10/26/2020
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Fabienne Agliardi: Si vive di “prime volte”

di Roberto Ruggiero –

Incontriamo la giornalista e scrittrice Fabienne Agliardi in occasione dell’uscita di “Buona la prima (venti prime volte che contano)” edito da Morellini Editore.
Perché un libro sulle “prime volte”?
“Perché sono frammenti di vita che abbiamo vissuto tutti: mai uguali, pezzi infrangibili del nostro mondo. Ognuno si può immedesimare, pur col suo vissuto”.
A cosa si deve la citazione del periodico illuminista?
“Era una rivista nata in seno a un circolo milanese, detto anche L’Accademia dei Pugni… ci si confrontava, a volte ci si scannava, tanto che pare che qualche pugno sia volato davvero. A pensarci bene, una piattaforma social ante-litteram. L’ho traslato nella contemporaneità, adattando la bevanda e le discussioni, ma è ambientato sempre a Milano”.
C’è un reale Caffè dei Verri a cui ti sei ispirata, oggi?
“Ogni lembo di vita è un Caffè dei Verri: una cena con amici, una chat, una riunione di lavoro, una trasmissione TV, una discussione sui social. Ognuno dice la sua, si litiga, si fa pace, si cambia anche idea, a volte”.
L’intuizione di associare brani musicali ai momenti della vita di Maia è stata una “trovata” editoriale o un’esigenza narrativa?
“Entrambe. La playlist è una felice idea dell’editore, ma si sposa perfettamente con gli avvenimenti della vita di Maia. Si può leggere ogni capitolo ascoltando quella canzone specifica oppure si può farlo dopo”.
Cosa c’è di te nella protagonista?
“L’ironia, senza dubbio. Il porsi sempre delle domande. Abbiamo la stessa età, quindi abbiamo vissuto entrambe gli stessi cambiamenti storici. E poi l’amore per gli studi umanistici e per il giornalismo, il valore dell’amicizia e degli affetti, ma anche della memoria storica”.
Il libro è diviso in sezioni che ci ricordano, anche, com’è cambiata la storia della fotografia: dal bianco e nero, alla polaroid, alle foto digitali. Cosa rappresentano?
“Rappresentano la memoria e la nitidezza: più si va avanti nel tempo, più la tecnologia fotografica si innova e permette di ‘fissare’ meglio i ricordi e, quindi, le prime volte. Man mano che la protagonista cresce, le foto aumentano perché cambiano i supporti fotografici, e con le foto aumentano anche il grado di definizione e di nitidezza. Ricordiamo meglio il primo esame all’università o la prima notte di nozze, rispetto alla prima fiaba. Ma ricordare i dettagli della prima fiaba a tre anni e mezzo, e raccontarli in un capitolo, è un espediente narrativo”.
Il tuo libro è apparentemente “leggero”, in realtà si ride, ci si commuove, si riflette: è questo l’obiettivo che avevi, per la tua opera prima? E quale credi che sia il ruolo della narrativa, in generale?
“Il libro è nato in maniera spontanea, non è stato studiato a tavolino. È stato un processo creativo molto naturale e sincero. La narrativa è un esercizio di fantasia, sia per chi scrive, sia per chi legge: ci si immerge in storie e mondi nuovi e, se il narratore è bravo, ti spinge a una visione più profonda della storia che ti racconta”.
Stai scrivendo un nuovo libro? Ci sarà un sequel? Pensi che Maia possa diventare un personaggio “seriale”?
“Ho quattro o cinque idee in testa, che sono lì a galleggiare ma non prendono forma. Il sequel me lo stanno chiedendo in tanti, ma è pericolosissimo: se sbagli, il lettore non ti perdona. Più facile che, prima, ci sia un libro diverso”.
Perché scrivi? E per chi?
“Per tenere viva la mente, la fantasia, la creatività. Racconto storie perché amavo sentirmele raccontare da piccola. Adoravo la collezione di libri e audiocassette ‘I Raccontastorie’. Scrivo per chi ha voglia di leggermi, non importa che sia uno o un milione. Scrivo per provare a dare un contributo – nel mio piccolo e tra i tanti – a questo variegato mondo degli storyteller: ho la mia cifra stilistica, che può piacere o no, ma provo a dire la mia, a intrattenere e a divertire”.

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