua squadra. Il 2016 e il 2017 sono stati gli anni fortunati della sua vita. Vorrebbe vivere in Egitto. Possiede un Golden Retriver ed è fidanzata con Cristiano. Ha lavorato in altre radio prima di approdare nel cast fisso di “Tutti pazzi per RDS” in veste di imitatrice. In tv è stata ospite in vari programmi e ha preso parte a partire dal 2010 a “Festa Italiana”, “Quelli che il calcio”, “Grand Hotel Chiambretti” e “Matrix”. Ha recitato nel nuovo film di Carlo Verdone “Benedetta Follia”. Conosce vari dialetti italiani.



more No Comments gennaio 10 2018 at 13:23


Michele Guardì: La Sicilia come non è mai stata raccontata

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“Fimminedda” è il romanzo di esordio di Michele Guardì, autore e regista televisivo e teatrale, conosciuto dal grande pubblico come la voce del Comitato de “I fatti vostri”

di Irene Di Liberto

È la fine degli anni sessanta, la giovane Palmina corre sconvolta per le strade di Acquaviva, paesino siciliano di poche anime, cercando rifugio a casa della madre. La donna ha abbandonato il tetto coniugale, e suo marito Vincenzo, perché sostiene, dopo cinque anni di matrimonio, di essere ancora illibata? Sarà vero? Nel paese ci sono solo due avvocati che prendono in carico il caso dei coniugi, ma anche il resto dei paesani si butta con gusto nello scandalo: il maresciallo dei carabinieri, il parroco, il farmacista, il barbiere, le dame di carità e, perfino, dei lontani parenti americani. Con il procedere della causa, divampa il chiacchiericcio sottovoce, che ricorda un po’ le comari shakespeariane, e che mette seriamente a rischio la reputazione di maschio di Vincenzino. Man mano che si procede con la lettura, la faccenda si complica e diventa una “questione d’onore” per i due e per le loro famiglie. Michele Guardì racconta, una storia vera, di gente comune, che quasi riesci a toccare con mano, senza mai dimenticare, nel corso dello svolgersi delle vicende, una profonda umanità. Coinvolgente il personaggio di Palmina che rifiuta di assoggettarsi alla bigottaggine tipica di quell’epoca. Da un lato, la protagonista sarà costretta a rinunciare alla sua libertà fisica, ma, dall’altro, saprà affrontare coraggiosamente il suo futuro. Si delinea, così, una figura femminile controcorrente per quei tempi, ma, allo stesso tempo, superba nel suo essere “fimmina”. Sullo sfondo, una Sicilia che guarda al futuro, ma ancorata visceralmente al passato e alle sue radici. Pennellate vivide e colorate di una terra fatta di tradizione, bontà e furbizia. Uno stile di scrittura dai toni leggeri, ma non dai contenuti, e dal retrogusto agrodolce, come la migliore delle caponate, in cui gli ingredienti si amalgamano perfettamente e in cui non vi è mai la prevalenza e la prepotenza di un sapore, ma sono l’uno il completamento dell’altro. Una commedia in stile pirandelliano, in cui al sorriso iniziale del lettore, per i toni e i discorsi ironici, si sostituisce, alla fine, un profondo spirito di riflessione che scende fino al centro della nostra umanità.

Da quanto era in incubazione l’idea di scrivere un romanzo? 

“Erano anni che volevo scrivere. Ma la televisione, prima, e lo spettacolo teatrale de ‘I Promessi Sposi’, poi, non mi avevano dato il tempo di farlo. L’inverno scorso, però, ho deciso di ritagliare due ore al giorno al nuovo lavoro ed eccoci qua”.

Quanto c’è di reale e quanto di fantasia nel suo libro?

“La storia nasce da una vicenda vera che ho conosciuto quando, giovanissimo, frequentavo come avvocato la pretura del mio paese. Naturalmente, come si dice al mio paese, Casteltermini, ci ho un po’ ricamato sopra”.

Come mai la decisione di ambientarlo in Sicilia?

“Perché in Sicilia si è svolta la storia. E perché la Sicilia è il mondo che conosco meglio. In un dialogo, un collaboratore del maresciallo, che viene da Padova, rivolgendosi al suo superiore, siciliano doc, chiede come mai la protagonista Palmina abbia parlato tantissimo durante la denuncia. Il maresciallo risponde così: ‘In Sicilia si dicono cento parole quando ne basterebbe solo una e non si parla per niente quando bisognerebbe usare tutte le parole dl vocabolario’”.

Secondo lei, questo è lo spirito dei veri siciliani? Un po’ si ritrova in questo modo di affrontare i dialoghi?

“Spesso, in una sola battuta, si può riassumere un mondo”.

Leggendo il romanzo, io l’ho associata a uno dei due avvocati difensori. Ho indovinato? Questo personaggio è autobiografico?

“Pensieri, sentimenti, modi di affrontare la vita possono essermi comuni, ma è un po’ troppo poco per dire che c’è dell’autobiografico”.

E anche lei, come l’avvocato, si rifugiava, in solitaria, nella sua tenuta di campagna in piena estate, quando tutti gli altri compaesani si riversavano al mare?

