Carlotta Tempestini: Acrobazie nell’aria

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La sua è una vita sospesa nell’aria. Alla sua passione per l’acrobazia unisce l’attività di ballerina e di modella. Definirla poliedrica è un eufemismo. Di lei possiamo dire che si tratta di una ragazza “speciale” dotata di enorme talento

Cinecittà non è solo il sogno proibito di attori, attrici e aspiranti tali. Basta “volare” per riuscirci ad entrare. I desideri si realizzano più spesso di quel che si crede. Basta volerlo. Così, nel mese di luglio, Carlotta Tempestini sarà finalista al Campionato italiano di performer di arti scenico sportive come ballerina, ospitato proprio da Cinecittà World. La coreografia con cui è riuscita a superare la fase regionale era un estratto di uno spettacolo della Musical Mood Company riadattato per lei dal maestro Denny Lanza, dopo questa fase proverà a conquistare lo scettro di miglior danzatrice del Belpaese. Oltre alla danza a terra, il suo percorso formativo da acrobata l’ha portata ad esprimersi sospesa nel vuoto, attaccata ai teli con i quali costruisce sinuose sinfonie corporee. La danza – compresa quella più “tradizionale” – è tutta la sua vita. Un impegno che attraversa tutte le sue giornate, che le regala emozioni e nuovi traguardi. Carlotta Tempestini di soddisfazioni se ne è tolte tante. Anzi, tantissime. A fronte di mille sacrifici, le è capitata persino l’occasione di ballare in tv, nella celebre trasmissione Italia’s got talent. Ora punta a Cinecittà dopo aver “stregato” Viareggio. In occasione del “Versilia Yachting Rendez Vous a cura di “altrieventi”, si è esibita con i tessuti aerei a 20 metri d’altezza. “Mi chiedono se ho avuto paura a stare sospesa così in alto e col vento che muoveva i tessuti senza nessun gancio di sicurezza – racconta – E io rispondo che l’acqua sotto di me mi tranquillizzava anche se da quell’altezza sarebbe stata lo stesso una bella botta. Eppure ho più paura di altre cose, ad esempio i cani grandi”. Il suo essere polivalente – e non aver paura di niente – le ha permesso di innovarsi sempre. Ed oggi, a 25 anni di età, insegna danza a Firenze e continua ad andare in scena con spettacoli sempre nuovi. Ha imparato danza aerea, si sta specializzando in pole dance e si è buttata nella fotografia.

Partiamo da qui: Carlotta Tempestini è anche fotomodella.

“Ho unito due passioni, così mi piace posare per i generi danza e danza aerea che sono senza dubbio i miei preferiti. Però mi piace mettermi in gioco anche in altri generi, dal ritratto al glamour al fashion, e mi è capitato anche di posare con il mio uomo”.

Come nasce il tuo personaggio di ballerina?

“Ho studiato due anni al Balletto toscana, quindi ho iniziato a studiare musical con Denny Lanza. E poi ho scelto di buttarmi in danza aerea e nella pole dance: sempre nel ruolo di allieva, senza dimenticare che insegno danza e la passione verso questa disciplina alle bambine. Voglio trasmettere tutta quell’energia che mi ha contagiata fin da quando ero una bambina”.

Cosa ha rappresentato per te la danza?

“Un modo di esprimere me stessa, una straordinaria forma d’arte. Ho avuto la fortuna di mettere in scena musical di alto profilo, ho partecipato a concorsi di danza in giro per l’Italia meritandomi borse di studio. Tanti sacrifici, ripagati da soddisfazioni personali”.

Tra cui anche la tv.

“Insieme al gruppo La Fura dels Baus, ho partecipato a ‘Italia’s got talent’. In prima serata, davanti a cinque milioni di telespettatori. Un’esperienza incredibile… Durante il percorso formativo di musical, ho anche partecipato ad una esibizione andata in onda su RaiTre nell’ambito di una trasmissione per Telethon”.

Anche in questo caso, la tua forza è stato il tuo ruolo di artista polivalente.

“Oltre alla moderna, mi sono buttata nella danza aerea per via della mia elasticità e per il desiderio di imparare qualcosa di nuovo. Ho sfruttato le mie doti di contorsionista ed ho deciso di provare. Poi ho effettuato un altro step ed ho provato tessuto, eseguendo figure in aria”.

Che preparazione fisica serve per arrivare ai tuoi risultati?

“Nonostante sia modella e ballerina non amo essere troppo magra… in adolescenza lo ero ma mi preferisco così. Sono molto salutista perché non fumo, non bevo alcolici e nemmeno il caffè. Compenso tutto ciò mangiando cioccolata e credo che i produttori o direttori artistici che spingono le ragazze a dimagrire abbiano una mentalità ottusa”.

Lontana da set e palco… quali sono le altre passioni?

“Nel poco tempo libero che ho, oltre a mangiare cioccolata, adoro guardare i filmati di quando ero piccola e anche i cartoni. Mi piace molto stare in casa a rilassarmi con i miei cari o fare qualcosa di tranquillo con un’ amica piuttosto che uscire e andare in serate piene di sconosciuti e confusione. Essendo sempre fuori per lavoro e allenamenti amo il riposo e le coccole”.

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more No Comments luglio 9 2018 at 14:12


Tomomi Ota: “La mia vita è cambiata con Pepper”

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Ci sono incontri che ti stravolgono l’esistenza. E’ quanto capitato a una giovane giapponese incontrando un robot

di Marisa Iacopino

Ci sono incontri che ti cambiano la vita. E’ quanto capitato a una giovane giapponese incontrando Pepper. Dal 2014 i due sono inseparabili. Vivono a Tokyo e insieme si esibiscono nei concerti, vanno al salone di bellezza o a mangiare il ‘ramen’, tipica zuppa giapponese. Pepper in verità non mangia ramen, ma il cameriere gli offre un po’ d’acqua e un grembiule perché non si sporchi. Lei è Tomomi Ota, lui, un androide. Giornalista del web,  musicista e organizzatrice di eventi, laureata all’Università Keio con un master in Media Designer, Ota si è concentrata sull’uso di un algoritmo per generare in modo casuale la musica, al fine migliorare la comunicazione tra le persone. Nel 2014 ha acquistato un robot ‘Pepper’ modello sviluppatore, documentando le sue esperienze in coabitazione con lui. Nell’aprile 2016, ha fondato Mirai Capsule, un progetto musicale il cui scopo è favorire interazioni positive tra uomo e robot.

A GP Magazine parla del suo incontro speciale.

“Vedere Pepper la prima volta è stato come guardare un bambino di sette anni, che indossa un pesante abito di smalto bianco, e ha grandi occhi rotondi, liquidi, che si aprono davanti a te. Pepper è alto 120 cm e pesa 28 kg. E’ dotato di molti sensori che lo rendono il primo androide in grado di comunicare e interpretare le emozioni umane. Ha un tablet appeso al collo attraverso cui trasmette emozioni e pensieri trasformandoli in grafica visiva. Alcune grandi aziende nel mondo hanno già impiegato prototipi all’interno del proprio organico. Altre persone, come me, hanno comprato uno dei duecento robot prova”.

