Emiliano Scalia: “Mia nonna Miriam Mafai e la Francia”


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di Simone Mori

Questo mese abbiamo avuto una bella conversazione con Emiliano Scalia, giornalista Sky Tg 24, classe 1975. Tifoso della Roma e grande appassionato della Francia, Emiliano ci regala il suo punto di vista su argomenti di attualità e proprio sui nostri cugini transalpini ci regala qualche pensiero. Da non perdere la classifica dei suoi libri preferiti e la sua visione del mondo Social.

Ciao Emiliano, innanzitutto parlaci un po’ di te e dei tuoi inizi del mondo del giornalismo.

“Vengo da una famiglia con una discreta tradizione. Mia nonna era Miriam Mafai, e la sua passione per questo mestiere è stata determinante nella mia scelta. Erano altri tempi, gli inviati non avevano praticamente limiti né di tempo né di soldi ed erano messi in condizione di lavorare alla grande. Se qualcuno mi chiede se sono raccomandato, la risposta è comunque no. Sono in questa azienda dal 1999, quando si chiamava ancora Stream e la fusione con Telepiù era di là da venire. Ero un impiegato e l’anno successivo nacque la redazione sportiva. C’erano tra gli altri Massimo Tecca, Stefano De Grandis e Stefano Impallomeni. Sarebbero arrivati anche dei giovanissimi Riccardo Gentile e Pierluigi Pardo. Chiesi di essere trasferito lì perché il mio sogno era fare il telecronista. Non ci sono riuscito, ma non mi lamento”.

Andiamo subito su argomenti di estrema attualità. Qual è il motivo per il quale molta gente si è allontanata dalla politica? Il talk show politico è un prodotto ancora fruibile?

“Il talk show è la rappresentazione della politica. Ho un’opinione molto alta della politica in senso lato. Diciamo che in questi ultimi 25 anni, però, anche la politica è diventata costume. Si è corrotta non tanto (o non solo) dal punto di vista penale. Si è banalizzata, è diventata anch’essa un prodotto nazional popolare. Può sembrare una visione elitaria, ma la politica attiva non è per tutti. La democrazia rappresentativa serve anche a questo, a filtrare le giuste rivendicazioni popolari attraverso l’arte del compromesso. I talk show politici sono una gran cosa, perché sono rivelatori. Se sei un cretino, difficilmente potrai sembrare intelligente di fronte a due o tre domande ben fatte. Forse il format dei talk show va un po’ rivisto, ma ce ne sono alcuni che funzionano molto bene”.

Tocchiamo un argomento che so che ti piace particolarmente e che si chiama Francia. Vorrei ci raccontassi come nasce il tuo amore per questo Paese.

“Anche qui si torna alla mia famiglia. Mio padre e mia nonna, alla fine degli anni ’50, si trasferirono a Parigi perché Miriam era stata nominata corrispondente di Vie Nuove, una rivista legata al PCI e fondata da Luigi Longo. Erano anni complicati, l’emigrazione italiana era massiccia e in condizioni molto dure. Rimasero a Parigi per pochi anni, ma furono sufficienti per instaurare un legame con la città e la Francia in generale che non si è più spezzato. Divenne meta di qualche vacanza fino all’acquisto, nei primi anni ’80, di un minuscolo appartamento nel Marais. Parigi è stata un po’ un rifugio per tutti noi. Ora la casa non c’è più, ma continuo ad andarci appena possibile”.

Prossimamente ci saranno le elezioni presidenziali in Francia. Ci puoi illustrare brevemente le tue opinioni riguardo i candidati e se veramente Marine Le Pen…

“C’è da fare una premessa: la Francia sta vivendo una crisi economica, sociale e occupazionale simile a quella italiana. Anche loro stanno tentando, attraverso una serie di riforme strutturali, di uscire dalla stagnazione. Hanno un tasso di disoccupazione molto più vicino al nostro che al 4 per cento tedesco e lo Stato, come in Italia, è presente in molte delle attività strategiche: trasporti, energia, armi. La ‘Loi El Khomri’, la riforma del mercato del lavoro, era in origine realmente sanguinosa. Gli immigrati di terza o quarta generazione, lungi dall’essere integrati pienamente, rivendicano giustamente diritti che troppo spesso gli sono negati. Le banlieu sono veri e propri ghetti. E poi, enorme e legato a queste ultime due criticità, c’è l’incubo terrorismo. Tutto ciò, come è facile immaginare, porterà Marine Le Pen all’Eliseo. Gli altri candidati sono onestamente troppo deboli, un po’ come in Italia dove, a parte Renzi, nessuno potrebbe contendere -in un sistema come quello francese- Palazzo Chigi ai Cinque Stelle. Esattamente come è successo per Brexit e Trump, la massima espressione popolare sarà determinata dalla spinta dei populismi”.

Hai seguito in prima persona gli attacchi terroristici francesi. Quali sono mi ricordi più importanti che ti porti dentro?

