Francesca Sanapo: “Da piccola sognavo Charlie Chaplin”

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di Marisa Iacopino

E’ Messalina a teatro a maggio in “Nerone Superstar”. Scopriamo da vicino questa brava attrice.

Laureata e specializzata in amministrazione pubblica alla Luiss, come ti sei avvicinata al mondo dello spettacolo, Francesca? 

“Penso sia stato un istinto innato. Da piccolina sognavo guardando Charlie Chaplin ed amavo sia la commedia all’italiana dei De Filippo che i grandi film dei registi hollywoodiani. Amo da sempre fare spettacolo, recitare, cantare e danzare, ho iniziato facendo teatro per bambini pochi mezzi ma bellissimi ricordi”.

I tuoi genitori che futuro speravano per te? 

“Certamente il classico percorso di donna in carriera, e ne ho avuto di esperienze in tal senso fino a che ho scelto consapevolmente la carriera artistica, senza alcun rimpianto”.

Sbaglio o proprio la donna in carriera interpretavi nello SPOT TV di Certi W? 

“E’ vero, una bella esperienza. Prodotto da Bielle Re, che è responsabile dell’intera campagna adv di Certi W società di ispezione e certificazione, con la produzione esecutiva di Revolver è una bella ‘short story’ di 30 secondi scritta e diretta da Edo Tagliavini regista con cui è stato davvero un piacere lavorare. Oltre i canali web Bielle TV e Imago Distribution, è in onda sui  canali TV Odeon 24, Nuvola61 e Canale Italia per tutto il 2017”.

Ci racconti di una esperienza che ti ha soddisfatto artisticamente? 

Uno spettacolo teatrale cui ho preso parte nel 2016.  Messo in scena a Roma assieme ad altri 5 attori, tre uomini e due donne. Con la regia di Roberto D’Alessandro sui testi di Byron, Shelley e Polidori, rispettivamente ‘Frankenstein, La sepoltura’ ed ‘Il vampiro’.  Ho frequentato due accademie d’arte, una unicamente di teatro e  prosa e l’altra prosa e musical: il teatro da sempre grandissime soddisfazioni”.

Hai fatto scelte di cui poi ti sei pentita? 

“No mai. Ogni scelta in realtà è funzione del momento in cui si vive ed aiuta a crescere”.

Il mondo del cinema era come lo immaginavi? 

“No. Nonostante il mio sogno sia quello di vivere di cinema la elevata competitività e la discontinuità lavorativa rendono veramente difficile riuscire ad imporsi in questo mondo. In questo momento mi piacerebbe tanto avere esperienze internazionali.  Comunque credo che tutto quello che ottieni dipenda soltanto da te stessa e da come scegli di vivere la tua vita professionale, l’importante è vivere sempre con gioia apprezzando e accettando pienamente se stessi”.



more No Comments maggio 8 2017 at 13:43


Elena Cacciabue: Un foglio, una matita e…

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Datele una matita e lei vi sorprenderà. Elena Cacciabue è un’artista del fumetto. La dimostrazione vivente che il “bello” può scaturire dalla mano dell’uomo e non per forza dallo schermo asettico di un personal computer. Una donna a cui bastano un foglio e una scatola di pastelli per raccontare una realtà che lascia senza parole. Basta il suo curriculum per capire al volo che l’arte le scorre nelle vene: specializzata in Arti Visive, ha ideato e realizzato progetti artistici, teatrali, musicali e di pittura per bambini anche delle scuole d’infanzia. Soprattutto, è lei la creatrice di “Petit”. Un gattino di casa che, suo malgrado, vivrà già nel corso della sua prima storia, avventure straordinarie. Il suo coraggio e la sua forza saranno messi a dura prova. E pur avendo in più occasioni, possibilità di vivere vite agiate, il suo sogno resterà sempre e comunque quello di ritornare ai suoi affetti.  Il libro, che ha girato le librerie d’Italia, avrà a giorni in uscita il suo seguito. Il  messaggio è chiaro : riscoprire i valori di un tempo, riaffermando l’importanza dei buoni sentimenti, rilanciando l’esigenza del vero. Tutto questo, attraverso la narrazione per immagini. Sembra una missione fuori dal tempo, invece dalla sua Genova in cui è nata e cresciuta, Elena Cacciabue è riuscita a far parlare di sé in tutta Italia. Un messaggio arrivato dritto alle coscienze.

Perché “Petit”, alla faccia del nome, porta con sé qualcosa di grande. 

“Anche nella scelta del nome ‘Petit’ è implicito quel senso di semplicità e bellezza che spesso tendiamo a dimenticare. ’Il bello è e resta nella quotidianità dei nostri affetti’”.

Elemento non trascurabile: tecniche tradizionali, ovvero tanta fatica.

“Serve impegno, lo sforzo è immenso, ma rifiuto categoricamente i ritocchi del digitale e porto avanti la tematica tradizionalista di chi vuole trasmettere l’amore per il disegno e per le pennellate autentiche che si devono vedere”.

Accanto a “Petit”, quali altri personaggi troveremo?

“Tutti i protagonisti rappresentano sempre ‘categorie umane’. Il gatto ‘Bandit’, il bullo che vuole imporre le sue regole; il gufo ‘Sensé’, il saggio e il buon consigliere che risolve ogni cosa con il dono della parola; la volpe ‘Chérie’, simbolo dell’accoglienza; il gattino ‘Chic’, il puntualizzatore della realtà che non intravede però alcuna possibilità di cambiamento; il marchese ‘De Narcisus’, l’egocentrico che vive concentrato sui propri interessi di esteta e per i propri bisogni asserva gli altri; la gioia del donare e del vivere  che è la guida fisica, rappresentata dal pettirosso ‘Bon Coeur’; gatto ‘Re Artù’ , il salvatore-guerriero che vince senza combattere; e altri ancora…”.

Perché far “nascere” questi personaggi ispirati dal mondo animale?

“I miei libri nascono sempre e comunque dal desiderio di trasmettere l’importanza di valori che tendono ad essere dimenticati, avvolti come siamo oggi da una società arrivista e frettolosa; vorrei che i bambini capissero l’importanza della famiglia e che perseverare nei propri obiettivi è fondamentale per riuscire a realizzare i propri sogni”.

Cosa rappresenta il fumetto per la società attuale?

“E’ unione armonica tra testo e immagini, crea un ‘fil rouge’ con la parte più intima del nostro vissuto, determinando una sorta di catarsi. Sviluppa la fantasia nel lettore, che riempie di emozioni proprie lo spazio tra una vignetta e l’altra”.

Nel tuo destino c’era già questa inclinazione verso l’arte.

“Sono nata con la passione per l’arte in tutte le sue forme, dalla pittura alla fotografia, dall’ illustrazione alla scrittura. Attualmente conduco laboratori artistici per bambini e per adulti presso il mio studio, varie biblioteche e librerie”.

