Carlotta Paolacci e Samuele Telari: Due talenti a suon di musica

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Lei è una flautista e lui un fisarmonicista. Lei si chiama Carlotta Paolacci e lui Samuele Telari. Hanno un curriculum musicale eccelso, fatto di studi e partecipazioni a concerti di prestigio. Carlotta nel 2013 è stata accademista presso l’Orchestra Filarmonica di Strasburgo, con la quale collabora tuttora. Samuele, invece, è uno dei più giovani talenti della fisarmonica e ha collaborato e collabora attivamente anche con artisti del mondo teatrale come: Giorgio Panariello per lo spettacolo “Panariello non esiste” (Arena di Verona), Idalberto Fei per “Onde” Festival Nuova Consonanza, Sandro Cappelletto per “Mi chiamo forse, Alì” con musiche di Matteo D’Amico e Fratelli Mancuso. Recentemente Carlotta e Samuele hanno suonato insieme in un concerto molto applaudito.

Carlotta e Samuele, presentatevi.

Carlotta: “Sono Carlotta, ho 30 anni, e sono nata a Roma ma ho vissuto a Tivoli, dove ho avuto il primo approccio con il flauto, all’età di 11 anni. Lo studio della musica è stato motivo di stimolo e crescita, fin quando a 16 anni ho cominciato a pensare di voler diventare una professionista. Per questo, sono espatriata in Francia dopo il diploma, dove ho terminato i miei studi musicali nel 2015: una laurea ed un Master in interpretazione musicale all’Università, ma anche un Diploma Superiore ed un Master di strumento all’Académie Supérieure de Musique (Strasburgo). Oltre allo studio, mi sono esibita tra l’Italia, la Francia e la Germania (dove attualmente seguo una formazione specifica per solisti d’orchestra), e sono appassionata di pedagogia: per questi motivi, amo suonare con diversi ensembles, ed ho ottenuto un Master in Pedagogia, specifico per il mio strumento”.

Samuele: “Sono Samuele. Fisarmonicista, diplomato al Conservatorio Santa Cecilia di Roma con il Maestro Massimiliano Pitocco. Mi dedico principalmente all’esecuzione di musica classica, dalle trascrizioni barocche fino alla contemporanea, pur nutrendo un interesse e una passione per tutti i generi musicali. Infatti cerco di esplorarli il più possibile non solo come solista, ma anche in formazioni cameristiche”.

Perché si fa musica?

Carlotta: “Faccio musica in primis per me stessa, un po’ egoisticamente, perché mi permette di esprimermi e di farmi stare bene. Ovviamente, la musica si fa anche per gli altri, cercando di trasmettere emozioni ed energia. Il punto è, che se la musica non dà nulla a chi la fa, non è possibile emozionare gli altri. Quando un vero musicista si esibisce, dona tutto sé stesso, e non si risparmia mai: al di là della tecnica e della perfezione”.

Samuele: “Domanda delle domande, forse. Perché è una necessita dell’uomo, che l’ha sempre ricercata e per sempre lo farà”.

Perché il flauto e perché la fisarmonica?

Carlotta: “É un abbinamento non troppo comune, ma il connubio tra i due strumenti risulta frizzante e brillante: unisce il carisma e la forza della fisarmonica, alla delicatezza, alla virtuosità e allo charme del flauto. Il repertorio poi, è tutto da scoprire o da riscoprire: anche se non originale, a volte, le trascrizioni sono davvero efficaci e d’effetto. Personalmente, sono stata soddisfatta di aver mostrato al pubblico che l’idea di fisarmonica, non corrisponde solo a quella di strumento popolare e folkloristico, anzi”.

Samuele: “La fisarmonica è stato un amore nato pian piano per me. Una volta scoppiato e maturato però, è stato travolgente. Se la dovessi scegliere tra gli altri strumenti lo farei per il suo timbro, e per il gesto che richiede suonarla”.

Quanto è formativo e importante per la crescita individuale lo studio della musica?

Carlotta: “Credo sia fondamentale per la crescita individuale. Lo studio della musica insegna la disciplina, il sacrificio, la dedizione (oltre che ad aprirsi e mettersi in gioco). Come dico sempre ai miei allievi, non si studia musica solo perché ci piace, ma anche perché ci insegna tutto questo: nella vita sarà molto utile, in ogni campo. Essendo l’unica forma d’arte che non si può ‘toccare con mano’, e che cambia a seconda di chi la interpreta passando prima dal ‘creatore’ (il compositore), poi all’artista ed infine a chi la giudica e la ‘sente’, penso sia formativo per tutti imparare uno strumento e ad esprimersi attraverso di esso”.

Samuele: “Moltissimo, anche se non sempre viene presa in considerazione come disciplina veramente educativa. Insegna in primis il rispetto delle regole, il ragionamento, l’analisi; sviluppa la concentrazione, la coordinazione tra pensiero e corpo. Suonare insieme ad altri inoltre insegna le basi di una società civile: l’ascolto, il rispetto della libertà altrui, il dialogo”.

La musica è silenzio. Tutte le note che suoniamo incorniciano il silenzio ha detto Miles Davis: condividete?

Carlotta: “Sì, condivido. Intanto, senza silenzio, non ci sarebbe musica. Il ‘silenzio’ in senso metaforico, spinge spesso verso la voglia di fare musica. Anche il silenzio reale è musica: si insegna agli strumenti non a fiato (che non hanno quindi il bisogno fisiologico di respirare per suonare) a respirare tra una frase musicale e l’altra: anche questo, in qualche modo, è silenzio. Poi c’è il silenzio dei pochi istanti prima di iniziare un brano, colmo di concentrazione, o quello vero, in una composizione, in cui si dice a volte molto più con quei silenzi, che con tutte le note già suonate. E poi quello finale, in cui si aspetta la fine dell’emozione appena suonata, per poter tornare alla realtà”.

Samuele: “Difficile dar torto a questo immenso artista. Il suono di fatti nasce dal silenzio, inizia nella testa dell’esecutore, passando per il suo respiro e attraverso il gesto si realizza. Il silenzio, la pausa, è dunque  generatore di musica.

Cosa può fare la musica per gli altri e cosa potete fare voi per la musica?

Carlotta: “La musica può aiutare gli altri ad esprimersi ed a volte anche a far uscire la parte migliore di sé, a sentirsi più forti e sicuri. Io per la musica posso aiutare a diffonderla a chi vuole ascoltarla, ed interpretarla al meglio che posso, dando la mia versione”.

Samuele: “Anche se retorico, essa può davvero travalicare lingue e culture, unire e far riflettere persone provenienti da diverse culture. Noi possiamo metterci al suo servizio, portarla dove ce n’è più bisogno, a chi la cerca, e trasmettere ciò che noi finora abbiamo tratto da essa”.

Quali sono i sogni nel cassetto ancora da aprire?

Carlotta: “Non sono molti, ma uno è sicuramente tornare in Italia come musicista d’orchestra (è più un’utopia, purtroppo). In generale mi piacerebbe far parte di un’orchestra e continuare a fare concerti”.