“Era una delle cose che facevo, ma anche lì non c’è nulla di particolarmente autoreferenziale”.

Nel libro fa uso, come Camilleri, di alcune frasi in dialetto. Come mai la scelta di inserirle?

“Certe battute, poche in verità, sono dialettali, ma in certi casi mi è sembrato inevitabile per dare il giusto peso allo svolgersi delle conversazioni”.

La Sicilia si divide in due fazioni contrapposte per quanto riguarda l’utilizzo del termine arancina o arancino. Questa è una disputa centenaria sulla quale, recentemente, è intervenuta anche l’Accademia della Crusca. Lei cosa preferisce: arancino, come Montalbano, o arancina?

“Arancina, arancina, come diceva mia zia Giuseppina”.

Un consiglio a chi si appresta a scrivere il suo primo libro.

“Non amo dare consigli. Tutti quelli che mi sono stati dati, non richiesti, si sono rivelati delle colossali bufale”.

Il suo percorso artistico di scrittore continuerà? Ha già in mente un secondo romanzo?

“Più che uno scrittore amo pensare di essere un ‘raccontatore’. E in questo senso sto già lavorando ad un altro racconto”.



more No Comments gennaio 10 2018 at 13:20


Caterina Baldini: La giornalista con il cuore grande

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di Simone Mori

Probabilmente è la Audrey Hepburn del giornalismo italiano. Bella, intelligente, elegante e ‘innovativa’. Ebbene sì, potrò essere anche un po’ di parte ma in questo caso mi viene concesso dal mio Direttore e allora prendo la palla al balzo e intervisto Caterina Baldini. In questa chiacchierata scopriremo l’amore di Caterina per la sua professione, per i suoi hobby, per la verità, ma soprattutto per la sua dolcissima bimba Allegra avuta da Alessandro Onorato, imprenditore e consigliere comunale a Roma. Qualche mese fa, tutti e tre sono volati a New York e con testimone la piccola principessina Onorato, Caterina e Alessandro sono convolati a nozze. Conosciamola meglio, e cogliamo le sue splendide parole sulla collega Letizia Leviti, scomparsa poco più di un anno e mezzo fa.

Come inizia la tua carriera nel mondo del giornalismo? C’era già una passione adolescenziale o è arrivata successivamente ?

“La mia passione è sempre stata la scrittura. Lo notò per prima la mia maestra delle elementari. Nei miei temi la questione era ricorrente e nei miei disegni una penna e un microfono non sono mai mancati. Insomma, un sogno che poi si è realizzato per caso molti anni dopo. Frequentavo il primo anno di università quando un amico, che aveva avuto modo di leggere alcuni testi che scrivevo di notte, mi informò del fatto che una piccola emittente locale cercava urgentemente una persona che scrivesse per il tg. Pensò subito a me e mi fissò un appuntamento al quale non andai. Nonostante il mio carattere piuttosto espansivo, in realtà, sono timida nei primi approcci con le persone e anche con le esperienze. Così pensai che fosse meglio continuare a scrivere per me stessa per non rischiare delusioni. Quel pomeriggio all’ora dell’appuntamento il mio telefono suonò e una voce squillante, burbera e decisa conquistò la mia attenzione. Era il cameraman “tuttofare” dell’emittente che, quasi senza darmi alternativa, mi intimava di presentarmi. Invece di irritarmi, io trovai buffo il suo modo di fare e in pochi minuti di motorino arrivai da lui. Era un signore piccolo, canuto e dallo sguardo torvo color del cielo. Perennemente arrabbiato. Lavorava giorno e notte, faceva tutto lui in quella piccola TV. Girava le immagini, faceva il regista, il produttore, il segretario, provava perfino a scrivere pezzi e a speakerarli. Poi arrivai io e lui si sentì meno solo. Fu l’inizio di un’amicizia meravigliosa e della collaborazione più intensa di tutta la mia vita. La cronaca locale mi ha insegnato tutto. La tecnica, i trucchi del mestiere, l’amore per le storie che si nascondono dietro le notizie, la capacità di dormire con il telefono sotto al cuscino perché se la “nera” chiama, bisogna rispondere subito. E lui, soprannominato il cerbero per i suoi modi piuttosto diretti, mi insegnò a non mollare mai. Lì iniziai a condurre i primi tg. Da allora non ho più smesso…”.

Quale parte del percorso iniziale è stata la più difficile? 

“La cosa più difficile un tempo era farsi concedere un praticantato. Per il resto il lavoro era soltanto una gioia. Era tutto molto semplice e naturale. Entusiasmante. Quando ho iniziato ero giovanissima, erano tempi diversi, si lavorava in strada, le notizie le davamo noi alle agenzie, non c’erano filtri. Non c’erano orari. Io ero la mia fonte, la producer e l’assistente di me stessa. Tutto molto faticoso ma bellissimo. Le difficoltà sono arrivate dopo. La professione negli ultimi anni si è evoluta, è cambiato l’approccio con le notizie (anche con i praticantati purtroppo) Le news viaggiano veloci su smartphone e tablet, occorre stare attenti alle bufale, alle fake news e quegli emozionanti ed educativi momenti con il taccuino in mano, durante il ‘giro di nera’ in questura, si sono persi nel tempo.

