Martina Menichini: Una performer dalle mille attitudini

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La forza di Martina Menichini è quel suo essere performer dalle molteplici attitudini che le permette di passare in un battibaleno dal palco del teatro alla radio, da un evento di beneficenza al glamour di una rivista come GQ. Eppure lei, che si definisce ragazza al servizio dell’arte, artista “che vive di emozioni e le reinterpreta a favore del pubblico”, è uno di quei personaggi belli da vedere, da ammirare e da sentire. Un’attrice di teatro che sui palcoscenici romani è diventata una presenza fissa, ma anche una bellezza immortalata dai fotografi di mezza Italia. E poi c’è quella sua genuina simpatia che la rende melodiosa all’orecchio ogni volta che entra in radio e quel suo essere donna elegante che recentemente le ha permesso di essere di ricevere un attestato internazionale.

Partiamo da qui: Martina Menichini premiata…

“Ho ricevuto un attestato d’onore nel settore dello Spettacolo della Norman Academy per le numerose attività di beneficenza, dalla non violenza per le donne ad eventi a favore della ricerca sulle lesioni midollari. La Norman Academy è un’istituzione no-profit della Florida, ricevere un riconoscimento di questo livello mi ha riempito il cuore”.

Il tuo impegno nel social è vivo più che mai.

“Ho girato un cortometraggio sul dramma della violenza alle donne e porto avanti messaggi importanti. Penso che un’artista debba fare questo: mettere a disposizione la propria persona per lanciare messaggi e valori. Ed è uno dei miei obiettivi, quello di diventare molto importante per diventare testimonial di onlus che mi permetterebbero di partire, diventare l’Angelina Jolie italiana. La mia esperienza di volontariato in Messico nel 2014 di quasi un mese mi ha mostrato che nella vita è un dovere fare del bene”.

Eppure, recentemente, sei stata protagonista su GQ Italia.

“È vero, quello è un altro lato di me, che esce più sporadicamente ma che esiste. Sono tante Martina. È stata un’esperienza bellissima, coronata da fotografie eleganti, sensuali, prive di nudo e di volgarità. È stato un giocare con le allusioni per raccontare una parte di me importante che non nascondo”.

Dicevamo prima: fotografia, cinema, eventi e tanto, tantissimo teatro.

“Ho iniziato nel 2011, con Boccaccini che mi ha presa per un dramma erotico e sono 5 anni che amo il palcoscenico. Dal 16 al 19 febbraio sarò al Teatro Le Salette per affrontare un testo di Pinter, ‘l’Amante’. Una grande prova per me, ma so che per crescere sempre di più come attrice devi affrontare grandi testi e autori e mi sento pronta a fare il salto qualitativo in teatri di livello. Il teatro, il cinema è fatica, beh voglio faticare tanto, di più, per avere tante e vere soddisfazioni”.

E, in questo mondo, stai facendo carriera.

“Diciamo che sto lavorando per capire dove posso arrivare. Umiltà innanzitutto, insomma. A novembre ho concluso una straordinaria tourneé al teatro Petrolini dove per un paio di settimane ha fatto parte del gruppo che ha messo in scena ‘Nessuno appartiene a Nessuno’, una commedia brillante per la regia di Cristiano Vaccaro dove personificavo Anna, un’assistente universitaria alla prese con un corso prematrimoniale nel I atto e la prostituta Virginia nel II atto”.

E per chi non può vederti, c’è sempre la possibilità di sentirti.

“Dalle 10 alle 12 del sabato mattina sono in onda con la mia trasmissione su Radiobimbo, radioweb vincitrice per tre anni di seguito del Microfono d’oro: su Tunein potete ascoltarmi, ma soprattutto possono farlo i bambini”.

C’è sempre altra carne al fuoco quando si chiacchiera con te. Tu cresci e la tua carriera continua ad espandersi.

“Ma, per scaramanzia, non parlo dei progetti futuri. Ho tanta carne al fuoco, ma bisogna aspettare che sia pronta per poterla annunciare. Naturalmente le idee non mancano e sono sempre aperta alle proposte, alle nuove idee”.

Ecco, il tuo personaggio è molto social.

“Al giorno d’oggi ritengo sia fondamentale! Mi piace tutto ciò che mi porta ad esprimermi, che può trasmettere agli altri emozioni vere, passioni e sentimenti. Gli artisti sono i soli che sanno reinterpretare le emozioni e io voglio continuare a farlo. Invito i lettori a seguirmi sui miei canali Facebook, pagina Martina Menichini personaggio pubblico e instagram @martina_menichiniufficiale… e grazie!”



more No Comments febbraio 7 2017 at 15:06


Gabriele Orsi: Esordio boom per il giovane scrittore romano

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Il suo esordio letterario è stato subito un successo.  “Ali di piombo”, il romanzo di Gabriele Orsi (figlio dell’ex portiere della Lazio e vice allenatore di Mancini, Fernando) dopo solo due mesi è andato già in ristampa

di Alessandro Cerreoni

La storia raccontata nel libro ti prende e ti fa riflettere. Ti accompagna per mano nel mondo dei giovani, dove mancano le certezze e dove la vita è pericolosamente monotona. Mattia e Lara sono due ragazzi dei quali il lettore non può non innamorarsi. Nonostante i loro problemi. Specie quelli della ragazza, anoressica ma dotata di una grande saggezza e di un’infinita dolcezza. Lui è il figlio della Roma bene, che cerca di divertirsi partecipando ai vari eventi organizzati nella sua zona, tra alcol e ragazze da portarsi a letto. Studia Giurisprudenza ma non sembra avere particolari scopi nella vita, fin quando il destino lo mette di fronte proprio a Lara. Ne nasce una storia coinvolgente e particolare. La malattia di Lara spinge Mattia ad incontrare un nuovo mondo e a scoprire se stesso. Lui diventa una presenza importante per lei. E’ capace di ascoltarla e riesce a vederla oltre la sua malattia. Nel suo atto finale, la storia commuove e lascia una bella sensazione nell’anima. Un libro che consiglio vivamente.

Gabriele, ottimo esordio. Il primo romanzo ed una casa editrice importante che ha deciso di pubblicarlo. Te lo aspettavi?

“Come in molte altre cose, anche nell’editoria ci vuole fortuna. Sono nuovo di questo mondo, ma certe dinamiche si capiscono alla svelta. L’Armando Curcio aveva deciso di aprirsi alla narrativa contemporanea, giovanile in particolare, e così mi sono fatto avanti con «Ali di piombo» in un momento particolarmente favorevole. Avevo fatto leggere il romanzo a un’altra casa editrice, ma andò male. Non mi sono scoraggiato, ho creduto nel mio lavoro e ho insistito. Dopo due mesi ho firmato il mio primo contratto di lavoro”.

Che riscontri stai avendo?

“Direi ottimi, dopo soli due mesi siamo già in ristampa. La prima presentazione a Roma è stata un grande successo. Accanto a me c’erano personaggi del calibro di Mario Sconcerti e Jacopo Volpi, e il giorno dopo mi sono goduto i bellissimi articoli sui vari quotidiani nazionali e locali. Poi ad Arezzo, in Toscana, presso la libreria Feltrinelli, dove a sorpresa ha presenziato persino il sindaco, insieme a radio e tv locali. Tutta quella gente, quell’affetto mi hanno riempito di orgoglio. L’emozione più grande, però, è ricevere messaggi di lettori anche lontani da Roma che hanno apprezzato il romanzo. Ne ho ricevuti tantissimi in questi due mesi, e sto continuando a riceverne. Con mia grande sorpresa, ma non chiedermi perché, il romanzo sta andando fortissimo nel nord-Italia”.

Il libro si snoda su tre personaggi principali: Mattia, Lara e Bianca. Sono persone realmente esistite nella tua vita dalle quali hai preso spunto oppure sono frutto della tua fantasia?