Sempre parlando di fumetto, quali sono i tuoi autori preferiti?

“Inizio da Milo Manara forse la risposta più scontata, ma un vero genio del disegno e maestro nella comunicazione che oscilla tra sensualità e pura bellezza. Trina Robbins per il suo stile e come donna. Recentemente sto ammirando il lavoro di Emily Carroll. I miei fumetti preferiti restano comunque quelli della casa editrice Bonelli, in particolare sono appassionata di ‘Julia’ e quando la disegna Giorgio Trevisan la trovo ancora più bella”.

Per ulteriori informazioni:

www.elenacacciabue.com

centroartistico@elenacacciabue.com



more 3 Comments maggio 8 2017 at 13:41


Matteo Achilli: Il ragazzo “self made”

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La storia che diventa un film

di Alessio Certosa

La sua è la generazione macchiata dal 40 per cento di disoccupazione. Una generazione di ragazzi senza prospettive e con un futuro nebuloso. Lui, Matteo Achilli, ha capito, giovanissimo, che bisognava inventarsi qualcosa. E così al Liceo si mette in testa di creare un progetto senza grosse pretese al fine di mettere in contatto le aziende con chi cerca lavoro. Una piattaforma informatica che mettesse ordine tra la domanda e l’offerta puntando sul merito. Una sfida affascinante, messa in piedi senza grandi risorse finanziarie. Solo 10 mila euro prestati dalla sua famiglia, in un momento difficile dopo che suo papà aveva perso il lavoro. Tanto di cappello!  Nasce così Egomnia, una start up che ha subito fatto parlare di sé, catturando l’attenzione dei media, addirittura della BBC all’interno del documentario “The Next Billionaires”. Un settimanale italiano lo ha definito nientepocodimenoche lo “Zuckerberg italiano”. Un titolo ad effetto, di quelli che a livello giornalistico se ne fanno tanti per richiamare l’attenzione, ma che rappresenta comunque una bella iniezione di fiducia. L’obiettivo di Egomnia è diventare una vera e propria azienda di altissimo livello capace di funzionare alacremente per come l’ha pensata e creata Matteo. Ovviamente ci vuole tutto il tempo di cui ha bisogno una start up, soprattutto se nasce in un Paese come l’Italia, dove fare impresa dal nulla è maledettamente complicato. E dove si investe pochissimo sulle idee. Ma il bello doveva ancora venire. La vita, i sogni e le ambizioni di Matteo Achilli, infatti, sono diventati anche un film. Il mese scorso è uscito al cinema, per la regia di un grande come Alessandro D’Alatri, il film “The Startup”, interpretato da attori giovani e bravi come Andrea Arcangeli (a cui è stato affidato il ruolo di Matteo), Matilde Gioli e Paola Calliari. Un film che racconta i sacrifici, la determinazione e la voglia di arrivare di un ragazzo che non voleva stare con le mani in mano. Matteo Achilli, appunto.

Matteo, parlaci di te, in modo che tu possa presentarti ai nostri lettori.

“Sono un giovane imprenditore classe 1992 che nel 2012 ha fondato Egomnia, un’azienda informatica che opera nel settore delle risorse umane. Il suo prodotto più famoso è la piattaforma Egomnia.com che aiuta le persone a mettersi in contatto con le aziende”.

Iniziamo da un qualcosa di roboante: nel 2012 Panorama Economy ti definisce lo Zuckerberg italiano. Esagerazione giornalistica o un complimento meritato?

“È un titolo che serve a far vendere i giornali. Io non sono Zuckerberg. Egomnia non è Facebook. L’Italia non è gli Stati Uniti d’America. Entrambi però abbiamo un film sulla nostra vita”.

Sei l’esempio che i sogni, le idee e la determinazione portano a qualcosa. Tu come hai coltivato i tuoi sogni per portarli alla loro realizzazione?

“Ho ricevuto molte delusioni e ho percepito la mancanza di meritocrazia. Così ho investito le mie energie per realizzare una piattaforma che promuovesse il merito. Piano piano sto realizzando i miei sogni, con molte difficoltà e con molti sacrifici”.

Egomnia è la start up più discussa – in bene e in male – degli ultimi anni. E’ la tua creatura, ce ne puoi parlare?

“Egomnia permette di semplificare il processo di selezione di un’azienda. Crescerà molto. Le grandi aziende ricevono decine di migliaia di curricula ogni anno e diventa fondamentale un sistema che crei ordine. Il valore di Egomnia non è stato compreso in Italia dalla community degli startupper, ma a me poco importa. Non sono loro né i miei consumatori e né i miei clienti”.

Come funziona Egomnia?

“Basta iscriversi alla piattaforma Egomnia.com, inserire il proprio curriculum vitae in maniera guidata e si ottiene un punteggio. Poi ci si può candidare agli annunci di lavoro o seguire le aziende che più interessano manifestando il proprio interesse per lavorare in quelle organizzazioni”.

Dall’ “incubatrice” ad oggi, come è avvenuta la nascita e come è stata alimentata e cresciuta la tua start up? 

“Egomnia è nata con un investimento familiare di 10 mila euro. Poi è cresciuta da sola ed ora si è strutturata. È questo il bello della mia storia, nessuno mi ha aiutato se non la mia famiglia, una vera Istituzione di questo Paese”.

Parlare di Matteo Achilli e di Egomnia è come aprire una porta al futuro. Come vedi il futuro della digitalizzazione?

“Tra un po’ il mercato che gira intorno agli smartphone sarà saturo e vincerà il genio in grado di inventarsi una nuova tecnologia hardware e software su cui poter navigare in Internet, che sostituirà lo smartphone”.

Che consiglio daresti ad un giovane che ha tante buone idee per avviare una start up?

“Di concentrarsi su quella migliore e di realizzarla!”.

Da “startupper” ad imprenditore: è andato tutto come ti aspettavi?

Non mi aspettavo niente di tutto questo. Egomnia è nata come progetto liceale con un piccolo budget e poche pretese. Ma ha avuto un boom di iscrizioni e l’interesse della stampa sin dal momento del lancio e da allora mia vita è cambiata e tutto sembra potersi avverare”.

La tua storia è stata raccontata in un libro e in un film. Ritieni che entrambi possano essere strumenti esaurienti per capire qualcosa in più su di te e su come hai costruito il tuo successo?

“Non penso. Penso che il messaggio del libro e del film “The Startup” sia l’attitudine e la forma mentis che viene utilizzata. È quello il messaggio che passa. Non pretendere, non chiedere, non lamentarsi ma rimboccarsi le maniche, fare, sbagliare, lavorare, sacrificare e non arrendersi”.