Caterina, poco più di un anno fa hai perso una collega che ha lasciato un enorme testamento morale, Letizia Leviti. Ci puoi dire qualcosa di lei e di quello che ha lasciato al giornalismo italiano?

“Con Letizia è stato amore a prima vista. Lavoravo a Sky da pochi giorni, per me era una nuova avventura. Mi ritrovai a lavorare insieme a lei sulla pista di atterraggio all’aeroporto di Ciampino. Aspettavamo il rientro di un c 130 con a bordo i corpi di alcuni giovani militari italiani caduti in Afghanistan. Mentre Letizia era in diretta io correvo velocissima per non farmi scappare un ministro che dovevo intervistare. Caddi sopra un chiodo, che bucò la mia scarpa facendomi cadere per terra svenuta. Fu lei a portarmi in infermeria. Aveva interrotto quello stava facendo per stare con me. Mi insegnò che gli amici, anche quelli a prima vista, vengono prima di tutto, e io imparai a mie spese, che non si corre mai dietro a un ministro. Mai. La dolcezza di Letizia, la sua voce flebile e i suoi occhi luccicanti mi accompagnano sempre. Era vera e trasmetteva qualcosa di magico. Tra noi bastava uno sguardo per comunicare. Poi spesso quello sguardo si trasformava in una lettera. Ogni tanto ne spunta una da qualche cassetto e so che lei c’è.  Quando mia madre si ammalò gravemente, anche se ci conoscevamo da pochi mesi, lei si sentì di scriverle un messaggio. Mia madre pianse a lungo. Così un giorno, mentre mi guardava condurre il tg per vedere la figlia lontana, almeno in video, notò che Leti stava seguendo un evento a Piacenza, non lontano da casa sua. Molto debole e affaticata non esitò nemmeno un attimo e, dopo aver combattuto con la sua paralizzante timidezza, inforcò la bicicletta per raggiungere Letizia e farle solo una carezza ringraziandola di quel pensiero. Fu così che Letizia conobbe per la prima volta mia mamma. Conoscendola non mi spiegai quale forza riuscì a trascinarla fuori di casa quel giorno, fino a quando anche Letizia si ammalò. Ora le immagino insieme mentre commentano i fatti del giorno. Questo è ciò che ha lasciato a me. Al giornalismo italiano ha lanciato un messaggio lucido e lungimirante che tutti dovrebbero riascoltare almeno una volta al giorno”.

Capita spesso di dover dare notizie dure. Tu che sei madre da poco, senti una pressione maggiore nel raccontarle al pubblico?

“Dover raccontare le violenze sui più deboli è un dolore grandissimo. Vedere immagini di abusi in un asilo o in una casa di cura mi provoca molta rabbia oltre al dolore. Credo però che sensibilizzare su questi temi sia un dovere imprescindibile. Non bisogna mai abbassare la guardia o sottovalutare anche piccoli segnali”.

Si parla in continuazione di imparzialità. Ci si riesce davvero a mantenersi imparziali davanti a tutte le news che ogni giorno ci arrivano?

“Bisogna sempre fare un passo indietro di fronte alle notizie. Prima vengono i fatti. Bisogna analizzarli senza lasciarsi influenzare da fattori esterni. Serve lucidità. Non sempre vediamo “la giusta distanza” nel panorama giornalistico italiano e non solo. Ma essere imparziali si può. Certo, occorre avere anche la fortuna di lavorare per una testata libera, ma un giornalista non dovrebbe avere MAI interessi personali. La notizia è la padrona e per nessun motivo si possono fare sconti”.

Può accadere che un giornalista sia al corrente di qualcosa di molto serio, ma che dall’alto arrivino direttive diverse? 

“In alcuni casi accade sì, ma quando capita è il giornalista che deve imporre la propria professionalità”.

Cosa vorrebbe raccontare Caterina Baldini in uno dei suoi prossimi impegni lavorativi? 

“Mi occupo da sempre prevalentemente di hard news, ora vorrei dedicarmi più spesso di approfondimenti, inchieste, speciali. I tempi, come dicevo, sono cambiati. Ora le news si trovano sul telefono. In TV e sui giornali dovremmo affrontare temi da sviscerare davvero. Ci sono però giorni in cui penso che sia il momento di occuparmi di notizie più leggere o storie ed esperienze a lieto fine. Sarebbe una bella sfida e per nulla scontata”.

La notizia che più ti ha colpito dare? 

“Ero tornata a far visita ai miei a Piacenza, quando affacciata alla finestra, ho visto improvvisamente un enorme cargo schiantarsi al suolo. È stata una scena incredibile che ho raccontato con concitazione in diretta. Nei primi drammatici minuti temevamo di trovare decine di vittime. Mi sono catapultata dalle scale per andare a cercare il punto esatto in cui l’aereo è caduto, a pochi metri dal centro abitato. Una scena apocalittica. Fortunatamente il volo era quasi vuoto e tra i rottami furono ritrovati solo 3 corpi. Il pilota, nel suo ultimo atto di coraggio, era riuscito miracolosamente a evitare il disastro con una manovra estrema evitando per pochi metri l’impatto con gli edifici del quartiere terminando il suo volo su un campetto. Ci sarebbero decine di altri episodi ma ho scelto questo perché si intreccia molto con alcuni casi legati alla mia vita”.

