Simone Gianlorenzi: il ragazzo con la chitarra

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La campagna e la musica sono stati i suoi due elementi fondamentali. Incontriamo Simone, un apprezzato musicista da sempre affascinato dal rock e in particolare dagli U2. Ha appena pubblicato un album intitolato “About Her”

di Silvia Giansanti

Ieri era un semplice adolescente che, per riempire il tempo delle sue giornate trascorse vicino ad Orvieto, in un paesino di appena trecento anime e quindi lontano dalla metropoli, faceva musica insieme ad alcuni amici. Autodidatta, oggi è un signor musicista riconosciuto a livello mondiale, che ha accumulato una serie di esperienze di valore, dopo varie tappe che gli hanno portato sacrifici e rinunce. Simone Gianlorenzi, quarantunenne umbro, è un artista nato sotto un segno d’aria come quello dell’Acquario. Ha iniziato un po’ per gioco, fin quando non è scoccata la scintilla per la chitarra, evento che lo ha illuminato su quello che sarebbe stato poi il suo futuro.

Simone, sei un musicista partito da zero. Da quale genere sei stato sempre attratto?

“Dal rock emozionale ed energico, anche se una parte della mia formazione di ascolto la devo a mio cugino più grande che all’epoca seguiva Vasco Rossi, gli U2, i Litfiba e i Depeche Mode”.

Provieni da una famiglia di musicisti?

“Assolutamente no, neanche avevamo lo stereo. Solo mio zio, il fratello di papà suonava il basso in un complessino a livello amatoriale”.

Quali sono i miti che non mancano nella tua collezione privata?

“Sicuramente gli U2, colonna sonora della mia vita, poi i Depeche Mode e i Van Halen, gruppo americano molto chitarristico”.

Da quel periodo adolescenziale non hai mai smesso di fare musica. C’è stato un giorno della tua vita senza musica?

“No, la musica fa parte di me e mi ha portato a fare scelte drastiche e coraggiose, rinunciando a stili di vita. Intorno ai sedici anni avevo capito che volevo fare quest’attività e non ti nascondo che mi chiudevo dentro casa a suonare anche il sabato sera, nonostante gli inviti ad uscire da parte degli amici”.

Ti sentivi stretto nella realtà piccola in cui vivevi?

“Sì, avevo bisogno continuamente di confrontarmi per poter intraprendere il vero professionismo e questo mi ha portato prima di trasferirmi definitivamente nella Capitale, ad una serie di esperienze anche importanti all’estero. Giusto per capire a che punto fossi rispetto al resto del mondo. Sono arrivato a Roma per motivi sentimentali e perché era comunque un sogno che covavo dentro di me da tempo”.

So che svolgi un’intensa attività didattica.

“Ho molti allievi. Quando mi sono reso conto che volevo fare questo mestiere, e nella mia città non c’era nessuno in grado di darmi quello che volevo a livello di insegnamento, la priorità è stata diventare un grande insegnante. Essere, quindi, quella figura che io non ho mai avuto. Ho cominciato esclusivamente per impartire lezioni di musica, senza pensare al ruolo da ‘rockstar’. Ho insegnato in grandi strutture italiane e da quest’anno sono addirittura entrato al Conservatorio di Salerno per insegnare chitarra pop. Questo arriva dopo vent’anni di insegnamento, il coronamento di un sogno”.

Allora da adesso in poi ti chiameremo maestro! Quali altri strumenti musicali ti fanno impazzire?

“Il basso elettrico che ha molte attinenze alla chitarra. Inoltre suono anche il banjo, il mandolino, la chitarra acustica e altri strumenti”.

Cosa consigli ai ragazzi che decidono di intraprendere il percorso da musicista?

“Innanzitutto l’umiltà, caratteristica che oggi manca con l’influenza di tutti questi talent che ci sono in giro. Si vuole tutto e subito, a discapito della preparazione. La mia mentalità e darsi da fare tanto perché le chance sono poche”.

Hai dato vita ad un album intitolato “About Her”. C’è molta energia dentro.

“Assolutamente sì. Questo album racchiude materiale che avevo inciso nel tempo. Una mia soddisfazione personale e a supporto ci saranno date per promuoverlo. Inoltre ricordo che è in vendita su Amazon.it e su iTunes Store”.

Da dieci anni fai parte del gruppo degli Orlando Furiosi. Come è avvenuto il contatto con Stefania Orlando, con la quale è poi sbocciato l’amore?

“Tramite un amico comune che mi ha fatto sapere che Stefania cercava un musicista per mettere su un gruppo. Ero molto distaccato dalla tv e quindi non la conoscevo più di tanto. Abbiamo lavorato il primo anno insieme ed entrambi eravamo fidanzati. Per me è sempre stata una donna meravigliosa fin dal primo incontro, ma non avrei mai pensato ad una vita insieme a Roma”.

Info: www.simonegianlorenzi.com



more No Comments marzo 7 2017 at 15:17


Giovanna Chinaglia: un’artista in stile british

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Se alla sua età, 40 anni e poco più portati divinamente, Giovanna Chinaglia è diventata la testimonial di un noto brand inglese del settore make-up ed è stata scelta come fotomodella per pubblicità e set fotografici, il merito è tutto di quel suo fisico un po’ curvy e del modo di fare decisamente British. Un’esplosione di eleganza e sensualità che in foto e pure nella vita reale fanno la differenza. Docente di Business English, il popolo dei social la conosce come “La Giò Contessina”, la modella che non ha avuto paura di mettersi in gioco nemmeno alla soglia degli “anta”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. In poco tempo è diventata testimonial Stargazer MakeUp London, ha mantenuto la collaborazione con L’Oreal, oltre ad aver realizzato svariate pubblicità fashion e glam che stanno girando nel “suo” Veneto, dove vive e lavora. Un successo all’insegna del motto “Healthy is better than Skinny” e la dimostrazione che le curve fanno la differenza se portate con classe.

Una classe che ha origini, anche geograficamente, lontane.

“I miei genitori sono italiani ma sono cresciuta in posti diversi, ho studiato in Inghilterra, ho vissuto in Messico ed ora vivo a Treviso. La mia famiglia è sparsa in tre continenti”.

Anche la fotografia ti ha accompagnato in questo lungo “peregrinare”.

“Certo! La fotografia ed io siamo amiche inseparabili direi, non vivrei senza. Abbiamo giocato insieme sin da adolescenti”.

Quel gioco è diventato… altro.

“Sicuramente oltre le mie aspettative”.

Tanti successi: alcuni personali, altri pubblici.

“È così: sono stata scelta due anni fa come testimonial di Stargazer MakeUp London, la mia immagine è in copertina sul loro catalogo, e sono una L’Oreal Girl. Rimango convinta che solo ad una certa età si acquisisca la consapevolezza di esprimere davvero tutta la propria femminilità e la più completa sensualità di donna”.

Di Giovanna Chinaglia si ha traccia anche al Festival del Cinema di Venezia 2016.