“La grande compostezza del popolo francese, in primo luogo. Mi sono trovato spesso, in quei lunghissimi giorni, a immaginare come avremmo reagito noi, in Italia. E non ho potuto fare a meno di pensare a scene di panico, mamme in strada con i bambini, trasferimenti di massa dai parenti in campagna. Dei francesi ammiro molto l’immediata capacità di reazione, che hanno dimostrato anche dopo gli attacchi del novembre 2015. Anche le cariche istituzionali, da Hollande a Valls a Cazeneuve, hanno dato dimostrazione di fermezza e mai, mai, hanno ceduto al panico. Tranne in una occasione. Eravamo in Place de la Republique il giorno dopo gli attacchi, e un buontempone ha pensato bene di lanciare un paio di petardi nelle scale della metropolitana. C’è stata una fuga di massa con centinaia di persone che correndo si sono riversate nelle strade adiacenti e nei negozi e negli alberghi della piazza. E poi le tracce della morte. I buchi dei proiettili nelle vetrine del Carillon e della Belle Equipe, il sangue, le lacrime”.

Spesso il mondo del giornalismo viene criticato e sbeffeggiato. Come tolleri attacchi frontali da parte di esponenti politici che ti accusano di essere faziosi e non raccontare la verità dei fatti?

“Li tollero poco e male. Al netto della difesa d’ufficio della categoria, ritengo che in Italia i giornalisti lavorino in linea di massima molto bene e credo che l’informazione debba essere gestita da professionisti. E’ innegabile che i giornalisti siano diventati, in questa epoca di populismi vari, uno degli obiettivi della rabbia della gente. Ma spesso questa entità quasi sovrannaturale (la gente, appunto) non ha gli strumenti per afferrare la realtà. Le masse sono manipolabili, soprattutto quando sono scontente. Ed è molto più facile manipolarle attraverso notizie non confermate, opinioni forti e vere e proprie bufale. Che poi la professione debba essere riformata a partire dall’Ordine che la gestisce, è tutt’altro conto”.

Cosa si nasconde dietro la rabbia che si scatena sui social e come arginare questo problema?

“I social non sono la realtà. Quello che succede sui social non succede nella realtà. Quando le persone non riescono più a scindere la realtà vera da quella virtuale, si lasciano andare. Mollano i freni inibitori. Gente mite che diventa una iena su Facebook, che insulta, che si lascia andare a opinioni pesantissime. C’è la percezione fallace che i social garantiscano quasi l’anonimato. Siccome la platea degli utenti social si allarga sempre di più, secondo me è necessaria una normativa ad hoc. Quello che è reato per strada deve essere reato anche in rete. E poi, soprattutto, educare i ragazzi, che sono le vittime più frequenti delle belve da social. Bullismo, adescamenti di qualsiasi tipo, prepotenze di vario genere”.

Oltre che essere un giornalista sei anche un bravissimo scrittore. Lo scorso anno hai pubblicato insieme al tuo collega Mattia Giuramento il libro “Erano due bravi ragazzi”. Com’è nata l’idea di questo libro in coppia? Hai già progetti anche in solitaria?

“Nessun mio progetto potrà prescindere da Mattia. Siamo come fratelli e ci siamo impegnati a non scrivere romanzi -o comunque prodotti letterari- l’uno senza l’altro. “Erano due bravi ragazzi” nasce dalla passione comune per la letteratura crime e noir. I maestri sono, ovviamente, gli americani. Ma i francesi e alcuni italiani seguono a ruota. Persino qualche inglese. Un giorno, parlando di un libro, ci siamo detti: “Ma perché, invece di continuare solo a leggerli, non ne scriviamo uno?”. E’ nato quasi come un gioco, ma man mano che la storia andava avanti diventava sempre più convincente. In sei mesi abbiamo chiuso il manoscritto e ci siamo messi alla ricerca di un editore. C’è voluto ancora un anno e mezzo per vedere “Erano due bravi ragazzi” in libreria. E’ una bella storia, molto attuale. La scrittura a quattro mani è stata una bellissima esperienza. Ci siamo spesso ritrovati a completare non solo i capitoli, ma addirittura le frasi che l’altro lasciava incomplete, in un confronto e una revisione continui”.

Se dovessi stilare una classifica di cinque libri da consigliare quali sarebbero questi titoli?

“Intanto non credete mai a quelli che vi dicono: ‘Beh, è difficile, ce ne sono troppi…’. Io rivendico il mio diritto di tifare, oltre che nel calcio e nella politica, anche per quanto riguarda la letteratura. La mia classifica dal primo al quinto: Il Conte di Montecristo (Dumas), Furore (Steinbeck), Il Potere del Cane (Winslow), poi c’è ‘Il secolo breve’ di Hobsbawm che però è un saggio e in ultimo (ma non ultimo) Bel Ami di Maupassant. Domani, ovviamente, ce ne saranno altri cinque”.


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