Cecchi Gori: Una famiglia italiana. Una lettera d’amore per il cinema


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Il docu-film evento è stato presentato alla recente Festa del Cinema di Roma. Un ritratto di una famiglia importante del nostro cinema. Che ha segnato un’epoca. Ne parliamo con Vittorio Cecchi Gori.

Presidente cosa pensa del documentario ‘Cecchi Gori – Una Famiglia Italiana” dedicato alla sua famiglia e alla sua carriera?

“Lo trovo molto ben fatto: Isola e Spagnoli sono stati molto bravi a trovare un punto di equilibrio nel racconto e hanno mantenuto tutte le promesse che mi avevano fatto all’inizio. So che il pubblico si è divertito e si è commosso. Mi fa piacere e sono molto grato al produttore Giuseppe Lepore per l’ottimo lavoro. Non avevo dubbi, ma è bello constatare come tutto quello che avevamo progettato insieme dalla mostra al film al libro sia diventato realtà”.

Cosa ha imparato in questi anni?

“Arriva un punto in cui gli interessi sono talmente forti che bisognerebbe essere più realisti sulla natura umana e prepararsi e prevedere anche determinate cose che, normalmente, non si potrebbero prevedere. Però io son fatto così; è per quello che io dico sempre che rifarei tutto quello che ho fatto perché con il mio stato d’animo e il mio modo di essere, con le mie esperienze di vita, sarebbe difficile. Certo con il senno di poi… Devo dire che, approfittando del documentario e ripercorrendo tante cose, sono stato veramente un grande lavoratore. La mia vita l’ho dedicata al lavoro. Mi ha tenuto su anche fare una vita sportiva, che è molto importante, sin da ragazzino, poi, ho continuato fino a due anni fa – quando purtroppo ho subito una sorta di “cedimento strutturale”. Non c’è niente da fare. Quindi credo proprio di aver lavorato perché i risultati si vedono e si toccano. Io mi domando, adesso, ho visto la fatica che abbiamo fatto noi a fare il documentario, perché le cose per farle bene bisogna impegnarsi, come ho fatto a fare così tanto? Un impegno moltiplicato per tutti i film che ho fatto, i viaggi in tutto il mondo e tutte le altre cose che ho fatto; io mi domando come abbia fatto. Io andavo al ritmo infernale – per cinquant’anni senza smettere un minuto. Anche a detrimento della mia vita personale; alcune decisioni della mia vita privata sono sempre state soffocate e condizionate dalla vita professionale, che era una passione, intendiamoci bene, non era un sacrificio; è sempre stata una grande passione che ho preso in modo sacrale da mio padre”.

Questa cosa, i suoi figli, crede che l’abbiano capita?

“Non lo so perché credo di avere un po’ sacrificato la mia vita, un pochino. Poi anche gli avvenimenti ultimi l’hanno condizionata. Avrei potuto fare molto di più anche in America. Lo sto cercando di recuperare un po’ adesso, ma forse non mi sarei limitato: avrei prodotto molti più film. Poi avrei sicuramente migliorato anche i rapporti, non solo miei, ma di tutti i rapporti cinematografici con l’America. Però, più di così non si poteva fare, penso”.

Presidente, di lei è stato scritto tanto, alle volte è stato anche calunniato. Che cosa sentimento oggi? 

“Sai, quello che conta nella vita sono i fatti. Che vuoi calunniare? Puoi calunniare un giorno. E poi dopo passano vent’anni e quel giorno è rimasto tale. Allora sono calunnie. La risposta è nella vita. La risposta delle cose sta nella vita”.

Al di là del fatto fisico, in quel momento cosa era successo? 

“Ho avuto un po’ di depressione perché ho visto che le persone che dovevano curare i miei interessi invece si sono rivelati dei mistificatori. Sai, uno poi si arrende perché quando il vento spira contro, se non ti aiuta qualcuno, o la corrente è forte… se hai anche tutti che soffiano contro, diventa più dura; se trovi invece le persone giuste, ma è molto difficile quando sei in difficoltà”.

E adesso che momento è?