“Insieme all’amica e fotografa Cecilia Pennisi, la stessa fotografa che poi ha scattato il mio calendario bouduoir 2017, ho realizzato un set speciale per quella straordinaria occasione cui ha seguito il ModelSharing più grande d’Italia, il Romantic Photo Day. E poi, l’incontro fotografico con Umberto Verdoliva, maestro della Street Art. Sono stata la sua prima modella”.

E grazie alla fotografia…

“Sono cambiata in positivo, senza dubbio. La fotografia mi ha fatto vincere l’eterno non piacersi, la timidezza, la paura di non essere all’altezza”.

Tanta sensualità abbinata a tanta eleganza.

“Mi piace innanzitutto sentirmi donna, elegante, adoro la lingerie, i tacchi alti, una camicia selezionata. Amo gli accessori purchè non appariscenti. Sono una donna pratica”.

Che messaggio vuoi lanciare con le tue foto?

“Sta tutto nella citazione di Bresson: Porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi, il cuore”.



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Emiliano Scalia: “Mia nonna Miriam Mafai e la Francia”

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di Simone Mori

Questo mese abbiamo avuto una bella conversazione con Emiliano Scalia, giornalista Sky Tg 24, classe 1975. Tifoso della Roma e grande appassionato della Francia, Emiliano ci regala il suo punto di vista su argomenti di attualità e proprio sui nostri cugini transalpini ci regala qualche pensiero. Da non perdere la classifica dei suoi libri preferiti e la sua visione del mondo Social.

Ciao Emiliano, innanzitutto parlaci un po’ di te e dei tuoi inizi del mondo del giornalismo.

“Vengo da una famiglia con una discreta tradizione. Mia nonna era Miriam Mafai, e la sua passione per questo mestiere è stata determinante nella mia scelta. Erano altri tempi, gli inviati non avevano praticamente limiti né di tempo né di soldi ed erano messi in condizione di lavorare alla grande. Se qualcuno mi chiede se sono raccomandato, la risposta è comunque no. Sono in questa azienda dal 1999, quando si chiamava ancora Stream e la fusione con Telepiù era di là da venire. Ero un impiegato e l’anno successivo nacque la redazione sportiva. C’erano tra gli altri Massimo Tecca, Stefano De Grandis e Stefano Impallomeni. Sarebbero arrivati anche dei giovanissimi Riccardo Gentile e Pierluigi Pardo. Chiesi di essere trasferito lì perché il mio sogno era fare il telecronista. Non ci sono riuscito, ma non mi lamento”.

Andiamo subito su argomenti di estrema attualità. Qual è il motivo per il quale molta gente si è allontanata dalla politica? Il talk show politico è un prodotto ancora fruibile?

“Il talk show è la rappresentazione della politica. Ho un’opinione molto alta della politica in senso lato. Diciamo che in questi ultimi 25 anni, però, anche la politica è diventata costume. Si è corrotta non tanto (o non solo) dal punto di vista penale. Si è banalizzata, è diventata anch’essa un prodotto nazional popolare. Può sembrare una visione elitaria, ma la politica attiva non è per tutti. La democrazia rappresentativa serve anche a questo, a filtrare le giuste rivendicazioni popolari attraverso l’arte del compromesso. I talk show politici sono una gran cosa, perché sono rivelatori. Se sei un cretino, difficilmente potrai sembrare intelligente di fronte a due o tre domande ben fatte. Forse il format dei talk show va un po’ rivisto, ma ce ne sono alcuni che funzionano molto bene”.

Tocchiamo un argomento che so che ti piace particolarmente e che si chiama Francia. Vorrei ci raccontassi come nasce il tuo amore per questo Paese.

“Anche qui si torna alla mia famiglia. Mio padre e mia nonna, alla fine degli anni ’50, si trasferirono a Parigi perché Miriam era stata nominata corrispondente di Vie Nuove, una rivista legata al PCI e fondata da Luigi Longo. Erano anni complicati, l’emigrazione italiana era massiccia e in condizioni molto dure. Rimasero a Parigi per pochi anni, ma furono sufficienti per instaurare un legame con la città e la Francia in generale che non si è più spezzato. Divenne meta di qualche vacanza fino all’acquisto, nei primi anni ’80, di un minuscolo appartamento nel Marais. Parigi è stata un po’ un rifugio per tutti noi. Ora la casa non c’è più, ma continuo ad andarci appena possibile”.

Prossimamente ci saranno le elezioni presidenziali in Francia. Ci puoi illustrare brevemente le tue opinioni riguardo i candidati e se veramente Marine Le Pen…

“C’è da fare una premessa: la Francia sta vivendo una crisi economica, sociale e occupazionale simile a quella italiana. Anche loro stanno tentando, attraverso una serie di riforme strutturali, di uscire dalla stagnazione. Hanno un tasso di disoccupazione molto più vicino al nostro che al 4 per cento tedesco e lo Stato, come in Italia, è presente in molte delle attività strategiche: trasporti, energia, armi. La ‘Loi El Khomri’, la riforma del mercato del lavoro, era in origine realmente sanguinosa. Gli immigrati di terza o quarta generazione, lungi dall’essere integrati pienamente, rivendicano giustamente diritti che troppo spesso gli sono negati. Le banlieu sono veri e propri ghetti. E poi, enorme e legato a queste ultime due criticità, c’è l’incubo terrorismo. Tutto ciò, come è facile immaginare, porterà Marine Le Pen all’Eliseo. Gli altri candidati sono onestamente troppo deboli, un po’ come in Italia dove, a parte Renzi, nessuno potrebbe contendere -in un sistema come quello francese- Palazzo Chigi ai Cinque Stelle. Esattamente come è successo per Brexit e Trump, la massima espressione popolare sarà determinata dalla spinta dei populismi”.

Hai seguito in prima persona gli attacchi terroristici francesi. Quali sono mi ricordi più importanti che ti porti dentro?

“La grande compostezza del popolo francese, in primo luogo. Mi sono trovato spesso, in quei lunghissimi giorni, a immaginare come avremmo reagito noi, in Italia. E non ho potuto fare a meno di pensare a scene di panico, mamme in strada con i bambini, trasferimenti di massa dai parenti in campagna. Dei francesi ammiro molto l’immediata capacità di reazione, che hanno dimostrato anche dopo gli attacchi del novembre 2015. Anche le cariche istituzionali, da Hollande a Valls a Cazeneuve, hanno dato dimostrazione di fermezza e mai, mai, hanno ceduto al panico. Tranne in una occasione. Eravamo in Place de la Republique il giorno dopo gli attacchi, e un buontempone ha pensato bene di lanciare un paio di petardi nelle scale della metropolitana. C’è stata una fuga di massa con centinaia di persone che correndo si sono riversate nelle strade adiacenti e nei negozi e negli alberghi della piazza. E poi le tracce della morte. I buchi dei proiettili nelle vetrine del Carillon e della Belle Equipe, il sangue, le lacrime”.