Samuele: “Non ce n’è qualcuno in particolare. Desidero continuare a nutrire il mio interesse verso la musica in generale, cercando di non sentirmi mai appagato. Coltivare la musica per il resto del mio tempo”.

Da Bach a Piazzolla, il concerto: è la voglia di far conoscere e aprire a tutta la musica?

Carlotta: “É più che altro la voglia di sperimentare un repertorio inusuale: ciò che è comunemente suonato al flauto, non lo è alla fisarmonica, e viceversa. Tuttavia, il risultato, anche a detta del pubblico (che è poi il fruitore principale), è brillante e spumeggiante”.

Samuele: “La volontà di dare continuità a secoli di musica, di far capire come il presente sia indissolubilmente legato al passato. Anche il tentativo di rivisitare brani con strumenti diversi a quelli pensati originariamente”.

Il brano che vi è piaciuto di più suonare in questo concerto? Da dedicare ai nostri lettori.

Carlotta: “Il brano che ho preferito suonare è stato ‘Tango pour Claude’ di R. Galliano. Sento dentro quel brano molta energia e positività, ma allo stesso tempo una forte malinconia: questo contrasto lo rende, a parer mio, un pezzo ricco di significato e di comunicatività”.

Samuele: “’Histoire du Tango’ di Piazzolla”.



more No Comments aprile 10 2018 at 12:14


Italo Spinelli: “Da’wah” (L’Invito)

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È un regista, fondatore e direttore di “Asiatica Festival”. Un evento che da diciotto anni unisce, dal punto di vista cinematografico, Roma con l’Oriente. A maggio uscirà il suo film documentario girato in Indonesia

di Marisa Iacopino

“Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. E’ quanto sosteneva il grande Ingmar Bergman, ed è in questa direzione che si muove l’attività artistica di Italo Spinelli, regista, fondatore e direttore di “Asiatica Festival”, che da diciotto anni si pone come ponte cinematografico tra Roma e l’Oriente, promuovendo la cultura asiatica attraverso proiezioni, musica, incontri d’autore.

Da cosa nasce la passione per il cinema asiatico?

“La prima folgorazione a Londra, a una retrospettiva di Satajit Ray. E poi un innamoramento più vasto, tra culture, coltivato nel corso dei viaggi in Asia. La storia, la politica, l’arte, la musica, l’architettura, la letteratura, le religioni, i paesaggi – soprattutto urbani – e la fascinazione per le genti che vivono e animano l’Asia e il Medio Oriente, hanno esercitato su di me un’attrazione incondizionata. Il cinema riannodava queste esperienze, facendo crescere la conoscenza, la storia del cinema di quei paesi, l’eredità culturale e l’evoluzione estetica insieme alla passione; c’era una specie di rivelazione, d’ispirazione. Un innamoramento, appunto. Espressione che avrei poi condiviso con Bernardo Bertolucci con il quale ho collaborato in qualità di aiuto regista e casting director”.

Il tuo amore per il cinema risale al tempo del Liceo. Quali sono stati i primi approcci con l’esperienza di regia cinematografica?

“All’inizio degli anni ’80 a New York, dopo la scuola di cinema alla N.Y.U, iniziai a realizzare cortometraggi. Nel 1980 il primo film in Super8 ‘Doppio Movimento’, nel 1989 il lungometraggio ‘Roma Paris Barcelona’ in co-regia, che venne premiato in diversi festival internazionali. Mi sono poi appassionato e dedicato ai documentari e ai reportage, molti dei quali in Asia, per la Rai”.

Ti sei occupato anche di teatro…

“Sì, mi sono dedicato molti anni all’attività teatrale in qualità di regista, per istituzioni come il Piccolo Teatro di Milano e il Teatro Stabile di Roma; attività che prosegue fino ad oggi”.

Lungo il percorso “Asiatica – Encounters with Asian Cinema”, hai incontrato collaboratori internazionali di grande spessore. Cosa ha significato lavorare con loro? 

“In India, per il mio film ’Gangor’ ho collaborato con un cast, sia artistico che tecnico, totalmente indiano, trovandomi a perfetto agio. Con ‘Asiatica’, ho avuto il privilegio d’incontrare e conoscere registi quali Abbas Kiarostami, Tsiai Ming liang, Hou Hsiao–Hsien, Garin Nugroho, Brillante Mendoza, Asghar Farhadi, in cui ho riscontrato qualità comuni. Con le dovute distinzioni, mi sembra che per loro fare cinema significa pensare e vivere la propria vita in modo interrogativo, scegliendo e interpretando storie e fatti, luoghi e prossimità. La giusta distanza dal soggetto, le inquadrature, diventano esercizi di verità, direi un valore etico individuale e di assoluta libertà. Questi registi cercano di fare cose che non sono state fatte o che si era dimenticato come fare. Al pari dei poeti, i veri registi – a qualsiasi latitudine -  sanno che la nostra vita è da ripensare, soprattutto nella parte privata che riflette la società in cui viviamo. Si tratta costantemente di mettersi in gioco. Ciascun regista lo fa a modo suo”.

L’incontro artistico tra culture può contribuire ad abbattere i muri innalzati da incomprensioni politiche, ovvero da fedi religiose in apparenza spesso inconciliabili?

“Assolutamente sì. L’alternativa, che in questi tempi purtroppo affiora, è l’imbarbarimento”.

Quale messaggio vuoi trasmettere al pubblico italiano attraverso il film documentario “Da’wah” (L’invito) girato in Indonesia?

“’Da’wah’, che dovrebbe uscire a maggio in alcuni capoluoghi italiani e contemporaneamente in Indonesia, oltre che attraverso un tour nelle università in USA, vuole mostrare una visione dell’Islam tollerante, far conoscere diverse scuole di pensiero. E la forza della gentilezza che accompagna gli adolescenti di un collegio coranico, in una parte del mondo che l’Europa conosce ancora troppo poco”.

Nel 1998, hai firmato la regia di un film sulla Cambogia. Prima ancora, nel 1991, un episodio nel film collettivo: “Corsica”. Se il pensiero dell’essere umano trae origine dal contatto con la terra in cui nasce, secondo te può modificarsi in rapporto a una terra nuova che lo ospiti?

“E’ una domanda che richiederebbe una risposta approfondita. Da una parte credo che siamo esseri multipli, viviamo contemporaneamente diverse identità. D’altra parte penso che modificarsi in una terra nuova è una necessità, e spesso comporta – dolorosamente – l’abbandono dell’identità di appartenenza da cui proveniamo. E’ un processo sia di solitudine che di rigenerazione. Dal vuoto che lascia la terra in cui si nasce, può germinare l’impulso creativo. Molto dipende dall’accoglienza nella nuova terra, se ci sono muri che separano e isolano o linfa vitale dove l’albero può crescere”.

Progetti in fieri?

“Tanti, dal teatro al cinema: inshallah”.

Se dovessi definire il tuo lavoro con un aggettivo.