“Ho cercato di raccontare la realtà nel modo più veritiero possibile. Tutti i personaggi, compresi Mattia, Lara e Bianca, sono frutto della mia fantasia, è vero, ma sono dell’idea che niente si crea dal nulla. Più che persone realmente esistite, nel romanzo si incontrano dei tipi, cioè dei caratteri riconducibili a stereotipi”.

Hai scelto due temi delicati che toccano da vicino i giovani: l’abuso di alcol e l’anoressia. Che messaggio hai voluto dare?

“Il romanzo non ha la pretesa di fare della morale, né tantomeno di insegnare qualcosa. Come dicevo, ho cercato di essere il più fedele possibile alla realtà che mi circonda. L’alcool, l’anoressia, ma anche la droga sono temi delicati, è vero, ma appartengono a questa realtà ed è giusto che se ne parli. Non necessariamente, poi, ne deve conseguire una soluzione. Sarebbe assurdo pensare di voler risolvere certe problematiche con qualche pagina di un libro. Potranno servire, magari, a fare luce su alcuni aspetti che con troppa superficialità vengono trascurati e messi da parte. Anche per questo ho scelto di dare un taglio ironico alle vicende narrate e allo stile di scrittura”.

Ogni storia ha un lieto fine. Quello che hai scelto tu sono le vittorie di Lara e Mattia sui rispettivi mali. Quanto sono importanti le persone vicine e/o amiche per il superamento di problematiche apparentemente insuperabili?

“Sono contento che tu abbia interpretato il finale come atto risolutivo. Ho avuto pareri diversi a riguardo; ma questo mi piace, significa che la storia può essere letta in più sensi e che quindi lascia spazio a più opinioni. Rimane comunque il fatto che l’amicizia e l’amore sono le due colonne portanti del romanzo. Mattia, assolutamente ignaro di cosa sia l’anoressia e di come possa essere affrontata, offre a Lara le uniche risorse di cui dispone: la sua amicizia e il suo tempo. Attraverso i loro incontri in un appartamento isolato e lontano dalla realtà quotidiana, impareranno qualcosa l’uno dall’altro. Pur non essendo un medico Mattia farà del suo meglio per aiutare Lara. Entrambi scopriranno il valore del dialogo, il potere della parola, la forza delle emozioni. La noia e l’apatia in cui è sprofondato Mattia sono problematiche altrettanto gravi: l’aiuto, a volte troppo poco d’impatto, degli amici non ha gli effetti sperati su di lui. A volte bisogna uscire fuori dal proprio tempo per dare alla realtà che si vive nuovi stimoli: e così farà, grazie a Lara e all’appartamento della zia”.

La vita di Mattia scorre in maniera monotona fin quando non incontra Lara. Da quel momento la sua visione del mondo circostante cambia. Ed è la sua salvezza. Senza di lei sarebbe riuscito a salvarsi?

“«La libertà non si raggiunge mai da soli», scrive Lara a Mattia. Non mi sento di dire che questi due ragazzi, alla fine della storia, hanno risolto tutti i loro problemi. In un certo senso sarebbe sembrato banale e scontato. L’anoressia, purtroppo, non si risolve con un semplice schiocco delle dita. Né tantomeno i disagi interiori e le turbe di un ragazzo come Mattia. Ma una cosa è chiara: le persone che ci circondano sono il bene più prezioso che ci viene concesso”.

Nel libro sono descritte perfettamente due zone di Roma, Parioli e Ponte Milvio. Sono realmente così i giovani che sono nati e cresciuti qui?

“Il romanzo non vuole essere una spietata critica di Roma Nord. Anzi, mi dispiace quando sento dire che ‘Ali di piombo’ è il ritratto perfetto di questa piccola parte di mondo. Ritengo al contrario che le dinamiche di cui si legge nel libro, le tante problematiche che ho toccato non siano esclusive di una città caotica e complessa come Roma. Parioli e Ponte Milvio, ma anche il centro storico e Roma Sud, prestano la scena, quello sì, ed era inevitabile che ne facessi un ritratto e, se vogliamo, una critica. I ragazzi che ho descritto, come dicevo, sono dei tipi, quasi delle parodie: certi loro caratteri sono esasperati (come l’organizzatore di eventi, che gira sempre in abito e con il Rolex al polso), ma come in ogni parodia, deve esserci un minimo comune denominatore rispetto reale”.

Ad un certo punto, i due personaggi Lara e Mattia, “sconfinano” all’Eur. Un passaggio che viene visto, soprattutto da Mattia, come un mettere piede in un mondo sconosciuto, mai visto prima. Esiste davvero questa divisione tra Roma nord e Roma sud?

“Roma è una delle città più belle del mondo. Un luogo comune, questo, ma sono sicuro che poche altre città del globo offrono una tale commistione di paesaggi all’interno dello spazio urbano. E questo è incredibile. Ma è anche una città che ti risucchia, che stressa e mette in difficoltà. A partire dagli aspetti più propriamente logistici e amministrativi (basti pensare alle infinite polemiche sui mezzi pubblici, sulla spazzatura, sulle buche…), fino a quelli del singolo cittadino, Roma bisogna saperla vivere. E ogni municipio, ogni quartiere, ha una propria autonomia, una vita indipendente dagli altri. Per questo Mattia si sente spaesato quando si trova costretto a ‘viaggiare’ fino all’Eur. La sua ansia è scandita dalla voce del navigatore che tiene il conto dei minuti all’arrivo; rimane stupito dall’architettura di quel luogo, così profondamente diversa da quella del suo quartiere, i palazzi dai nomi così altisonanti: insomma, Roma sud è come se fosse un’altra città. Con una certa sicurezza, posso dire che, a parti inverse, si verificherebbe la stessa cosa: Roma nord e Roma sud, come ogni altra zona della città, non è che sono inconciliabili, semplicemente si sentono incompatibili. La distanza tra i due poli accentua questa percezione: impiegare quasi un’ora per attraversare la città, amplifica il senso di estraneità. Ma credo che tutto dipende da dove si nasce: se fossi nato all’Eur avrei avuto la stessa vita che vivo adesso nella zona nord della città. Personalmente, frequento poco Roma sud. Di questo sono un po’ deluso: amo perdermi per Roma, mi permette di imparare a conoscerla meglio. Ma questo, se vogliamo, è uno dei pregi (ma potrebbe interpretarsi come un difetto…) della città: se non per motivi di lavoro, Roma tende a evitare che i cittadini facciano grandi spostamenti; e ogni zona è ben fornita di tutti i servizi (postali, bancari, ecc.) che limita certi “viaggi” (ma, piccola parentesi, è sufficiente il traffico stressante a sconsigliarli)”.

Quanto c’è dei tuoi genitori in quelli di Mattia? 

“Devo dire molto poco. Mio padre è un ex calciatore, mentre mia madre una libera professionista. Quelli di Mattia, invece, sono avvocati, principi del foro. L’idea era quella di rappresentare un’ideale famiglia borghese (mi si passi il termine…), composta da genitori occupati a tempo pieno nella loro carriera lavorativa e un figlio che passa la gran parte della giornata da solo, a casa, servito e ingozzato di tramezzini dalla domestica. Questo non significa che le figure genitoriali siano assenti: anzi, Mattia si sente molto legato a loro. Ne sono un esempio le continue metafore calcistiche, riprese dal padre, appassionato di calcio, e l’utilizzo di alcune parole, come non smette di sottolineare Mattia, ‘che mi ha  insegnato la mamma’. Tra le parti, però, si instaura un conflitto generazionale: Mattia si apre poco con la famiglia, non dialogano, mentre i genitori si sforzano di punirlo se fa qualcosa di sbagliato”.

Il diario di Lara è una confessione forte. C’è qualcuno nella tua vita che ti ha fatto simili confessioni?