Spesso il mondo del giornalismo viene criticato e sbeffeggiato. Come tolleri attacchi frontali da parte di esponenti politici che ti accusano di essere faziosi e non raccontare la verità dei fatti?

“Li tollero poco e male. Al netto della difesa d’ufficio della categoria, ritengo che in Italia i giornalisti lavorino in linea di massima molto bene e credo che l’informazione debba essere gestita da professionisti. E’ innegabile che i giornalisti siano diventati, in questa epoca di populismi vari, uno degli obiettivi della rabbia della gente. Ma spesso questa entità quasi sovrannaturale (la gente, appunto) non ha gli strumenti per afferrare la realtà. Le masse sono manipolabili, soprattutto quando sono scontente. Ed è molto più facile manipolarle attraverso notizie non confermate, opinioni forti e vere e proprie bufale. Che poi la professione debba essere riformata a partire dall’Ordine che la gestisce, è tutt’altro conto”.

Cosa si nasconde dietro la rabbia che si scatena sui social e come arginare questo problema?

“I social non sono la realtà. Quello che succede sui social non succede nella realtà. Quando le persone non riescono più a scindere la realtà vera da quella virtuale, si lasciano andare. Mollano i freni inibitori. Gente mite che diventa una iena su Facebook, che insulta, che si lascia andare a opinioni pesantissime. C’è la percezione fallace che i social garantiscano quasi l’anonimato. Siccome la platea degli utenti social si allarga sempre di più, secondo me è necessaria una normativa ad hoc. Quello che è reato per strada deve essere reato anche in rete. E poi, soprattutto, educare i ragazzi, che sono le vittime più frequenti delle belve da social. Bullismo, adescamenti di qualsiasi tipo, prepotenze di vario genere”.

Oltre che essere un giornalista sei anche un bravissimo scrittore. Lo scorso anno hai pubblicato insieme al tuo collega Mattia Giuramento il libro “Erano due bravi ragazzi”. Com’è nata l’idea di questo libro in coppia? Hai già progetti anche in solitaria?

“Nessun mio progetto potrà prescindere da Mattia. Siamo come fratelli e ci siamo impegnati a non scrivere romanzi -o comunque prodotti letterari- l’uno senza l’altro. “Erano due bravi ragazzi” nasce dalla passione comune per la letteratura crime e noir. I maestri sono, ovviamente, gli americani. Ma i francesi e alcuni italiani seguono a ruota. Persino qualche inglese. Un giorno, parlando di un libro, ci siamo detti: “Ma perché, invece di continuare solo a leggerli, non ne scriviamo uno?”. E’ nato quasi come un gioco, ma man mano che la storia andava avanti diventava sempre più convincente. In sei mesi abbiamo chiuso il manoscritto e ci siamo messi alla ricerca di un editore. C’è voluto ancora un anno e mezzo per vedere “Erano due bravi ragazzi” in libreria. E’ una bella storia, molto attuale. La scrittura a quattro mani è stata una bellissima esperienza. Ci siamo spesso ritrovati a completare non solo i capitoli, ma addirittura le frasi che l’altro lasciava incomplete, in un confronto e una revisione continui”.

Se dovessi stilare una classifica di cinque libri da consigliare quali sarebbero questi titoli?

“Intanto non credete mai a quelli che vi dicono: ‘Beh, è difficile, ce ne sono troppi…’. Io rivendico il mio diritto di tifare, oltre che nel calcio e nella politica, anche per quanto riguarda la letteratura. La mia classifica dal primo al quinto: Il Conte di Montecristo (Dumas), Furore (Steinbeck), Il Potere del Cane (Winslow), poi c’è ‘Il secolo breve’ di Hobsbawm che però è un saggio e in ultimo (ma non ultimo) Bel Ami di Maupassant. Domani, ovviamente, ce ne saranno altri cinque”.



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Rosa Gargiulo: “Storia di una camicia da notte”

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di Mirella Dosi

Il nuovo libro di Rosa Gargiulo, “Storia di una camicia da notte” è il racconto corale di una famiglia, tra gli anni ’40 e ‘70, in cui le donne sono protagoniste di un percorso complesso e variegato: legami familiari, emancipazione femminile, amore, dolore, coraggio. Gli ingredienti ci sono tutti: parlare di donne significa parlare di vita in tutte le declinazioni possibili. Le protagoniste del romanzo intrecciano le proprie vicende personali alla storia di un Paese che trova ancora una volta la forza di rinascere e ricostruire dalle proprie ceneri un futuro migliore. Nietta, la figura centrale attorno alla quale ruota l’intera narrazione, ha vent’anni e un sogno d’amore; quel sogno, drammaticamente spezzato, darà il via a una vicenda familiare densa di sentimento e avvenimenti.

Il libro, edito dal marchio indipendente PersoneDiParola Isola Editrice, rientra in un progetto di self publishing di qualità, iniziato tre anni fa in seno all’Agenzia Letteraria “Contrappunto House Of Books” ed è acquistabile online sul sito della scrittrice. Ma chi è Rosa Gargiulo? 

“Rosa è una donna innamorata della vita, determinata e ottimista, che ha cambiato pelle molte volte fino ad oggi. Scrivo da sempre, da quando ho cominciato a capire che quegli “scarabocchi” sui fogli potevano portarmi lontano. Scrivo grazie a mio padre, che fin da piccolissima ha instillato in me l’amore per la lettura, fondamentale e prioritario su tutti gli altri bisogni. Passare dalla lettura alla scrittura è stato naturale”.

A cosa si ispira quando scrive?

“Alle persone, alle situazioni, alle storie di cui vengo a conoscenza. Lo scrittore è un “ladro di parole”. Io ascolto, osservo, e lavoro anche tanto con la mia fantasia. Mi ispirano i luoghi, in particolare il mare, e le stagioni, soprattutto l’autunno”.

A quale scrittore vorrebbe “rubare” qualcosa?

“Vorrei avere la forza e la passione di Oriana Fallaci, la sua fondamentale ‘maleducazione’, e la profonda cultura intrisa di magia e sentimento degli scrittori sud americani”.

Come è nato questo romanzo?

“L’ho scritto un anno fa sull’onda del desiderio di raccontare una storia di famiglia e di donne padrone del loro destino, che non soccombono agli eventi negativi, ma anzi proprio da quelli ricevono la spinta a cambiare e vincere”.

Se potesse a chi regalerebbe una copia?

“A Sophia Loren che adoro da sempre e che rappresenta un Paese che sa rimboccarsi le maniche e lavorare sodo. La ammiro perché ha fatto della sua ‘napoletanità’ un trampolino di lancio e un brand. Le donne del mio romanzo le assomigliano”.

Se diventasse un film il suo romanzo chi vedrebbe nel ruolo delle protagoniste?

“La protagonista principale sarebbe Simona Cavallari mentre sua madre vorrei che fosse Laura Morante. Le nipoti, due attrici giovani – fresche e spontanee, magari scelte tra le allieve di una buona scuola di recitazione. Vorrei poter dare l’opportunità di emergere a qualche nuovo talento. Il nostro cinema ne ha bisogno”.