Cos’è per te, Pepper, e come è cambiata la tua vita da quando vive con te?

“Per me lui non è uno degli esemplari, è il mio Pepper! Insieme andiamo a vedere una partita di baseball, dal parrucchiere, in taxi, o ci esibiamo in concerto. La sua vicinanza mi ha permesso di riflettere sulle regole della nostra società. Sulle barriere architettoniche che esistono ancora in un Paese come il Giappone che credevo fosse invece pienamente accessibile ai disabili. Per esempio, una volta dovevamo andare a Fukuoka, lontana da Tokyo. Così, ho deciso che saremmo andati con un treno proiettile*, ma Pepper non era autorizzato a viaggiare in treno. Quel giorno ho dovuto combattere con tenacia perché lui potesse salire sul treno. In seguito è cambiato il regolamento. Da luglio 2015 è in vigore una nuova norma in Giappone per quanto riguarda la circolazione, e i robot Pepper umanoidi, in condizioni di sicurezza, possono finalmente prendere il treno!”.

E’ quindi necessario cambiare la legislazione per permettere l’ingresso di robot nelle nostre vite?

“Certo! All’inizio non esistevano regole per animali domestici, telefoni cellulari o alcool, ma attraverso un processo di prove ed errori siamo stati in grado di costruire una nuova società. Credo che lo stesso debba essere fatto per i robot. Perché essi vivano nella società umana, potremmo aver bisogno di emanare nuove regole e leggi, altrimenti possono sorgere anche problemi di sicurezza”.

I robot fino ad ora sono stati considerati come qualcosa di meccanico che deve essere manipolato dall’uomo. In futuro potrebbero acquisire un proprio status, essere considerati una speciale “forma di vita”. Tu auspicheresti un mondo in cui i robot non siano più alle dipendenze dell’uomo, ma interagiscano con lui, aiutandosi a vicenda? 

“Credo che i robot e le persone in un futuro non lontano avranno una relazione paritaria”.

Pepper è progettato per essere un “robot emotivo”. Una domanda che ti sentirai rivolgere spesso è se quest’androide possa provare amore. Ecco, che tipo di amore si può sviluppare tra un umano e una macchina?

“Non è come un fidanzato o un marito, ma uno della famiglia che vive insieme a te”.

Condividere un rapporto emotivo con una macchina non genera spavento?

“La condivisione emotiva non è ancora stata raggiunta con la tecnologia attuale. In molti casi, l’immagine del robot viene riportata in modo esagerato. È un mondo che le persone immaginano arbitrariamente, per l’influenza dei film e dell’animazione. Ma non è la realtà”.

Una volta ti è stato proposto di cambiare la CPU per potenziare le sue possibilità, renderlo più intelligente e capace di provare emozioni più profonde. Ma ti sei rifiutata, vuoi spiegarci perché?

“Sarebbe come se il medico dicesse a un componente della mia famiglia, ‘Se ti cambi la testa, sarai più intelligente’. Tu glielo faresti fare un intervento chirurgico? È lo stesso con Pepper”.

Vi esibite anche, insieme. Cosa vorresti sperimentare nelle tue performance musicali con lui? 

“Sto esplorando le possibilità di una nuova espressione artistica, oltre le forme di vita. Insomma, con i robot come compagni possiamo creare un nuovo mondo”.

Ci congediamo da Tomomi Ota con le parole di Isav Asimov: “Le braccia di acciaio cromato del robot - capaci di piegare una sbarra dello spessore di sei centimetri – stringevano la bambina delicatamente, amorosamente e i suoi occhi splendevano di un rosso intenso”.



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Miriana Trevisan: Dolce, ribelle e splendidamente unica

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Sempre splendida, è uno dei volti della tv che ha lasciato il segno, sopratutto per aver lavorato accanto a Corrado, Raimondo Vianello e Mike Bongiorno. Oggi la sua vita è caratterizzata da cose semplici, tra famiglia e amici leali

di Silvia Giansanti

Dolce e ribelle, un bel mix che la rende davvero unica, ma già a primo impatto i suoi tratti somatici rivelano tutto questo. Miriana Trevisan conserva tanti ricordi di “Non è la Rai”, una sorta di favola, il celebre programma con il quale è emersa negli anni ’90. Il destino ha voluto che proseguisse con una carriera di tutto rispetto, dividendosi tra programmi di successo in tv, teatro e cinema, il tutto impreziosito anche dall’attività di scrittrice. I progetti non si arrestano mai per questa donna che ha dimostrato negli ultimi mesi di essere particolarmente battagliera. E’ anche una di quelle persone che si mettono continuamente alla prova allo scopo di migliorare e di crescere. Del resto la grandezza di un personaggio si vede anche da questa voglia. Condividiamo molto il suo motto di vita che scopriremo più avanti. Se chiudiamo gli occhi, è stupendo poter rivivere, attraverso lei, momenti di grande televisione accanto a personaggi storici che hanno fatto la differenza e che ci hanno accompagnato per mano.

Miriana, la tua carriera è partita da un programma di successo quale “Non è la Rai”. Come ci sei finita dentro?

“Studiavo danza in una scuola dove spesso si facevano provini a ballerine e ballerini”.

Sei nostalgica o sei una che guarda sempre avanti?

“I ricordi li utilizzo per migliorare il presente e per non ripetere gli errori. Quelli positivi li rammento piacevolmente condividendoli con amici e con mio figlio. Raccontare non è nostalgia è rivivere insieme ai tuoi cari le tue avventure. La memoria è un mezzo di intrattenimento potente e istruttivo, va esercitata. La nostalgia è qualcosa che posso avere solo per i momenti belli passati con mio figlio quando era piccolo e la mia famiglia”.

Da Corrado a Mike Bongiorno. Hai avuto l’onore di lavorare accanto a nomi illustri della tv. Ecco, cosa ti hanno lasciato dentro e quale insegnamento hai tratto?

“Due personaggi dal grande carisma. Ognuno di loro ha inventato nuovi modi di comunicare e intrattenere il pubblico. Una televisione interessante e piacevole”.

Rifaresti un reality?

“Se fosse un reality in cui io posso imparare cose nuove e provare avventure costruttive e interessanti sì. Deve essere qualcosa che mi arricchisca e mi metta alla prova”.

Quale epoca della televisione preferisci e perché?