Spesso quando si raggiunge il successo, oltre ai tanti fans, c’è da fare i conti anche con qualche detrattore. Invidia o incapacità di accettare i successi degli altri?

“Frustrazione. Purtroppo ce n’è tanta”.

Su quali elementi, secondo te, si poggiano coloro che osteggiano il tuo successo o che cercano di sminuirlo?

“Ritengono che io abbia ottenuto tanta visibilità per la realtà che rappresento. Come dicevo prima, frustrazione. Io vado avanti per la mia strada e, come sto facendo, costruisco valore in Italia”.

Un messaggio da dedicare ai nostri lettori.

“Costruire è più nobile e difficile che distruggere. Cercate di costruire nella vita e circondatevi di persone in gamba. L’Italia ha bisogno di persone così”.



more No Comments maggio 8 2017 at 13:39


Valeria Umbro: Una giovane fashion blogger

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La passione per la moda l’ha spinta ad intraprendere l’esperienza del blog. Grazie ai tanti follower è potuta diventare una influencer  ed indossare gli abiti di Sandro Ferrone

di Marisa Iacopino

“Ho 16 anni, abito in un paese vicino Roma, San Cesareo. Frequento il terzo anno del Liceo Linguistico a Roma. Il mio sogno è quello di lavorare nel mondo dello spettacolo ma specialmente in quello della moda. Adoro tutto ciò che riguarda la bellezza, sono sempre informata sulle ultime tendenze correnti. Una delle mie ambizioni più grandi è quella di diventare una famosa fashion blogger. Nel tempo libero mi dedico molto nel condividere i miei outfit sui social; mi auguro che questa mia passione, un giorno, diventi il mio lavoro. Al momento, come influencer, indosso abiti per Sandro Ferrone. Lo scorso anno ho frequentato una scuola di portamento,recitazione e dizione. Attualmente, dopo l’impegno scolastico, mi dedico alla recitazione”. Valeria Umbro ha le idee chiare sulla sua vita. Intanto oggi si gode la sua “attività” di fashion blogger.

Come ti è nata l’idea?

“L’idea di diventare una fashion blogger è nata sicuramente dalla mia passione per tutto ciò che riguarda il mondo della moda.Molto probabilmente è nata anche dai social network come Instagram,sfogliando gli outfits delle varie influencer facendomi appassionare sempre di più in questo campo”.

Come si diventa?

“Si diventa fashion blogger esprimendo semplicemente noi stessi e trasmettendo agli altri la propria passione. Ovviamente ci vuole anche tanto impegno, perseveranza e organizzazione; una cosa fondamentale è quella di fare sempre le cose perché si ha la passione, la voglia di farle. Se non c’è questo è inutile, non si va da nessuna parte. Bisogna sempre mettere amore in ciò che si fa!”

Che riscontri hai?

“Attualmente in qualche foto raggiungo picchi di 400 likes al giorno. La voglia di crescere è tanta e mi impegno sempre di più per raggiungere i miei obiettivi”.

Ci sono personaggi importanti tra i tuoi follower?

“Beh sì! Oltre a fotografi di moda, ci sono anche molti brand”.

Il tuo amore per la moda dove nasce?

“Sin da piccola ho avuto sempre la passione per la moda. Invece di chiedere ai miei genitori giocattoli chiedevo solo ed esclusivamente vestiti, scarpe, gioielli e borse”.

Come influencer indossi abiti di Sandro Ferrone. Che riscontri stai avendo?

“Questa è la mia più grande soddisfazione. Indossare abiti di un marchio italiano come Sandro Ferrone per me è un onore. Sto avendo ottimi riscontri, le mie foto piacciono e ne ho avuto la prova dall’aumento dei likes e dei miei followers. Sono molto felice per questo!”

Hai frequentato una scuola di portamento, recitazione e dizione. Pensi che la recitazione possa diventare il tuo futuro?

“Lo spero tanto. Un’altro sogno nel cassetto che ho è proprio quello di diventare un attrice. Infatti mi impegno costantemente nello studio della recitazione e spero davvero che possa essere la giusta via per il mio futuro”.

A cosa aspiri?

“Sono molte le cose a cui aspiro. Sicuramente tra di queste c’è quella di finire il Liceo Linguistico perché penso sia fondamentale al giorno d’oggi sapere parlare diverse lingue. Poi, ripeto, il mio obiettivo, la mia aspirazione è quella di diventare una famosa fashion blogger”.

Ti senti supportata dalla tua famiglia? 

“Il supporto della mia famiglia è stato ed è fondamentale. E’ solo grazie a loro se posso fare ciò che amo fare. Una cosa fondamentale che mi hanno insegnato è quella di rimanere con i piedi per terra. Loro sono molto orgogliosi di questa mia attività e sono sempre dalla mia parte ma ovviamente la cosa che viene prima di tutto è l’impegno scolastico”.



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David Austin: Il poeta delle rose inglesi

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di Marisa Iacopino

“Non sono la rosa, ma ho vissuto con lei”. Mai citazione fu più adatta. Il nostro personaggio ha fatto delle rose la propria ragione di vita. Stiamo parlando di David Austin, il padre delle Rose inglesi.

Perché è diventato un coltivatore di rose?

“Sono cresciuto in campagna, dove ho sviluppato la passione per le piante in giovanissima età. Mio padre era contadinoe amico di un vivaista locale, James Baker, famoso per la coltivazione e introduzione di piante perenni, tra cui i lupini Russell. Ero affascinato dall’idea di sviluppare nuove varietà di piante, ma è statoquando mia sorella Barbara mi ha donato il libro di A. E. Bunyard, Vecchie rose del giardino, che mi sono innamorato delle rose. Il libro mi ha ispirato a ordinare un paio di rose antiche di cui ho apprezzato tutta la bellezza, i profumi meravigliosi e il loro habitat naturale. In quel momento, appena ventenne e per hobby, ho iniziatola coltura di questi fiori. L’obiettivo era quello di combinare il fascino e la fragranza delle rose antichecon la vasta gamma di colori e la fioritura delle rose moderne”.

Quando è sorta la sua società? 

“Ho fondato la David Austin Roses nel 1969. La tendenza in quel momento era per l’ibrido di rosa Tea, e i vivai non erano disposti a vendere le rose vecchio stile coi loro numerosi petali!Così, mi sono reso conto che se volevo giardinieri in grado di far crescere le mie rose inglese, dovevo seguire l’istinto e offrirle io stesso al pubblico. La società iniziò da una piccola base con soli due, tre dipendenti che lavoravano attorno al mio tavolo da cucina. La rosa ‘Ann’ fu chiamata così in omaggio a Ann Saxby, una mia collaboratrice, tra i lavoratori più fedeli di quel periodo. Anche se oggi è pensionata, lavora ancora ogni anno per l’evento del Chelsea Flower Show. (1) La mia prima rosafu la ‘Constance Spry’, nel 1961. Ne ero molto orgoglioso. Oggi è ancora ampiamente coltivata per via della ricca fioritura e del suo profumo”.