“Purtroppo sì. Una persona a me molto cara e vicina ha sofferto di questo tremendo disturbo alimentare. Ammetto di aver integrato la sua esperienza con letture di approfondimento, ho studiato molto per rendere appieno il disagio e la tragicità a cui l’anoressia ti piega. È chiaro che il caso di Lara è solo uno tra i tanti possibili: l’anoressia presenta non tanto dei sintomi (per questo non mi piace definirla ‘malattia’), ma delle istanze comuni, degli atteggiamenti costanti che si manifestano in chi ne soffre. E soprattutto, proprio per escludere l’anoressia dal ramo delle malattie, non esiste una cura. Il vero dramma è proprio questo: per quante medicine si possono prescrivere, se ne esce solo con una forza inimmaginabile e che travalica ogni altra fatica. Io ho ammirato Lara: senza rendersene conto, accetta l’aiuto di un profano; non del suo medico curante, ma di Mattia, che è un ragazzo come tanti altri”.

Nel romanzo ci sono riferimenti al calcio e metafore calcistiche. E’ un omaggio al tuo papà o anche tu ne sei un grande appassionato?

“Ammetto di non essere un grande tifoso. In realtà, ma questo non piacerà agli appassionati di calcio, ho tifato con passione tutte le squadre allenate da papà. Dalla Lazio all’Inter, dal Livorno alla Ternana. Non nego che il calcio mi abbia regalato delle emozioni fortissime, e che continui a farlo. Ho avuto la fortuna di palleggiare con i grandi campioni: Mancini, Veron, Nesta, Vieri, ma anche Ibrahimovic, Eto’o, Adriano. Nonostante tutto, c’è una cosa che ho imparato dal pallone: l’umiltà. Ora, ci sono tanti altri modi per imparare ad essere umili: io ho avuto il calcio, e non me ne lamento. Ma cerchiamo di vedere anche il lato nascosto alle telecamere, quello che in televisione non appare. E cioè il sacrificio, il tornare a casa sporco di fango, lavarsi gli scarpini e riempirli di carta di giornale per aspirare l’umidità; e poi farsi magari i chilometri a piedi per andare all’allenamento, o alla partita la domenica mattina alle otto, rincorrere un pallone nella speranza che un giorno possa diventare un mestiere. Questi ragazzi, come mio padre, hanno messo da parte tanto per il proprio sogno e rischiato ancora di più; deluso tante persone, forse anche i propri genitori che desideravano un figlio laureato, con un contratto a tempo pieno che desse loro una certa tranquillità. Per dare il massimo si sono rimboccati le maniche, hanno ascoltato i consigli del loro mister, subito sconfitte e sopportato fallimenti a testa alta, senza perdere mai la voglia di continuare”.

Hai in cantiere un altro romanzo? Se sì, hai già in mente l’eventuale storia?

“In realtà vorrei dedicarmi a una raccolta di racconti. Non necessariamente legati tra loro, ma una serie di piccole storie che facciano luce sui temi più disparati. Credo che la forma frammentaria del racconto sia la più consona a raccontare la dispersione, il caos in cui è precipitato l’uomo moderno, anzi, l’uomo post-moderno: quello che non ha più un centro in cui riconoscersi, quello per il quale sono terminate le grandi narrazioni e che si è invece rintanato dentro di sé, alimentando il proprio individualismo e il proprio egocentrismo. Ma non mettiamo limiti alla speranza e ai buoni propositi: non è tutto brutto e cattivo il mondo che ci circonda. Credo solo che siamo entrati in una nuova epoca, e che sia dovere della nostra generazione comprenderlo e cercare di spiegarlo”.

Come è nata la passione per la scrittura? Ti sei ispirato a qualcuno?

“Sono laureato in lettere classiche, adesso sto prendendo la seconda laurea in lettere moderne. Come si può capire, amo la letteratura. Sin da piccolo tenevo un diario dove appuntavo i resoconti delle mie giornate a scuola. È stata una palestra molto utile. Il desiderio di scrivere un romanzo è nato un paio di anni fa. Avevo un po’ di tempo libero e l’ho dedicato tutto alla stesura di ‘Ali di piombo’. Amo la scrittura del ‘900, devo tanto allo stile rivoluzionario delle avanguardie letterarie del secolo scorso; diciamo che i miei maestri sono loro. Ho ancora tanto da imparare, per questo non rinuncio mai alla lettura di un bel libro, che leggo con la passione di un lettore e con l’attenzione di un allievo. In particolare, adoro Haruki Murakami, uno scrittore giapponese che negli ultimi anni sembra essere il favorito al premio Nobel (ma ancora non lo ha mai vinto)”.



more No Comments febbraio 7 2017 at 15:03


Elga Poli: La fotografia sale in sella

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L’amore per i cavalli e la scoperta di essere brava davanti all’obiettivo fotografico. “Il set mi ha dato la possibilità di raccontare me stessa”

Dalle stalle alle stelle, andata e ritorno. La vita di Elga Poli è tutto un viaggiare. Seguire i cavalli, trovare il tempo per se stessa, mettersi in gioco sul set fotografico fino a diventare una delle fotomodelle più ricercate d’Italia per poi far ritorno in scuderia. A 40 anni portati come fosse una ragazzina, equitazione e moda si sono fusi in un binomio che l’hanno resa un personaggio fuori dal comune. Dunque, riannodando i fili, due vite in una. Quella lega ai cavalli, con cui lavora nel Circolo Ippico Magentino di Magenta alle porte di Milano, e dove ha creato una seria attività di commercio cavalli da salto ostacoli.  “Mi sveglio ogni mattina alle 5 solo per loro. È una passione che coltivo da sempre, il cavallo è un animale dall’intelligenza così fina che è in grado di comprendere umori, stati d’animo, giornate no…”. E poi c’è l’altro lato. Elegante, sensuale. “Questo mondo mi ha davvero dato la possibilità di raccontare me stessa, di trasmettere tutto quello che ho dentro. È stata una scoperta fantastica ed è per questo che ogni giorno sono in cerca di set sempre diversi”.

Come si diceva: dalle stalle alle stelle.

“È curioso, fa ridere… ma è così! E tutto è accaduto all’improvviso: ho iniziato a farmi immortalare in mezzo alla natura, negli spazi dei maneggi, fra scuderie e sellerie. Il risultato è stato che la passione si è trasformata in un mezzo lavoro che mi porta in giro per l’Italia. Anche se, naturalmente, i cavalli rimangono la mia vita”.

Perché il cavallo è…

“Un animale speciale, un compagno di vita e di giochi, con un carattere particolare che ha le ‘lune’ esattamente come le abbiamo noi. Ma il feeling e l’empatia che si viene a creare con un animale simile è a tratti inimmaginabile per chi non lo ha mai sperimentato”.

Ed è anche grazie a queste emozioni che ti sei messa in posa davanti all’obbiettivo. 

“Un fotografo mi ha convinto dicendomi che davanti all’obbiettivo potevo ancora far bene, io mi sono convinta delle sue parole e ho lasciato da parte tutte le mie esitazioni. Ed allora eccomi qua, con le mie migliaia di foto sul pc, i miei tanti shooting collezionati a diverse età, e la continua voglia di mettermi in gioco e sperimentare”.

Cosa ti ha dato la fotografia?

“Conoscenze fantastiche, stima di me stessa e del mio corpo, poter trasmettere sensualità senza scadere nel volgare. E, poi, la possibilità di rivedermi e di fermare il tempo”.

Naturalmente, hai posato in sella ad un cavallo.

“Certo, tante volte! Ed una foto è così particolare, con lo stivale in evidenza, da averla fatta diventare il marchio di fabbrica della mia azienda, Cafero Commerce. In quella foto è come se ci fosse tutto di me: cavalli, eleganza, femminilità”.

Ti riguardi nelle foto e vedi una Elga Poli…

“Che ha in volto la felicità e la soddisfazione per quello che ho saputo mettere in atto in quel momento. Voglio migliorare, lavoro costantemente per quello, perché è il dettaglio che fa la differenza e fa sì che non ci si improvvisi fotomodelle”.