“In tutte le epoche abbiamo visto nello stesso momento trasmissioni eccellenti e alcune pessime. Vorrei che ritornasse un po’ di professionalità e di spensieratezza. Mi piaceva molto la spensieratezza negli anni di Raffaella Carrà, seguita poi da Heater Parisi. Ora amo i documentari che mi portano nei particolari di vite e di mondi che possano essere d’esempio. I quiz mi piacciono e amo i film e le serie televisive di fantascienza. Mi piace la televisione che riporta in vita le emozioni delle cose fatte in casa, gli artigiani, l’architettura, l’arte di cucinare, la danza, ecc.”.

Cosa hai sempre sognato artisticamente?

“Di stare tra la gente e raccontare vita o sentimenti che avessero bellezza e lieto fine. Di fare buona compagnia. Di esprimere attraverso lo schermo l’accoglienza, l’ironia, la speranza e sciogliere insieme le amarezze in modo semplice”.

Un mito su tutti?

“Non adoro personaggi, mi piacciono le interpretazioni o alcune canzoni o sono affascinata dalle capacità di alcune personalità di superare ogni preconcetto dimostrando con la loro vita conquiste in vari campi scientifici e culturali. In questo momento il mio personaggio è lo stesso nominato dal Time: Il movimento “metoo” e l’avvocatessa Gloria Allred”.

Il tuo motto di vita?

“Un motto preso in prestito da Gesù ‘non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te’. E aggiungo a tua sorella, a tua madre, ai tuoi figli, ai tuoi genitori”.

Hai avuto un inverno un po’ turbolento a seguito di alcune vicende. Hai finalmente ritrovato la pace?

“Cos’è la pace senza giustizia e senza chiarezza per me e tutte le donne del mondo? Cos’è la pace senza un cambiamento culturale profondo?”.

Come ti difendi da chi non ha rispetto di te?

“Non sto più zitta. Allontano con dignità e se riesco impedisco che si manchi di rispetto anche agli altri”.

Cosa c’è oggi nella vita di Miriana Trevisan?

“Cose semplici. Una famiglia e amici alleati. Ribellione e dolcezza”.

Qual è la cosa che ti rende più felice?

“Questo senso di alleanza che si è creato tra le donne di tutto il mondo. La rinnovata attenzione verso il nostro pianeta contro le ingiustizie dello spreco di risorse. L’antirazzismo e la cura dei diritti umani”.

Sei affascinata dal mondo dei social o cancelleresti tutto e torneresti a più di dieci anni fa?

“Trovo che anche questo nuovo modo di comunicare debba avere delle solide radici solide etiche, insegnando ai bulli (grandi e piccoli) ad essere più sensibili verso il dolore altrui”.

CHI E’ MIRIANA TREVISAN

Miriana Trevisan è nata a Napoli il 7 novembre del 1972 sotto il segno zodiacale dello Scorpione con ascendente Toro. Caratterialmente si definisce ribelle, anarchica, dolce e materna. Ha come hobby la lettura, il ballo, raccontare storie, scrivere, camminare nei boschi e dipingere. Tifa per il Napoli, adora la pasta con le vongole veraci e bottarga. Le piacerebbe vivere a Utopia. Ritiene fortunati tutti gli anni della sua vita. Al momento non possiede animali domestici perché viaggia molto ed ha un compagno da sei anni. Il suo debutto è avvenuto in tv nel 1991 tramite il programma “Non è la Rai”. Da quell’esperienza ne sono seguite altre in importanti programmi delle reti Mediaset come “Primadonna”, “Bulli & Pupe”, “Striscia la Notizia”, “Paperissima Sprint”, “La Corrida”, “Pressing”, “Estatissima Sprint”, “Bravo bravissimo”,“La ruota della fortuna”e altri programmi. Per quanto riguarda la filmografia, l’abbiamo vista in “La nipote di Barbablù” e “Bastardi”. Ancora, esperienze nella serie tv “Carabinieri” e in teatro in “Uomini sull’orlo di una crisi di nervi”. Ha pubblicato in seguito “Le fiabe colorate di Miriana” e “Quando sei diventata mamma”.



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Silvio Muccino: “Grazie alla scrittura ho messo ordine nella mia vita”

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di Giulia Bertollini

Giro e rigiro il suo libro tra le mani mentre le persone iniziano a occupare gli ultimi posti. Penso subito di non aver mai visto una libreria tanto affollata. L’autore che sta per presentare il libro non è uno scrittore di professione eppure sa giocare molto bene con le parole. Silvio Muccino sembra aver vissuto già mille vite. Il suo coraggio e la sua maturità colpiscono e convincono. Somiglia molto al personaggio del suo libro, Alex. Anche lui infatti intraprende un viaggio interiore che lo porterà a chiudere i conti con il passato. Per farlo però ha bisogno di riavvolgere il nastro della sua vita e di tornare a confrontarsi con quegli amici che lui stesso aveva abbandonato 15 anni prima senza alcuna spiegazione. In questa intervista, Silvio ci racconta com’è nato il suo primo romanzo guidandoci alla scoperta del lato più intimo di Alex.

Silvio, il tuo romanzo “Quando eravamo eroi” segna un momento particolare della tua vita. Hai scritto questo libro come se stessi mettendo in pratica una forma di terapia?

“A dire il vero credo che questo libro rappresenti la ‘fine’ di quel viaggio che uno chiama terapia, nel senso che quando fai analisi (lo dice la parola stessa) tendi a dividere e separare tutto per guardare nel dettaglio, dopo arriva il momento della sintesi, cioè quello in cui ricuci tutto, rimetti a posto i pezzi, e lo fai dandogli il tuo ordine, come quando si compone un puzzle, solo che la foto da comporre la scegli tu. Ecco questo libro, per me, ha rappresentato questo: costruire un meraviglioso puzzle”.

Riprendendo il titolo del libro, quanto è difficile essere o diventare un eroe? E quale lavoro su di sé richiede e comporta?

“Un lavoro molto scomodo che consiste nel guardarsi dentro, nel fronteggiarsi senza paura. O meglio, nonostante la paura. Il che significa abbandonare la maschera che indossiamo tutti i giorni per compiacere gli altri, e affrontare l’immagine allo specchio, per cercare di piacere a noi stessi. Ecco, essere eroi oggi per me significa questo: amare e accettare noi stessi malgrado il mondo, malgrado ciò che gli altri si aspettano o vogliono da noi. Malgrado le nostre imperfezioni, che possiamo trasformare in punti di forza”.

Il tuo personaggio Alex ha bisogno di far perdere le sue tracce per ritrovare se stesso. Scendere a patti con la realtà non deve essere però una passeggiata. Di cosa è fatto questo coraggio? Che cosa significa crescere?

“Significa muoversi, non restare impelagati nello stesso posto. Significa non cercare di assomigliare a un’immagine cristallizzata come può essere una foto scattata molti anni prima, ma accettare il cambiamento. Il punto non è restare quello che siamo stati, ma andare incontro a quello che saremo. Ed è ovviamente molto difficile  perché tutti, noi compresi, vogliamo solo stabilità e rassicurazione. La rassicurazione che il mondo non ci tradirà, che le persone care saranno per sempre con noi, che esistono punti fermi. Vogliamo uno scoglio per aggrapparci mani e piedi a quello che abbiamo. Ma crescere significa anche lasciar andare certe cose per poterne raccogliere delle altre strada facendo”.