All’inizio, ha dedicato rose ai grandi nomi della letteratura inglese, o a eventi speciali. Oggi come si sceglie il nome delle nuove rose?

£Il sistema non è cambiato. Nel corso degli anni ho accumulato una lunga lista di nomi, ispirato dall’orticoltura, dalle arti e dalla campagna locale. In generale, mi propongo di abbinare il carattere specifico della rosa a un nome che sento più appropriato per essa”.

Quanti tipi di rose coltiva?

“Coltivo rose discendenti dall’incrocio di due genitori. Ho sfornato oltre duecentotrenta rose inglesi fino ad oggi, sia come arbusti che rampicanti. Entro il 2017, sono previste tre nuove introduzioni”.

Da tempo ormai ‘English Rose’ è la denominazione ufficiale per le rose di David Austin. Immagino che questosia motivo di grande orgoglio!

“Ho coniato il termine English Roses nel 1969, quando ho prodotto il primo gruppo di rose con fioritura ripetuta. Erano chiamate coi nomi di personaggi chauceriani, tra cui ‘Wife of Bath’. (2)  Il fatto che le rose fossero così intrecciate alla cultura e alla storia d’Inghilterra, rendeva questa definizione molto appropriata, a mio dire”.

Come si adattano tali rose con il clima mediterraneo?

“Le rose inglesi generalmente prosperano nel clima mediterraneo. Amano il caldo, e spesso crescono un po’ più alte di quanto non facciano nel Regno Unito – alcune varietà beneficiano anche di potatura estiva. E’ importante che siano innaffiate bene, e può essere utile che abbiano un po’ d’ombra durante il pomeriggio”.

“Ogni English Rose ha il suo carattere unico e la sua bellezza.” Sono parole tratte da una sua intervista. Qualcuno dice che le piante ci ascoltino e ci guardino. Lei parla con le sue rose?

Non posso dire che ciparlo, ma mi preoccupo profondamente per loro – quasi come un padre fa con i suoi figli. Le rose sono piante resistenti facili da coltivare, ma come per ogni cosa vivente, più attenzione e cura si dà loro, più è probabile che prosperino”.

Mr. David, lei è anche scrittore. Scrive esclusivamente di rose?

“Scrivo anche poesie e nel 2014 ho pubblicato la prima raccolta intitolata ‘Il respiro della Terra’. Si basa su esperienze della mia vita e l’interazione con il mondo naturale”.

Fino ad oggi, ha ricevuto molti onori. C’è un premio che non le è stato ancora concesso e che vorrebbe?

“Ogni onore che mi è stato tributato è giunto come una sorpresa. Mi sento molto orgoglioso di aver ricevuto l’OBE(3), nel 2007, per i miei servigi per l’orticoltura. Esso ha coinciso con l’uscita della mia duecentesima English Rose al Chelsea Flower Show. E’ stato un anno molto speciale, quello. Tuttavia, andando avanti, il mio unico desiderio è che le mie rose continuino a portare gioia alla gente di tutto il mondo – e che ce ne siano molte nuove negli anni a venire!”.

(1)  La più grande ed importante esposizione floreale della Gran Bretagna

(2) la novella della donna di Bath (The Wife of Bath’s),  da “i Racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer .

(3)  Officer of the British Empire,  onorificenza della Regina



more No Comments maggio 8 2017 at 13:31


Giada Desideri: cover story

Giada desideri foto di Vittorio Carfagna

Il suo seguitissimo blog “Curvy Jade” è nato dopo una fulminante idea e adesso lo cura come un figlio. Giada ha in serbo interessanti progetti per una serie tv in Germania. Adora lavorare con questo popolo stacanovista e ha padronanza della lingua tedesca

di Silvia Giansanti

Colta, curiosa, una donna davvero per bene e non venale. E’ molto altruista, un valore d’animo non frequente nel suo ambiente. Questo è il ritratto di Giada Desideri, un’attrice che sprizza generosità da tutti i pori e che i più la ricordano nel cast di “Un posto al sole”. In una tiepida mattina di inizio primavera, ci ha ospitati nella sua villa immersa nel verde e nel giallo della mimosa in fiore, situata in un bellissimo comprensorio ad ovest di Roma. Una casa a cui lei è molto legata, in quanto ci ha vissuto da sempre con i suoi genitori. Il suo amore Luca Ward, capendone il valore, ha carinamente proposto di continuare di abitarci insieme. E’ stata una mattinata davvero movimentata tra fotografi per un nuovo servizio, artisti del make up e il suo pincher che saltellava da una parte all’altra. Una piacevole chiacchierata con l’attrice, svolta a bordo di una piscina da urlo.

Giada, quando è avvenuta la folgorazione per questo mondo?

“Non c’è stata una vera e propria folgorazione, in quanto è iniziato tutto per caso. All’età di tredici anni mi hanno scattato una fotografia che è finita sulla scrivania di una grande agenzia di New York. Ho iniziato così con la moda. Il fotografo all’epoca lavorava per una rivista di viaggi e collaborava con l’agenzia. La foto è giunta anche in Italia in un’altra agenzia collegata alla prima e che si stava muovendo anche nel campo cinematografico. Ho fatto un provino a Cinecittà per Luigi Comencini per il film ‘Un ragazzo di Calabria’ con Gianmaria Volontè e Diego Abatantuono e mi hanno presa”.

Cosa volevi fare in realtà se non fosse accaduto tutto ciò?

“Il medico, una cosa totalmente diversa”.

Quindi hai debuttato con Luigi Comencini e poi?

“Ho recitato tanto in teatro a diciassette anni e in televisione una delle mie prime esperienze è stata quella con ‘I ragazzi del muretto’”.

E’ stata una serie tv molto seguita. Conservi qualche ricordo?

“L’unione che c’era sul set tra tutti i ragazzi. Interpretavo la ragazza di Lorenzo Amato, il dj. E’ stato un divertimento per noi giovanissimi di allora”.

Poi nel 1996 altra tappa importante è stata quella di “Un posto al sole”. Come hai ottenuto la parte?

“Anche lì per caso, in quanto uno sceneggiatore amico di famiglia mi ha fatto sapere che stavano effettuando  provini per questo nuovo progetto. Ricordo che l’ho fatto nel mese di luglio ed era uno degli ultimi, perché ad agosto hanno iniziato a girare, Dopo una settimana mi hanno chiamata per comunicarmi che il ruolo era il mio. Sono grata a questa serie tv così seguita che mi ha permesso di salire di qualche gradino. E’ stato un progetto spinto da Gianni Minoli, una formula innovativa che ancora non esisteva, un work in progress in Italia”.

