Daniele Pecci


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“Sfavorevole al matrimonio”.

E’ in scena fino al 12 febbraio al Teatro India con “Scene da un matrimono” per la regia di Alessandro D’Alatri, insieme a Federica Di Martino. “Sono molto soddisfatto di questo lavoro, siamo reduci da un tour meraviglioso e adesso siamo a Roma”

di Silvia Giansanti

La serietà e la professionalità di un vero attore si vedono da anni di preparazione e di duro lavoro. Daniele Pecci, classe 1970, deve molto alla sua grande passione per il teatro da cui ha iniziato. Dopo un periodo relativamente tranquillo della sua vita professionale, dov’è riuscito a gustarsi per un pomeriggio la pioggia dietro i vetri, adesso è impegnato con uno spettacolo teatrale di tutto rispetto. “Scene da un matrimonio” è un testo divenuto icona internazionale intorno alle complessità delle relazioni uomo donna e in particolare di quelle matrimoniali. E’ una pièce teatrale che era assente sulle scene italiane da molto tempo.

Daniele, come hai iniziato l’anno nuovo?

“In modo molto tranquillo e pacifico fra le mura domestiche, lavorando su vari progetti. Sono stato ben cinque mesi fuori e adesso mi sto godendo un po’ casa”.

Da quale settore è partita la tua carriera?

“Dal teatro come per molti attori”.

A proposito di questo mondo così affascinante, secondo la tua esperienza, da chi è composto il pubblico che oggi si reca a teatro?

“Noto che c’è uno zoccolo duro di gente che si è sempre recata a teatro e, grazie a questo, riesce a sopravvivere specie in un momento delicato come quello attuale. Ogni tanto c’è qualche elemento estemporaneo che va a vedere uno spettacolo ma bisognerebbe avere gente nuova. Sarebbe importante costituire un nuovo pubblico teatrale che soppianti quelli che adesso sono molto anziani e che tra poco non ci saranno più. Occorrerebbe un ricambio generazionale di pubblico, su cui puntare moltissimo”.

Cosa vuol dire per Daniele Pecci essere un buon attore?

“Per me significa essere un ottimo professionista ben preparato, nel senso che al di là di tutto quello che si possa dire sul talento e sull’ispirazione artistica, fare questo mestiere significa trovarsi di fronte a persone che ti chiedono di fare delle cose pratiche e quindi la prima cosa che devi fare quando qualcuno di chiede questo, è fare. Sai ridere, ridi! Sai piangere, piangi! Sai ballare, balli! Sai cantare, canta! C’è anche qualche pazzo che ti si rivolge chiedendoti l’anima e di buttar sangue, frasi che io non amo ma intuisco spesso cosa ci sia dietro”.

C’è un’esperienza della tua carriera che ancora oggi al solo pensiero ti dà i brividi?

“Le prime esperienze teatrali, quando per la prima volta vai in scena e si apre il sipario e con la coda dell’occhio intuisci nel buio una bella presenza di spettatori. Il silenzio che fa paura e i primi due passi sulla scena, un’attrice particolarmente brava che t’incanta tutte le sere e tu sei ancora un giovane con un vassoio in mano, che entra per dire due battute con due occhi sgranati sul pubblico… Ecco quelle sono state emozioni vere ma anche quando sono rimasto dietro le quinte e non dovevo fare quasi nulla”.

Secondo te quando si può ritenere pronto un giovane per il mestiere di attore?

“Molto difficile dirlo, dipende da quello che fai. Succede ad esempio che nel cinema magari non hai mai recitato in vita tua, ma dietro ad una buona regia vinci anche il David di Donatello. In teatro, invece, probabilmente un attore si ritiene pronto quando ha avuto una conoscenza di cosa significhi fare questo mestiere, una buona cultura, un’impostazione della voce sufficiente e una padronanza dell’uso del linguaggio e del proprio corpo. Personalmente ho impiegato molto per imparare qualcosa”.

Secondo te, esiste qualche possibilità che la situazione relativa al settore dello spettacolo possa migliorare e quindi sbarrare finalmente le porte a tanti improvvisati sconosciuti?

“Ripeto, in teatro un attore non preparato viene mangiato dagli altri colleghi e dal pubblico. Fortunatamente il teatro è ancora intaccato da ciò e non si può barare. Invece, per ciò che riguarda il nostro grande cinema, purtroppo è fatto anche da gente che non ha studiato nemmeno un giorno della propria vita. E’ un luogo dove oggi l’attore conta meno del volto. Se hai una faccia meravigliosa e un grande regista il gioco è fatto. Si può anche diventare grandi attori sui set anche strada facendo”.

Veniamo al tuo spettacolo teatrale “Scene da un matrimonio”.

“Siamo in due, io e Federica Di Martino, un’attrice che stimo enormemente. Il regista è Alessandro D’Alatri che ho voluto fortemente. Lui si è portato dietro Franco Mussi della PFM, che ha composto le musiche. Ha chiamato poi un giovane che ha curato le scenografie e così abbiamo realizzato questo progetto di cui ne vado molto fiero. E’ un testo che ho visto recitare tanti anni fa in teatro e me ne sono innamorato. Dopo dieci anni ho preso i diritti, ho fatto insieme a Federica una riduzione in un festival abruzzese e poi dopo un po’ di anni, siamo riusciti a proporlo come lo stiamo facendo oggi. Siamo reduci da un tour meraviglioso, abbiamo fatto il Piccolo Teatro di Milano e ne siamo molto fieri. Adesso siamo a Roma all’India”.

Rifacendoti al titolo del lavoro teatrale, abbiamo saputo che sei un po’ allergico al matrimonio. E’ vero?

(Sorride) “Mah, non mi sono mai sposato. Più che allergico sono estremamente sfavorevole al contratto matrimoniale, sono riluttante di fronte a regole imposte dalla società che si ritorcono in maniera devastante contro chi si è sposato. Si parte con l’idea che si starà insieme tutta la vita e questo è magnifico ed è molto romantico, ma quando poi si finisce in tribunale rovinati da giudici e avvocati per pagare alimenti e quant’altro, allora quel matrimonio mi fa davvero schifo. Se due persone vogliono stare insieme si uniscono, portano quello che hanno, lo dividono e nel caso che si dovessero lasciare, ognuno andrà per la sua strada e si porterà dietro quello che vuole. Non siamo più in epoca medievale, in famiglie dove il marito vieta alla moglie di lavorare, e non deve più accadere che una donna rischi di ritrovarsi senza niente in mano. E’ bene che ognuno si renda autonomo”.

Nel rapporto di coppia sei dotato di self-control?

“Beh, credo proprio di sì”.

 


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