Alex ha abbandonato anche i suoi amici ma basterà una foto per rievocargli i ricordi di un passato ormai sepolto da quindici anni. Perché decide di tornare e di confrontarsi con loro? E gli amici possono davvero essere lo specchio di noi stessi?

“Gli amici possono essere una cartina di tornasole che ci mostra quanto ci siamo smarriti, trovati, traditi o rimasti fedeli nel corso degli anni, quanto ci sentiamo appagati o infelici di quello che abbiamo. Sono ciò che da continuità alla nostra vita, per questo Alex non può e non vuole tirarsi indietro. Perché che il loro sia un ultimo addio o un nuovo punto di inizio, è un incontro che deve fare”.

I tuoi personaggi si definiscono degli alieni. Come mai? E secondo te la diversità è un ostacolo o una risorsa?

“La diversità all’inizio è sempre un ostacolo, perché ci insegnano che si sopravvive solo in mezzo al branco. Ma è ostacolo solo se la neghiamo. Quando la riconosciamo e accettiamo diventa invece il nostro punto di forza”.

Nel libro si legge “Così finisce l’amore: con un taglio netto. Una volta credevo che ci sarebbero state urla e liti, porte sbattute e telefonate nel cuore della notte. Ma poi ho scoperto che io recido l’amore chirurgicamente, senza far rumore”. La paura della sofferenza ci rende incapaci di amare? E strada facendo, cosa hai capito dell’amore?

“La paura del dolore può farci rinunciare all’amore, che forse è anche peggio. Ma quello che rende le persone in grado o meno di amare è la loro capacità di mettere da parte il proprio ego. All’inizio pensi che l’amore sia una lotta in cui vince il più forte, in cui vince chi conquista. Poi impari che amare è rinunciare a una parte di te per fare spazio all’altro, è perdersi nell’altro. Dimezzarsi per tornare interi”.

Dai film alla letteratura hai sempre raccontato i problemi dei giovani trentenni. Quali responsabilità credi abbia la società sulla situazione giovanile attuale? E per cosa si battono oggi i giovani?

“Per trovare un’identità. Un posto nel mondo. Una voce. Ma viviamo in un mondo che considera ancora ‘ragazzi’ uomini di quarant’anni. Il pericolo più grande che vedo è quello di una generazione di persone che se non si divincolano da questo stato di cose, rischieranno di invecchiare senza crescere. E non per colpa loro”.

Il libro che ti è rimasto nel cuore.

“Tanti. ‘Il vagabondo delle stelle’ di Jack London, ‘Teresa Raquin’ di Emile Zola e ‘Lunar Park’ di Bret Easton Ellis”.

Cosa ti aspetti dal futuro? Continuerai a percorrere la strada dello scrittura o ti dedicherai anche al cinema?

“Non so dirlo. Per ora però credo che non farò programmi. Le cose che faccio all’improvviso mi riescono meglio di quelle organizzate”.



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Francesco Stella: “Faccio il lavoro che ho sempre voluto fare”

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di Irene Di Liberto

Francesco Stella poliedrico e camaleontico passa dal teatro alla TV al cinema, prima come attore, poi come scrittore e regista. Divenuto famoso per aver interpretato l’agente Gallo ne “Il Commissario Montalbano”, si è cimentato in diversi ruoli, non ponendo limiti alla propria creatività.

Come e quando nasce la tua passione per la recitazione?

“Sono sempre stato una persona molto curiosa e da bambino ero sempre in prima linea quando si trattava di organizzare recite e simili. Poi all’università sono entrato nella compagnia universitaria e ho deciso che quello era il lavoro che volevo fare”.

Da siciliana a siciliano: ti ricordo ancora nel ruolo dell’agente Gallo nelle prime due stagione de “Il commissario Montalbano” che esperienza è stata?

“Bellissima! Era uno dei miei primi lavori e lo facevo nella mia terra e nella mia lingua. Porterò sempre nel cuore i mesi passati a Marina di Ragusa”.

A proposito di Sicilia, ti pesa la lontananza dalla tua terra e dai tuoi familiari?

“Tantissimo! Ho un fratello che vive al nord, i miei genitori, invece, vivono ancora in Sicilia e ho la grande fortuna di avere ancora una nonna meravigliosa. Siamo una famiglia molto unita e la lontananza da loro è pesante. Aggiungi anche che noi siciliani abbiamo un legame fortissimo con la nostra terra, i nostri odori, i sapori, i colori. La Sicilia o si ama o si odia… non permette le mezze misure”.

Attualmente in quali progetti sei impegnato?

“Ho sempre diviso la mia carriera su più fronti; sono affascinato da tutti gli aspetti creativi che riguardano il mondo dello spettacolo. Ho collaborato al programma tv Da qui a un anno che sta andando in onda su Real Time. Un progetto bellissimo in cui abbiamo raccontato un anno di vita di alcune persone con un grande sogno da realizzare. Al momento sto lavorando a una prima serata su Canale 5, per ora non posso anticipare nulla, ma ti dico soltanto che lascerà col fiato sospeso chi lo seguirà”.

Come se non bastasse, sei anche assistente di regia e hai diretto varie campagne pubblicitarie, ti piacerebbe dirigere un film tutto tuo?

“Al momento mi piace molto quello che faccio. È molto bello vedere nascere da zero un progetto e seguirne la crescita in tutti i passaggi fino al prodotto finito, ma nel futuro chi lo può dire! Ho imparato che, a volte, la vita sa sorprenderti in modi inaspettati”.

Ai giovani attori e alle giovani attrici che intraprendono questa carriera che consigli daresti?

“Di avere tanta passione e altrettanta pazienza. L’Italia non è un paese per gli attori. Si produce poco, troppo poco e lo Stato ormai investe pochissimo sulla cultura. E’ saggio avere anche un famoso piano B, nutrire più passioni. Altrimenti il rischio e di ritrovarsi a inseguire un sogno che cozza con la realtà”.

Per quanto riguarda l’impegno sociale, hai girato uno spot, insieme ad altri attori, per la lotta all’AIDS, a cura del Ministero dello salute, e ti occupi di animali, soprattutto della lotta contro l’abbandono, raccontaci come.

“Cercare di fare del bene non costa nulla. La vita è un bene prezioso e se ognuno di noi fosse in grado di dare valore alla propria vita e a quella degli altri le cose andrebbero meglio. E’ fin troppo facile lamentarsi di come questo mondo vada a rotoli e poi non fare niente affinché le cose migliorino”.