Come si concilia fotografia e lavoro?

“Come detto, viaggiare dalle stalle alle stelle non è semplice! E quindi si vive facendo tanti sacrifici, svegliandosi molto presto al mattino, lavorando per migliorarsi sotto ogni punto di vista. Non si può aver paura del giudizio della gente, ma bisogna sempre operare in modo tale da non andare mai oltre il limite della volgarità. Questo in fotografia non è sempre facile”.



more No Comments febbraio 7 2017 at 15:00


Daniele Pompili: L’imprenditore che diventa un vampiro

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di Alessia Bimonte

Daniele Pompili, giovane imprenditore trentenne con la passione per il mondo dello spettacolo. Originario della Calabria, vive nella capitale dove ha fatto parlare di sé e delle sue fidanzate, dalla vincitrice del Grande Fratello Floriana Secondi, alla showgirl Valeria Marini, e delle sue amiche  Rita Rusic e Alba Parietti. Ha inoltre posato per alcune campagne pubblicitarie come modello di marchi internazionali quali Armani, Levi’s e Diesel. Conduttore di programmi televisivi di cronaca e attualità per televisioni locali. È stato di recente impegnato infatti  nel programma “L’ora legale” sul canale Gold Tv Italia. Si è lasciato alle spalle i suoi flirt per dedicarsi a migliorare la sua carriera di attore. Ha partecipato a tal proposito ad uno spot con il grande Ricky Tognazzi per la campagna “Antibiotici la nostra difesa numero 1” promossa dalla Società Italiana Terapia Antinfettiva (Sita) per un buon uso di questi farmaci. Lo spot intitolato “Il supervampiro”, utilizza la figura di un vampiro come metafora ed è disponibile sul sito www.antibioticilanostradifesa.it

Quali sono state le tue impressioni sullo spot e come è stato lavorare con Ricky Tognazzi?

“È stato sicuramente un lavoro che lancia un messaggio importante: non abusare degli antibiotici, ma prenderli con moderazione e con la prescrizione medica. Sono onorato di essere stato scelto e di aver lavorato con Ricky Tognazzi, un grande artista ma anche una persona umile e molto disponibile. Un grande ringraziamento anche ai miei colleghi e al produttore esecutivo dello spot Nicola Liguori”.

Hai in serbo nuovi progetti per la tua carriera?

“Sì, sto lavorando ad un nuovo film di cui preferisco non parlare ancora, ma c’è in progetto”.

Come hai trascorso le vacanze natalizie?

“Gli anni passati ho sempre trascorso il capodanno all’estero, ma quest’anno mi sono spaventato per i terribili attentati che si sono susseguiti ed ho preferito rimanere a casa per il Natale, in compagnia della mia famiglia e con gli amici a Capodanno”.

Situazione sentimentale?

“Felicemente fidanzato, ma non voglio dire altro per non scatenare ulteriori bufere, ho rispetto per la persona che mi è accanto”.



more No Comments febbraio 7 2017 at 14:57


Giovanni Angelozzi: Il modellatore di radici

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di Marisa Iacopino

Fin dagli albori della sua storia, l’uomo ha instaurato un legame profondo con gli alberi, venerandoli, assorbendone l’energia.

In speciale connessione con le piante, c’è chi crea dalle radici d’albero oggetti artistici di rara bellezza. Così, modellando mangrovie e ibiscus spiaggiate in lontane latitudini, come pure legni d’ulivo e ciliegio nostrani, nascono per mano d’un giovane romano, Giovanni Angelozzi, soluzioni d’arredo per un’arte ecosostenibile. Tavoli e lampade creati in un connubio di perfezione tra legno e vetro che ne caratterizza l’originalità.

Com’è nata la tua passione per le radici?

“Breve premessa: sono uno che ama la natura e vuole viverci immerso fino in ‘fondo’.  E poi, ho un grande amore, l’oceano. Dopo varie esperienze lavorative, con le mie bombole d’ossigeno in spalla, decido di partire alla volta dell’Egitto. Mi affermo come istruttore di sub in Messico, e vivo qualche tempo anche a Capo Verde. Infine, arrivo alle Maldive, nell’isola di Palm Beach. Lì, finalmente trovo la mia dimensione. Passo le giornate tra immersioni e passeggiate in riva al mare. Ed è là che la mia vita cambia per sempre. Stavo passeggiando sulla spiaggia, quando un grosso tronco attira la mia attenzione. Non avevo ancora realizzato che quel ‘rifiuto del mare’ mi sarebbe valso pubblicazioni su riviste di design, e tanto meno che un giorno sarebbe diventato un pezzo unico. Da quel 2009 le cose sono cambiate, il giovane istruttore di sub adesso è un designer, e questo mi piace tantissimo!”.

“Radice in movimento”, questo il nome della tua azienda/bottega. Di regola, le radici rappresentano la staticità dell’albero. Dunque, perché in movimento?

“L’idea nasce dal fatto che le mie opere hanno una forma non statica che ricorda il movimento, e poi si ha lo sviluppo della radice: da pezzo grezzo a un’opera finita”.

Da dove viene la passione per gli alberi, e in particolar modo per la lavorazione delle radici?

“Delle radici mi piace il fatto che abbiano forme diverse conferite dalla natura, e siano così artisticamente belle da osservare. La forma di ognuna rimane nascosta alla vista finché non viene estrapolata dal suo ambiente. E’ proprio lì che mi diverto a immaginare possibili soluzioni per risvegliarla in qualcosa di unico”.

Vendono abbattuti gli alberi per le tue creazioni?

“Ci tengo a dirlo a gran voce: nessun albero è stato mai abbattuto intenzionalmente per la realizzazione delle mie opere. Si tratta di materiale di recupero adattato e restituito a nuova vita attraverso il senso artistico”.

Quali sono le fasi di lavorazione del legno?

“La prima è quella della valutazione del pezzo: capire se mi può ispirare per realizzare qualcosa di artistico. Segue una pulizia grossolana per togliere fango, sabbia o terra. Prendo poi la carta vetrata e gli scalpelli, e inizio a levigare il legno. A questo punto, metto in risalto quello che la natura mi ha fornito, e l’opera viene posta in piano, così che il pezzo inizia a prendere forma, sia esso un tavolino o una lampada. Tocco finale, l’applicazione d’un composto per sigillare i pori e proteggere da insetti. Tutti passaggi fatti a mano, senza utilizzo di macchinari. I pezzi non vengono sabbiati, ma rifiniti con meticolosa pazienza”.

Si ravvisa una coincidenza tra l’incanto del paesaggio maldiviano e l’esplosione della tua idea?

“Le Maldive mi hanno ispirato per la grossa quantità di materiale che la natura mi regalava, Le mareggiate erano frequenti e cosi sul bagnasciuga si potevano ritrovare legni dalle forme più diverse che ispiravano la mia creatività.   Avendo molto tempo libero poi, potevo sperimentare e dar voce alle idee”.

Di ogni radice usata tu indichi la provenienza, oltre al nome botanico. Alcuni oggetti sono realizzati da radici trovati sul litorale romano e toscano. Preservare l’identità geografica serve a imprimere un passato all’oggetto che l’acquirente porterà nella propria casa?

“La storia dell’opera può sicuramente interessare l’acquirente per capire che cosa sta comprando, che viaggio e storia c’è dietro l’oggetto che metterà nel suo ambiente”.

Cosa significa raccogliere e lavorare un pezzo di legno abbandonato?

“Ridare vita a quella pianta che fino a poco prima era viva e rigogliosa nella terra, trasformandola a nuovo e diverso utilizzo. Molti vedrebbero spazzatura, io ci vedo un pezzo unico e originale da far emergere pazientemente”.

Tu sei ‘modellatore di radici’, e subacqueo professionista. Cosa ti appassiona di più, la natura terreste o quella sottomarina?