“Magnifico, un lusso”.



more No Comments aprile 10 2018 at 12:09


Maria Elena Fabi: “Cresciuta a suon di GR a casa di mio nonno”

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Deve la sua fortuna a Renzo Arbore, una costante nella sua vita professionale, Maurizio Costanzo e Michele Guardì, personaggi che stima molto. Da qualche anno è inviata nel programma di “Uno Mattina in Famiglia” e il suo esordio è avvenuto a Rai International. Sta lavorando anche per un programma sportivo in onda su un canale digitale

di Silvia Giansanti

Conduttrice televisiva e radiofonica, giornalista e con qualche esperienza come attrice. Questa è Maria Elena Fabi, affascinante e giovane donna, a cui Renzo Arbore, il suo pigmalione, ha raccomandato di non svelare mai l’età. Nata a Milano ma con origini campane, è cresciuta a suon di GR a casa del nonno, un musicista e appassionato d’arte, tanto da versare una lacrima dietro le quinte durante la sua prima trasmissione su Radio Uno, in ricordo di ciò che è andato via per sempre. Maria Elena dimostra una spiccata sensibilità, anche per via del suo amore per gli animali e per i gatti in particolare. Lavora in un settore che, secondo lei, è composto da tanta gente di grande umanità. E’ pur vero che bisogna pedalare e sgomitare per mantenere ciò che si è conquistato con il sudore, ma ciò non toglie che si possano incrociare persone magiche. Una su tutte, Robert Miles, che Maria Elena ricorda con i brividi addosso.

Maria Elena, da dove e come è partita la tua avventura in questo campo?

“La prima persona che mi ha tenuto a battesimo è stato Renzo Arbore che ho incontrato ad un provino a Rai International quando avevo diciotto anni. All’epoca era il direttore artistico ed è rimasto folgorato, tanto da invitarmi a fare un programma. Aveva individuato in me una potenziale futura conduttrice e inviata tv. Ricordo che ero molto sorpresa e contentissima. Ma quando Renzo è andato via per varie vicissitudini, lasciando così il prestigioso incarico, ho visto sfumare il mio sogno”.

Ti sei persa d’animo?

“Affatto. Sono tornata prima in Campania e poi sono andata in Puglia a lavorare presso Radionorbatv e ho avuto qualche esperienza teatrale con persone che sono divenute poi le nuove leve. Ho studiato recitazione in una scuola importante e ho anche frequentato la scuola di giornalismo. Nel frattempo Rai International mi ha richiamata per sostenere un provino, entrandoci così nel 2004. Sono rimasta a lavorare lì fino al 2009 in qualità di conduttrice e autrice di programmi. Ho avuto occasione di prendere parte a programmi molto importanti della rete e ho viaggiato molto in quel periodo con destinazioni New York, Canada, Cina… insomma tutto il mondo. Ho avuto una carriera internazionale che però ad un certo punto della mia vita ho dovuto interrompere”.

Per quale motivo?

“Perché mia mamma si è ammalata di cecità e ho dovuto starle vicino. Ho ridimensionato i miei impegni, facendo l’inviata Rai. Questo mi ha cambiato completamente la vita. Però nel complesso mi ritengo fortunata, poiché ho trascorso un periodo professionale indimenticabile”.

Adesso come sta?

“Vede solo ombre. E’ una situazione dura”.

Oltre alla tv, c’è stato altro?

“Sì, la radio per tre anni nella prima rete accanto ad un grande giornalista come Riccardo Cucchi. E’ un uomo eccezionale e un grande signore. All’epoca dirigeva tutti i giornalisti di Radio Uno. Oltre a questo ho ottenuto qualche parte come attrice per un paio di anni con attori importanti, anche se non sono molto portata, in quanto non so farmi dirigere”.

Altre esperienze che ti hanno lasciato qualcosa dentro?

“Nel campo musicale ho presentato ben otto edizioni del prestigioso ‘Premio Carosone’ a Napoli, dove sono passati ospiti internazionali e future leve come ad esempio Giovanni Allevi. Anche in questa occasione ho incontrato Renzo Arbore, una costante nelle mia carriera”.

Ti senti soddisfatta di far parte della grande squadra di “Uno Mattina in Famiglia”?

“Certamente, soprattutto perché c’è uno come Michele Guardì che ammiro molto. Lo speciale Sanremo fatto di recente mi ha dato tanta soddisfazione”.

Ti viene in mente qualche aneddoto durante la tua esperienza da inviata?

“Sono accadute tante cose particolari, ma mi è rimasta impressa una situazione esilarante che vide coinvolto il compianto Mino Reitano, con il quale feci uno speciale. Una signora di ottantadue anni si arrampicò addirittura su un muro per stendergli le polpette alle melanzane. Rimasi scioccata”.

Hai in breve una storia della tua vita da raccontarci?

“Una cosa bellissima che mi è capitata nella vita si chiamava Robert Miles, un grande artista che è scomparso lo scorso anno, lasciando in me un vuoto incolmabile. Una serie di situazioni mi hanno portata ad entrare nella sua vita e nella sua famiglia. Provo per questa persona qualcosa di indescrivibile che forse un giorno metterò su carta. Lo ritengo magico in tutto quello che ha fatto. E’ un uomo che post mortem mi ha insegnato il senso della vita e mi ha svelato in un certo senso il segreto della vita. Lui è il mio angelo custode, mi è sempre vicino, mi ha sempre illuminato e ho avuto prove tangibili della sua presenza”.

Sei molto social o per il giusto utilizzo?

“Sono per niente social, tanto che Maurizio Costanzo, un altro grande personaggio che ammiro e per il quale ho lavorato a Domenica In, dove ero inviata del programma, mi ha invitata ad una puntata del ‘Costanzo Show’ e sai perché? Perchè rappresento la pigrizia social in assoluto. Con grossa difficoltà ho imparato a postare qualcosa su facebook”.

Di quale personaggio sei innamorata da sempre?

“Adoro Maria De Filippi. La ammiro moltissimo come donna e come conduttrice. Lei è il mio modello, anche dal punto di vista umano”.

Qual è stato il personaggio più importante che hai conosciuto per motivi professionali?

“La prima intervista che ho fatto a New York per Rai International è stata con il Presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, ovvero con uno degli uomini più importanti del mondo. Una grande emozione”.

Ti piace la mondanità visto che vivi nella Capitale?

“La giusta dose e comunque non ho mai fatto entrare la mondanità nella mia vita privata. Sono socievole, amo più uscire con le amiche”.

Quali sono le situazioni nelle quali non ti senti a proprio agio, i tipi di persone con le quali non vorresti condividere nulla?

“Con i cinici, i tirchi e le persone negative”.

C’è stato qualche movimento in queste prime settimane dell’anno che ti ha fatto pensare che sarà un bel 2018?

“A parte una lunga influenza con tanta tosse, penso che si prospetti un bell’anno. Ho un sogno nel cassetto, mi piacerebbe avere un figlio”.

Prima l’anello?

“Per come la penso sì, infatti per il momento cerco prima il gatto nero”.

So che hai un carattere un po’ particolare.

“Sono una persona con un caratterino non facile da gestire. Sono anche un po’ permalosa”.