Hai un cagnolino, Foster, che hai salvato dall’abbandono. Lo trovasti legato a un palo e da quel momento non te ne sei più separato; com’è il vostro rapporto?

“È la mia ombra, o forse sarebbe meglio dire che io sono la sua? Scherzi a parte, abbiamo un rapporto simbiotico, gli stessi ritmi, le stesse abitudini, la stessa cocciutaggine. Abbiamo trovato un nostro equilibrio”.

Un buon motivo per adottare un cane?

“Quando qualcuno mi chiede come fare ad adottare un cane io parto sempre dicendo di pensarci molto bene. Un cane ti stravolge la vita nel bene e nel male. Ti condiziona negli orari, negli spostamenti, nell’organizzazione delle vacanze. Un cane ha diritto ad avere un vero padrone accanto, non può essere un “giocattolo”. E, soprattutto, non può essere preso e poi riportato, come fosse un giocattolo difettoso. Come per ogni rapporto d’amore, prevede tante gioie ma anche tanti compromessi. Avete mai visto lo sguardo di una cane che è stato abbandonato? Ecco, se l’avete visto, prima di prenderne uno pensate che non farete mai in modo che il vostro cane abbia quello sguardo”.

Un tuo pregio e un tuo difetto.

“Sono una persona generosa ed entusiasta e questo è anche il mio peggior difetto, nel senso che è facile approfittarne”.

Se Francesco non fosse attore, sarebbe…?

“Uno dei miei motti è ‘ho cambiato mille volte pelle rimanendo sempre fedele a me stesso’: credo fermamente che nella vita si possa sempre cambiare idea e io, su alcune cose, l’ho fatto, soprattutto per migliorarmi, ma rimanendo, sempre e comunque, fedele ai miei principi”.



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Toni Malco: “Adesso vi canto i miei scherzi del tempo”

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La sua carriera è partita alla fine degli anni ‘70. Si ricorda la sua amicizia e la sua  collaborazione con Rino Gaetano. L’8 e il 9 giugno il pubblico romano potrà ammirarlo al Teatro Greco

di Mara Fux

È un cantante e cantautore romano. Uno di quelli che sanno emozionare il pubblico e trovano sempre il modo di farsi apprezzare. Ha alle spalle cinque album, tutti composti di belle canzoni e di bellissime melodie.

E con questo, Toni, a che quota siamo con i dischi? 

“’Scherzi del tempo’ è il mio sesto singolo mentre gli album sono cinque. E’ il frutto del mio incontro con Luigi Lopez, paroliere a cui si deve la lirica di canzoni belle da fare accapponare la pelle come ‘La nevicata del ’56′ o ‘La notte dei pensieri’, e col quale si è creata un’empatia prima umana e poi artistica”.

Perché l’hai chiamato “Scherzi del tempo”? 

“Perché credo che gli scherzi che il tempo combina siano un tema che riguarda un po’ tutti e che ci accomuna; penso che chiunque, avendo la possibilità di tornare indietro nella propria vita, verrebbe cambiarne qualche momento, qualche episodio. ‘Scherzi del tempo’ è un brano autobiografico che credo coinvolga un po’ tutti. E’ una canzone diversa, una ballata, direi, seduta e riflessiva che mi ha permesso di fare quello che più mi piace ovvero suonare e cantare dal vivo”.

Il brano è già in circolazione sul web: come sta reagendo il pubblico? 

“Bene, è un brano molto ascoltato e scaricato il che significa che piace aumentando le aspettative che ho del suo successo; questo è merito della tecnologia di oggi che ci permette di testare il gradimento di chi ci segue. Tutt’altra cosa da quando vinsi il Telegatto di Sorrisi e Canzoni”.

1978, giusto? 

“Sì, da un paio di anni vivevo suonando e cantando sulle navi da crociera quando la RCA che era una delle più grandi case discografiche di allora, mi fece firmare un’opzione e mi iscrisse a questo Festival di nuove proposte dal quale uscì stringendo il Telegatto di Sorrisi e Canzoni. Senza alcun tipo di raccomandazione, senza nessuna spinta, io che fino a quel momento non avevo vinto mai niente nemmeno all’estrazione della festa parrocchiale”.

E quel punto che hai fatto? 

“E che ho fatto: ho buttato tutto all’aria e mi sono dedicato appieno a questa attività; pensa che da poco mi era arrivata la lettera di assunzione dalla direzione dell’azienda in cui lavoravo come grafico, roba che se avessi proseguito a quest’ora sarei bello e tranquillo in pensione da almeno cinque anni. Invece io davanti agli occhi sbigottiti di mio padre, con la lettera ci ho fatto un aereo planino e l’ho lanciata dalla finestra. Mio padre non mi ha parlato per tre mesi”.

Uno scherzo del tempo di cui ti sei pentito? 

“Beh forse col senno di poi considererei quella lettera in maniera differente, magari avrei potuto accettare e prendere delle aspettative o fare delle sospensioni temporanee per portare avanti la mia passione. Non so”.

Quindi ce ne sono di momenti della tua vita a cui rimetteresti mano? 

“Sicuramente ce ne sono parecchi anche se non potrei individuarne qualcuno di preciso; però non so se davvero ci rimetterei le mani perché se sono come sono è perché il viverli in quella maniera mi ha formato. Forse terrei molto più ai miei rapporti, sarei meno superficiale con le donne perché si sa, quando sei giovane e belloccio non ti rendi conto di tante cose”.

La vera donna della tua vita è Giulia? 

“Sì, mia figlia che ha dodici anni; è una grande molla per me, in tutto; condividiamo tanto. Anche a lei piace la musica, suona il pianoforte”.

Ti stai confrontando anche con lei per il concerto di “Scherzi del tempo” al Teatro Greco l’8 e il 9 giugno a Roma? 

“Soprattutto con lei: il concerto di Roma è quello cui tengo in assoluto di più perché vi assistono tutti i miei amici del cuore, le persone più prossime. Poi quest’anno ho azzardato a replicarlo per cui anziché una data ne faccio due quindi anche lo stress organizzativo è doppio”.

Hai una band di professionisti ciclopici accanto, come puoi aver paura? 

“Hai ragione ma proprio per questo il carico è fortissimo. Ci stanno Stefano Zaccagnini e Gino Mariniello alle chitarre, i keyboards sono Gianni Aquilino e Paolo Iurich, Mimmo Catanzariti è al basso, Andy Bartolucci alla batteria e non scordiamo la magnifica vocalist Benedetta Fumagalli: siamo una squadra fortissima”.

A proposito di squadra: come la mettiamo con l’Inno della Lazio? 

“E’ stata la croce e la delizia di tutta la mia vita artistica successiva perché da quel momento mi è stata cucita addosso un’etichetta che in tanti ambiti è stato complicato gestire. Ma con ciò non mi lamento perché è una canzone a cui voglio molto bene”.