“Anche se ho potuto viaggiare e visitare posti meravigliosi, senza ombra di dubbio posso dire di preferire il mondo marino… molto più silenzioso”.

Come ogni pezzo scultoreo, le tue opere sono costituite dai contrasti del pieno-vuoto. Ti definiresti più proiettato verso la luce o l’ombra?  

“Sicuramente verso la luce. Anche nel mio lavoro tendo sempre ad accentuare e creare dei giochi di luce che permettono all’opera di risultare più leggera, e di conseguenza più ‘in movimento’”.



more No Comments febbraio 7 2017 at 14:55


Paola Torrente: cover story

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Anche il web sta impazzendo per questa ragazzona alta 1,80 tutta curve, che si è classificata seconda a Miss Italia. Paola è un nuovo e meraviglioso esempio che va ad aggiungersi  alle “filiformi” in passerella. Moda e canto sono le sue passioni. Sogna un futuro da modella curvy

di Silvia Giansanti

La riconosceresti anche in mezzo a mille persone per via del suo naturale portamento stile Beyoncé, che è anche la sua artista preferita. Ma a differenza di questa star inavvicinabile, Paola è una ragazza molto semplice e umile, che riscuote successo soprattutto nelle donne, tendenti di solito ad essere invidiose tra di loro. Una volta entrata nell’ambiente, ha subito familiarizzato con molte vip che hanno accolto con piacere questa ragazza che porta serenità e simpatia. Proviene da Salerno, una città che nel periodo natalizio si trasforma magicamente grazie alle ‘luci d’artista’. Qualcuno, rivedendo rigidi clichè, l’ha premiata e grazie a questa soddisfazione, adesso Paola si ritrova sommersa di impegni. Davvero un bel problema per una come lei che più ha compiti da svolgere, più diventa svogliata, tant’è vero che ha dovuto accantonare momentaneamente i sui studi in Ingegneria Gestionale per far fronte alla mole di lavoro che all’improvviso si è presentata. Un piacevole pranzetto presso Spartito, una raffinata location situata all’Auditorium Parco della Musica, ci ha confermato tutto questo. Un luogo che Paola ama e dove tanti amici famosi e non, le hanno organizzato a novembre una festa a sorpresa per il suo compleanno.

Paola, da quanto tempo avevi in mente di affacciarti in questo mondo dorato?

“Pensavo di entrare tramite la musica, visto che la mia passione è il canto. Di partecipare a Miss Italia, a dir la verità, non mi è mai passato per la mente, soprattutto per via della mia taglia ‘over size’. Il tutto è partito come una casualità, sono andata e mi sono divertita. E’ nato tutto per gioco”.

Cosa ti attrae maggiormente di questo settore?

“In questo momento è la novità, l’approcciarsi con una consapevolezza diversa”.

Una Miss Italia nella storia che hai ammirato?

“Ce ne sono diverse, tra cui Roberta Capua e Cristina Chiabotto”.

Ti sei aggiudicata in un certo senso la corona, anche se sei arrivata seconda, perché sei stata la prima Miss Italia curvy della storia. Che effetto ti sta facendo tutto questo?

“Sono felice perché in un certo senso è avvenuta una rivoluzione, semplicemente un’aggiunta di un altro modello di donna. Questo messaggio si sta diffondendo anche in Italia, anche se ancora non è stato sdoganato del tutto”.

Infatti il web sta impazzendo per te, è ora di rivedere i canoni di bellezza!

“Sì, anche perché in tutto il mondo è già accaduto e quindi è ora che avvenga totalmente anche in Italia”.

Cosa pensano in famiglia di questo cambiamento che è avvenuto nella tua vita?

“Sono contenti, però essendo un mondo nuovo, spaventa un pochino, ma l’importante è restare con i piedi ben piantati a terra. Essendo molto giovane, la famiglia teme sempre un cambio di personalità. Devo dire che i miei sono molto apprensivi e mi fanno anche da bodyguard”.

Che tipo di fisico femminile preferisci?

“L’importante è che ci siano le proporzioni. Amo comunque il tipo mediterraneo a clessidra alla Sophia Loren e alla Monica Bellucci. Sono una ragazza figlia degli anni ’90 e sono cresciuta anche con i tipi filiformi”.

Ti sei mai messa in discussione?

“Un po’ quando ero più giovane e quindi più vulnerabile. Crescendo acquisti maggiore consapevolezza personale, valorizzandoti. Inizi così a conoscere meglio il tuo corpo, scegliendo anche l’abbigliamento più indicato che lo abbellisca”.

Visto che abbiamo nominato due attrici famose, quali sono i tuoi miti del mondo del cinema?

“Proprio loro due”.

E della musica?

“Sono cresciuta con miti come Mina e Mia Martini, anche se attualmente la mia preferita è Beyoncé, che considero una donna completa”.

Un messaggio che vuoi rivolgere alle ragazze?

“Amarsi innanzitutto, stando anche attente all’alimentazione. Curarsi sia interiormente che esteriormente. Personalmente mi reco in palestra e mangio un po’ di tutto in maniera equilibrata”.

Fai qualche peccato di gola?

(Ride) “Ovvio! Al sud abbiamo dolci fantastici. E’ strano che ami la moda e mangi i dolci. E’ un mix davvero particolare”.

Credi che dopo questa tua partecipazione al concorso di bellezza più famoso in Italia, ci saranno meno ragazze anoressiche sulle passerelle?

“Lo spero anche se realmente credo sia difficile. Ci sono tante case di moda che stanno cercando di inserire questo modello di donna curvy. Qualcosa si sta muovendo”.

Hai in pedi qualche progetto a riguardo?

“Sì, stiamo cercando di mettere in piedi un blog dedicato proprio al mondo delle curvy. Sarà un diario personale in cui racconterò la mia vita giorno dopo giorno. Inoltre c’è un disco in preparazione con un gruppo di lavoro molto forte, studiato sulla mia personalità. Un altro progetto è una web serie tv, sempre su misura per me. A gennaio ho preso un impegno con una grande casa di moda che mi ha ingaggiata come testimonial. E non è finita qui. C’è da dire che l’inizio del 2017 sarà un bel tour de force e una fatica per le persone che mi stanno intorno”.

CHI E’ PAOLA TORRENTE

Paola Torrente è nata a Gragnano (Napoli) il 17 novembre del 1993 sotto il segno dello Scorpione. Caratterialmente si definisce generosa, vendicativa e svogliata. Ha come hobby l’ascolto della musica e il gioco con i suoi animali. Tifa per il Napoli e adora la parmigiana di melanzane. Le piacerebbe vivere a Miami. Possiede tre cani, un gatto, cavalli e altro. Ritiene il 2016 l’anno fortunato della sua vita. E’innamorata ma non vuole svelare nulla. E’ arrivata seconda all’elezione di Miss Italia, facendo rivedere clichè rigidi sulle taglie.



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Leo Gullotta: “A settant’anni sono ancora curioso come un bambino”

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Riceve il riconoscimento alla carriera “Dino Verde” nel corso della XXI edizione del Premio Penisola Sorrentina, e si racconta: Leo Gullotta a 70 anni è ancora un ragazzino. Terribilmente curioso e innamorato della vita e del suo lavoro

di Biagio Verdicchio

Con Leo Gullotta è bello parlare di tutto. Attore sensibile, persona curiosa, non si tira indietro. È nato in teatro, è passato dal cinema d’autore alla tv, col Bagaglino una tv molto, troppo pop. L’avevo incontrato la prima volta due anni fa, nel corso del Social World Film Festival di Vico Equense. Si era rivolto ai giovani giurati di quel festival di corti a finalità sociale, con un fare e moniti da padre. Lo ritrovo protagonista assoluto della XXI ed. del premio Penisola Sorrentina-Arturo Esposito (Piano di Sorrento), dove ritira il premio alla carriera in memoria di Dino Verde, storico autore televisivo. E a 70 anni, in questo 2016 agli sgoccioli, è tornato a vivere una nuova primavera, con i successi a teatro (Spirito allegro di Noel Coward, regia di Fabio Grossi) e in televisione (la serie tv Catturandi, in onda a inizio autunno su Raiuno).