CHI E’ MARIA ELENA FABI

Maria Elena Fabi è nata a Milano il primo settembre sotto il segno della Vergine con ascendente Gemelli. Caratterialmente si definisce determinata, affidabile e leale. Coltiva l’hobby della lettura e della cucina. Quando può si reca alle mostre. Tifa per la squadra del Napoli e adora mangiare vongole e bottarga. Possiede un gatto di nome Micky e attualmente è in cerca di un gattino nero che le ricordi uno che aveva nell’infanzia. Le piacerebbe vivere a New York. E’ innamorata dell’amore. Ha esordito su Rai International grazie a Renzo Arbore, allora direttore artistico che l’aveva scelta per dei programmi. Ha avuto qualche esperienza teatrale e ha frequentato la scuola di giornalismo. Ha lavorato anche per Radionorbatv e per Radio Uno. E’ stata inviata per “Domenica In” con Maurizio Costanzo. Attualmente è inviata per “Uno Mattina in Famiglia”.



more No Comments marzo 6 2018 at 16:42


Paolo Ruffini: “Sono un buffoncello dall’animo cortese”

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È un attore poliedrico e ricco di simpatia. Il 19 marzo debutta al Sistina con “Up and Down”, uno spettacolo da non perdere con attori unici e speciali

di Giulia Bertollini

Con la sua comicità irriverente e spregiudicata, è riuscito a portare una ventata di allegria nelle case degli italiani. Paolo Ruffini, livornese doc, è conosciuto al grande pubblico nelle vesti di attore e conduttore della trasmissione di successo “Colorado”. Non tutti sanno però che il buffoncello di corte, epiteto con cui ama definirsi, ha anche un cuore grande. Lo abbiamo incontrato in occasione della conferenza stampa di presentazione del docu-film “Resilienza” candidato ai Premi David di Donatello.

Paolo, com’è nata l’idea di questo progetto? 

“Questo progetto è nato in seguito ad un grave lutto che ha colpito una coppia di miei amici. Infatti, il loro amato figlio Alessandro Cavallini è venuto a mancare per un neuroblastoma a soli 14 anni. Mi sono reso conto che nella lingua non solo italiana ma anche anglosassone non esiste un termine che possa identificare un genitore che perde un figlio. E’ come se nessuno avesse voluto prendere in considerazione questa condizione. Dopo questo tragico evento, ho chiesto ai miei amici cosa potessi fare per aiutarli e la loro risposta mi ha commosso. Mi chiedevano di mantenere vivo il ricordo di Alessandro. Così, assieme ai suoi fratelli, abbiamo realizzato un film dal titolo ‘Resilienza’”.

Chi è per te il resiliente?

“Per me il resiliente è colui che riesce a trasformare il limite in opportunità, è chi riesce a vedere  là dove gli altri non vedono, è colui che riesce a vivere la propria vita con coraggio nonostante la condizione in cui versa”.

Come pensi sia trattata la tematica della terapia del sorriso in Italia? 

“Credo che siano stati fatti passi da gigante e che qualcosa stia accadendo anche in questo campo. Ricordo ancora quando Papa Francesco, da buon uomo anche politico e non solo di Chiesa, indossò un naso rosso per sposare due clown-dottori. Sai, quando poi si pensa alla malattia si guarda solo alla guarigione trascurando la condizione di ammalato. Mi domando molto spesso ad esempio perché negli ospedali le coperte siano di colore marrone. Per quale motivo non prediligere invece un colore più vivace come l’azzurro? In questo traspare una tendenza molto italiana a vivere il dolore come l’unica e sola possibilità dimenticando che anche nella sofferenza ci possono essere diverse sfumature. Inoltre ti dico anche che sorridere aiuta a guarire. E questa è una realtà medica”.

Il 19 marzo debutti al Teatro Sistina di Roma con lo spettacolo “Up and Down”. Con te a recitare sul palco una compagnia di fantastici attori affetti dalla sindrome di Down. Un connubio artistico davvero singolare…

“In tanti mi accusano di fare uno spettacolo con ragazzi dalla sindrome di Down solo per altruismo. In realtà, non sanno che si tratta al contrario di un atto di puro egoismo. Io mi approfitto della loro felicità. E poi, chi li frequenta lo sa bene, riescono ad avere una fisicità che a noi manca. Basti pensare che al giorno d’oggi la maggior parte delle persone vive sui social ma ha paura poi di stringerti la mano o di regalarti un abbraccio. Stiamo diventando troppo social e poco sociali. Questi ragazzi invece hanno una confidenza con la vita che altre persone non hanno. Per questo, dico che la loro sindrome è opposta perché loro possono considerarsi davvero Up. La loro capacità di esibire la diversità con candida innocenza e con un sorriso per me è una grandissima lezione di vita”.

Oltre all’indubbia verve comica, il pubblico televisivo ha imparato ad apprezzare anche la tua nobiltà d’animo. Qual è il personaggio della TV che senti più vicino al tuo modo di essere?

“Io adoro Corrado tanto che non ci crederai ma sono arrivato a tatuarmi il suo volto sul braccio. Quest’anno poi mentre ero alla conduzione di ‘Colorado’ ho voluto ripetere un gesto che lui faceva spesso all’inizio delle sue trasmissioni. Ho scelto di scendere le scale in mezzo al pubblico. Corrado era popolare perché era uno del popolo. E anche io amo stare in mezzo alla gente tanto che quando finisco uno spettacolo abbraccio sempre il pubblico che è venuto a vedermi”.

Credi sia un dovere per chi appartiene al mondo dello spettacolo dedicarsi al sociale? 

“Un dovere no, però credo che chi lavora nel mondo dello spettacolo è molto fortunato. Pertanto, il cielo dà ma ha anche bisogno di ricevere”.

Qual è il tuo motto nella vita?  

“E’ una frase di Maria Teresa di Calcutta che dice ‘non invitatemi mai ad una manifestazione contro la guerra ma se ne organizzate una a favore della Pace invitatemi’. Peccato che in giro ci sia solo gente incavolata che se la prende per ogni minima cosa. Anche in politica avviene lo stesso. Vedo solo uomini di potere che litigano tra loro senza sviluppare una propria idea. Quanto si divertono però a contestare quella degli altri”. (ride)

Un sogno nel cassetto?

“Fortunatamente ne ho tanti. Il mio sogno nel cassetto però è riuscire ad arrivare a 80 anni e continuare a fare questo lavoro”.

Prossimi progetti? 

“Intanto, sono in tournée con lo spettacolo teatrale ‘Sogno di una notte di mezza estate’ assieme a Violante Placido, Giorgio Pasotti e Stefano Fresi. Si è creata tra noi un’intesa perfetta e ognuno è rispettoso del lavoro dell’altro. Anche il progetto di ‘Resilienza’ mi sta particolarmente a cuore e sono alla ricerca di chi voglia distribuirlo in sala aiutandomi a diffondere un messaggio di vita. E poi dal 19 marzo sarò impegnato ancora in teatro con lo spettacolo ‘Up and Down’ assieme alla mia compagnia di talenti speciali. Vi aspetto!”.



