Claudio Boccaccini: Il teatro è vita?


    CLAUDIO BOCCACCINI 2

Dopo  il successo de “I suoceri albanesi” e “La foto del Carabiniere”, prova di forte impatto emotivo che l’ha visto sulla scena anche nei panni dell’interprete,  abbiamo intervistato Claudio Boccaccini, versatile regista nel panorama teatrale nazionale, e direttore artistico della scuola di teatro La Stazione.

di Marisa Iacopino

Nel suo fare teatro, dà  spesso voce agli emarginati. Perché?

“Il teatro è luogo di domande, e le domande più interessanti arrivano dagli sconfitti. Credo che dare voce all’emarginazione sia appassionante dal punto di vista drammaturgico, quanto doveroso sul piano civile”.

Cos’è che fa di un regista un buon regista? 

“Strehler diceva che il regista bravo è uno che ha un aggettivo in più”.

Come regista, si ritiene un attore disciplinato?

“Sì, quando recito divento disciplinatissimo. Come regista, invece, mi fido più delle suggestioni, quindi a volte non sono così rigoroso”.

Si è occupato anche di teatro-terapia. Qual è l’insegnamento tratto?

“Ho lavorato con ragazzini che avevano difficoltà di comunicazione, di relazioni. In fondo, la normalità, la convenzionalità non si sposano bene con il teatro”.

Quali erano i suoi punti di riferimento giovanili,  quali i traguardi?  E quanta Roma c’è nei suoi lavori? 

“Tutte le avanguardie degli anni ’70. Parlo di Eugenio Barba, Carlo Cecchi, Carmelo Bene, Dario Fo’… e poi il living theatre.  Peter Brook, Bob Wilson mi hanno fatto capire che il teatro è luogo vivo dove confluiscono i mutamenti della società. Si mettono in scena anticipazioni, si analizzano pulsioni della società che la cronaca e la storia non raccontano. Nell’ultima cosa che ho fatto, ‘La foto del carabiniere’ ho raccontato la mia città. Lì, uno dei protagonisti è proprio il mio quartiere di nascita, Torpignattara, ed è emerso tutto un microcosmo e i suoi personaggi. Non ho citato Pasolini tra gli incontri importanti della vita. L’ho conosciuto personalmente. Rimasi colpito da   ‘Una vita violenta’,  romanzo che parlava d’una periferia che io conoscevo bene. Pasolini è uno che l’ha raccontata molto, la periferia romana. Perché Roma, forse, la raccontano bene quelli che non sono di Roma. Da Sorrentino a Fellini, da Flaiano a Gadda”.

Parlando de ‘La foto del Carabiniere’, quale pensa sia stata la lezione di Salvo D’acquisto proiettata in lei attraverso i ricordi di suo padre? Cos’è per lei l’atto eroico?

“L’atto eroico è il superamento del concetto di egoismo a cui la società contemporanea induce. E’ mettere a disposizione se stessi. Parliamo di uno che ha dato la vita a 22 anni. Questo sta a significare che tutti noi dovremmo occuparci anche di altro e di altri, oltre che essere proiettati su noi stessi. Quello di Salvo è l’insegnamento di un giovane che si è occupato degli altri”.

L’ironia, l’umorismo sono un buon registro narrativo per alleggerire  la drammaticità di certe tematiche?

“Sicuramente. Sono ponti emotivi che si stabiliscono con lo spettatore. Io credo che pure i grandi tragici: Eschilo, Tucidide, Sofocle, Euripide, quando sentivano una risatina erano contenti”.

Ha anche un libro all’attivo.

“Sì, un saggio dal titolo ‘La regia teatrale – Dalla pagina alla scena’, edito da Gremese. Fa parte del ristrettissimo novero di saggi teatrali italiani acquisiti dalla Biblioteca Nazionale di Francia”.

Cosa direbbe a un giovane che volesse intraprendere la carriera di regista?

“Prima lo dissuaderei, poi gli direi di leggere, nutrendosi di quello che hanno fatto i grandi, e di tutto quanto è stato fatto finora. Partire da lì, per cercare idee nuove”.

Cosa c’è in cantiere? 

“Uno spettacolo dal titolo ‘Sciatu’, parola siciliana che significa ‘fiato’. Ho immaginato che sia la prima parola che i bambini sentono quando arrivano sui barconi, a Lampedusa. E’ un popolo meraviglioso che accoglie, che meriterebbe il premio Nobel”.

Nuovi progetti?

“Ripresenterò ‘Love’s kamikaze’, sul conflitto arabo-isrlaeliano. Metterò in scena un pezzo di Pasolini in occasione dei 40 anni dalla morte, e poi riprendiamo ‘I Suoceri Albanesi’ con Francesco Pannofino. Con Francesco, faremo inoltre un lavoro dal titolo ‘Blu tut’, su un uomo che ha un rapporto difficile col telefono. E ancora ‘Le belle notti’ e ‘L’ultimo volo’, sui desaparecidos”.

Per finire, se dovesse qualificarsi con un unico aggettivo? 

“Appassionato”.


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