Ancora una volta un premio, ancora una volta ritorna al sud.

Ma guarda che io mica vengo da Bolzano! (sorride) Il sud sono le mie radici… Ogni volta che vengo al sud per me è un ritornare alle origini, riassaporare sapori, dalla pasta alla frutta al dolce, è sempre un piacere, a parte il fatto che qui c’è vita e accoglienglienza, due bellissime parole che dovremo imparare a riscoprire”.

Un premio quello che ha ricevuto, dedicato alla memoria di un grande uomo.

“Innanzitutto onorato di ricevere questo premio… Dino Verde è stato un grande autore di cinema, televisione, teatro. E poi la musica: ‘Resta Cu mme’, ‘Piove’, ‘Ciao ciao bambina’ sono tutte sue, oltre alla vastità di spettacoli televisivi che forse non i più giovani, ma le mamme e i nonni hanno nel cuore, quella televisione in bianco e nero così piena di qualità, un autore di quelli con la A maiuscola”.

Che oggi non ne esistono più…

“Di quelli che sapevano scrivere, di quelli che avevano il senso anche dell’umorismo. Che però nel sorriso evidenziavano il graffio sociale, e quindi una particolarità esclusiva. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui – non molto, a dire il vero – ma abbiamo lavorato insieme. Un onore”.

Quello che va a concludersi è stato un anno straordinario per lei. Ricco di successi. Dal teatro, alla fiction che ha segnato un ritorno all’amata tv.

“Io questo mestiere faccio. L’attore, quindi l’interprete. Vivo altre vite, al cinema, a teatro, in televisione. Il mio lavoro lo faccio da 54 anni e ne ho 70”.

Settant’anni: c’è un aggettivo che le viene sempre affibiato e che mi piace assai. Viene definita e si definisce una persona estremamente curiosa.

“Sono una persona curiosa fin da bambino e da grande mi sento ancora un po’ bambino, un aspetto che voglio conservare. Ma allo stesso tempo sono una persona curiosa – guai a non esserlo – che cerca di guardare oltre, l’orizzonte, guardare oltre e di capire soprattutto. Sono una persona anche fortunata, perchè mi hanno insegnato la qualità professionale che bisogna avere non soltanto nel mio lavoro. La qualità professionale conta, conta tantissimo, si costruisce”.

Molti giovani, invece, questa curiosità l’hanno persa.

“Stiamo attraversando un momento molto strano, molto particolare e quindi agli amici a casa dico sempre uscite! Non è che per forza dovete stare a casa con questi benedetti facebook e quant’altro… Fatelo ma ogni tanto: uscite, respirate, state con gli altri. Stare con gli altri significa capire meglio cose anche semplici a cui magari non ci eravamo avvicinati”.

 

© foto esclusive

di Diego Ambruoso



more No Comments gennaio 10 2017 at 15:36


Roberta Salvati: La forza dell’amore

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Mamma e figlia: due storie che hanno commosso il web. Un diario quotidiano per sfogarsi e per non sentirsi sola. Un amore raccontato anche in un libro

di Alessandro Cerreoni

La sua è una lezione di vita e di amore. Conoscerla è stato un privilegio. Un dono. Il bello di Facebook. La malattia condivisa sulla sua pagina DajeRobs. Un mostro da sconfiggere con la forza e il coraggio. Perché il male non deve vincere mai sul bene. Lei è Roberta Salvati, una dolcissima ragazza umbra. Semplice e determinata. Una ragazza come tante altre. Piena di sogni e di progetti. Un contratto di lavoro appena firmato. L’idea del matrimonio con il suo fidanzato di sempre. Poi, una mattina spunta una pallina dura sul collo e tutto si fa nero. La vita perde i suoi colori. La disperazione e la rabbia. Ma prevale la voglia di non mollare e di lottare per aggrapparsi a questa vita e continuare a viverla. Il destino è ancora più tremendo e le riserva un’altra prova difficile da superare. Quasi impossibile per chi come lei ha già giorni maledettamente complicati da affrontare. Anche sua mamma è malata. Praticamente le restano pochi mesi di vita. Roberta si fa forza e cerca con tutta se stessa di non rendere amare le giornate insieme alla sua adorata mammina, come la chiama affettuosamente lei in questo difficile percorso. Davanti a lei non si fa vedere né triste e né sofferente. Si sfoga di nascosto. Prima della terapia, il personale medico e infermieristico, con dolcezza e sensibilità la lasciano un attimo piangere. Ha bisogno di far scendere quelle lacrime. Trattenerle è impossibile. Poi c’è Facebook, una pagina che le ha consentito di trovare tante persone che le vogliono bene. Ed è qui che anch’io ho conosciuto Roberta. E da lei ricevo ogni giorno lezioni di amore e di vita. Grazie.

Ciao Roberta, si dice che nella vita “nulla accade per caso”. Trovi un motivo in tutto quello che è successo nella tua vita in quest’ultimo anno?

“Potrei perdere ore a cercare affannosamente un motivo in tutto ciò che mi è successo nell’ultimo anno. Perderei solo tempo.Questa è la vita, le cose accadono e basta. E’ il motivo con cui si affrontano che invece fa la differenza. Stare a fossilizzarsi nella ricerca di un perché non servirebbe a nulla purtroppo. Sta a noi dare il giusto senso a tutto”.

Questa domanda apre le porte ad un’altra. Parliamo del tuo libro, nel quale racconti la tua storia, il percorso della tua malattia. Un’opera che darà forza e coraggio a chi si trova ad affrontare una battaglia quotidiana. Con che spirito l’hai scritto?

“Questo libro è la risposta a come io ho deciso di vivere il mio cancro. Come ti dicevo prima, la differenza sta nel come si affrontano situazioni tragiche e che senso si decide di dargli”.

Ci ricordi a quale associazione verrà devoluto l’incasso del libro?

“Trasformando il mio diario di bordo in un libro, ho deciso di trasformare tanto dolore in qualcosa di positivo. Tutto il ricavato andrà al Comitato per la vita ‘Daniele Chianelli’ e servirà a finanziare la ricerca contro questa brutta bestia e a sostenere le famiglie che arrivano a Perugia per curare i propri bambini dalla leucemia”.

Riavvolgiamo il nastro. Com’era la tua vita prima di tutto questo? Chi era Roberta, cosa faceva e quali erano i suoi sogni nel cassetto?

“Roberta era una ragazza come tante, che non aveva forse il senso del tempo che scorre, una ragazza che credeva sempre ci fosse tempo per tutto, come fosse investita da una sorta di immortalità. Avevo appena firmato il mio primo contratto di lavoro come operatrice museale nei bellissimi musei della mia Umbria e lavoravo alla mia tesi per la laurea magistrale in Giurisprudenza. Fidanzata da 12 anni, pensavamo al matrimonio e a tutto ciò che di bello può cominciare quando compi 30 anni”.

Ad un certo punto che è successo? Come hai scoperto la malattia? 

“Una mattina, mentre mi preparavo per andare a lavoro, mentre stavo per iniziare a truccarmi, mi accorsi di una pallina dura che era spuntata dal nulla al lato sinistro del mio collo…”.

Hai scelto di affrontare questo difficile percorso condividendolo sui social. Quanto è stato importante per te avere tantissimi amici veri e virtuali con cui affrontare insieme giorno dopo giorno la tua malattia?

“La mia pagina Facebook (DajeRobs ndr) mi ha salvata dal fondo più buio. Mia madre non ha mai saputo di essere malata terminale, io fingevo sorrisi splendenti con lei, le facevo forza e cercavo di farla a me. Poi tornavo nella mia stanza e se non avessi avuto tutta quella gente a sostenermi e con cui sfogarmi non ce l’avrei mai fatta”.