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Tommaso Labate: Il giovane “talento” del giornalismo

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È uno dei più preparati giornalisti italiani della nuova generazione. Per la sua professionalità e simpatia è apprezzato da quasi tutti i politici. Ha una grande passione: la Playstation

di Simone Mori

Trentotto anni, cosentino di nascita ma cresciuto e innamoratissimo della sua Marina di Gioiosa Ionica, Tommaso Labate è uno dei giornalisti di nuova fascia più apprezzato del panorama nazionale. Quando intervista non teme l’intervistato, quando scrive non si fa mettere facilmente i piedi sopra al suo pensiero. In questa breve, ma coincisa chiacchierata Tommaso ci racconta a che un segreto: la sua passione per la play station!

Tommaso, come ti sei affacciato al giornalismo?

“E’ il lavoro che ho sempre sognato di fare. Concretamente, ho iniziato con uno stage al Riformista di Antonio Polito nel 2003. Un anno dopo, l’assunzione e l’inizio del praticantato. Sono stato fortunato, erano gli ultimi tempi prima che la crisi economica travolgesse anche l’editoria. Uno più bravo di me, oggi, farebbe e fa molta più fatica”.

Ci ricordi le tue prime esperienze ed i tuoi primi articoli?

“La notte prima dell’inizio dello stage promisi a me stesso che avrei scritto un articolo entro il primo mese. Lo scrissi il primo giorno. Era su una sentenza della Consulta sulla legge Bossi-Fini. Il secondo giorno intervistai Lamberto Dini. Il terzo Marco Pannella”.

Hai già avuto tante”varianti” nelle tua carriera: puoi parlarcene?

“A variare è il mezzo. Carta stampata, tv, ora anche web con Corrierelive. Ma il modo di fare il mestiere è rimasto lo stesso”.

L’intervista uscirà a ridosso o immediatamente dopo le elezioni del 4 marzo. Come immagini il dopo?

“Un gran casino” (ride, ndr)

Il Rosatellum era una legge necessaria?

“Era necessaria una legge. Non il Rosatellum”.

Agli occhi dell’Europa, non avere un governo eletto dal popolo può sembrare strano?

“Per i tedeschi e gli spagnoli non credo sembri strano”.

Ci puoi dare un tuo parere sui leder italiani? Se sono veramente dei leader o i leader non esistono più?

“Leader è chi governa i processi politici, non chi li subisce. A fare dichiarazioni coi sondaggi in mano sono buoni tutti. Ma se un politico deve solo assecondare gli umori del momento, perché non metterci un robot o un computer al posto suo? Prendi la Merkel. Piaccia o no, è una leader. Possiamo dire lo stesso dei nostri capi partito?”.

La crescente xenofobia tocca ormai anche l’Italia. Cosa ne pensi?

“Sono molto preoccupato. Ma molto”.

Parlando con uno dei mie dottori siamo convenuti che l’ignoranza è il male del momento. 

“D’accordo al mille per mille. La rivoluzione oggi ha una sola parola: scuola. Fare l’insegnante non dev’essere l’ultima spiaggia per chi non trova altro. Vanno selezionati al meglio e stra-pagati. Segnalo bene, stra-pa-ga-ti”.

Sei apprezzato per la tua spontaneità e simpatia un po’ da tutti i politici. Non trovi sia vero?

“Beh, ti ringrazio Simone. È un bellissimo complimento. Spero di meritarlo”.

Il Tommaso Labate senza penna e moleskine. Sappiamo che sei tifoso dell’Inter e amante della tua terra d’origine. Poi?

“Domanda troppo lunga e complessa. Ti rivelo una cosa che sanno in pochi. Sono un malato di Playstation. Avessi più tempo libero mi iscriverei a un campionato di Pes 2018. Ti garantisco che non sfigurerei affatto”.

Anche tu ti trovi spesso con qualche hater sui social. Ti da fastidio la cosa?

“La verità? Nulla. Zero totale”.

L’ultima domanda. Come sarebbe il mondo ideale per Tommaso Labate?

“Sai qual è la parola chiave, secondo me? Fratellanza. Il mondo ideale per me è più fraterno di quello di oggi”.



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Chiara Gamberale ci racconta “La Zona cieca”

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di Irene Di Liberto

Oggi parliamo di una mia coetanea Chiara Gamberale, anche se non vi sveleremo qual è la nostra età: scrittrice, conduttrice radiofonica e televisiva e, da pochi mesi, mamma della piccola Vita. La maternità, in questo periodo, la assorbe del tutto, quindi la ringrazio doppiamente per aver trovato il tempo, tra una poppata e un pannolino, di concedermi questa intervista. Dopo quasi dieci anni dalla sua uscita, torna in libreria con il romanzo “La zona cieca”, già vincitore del Premio Campiello 2008 e con una nuova copertina.

È il 29 febbraio e in uno scalcinato luna park si incontrano, non per caso, Lidia, donna combattuta e sopraffatta dai suoi umori estremi, nonostante i vari anni passati in terapia, conduttrice radiofonica della trasmissione “Sentimentalismi anonimi”, dove gli ascoltatori chiamano per raccontare le loro storie e accogliere i suoi consigli e Lorenzo, affascinante e affermato scrittore che si rivelerà, fin da subito, egoista, egocentrico e narcisista. Il loro amore è un turbine di bugie, mezze verità e tradimenti, alcuni veri, altri presunti, ed è proprio nel bel mezzo di questa tempesta di sentimenti che appare la figura di un finto sciamano che snocciola consigli allo scrittore, affinché torni a credere in se stesso e si abbandoni alle emozioni. Questo personaggio, che nasconde la sua vera identità fino alla fine, si dimostra essenziale nella vita dei due protagonisti che hanno bisogno di trovare un loro equilibro personale, prima ancora che di coppia.

Chiara mamma: come è cambiata la tua vita dopo la nascita della bimba?

“Ancora non so rispondere a questa domanda, sai? Nelle infinite emozioni nuovissime e antiche con cui sto facendo i conti, quella che domina, dopo due mesi, continua a essere l’incredulità”.

Chiara donna: un consiglio alle donne di oggi, più multitasking che mai.

“Affido sempre ai miei romanzi anche i consigli che sento di dare, prima di tutto a me stessa… Quindi per risponderti userei il titolo di uno degli ultimi: Adesso. È questa la parola chiave, perché oggi più che mai il rischio di vivere sempre un po’ prima, un po’ dopo o a lato rispetto al momento è altissimo. E si perde molto, senza guadagnare niente”.

Chiara scrittrice: quanto di autobiografico c’è nei tuoi scritti?

“Moltissimo, sebbene ‘il realismo è l’impossibile’, come recita il titolo del bel saggio di Walter Siti sull’autofiction.

Parliamo del tuo ultimo romanzo “La zona cieca”: protagonista è Lidia che in radio, ogni notte, accoglie e raccoglie sfoghi e confidenze di persone confuse e indecise, quando lei per prima avrebbe bisogno di essere ascoltata e indirizzata. Come mai noi donne, nonostante l’emancipazione e l’apparente modernità, continuiamo a pensare prima agli altri che a noi stesse? 

“Forse perché occuparsi degli altri e dei loro mostri è un bell’alibi per non fare i conti con i nostri mostri? Me lo domando. Nel romanzo Lorenzo fugge e Lidia lo insegue. Ma siamo sicuri che se Lidia incontrasse un uomo che sa restare non sarebbe lei ad avere paura? È anche con l’evidenza di questa provocazione che questo romanzo chiama a fare i conti”.