Quella che ti ha fatto trattenere le lacrime in diretta?

“Diverse volte ho vissuto con emozione certe notizie appena arrivate in redazione. Dai terremoti agli tsunami, alle alluvioni alla conta dei morti in certe guerre di numeri. Davvero difficile trattenere le lacrime. Ma se mi chiedi un fatto personale, è stato sicuramente dover raccontare l’incidente stradale che si è portato via la vita di un amico”.

Caterina, da poco mamma di Allegra e da poco moglie di Alessandro. Quale dei due ruoli è il più difficile? Qui ti pizzico un po’! 

“Sono i due ruoli più entusiasmanti della mia vita. Con loro tutto è gioia. Condividere la vita con Allegra e Alessandro ha cambiato tutta la scala dei miei valori di riferimento. Sono figlia di genitori separati e per me avere una famiglia unita e felice è una meravigliosa scoperta quotidiana”.

Cosa ami fare nel tempo libero? 

“Tempo libero poco. Sono ‘ipercinetica’ e tendo a riempirlo sempre. Comunque la mia passione è certamente viaggiare, anche per questo mi sono sposata a Central Park. Evito di dirti altre banalità, anche se vere, come leggere e scrivere,  ma aggiungo solo che tra tutte queste non può mancare un bicchiere di vino rosso.  Ascoltare musica non lo dico nemmeno perché è la base di tutto”.

Qui viene fuori una domanda da Simone all’amica Caterina. Sai che sono orgoglioso di riprendere a scrivere perché lo faccio insieme a te? Sei stata vicina a me con una dolcezza e unicità che mi hanno dato tanto. 

“Ti stimo tantissimo, lo sai, perché sei stato capace di dare un grande esempio a tutti, su una tematica che mi sta molto a cuore, con una forza e un coraggio che non avrei mai immaginato. Mi conosci da un po’. Sai che ho negato più volte le interviste perché non mi sento nessuno per rilasciarne e poi perché, ormai lo avete capito, sono molto riservata. Ma con te è diverso. Con te è uno sfogo, una chiacchierata. È tutto naturale perché tu sei vero.  Mi sono dilungata in certi episodi della vita che non ho mai raccontato a nessuno perché credo che tu te li meriti. Hai un cuore grande e sai usarlo. Non è da tutti”.



more No Comments gennaio 10 2018 at 13:17


Geppi Di Stasio: “Il teatro la mia vita”

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Prossimamente sarà a teatro con “Lavaci col fuoco”, dedicato alla riscoperta delle tradizioni partenopee

di Mara Fux

Proviene da una famiglia di artisti e ha proseguito su questa linea grazie a Roberta Sanzò, sua compagna nella vita e affermata attrice teatrale.

Sei figlio d’Arte, una mamma, Wanda Pirol già all’epoca brava artista di teatro e un papà che nasce cantante per poi diventare produttore. Hai calcato le scene ancora bambino in mezzo a grandi indimenticabili come Nino Taranto, Ugo D’Alessio, Enzo Turco, Aldo Giuffré. Come ti senti oggi da regista e attore quale sei, nell’osservare la “notorietà” di chi calca le scene per esser uscito dalla famosa casa o per aver naufragato sull’isola? 

“Una volta la televisione era la consacrazione dell’attore bravo, nel senso che veniva scoperto e approdava alla meritata notorietà. Oggi diventi famoso per tutt’altro e poi qualche produttore improvvisato, un po’ danaroso, ti da la cittadinanza. Il percorso si è letteralmente invertito. E per uno come me è un po’ frustrante. Ma sono sicuro che la gente reagirà. Prima o poi…”.

Il tuo percorso artistico include tanta gavetta: l’hai completata con lo studio o ti consideri più un autodidatta? 

“Diciamo che sono uno che studia moltissimo, ma studio da autodidatta. Anche perché credo che il panorama delle scuole di teatro oggi tenda ad uniformare i prodotti togliendogli il fondamentale quid di personalità. Ma studiare resta fondamentale anche per non vanificare gli sforzi delle grandi avanguardie che ci hanno preceduto. Se hai talento diventi bravo nella metà del tempo solo se studi”.

Quali sono a tuo avviso le basi più importanti per un buon attore? 

“La lucidità e la coerenza. La ricerca della risata a tutti i costi non deve mai andare a sfavore della credibilità del personaggio che si interpreta. Ma sulla scena bisogna sempre essere consapevoli di dove si è”.

Ti ho sentito dire: ”un cameriere che studia per diventare attore riuscirà a diventare un attore; un impiegato con posto fisso che studia recitazione potrà pure imparare a recitare ma non diventerà mai un attore”. Ne puoi spiegare la ragione? 

“Il nostro è il mondo precario per definizione, un mondo in cui per affermarsi occorre determinazione e carattere. E se hai ‘fame’ hai sicuramente qualche possibilità in più”.