Da allora sei rimasta sempre nel cast?

“A dir la verità sono stata nel cast iniziale per ben due anni e poi, avendo paura di rimanere ingabbiata nel ruolo, sono uscita rientrando solo per brevi periodi, dedicando tempo al teatro che all’epoca era ben diverso da adesso”.

Tutti gli attori sono innamorati di questa grande forma di espressione. Riesci a farne a meno?

“Ho dovuto farne a meno in passato perché i bimbi erano molto piccoli. In tournée con il ‘grande capo’ di Lars von Trier nel 2010, è stato massacrante lavorare concentrata avendo i figli lontani. Con il doppiaggio invece è diventato tutto più organizzabile”.

Tornando a “Un posto al sole”, tu sei affezionata al personaggio di Claudia?

“Sì perché è stato un personaggio scritto benissimo, vincente, poliedrico e divertente da fare”.

Ci sono delle attinenze tra te e Claudia?

“Di punti in comune ce ne sono pochi, ma proprio per questo è stato divertente e stimolante confrontarmi con un personaggio lontano da quella che è la mia realtà”.

A cosa ti stai dedicando in questo momento?

“Al mio blog denominato Curvy Jade, iniziato per gioco e per sfida e che invece si è rivelato un impegno notevole: www.curvyjade.it”.

A chi è rivolto?

“Alle donne, un mondo che conosco meglio. E’ un blog che dà molti consigli e che spazia. Ho avuto tanti feedback dalla donne che si rispecchiano nel modello curvy. Fino a poco tempo fa la donna formosa veniva emarginata, visto che viviamo di stereotipi. Una donna con le curve non è grossa, ma è femmina. Bisogna anche stare molto attenti ai messaggi che la società impone, in quanto ci sono molte ragazze anoressiche che rischiano grosso con la salute. Queste si fanno condizionare dalle donne perfette che si vedono in tv, come se fosse quello l’obiettivo da raggiungere nella vita”.

Qual è quindi il messaggio che vuoi far passare attraverso il tuo blog?

“L’accettazione del proprio corpo, se stiamo bene con noi stessi, siamo in grado di superare qualsiasi ostacolo. Bisogna anche tener conto della propria costituzione. Tutti dobbiamo cercare la bellezza esteriore e interiore, valorizzando magari anche qualche difetto, è lì il segreto”.

Ti sei mai messa in discussione?

“Certamente, in un periodo della mia vita avevo preso tanti chili per via di vari dispiaceri della vita. Ma ho imparato a valorizzarmi attraverso un percorso Questo blog, che è iniziato quasi per gioco, adesso mi sta prendendo tantissimo ed è persino terapeutico”.

Chi ti ha appoggiato in questo progetto?

“Il mio amico trentennale Eduardo Tasca mi ha dato una bella spinta, dopo che avevo avuto un’idea. Lui inizialmente non era convinto che la portassi avanti, invece adesso ne sono assorbita completamente. Ma già di carattere, quando inizio una cosa la porto fino in fondo”.

Che cosa ti ha colpito di tuo marito Luca Ward? Non mi dire la voce…

(Ride) “No, già la conoscevo! La generosità d’animo. E’ un uomo buono e disponibile e al giorno d’oggi non è facile trovare persone così. Nel momento in cui abbiamo girato un film insieme, mi ha colpito la sua professionalità. Ci conoscevamo in maniera superficiale e, dopo aver approfondito la nostra conoscenza in seguito alla lavorazione del film, è scattato qualcosa”.

Ci puoi raccontare qualcosa riguardo alla tua bella casetta immersa nel verde?

“Questa è la mia casa natale. Ad un certo punto i miei, che nel frattempo erano rimasti da soli, avevano pensato di venderla per andare a vivere da un’altra parte, ma io e Luca abbiamo deciso di tenerla per viverci insieme. Qui conservo tanti cari ricordi e in questo modo si dà continuità a quanto fatto dai miei genitori. Quando vengono a trovarmi, si sentono nuovamente a casa. Non hanno perso insomma tutto quello che hanno investito e costruito con i sacrifici”.

CHI E’ GIADA DESIDERI

Registrata all’anagrafe con il nome di Maria Giada Faggioli è nata a Roma il 15 gennaio del 1973 sotto il segno del Capricorno con scendente Gemelli. Caratterialmente si definisce solare e pignola. Come hobby ha il nuoto, la fotografia e l’equitazione. Adora tutti i dolci. Simpatizza per la Roma. Vorrebbe vivere a Los Angeles. Possiede un pincher e due gatti norvegesi. E’sposata dal 2013 con l’attore e doppiatore Luca Ward, con il quale ha avuto due figli. A tredici anni è stata scoperta da un fotografo della Ford Model Agency di New York e successivamente Luigi Comencini l’ha scelta per interpretare un ruolo nel film “Un ragazzo di Calabria”. Ha debuttato in televisione nella seconda serie de “I ragazzi del muretto”. Nel 1996 è entrata nel cast di “Un posto al sole” nel ruolo di Claudia Costa. Ha preso parte a numerose fiction tv come “Non lasciamoci più”, “Dio vede e provvede”, “Una donna per amico 2” e altre. Tra i film che ha girato, ricordiamo “Un caso d’amore”, “L’anno mille” e “Animanera”. Intensa è stata anche la sua attività teatrale. Adesso cura un blog chiamato Curvy Jade.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:45


Paola Pelino: La regina dei confetti

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di Solange

Persona di grande fascino e stile, la Senatrice Paola Pelino quando parla dell’impresa di famiglia non nasconde l’amore per l’azienda storica, esistente dal 1783. Del resto i confetti Pelino di Sulmona sono i “confetti” per antonomasia e conosciuti nel mondo. Sono molto ghiotto di confetto e per questo non ho potuto fare a meno di farle una telefonata. La signora Pelino è stata molto felice di invitarmi nella sua di Sulmona, dove mi ha accolto in compagnia del suo amico attore Franco Ray.

Solare, sempre elegante e con una grande passione per l’impegno sociale, Paola Pelino mi ha fatto visitare la sua casa: ho sentito un ambiente molto positivo. Qui Paola ha iniziato a raccontarmi dei suoi esordi. “Sulle orme di mio padre Olindo”, racconta Paola Pelino, “sono entrata nell’azienda di famiglia a 17 anni. Sono la prima donna della famiglia che ne abbia preso la guida. Per sei generazioni, infatti, ci sono stati sempre uomini. Mi sono prima occupata del settore vendite e creatività, spinta anche dalla mia passione per la moda. Poi, dopo 10 anni, ho avuto il placet per occuparmi del marketing, della comunicazione e delle pubbliche relazioni”. Un ruolo molto congeniale all’imprenditrice, che grazie alla sua affabilità e alle sue relazioni ha portato ovunque il marchio Pelino. Poi nel 2004 è arrivata la politica. “Ho scelto la politica”, spiega Paola Pelino, “per migliorare la vita delle persone, soprattutto delle fasce più deboli, e fare qualcosa di positivo per l’Abruzzo”. Nonostante i suoi molteplici impegni, riesce a trovare anche il tempo per la famiglia. “Il mio lavoro è di 18 ore al giorno”, spiega, “e a esserne penalizzata è la mia famiglia”. Ha due figlie Flavia, ormai già inserita nell’azienda di famiglia e destinata a seguire le orme della madre, ed Elvezia.