La tua storia quotidiana raccontata su Facebook ha dato coraggio anche ad altre persone che, come te, si sono trovate e si trovano tutt’ora ad affrontare la battaglia per la propria vita. Cosa provi a sapere che sei diventata importante e un grande punto di riferimento per tutte queste persone e non solo?

“Non sono io che sono diventata importante ma la condivisione di un dolore. Ci facciamo forza tutti a vicenda. La pagina è un punto di incontro e un grido a non mollare mai, perché se ce l’ho fatta io, in mezzo a tutto il mio casino, può farcela chiunque”.

Da cosa è scaturita la scelta di condividere tutto?

“La scelta è nata inizialmente per esorcizzare la paura, per incontrare altri che avevano affrontato o stavano affrontando il mio stesso percorso, poi la necessità successiva di non sentirmi sola e di creare una sorta di manuale di guerra per chi ci si fosse trovato dopo di me”.

Il destino con te è stato ancora più crudele; non hai avuto da pensare solo alla tua guarigione ma ad un certo punto la terribile scoperta che anche tua mamma aveva un tumore. Dovevi pensare a te ma anche a lei. Come hai fatto? Dove hai trovato il coraggio e la forza per affrontare anche questa battaglia “aggiuntiva”?

“La forza l’ho trovata nel profondo amore che mia madre mi ha sempre donato. Nel momento in cui venni a conoscenza che mia madre non avrebbe avuto più sei mesi di vita, decisi che avrei fatto di tutto per renderglieli meno pesanti possibili. Quindi niente lamenti, niente pianti, lei doveva vedermi forte così da essere forte anche lei”.

In tutto questo raccontaci di tuo papà: la compagna di una vita e la sua “bambina” unite da un unico beffardo destino.

“Mio papà è stato un uomo incredibile in questa vicenda assurda. Lui e mia madre insieme dalla quinta elementare e io, una figlia arrivata dopo dieci anni di tentativi. Una famiglia chioccia la nostra, dove nessuno faceva un passo senza l’altro. Mio padre ha fatto di tutto per rendere meno pesante questi otto mesi a mia madre, sempre col sorriso sulle labbra, mai una lacrima, sempre allegro, mentre dentro di lui urlava”.

Nel momento in cui stavi per vedere la luce in fondo al tunnel, tua mamma viene a mancare. La luce e il buio. La speranza e la disperazione. La gioia e la tristezza. In quel momento la tua vita è stata messa a dura prova. Come se ne esce? 

“Mi mancavano tre radio quando mia mamma stremata mi ha lasciata. Se n’è andata tra le mie braccia mentre il mio petto era ancora infuocato dalla seduta di radioterapia che avevo fatto poche ore prima. Non so se se ne esca mai del tutto, però so che si può affrontare, si deve affrontare in nome di tutta la lotta che c’è stata dietro”.

Hai un ricordo dolce e bello di tua mamma nei mesi difficili che avete condiviso?

“Ricordo le nostre colazioni insieme, ridendo sulle mille pillole che ognuna ricordava all’altra di prendere. Le notti a dormire abbracciate, le tante prove culinarie che facevamo insieme per non pensare ai malesseri delle chemio, le risate, gli abbracci infiniti per farci coraggio, le lacrime che urlavano la paura di doverci separare. Le domeniche a prendere il gelato, i suoi progetti e l’amore infinito che mi ha donato sino al suo ultimo respiro”.

Sei sulla strada della guarigione completa. Pian piano stai rimettendo insieme i cocci della tua vita. Quale Roberta rinascerà da tutto ciò?

“Rinascerà una Roberta consapevole che la vita è un dono inimmaginabile e che non va sprecato neanche un attimo di quelli che ci vengono concessi ogni giorno”.

I sogni che vuoi coltivare sono sempre quelli che avevi prima della malattia o nel frattempo se ne sono aggiunti degli altri?

“Di sogni ce ne sono tanti, ma ora ancora devo riorganizzare la mente e disintossicarmi da tanto dolore. Piano piano tutto riprenderà forma”.

Possiamo dire che la vita ti ha fatto toccare il fondo. Come si vede la vita da laggiù? Ti senti più forte o più provata? 

“Senza dubbio mi sento più forte. E’ come se avessi indossato una grande corazza. Dal fondo, la vita si vede in maniera meravigliosa perché riesci ad apprezzarne ogni cosa che ne fa parte e non desideri null’altro se non risalire e prenderla a morsi”.

Un messaggio che vuoi mandare a chi ti legge.

“Il mio messaggio è quello di amare se stessi più di ogni altra cosa al mondo, di ricercare sempre la propria felicità sopra ogni cosa, di lottare per i propri sogni e di curare i propri affetti. La vita è una e irripetibile e dovremmo tutti ricordarcelo più spesso”.



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Una giornata speciale: Jacqueline Lara

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E’ con la bellissima Jacqueline che continuiamo la nostra avventura: la numero quarantaquattro. Noi di GP Magazine, insieme ad Adriana Soares, fotografa ed artista, abbiamo ideato un fashion contest che si rivolge ai ragazzi della porta accanto. Organizziamo per loro un servizio fotografico speciale di moda

di Adriana Soares

 Jacqueline parlami un po di te.

“Studio Arti e Scienza dello spettacolo con direzione cinematografica. Sto preparando la mia tesi e in contemporanea continuo a scrivere visto che è quello che mi appassiona veramente: scrivere e dirigere. Recentemente sono stata all’estero in qualità di coach di una nuova conduttrice (sempre di lingua spagnola) per una nuova produzione televisiva; il programma si rivolge ad un pubblico latino americano”.

Sei una ragazza splendida. Per te quanto conta la bellezza?

“Indiscutibilmente è il primo dono che la natura ci ha donato. Confondiamo molto il termine di bellezza con gusto o piacere e più erroneamente generalizziamo la bellezza con canoni prestabiliti. Se mi chiedi che tipo di bellezza prediligo, ti posso rispondere che sono come un Picasso diverso e contorto, che piace solo a certi ambienti di artisti ed estimatori”.

Successo: capacità o fortuna?

“La capacità ti dà la prontezza di cogliere il momento giusto nel modo giusto. La capacità e la preparazione ti fanno cercare in modo preciso la fortuna, perché credo che alle volte la fortuna vada favorita ricercandola e riconoscendola”.

Segui la moda?

“Sì. Tendenzialmente seguo solo i colori. La moda dovrebbe essere conoscere il proprio stile e capire cosa ci sta bene e cosa può valorizzarci. Non si può seguire  la moda  senza conoscere se stessi”.

Hai una modella di riferimento?

“Erin O’Connor e Pat Cleveland sono le mie due modelle preferite, sono quel tipo di bellezza non convenzionale ma decisamente artistica”.

Aspirazioni?

“Riuscire a combattere lo stereotipo popolare della donna. Mostrare che esistono donne molto diverse rispetto a quelle che vediamo nei programmi televisivi: ci sono donne che vogliono creare, donne artiste ed intelligenti. Ce ne sono altre che scrivono libri, altre ancora che dirigono film. Il mio obiettivo è far alzare la voce a queste donne”.

Progetti per il futuro? 

“Da buona venezuelana non sono una che si esprime molto circa i suoi progetti, per scaramanzia. Però sono una con piccole pretese. Nella mia vita vorrei solo essere felice”.



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Firme ruggenti: Federico Leardini

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Giornalista di Sky, si occupa di Economia e di Borse mondiali. Ne è scaturita un’intervista tutta da leggere

di Simone Mori

Nato a Venezia il 18 settembre 1979, si trasferisce a Milano nel 2000 e qui consegue una laurea in scienze politiche e un master in relazioni internazionali. Dal 2011 è a Sky dove, la mattina, gestisce la cronaca delle Borse mondiali. Oltre al giornalismo, ha tre grandi passioni: sollevare pesi in palestra, cucinare e inventare favole per far addormentare con un sorriso la sua bambina.