Oltre ad adattare testi scritti da altri, scrivi tue commedie anche su temi molto attuali come ad esempio “Quattro mamme per Ciro” o “L’ultima domenica”: come scegli l’argomento da trattare? 

“Ho sempre sostenuto che un autore, se vuole lasciare un segno della sua esistenza, debba saper raccontare il proprio tempo. Senza fretta di ottenere consensi unanimi. Il mio teatro funziona anche perché racconta l’oggi con l’estetica della tradizione che ha un comune denominatore a tutte le latitudini”.

A quale delle tue commedie senti di essere maggiormente affezionato? 

“E’ un po’ come chiedere a un genitore a quale dei figli si sente più legato. La commedia perfetta è sempre quella che si sta scrivendo”.

Roberta Sanzò, tua compagna nella vita, ha sempre un ruolo nelle tue commedie. Il vostro rapporto privato non ha mai influito nella messa in scena? 

“Roberta nel privato è una gran consigliera, direi persino preziosa, ma siamo entrambi bravi a teatro a far prevalere i ruoli professionali. Questo credo sia un equilibrio perfetto anche se a casa ci sono spesso delle discussioni”.

Domanda cattiva: hai superato gli “anta”, sei napoletano, quindi mi chiedo: come mai non hai mai girato in “Un posto al sole” o “La squadra” o “Gomorra”? 

“In parte credo di averti già risposto. Ma anche perché si tende a prediligere una faccia o una caratteristica fisica piuttosto che l’abilità recitativa. Bada bene, non ho detto che è per raccomandazioni. Forse l’ho pensato…”.

A breve debutterà “Lavaci col fuoco”, la seconda esperienza di recital che dedichi alla riscoperta delle tradizioni partenopee. Un intento storico sociale o un appassionato amarcord? 

“Di spettacoli tesi alla riscoperta delle tradizioni ne abbiamo fin sopra i capelli. I miei Varietà tendono, più che altro, ad esaltare la comicità e la genialità del mio popolo dimostrando che essa ha motivazioni dolorose, come ad esempio, le modalità molto discutibili dell’Unità d’Italia. ‘Lavaci col fuoco’, così come il precedente ‘Voi non siete napoletani’ è, naturalmente, un titolo autoironico che prende spunto dai volgari cori da stadio con cui noi napoletani veniamo accolti”.

Cosa ti piace di più della tua professione? 

“Il silenzio dell’emozione del pubblico che ascolta, discutere con la gente di quello cui ha appena assistito, gli applausi ancora scroscianti a sipario appena chiuso, andare a cena dopo lo spettacolo”.

E del pubblico che corre puntualmente ad applaudirti ad ogni tuo spettacolo al Teatro delle Muse? 

“Il pubblico ha un comune denominatore eppure ogni sera è diverso. Il pubblico lo amo quando è nuovo e non ti conosce e devi conquistarlo, lo amo quando vedi facce che hai già visto perché vuol dire che è tornato. Il pubblico va amato sempre e va trattato con quella sorta di irriverenza che è onestà intellettuale perché conosca il tuo pensiero. Questo significa rispettarlo, mentre assecondarlo spesso significa tradirlo. Il pubblico va amato senza condizioni. Sempre!”.



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Marta Nuti: “Volevo fare l’attrice e il teatro mi ha aiutato”

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di Marisa Iacopino

I suoi occhi di un azzurro intenso brillano appena inizia a parlare di teatro. Una passione che le permette di affrontare sempre nuove sfide. Lei si chiama Marta Nuti. L’abbiamo intervistata dopo “La moda dei suicidi”, uno spettacolo itinerante, per la regia di Linda Di Pietro, ispirato alle vicende d’un gigante della telefonia, France Télécom, la cui riorganizzazione nel biennio 2008-2010 ha prodotto sistematiche vessazioni, minando la stabilità psico-fisica dei dipendenti fino al suicidio di cinquantotto fra i suoi lavoratori. Una pièce teatrale che ha toccato corde profonde. Al tempo stesso, il dispiegarsi della trama, a volte surreale, non ha fatto mancare al pubblico momenti di leggerezza.

Cosa ne pensi di questa rappresentazione?

“E’ andata molto bene, e credo che dovremmo riprenderla. In quell’azienda è successo qualcosa di drammatico… Luoghi di lavoro in cui l’uomo non conta più… tu sei semplicemente uno strumento per produrre un bene, un servizio; non ci sono più contatti, relazioni umane. Devi lavorare nel minor tempo o sei licenziato. Questa situazione si sta verificando anche in Italia, dove invece sembrava che avessimo ancora qualche garanzia. C’è un sistema al di sopra delle nazioni che ci sta facendo sprofondare”.

Raccontaci di te, della tua formazione. 

“Sono nata a Firenze e vissuta a Bologna fino a 19 anni. All’età di 21 mi sono trasferita a Roma. Ho fatto l’Accademia d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’, diplomandomi nel 1995. Da un punto di vista caratteriale, da bambina ero timidissima. Quando dicevo: ‘voglio far l’attrice’, mi rispondevano ‘non è possibile, tu non parli!’ Ma il teatro ti aiuta. Eccomi qua, mi è andata bene”.

Quanto conta il talento in questo mestiere, e quanto lo studio?

