E’ stato un buon Presidente?


    Barack Obama

Barack Obama è il Presidente uscente degli Stati Uniti d’America. Prima di lui hanno risieduto nella Casa Bianca altri 43 presidenti, alcuni passati alla storia per la loro genialità, intelligenza e lungimiranza, altri per i loro errori  e gli scandali da cui sono stati travolti.

di Marco Negro

Ora anche Obama è alla fine della sua carriera da Presidente, il suo mandato è in scadenza, l’America partecipa attivamente alla sfida tra Hillary Clinton e Donald Trump: è ora di tirare le somme del suo operato.

Obama inizia il suo primo mandato il 20 gennaio 2009. Il suo motto è “Yes, we can”. Infonde un’idea di cambiamento in tutta l’America, torna a sognare il popolo grasso, il popolo emarginato. Riesce a conquistare il voto di molti che da anni non entravano più in un seggio elettorale. E’ un Presidente che promette pace, diritti, uguaglianza vera e non solo teorica. Il 6 aprile 2009 a Praga fa un discorso riguardo all’uso del nucleare. Parla in una grande città d’Europa, che aveva vissuto meno di cinquant’anni prima la Primavera di Praga, moto rivoluzionario finalizzato alla democratizzazione e alla destalinizzazione. Era anche una città che, come tutto il resto d’Europa, aveva vissuto la Guerra Fredda temendo che la specie umana potesse essere annientata all’istante. Obama vuole un futuro migliore e più sicuro del passato. Grazie alla sua impressionante eloquenza e alle sue idee pacifiste, viene spesso paragonato a Martin Luther King e, sempre nel 2009, viene insignito del Premio Nobel per la Pace. I pareri sono contrastanti: il Wall Street Journal ironizza dicendo che “un leader adesso può vincere il premio per la pace per aver detto che spera ad un punto in futuro di portare la pace. Non lo deve fare, basta che ne abbia le aspirazioni. Geniale”. D’altra parte, però, l’America e il mondo intero sperano e credono in lui, fra l’altro, perché l’economia mondiale in quel periodo è in difficoltà: infatti il 15 settembre 2008 la società Lehman Brothers annuncia di aver intenzione di avvalersi del Chapter 11 e dichiara fallimento a causa di un ammontare pari a 613 miliardi di dollari di debiti bancari, 155 miliardi di debiti obbligazionari. E’ la più grande bancarotta degli Stati Uniti D’America. D’altro canto, l’America ha ancora molte forze militari in Medio Oriente, luogo dove le guerre vere e proprie compiute dagli americani sono finite da tempo.

UN SONDAGGIO NON LO PREMIA

Il Presidente promette di rimettere in piedi l’economia e di portare la pace proprio in quei Paesi dove fino ad allora gli USA avevano portato solo la guerra, ma fa riflettere il fatto che all’inizio del 2015 l’Università di Quinnipiac, specializzata in sondaggi, ha pubblicato una ricerca nella quale si dice che il 55% degli americani considera il suo governo fallimentare in economia, secondo il 57% degli americani è stato fallimentare anche per quanto riguarda la politica estera e addirittura il 58% della popolazione lo critica per come ha messo in atto la tanto sbandierata riforma sanitaria. Certo i sondaggi non esprimono una valutazione oggettiva sull’operato del suo governo, ma fanno riflettere. E’ necessario, quindi, soffermarsi proprio su questi punti.  Obama nel suo primo mandato impegna tutti gli sforzi nel salvataggio delle banche e nello stimolo all’economia. Proprio lui riferisce che il tasso di disoccupazione è stato dimezzato e che le moribonde industrie dell’auto e della finanza sono state salvate sull’orlo dell’abisso. Tutto quello che dice è vero, ma l’America è formata da gente comune, stipendiata, che quindi ragiona “con la pancia” e valuta l’operato del Presidente in base a come l’andamento dell’economia si ripercuote sul salario. E in effetti proprio così si spiega il malcontento popolare: i salari restano al palo ormai da molti anni. Infatti, per il 60% della popolazione che guadagna di meno, il salario orario reale è rimasto fermo o è addirittura sceso tra il 2007 e il 2015 e la crescita totale degli stipendi rimane ben al di sotto della media degli ultimi vent’anni. Inoltre Obama in varie interviste ha sbandierato il fatto che il deficit federale, ovvero la differenza fra entrate ed uscite annuali, è sceso sensibilmente. Tutto vero, ma in compenso il debito pubblico è cresciuto fino a quasi 14000 miliardi di dollari.

LA SUA POLITICA ESTERA

Anche in politica estera ha agito molto. Aveva promesso la pace durante i convegni, è stato insignito del premio Nobel per la pace e, quindi, si trova forse un po’ costretto a fare dei gesti forti di cambiamento. Annuncia, dunque, il ritiro di tutte le truppe militari americane dall’Iraq e dall’Afghanistan. Inizia questo lento ritiro, che continua ancora oggi.