L’occasione è anche quella di fare una fisica nella storica fabbrica di Confetti, dove ci sono ancora gli antichi macchinari e un museo tutto dedicato all’arte e alla tecnologia confettiera. “Il confetto di Sulmona”, mi raconta la Senatrice, “trova le sue origini documentate alla fin del XV secolo con una ricetta originale e originaria di mandola e miele, allora non esisteva lo zucchero. Quando nel XIX secolo, nel 1850 circa, un tedesco estrasse lo zucchero dalla barbabietola, vennero prodotti confetti con un’anima di mandorla e ricoperti esclusivamente di zucchero bianco e, cioè senza l’intervento di amido, che schiarisce, o farina”. Qui ho avuto occasione di vedere e toccare un recipiente contenente dei confetti “cannellini” che erano in tasca al poeta Giacomo Leopardi: è noto che il poeta di Recanati era ghiotto di questi confetti prodotti sin dall’epoca dalla famiglia Pelino. Ho avuto delle sensazioni molto forti: a un certo punto ho sentito che il sommo poeta emanava positività in quei luoghi. A quel punto, la Senatrice presa da una simpatica curiosità, mi ha detto: “Tutti parlano di te, e della lettura della mano. Sono incuriosita….”. E le ho detto: “Senatrice sarò molto sincero: se ho sbagliato me lo dica”. A quel punto ho letto la sua mano sinistra: linea della vita lunghissima; il monte di venere molto carnoso, che indica una donna molto caparbia, testarda e intelligente, e che quando si pone un obiettivo lo raggiunge. Sulla mano ci sono molte insenature, aspetto che indica che è molto legata al suo primo lavoro, ovvero quello della fabbrica di famiglia, mentre la linea della saggezza è molto marcata, a conferma che è molto saggia: prima di fare una cosa riflette moltissimo. Paola Pelino si rivela una donna estremamente buona, molto attiva nel sociale e nell’aiutare le persone, ma senza per questo ricercare i riflettori. C’è poi la linea del successo, che attraversa tutta la mano: questo vuol dire che ci sono in movimento tante cose belle per quanto concerne la politica. Secondo me ha in mente di scrivere un libro, visto che prende molti appunti. Inoltre ha il senso del colore molto sviluppato: per lei i colori sono fondamentali, aspetto che mette in pratica sia nel look (sempre elegante e mai fuori posto), che nei fiori che adornano la sua casa (rose bianche). Il suo colore porta fortuna è il giallo. La pietra porta fortuna è il topazio screziato. Il giorno fortunato di ogni mese per lei è il giorno 3, soprattutto per quanto concerne la politica. Il mese fortunato invece è quello di giugno. Sulla mano ci sono anche tante piccole graticole, che significa che è una donna che prima di mettersi in movimento pondera perché vuole capire bene. Ama la serietà e la chiarezza.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:42


Ilaria Caprioglio: “Corpi senza peso”

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Sindaco di Savona, avvocato e autrice di saggi e romanzi a sfondo sociale

di Donatella Lavizzari

Ilaria Caprioglio, da giugno 2016 sindaco della Città di Savona, è un avvocato, autrice di saggi e romanzi e socia fondatrice dell’associazione “Mi nutro di vita”, ideatrice della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla contro i disturbi del comportamento alimentare. Ilaria è, innanzitutto, una donna, madre di tre adolescenti, da sempre attenta alle tematiche giovanili e attiva nel campo del sociale che promuove nelle scuole italiane progetti di sensibilizzazione sugli effetti della pressione mediatica e sulle insidie del web.

Ilaria, tu hai dimostrato in questi anni di essere una professionista poliedrica, ci vuoi raccontare perché hai deciso di candidarti come sindaco di Savona?

“Ho ponderato a lungo l’offerta che mi è stata formulata di candidarmi come indipendente alle amministrative  della città dove vivo da oltre vent’anni. Ho accettato la sfida di scendere in campo  nel tentativo di offrire  ai nostri ragazzi la possibilità  di decidere se restare a lavorare nella  propria città oppure andare via in Italia o all’estero: attualmente la seconda ipotesi rappresenta l’unica strada percorribile in una provincia come la nostra in profonda crisi economica e di conseguenza sociale. Il mio impegno per i giovani, profuso per anni attraverso incontri nelle scuole italiane, prosegue sotto una nuova veste”

I disturbi del comportamento alimentare sono la prima cause di morte tra le adolescenti dopo gli incidenti stradali. E’ importante la sensibilizzazione su questo grave problema. Ci vuoi parlare, a tale proposito, del tuo ultimo libro ‘Corpi senza peso’ (Erickson) scritto con Stefano Vicari, direttore di neuropsichiatria infantile dell’ospedale Bambino Gesù di Roma?

“Il libro racconta il disturbo del comportamento alimentare e, in particolare, l’Anoressia Nervosa attraverso la narrazione diretta dei protagonisti: bambini e ragazzi che, in qualche momento del loro percorso di vita, si ritrovano a fare i conti con un’idea e un pensiero che li sovrastano e li «possiedono». Un’idea e un pensiero che assumono, come un moderno demone, le sembianze seduttive della bellezza e della perfezione fisica ma nascondono, in realtà, un vero e proprio disturbo mentale. Il percorso che conduce ciascun ragazzo o ragazza a riconoscere, finalmente, il volto di malattia celato nel falso mito di bellezza costituisce il «viaggio» verso la guarigione. Sono storie reali, incontrate in ospedale e trasformate parzialmente per rispettare la privacy delle persone. Cinque racconti collegati fra loro con il duplice io narrante del medico e di colui che è affetto da disturbo del comportamento alimentare. Non si tratta di un testo dove vi è un solo protagonista, in genere chi ha sofferto della malattia, che parla della sua esperienza in modo unilaterale e spesso privo di fondamento scientifico, quest’ultimo presente invece nei saggi scritti da e per addetti ai lavori, difficilmente fruibili dal vasto pubblico, bensì di un libro dove si vuole affrontare il tema dei DCA a 360°”.