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C.I.O.B.Y.: l’arte del riuso

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“Nulla si crea e nulla si distrugge…” E’ il postulato di Lavoisier che si completa nella frase secondo cui “tutto si trasforma”. Da questa premessa conosciamo un artista originale, capace di trasformare oggetti apparentemente inutili in capolavori di assoluto pregio e di incantevole bellezza

di Marisa Iacopino

Ci sono persone che fanno dell’idea del riciclo l’arte della trasformazione. Così, assistiamo al rinnovamento di  oggetti inutilizzati, e rottami che tornano a nuovo splendore. Questo l’obiettivo perseguito da Stefano Timpani, trentenne romano che realizza nuovi oggetti da vecchie cose.

Com’è nato il progetto, e come si scioglie l’acronimo C.I.O.B.Y?

“Creative Ideas Old But Young è un progetto iniziato nell’estate del 2015, da due sedie rotte e un pallet industriale abbandonato vicino un cassonetto. L’idea è stata semplice e funzionale: ‘Perchè non trasformare le sedie in una panca e il legno del pallet in un tavolino?’. Il risultato, una comoda panca per il balcone e un tavolino a scomparsa sotto la finestra. Da qui, ha avuto inizio un percorso fatto di riciclo e restyling, donando a oggetti più o meno vecchi una forma nuova all’interno dell’uso comune. Bottiglie e barattoli sono diventati lampade e centrotavola, vecchie scatole trasformate in tavolini da thè, e vecchi stampi in acciaio da cucina in lampadari a sospensione. Sedie modernizzate con fantasie colorate. Fin da bambino ho sempre avuto il piacere nel disegnare e nel fare con le mani. Così, nella scelta delle scuole superiori ho finito col frequentare un Istituto d’Arte con indirizzo in oreficeria nel quale mi sono diplomato nel 2005. Successivamente, esigenze personali mi hanno portato ad allontanarmi dal disegno e dal lavoro manuale, ma nel tempo libero non perdevo, e non perdo, occasione per andare in musei o per godermi il Museo a cielo aperto più grande del mondo che è Roma. Alla soglia dei 30 anni, però, ho ripreso in mano la mia creatività, ed è iniziato C.I.O.B.Y.”.

Il riciclo è indubbiamente un processo economico insito nell’uomo e nella sua capacità di sfruttamento dei materiali, soprattutto nei momenti di maggior bisogno. La trasformazione di vecchi oggetti in nuove suppellettili d’arredamento suggerisce più un senso artistico. Nel tuo caso, è una creatività innata a guidarti, o è l’esigenza a stimolare l’estro? 

“E’ sempre stata insita in me la voglia di creare. Dal 2012 vivo da solo e parte dell’arredamento l’ho creato io, recuperando materiale o trasformando quello che avevo. Per rispondere, direi che con C.I.O.B.Y si racchiudono entrambe le esigenze, ovvero dare sfogo all’estro e far fronte a un periodo storico dove siamo alla costante ricerca del risparmio e dell’offerta giusta”.

Dove viene reperito il materiale da ri-utilizzare?

“Un po’ ovunque. All’inizio sono stati grande fonte di recupero i vari gruppi sui social, dove le persone regalano ciò che non usano più, nei mercatini dell’usato, dai rigattieri nel mercato di Porta Portese, e ultimamente con la serie Industrial, da meccanici e carrozzieri di zona”.

In questo processo di riciclo creativo, l’oggetto trasformato si porta dietro la storia della sua ‘precedente esistenza’?

“Ci sono casi dove naturalmente è lampante di cosa si tratti e, quindi, viene notata e apprezzata ancor di più la trasformazione; in altri invece, a detta di chi commenta, si rimane affascinati dal pezzo di per sé, e non si fa caso con quale materiale sia stato creato”.

Esiste un punto vendita, o sei raggiungibile tramite il web?

“Il prossimo step, speriamo in tempi brevi, vuole essere proprio quello di riuscire ad aprire il primo punto vendita. Nel frattempo sono presente on line nei vari social: facebook.com/CIOBY15;  Instagram: @cioby_ Da poco, ho anche aperto un negozio su Etsy: etsy.com/it/shop/CIOBY”.

In tempi di crisi, consiglieresti a un giovane di intraprendere il tuo stesso percorso?

“E’ un percorso duro, con delusioni, sacrifici e tanti sbagli… ma sì, lo consiglio.  Consiglio di credere in se stessi e portare avanti i propri sogni e idee, qualunque esse siano, pure se possano sembrare strane e non essere apprezzate dai più… State certi che c’è sempre qualcuno che vi apprezzerà e valorizzerà, annullando sacrifici e e delusioni”.

Hai potuto contare sull’aiuto delle istituzioni per mettere su l’attività?

“Non posso rispondere, per il semplice fatto che non ho mai chiesto aiuto. Si tratta ancora di un’attività home made, nel senso letterale del termine e altrettanto sinceramente spero, a breve, di trovarmi a chiederlo, perché vorrà dire che le mura di casa mi saranno strette e avrò bisogno di più spazio”.

Qual è la materia, la fibra, l’oggetto che meno si presta al riciclo?

“Non c’è oggetto che non si presti al riciclo, l’unico limite è la nostra immaginazione. Tutto si trasforma, con un po’ di creatività, aggiungo io”.

Per concludere, possiamo parlare di oggetti vintage nel caso delle tue creazioni?

“Sì, creazioni CIOBY vintage che si preoccupano innanzitutto di rispettare l’oggetto, il materiale e la sua storia. Dopodiché, si cerca di dargli un’aria nuova, modernizzandolo, ma senza mai snaturare il pezzo originario. Come dire, dal vecchio nasce sempre il nuovo!”.



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Arriva SFASHION, il capolavoro di Mauro John Capece

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di Alessia Bimonte

23 Marzo “SFashion”, il tuo ultimo Film, esce nei Cinema, come è nato questo Film e di cosa parla?

“SFashion è un lungometraggio che parla della crisi che sta distruggendo il sistema Italia, del fallimento di un brand di moda immaginario, a gestione familiare. Per la prima volta un Film parla di un’imprenditrice onesta, legata profondamente ai valori ed alla tradizione italiana, interpretata magistralmente dall’attrice Corinna Coroneo. Giuseppe Lepore, il produttore del Film, conoscendo bene il mondo delle imprese si è subito appassionato al progetto sostenendolo molto. Evelyn, Corinna Coroneo ndr, oppressa dai debiti, dalle tasse, dai sindacati, dalla mancata competitività dell’Euro e dalla immobilità del ‘Sistema Italia’, proprio come la maggior parte degli imprenditori piccoli e grandi del mondo dell’economia reale (non quella di cui si parla alla televisione) combatterà una lotta impari per salvare la Sua azienda. Finora film o documentari che hanno affrontato il tema della crisi lo hanno fatto dal solo punto di vista degli operai, degli impiegati, degli extracomunitari, dei criminali o dei disoccupati, dimenticando completamente di parlare degli imprenditori onesti che sono dal dopo guerra il vero (il solo) motore della nostra nazione. SFashion, lo vedrete, non è solo un film di denuncia, ma è delicato, elegante e le cose non le dice ma le fa dedurre. Tecnicamente, a mio parere, siamo di fronte a un Film molto riuscito, che è stato già presentato al World Film Festival di Montreal in prima mondiale e che ha già vinto due Awards come miglior Film straniero (Los Angeles Indipendent Film Festival e Hollywood Film Festival, ndr).

