Dan Black


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Italia aspettami.

Ha collaborato con i Planet Funk e i The Servant, collezionando grandi successi. E’ uscito con il suo primo album da solista che ha ottenuto ottimi riscontri negli Stati Uniti. Spera di tornare presto in Italia…

di Ettore Luttazi

È stato definito da molti uno dei fenomeni più eclettici degli ultimi dieci anni nel panorama della discografia italiana ed europea. È venuto prepotentemente alla ribalta grazie alla collaborazione con i Planet Funk per l’album “Non Zero Sumness”, per il quale ha firmato come autore ben tre pezzi  conquistando insieme alla band il Disco di Platino. Nel 2004 ha portato al successo in Italia e in Francia i The Servant con l’omonimo album che ha venduto oltre 300.000 copie nei due Paesi. Dopo aver lasciato anche questo band e aver collaborato ancora con i Planet Funk e ad altri progetti discografici, nel 2011 ha debuttato come solista con l’album che porta il suo nome, anticipato lo scorso marzo dal singolo “Symphonies” che vede la partecipazione del rapper Kid Kudi.

Come direbbero gli inglesi “ Dan Black is back” . Noi gli abbiamo chiesto come sta vivendo questo ritorno sulla scena  e quali sono i suoi progetti per il futuro.

Dan  in “Symphonies”, il singolo che ha preceduto l’uscita del tuo primo album da solista, collabori con Kid Kudi, noto rapper americano. Com’è nata la vostra collaborazione e come è stata?

“È successo tutto per caso. Dopo aver registrato l’album un nostro amico comune gli aveva fatto sentire alcuni miei pezzi. A lui piacque molto ‘Symphonies’, ne era rimasto molto colpito e mi chiese di spedirgli la parte strumentale . Naturalmente io lo feci. Lui era a Ne York ed io a Parigi. Due giorni dopo mi rimandò la sua parte e io la trovai fortissima. Così è nata questa versione che poi è stata quella definitiva. Sorprendentemente semplice”.

Sei venuto alla ribalta con i Planet Funk come autore di tre pezzi dell’album, Disco di Platino, “Non Zero Sumness”. Cosa ricordi di quel momento?

“Bellissimi ricordi. Non mi aspettavo quel successo quando li avevo scritti, era solo qualcosa che volevo fare, una piccola cosa per me. È stata un’esperienza nuova e divertente scrivere con loro e quello che è venuto dopo è stato davvero gratificante. E l’Italia è stata una magnifica scoperta. Quello è stato un periodo davvero intenso”.

Con i Planet Funk hai collaborato più volte e in tempi diversi, ma nel 2004 hai portato al successo in Italia e in Francia i “The Servant” con l’album omonimo che ha venduto oltre 300.000 copie. Come ti sei trovato con loro e in cosa questa esperienza si differenziava dalla precedente? 

“Sono stati due momenti molto diversi tra loro. Quando ho lavorato con i The Servant ai nuovi pezzi , c’ era un modo di affrontare il lavoro sempre molto tranquillo, misurato , lento in cui nessuno rendeva visibile la propria emozione. O almeno cercava di contenerla. Con i Planet Funk invece era sempre tutto veloce e concitato, con persone visibilmente entusiaste ed  eccitate per quello che stavano facendo quando erano in studio . Le differenze sono state e sono davvero forti”.

Nel 2010 sei stato protagonista di un fortunatissimo tour negli Stati Uniti in cui hai diviso il palco con Robyn e Kelys, oltre ad essere stato protagonista dei festival di Glastonbury e Coachella. Quanto è importante l’esperienza live per un’artista dei nostri giorni? 

“Credo che con l’avvento del download la musica abbia perso qualcosa. Non tanto dal punto di vista economico, ma soprattutto sul piano emozionale. Nulla, però, può cambiare l’importanza e l’emozione che dà a un artista l’esperienza live.  Sarà sempre la cosa più importante per chi fa musica”.

E invece che stato d’anima si vive quando ci si chiude in studio per dare alla luce il suo nuovo album o singolo che sia?

“Un vero e proprio mix di inferno e paradiso! Far musica è come dipingere o scrivere, può succedere che ci si soffermi per lunghissimo tempo su una minima cosa, magari per mesi su uno stesso. È paradossale perché è come provare simultaneamente una sensazione di liberazione  e prigionia. Ti liberi di quello che hai dentro, ma sei chiuso nello stesso posto per ore, giorni e mesi!”.

Cosa c’è di nuovo nel tuo primo album solista?

“Dipende dl significato che si dà alla parola nuovo. Credo piuttosto di aver rubato qualcosa, di essermi ispirato per questo lavoro a un gusto diverso dai precedenti, qualcosa che sta fra Missy Elliot e The Smiths”.

Com’è stato accolto dai tuoi fans e in quale Paese sta andando meglio?

“È andato molto bene negli Stati Uniti. Ho avuto l’opportunità dopo due anni di partecipare a dei festival sorprendenti e di scoprire un Paese dal quale ero molto affascinato. Tra l’altro ho conosciuto tanti amici speciali”.

Per chiudere: i prossimi appuntamenti live in Italia e altrove?

“Proprio ora sono tornato in studio per lavorare come un pazzo al mio secondo album. Ma spero di essere in Italia al più presto. Sono successe tante cose dall’ultima volta che ci sono stato e spero davvero di tornarci il prima possibile”.

 

 


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