In ‘Cyberbullismo. La complicata vita sociale dei nostri figli iperconnessi’ (Il Leone verde), di prossima pubblicazione, evidenzi un fenomeno altamente invasivo che ha una spaventosa cassa di risonanza. In un mondo dove spesso la propria autostima si basa su like ricevuti e follower, come si può ‘traghettare’ un figlio verso la dimensione reale e l’autonomia? 

“Nella complessa vita sociale dei giovani iperconnessi il fenomeno del cyberbullismo è in forte crescita con la complicità degli adulti che, illudendosi di avere dei figli nativi digitali perfettamente equipaggiati per affrontare senza correre rischi il mondo del web, non si preoccupano di fornire loro un’adeguata educazione ai media capace di sviluppare il senso critico e la cultura del rispetto indispensabili per vivere online e offline con consapevolezza, senso di responsabilità e autonomia. Il mondo virtuale rispecchia, talvolta amplificandola, la deriva del mondo reale e obbliga genitori ed educatori a riflettere sulle proprie responsabilità, senza poter ravvisare nel demone digitale un comodo capro espiatorio per alleggerire coscienze assopite sotto la confortevole coperta del mito del digital kid”.

Quali sono i maggiori rischi su piattaforme come ‘Ask for me’?

“I rischi maggiori derivano dall’anonimato di tali piattaforme che scatena l’arroganza e l’aggressività, anche degli adulti, che online si lasciano andare all’incitamento all’odio, globalmente definito hate speech, capace di trasformare le parole in armi micidiali di intolleranza verso una persona o un gruppo razziale, religioso, etnico, di genere o di orientamento sessuale. Sdoganato anche dal mondo adulto, quello al quale le nuove generazioni dovrebbero guadare come modello a cui ispirarsi, l’odio scorre sul web e spaventa i giovani che, sovente, sono vittime e carnefici di questa escalation di aggressioni verbali che prende di mira soprattutto coloro che sono percepiti diversi per l’aspetto fisico, l’orientamento sessuale o la nazionalità. Si tratta di odio che scaturisce dalla superficialità e dalla velocità con cui si intrecciano relazioni virtuali, ma anche da una sorta di analfabetismo emotivo che il web agevola favorendo contatti fra persone che non si conoscono e non si riconosco e per questo si detestano, prescindendo a priori da qualsiasi sforzo dialettico volto ad avvicinarsi, comprendersi, arricchirsi attraverso l’altrui pensiero”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:40


Roberta Tirrito: La web influencer finita su GQ

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Una fashion influencer che sogna il cinema. Dai social al piccolo (e grande) schermo. Chi è la 21enne palermitana che fa impazzire il web e che, pare, abbia conquistato il cuore di Valentino Rossi

di Biagio Verdicchio

Bella, sensuale, solare e carimatica. Roberta Tirrito è tra le più seguite Instagram sensation: oltre 222.000 i followers che restano magnetizzati quotidianamente dagli scatti generosi del suo fisico perfetto, delle sue curve da capogiro e di uno sguardo magnetico e accattivante. 21 anni, origini siciliane, attualmente abita a Torino dove studia recitazione e lavora come modella e fashion influencer. Lavora da quando ha 17 anni nel mondo della moda, ha posato per diverse campagne pubblicitarie apparendo su vari magazine (Vip, Maxim e Style Papers Italia). Da due anni studia recitazione a Torino nella scuola di teatro Sergio Tofano. A settembre 2016 si sono accesi per lei i riflettori del piccolo schermo. Ha partecipato infatti al programma Take Me Out, il dating show in onda su Real Time e lo scorso dicembre ha posato per un bellissimo e bollente servizio fotografico per GQ Italia. Conosciamola meglio.

Roberta, partiamo dall’inizio. Palermo, un cellulare e la passione per gli abiti e la moda! Dagli scatti di una sedicenne sui social, a 222.000 seguaci su Instagram, il riconoscimento di fashion icon tra le più apprezzate nel panorama nazionale ed europeo. Quando hai capito che un “divertimento” potesse diventare un lavoro? 

“L’avevo già capito da piccolina, avevo 17 anni e già pensavo che Instagram fosse il futuro, ma stare in Sicilia è difficile. Pensavo quasi che tutto questo rimanesse solo un sogno ma mi son data da fare: sono stata fuori parecchio, tre volte a Londra ad esempio. Stare a Londra e viverci è un altra cosa, cambi testa e mentalità, inizi a capire veramente che bisogna lavorare sodo per tutto quello che si vuole fare e come bisogna trasformare i propri sogni in propri obiettivi”.

C’è una regola vincente per differenziarsi dalle tante altre tue “colleghe” influencer, spesso ragazze che improvvisano, con in mano uno smartphone e di fronte uno specchio? 

“Il target è sicuramente diverso, si inizia sicuramente così ma poi entrano in gioco altri fattori, ad esempio una buona agenzia. Poi sicuramente devi essere te stessa e avere un occhio attento alle novità, scegliere i brand con cui lavorare o meno, devi scegliere che tipo di impronta vuoi dare al tuo profilo per esempio. Però posso dire che si inizia anche pubblicando foto allo specchio? Io supporto molto i giovani, oggi fanno una foto allo specchio domani li trovi sui giornali o in tv. Chi lo sa? Tantissimi ragazzi hanno iniziato così e molti di loro scoperti grazie ad Instagram, non è una novità”.

E da quegli scatti sono arrivate poi le prime collaborazione con i brand di moda e gli shooting per numerose ed importanti riviste. Un mese fa la grande soddisfazione di un servizio fotografico su GQ. 

“Lavorare e scattare per GQ è stata una cosa fantastica. Su GQ sono apparsi tutti i più grandi per me, ad esempio Kim kardashian, Rihanna,Beyoncé, tutti veramente. A fine dicembre ho anche scattato per For Men”.

Il titolo del servizio era – se non erro – “I capelli corvino della leonessa”. Da sicula di nascita, e ragazza del sud, quanto leonessa ti senti nelle attività lavorative che svolgi, nelle scelte quotidiane che intraprendi? 

“Sono principalmente una persona determinata, ma ascolto tantissimo i consigli ed anche le critiche di chi penso ne capisca più di me o delle mie amiche ad esempio che mi supportano sempre, e che mi rimproverano quando c’è bisogno. Sono una persona molto solare inoltre e mi piace tantissimo ridere e scherzare. Io sono nata ad agosto e il Leone è un segno forte ma anche di gentilezza ed energia. Non è stata però una di quelle infanzie bellissime…”.

Perché? 

“Quando ero piccola fino ai 15anni balbettavo e venivo presa in giro da tutti a scuola. Ho avuto tantissimi problemi e a fine giornata mi mettevo davanti allo specchio e parlavo da sola, non sono andata dal logopedista o nulla. È stata una cosa graduale e piano piano sono riuscita a non balbettare più da sola, mi sono imposta. A pensarci bene è la prima volta che ne parlo in un’intervista”.