C’è molto risentimento nelle tue parole, da cosa dipende?

“Viviamo in un Paese che ha lasciato morire la maggior parte delle aziende eccellenti che, nel migliore dei casi, sono state svendute o smembrate. La classe politica è stata a guardare e ha solo parlato di equità fiscale (non esiste famiglia che non abbia ricevuto una cartella di Equitalia…). Gli imprenditori sono stati lasciati completamente da soli e i loro dipendenti hanno perso il lavoro e si sono visti privare dei pochi diritti che avevano. In SFashion mi sono posto il problema di parlare di come ci si sente a dover chiudere i battenti della propria azienda a causa della concorrenza impari delle economie emergenti o di chi, anche in Italia, sottopaga i dipendenti e non paga le tasse. Nei film, di solito, l’imprenditore è quasi sempre un ‘furbetto’ senza scrupoli o un truffatore, mai una persona onesta ed umana. Io ho voluto vedere anche il lato bello del fare impresa con amore. Inoltre mi dispiace molto che la produzione di moda delle medie imprese, senz’altro una delle eccellenze italiane, sia stata quasi completamente distrutta. Le nostre zone industriali e artigianali sono più decadenti del Texas ai confini col Messico”.

Dove è stato girato SFashion?

“SFashion è stato girato tra Roma (anche in studio), l’Abruzzo e la Puglia. Il Film è prevalentemente ambientato all’interno di due aziende: il maglificio Gran Sasso e Wash Italia, dove abbiamo ambientato e fatto nascere il nostro immaginario Brand di moda. Centinaia di imprenditori, di operai e di impiegati ci hanno aiutato a realizzare il Film. Un ringraziamento doveroso e particolare va anche a tutti i miei attori (tra cui spiccano Corinna Coroneo, Giacinto Palmarini, Andrea Dugoni e Randall Paul) che mi hanno affiancato con grande amore e mi hanno dato la possibilità di lavorare con grande serenità”.

Progetti per il futuro di Mauro John Capece?

“Per ora sono molto concentrato su SFashion sulla sua promozione e sull’uscita in sala (distributore imago, ndr). Sono sicuro che la mia carriera di Regista continuerà e spero che continui proprio in Italia ma nessuno può dirlo. Ho già due Film pronti da girare e non vedo l’ora di tornare sul set”.



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Stefania Orlando: cover story febbraio 2017

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Da anni è una garanzia per la nostra tv. E’ tornata ai “Fatti vostri”, è a “Uno Mattina” e parallelamente si esibisce con il suo gruppo musicale: gli Orlando Furiosi. Vivace ed esuberante, porta positività sia dentro che fuori lo schermo

di Silvia Giansanti

Fino a maggio sarà presente nel contenitore di Uno Mattina nell’interessante rubrica “Da vedere e da ascoltare”, dove lei stessa ha avuto modo di apprendere nozioni di arte, musica e pittura con esperti del settore. Ogni venerdì è all’interno de  “I Fatti Vostri” nel mini talent “Dog Factor” dove è presidente di giuria, una sorta di  Caroline Smith di “Ballando con le Stelle” della situazione, per intenderci. E’ un 2017 che Stefania vorrebbe vivere senza polemiche e nella massima serenità, riguardo a scelte e a meccanismi esistenti nel suo lavoro. Un nuovo anno che è iniziato per lei con una mega festa per i suoi cinquant’anni, compiuti sotto le recenti feste natalizie, che ha lasciato tutti gli invitati di stucco alla festa che si è svolta a gennaio al Mo Mo Republic di Roma. Sembra ancora di parlare, infatti, con una Stefania ventenne dalla pelle levigata che muoveva i primi passi accanto al mitico Corrado. Il suo ammaliante taglio di occhi la rende ancora più affascinante, per non parlare di quella luce generata da un felice amore con il suo Simone.

Stefania, abbiamo appena aggiunto un altro anno. Secondo te l’esperienza più gratificante della tua vita professionale è avvenuta o dovrà ancora manifestarsi?

“La mia filosofia è da sempre quella che il meglio debba ancora venire, anche se alcune tappe importanti le ho fatte per poter arrivare a quello che sono oggi”.

In questi ultimi anni la Orlando è stata più curiosa o furiosa?

“La mia natura è quella di essere curiosa, non a caso ho un blog che si chiama ‘l’Orlando curiosa’, mentre il gruppo musicale si chiama gli Orlando Furiosi”.

Ecco, sappiamo che la tua attività con il gruppo è stata molto intensa.

“Sì, è un’attività parallela che mi sono creata con il tempo e che va avanti dal 2006, segnando una nuova apertura nella mia vita, diversificandomi e dimostrando un po’ di poliedricità. La passione per la musica è stata sempre con me e quando mi si è presentata l’opportunità di poterla esplorare da vicino, è diventato un secondo lavoro. Spesso siamo chiamati per fare serate di piazza anche nelle sagre, mentre d’inverno facciamo i live nei locali e nei club. Sono sempre coadiuvata dal mio fidanzato Simone che è un ottimo musicista che cura tutti gli arrangiamenti, visto che proponiamo molte cover rivedute e corrette”.

Tu e Simone vi siete conosciuti nel gruppo, giusto?

“Sì, abbiamo lavorato il primo anno senza essere fidanzati, poi le cose sono andate diversamente un bel giorno dopo averlo sognato. Lui si era accorto di me, ma era incredulo che potesse avere una storia con una persona conosciuta e non si è mai fatto avanti”.

Qual è il segreto di questo amore duraturo che va avanti ormai da nove anni?

“Il primo anno è stata una messa alla prova dal punto di vista della fiducia reciproca. Ero un po’ più possessiva, perché avevo bisogno di certezze, provenendo da situazioni precedenti un po’ traumatiche. Dopo questa prima fase, la mia possessività è stata finalmente messa da parte”.

Tornando alla musica, il 2016 si è portato via validi esponenti. Hai versato lacrime per qualcuno di questi artisti?

“Lacrime vere e proprie no, però la scomparsa di alcuni mi ha messo tanta tristezza. Mi è dispiaciuto molto per David Bowie, per George Michael, ma anche per Marco Pannella, cambiando settore, un politico che ho seguito e votato. Un altro nome, Umberto Eco. Ho versato talmente tante lacrime per la scomparsa di una mia grande amica, avvenuta anni fa, che oggi non riesco più a soffrire”.

Mi è capitato di leggere da qualche parte che sei ancora bisognosa di coccole, perché in fondo ti senti ancora un po’ bambina.