Nel tempo si è accorto, però, di aver a che fare con dei Paesi distrutti e dilaniati dalla guerra e dalla corruzione. Tutto ciò ha portato la Casa Bianca a fare un cambio di strategia nel 2015 proprio per quanto riguarda la situazione afghana. Infatti, ha deciso di lasciare fino alla fine del 2016 più di 5000 uomini in territorio afghano dichiarando che “La nostra missione militare in Afghanistan è finita ma il nostro impegno con il popolo afghano no. Abbiamo fatto un grandissimo investimento per un Afghanistan più stabile, ma ora la sicurezza nel paese è ancora troppo fragile”. Dal mondo intero, e in particolare dalla secolare e acerrima nemica Mosca, questo fatto è stato visto come un fallimento del suo progetto di pace nel mondo. La sua strategia sul fronte iracheno benché diversa non è stata eccezionale: nel dicembre 2011 l’ultima colonna di blindati statunitensi lascia l’Iraq e supera il confine con il Kuwait, prima tappa del ritorno verso gli Stati Uniti. Obama rispetta quindi la scadenza fissata il 31 dicembre 2011. Ma in seguito all’uccisione di Saddam Hussein (2006) gli americani forniscono all’esercito iracheno armi occidentali sofisticate per poter controllare il Paese, che poi rimangono in uso agli iracheni anche dopo la ritirata dell’esercito statunitense. Ma gli incalzanti raid compiuti dai miliziani sunniti dell’ISIS sbriciolano velocemente l’esercito iracheno. Queste potenti armi occidentali  sono finite nelle mani dell’ISIS. Tutto ciò perché Obama voleva mantenere un avamposto filoamericano in quella zona mediorientale che si “contende” con la Russia, senza però un controllo reale sul territorio. Inoltre, perseguendo la scelta di non mandare più soldati in territorio nemico (il “no boots on the ground”), non ha partecipato attivamente a una guerra contro l’isis, anzi, ha spesso osteggiato la Russia e le altre potenze che, con metodi più o meno opinabili, hanno cercato di farlo.

Ha dovuto affrontare anche un altro grande problema: la Siria. In questo Paese dal 2010 ci sono stati moti rivoluzionari capeggiati da ribelli che avevano l’intento di abbattere il potere di Assad e, con l’aiuto dell’Occidente, instaurare una democrazia. La Siria è storicamente un avamposto militare e un alleato fondamentale per la Russia, così Obama nel 2013 ha mandato ai ribelli aiuti definiti dalla stampa americana “too little, too late”. Seppur inutili, questi aiuti mandati da Washington hanno inasprito i dialoghi tra Stati Uniti e Russia. Nel 2015 anche la Siria è stata conquistata dagli jihadisti e per questo motivo durante tutto l’anno i due paesi hanno cercato, senza riuscirvi, di trovare un’intesa per creare la pace in Siria e in tutto il Medio Oriente ma, soprattutto, di vincere l’ISIS: nel luglio 2016 Mosca e Washington stavano ancora identificando il nemico comune: secondo entrambi è l’ISIS ma secondo Mosca è necessario combattere anche il gruppo Al Nusra, formazione islamista radicale che da anni si batte per rovesciare Assad. Naturalmente gli Stati Uniti non sono d’accordo su quest’ultimo punto, perché essi stessi, come detto, finanziano i gruppi anti-Assad. L’intesa tra i due Paesi è ancora lontana, ma intanto la Siria sta cadendo nelle mani degli estremisti e la sua popolazione sta scappando verso l’Europa sperando di trovare pace, una dimora, sicurezza e lavoro. Sicuramente non è solo colpa di Obama se non si è trovato un accordo, ma anche del “muro di gomma” costruito da Mosca.

LE POLITICHE SANITARIE 

Obama ha operato anche nel settore della sanità. Nel 2013 è entrata in vigore la riforma che ha garantito una copertura sanitaria anche a 13 milioni di americani che prima non l’avevano: infatti tutti i cittadini hanno l’obbligo ad averne una e lo stato si impegna a garantire sussidi legati agli stipendi per aiutare anche i meno abbienti. Ma il malcontento riguardo a questa riforma resta alto. Obama, prima dell’entrata in vigore della legge, aveva promesso che nessuno sarebbe stato costretto a cambiare il proprio piano sanitario se avesse voluto mantenere quello di prima ma, nella realtà dei fatti, non è stato così: i piani che sono stati giudicati al di sotto degli standard minimi consentiti sono stati sostituiti da coperture più ampie ma anche onerose. Inoltre l’ufficio budget del Congresso, ha annunciato che la riforma sanitaria ha causato una diminuzione della forza lavoro proprio perché la riforma scoraggia chi aveva interesse a lavorare per il fatto che nel contratto di lavoro aveva anche l’assistenza sanitaria, mentre ora quest’ultima è sovvenzionata dallo Stato.

Aspetto non secondario il fatto che il Governo, per finanziare questi sussidi, si è visto costretto ad aumentare le tasse, fatto che ha reso la riforma ancora meno gradita.

PER MOLTI È IL PEGGIOR PRESIDENTE

Obama, però, si è anche impegnato a realizzare una stretta sulle armi da fuoco a causa delle frequenti stragi che avvengono negli USA: nuovi agenti verranno assunti dall’agenzia preposta al controllo delle armi e sono stati stanziati 500 milioni di dollari per fare controlli sulla salute mentale degli acquirenti. Nonostante la sua decisa volontà, trova ancora molti ostacoli da parte del partito repubblicano, che sostiene l’idea che ogni cittadino americano abbia il diritto di difendere se stesso e la propria famiglia anche con le armi.

Questa breve riflessione e sintesi sull’operato di Obama si può chiudere con un altro sondaggio condotto sempre dall’università di Quinnipiac che riferisce il fatto che Obama è ritenuto dagli americani il peggior presidente degli Stati Uniti d’America (mentre il più popolare risulta essere Ronald Reagan).

Forse non è stato un presidente forte e lungimirante come Reagan o John Fitzgerald Kennedy, ma è ingiusto metterlo sullo stesso piano di George Bush e Richard Nixon.


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