Social, moda shooting e Tv. Che esperienza è stata quella di Take Me Out, il dating show di Real Time? 

“È stato uno dei miei primi casting e l’idea di andare in tv non mi piaceva molto, ma ho deciso di provare. È stata un esperienza bellissima, si è creata una famiglia con tutta la redazione”.

Stai studiando recitazione a Torino, quali sono i tuoi modelli sul grande schermo? 

“Il mio modello il assoluto è Angelina Jolie. Secondo me è veramente la più bella del mondo, ho visto tutti i film dove ha recitato ed è molto brava. Anche Scarlet Johansson merita tanto; il film che mi piace di più dove lei recita è ‘Vicky Cristina Barcelona’ di Woody Allen, regista che adoro”.

Da grande Roberta cosa vuole diventare? 

“Voglio portare avanti tutto quello che sto facendo ed ho tanti progetti in mente. Spero di riuscire nelle mie cose e parlarvene tra qualche annetto va bene? Incrociamo le dita!”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:38


Ivan Bacchi: Ritorno al cinema con “Aefetto Domino”

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di Marisa Iacopino

Ivan Bacchi, attore e conduttore televisivo. Come attore lo abbiamo visto in alcuni film di Ferzan Ozpetek, uno su tutti quello che l’ha consacrato come attore al grande pubblico , “Le Fate Ignoranti”, nel ruolo di Lucio. E’ stato diretto da grandi registi come Enzo Montelone nel film “El Alamein – La linea del fuoco”, per passare al film cult, “Tre Metri sopra al cielo” di Luca Lucini. In tv l’abbiamo visto nel ruolo del medico nella soap “Cento Vetrine” e nella fiction “Il Paradiso delle signore”. Negli ultimi anni si è dedicato alla conduzione. Con grande successo, l’anno scorso era al timone di “Linea Verde Orizzonti” e quest’anno è l’inviato della trasmissione del mattino di Rai Uno “Tempo e Denaro” . A novembre ha debuttato come conduttore sul canale 819 di SKY nel talent di moda “Fashion Up Academy”. Ora Ivan Bacchi, è pronto a tornare al cinema dalla porta principale, nel film “Aefetto Domino”,  diretto e interpretato da Fabio Massa, che lo vede come protagonista assieme a Cristina Donadio, la cattivissima Chanel di “Gomorra la Serie”.

Ivan tornare al cinema, come protagonista dopo un bel po’. Come vivi questo momento e cosa ti porti da questo film?

“Sono molto contento di aver preso parte al film e curioso di vederlo. Ne ho viste solo alcune scene in un premontato. Non sono uno che si fa troppe aspettative, un tempo mi fermavo a fantasticare su come sarebbe stato accolto il film, cosa mi avrebbe portato in termini di nuove opportunità. Poi le mie aspettative erano sempre superiori e ci rimanevo male… così non me le faccio più! Però mi porto con me il ricordo di un gruppo coeso e appassionato di attori e maestranze tecniche che hanno reso i giorni delle riprese molto intensi ed emozionanti. Spero questo traspaia dal film”.

Come credi stia cambiato il ruolo dell’attore negli ultimi anni?

“Oggi vedo ancora la tendenza ad usare sempre gli stessi attori, ma per fortuna in maniera meno stereotipata. Faccio un esempio: per il ruolo della nevrotica un tempo sceglievano sempre la stessa attrice, perché sapevano che avrebbe garantito il risultato che cercavano. Questo era limitante sia ‘attorialmente’ ma anche nel raccontarci qualcosa di nuovo dell’animo umano. Oggi questa tendenza sta scemando, per fortuna”.

Qual è il lavoro che un attore svolge su se stesso per interpretare un personaggio anche molto diverso da come si è?

“Dipende molto dagli attori. Ci sono quelli intuitivi, ‘animali’ che sanno dar voce alle infinite varietà dell’animo umano partendo da loro stessi, altri che osservano e riportano a sé. Non credo in un metodo unico ma nella conoscenza di più metodi. L’importante è saper come far vibrare le nostre corde”.

Carisma e talento, secondo te viaggiano sullo stesso binario?

“No! Ma si nutrono reciprocamente. Conoscevo un’attrice talmente gallina e scialba nella vita ma così infinitamente brava, intensa, profonda e vera nel recitare, che mi chiedevo e le dicevo: ma come è possibile? Pian piano è diventata anche una donna più consapevole e carismatica”.

Nel film “Aefetto Domino” che ruolo interpreti?

“Non entro nel dettaglio, interpreto un ragazzo comune che ha subito una scelta altrui, un abbandono e cerca di rifarsi una vita conscio della linearità e giustezza dei propri sentimenti. Poi la vita si sa, combina dei casini. Ho tratto l’ispirazione dal modo in cui sono stato amato in passato”.

Hai lavorato con un esordiente come Fabio Massa.

“Ci avevo già lavorato assieme. È’ un ragazzo volitivo che crede molto nell’impegno e nella determinazione per raggiungere i propri obiettivi, e mi sembra ci stia riuscendo”.

Molti ti ricordano per i film di Ozpetek ma tu in realtà hai lavorato con tanti registi importanti, da Sergio Rubini ai Vanzina, per citarne due. Quali sono i ruoli e i film che ti sono piaciuti fare?

“Forse deve ancora arrivare il ruolo della vita! Vorrei un regista che mi ribalta come un calzino, a cui affidarmi totalmente, capace di farmi vibrare corde mai conosciute. Vorrei un personaggio estremo, folle capace di compiere atti non razionalmente comprensibili”.

Dopo tanto cinema importante la tv come conduttore; quando e come nasce questa nuova svolta professionale?

“Del condurre mi piace la percezione di mostrarsi per quello che si è. Se sei ironico si vede così come se sei un po’ rigido. Mi piace mettere me davanti alle telecamere senza filtri, credo molto nel mio potenziale e amo la diretta e la gestione degli imprevisti. Non la temo per nulla!”.

Intanto hai già preso parte alle riprese della fiction “Il Paradiso delle signore”. Ci puoi almeno svelare che ruolo interpreterai?

“A me fa ridere la mia parte, ma non per quello che faccio in sé, ma per il fatto che nella prima stagione ero cornuto e mazziato dalla mia fidanzata, e in questa seconda stagione torno per lei e mi ridarà il benservito. Scusate, ma che bisogno c’era, non era chiaro? A volte sanno ancora sorprendermi. Comunque è ancora in fase di scrittura, dunque non si sa mai”.

Dove ti vedremo prossimamente?

Continuerete a vedermi quasi tutte le mattine in diretta su Rai 1 con ‘Tempo e Denaro’”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:35


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