“Sì, vero. Chi di noi in fondo in fondo, non si sente ancora bambino dentro? Per fortuna che c’è questo lato infantile che alberga in ognuno di noi, che non ha nulla a che fare con la maturità, con la saggezza e con le nozioni che si acquisiscono”.

Cosa hai buttato via dell’anno scorso o cosa vorresti buttare in questo inizio?

“Alcune persone opportuniste e ipocrite, non solo nell’ambito lavorativo ma in generale”.

Qual è la persona a cui sei legata maggiormente nel tuo mondo?

“Michele Guardì e ricordo con affetto anche Corrado, con cui ho iniziato a lavorare poco più che ventenne”.

A proposito di età, hai dichiarato senza nessun problema di aver compiuto i cinquant’anni. 

“Sono dell’idea che faccia più effetto essere apprezzati quando te li porti bene, bisogna essere fiere della propria età, combattendo la tendenza che si è creata negli ultimi anni di nasconderla ad ogni costo per fobie varie”.

Ti aiuti per mantenerti così bene?

“Contribuisco con il movimento, con i trattamenti estetici e con ogni cosa che fanno le donne. Da non dimenticare l’alimentazione corretta anche per un fatto di salute, al di là dell’estetica”. (Ridendo davanti a manicaretti appena ordinati)

Director&stylist: Marco Scorza - Foto: Andrea Damiano - Abiti: Edas e Pianurastudio

CHI E’ STEFANIA ORLANDO

Stefania Orlando è nata a Roma il 23 dicembre del 1966 sotto il segno del Capricorno con ascendente Sagittario. Caratterialmente si definisce testarda e leale. Come hobby ama dipingere, tifa per la Roma e adora mangiare gli gnocchi. Le piacerebbe vivere a Londra. Possiede un Chihahua di nome Margot e in Umbria, dove risiedono i genitori del suo fidanzato, ha altri gatti e cani. Dal 2008 è legata al musicista Simone Gianlorenzi. Ha esordito nel 1993 come valletta nel programma tv di Canale 5 “Si o no?”, condotto da Claudio Lippi. Dopo questa esperienza è approdata in Rai sempre in qualità di valletta in “Scommettiamo che…?”. Ha condotto anche il TG Rosa su Odeon tv e ha lavorato anche per TMC. Nel 1997 è tornata in Rai in veste di conduttrice dello storico programma tv “I fatti vostri”, nel quale è rimasta fino al 2003. Durante questi periodi ha partecipato ad altre trasmissioni Rai come “Il lotto alle otto”, “Telethon”, “Torno sabato” e “Uno di noi”, passando anche attraverso il “Girofestival”. In questi ultimi anni ha partecipato come opinionista ad alcune rubriche di “Unomattina in famiglia”, ed è entrata nel cast de “I fatti vostri” in veste di giurata di Dog Factor, talent show dedicato al mondo dei cani. Ha condotto anche puntate di “Cantando ballando” in onda su Canale Italia. Oltre alla tv ha intrapreso anche il percorso di cantante verso il 2005, entrando nel gruppo Sex Machine Band, debuttando come solista nel 2007 con il singolo “Sotto la luna”. Oggi prosegue l’attività musicale con la sua band,gli Orlando Furiosi. Ha aperto anche un suo blog intitolato “L’Orlando curiosa”, nel quale tratta molteplici argomenti e che si trova sotto forma di rubrica all’interno del settimanale Eva Tremila. Stefania ha anche un passato da attrice in teatro e tv.



more No Comments febbraio 7 2017 at 15:19


Dacia Maraini: Donna per le donne

dacia maraini 1

Scrittrice, poetessa e sceneggiatrice. I suoi scritti sono una sorta di riflettori accesi sul mondo femminile

di Irene Di Liberto

Lei è una scrittrice particolarmente attenta all’universo femminile. Ha scritto spesso di donne comuni, invece in “Chiarad’Assisi – Elogio alla disobbedienza” parla di una donna un po’ speciale, una Santa. Da dove nasce questa idea?

“L’interesse per gli scritti delle mistiche risale agli anni 70. Ho scritto un testo teatrale su Suor Juana Inez de la Cruz, una monaca scrittrice messicana del 700; e poi ho scritto u n testo su Caterina da Siena. Quindi non è una novità per me. Due temi che mi stanno a cuore sono: la reclusione e la scrittura, due pratiche molto conosciute dalle donne di tutti i tempi”.

Qual è stato il ruolo delle donne nella Chiesa?

“All’inizio straordinario e venivano anche molto rispettate. Sto parlando delle martiri cristiane e poi delle prime donne intorno a Cristo. Dopo, mano mano che la Chiesa diventava potente e armata, le donne venivano emarginate dal potere centrale e relegate a compiti di servitù. Contemporaneamente nasceva la misoginia dei Padri della Chiesa”.

E nella società odierna?

“Le donne hanno guadagnano in diritti civili, ma la cultura di fondo resta misogina e androcentrica”.

Anche “L’amore rubato” ci parla di donne. Donne violentate e sofferenti. Ma a chi affidare oggi il compito di limitare l’istinto alla violenza verso il genere femminile?

“Beh, tanto per cominciare, alla scuola, anche quella primaria. Bisogna insegnare a rispettare l’altro, imparare a rinunciare all’idea del possesso di chi si ama. Possedere una persona vuol dire farla schiava e la schiavitù è perversa e antistorica”.

“Le donne non sono angeli, né fantasmi ma persone e come tali vorrebbero essere trattate”. A suo avviso, la letteratura ha ancora la forza e la capacità stimolare le coscienze?

Anche la letteratura è spesso misogina, a volte senza neanche rendersene conto. Comunque sono d’accordo con lei: le donne non sono né angeli né demoni, sono esseri umani con tutte le debolezze degli esseri umani. Le donne possono essere altrettanto crudeli e aggressive degli uomini. Solo che nella storia le donne hanno imparato (o sono state costrette a imparare ) a sublimare, mentre agli uomini è stato insegnato che sono i signori della terra, fatti a immagine divina e che le mogli e i figli appartengono loro per diritto di natura. Una donna, se perde un uomo che ama, piange, si dispera, ma non le viene in mente di ammazzare lui e i suoi figli. Un uomo, se perde la donna che considera sua, entra in una crisi così profonda che a volte si trasforma in assassino. Basta leggere la cronaca di questi giorni, non le pare?”.

Da suo padre a Moravia, come è stato il rapporto con la cultura maschile nella sua vita?

“Ho molto amato i padri letterari. Ma ad un certo punto mi sono chiesta: dove sono le madri? Ho cercato fra i libri e le ho trovate: sono le grandi scrittrici dei secoli scorsi, tenute ingenerosamente da parte”.

Da buona siciliana, le pongo questa domanda: ha vissuto molti anni in Sicilia con la sua famiglia, delle donne sicule cosa ricorda?

“Le donne siciliane di solito sono forti, determinate e coraggiose. Qualche volta usano male questo coraggio”.