“Per il settanta per cento credo che conti lo studio. Conosco gente che non aveva assolutamente attitudine, poi si è messa a studiare e ce l’ha fatta. Se invece hai talento ma non fai niente, non sarai mai un attore! Si studia tanto e si migliora in ogni spettacolo”.

Abiti nella periferia romana. Cosa apprezzi e cosa non sopporti di questa città? 

“I primi anni l’impatto è stato drammatico, venivo da una città dove si andava a piedi. Roma non funziona: piove, si ferma la città; arrivi due ore dopo perché c’è una manifestazione o uno sciopero. Non è una capitale europea! I romani poi sono caciaroni, si prendono libertà che venendo dal nord all’inizio mi davano fastidio. Dicevo ‘cos’è sta confidenza!’. Poi, non si sa perché, ti innamori di Roma, della sua ‘caciaronità’ che diventa una cosa senza la quale non puoi più vivere. Sono stata per quindici anni a Monteverde, e ultimamente a Torpignattara. Meglio Torpigna: c’è più umanità, vita di quartiere”.

Cosa ti appassiona maggiormente: il teatro, il cinema o la tv?

“Ho sempre fatto teatro, per dieci anni nella compagnia con Francesco Giuffré. Negli ultimi anni due lavori con Michele Placido, ‘Così è se vi pare e Il Re Lear.’ Nel 2016, il mio incontro artistico con Daniele Salvo. Mi sono presentata al Teatro Ghione per un provino in cui eravamo circa mille. Dopo qualche giorno, lui mi chiama: ‘vorrei farti fare la madre dei Sei personaggi…’. Mi è caduto il telefono dalle mani! In seguito, mi ha ricontattata per fare il ‘Macbeth’. Con Daniele c’è una bella collaborazione. Questo per dire che non esiste al mondo una cosa che possa darmi più emozione del teatro. E poi mi piace travestirmi, quando mi dicono di fare l’uomo, il mostro, la vecchia, mi piace da morire. Per me questo è il teatro! All’inizio della carriera ho fatto anche doppiaggio, e ogni tanto un po’ di televisione e di cinema, dove mi sono comunque divertita. ‘Sonderkommando’, per esempio, un cortometraggio per la regia di Nicola Ragone che ha vinto il Nastro d’argento nel 2015. Di recente, ho avuto una piccola parte nel film ‘Il Contagio’ per la regia di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini.

Progetti in fieri?

“Sono bisestile: lavoro un anno sì e uno no. Ci rido sopra, perché quello dell’attore è per sua natura un lavoro discontinuo, non bisogna farsi prendere dalla disperazione. Nel 2017, poi, ho lavorato tantissimo! Così, quando serve, sono bravissima a organizzarmi la disoccupazione: vado a vedere mostre, film in lingua originale, gli amici a teatro, faccio pranzi, cene e bricolage”.

Un profumo, un animale e una pianta con cui ti piacerebbe definirti…

“Per il profumo è difficile, perché sono anosmica: mi manca l’olfatto. Tanti anni fa ho lavorato ne ‘Il profumo’ di Suskind, e tutti a dirmi: ma come lo fai? I miei amici mi regalano ‘J’adore’, di Dior, mi dicono che sono come quella fragranza, dolce! Credo che la base sia il gelsomino. Quanto all’animale, mi piacciono gli scoiattolini che stanno nel parco di New York, un po’ selvaggi. Una pianta…  scelgo la vite rossa americana che ovviamente ho sul terrazzo. Zitta zitta, lei si attacca, e simbolicamente prende possesso della casa. Magari un giorno farò anch’io così. E poi mi piace perché è di due colori, l’estate verde e in autunno tutta rossa. E’ meravigliosa!”.



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Claudia Campagnola: Profumo di palcoscenico

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Doveva diventare commercialista come suo papà ma poi ha capito che la sua strada sarebbe stata un’altra e ha avuto ragione

di Mara Fux

È attrice e ballerina. Si è diplomata presso la scuola Amici della Danza. Nel 2000 frequenta il corso biennale di formazione per attori professionisti Teatro Azione presso il Teatro dei Cocci a Roma. Da lì è stato un susseguirsi di esperienze importanti sul palcoscenico con grandi soddisfazioni e apprezzamenti da parte del pubblico.

Non c’è stagione teatrale che non riporti il tuo nome su almeno un paio di locandine: a quando risale il tuo primo spettacolo? 

“Il primo spettacolo, quello in cui ho avuto il primo contratto che mi ha permesso di iscrivermi all’Enpals, (ricordo ancora l’emozione di ricevere un numerino magico che mi inseriva nel mondo del lavoro nel settore dello spettacolo ) è stato ‘Lungo viaggio verso la notte’ di E O’Neill per la regia di Venetucci, facevo la giovane cameriera e la mia battuta era ‘Signori, il pranzo è servito’ in chiusura del primo atto… e forse oltre a darmi l’opportunità di iniziare a lavorare con B. Alessandro, E. Carta, M. Romano ed Ennio Coltorti, davvero mi ha portato bene pronunciare quella battuta magica”.

Diventare attrice era il tuo sogno da bambina o un progetto che ha preso piede successivamente? 