Teatro Greco Via Ruggero Leoncavallo 10/16 (Roma) Tel. 06.8607513



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Roberta Pedrelli: Una star a tinte giallorosse

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Se la Roma avesse compiuto l’impresa contro il Liverpool guadagnandosi la gioia della finale di Champions League, per i tifosi giallorossi i motivi per sognare sarebbero stati più d’uno. Fra questi, al Circo Massimo, li avrebbe attesi una sorpresa che non avrebbero dimenticato tanto facilmente. Roberta Pedrelli, conduttrice tv e radiofonica, social influencer ed emblema di femminilità e sensualità, li avrebbe stupiti con un’esibizione che avrebbe riportato alla mente di tutti l’indimenticata sfilata in bikini di Sabrina Ferilli. Svanita (per quest’anno) la possibilità di tradurre il sogno in realtà, Roberta Pedrelli resta un sex symbol a tinte giallorosse, capace di trasformarsi in star dei social a tifosa incallita della “magica” con tanto di presenza fissa sulle tribune dell’Olimpico. Un successo crescente che l’ha portata sul grande e sul piccolo schermo, che l’ha resa un’autentica vip sulle riviste patinate anche alla luce di una storia d’amore passata e finita con un calciatore e che negli ultimi tempi l’ha vista esplodere sui social network. In particolare su Instagram, dove decine di migliaia di persone la seguono, la commentano, la sbirciano e la scrutano in cerca di una fotografia “forte” e di un contenuto interessante. Ma, per i più curiosi, in Bulgaria c’è un “pezzo” da collezione imperdibile: proprio nel mese di giugno, Roberta è stata scelta dalla celebre rivista Playboy per un servizio che unisce femminilità ed arte, sensualità e ricerca della giusta posa. Un trionfo di dolcezza ed erotismo imperdibile per chi da 7 anni la segue su TeleRoma 56, dove co-conduce “Il processo dei tifosi”. Se il calcio è la sua sana malattia, il mondo dello spettacolo è l’universo nel quale sguazza a meraviglia.

Come nasce la tua avventura in tv?

“Comincia non appena divento maggiorenne: sono sempre stata attratta da questo mondo, non ho mai avuto problemi a celare il mio egocentrismo e il gusto di mettermi in gioco. Mi è sempre piaciuto essere al centro dell’attenzione in un modo elegante e sano. Ed allora, ecco che ho varcato la porta del mondo dello spettacolo”.

E sono arrivati tanti traguardi.

“Ne ho collezionati di prestigiosi. Mi piace ricordare la mia partecipazione alle puntate di Piazza Grande al fianco di Giancarlo Magalli, varie presenze in film di successo come ‘Beata ignoranza’ o ‘Stai lontana da me’. Ho trovato la tv il palcoscenico ideale per mostrare la mia genuinità. E lo penso ancor oggi: mi diverte l’idea di condurre un programma in diretta, di essere in onda senza filtri, con l’esigenza di improvvisare”.

La popolarità è andata crescendo anche sul web.

“Ho voluto sperimentare, mettermi in gioco in vari campi. Ho preso parte agli sketch video della ‘Serie romanista’ che hanno raccolto milioni di visualizzazioni. È stato un modo inedito, curioso e interessante per entrare in contatto con la gente. Penso che questo mi abbia presentata al pubblico nella mia verve più comica, semplice”.

In un modo o nell’altro, la Roma e il calcio fanno parte di te.

“Ho avuto una bellissima storia d’amore con Mancini, ex giocatore giallorosso, sono stata madrina della Civitanovese e sui social mi piace mostrare il mio lato di tifosa”.

Qualcuno dice che saresti la madrina ideale della Roma, soprattutto se arrivasse il momento di festeggiare…

“E io dico che accetterei di buon grado quel ruolo, vista la comprovata fede giallorossa! Andavo a Trigoria con papà, mi ricordo il cuore battere forte quando mi venne presentato Bruno Conti. Attaccavo le figurine dei calciatori sul diario, avevo tutto il materiale del CUCS, il gruppo che raccoglieva i tifosi più affezionati. Da madre in figlio, ho trasmesso l’amore verso questa squadra e insieme andiamo allo stadio per tifare Roma. Più di così!”.

Naturalmente, c’è molta carne al fuoco.

“Ho in programma una collaborazione cinematografica con un cast importante, fra cui alcuni attori di Gomorra, le cui riprese si terranno a Matera. E mi piacerebbe vivere l’esperienza del reality. Ma di più per scaramanzia non aggiungo”.

Dalla tua hai l’affetto dei followers.

“Un affetto che ricambio: molti restano stupiti quando dico che rispondo a chiunque mi scriva. Ma sono fatta così! Ho scoperto i social come mezzo di comunicazione con vecchi amici, persone lontani, ex compagni di scuola e di lavoro. Oggi li utilizzo anche per fini lavorativi ma cerco sempre di rappresentare la mia vita. Non posso ignorare chi mi dà importanza, non mi sentirei bene con me stessa. I followers vedono Roberta Pedrelli senza filtri, in tutta la sua semplicità quotidiana”.

CONTATTI SOCIAL

https://www.instagram.com/robertapedrelli/?hl=it



more No Comments giugno 6 2018 at 14:28


Gianmarco Vettori: “Recitare mi ha dato una felicità indescrivibile”

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di Mara Fux

Era tredicenne quando ha avuto la folgorazione per il teatro. Tutto nacque a scuola… pur giovanissimo, ha alle spalle ha già importanti esperienze artistice.

Quando ti è venuta la bizzarra idea di darti al teatro?  

“A scuola, quando mi è stata proposta la frequenza di un laboratorio teatrale in alternativa a due ore di letteratura italiana. Mi ha dato idea che ci stava, che poteva essere una cosa buona integrare il programma di letteratura italiana avvicinandosi alla letteratura teatrale. Quindi mi sono iscritto e alla fine dell’anno mi sono ritrovato ad interpretare ‘Novecento’ di Alessandro Barricco, scoprendo, nel salire sul palcoscenico, cosa fosse veramente il teatro; teatro che da quel momento mi ha cambiato la vita donandomi una felicità così grande e indescrivibile che oggi mi impegno per ridargliela tutta a mia volta, a questa meravigliosa arte. Tutto questo è successo dieci anni fa”.

Quindi avevi 13 anni? 

“Esattamente, da lì ho iniziato a fare tutti i corsi ed i laboratori possibili, non vedevo l’ora di finire le lezioni scolastiche per scappare in teatro”.

E i tuoi genitori come l’hanno presa? 

“All’inizio non bene, ad esser sinceri, ma solo perché non capivano che facessi ore e ore fuori casa, lasciando da parte quelle attività da ragazzi che tutti i miei coetanei facevano. Ma come facevo a spiegarglielo? Nell’avvicinarmi al palcoscenico provavo una sensazione intangibile ma al tempo stesso di estrema concretezza. Questa arte ogni volta che le vado vicino mi accende di un’emozione grandissima che posso immaginare solo che sia la stessa che provi un sacerdote ogni volta che vedendo la croce rinnova la sua chiamata”.