A quale dei suoi personaggi si sente più vicina?

“I personaggi sono come i figli: non si fanno preferenze. Si amano tutti”.



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Alessandra Sarno: “Ho per figlio Tony Manero!”

Alessandra SARNO apertura

Il 2017 la vede protagonista in tournée con il musical “Saturday Night Fever”. E il pubblico romano potrà ammirarla a febbraio al Teatro Olimpico

di Mara Fux

Nonostante sia una delle più divertenti attrici comiche che l’attuale panorama possa offrirci, Alessandra Sarno è una rara eccezione dello showbiz nostrano dal momento che pur essendo salita in più occasioni sul palcoscenico di Zelig ha recitato in ruoli importanti e assolutamente “seri” sia in televisione che al cinema.

Che dici Alessandra, a colpi di risate puoi dire di essertelo tolto qualche sassolino nei confronti di chi ghettizza gli attori in una sola tipologia di ruolo? 

“Sì certo! Ma i pregiudizi sono impossibili da levare: pensa che ieri un muratore bergamasco mi ha detto che noi baresi siamo venuti al Nord a levare il lavoro a loro… ma che ne sapevo io che voleva fare l’attore”.

Che mestiere è “fare l’attrice”? 

“Serio come quello del muratore bergamasco, ma un po’ più divertente e un pochino  meno faticoso.”

Quale è stata la tua più grande soddisfazione professionale?  

“Fare il ‘piedino’ sotto al tavolo a Robert De Niro nel film ‘Manuale d’amore 3’ (regia di Giovanni Veronesi). Non me l’hanno fatto baciare perché purtroppo il copione non lo prevedeva ma ho raggiunto un obiettivo ben più grosso. Il piede che ho utilizzato l’ho portato ai R.I.S. per recuperare tracce di DNA da vendere su e-bay”.

Giorgio Centamore, tuo compagno, per mestiere è autore: condividere con lui questo aspetto professionale rafforza il vostro rapporto? 

“Certo che sì: è un interesse comune che si condivide con gioia. Oddio, se facesse il gioielliere… sarebbe la stessa cosa: sarei ben felice di condividere le gioie”.

Il 2017 ti impegna nella tournée del musical “Saturday Night Fever”: come ci si sente ad esser la madre di Tony Manero?  

“Ci si sente benissimo, anche perché i colleghi con cui lavoro sono bravissimi e divertenti, e poi in fondo, calcola che il più vecchio della compagnia ha 36 anni, e poi ci sono io… più mamma di così! Loro ballano e cantano in maniera fantastica, e io li guardo da dietro le quinte e mi entusiasmo, e poi in compagnia ci vuole sempre un’ attrice più grande che dia loro pillole di esperienza e pillole di aspirina. Ho tutto con me, sempre”.

Una buona ragione per venirvi a vedere a febbraio al Teatro Olimpico?  

“Vuoi dire un buon motivo oltre a me? Perché ‘La Febbre del Sabato sera’ è un musical molto bello, a tratti divertente, recitato, ballato e cantato da performer  bravissimi. Io mi ci sono ritrovata, perché dopo un provino “sfida” fatto per gioco, il regista Claudio Insegno, cui sono molto grata, mi ha scelta perché voleva creare con colui che fa mio marito, (Gaetano Ingala) un momento comico, un po’ diverso dal film. Tony Manero è bravissimo (Giuseppe Verzicco) e ci divertiamo molto in scena. Ma a dire il vero sono tutti fantastici, tutti. Anna Foria, Giada D’Auria, Giovanna D’Angi e Gianluca Sticotti, potenti nelle loro voci, che trasmettono forza e amore per quello che fanno! Ormai siamo tutti una grande famiglia! Ormai siamo la famiglia della ‘Febbre del Sabato sera’ e menomale perché ci aspetta una lunga tournée.  Siamo felici, soddisfatti e questo sul palco si sente”.



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Gaetano Thorel: Ieri Ford, oggi FCA

gae da solo

Una lineare, semplice e lucida osservazione della realtà automobilistica che attraversa il sociale  e il modo di vivere il tutto, insieme alla sua famiglia. Un’avventura umana e professionale che può ancora dare molto…

di Paolo Paolacci

Gaetano, la Ford: quando e come hai iniziato?

Ho iniziato nel ’91, neolaureato in ingegneria: dopo un incidente e due mesi in ospedale, con le stampelle ho fatto i colloqui in Ford Italia, e sono stato assunto.

Una carrellata delle posizioni che hai avuto in Ford.

La cosa importante è che per arrivare a determinate posizioni si devono sviluppare una serie di competenze. Oggi purtroppo il valore delle competenze si sta perdendo, nonostante siano fondamentali. Ho lavorato in Ford Italia ma non solo: direttore di zona di ricambi a Colonia, poi tra Italia ed Europa direttore di zona di vetture, direttore di pubbliche relazioni, direttore marketing, direttore vendite (quindi ho avuto la possibilità di gestire tutti i cosiddetti stakeholders cioè i concessionari, i clienti e la stampa). Dopo diversi anni di spostamenti tra Italia ed Europa (presidente e amministratore delegato della Ford Italia, vice presidente marketing per Ford Europa), e il 31 luglio scorso ho deciso di fare altro.

Che ti rimane come ricordo di quella filosofia di quegli anni specialmente all’inizio? (adesso si sono un po’ uniformati i pensieri)

Beh io sono assolutamente grato alla Ford Motor Company e alla Ford Italia. Mi rimane la grande possibilità che ho avuto di crescere, dal punto di vista professionale: persone come Ghenzer e Formica, sono personaggi che hanno creduto e credono nella persona, ed è quella Ford Italia che è stata unica nel suo genere, (anni ’90-2000). La Ford Italia di cui parlo ha sviluppato tutta una serie di talenti che oggi ricoprono posizioni di vertice in tutte le aziende automobilistiche italiane e questo non può essere un caso. Se oggi si analizza il panorama automobilistico italiano, ci si rende conto che al vertice di Opel, Fiat Chrysler, Yundai, Wolkswagen, ci sono degli ex Ford, e ci sarà un motivo, non può essere una coincidenza. Questa capacità di sviluppare le persone e di dargli la possibilità di esprimersi, ovviamente con la loro creatività, il loro entusiasmo, la porto dentro con me: questa è la Ford Italia che mi ha permesso di crescere.

A livello sociale, invece, sembra che abbiamo quasi finito il trucco di come vivere, di cosa fare, quindi dobbiamo tornare un po’ all’acqua e sapone… Secondo te, che tipi di modelli ci riserverà il futuro, sia a livello automobilistico che sociale?