“Fino ai 16 ho desiderato fare il lavoro di mio papà, la commercialista poi ho capito che la mia strada era da un’altra parte; studiavo già danza moderna ed ho iniziato una scuola di teatro, la Teatro Azione, anche se mi sono anche iscritta ad Economia Aziendale. Quindi per un po’ di anni mi sono sentita una teatrante ad economia ed una studentessa di economia a scuola di teatro. Anni pieni di impegni, entusiasmi e domande esistenziali; mi sono laureata in Economia ma era ormai troppo tardi: l’amore per il teatro era sbocciato con forza e lo studio di papà l’ho sempre visto da molto lontano. La strada da intraprendere era chiara e mio padre ne è stato molto felice”.

Hai avuto la tenacia e la fortuna di riuscire a far della tua passione la tua professione. Quale era il tuo piano B? 

“Sicuramente lavorare da papà, ci ho anche provato appena laureata ma quando ho rischiato di far morire di infarto una cliente cui avevo calcolato l’importo ICI inserendo il numero dei metri quadrati dell’immobile al posto dei vani e quindi quintuplicando la cifra, ho proprio capito che non faceva per me”.

La parola “teatro” cosa significa per te? 

“E’ un compagno di giochi, un’amante passionale che ti fa godere ma anche arrabbiare, un maestro di vita che ti mette in discussione, ti fa crescere. E’ saper rinunciare alla perfezione, è la dedizione, l’impegno, lo studio, l’abbandono; è il saper fare i conti con il fallimento e con l’errore, è imparare ad amare se stessi, è condividere con gli altri, è vivere e morire insieme: è l’eternità”.

Nonostante tu faccia l’attrice di professione e a parer di pubblico tu sia brava e poliedrica ancora non ti abbiamo vista protagonista né di fiction né di film: mancano forse i cosiddetti “Santi in Paradiso” o semplicemente non è ancora giunta l’occasione giusta?

“Sto lavorando per farmi trovare pronta quando e se arriverà l’occasione giusta. Intanto faccio esperienza in altri ruoli e in progetti indipendenti altrettanto importanti e soddisfacenti, come interpretando Paola Saini nel docufilm ‘Tra le onde nel cielo’ di F. Zarzana, in concorso ai David di Donatello e proiettato a Cannes 2017. In questi giorni sto girandone un altro di Zarzana su Gina Borellini intitolato ‘Vorrei raccontare ai giovani, Gina Borellini un’eredità di tutti’, interpretando proprio Gina”.

Interpreti commedie ma spesso reciti in spettacoli legati alla tradizione romana e romanesca, arricchendo il ruolo con canti popolari. Sei legata alla storia ed alla conservazione dei costumi? 

“Vengo da una famiglia trasteverina, portare avanti la tradizione e le mie origini è un piacevole dovere e un importante onore. L’incontro con il Maestro Paolo Gatti mi ha fatto scoprire tantissimo sulla romanità: tra i tanti pezzi, ‘La Torta uno scioglilingua’ di Gigi Zanazzo tecnicamente molto complesso ma che ogni volta è una sfida, mettersi alla prova mentre la gente ride insieme a te”.

I maestri a cui maggiormente devi la tua preparazione? 

“Credo che moltissimo faccia l’esperienza sul palco, camminare sulle tavole di legno il più possibile; è un mestiere che si affina facendo, provando, sbagliando e riuscendo. Sono tanti i colleghi e gli insegnanti che mi sono stati accanto: ho cercato di rubare con gli occhi dai colleghi più esperti. Indubbiamente l’incontro con Toni Fornari mi ha fatto crescere; l’essere diretta da N. Martelli ha dato un peso importante alla mia preparazione e poi come non pensare a Proietti che ha fatto la supervisione di ‘Non c’è due senza te’ di Toni Fornari”.

Se tu fossi un personaggio classico, chi saresti?  

“Un personaggio di Shakespeare, il Fool del re Lear che ho interpretato accanto a Giuseppe Pambieri e che non smetterei mai di studiare, la luna e il sole insieme, la bellezza dell’autenticità, la fatica e la responsabilità della verità. Una bocca che passa in maniera impercettibile dal sorriso al pianto e dal pianto al sorriso”.

Con quale criteri affronti la lettura di una commedia che ti viene proposta? 

“Sicuramente ricerco una soddisfazione interpretativa, una possibilità di racconto e un modo per mettermi in gioco e sperimentarmi”.

Hai appena terminato al Teatro Golden “Chi mi manca sei tu” al fianco di Marco Morandi; in quali altri spettacoli ti vedremo protagonista durante la stagione? 

“Sarò al Teatro Golden fino al 21 gennaio in ‘Non si butta via niente’ con la regia di Tiziana Foschi e da fine febbraio andrò in tournée con una commedia ‘Tutte a casa’ con Paola Gassman, Paola Tiziana Cruciani e Mirella Mazzeranghi e con la regia di Vanessa Gasbarri”.