“È’ un periodo di ripresa; di presa coscienza di tutto. Senza perdere però l’entusiasmo; ancora mi è rimasto tanto entusiasmo, che era quello che sempre mi ha accompagnato nella vita e questo entusiasmo, che mi ha fatto essere così prolifico, c’è ancora e quindi spero di fare delle cose che mi piacciano, soprattutto. Il segreto è anche avere l’entusiasmo, ma perché ti piace fare quello che fai; se deve fare un mestiere tanto per farlo, è terribile. Infatti tante persone non sono state fortunate come me. Io ho fatto proprio quello che mi piaceva e quello ti dà proprio una forza immane”.

Presidente, lei ha ereditato idealmente e praticamente il lavoro da suo padre. La storia della Cecchi Gori finisce con lei? 

“Non finisce con me perché comunque tutti i film che abbiamo fatto sono una testimonianza che durerà tanto”.

Non le manca il calcio?

“Il calcio è molto entusiasmante. Per gli uomini, soprattutto, lo è sempre stato. Ma dopo ci sono troppe delusioni. Il calcio è sempre stato preda di tante cose. Per cui, sembra sempre che ti fanno ingiustizie. Un po’ è vero e un po’ è l’animo del tifoso. Poi subentrò il problema il problema dei diritti televisivi del calcio. Siccome, chiaramente, nella mia vita, la questione dei diritti televisivi l’avevo ben vissuta con il cinema, ero il più ferrato. Ma quello è costato la vita sia a me che alla Fiorentina. Fecero fuori tutti. Tutt’ora ho in corso delle pendenze di natura legale per il fallimento della Fiorentina. Anche quella fu una cosa efferata nei miei confronti”.

 

SIMONE ISOLA E MARCO SPAGNOLI: LA PAROLA AI REGISTI

Loro sono i registi del film: Simone Isola e Marco Spagnoli. Scopriamo attraverso questa intervista cosa li ha spinti a realizzare questo docu-film e le emozioni che ne hanno tratto.

Simone Isola e Marco Spagnoli cosa vi ha spinto a fare questo documentario?

“Senza dubbio la possibilità di ripercorrere una storia altrimenti dimenticata del nostro cinema, rimossa chirurgicamente dall’immaginario collettivo per una damnatio memoriae immeritata di quella che è stata la più grande società di produzione e distribuzione italiana. Prima del nostro documentario sulla Cecchi Gori esistevano solo due libri pubblicati negli anni Novanta: incompleti e obsoleti. Del resto recentemente è stata fatta una mostra sui produttori italiani e mancava ogni riferimento alla Cecchi Gori. Un’ingiustizia che andava risanata”.

Cosa avete scoperto?

“Migliaia di fotografie che altrimenti sarebbero andate perdute sul piano fisico e sul piano morale un’epopea epica e travolgente di un grande gruppo di persone che hanno scritta la storia del nostro cinema e della cultura italiani”.

Chi è Vittorio Cecchi Gori, oggi?

“Noi non lo sappiamo ed è giusto che sia così. Rispettiamo l’intelligenza dello spettatore che, vedendo il nostro film , potrà avere voglia di comprendere chi sia davvero quell’uomo solo in una casa ai Parioli circondato dai ricordi e con una voglia di provare a tornare in sella. Il nostro racconto porta ad una serie di riflessioni sul potere e sulla storia industriale di questo paese, magari avvolta dal glamour e dalle belle donne, ma non bisogna lasciarsi distrarre dallo sbrilluccichio e dai red carpet. la Cecchi Gori è stata soprattutto una grande azienda che ha prodotto lavoro, ricchezza, cultura”.

Qual è stato il momento più emozionante della lavorazione?

“Ce ne sono stati tanti: dal ritorno a Firenze dopo quasi vent’anni al ritrovamento delle foto; dall’ingresso nella sala di proiezione di Via Valadier, oggi, Frame by Frame all’abbraccio di amici come Carlo Verdone, Giuseppe Tornatore e Leonardo Pieraccioni… insomma momenti straordinari di vita vissuta, filmati con rispetto dalla nostra macchina da presa”.

Qual è il complimento più bello che avete ricevuto dopo la proiezione?

“Fortunatamente ce ne sono stati tanti: Mark Ulano, premio Oscar per “Bastardi senza gloria”, uno dei più stretti collaboratori di Tarantino che ha partecipato alla proiezione ci ha detto che è ‘una lettera d’amore nei confronti del cinema’, ma – forse – quello più emozionante è stato quello di una famosa produttrice che ci ha fatto i complimenti per la grande dignità che abbiamo voluto restituire ai suoi protagonisti”.