Dal punto di vista automobilistico ci saranno dei grandi cambiamenti nel prossimo decennio. Per fare un esempio, mio nipote, un giovane di 22 anni (laureato Bocconi e Master all’Esade), lavora da un anno e mezzo a Dubai nel mondo delle comunicazioni, ma il settore delle telecomunicazioni non lo vede come il suo futuro: punta infatti alla consulenza dell’automotive. Un ragazzo di 22 anni, oggi ha un concetto di automobile che coincide con il carsharing, la mobilità, l’elettrificazione, la guida autonoma. Ecco i grandi cambiamenti che si affronteranno. Il ruolo del concessionario cambierà: si punterà sui servizi offerti, sulle capacità di proposta. Per riassumere: l’elettrificazione, la connettività e la guida autonoma sono le 3 rivoluzioni inevitabili dell’automobile. Altro elemento importante da considerare come innovazione sono gli “agenti disturbatori” (Apple con la Apple Car, Google con la guida autonoma), che costringono l’industry a crescere, a pensare in maniera moderna.

Questo tipo di impostazione è quello che ultimamente la Ford di Mark Fields, tutto il gruppo che parla ormai di mobilità e non più solo di vettura.

Sì ma non solo Ford. Tutte le aziende sono costrette a confrontarsi con questo cambiamento. Bisognerà farlo in maniera rapida per essere i migliori, specie per quanto riguarda lo sviluppo, che ha dei tempi molto lenti (36 mesi, 3 anni). Le aziende automobilistiche dovranno cambiare il loro modello, soprattutto per questa parte di business, e di adattarlo al consumatore.

La famiglia, il lavoro, la necessità di rispondere ad una bella carriera: come si coniugano tutte queste cose in una sola persona come Gaetano Thorel?

Sono un uomo estremamente fortunato perché ho conosciuto mia moglie Sabrina oltre 20 anni fa ed è il mio punto di riferimento: la mia famiglia è la mia energy machine, ed abbiamo sempre affrontato tutto insieme, dagli spostamenti (Colonia, Londra, Roma) ai cambiamenti (a giugno quando andremo a vivere a Milano). Per me la vita è una sola così come la mia agenda. Secondo me, questo equilibrio è il motivo per cui ho avuto questa carriera e questa vita: devo molto a mia moglie.

Per necessità lavorative hai vissuto molto all’estero: l’Italia da lì come la trovi, quali sono le cose “sbagliate” o da migliorare, e invece qual è il nostro talento?

L’Italia è una grande storia non raccontata, secondo me. L’Italia ha negli italiani delle enormi eccellenze. Quando un italiano si confronta all’estero in aziende straniere, raramente non eccelle. Questo è il grande talento dell’Italia. Il grande limite invece è il sistema paese italiano, che invece è il contrario: quando si confronta con quello degli altri paesi, fa acqua da tutte le parti. Quando vivi all’estero, ti fa arrabbiare moltissimo perché ti rendi conto che le eccellenze italiane potrebbero arrivare dappertutto. Se il sistema paese fosse adeguato alle eccellenze italiane, se ci fosse un senso civico dove il sistema ragionasse come ragionano gli italiani singoli, allora l’Italia sarebbe uno dei paesi migliori al mondo. Questo basta vederlo per come è fatto: è un paese che nonostante non abbia molte materie prime né dei grandi servizi, rimane una delle economie più sviluppate al mondo. In Italia per esempio, non esiste il concetto di “bene pubblico” che esiste in Germania o in Inghilterra o in Francia. Questo è l’enorme limite di questo paese.

E’ più facile o è più difficile sognare in FCA?

Con un po’ di dispiacere ti posso dire che è più facile sognare in FCA. La Ford degli ultimi 2 anni è una governance, mi riferisco alla struttura e ai processi che sono una cosa fondamentale in qualunque azienda: purtroppo sta rischiando di essere una patologia, cioè la Ford rischia di non avere più spazio per osare, per pensare in maniera diversa, per inventarsi strade nuove, proprio perché è tutto regolamentato da una quantità di dati esagerati. Bisognerebbe avere entrambe le cose in un’azienda: una grande governance per evitare situazioni come l’Alitalia (dopo 2 anni siamo di nuovo ad un altro fallimento) e lasciare spazi per pensare fuori dagli schermi, per far esprimere la creatività delle persone.. Se penso alla Fiesta di Ghenzer, alla quinta marcia di serie, il lancio dell’airbag e la station wagon, sono un esempio dei tanti momenti in cui si è potuto osare. In FCA ho trovato un’azienda che ha tanto bisogno di regole e di governance, ma è anche ancora molto rapida, dove si può pensare fuori dagli schemi. Fuori dall’Italia va costruito tutto: bisogna convincere gli europei, i russi, che stiamo parlando di FCA, Fiat Chrysler, non della vecchia Fiat.

Attualmente il ruolo in cui sei entrato?

Sono responsabile vendite di FCA, per tutti i paesi europei senza i 5 mercati più grandi, tutta la Russia, tutti i paesi ex unione sovietica, ex Jugoslavia, e poi tutta l’Africa come continente. Sono circa 60 mercati, una responsabilità ampia, 1400 persone sotto la mia responsabilità, è una sfida affascinante e mi diverto molto. Mi piace essere tornato in Italia e l’idea di aver dato un contributo all’unica azienda italiana, e sono contento di andare a Milano, la città meno italiana dell’Italia: ormai è una città interamente europea, quindi dopo Londra sono convinto che mi troverò bene a Milano.

Che differenza c’è fra l’essere stato italiano in Ford ed ora in FCA?

Italiano in Ford è stato un viaggio meraviglioso soprattutto in nord Europa perché ho potuto portare quello spirito dell’italiano di cui parlavo, e questo mi ha consentito di fare delle bellissime cose. Italiano in FCA è il contrario: quella parte legata alla creatività fa parte di Fiat Chrysler, quello che voglio portare è un po’ di governance e di regole ma senza uccidere la creatività.

Marchionne e Mark Fields?

Parliamo di due personalità totalmente diverse. Marchionne è un uomo di grande spessore, ha fatto una rivoluzione in azienda, (lo associo sempre a Mulally). Mark Fields è un ottimo executive dell’automobile, storicamente in Ford da 30 anni (sta prendendo l’eredità non facile di Mulally). Mulally e Marchionne secondo me sono i talenti, un po’ come una squadra di calcio: ci sono Messi e Ronaldo, e poi ci sono tutti gli altri grandissimi giocatori. Di questi personaggi ne nasce uno ogni tanto.

Queste sono necessità aziendali che si succedono per capitalizzare il cambiamento fatto, per poi gestirlo con principi forti e universali come l’integrità e la trasparenza. Quanti marchi resteranno, secondo te ,  da qui a dieci anni sul mercato? Mi sembrerebbe del tutto razionale una riduzione…

La questione non è quanti marchi ci saranno fra 10 anni ma come i consumatori guarderanno l’automobile. Credo che il numero di Brand non diminuirà perché ognuno ha un suo DNA, una sua personalità unica. Credo invece che potranno esserci ulteriori M&A nel mondo dell’auto e credo anche tra aziende Automobilistiche e Tecnologiche; questo per consentire una condivisione degli investimenti necessari per traguardare quell’automobile… elettrica, connessa e autonoma che il mercato chiederà in futuro.



more No Comments febbraio 7 2017 at 15:10


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