Lidia, in questo suo momento di fragilità, s’innamora di Lorenzo, uomo egoista e arrogante. Ma, a tuo parere, cosa avranno di così affascinante questi uomini narcisisti per riuscire ad attirare donne così sensibili? 

“Sono uomini che fanno una musica diversa, senz’altro. Jane Birkin di Serge Gainsbourg disse: ‘La sua insanità mi interessa più della sanità di tutti gli altri’… E anche Lidia perdona a Lorenzo tutti i suoi eclatanti difetti per quel violino, come lo chiama lei, che sente di poter suonare con lui, mentre il resto del mondo fa rumore. Ma è un suono pericoloso, che chiede prezzi altissimi”.

Nel romanzo utilizzi lo strumento delle mail come mezzo di contatto fra i protagonisti: seconde te la tecnologia, la posta elettronica e, più nello specifico, i social si incontrano o si scontrano con le dinamiche di coppia? 

“Un discorso troppo complesso perché io possa consumarlo in una battuta. Ma sto leggendo un saggio in proposito, La comunicazione necessaria, che consiglio a tutti”.

Qual è per te la “zona cieca” della nostra società? 

“Non ho dubbi: il rincoglionimento da social”.

Se Chiara non fosse la scrittrice che è sarebbe? 

“Una persona parecchio smarrita che non sa come tenere a bada i suoi mostri. Fatemi sapere anche voi qual è la vostra Zona cieca sulla mia pagina facebook Leggi con Irene”.

Grazie a Chiara Gamberale. Ad maiora.



more No Comments marzo 6 2018 at 16:32


Sergio Colicchio: La musica nel dna

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Musicista a tutto tondo e compositore, oltre che grande appassionato di “note” di ogni epoca

di Mara Fux

Quanti anni avevi quando la musica è entrata a far parte della tua vita? 

“Avevo sei anni quando ho cominciato a suonare il pianoforte. Ho seguito il percorso tradizionale che mi ha portato al diploma anche se la passione nei confronti di ogni tipo di musica ‘bella’ mi ha portato a suonare di tutto fin da giovanissimo. Poi, nel tempo, ho conseguito un altro diploma in Lettura della partitura al conservatorio Santa Cecilia, un master in Music Business presso la Luiss e la laurea in architettura”.

Un architetto che vive suonando: la passione ha preso il sopravvento su quel che avrebbe potuto essere il tuo vero lavoro? 

“Il mio rapporto con l’architettura si ferma alla laurea e non ho mai effettuato l’iscrizione all’albo:quando ho conseguito la laurea ero già diplomato in pianoforte e lavoravo come pianista accompagnatore, nonché arrangiatore, compositore e direttore. L’esperienza didattica legata alla laurea ha però influito nel mio modo di approcciare al lavoro. La musica e l’architettura partono da uno stesso assioma: per creare un manufatto occorre un mix necessario fra una sconfinata creatività e le competenze scientifiche per metterlo in opera”.

Uno dei tuoi primi spettacoli è stato “Chi sono, cosa faccio, dove vado” al fianco di Vittorio Marsiglia forse l’ultimo esponente della cosiddetta macchietta: come ricordi quell’esperienza? 

“La macchietta è un gioiello musicale che purtroppo sta sparendo dai repertori di molti artisti. La squisitezza di brani composti secondo quei dettami consiste nel fatto che l’equilibrio tra testo e musica permette un’interpretazione personale, a cavallo tra un lavoro teatrale e uno canzonettistico. Per cui, per eseguire la macchietta si deve essere cantante, attore, intrattenitore e tanto altro. In questo Vittorio Marsiglia è stato – ed è tuttora – un maestro insuperabile. ‘Chi sono, cosa faccio, dove vado’ è stato l’apice di un percorso artistico che ha portato Vittorio ad avere finalmente un organico ampio in accompagnamento, riuscendo a eseguire un gran bel numero di brani e quindi personaggi, tutti caratterizzati in modo personalissimo”.

Con chi ti piacerebbe lavorare? 

“Tra i cantanti trovo interessante Cristicchi: non fa solo canzoni, ma si occupa anche di recitazione e impegno civile, servendosi di un linguaggio metaforico attraverso il quale riesce a far arrivare al pubblico il proprio messaggio. Non è un caso che le sue regie sono firmate da Antonio Calenda, un regista geniale. Tra gli attori, mi piacerebbe lavorare con Ghini: un eccellente crooner”.

E tra gli artisti del passato? 

“L’elenco è lungo e comprende cantanti di cui interpreto molti brani: Modugno, Duke Ellington e Carosone. Ma se dovessi immaginarmi nel mio posto ideale, mi vedrei come assistente di Leonard Bernstein, il mio referente principale. Una figura che, con le dovute proporzioni, sento molto congeniale al mio modo di intendere la musica e l’arte in genere. Tra l’altro, Bernstein è stato un ottimo divulgatore didattico e anche la mia carriera è costellata di centinaia di allievi ai quali ho cercato di trasmettere un mio metodo personale di approccio all’arte dei suoni, culminato nella pubblicazione del libro ‘La Musica spiegata a mia mamma’ pubblicato da Arduino Sacco”.

Personaggi come Giampaolo Morelli, Luigi Russo e Geppi Di Stasio, alcuni tra quelli con cui collabori, quanto spazio lasciano alla tua fantasia di compositore? 

“Si può dire che ognuno di loro utilizza una specifica parte di me: con Giampaolo, ho ‘Un bravo ragazzo’, in cui figuravo come pianista ma anche spalla comica; con Geppi Di Stasio, oltre al ruolo di pianista e attore, figuro sempre come direttore e arrangiatore. Da Luigi Russo vengo utilizzato come compositore della colonna sonora, anche se il nostro è un rapporto più stretto e complesso: io ho realizzato spesso musiche per i suoi spettacoli e, in diverse occasioni, lui ha curato le regie dei miei”.

Da un po’ di tempo hai uno stretto rapporto professionale con Nicola Piovani: tra i tanti lavori eseguiti con lui a quale sei più affezionato? 

“Piovani rappresenta il punto massimo cui la mia carriera di turnista potesse ambire: fin da ragazzino, ho avuto nei suoi confronti una venerazione enorme. Poter lavorare con lui è stato – ed è tuttora – un onore. La collaborazione con lui mi ha visto lavorare in diversi contesti: ho registrato alcune colonne sonore, sono stato uno dei musicisti nello spettacolo ‘Gente di Cerami’ e ho partecipato, come tastierista e fisarmonicista, in una performance de ‘La Musica è pericolosa’. L’apice si è raggiunto in occasione del film ‘A casa tutti bene’ di Muccino”.

Hai scritto e portato in scena diverse operette: nasce prima la melodia o la lirica? 

“Il mio è un metodo vecchio stampo: per scrivere musica utilizzo il pianoforte, una matita e tanti fogli pentagrammati. Ho scritto ‘Parking’ e ‘Bidelli’ sia nella parte musicale che nel libretto. Premettendo che spero un giorno di avere un mio alter ego autorale, la stesura dei versi è stata contestuale alla composizione musicale. In entrambi i casi, avevo l’idea in mente già da tempo”.

