09/23/2021
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“Cosa rimane”: Il debutto narrativo della poetessa e scrittrice Rita Pacilio

di Francesca Ghezzani –

“È una miscela di sentimenti umani pregni di autenticità del quotidiano, quasi una presa diretta, da cui nascono continue sovrapposizioni di idee e riflessioni, emozioni e testimonianze dell’esistenza intera”.

La poetessa e scrittrice Rita Pacilio esordisce nella narrativa con il romanzo “Cosa rimane”, pubblicato con Augh Edizioni per la collana Frecce.Tradotta nel corso della sua carriera letteraria in greco, romeno, francese, arabo, inglese, spagnolo, catalano, georgiano e napoletano, con questa storia ambientata tra il Nord e il Sud dell’Italia negli ultimi anni Duemila, ma con rimandi storici che vanno dagli anni Cinquanta ai Novanta, l’autrice attraverso la protagonista Lorena e i personaggi collaterali affronta tematiche fondamentali quali l’inclusione, la diversità e l’incontro virtuale, toccando sentimenti forti in cui riconosciamo nitidamente l’amore, la rinuncia, la paura, l’umiliazione, la vergogna e la privazione.
Rita, sapevi già da tempo che un giorno saresti approdata alla narrativa?
“In effetti, avendo sempre cercato un linguaggio critico capace di riflettere sulla realtà per svelare l’invisibile e l’indicibile, posso affermare che da molto sapevo di camminare verso molteplici espressioni linguistiche arrivando anche alla prosa. Infatti, lavorare con la parola poetica significa fare esperienze di incontri con luoghi interiori e personaggi, mettendosi continuamente in discussione. Dunque, con la pubblicazione del mio romanzo, ho fatto scelte, sin da subito, che appartengono a scenari più ampi come sguardo rivolto verso confini da esplorare e reinventare”.
Il romanzo come possibilità di narrazione, di esperienza e di sentimenti. Cosa rappresenta per te “Cosa rimane”?
“’Cosa rimane’ è una miscela di sentimenti umani pregni di autenticità del quotidiano, quasi una presa diretta, da cui nascono continue sovrapposizioni di idee e riflessioni, emozioni e testimonianze dell’esistenza intera. In breve, è una confessione d’amore”.
Trovi che il lavoro di limatura di un romanzo sia più o meno articolato rispetto alla cesellatura che richiedono i versi poetici?
“Costruire un romanzo richiede tanto lavoro, anche di squadra: editor, grafici, Editore, agenzie, uffici stampa. Ma durante la stesura si è soli con i propri impeti emotivi, i dubbi e il turbinio interiore: sulle pagine ritorno continuamente per ragionare e intrecciare accadimenti, luoghi, tempi e, soprattutto, interrogo la carica sentimentale dei personaggi. Insomma, lavoro sulla struttura e sulla trama contemporaneamente utilizzando gli strumenti a disposizione, proprio come faccio quando scrivo una poesia. Un componimento musicale, per esempio, mette in connessione creativa l’armonia, la melodia e il ritmo dei vari fraseggi. Anche per scrivere poesie accade tutto questo, grazie allo scavo della parola che va scelta con autenticità di pensiero e tanto cuore. A volte una poesia riesce a dire molto più di un intero romanzo”.
Inoltre, ritieni che la prosa possa offrire maggiori opportunità di affrontare tematiche a te care e di interesse generale rivolgendoti a un pubblico più vasto?
“È vero, la prosa permette di approfondire e sviscerare da più angolazioni ogni tipologia di tematica arrivando sicuramente a un pubblico più numeroso. Ma la vera questione è nel linguaggio, nel come si riescono a esternare messaggi umani legati all’universalità, sia in poesia che in prosa”.
Infine, quali progetti letterari hai nel cassetto?
“Ho terminato da poco il secondo romanzo che vorrei trovasse ben presto la sua migliore collocazione editoriale. Inoltre, sono alle prese con un lavoro antologico che racchiude inediti e poesie scelte dalla mia intera produzione il cui titolo inneggia un verso di Sbarbaro. Per la musica vorrei realizzare un nuovo disco sulla scia del precedente, ma non so se resterà solo un sogno”.

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