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Celeste Silvestro: “Ogni set è un arricchimento personale e professionale”

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Nel suo curriculum ormai inizia ad esserci davvero di tutto. Le più importanti passerelle della moda milanese e romana, protagonista indiscussa di eventi mondani e feste esclusive, social influencer con una schiera di oltre 20mila follower pronta a seguirla giorno e notte e campagne pubblicitarie che stanno facendo il giro del web. Perché Celeste Silvestro ha una sensualità innata e un’eleganza fuori dal comune, tanto da esser stata scelta ad occhi chiusi come testimonial da diversi brand del settore abbigliamento (Laleto) fino a quelli di estetica Bselfie e Dietox. Un autentico trionfo per lei che, a 23 anni di età, ha saputo conquistare il mondo dei social, della moda e dello spettacolo. Merito dei suoi scatti provocanti ma mai volgari e delle costanti novità lavorative. Perché alla faccia di abitini e intimi super sexy, Celeste Silvestro è una di quelle ragazze abituate a tirarsi su le maniche per darsi da fare. Energia a non finire e bellezza da vendere. A breve arriverà anche la laurea in Scienze Motorie, nel frattempo Celeste lavora per migliorarsi sempre più e non ha paura di puntare in alto. Un esempio su tutti, lo shooting con un vestito con super-spacco laterale modello Belen che non ha avuto paura di indossare in uno dei suoi ultimi set. Insomma, sembra proprio essere il suo momento.

E la fotografia da hobby è diventata lavoro.

“Da sempre sognavo che questo potesse accadere, ormai da qualche anno è così. Un autentico sogno che si è realizzato. Sono felice di tutto questo”.

Facciamo un riassunto delle tue collaborazioni più importanti.

“Ma mi piace dire che ogni set è stato un arricchimento personale e professionale. Mi piace ricordare la collaborazione in veste di testimonial con un negozio di acconciature della Provincia di Latina, dove io abito. E, ancora, le sfilate con indosso gli abiti di Patrizia Pepe o con i costumi La Perla. Ma ho di recente anche scattato la campagna promozionale per il brand di costumi ‘H.U.N.T.’, e nei mesi scorsi ho realizzato un bellissimo progetto con l’etichetta discografica ‘Honiro Label’ in cui fra le vie di Roma ho scattato le immagini per e-commerce. Davvero emozionante”.

Ma non è l’unico luogo speciale in cui sei stata immortalata.

“Ho avuto la fortuna di scattare a San Felice Circeo, splendida località delle mie zone, e ancora in riva al mare su spiagge incantevoli. E poi, in giro a Cannes”.

Per cosa?

“In concomitanza con il prestigioso Festival del Cinema, ho preso parte ad un Photoshooting in cui girando per la città sono stata fotografata in luoghi straordinari, arricchiti dal valore del contesto”.

Cosa ti ha dato la fotografia?

“La possibilità di entrare a far parte di una straordinaria forma d’arte in cui si sublima il momento, in cui si rende eterno il singolo istante. Tutto questo è davvero fantastico, è la possibilità di catturare il singolo momento”.

E allora, proseguiamo con l’elenco…

“Mi piace citare le collaborazioni con i fotografi Rocco Almagno e Vincente De Ville, due maghi dell’obbiettivo. Ma anche l’esperienza di hostess per il programma televisivo ‘Bake off Italia’ presso Villa Borghese a Roma, il ruolo di fotomodella per brand di abbigliamento Lo.ve life o quello di testimonial pe abiti da sposa ‘Atelier Ferrara’ o per la linea di costumi ‘Sand bikini’”.

Non solo fotografia.

“Ma anche un pizzico di cinema e televisione! Sono stata modella per il programma televisivo ‘Poker d’Assi’ in onda su Italia Mia ed ho avuto una figurazione speciale per il film ‘Natale al sud’. Non sono solo testimonial di grandi marchi, ma anche protagonista di shooting e workshop, spesso ospite di molti programmi televisivi tra cui Monitor su Lazio TV e Italia Mia”.

Insomma, sempre al centro dell’attenzione!

“Sul set sì… nella vita quotidiana… anche! Sono egocentrica, ma senza esagerare. Certo, mi piace essere curata nel look, amo la moda e ogni dettaglio voglio che sia sempre perfetto. Tacchi e borsetta non possono mai mancare in una donna. E se l’uomo guarda, è segno di ammirazione”.

Sul set cosa ti imbarazza?

“Nulla, trovo semplicemente tutto naturale. E questo rende ogni shooting ancora più affascinante. Per ora dico no al nudo, senza voler giudicare chi lo fa: semplicemente, penso che la sensualità e la femminilità non passino dai centimetri di pelle scoperta, ma dal modo in cui si trasmette la propria persona”.

Tu ti reputi una bella ragazza?

“Non sono quella che se la tira, proprio non fa al caso mio chi è così. Però mi piaccio, sono a posto con me stessa e sono soddisfatta delle mie misure, 88-65-93. Tuttavia, merito è anche dell’attività fisica che pratico. Sono una sportiva a tutti gli effetti dividendomi tra kickboxing e fitness”.

C’è una foto che vorresti fare?

“Mi piacerebbe scattare sott’acqua, io che adoro l’apnea vorrei essere immortalata con un vestito da sirena sul fondo del mare. Diciamo che ci sto lavorando”.



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