Quali sono i compositori che hai per modello? 

“Tra i miei riferimenti c’è sicuramente Rossini per il suo umorismo, Puccini per la complessità generale della propria sonorità e Nino Rota, campione di melodie basate sui cromatismi. Il mio referente principale, però, è George Gershwin: egli è il punto di congiunzione fra un modo di approcciare alla musica estremamente ampio dal punto di vista compositivo e la sonorità jazzistica, fatta di ritmi, dissonanze e libertà”.

Con chi andresti a cena e perché? 

“Non ho dubbi: Maurizio Sarri, allenatore del Napoli, squadra di cui sono tifos(issim)o. Sarri rappresenta un archetipo: in lui ci sono competenza, talento, gavetta, esperienza, tenacia e impulsiva follia”.



more No Comments marzo 6 2018 at 16:29


Manola Tenti: Non chiamatela influencer (ma ha 250.000 follower!)

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Su Instagram è diventata un vero personaggio di riferimento; dice quello che pensa e pubblica le sue immagini mozzafiato

Irriverente a tal punto da essere sempre controcorrente. Libera da ogni barriera e conformismo, un autentico personaggio che dice quello che pensa e pensa quello che ritiene giusto. La sua forza sta tutta qui. Manola Tenti su Instagram è un autentico personaggio di riferimento. Oltre 250.000 followers la seguono, la spiano e la commentano ogni giorno. Eppure, lei non si reputa influencer. Men che meno “fashion blogger”, perché verso quella categoria non nutre propriamente stima. Lei è lei. Diversa da tutte le altre. Una ragazza di 35 anni con un fisico da urlo, curve giusto al posto giusto e un’attività quotidiana che la vede impegnatissima in quel di Arezzo, dove è titolare del negozio “B21” in cui vende vestiti e dispensa pillole di moda. Ormai da anni vive fra set, consolle nei locali più belli d’Italia, servizi fotografici per brand rigorosamente selezionati. Il il rouge è il suo desiderio di provocare. Con uno sguardo, un outfit o più semplicemente con una frase. Anche se lei non si vede perfetta, un po’ come accade a tutte le donne, il suo corpo è un’opera da guardare. Manola Tenti sa sempre come stupire. Un anti-conformismo che spazia dalla moda alla fotografia arrivando alla vita quotidiana. È così che con una semplice foto “parla” ad oltre 250.000 follower, lo straordinario numero a cui oggi è arrivata. E che, naturalmente, non vede l’ora di superare.

Come sei riuscita in questa scalata di follower?

“Semplicemente, io sono stata me stessa. Ho pubblicato foto che mi ritraggono libera da condizionamenti e scrivo ciò che pensa. Ecco perché la gente ha iniziato a seguirmi”.

Il tuo fisico che ruolo ha avuto?

“Naturalmente ho giocato col mio corpo, avendo una fisicità diversa da quella classica e stereotipata delle altre ragazze. Sono alta 1,80 metri, ho una quinta di seno, porto una taglia 44. E ho più pelle coperta da tatuaggi di quella ancora libera. Insomma, sono diversa già a primo impatto”.

Ma anche per come ti poni verso il mondo dello spettacolo.

“Non sono mai entrata in tv, anche quando ne ho avuto la possibilità. Ho scelto di non omologarmi ad un format che è per tutte uguale”.

Anzi, la tua quotidianità è legata al mondo imprenditoriale.

“Sono abituata a darmi da fare. Sto portando avanti, con altri tre soci, un progetto mediatico che unirà social network, smartphone e web tv. Sarà un modo nuovo per restare sempre connessi ai personaggi che più ci interessano”.

Tu su Instagram: di cosa vuoi parlare alla tua sterminata platea?

“Vorrei che passasse il messaggio della persona positiva che sono, della ragazza libera da ogni schema e giudizio. Ecco, vorrei che al mondo ci fosse più libertà: vivremmo tutti meglio, più felici”.

In cosa consiste la tua libertà?

“Nel mio privato la risposta è semplice: non ho pregiudizi, non ho barriere, mi piace essere curiosa e conoscere ogni novità. Ma nel quotidiano questo schema mentale si ripete in ogni situazione che affronto: scelgo col mio cervello, evito di essere una delle tante”.

Sui social il tuo successo è crescente.

“I numeri sono straordinari. E posso dire che è… tutto vero. Non ho mai giocato sporco per crescere di followers, per cui sono ancor più orgogliosa del risultato ottenuto. Mi sono sempre e solo messa in gioco per quella che sono: anticonformista, naturale, senza ipocrisie. Il segreto del mio successo sta tutto qui. E poi, volete sapere la verità?”.

Che sarebbe?

“Tutti mi guardano, ma solo una parte mi segue. Per qualcuno schiacciare un like può essere compromettente. Ed allora, ho tanti che guardano senza esporsi in pubblico. Buon per loro, io resto dell’idea che tutti i risultati raggiunti sono merito mio e di nessun altro”.

In compenso, le aziende ti cercano.

“È vero, anche recentemente ho avviato una collaborazione con un’azienda che produce oggetti in legno. Ma non corro dietro a chiunque mi contatti: selezionare vuol dire mantenere un alto profilo”.

Forse per questo sei molto diversa dalle influencer.

“Io non le giudico, semplicemente non mi reputo tale e non ne faccio parte. Se penso alle influencer, mi vengono in mente le ragazze che fanno foto con decine di magliette nel tentativo di far acquistare quella marca al grande pubblico. Ecco, io sui social non vendo altro se non la mia immagine”.

E poi…

“E poi ho un giudizio molto netto sulle influencer: ne esiste solo una che si chiama Chiara Ferragni. Le altre sono solo copie”.

Che rapporto hai col tuo corpo?

“Conflittuale, come ogni donna al mondo. Non mi vedo bellissima, ma penso si possa giocare con altre carte per apparire seducente e affascinante”.

Contatto social

https://www.instagram.com/manola1982/



more No Comments marzo 6 2018 at 16:27


Rino Melluso: L’avvocato-modello che sogna la moda e il mondo dello spettacolo

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di Alessia Bimonte

Rino Melluso, classe 1993, è un napoletano verace: moro, occhi scuri, fisico scolpito che non passa certo inosservato. Laureato in giurisprudenza, ad un passo dal sostenere l’esame da avvocato, ha però una grande passione per la moda.

Come sei passato dalle aule dei tribunali alle passerelle?

“Inizialmente non ci pensavo proprio. Anche perché voglio diventare avvocato il prima possibile. Papà mi ha ispirato con la passione che ha messo per tutta la vita nel suo lavoro. E voglio fare altrettanto. Poi però tante persone hanno iniziato a dirmi che avevo del potenziale e allora mi sono buttato”.

Riesci a conciliare le due passioni?

“Si anche perché mi sto affacciando adesso al mondo della moda. Mi piace soprattutto posare come testimonial delle aziende. Forse perché sono timido e la passerella, soprattutto all’inizio, può spaventare”.

