04/15/2021
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Dario Gorini: “Un amico di penna”

di Mara Fux –

Story editor e producer di Mediaset, da ben vent’anni anima i nostri teleschermi firmando successi che si chiamano “Distretto di Polizia”, “Carabinieri”, “R.I.S.”, “Squadra antimafia” e “Immaturi, la serie”.

A che si deve l’inizio della tua carriera nella capitale francese?
“Parigi mi ha affascinato fin dai tempi della scuola attraverso la lettura dei grandi autori e la visione di una cinematografia che mi trasmetteva forti emozioni; poi la classica gita scolastica a Bordeaux e l’avvio di una relazione con una ragazza di là mi ha portato a trasferirmi dopo il diploma e a dare inizio ad un’avventura che ha forgiato le basi di ogni esperienza successiva”.
Ci hai trascorso una decina d’anni, di che vivevi?
“E’ stata una vita da subito immersa nell’arte, come dire, un po’ da bohémien dove ho fatto di tutto, recitato, curato piccoli spettacoli inizialmente come aiuto e poi da regista ma lavorando anche dietro le quinte nel marketing, un periodo bellissimo in cui mi sono davvero fatto le ossa, ricco di idee che trasferivo in quelli che sono stati i miei primissimi cortometraggi. Un’esperienza che quando si è conclusa mi ha permesso di tornare a Roma con un bel bagaglio oltre che con un’ottima padronanza della lingua”.
Esperienza che ti ha portato a bussare alle porte di Mediaset.
“Esatto, dove sono entrato nel ’98 dapprima come lettore poi come story editor e producer”.
Avverto una certa aria di rimpianto.
“Dal punto di vista professionale non rimpiango nulla ma sotto il profilo personale in qualche modo mi mordo le mani al ricordo di come ho vissuto quegli anni perché la mia identità lì era proprio la mia, senza alcun tipo di maschera. Parigi era l’humus mio naturale. Quando ne parlo c’è sempre qualcuno che storce il naso, gli italiani non amano moltissimo i francesi ma io riconosco in loro una dote che a noi non appartiene e che a me piace moltissimo ovvero riescono a creare il bello ed a preservarlo nel tempo”.
Fatto sta che dopo quegli anni da bohémien ti sei ritrovato a Mediaset. Cosa facevi da lettore?
“Esaminavo le proposte di idee per le serie televisive, un passo utile e necessario per entrare in un team di sviluppo: la struttura vaglia quanto un’idea possa avere una solidità creativa e il lettore è il primo recettore della proposta”.
Mentre lo story editor?
“E’ una figura successiva, potremmo tradurla come il capo progetto ovvero colui che cura tutta la trafila, soprattutto la storia, le scalette, i soggetti di puntata collaborando gomito a gomito con gli autori; lo sviluppo del progetto dura tanto tempo e prosegue poi sul set dove il ruolo si assolve nella verifica che quanto è stato progettato venga realizzato e certificato poi nel lavoro post produttivo”.
Un progetto che ricordi con affetto?
“Fortunatamente ne ho per tanti. Forse “Il tunnel della libertà” tratto da una storia vera degli anni ’60 e che riguardava due fuggitivi che appunto scavarono una galleria per passare dalla Germania est a quella ovest”.
Viaggi molto per lavoro?
“Ho viaggiato tanto ma per fortuna non ho mai dovuto fare il pendolare”.
Come regista e autore hai inoltre al tuo attivo il successo di due corti pluripremiati.
“Sì, ‘François’ del 2008 interpretato da Diane Flerì e Luca Lionello dura 13 minuti; il secondo ‘Lea’ del 2012 dura 22 minuti ed ha avuto come interpreti Carlotta Natoli, Valerio Aprea ed Elena Radonicich. Ambedue mi hanno dato parecchie soddisfazioni, si sono classificati come miglior cortometraggio in festival internazionali sia in Italia che all’estero”.
Scrivi anche per il teatro, giusto?
“Sì, ‘Jamboree, la terra dei nomadi’, ‘Giù nel cielo’ e ‘Una vita felice’ ma vista la situazione attuale in cui verte il teatro mi chiedo quando potranno tornare in scena: la crisi del settore è molto conclamata anche da prima dell’arrivo del covid, mi chiedo come ci riprenderemo”.
Che mi dici invece del tuo ruolo di docente di scrittura creativa?
“Come docente ho condotto Masterclass alla Luiss e per il Riff, esperienze ambedue molto belle. Da alcuni anni poi sono docente di scrittura creativa nella Fabbrica Artistica diretta da Rolando Ravello, dove tra l’altro proprio a breve partiranno i nuovi corsi, chiaramente in streaming almeno per le prime lezioni poi vedremo se possibile in presenza”.
Domanda cattiva: la scrittura “creativa” ha regole?
“Davanti alla precisa domanda tenderei a dirti di no, la disciplina viene dall’istinto che si ha di raccontare una storia. Quando un genitore racconta una favola al figlio in qualche modo crea delle cadenze, dei toni ma al centro di tutta questa architettura c’è comunque la storia, il come raccontarla è il passo successivo. Direi che dall’istinto di raccontare desumiamo una serie di regole, non credo che esistano prima le regole. Nasce prima l’immaginazione e poi il desiderio di comunicarla ad una platea più ampia possibile. Nel corso insegno come rispettare il proprio mondo narrativo e sviluppare la comunicazione per farlo giungere agli altri mantenendosi sempre in piedi sul binario senza perdere di vista una delle due cose”.
Chi sono generalmente gli allievi dei corsi di scrittura creativa?
“Sono persone di differente età ed esperienza; è molto curioso come i gruppi si compongano di elementi diversi che si fondono in una condivisione inaspettata. I corsi collettivi sono molto interessanti perché in quello spaccato di racconto tutti attingono, intervengono, si ha l’impressione che quel racconto accenda un fuoco che crea energia”.
Sono persone che si avvicinano alla scrittura per la prima volta?
“Alcuni no, hanno le idee belle chiare e vogliono migliorare; altri invece non hanno mai scritto o lo hanno fatto solo per diletto e ora vogliono mettersi alla prova o trovare nella scrittura la loro bolla di piacere”.
Da cui desumo che i tuoi corsi di scrittura creativa siano proprio aperti a tutti?
“Apertissimi a tutti senza limiti di età, genere e categoria. Partiamo a metà marzo, che fai: ti iscrivi anche tu?”.

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