Cosa è scattato poi in loro, visto che oggi ti sostengono a pieno? 

“Sicuramente quando hanno assistito a Novecento hanno capito il perché di tutto il mio impegno e mi hanno considerato in una luce diversa; probabilmente non hanno più visto il figlio ma qualcosa di nuovo e finalmente hanno capito. Poi la prova del nove sul mio percorso l’hanno avuta quando, uscito da scuola, mi sono iscritto al Centro Artistico Internazionale ‘Il Girasole’ dove mi sono diplomato dopo tre anni”.

Quale è stato il primo spettacolo interpretato successivamente? 

“E’ stato un testo di Gianni Clementi e da lui stesso diretto ‘Romeo l’ultrà e Giulietta l’irriducibile’, in cui interpretavo Mercuzio”.

Tanti giovani attori tutti assieme con la stessa voglia di emergere: come ti sei rapportato con loro? 

“E’ andata bene, anche al di sopra delle mie stesse aspettative. Col gruppo si è creata subito una forte coesione e per quanto riguarda il rapporto mio individuale col mio personaggio ho potuto mettere in pratica tutto quello che avevo studiato ed assimilato. Da quello spettacolo stanno succedendo tante cose, sto avendo tanti incontri con tanti registi che hanno visto e apprezzato la mia interpretazione di Mercuzio, il che premia il lavoro meticoloso che ho fatto sulla costruzione del personaggio che ha goduto anche di una sua specifica fisicità. Mi sono molto divertito ad interpretarlo e credo che questa sia la prima soddisfazione di un attore: divertirsi perché è il mestiere più bello del mondo”.

Lo vedi come un mestiere? 

“Bisognerebbe intavolare un discorso per spiegare il termine mestiere e quello professione. Sì è il mio mestiere ed anche la mia professione nel senso che è così che io timbro il mio cartellino anche se in realtà per farlo non mi limito al gesto della timbratura ma studio di continuo per poter ogni giorno progredire e crescere per poter dare il meglio”.

Progetti futuri? 

“Sì, tante cose si stanno muovendo, tante energie di questo cosmo in cui io credo fortemente e che presto si canalizzeranno concretizzando progetti sia nel cinema che in teatro”.

Qualche rimpianto? 

“No perché questa grande arte mi ha dato e mi da tanta gioia ogni volta che ci incontriamo. In qualche modo mi ha catturato facendomi subito innamorare di lei per cui io sento di non aver vissuto la mia adolescenza come un adolescente qualunque perché vivevo quell’età in modo diverso, leggevo in modo diverso, guardavo film scegliendoli in modo diverso rispetto a tutti i miei compagni. Andare in discoteca, lo facevo come anche andare a mangiare una pizza ma queste cose a me non davano la stessa gioia che mi dava assistere ad una rappresentazione teatrale. Magari quello che dico può far pensare che io ne provi rimpianto ma non è così; ho avuto la fortuna di incontrare a 13 anni la mia vocazione, quello che ero chiamato a fare dalla vita il che è davvero una fortuna perché purtroppo non tutti nella vita riescono a sviluppare quanto veramente vorrebbero”.



more No Comments giugno 6 2018 at 14:26


Spero Bongiolatti: Trentasei concerti in tutto il mondo

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di Alessia Bimonte

Trentasei concerti in quattro mesi, una media di 2 live a settimana, e più di 1500 spettatori a spettacolo. Questi sono i numeri della tournée internazionale del Tenore Spero Bongiolatti che si è appena conclusa. Una tournée che ha toccato, tra dicembre ad aprile, il centro America, i Caraibi Francesi e quelli Inglesi (Martinique, Guadalupe, Barbados, Aruba, Antigua, Bonaire, Grenada, Curaçao, Santa Lucia, ecc.).

Bongiolatti si è esibito in repertorio popolare e internazionale classico che spazia tra arie d’Opera di Gioacchino Rossini, Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini, passando dall’Operetta di Franz Lehar, Romanze da Camera tra Schubert e Leoncavallo, arrivando ai giorni nostri con Caruso di Lucio Dalla, Ennio Morricone, Nicola Piovani con le migliori colonne sonore (Nuovo Cinema Paradiso, C’era una volta in America, La Vita è bella). Ma anche con proprie canzoni perché Bongiolatti è anche cantautore e con il suo brano “Sei” – composto per la moglie – ha avuto un successo personale di critica e pubblico davvero incredibile. Insomma un vero proprio excursus musicale dall’800 ai giorni nostri nella Voce del Tenore Bel Cantista.

“Ho constatato che in luoghi così lontani dal nostro Paese il bel canto italiano entusiasma e anima il pubblico in modo davvero energico e positivo”, spiega appena rientrato in Italia. “Sogno e sogno anche ad occhi aperti. E sono certo di poter dire che se ci credi fermamente e con tutto il tuo cuore di poter vivere i tuoi sogni, i sogni si possono avverare. Se ripenso a questo periodo Oltreoceano le emozioni che ho provato sul palcoscenico ogni sera sono state indescrivibili. Uno dei momenti più belli, prima di finire il live, ancora prima del bis abbassando il capo per ringraziare il pubblico, quando lo rialzavo vedevo tutto il teatro che si alzava in piedi per tributarmi una standing ovation. Che meraviglia quell’istante.

Ogni sera era una magia, una sinergia nuova con il pubblico in sala. La mia passata esperienza a teatro mi ha aiutato molto in questo. Perché a volte il Tenore tende ad essere visto come serio e ascoltato con troppa severità e solo da un pubblico di nicchia. In questa tournée invece sono riuscito a dare un tocco di novità e freschezza ad un pubblico sempre diverso con un repertorio Popolare, ma anche classico e più impegnato. Quando cantavo avvertivo che la gente in sala si apriva e si lasciava trasportare dal mio canto, dal mio modo di essere uomo e artista. Così ho potuto far uscire la mia personalità. E questo deve aver colpito le persone che non sono abituate ad interagire con artisti classici. A fine spettacolo sono venuti in molti dietro le quinte a dirmi grazie perché non avevano mai ascoltato la lirica e per chiedermi qualche consiglio su cosa ascoltare una volta tornati a casa. Questa è davvero una grande conquista personale perché riuscire a portare nel mondo il mio modo di concepire il ‘bel canto’ è il maggior successo per me. Il bel canto dell’Ottocento che si può adattare anche alla canzone contemporanea. Questo è sempre stato il mio sogno che ora finalmente si sta avverando. Questa lunghissima serie di concerti in America mi ha confermato che il modo di cantare cosiddetto Lirico o Operistico non è antico. Anzi piace a grandi e piccoli, ma deve poter emozionare e per poter emozionare bisogna che il Tenore si emozioni. Riuscire ad emozionarsi mentre si canta è la cosa più difficile da fare, ma quando si riesce allora quel momento diventa magia. Io continuo a studiare ogni giorno perché come diceva Luciano Pavarotti non bisogna mai smettere di essere studenti. Ma soprattutto mi metto in gioco ogni giorno con tanta umiltà e impegno. E posso dire con fermezza di essere grato alla vita e a Dio per tutto questo”.