Come fai a mantenerti in forma?

“Ho una grande passione per il calcio. Non salto mai la partita con gli amici. Poi vado in palestra tutti i giorni e seguo un regime alimentare studiato apposta per me. Insomma non sono uno che dice che il fisico gliel’ha regalato Madre Natura. Bisogna lavorare sodo per raggiungere gli obiettivi. In tutti i campi”.

La tua famiglia non ha paura che tu possa lasciare l’aula del Tribunale per lo spettacolo?

“Non hanno paura che questo possa accadere perché lo vedono un mondo molto lontano dalla nostra realtà. Io ovviamente spero che si sbaglino perché fare entrambe le cose non sarebbe male”.

I modelli spesso vengono scelti per i reality. Tu quale vorresti fare se potessi scegliere?

“Uno dove ci si mette alla prova. Quindi dico L’isola dei famosi. Mi affascina molto. Lontano dagli affetti, il sacrificio del doversi procurare il cibo. Mi sentirei perfettamente a mio agio ad affrontare una sfida così forte”.

Torniamo alla moda. Chi è il tuo mito? 

“Assolutamente Giorgio Armani, un re incontrastato. Mi ha sempre affascinato. Ecco perché ho letto molte cose sulla sua vita. Voglio capire a cosa si ispira quando crea, quali visioni ha nella sua testa. Se invece devo fare il nome di un modello mi piace molto Nick Youngquest, il rugbista australiano che ha posato per Calvin Klein e Paco Rabanne. Sono convinto che noi sportivi abbiamo una marcia in più”.

Com’è la tua giornata tipo?

“Sveglia alle 7.30 e poi di corsa in tribunale. Appena ho finito le udienze corro in palestra e solo dopo pranzo. Nel pomeriggio vado in ufficio e poi esco con gli amici. Faccio una vita molto sana e regolare. Altrimenti il corpo poi ne risente”.

Chi sono le persone importanti nella tua vita?

“Enzo e Alessio che mi conoscono fin da piccolo. E Fabio Marantino che mi ha spronato ad affacciarmi a questo nuovo mondo. E’ sempre presente nella mia vita, mi aiuta nel quotidiano e mi supporta in questa avventura nel mondo della moda”.



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Federica Pento: Un viaggio musicale su un “Treno a colori”

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di Laura Gorini

Abruzzese d’origine, è nota in Italia e all’estero per aver vinto molti Concorsi (Internazionale di Canto a Chieti, Internazionale di Canto nello Yerevan in Armenia, XIX Festival Internazionale di Canto in Croazia, Finalista Nazionale Il Cantagiro 2016, Finalista Alex Baroni, Premio Katia Ricciarelli come miglior Interprete 2016). Il 25 maggio 2017 il videoclip di Lunincanto, suo primo inedito, viene inserito in un DVD degli “Aerosmith” distribuito dalla RCO Cecchi Gori Group in collaborazione con la Musae Eventi e Spettacoli, in vendita in tutti i Mediastore d’Italia anche all’Estero con una tiratura di 50.000 copie. Da gennaio 2017 ad oggi è andata in onda su oltre 900 Canali Televisivi Internazionali, oltre 50 Interviste Radiofoniche in FM in Italia e anche all’Estero (Belgio, USA, Canada).  E’ stata Ospite al “Festival Italia in Musica”, all’ “Italian Talent Show”, agli eventi benefici “Con la Penna del mio cuore” e “Uniti per Amatrice”, al “Sanremo Rock”, a “MilleVoci”, al “Jazzup Festival di Viterbo”, al “Fashion Talent TV” organizzato dalla Esrn Management di Emanuele Sicignano e Raffaele Nastari. Ospite d’Onore in occasione dell’Inaugurazione della Mostra di Scultura “Silenti Riflessi” della nota scultrice di fama Mondiale “Paola Romano”, del programma televisivo “TOP THE TOP” realizzato dalla Produttrice “Graziella Terrei” sotto la Regia di “Claudio Di Napoli”, presto in onda su Reti Nazionali (TV8 e SKY1). Il 28 luglio scorso, nello splendido scenario del Teatro Parchi della Colombo a Roma, si è esibita con il M.o Fabio Urbani (già Direttore d’Orchestra RAI e noto arrangiatore) e il 12 agosto ha visto la sua partecipazione al Tavo Rock Festival, condividendo il palco con Maurizio Solieri (storico chitarrista di Vasco Rossi). Hanno parlato di lei rotocalchi Giornalistici Nazionali: il suo nome è uscito oltre 1.200.000 volte su carta stampata in tutte le Edicole d’Italia. E’ stata inoltre intervistata da noti Blog ed autorevoli Siti del settore musicale (oltre 200 interviste rilasciate).

Federica, parlaci del tuo ultimo lavoro: “Treno a Colori”.

“Potremmo riassumere tutto il contenuto di Treno a Colori in una frase: la magia dell’infanzia è nello stupore di uno sguardo vergine che si apre sul mondo. Con ‘Treno a Colori’ spalanchiamo gli occhi e osserviamo il mondo attraverso uno sguardo nuovo, puro, ingenuo di un bambino. Siamo seduti su un treno in viaggio e veniamo rapiti da tutta la bellezza intorno a noi; notiamo, apprezziamo, respiriamo i colori, le differenze, le sfumature e, purtroppo, anche tutte le contraddizioni di questo mondo. Percorrendo i passi della nostra esistenza attraversiamo momenti bui, tristi; veniamo sconvolti dalla violenza, dalle brutture, dalle ingiustizie di questo tempo. In tale contesto il Treno, (come una guida), il vero luogo di conoscenza di sé, avverte il nostro malessere, si impone come un adulto intervenendo a protezione del nostro Io-Bambino: accelera la sua corsa trasportandoci verso l’unico universo possibile che possa farci apprezzare nuovamente le cose belle, vere e pure di questo mondo: quello dell’Illusione, della fantasia. D’altra parte un bambino che sia stato privato della capacità di sognare è destinato inevitabilmente a diventare un adulto spiritualmente e affettivamente povero; una persona incapace di stupirsi, di gioire e di entusiasmarsi per le piccole grandi cose della vita di ogni giorno”.

Chi ha partecipato alla realizzazione del tuo terzo singolo?

“Il brano è stato scritto e arrangiato da Gianluca Sole; registrato e mixato presso gli FDS Recording di Fabio Torregrossa a Roma con la partecipazione straordinaria al Violino di Giulia Di Tomasso. Il videoclip porta la firma del Regista Stefano Cesaroni, con la partecipazione di Azzurra Sole (Bambina), Danilo D’Ortona (Chitarra), Massimo Polidori (Batteria) e Stefano Bassani (seconda Chitarra) dei Lonesome Heroes, Make up di Simona Ruggeri ed Aylar Violet. La canzone è in distribuzione e promozione con la SPC Sound di Silvio Pacicca & Gianluca Sole Management”.

Videoclip di “Treno a Colori”: https://youtu.be/h1pmSutVTFg

Pagina Facebook di Federica Pento: https://www.facebook.com/fedepento/



more No Comments marzo 6 2018 at 16:21


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