I documentari sono un genere di successo…

“In realtà si dovrebbero chiamare film del reale: il termine documentario sa di stantio o ricorda altri progetti come quelli sull’accoppiamento dei mufloni o sui leoni della savana, sono cinema che racconta storie vere attraverso personaggi reali”.

Il ricordo più bello che vi portate dietro grazie a questo film?

“La proiezione al Festival di Roma dove la gente rideva e applaudiva a scena aperta. Il pubblico è entrato subito in sintonia con l’emotività del racconto e le sue grandi emozioni”.

 

GIUSEPPE LEPORE: IL PRODUTTORE

Attraverso la sua società di produzione, la BielleRe, ha avuto il merito di produrre il docu-film evento di questo 2019. Lui è Giuseppe Lepore. Una citazione particolare la merita Roberto Ruggiero, collaboratore stretto di Lepore, che ha curato vari aspetti dell’evento.

Un progetto importante portato a termine non senza fatica, o sbaglio?

“E’ passato poco più di un anno quando dal primo incontro con Vittorio, con diffidenza, mi comunicava che potevamo iniziare a lavorare ad un docufilm sulla storia del, ad oggi, più grande gruppo italiano di produzione e distribuzione cinematografico italiano. In quel momento, firmando una scarna lettera di intenti al termine di una cena in un ristorante al centro di roma (su loro carta intestata, n.d.r.) abbiamo iniziato a scrivere la nostra ‘lettera d’amore per il cinema’”.

Tanti mesi di lavoro ma tante soddisfazioni.

“Sì abbiamo iniziato fin da subito con Marco e Simone (i registi, n.d.r.) con frequenti incontri a dare vita ad un progetto molto ambizioso ma molto complicato per tante difficoltà legate al reperimento di informazioni e materiali. Oltre 50 anni di storia del cinema e quindi storia, costume e società italiana finiti in un dimenticatoio ed intorno a noi una diffidenza diffusa. Poi un grande gruppo di lavoro messo insieme oltre ai registi, Emilio (Sturla Furnò, ultimo press agent di Cecchi Gori e ufficio stampa produzione oltre che co-autore di Isola, Spagnoli e Lepore del soggetto, n.d.r.), Mauro (Capece, Direttore della Fotografia, n.d.r.) con tutti i tecnici coinvolti ha permesso di raggiungere un risultato degno di nota e, per me, di grande soddisfazione”.

Non solo un film, ma anche una mostra ed un libro fotografico.

“Sì, penso davvero che il progetto integrato sviluppato e portato a termine, abbia un valore inestimabile per la storia del cinema italiano e non solo. Grazie al ritrovamento, di cui raccontiamo, di migliaia di foto inedite e tanto lavoro di ricerca e digitalizzazione siamo stati in grado di integrare il film con una mostra dal medesimo titolo e da me curata artisticamente con gli autori composta di 55 scatti scelti stampati in HD su alluminio dibond ed esposti durante la Festa del Cinema di Roma 2019 con un successo di pubblico e feedback insperati. In più, una selezione di oltre 150 foto è stata raccolta in un libro che sintetizza attraverso un interessantissimo percorso fotografico la storia dei Cecchi Gori e si conclude con una interpretazione ‘pop’, da me fortemente voluta, del Maestro Max Marra che ha idealmente “impacchettato” tutto il materiale ritrovato e lavorato consegnandolo alla storia. Soltanto ora i giovani addetti ai lavori, gli studenti che si avvicinano al mondo del cinema, giornalisti ed appassionati hanno a disposizione materiale ed informazioni su quello che è stato Cecchi Gori per il cinema con oltre 1.300 film prodotti e/o distribuiti, oscar ed una infinità di premi impossibile da elencare”.

Era presente alla premiere, commenti e sensazioni raccolte?

“E’ stato importantissimo essere presente, io così come Vittorio, Simone e Marco, eravamo emozionati e ansiosi di sapere come il pubblico avrebbe risposto al nostro racconto. Viaggiando sulle montagne russe delle emozioni, mi ha colpito un commento comune, davvero tutto questo hanno fatto Mario e Vittorio Cecchi Gori?”.


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