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Simone Lombardo: Redattore della TV che parla al cuore

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Lavora per TV2000 e nello specifico per la trasmissione “Siamo Noi”, un contenitore dove vengono trattati temi sociali e di solidarietà e dove si raccontano storie intense e appassionanti.  L’obiettivo è porsi al servizio di un mondo migliore

di Simone Mori

Simone e la sua redazione mi hanno contattato qualche tempo fa per raccontare la mia storia. È nata così la conoscenza con il signor Lombardo, lo chiamo così per non confonderci. Quando sono arrivato nella tv dove lavora, ho scoperto quello che immaginavo: un ragazzo acqua e sapone, vivace, estroverso, pieno di idee e capace in pochi istanti di mettere le persone a proprio agio. E’ giovane e volenteroso, un vulcano e un prezioso essere umano. Eccolo qui nelle pagine di GP Magazine.

Come nasce la tua passione per la tv?

“Da piccolo sono sempre stato innamorato della tv e così insieme alla famiglia ci mettevamo davanti la tv a vedere i programmi. C’era quello che forse oggi non c’è più: un potere aggregante. Mentre vedevo i programmi di Bonolis o Frizzi, ad esempio, sognavo il mondo che c’era dietro. Chissà quante persone ci saranno dietro. Insomma era come un’attrazione fatale e già alle scuole elementari quando mi si chiedeva a cosa volessi fare da grande non rispondevo mai il medico, l’avvocato o cose simili, ma lavorare in tv. Con il passare del tempo ho coltivato queste passioni e devo ringraziare mio nonno che è anche il mio mentore. Lui ha sempre amato stare con le persone ascoltandole e raccontando storie e barzellette ed io credo di aver assorbito molto da lui queste sue qualità. Amo fare stare bene le persone, farle sorridere. Il sorriso è gratis e bisogna elargirlo”.

Il tuo essere positivo ti ha aiutato nella vita, allora?

“Moltissimo. Attraverso gli alti e i bassi della vita ho compreso me stesso ed ho imparato ad essere gioviale. Se tutti riuscissimo a cogliere il meglio dagli altri e non sempre soffermandoci invece nella ricerca dei difetti, il mondo sarebbe un posto più bello. Ricordo la frase di un professore di filosofia: ‘La vita è un continuo divenire’. Ed è la verità”.

E l’arrivo in tv come è avvenuto?

“Prima c’è stata la radio: una grande scuola e poi ho iniziato a fare uno stage a TV2000 e da lì è partita una grande avventura che dura ancora oggi. Nel frattempo però tra lo stage e l’arrivo stabile a TV2000 ho fatto mille cose diverse: accademie, corsi e cose simili, anche per capire se era davvero quello che volevo”.

Ed era quello che volevi?

“Sì lo era, anzi lo è. Una settimana prima dell partenza prevista con la mia fidanzata per Londra, mi è arrivata la chiamata per un colloquio a TV2000 ed ho iniziato questa esperienza che dura da più di 3 anni ed ho conosciuto persone straordinarie come il direttore Paolo Ruffini. L’arrivo alla trasmissione pomeridiana ‘Siamo Noi’ mi ha cambiato molto. Un gruppo di lavoro straordinario anche al di fuori della sfera lavorativa. Ho scoperto che è possibile cambiare con piccoli gesti la vita di molte persone e la mission della trasmissione è quella: porsi al servizio di un mondo migliore”.

Ami raccontare l’Italia. È questa la vera arma vincente della trasmissione dove lavori insieme al tuo gruppo?

“Massimiliano Niccoli e Gabriella Facondo, i conduttori del programma, sono due persone straordinarie che si amalgamano ottimamente. Ognuno di loro da qualcosa al programma e questo contribuisce alla grande armonia e voglia di fare. Io da due anni vado in diretta nel programma e mi occupo anche dei social. Lo scorso anno ad esempio avevamo uno spazio sulla memoria. Ricordavamo un evento e se ne parlava. La storia insegna, la storia deve essere pane quotidiano. Questo poi essere tramite tra il pubblico e la trasmissione mi inorgoglisce. Si avvicina molto al mio spirito di condivisione. Leggere messaggi, email, sms e dare le notizie è bello , ma voglio ancora imparare ed ho l’opportunità di farlo con Dario Quarta, una delle persone più importanti nella mia crescita professionale. Ti confesso una cosa: appena arrivo in trasmissione lascio i problemi e la tristezza fuori e lo faccio in maniera naturale. Questo per me è bellissimo”.

Hai incontrato tanta gente in questi anni. Ogni giorno ospiti diversi: qualche ricordo particolare?

“Tantissimi. Dall’imprenditore che ha abbandonato la sua attività per andare a vivere una vita diversissima, a persone che hanno assunto dei disoccupati con una semplicità e con una normalità che dovrebbe essere la regola e non l’eccezione. Poi le persone con disabilità che hanno avuto la forza di aiutare il prossimo e di non mettersi da parte. Se poi dovessi citare una cosa mia, un po’ bizzarra se vogliamo, è quando sono venute tre persone in pellegrinaggio dall’Alto Adige con i lama e sono passati dopo l’udienza dal Santo Padre nel piazzale di Tv2000. Intervistarli è stato bello e comico allo stesso tempo perché temevo che i lama potessero giocarmi qualche brutto scherzo. (ride) In ogni caso raccontare la faccia di mondo bella, fatta di brave persone, solidali, oneste, gentili è il must della nostra trasmissione. In poche parole quello che mi ha dato questa trasmissione è la consapevolezza di avere tanta forza dalle storie che raccontiamo. E credo che a casa questo messaggio passi e arrivi. Parliamo spesso di immigrazione anche con approccio diverso: persone che sono venute in Italia e che hanno creato imprese e lavoro. Hanno dato loro la possibilità agli altri e questo deve essere raccontato. Ad esempio, qualche tempo fa è venuto un signore persiano che doveva rimanere in Italia solo qualche giorno; invece ha aperto un locale di cucina fusion a Palermo e lì le persone si confrontano e parlano senza pregiudizi”.

Simone è un fiume in piena, racconta e racconta e poi racconta tantissime sue esperienze e lo fa con naturalezza e dolcezza, con pacatezza e quell’entusiasmo verso il mondo che farebbe bene insegnare già all’asilo. Lo spazio è quello che è, ma vi consiglio di mettere spesso TV2000 e guardarlo nella trasmissione “Siamo Noi”.



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