Ciao Federico, ci parli innanzitutto di te e di come hai iniziato nel mondo del giornalismo?

“Ciao! Ho iniziato a Class Cnbc più o meno dieci anni fa, dopo una carriera di studi in relazioni internazionali e un’interessantissima esperienza lavorativa a Bruxelles. Ho scelto l’economia e soprattutto la finanza perché ritengo siano due campi vivi, che determinano concretamente il corso degli eventi del nostro mondo contemporaneo”.

Quali sono state le maggiori difficoltà?

“Vedo due grandi difficoltà, nel mio mestiere: la prima è il cercare di essere sempre aggiornato su tutti i fronti, dal mercato internazionale (che siano Stati Uniti o Giappone, Arabia Saudita o Sudafrica) a quello locale, perché da qualsiasi fronte può derivare una storia che avrà impatto su scala globale. Il secondo è trasferire al pubblico queste notizie: dal renderle comprensibili a chi non è avvezzo al linguaggio tecnico della finanza, all’analizzare i possibili effetti che avranno concretamente sulla nostra vita. Sono sfide a volte complesse, ma estremamente stimolanti e intellettualmente sfidanti. Perciò, le migliori”.

Ti occupi di economia e finanza. Ti basta o vorresti di più? Nel caso, cosa ti piacerebbe fare?

“Mi piace moltissimo e non vorrei dedicarmi ad altro, anzi… mi piacerebbe fosse dato più spazio ai nostri temi e all’educazione finanziaria nella comunicazione dei media, perché, come detto, ritengo siano assolutamente centrali nello scenario complessivo ed una maggior familiarità del pubblico a questi argomenti aprirebbe gli occhi su molte dinamiche che, altrimenti, divengono esclusiva pertinenza di pochi ‘sapienti’ (o presunti tali), che possono manovrare a loro piacimento l’informazione”.

Hai raccontato tante vicende delicate, specialmente per i nostri portafogli. Quale sono quelle che ti sono rimaste più impresse?

Il settembre del 2008 è stato epico. Nei giorni del fallimento di Lehman Brothers il mondo finanziario era in ginocchio. Si raccontavano crolli (veri: del 20-30%, non quelli del 5% che vediamo oggi) di banche multimiliardarie. La tensione era palpabile a migliaia di km di distanza. Si lavorava 12 ore senza fatica, perchè ogni minuto succedeva qualcosa. Epico. Poi ci sono stati i giorni dello Spread a 500 punti. Anche lì adrenalina alle stelle e massima attenzione verso il ‘mio’ mondo. Anche se mi ha un po’ disturbato il tentativo di strumentalizzazione politica delle vicende, con l’affondo contro le agenzie di rating e il dito puntato contro gli speculatori. La finanza è speculazione, basata sulla realtà. Nessuno si accanisce contro qualcuno per cattiveria… Semplicemente si cerca di trarre profitto da situazioni giudicate vantaggiose. Se lo Spread era a 500 punti, la colpa non era certo dei mercati”.

L’Europa si dice che esista solo per far cassa. Puoi aiutarci a capire?

“Sull’Europa si dicono tante cose, perlopiu dettate da interesse politico. L’Unione europea è nata come progetto di cooperazione ed integrazione per superare la tragedia della seconda guerra mondiale. Si è cavalcata l’integrazione economica perchè era il mezzo immediatamente sensibile nella quotidianità. Da lì sarebbe dovuta derivare un’integrazione politica e, infine, il senso comune di appartenenza. Ci siamo fermati all’euro. Ma il progetto è talmente ambizioso che non dev’essere messo in dubbio dalle prime difficoltà: qualsiasi società deve affrontare delle crisi per strutturarsi e maturare, siamo solo a una crisi, ne usciremo più forti ed uniti”.

Le banche italiane sono sane? Rischiamo qualcosa noi semplici correntisti? 

“Generalizzare, sul tema banche italiane, è impossibile. Lo scenario è talmente variegato da non potersi, realisticamente, accomunare la situazione di alcuni istituti ad altri. Ci sono casi (e la cronaca li riporta costantemente) di pessima gestione e di rischi concreti ed altri che rappresentano assolute eccellenze a livello internazionale. Di fondo c’è la necessità di consolidare un settore troppo frammentato e di ricondurre alle migliori pratiche gli istituti che se ne sono allontanate. Un risparmiatore deve sapere che, per certe banche, il rischio di fallimento è presente e che si deve essere attenti e informati, sempre”.

Quali sono gli investimenti più sicuri per i nostri risparmi? 

“L’investimento ‘sicuro’ non rende più nulla, ed è per questo che molti piccoli investitori assumono rischi eccessivi. Sicuro è fra virgolette perché nessun investimento è comunque sicuro al 100 per cento: collegato al ritorno economico in termini d’interessi c’è sempre una (pur minima) assunzione di rischio.  Questo è un elemento essenziale da capire. Ogni investitore, prima d’investire, deve scegliere quanto vorrebbe guadagnare, quanto è disposto a rischiare e che scadenza temporale vuol dare al suo investimento. Su queste basi sceglierà l’investimento. Il tanto e subito non esiste e chi lo propone vi sta truffando”.

Il filosofo Diego Fusaro sostiene che populista è chiunque non difenda gli interessi delle élite economico-finanziarie dominanti.  Cosa ne pensi?

“Sono in totale disaccordo. Populista, secondo me, è chi specula sul minimo comun denominatore del sentimento umano: che sia la paura, la rabbia, la fame. Senza però costruire su un ideale la base di evoluzione dei suoi seguaci. Il comunismo o il socialismo si opponevano alle elite economico- finanziarie (con dignità ed efficacia enormemente maggiore di quanto facciano i movimenti contemporanei ) ma ponevano alla base del loro pensiero il riscatto sociale dei lavoratori o delle classi ‘inferiori’. Nessuno cerca questo riscatto, oggi. Ora c’è solo pancia e desiderio di distruzione. Ed è per questo che, a mio avviso, non hanno futuro”.

Krugman che ha iniziato a parlare male dell’Euro. Qual è la tua opinione sulla nostra moneta unica?

“L’euro è la più grande sfida che l’Europa moderna abbia accettato. Titanica al di sopra delle apparenze perchè richiede, per funzionare, una sincronizzazione di molti piu elementi di quelli puramente finanziari. Dalle politiche fiscali alla gestione della spesa pubblica, al coordinamento delle politiche di sviluppo alla gestione dei flussi di persone. E nuove sfide si aggiungono in continuazione, dettate dalla contingenza: pensiamo al dramma dei migranti, in pochi l’avrebbero previsto e nessuno era in grado di fronteggiarlo. Così ci siamo trovati gravati da nuovi oneri, ma con l’obbligo morale di dar risposta a queste invocazioni. E i riflessi si vedono, in ultima analisi, proprio su quello che è il solo pilastro concreto dell’Unione: l’euro. Comunque io credo in questo progetto e credo che, maturata l’esperienza di gestione necessaria, la politica europea sarà in grado di farlo funzionare”.

Puoi consigliarci dei libri per avvicinarsi al mondo dell’economia?

“Qui vi stupirò: secondo me, uno dei migliori testi per avvicinarsi al mondo della finanza (e dell’economia in genere) è la collaborazione fra Disney e Il Sole24ore con le storie di Paperon de Paperoni sulla borsa e gli investimenti. E’ un piccolo capolavoro: in modo semplice e immediato tratta temi complessi, approfondendoli poi in sezioni a margine. A mio avviso, per un primo approccio, è davvero l’ideale. Poi ci sono biografie interessanti, come quelle di Warren Buffett, che aiutano a capire come ragiona l’alta finanza e rappresentano un buon investimento in termini di tempo speso per avvicinarsi a questo mondo”.



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