Fabio Giampietro: Artista delle Vertigini


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“L’arte è la suprema manifestazione della potenza dell’uomo; è concessa a rari eletti e innalza l’eletto a un’altezza dove l’uomo è preso da vertigine ed è difficile conservare la sanità della mente”. Questo aforisma di Tolstoj, trova piena conferma nei dipinti di Fabio Giampietro, un artista conosciuto in tutto il mondo, che non può lasciare indifferenti

di Massimiliano Agostini

Fabio Giampietro è un pittore che scava, un pittore sempre alla ricerca di qualcosa, un’anima inquieta, pronta a cimentarsi con altre realtà e tuffarsi in nuove esperienze, come le sue splendide “Metromorfosi”, la naturale evoluzione delle sue vertigini.
I mostruosi paesaggi urbani prendono vita e si trasformano, perché niente è fermo, niente è morto, nemmeno il più confusionario paesaggio urbano se a vederlo è un occhio d’artista. Quello che abbiamo dentro è più grande di quello che vediamo, che scorgiamo con gli occhi e non c’è inquietante e sovrappopolato paesaggio urbano che possa privarci della nostra entità e della nostra fantasia.
Addentriamoci ancora di più nel suo mondo, parlando direttamente con lui in questa esclusiva intervista per GP magazine.
Fabio, da tanti anni seguo le tue creazioni e non finisci mai di stupirmi. Inizierei dal principio: cosa ti ha spinto a essere un artista? Come è cominciato questo tuo viaggio?
“In realtà non avrei mai pensato di diventare un artista,  ho sempre disegnato molto, la solita storia del bisogno di farlo. Una volta, saranno passati ormai quindici anni, la ragazza che frequentavo ha fatto un atto di forza e mi ha convinto quasi coattamente ad esporre qualche disegno in un piccolo circolo qui a Milano. L’interesse ha sbrogliato la timidezza ed ha stimolato una ricerca che mi ha poi portato con gli anni in contatto con il mondo più ‘istituzionale’ delle gallerie”.
Quali sono i materiali che utilizzi per le tue creazioni?
“Nonostante prediliga l’olio ed  i media classici nei miei lavori pittorici ed il bronzo per quelli scultorei, mi considero uno sperimentatore; il modo stesso che ho di stendere e trattare l’olio sulla tela viene da un percorso autodidatta di ricerca. Sono curiosissimo delle nuove tecnologie e delle loro possibili applicazioni in  campo artistico, il mio studio oltre che di tavolozze, tubetti e cavalletti è pieno di sensori, circuiti stampati e robot. Per lo più le mie divagazioni in questo tipo di ricerca rimangono nel privato ma ho in programma di inserire delle installazioni interattive nelle prossime mostre”.
Gli artisti quando intraprendono la loro strada, hanno i loro punti di riferimento, le loro fonti di ispirazione. Quali erano e quali sono i tuoi?
“In realtà è una domanda a cui nel mondo ipersaturo di comunicazione di oggi è quasi impossibile rispondere consapevolmente. La semisfera del mio immaginario si è creata sicuramente nella mia infanzia, quegli anni ottanta dove il futuro era rappresentato ovunque. Quella fantascienza che doveva essere il prossimo futuro tale è rimasta ed Il fascino per tutti i momenti in cui l’umanità si è aspettata con entusiasmo svolte epocali ed ha peccato di ambizione mi ha ispirato da sempre. Dalla torre di Babele allo Zeppelin fino alle oscure manipolazioni geoclimatiche di questi giorni. L’ispirazione di un pittore non viene più da decenni da altri pittori, ma da una matassa complessa di influenze impossibile da sbrogliare. Più che un punto di riferimento passato ho un punto di riferimento come obiettivo, arrivare ad una pittura simbolistica evocativa, potente e semplice  come un racconto di Michael Ende e come un brano di At the court of the Crimson King. Il mio artista figurativo preferito è Max Ernst”.
Ogni volta stupisci con nuove creazioni e nuove serie: Vertigo, Wonder why, Metromorfosi, 24h… Ognuna immagino rappresenti un preciso momento della tua crescita artistica. Ci sono opere o serie a cui ti senti maggiormente legato?
“Ci sono dei quadri a cui sono maggiormente legato, perché ci sono ricordi a cui sono maggiormente legato. Alcuni quadri sono stati come dei mandala ed hanno immagazzinato degli istanti della mia vita che ostinatamente ho cercato di non perdere. Quei momenti sono ancora li dentro ma son quasi certo che ci sarà prima o poi un po’ di vento che li spazzerà via”.
Ti confesso che la mia serie preferita è 24h. Come nasce l’idea del tuo ipotetico studio in cima sugli ultimi piani di un grattacielo?
“Sono contento che sia la tua preferita perché è anche il mio ultimo sforzo! La cosa buffa è che io dipingo da sempre sottoterra, il mio primo studio era il box sotto il condominio in periferia dove abitavo e l’attuale studio a Milano è un seminterrato. L’idea nasce da una riflessione tra interno ed esterno, individuo e mondo. Lo studio che raffiguro è sempre lo stesso, il mio, così come i ritratti all’interno dello studio sono sempre ‘vertigo’, ma i luoghi raffigurati sono diversi, sono città reali viste da punti di vista impossibili o città di fantasia ritratte come fossero reali. In ogni quadro della serie fornisco in maniera  quasi impercettibile dei filtri per l’interpretazione della realtà esterna o di quella intima. E’ un lavoro in cui il punto di osservazione è un varco, una finestra da cui suggerisco una meditazione, una riflessione. E’ molto diverso dal moto della mia produzione precedente. Il senso di vertigine dei miei quadri nasce nel periodo di ‘I wonder why’ e in particolare da un quadro che come spesso accade è stato il seme da cui poi si è evoluta tutta la serie Vertigo. In 24h il senso di vertigine è insito, proprio perchè è esistita la serie vertigo. I quadri di 24h sono più maturi, meno istintivi e più ragionati, sicuramente non un prequel”.
Il bianco e il nero, colori non colori, la luce e il vuoto, due colori uno opposto all’altro… La tua tavolozza spesso li richiama, intervallati a volte dal color seppia. Paesaggi moderni, quasi futuristici, che prendono a volte un sapore “antico”. C’è un motivo artistico preciso di questa scelta o una semplice soluzione stilistica?
“Il seppia e le terre in genere, sono colori che utilizzo per rappresentare il passato, il ricordo di un’epoca, un ricordo che ha la nobiltà insita nel fatto di essere antico, vecchio. Le terre sono colori nobili e polverosi come le parole grammofono, piroscafo e cinematografo. L’utilizzo dei bianchi e dei neri ha una storia  più articolata. Il bianco nei miei quadri è quello della preparazione della tela stessa, non è aggiunto, è ricavato, dopo una stesura di nero sulla tela, scavando il pigmento e ricercando la luce. L’utilizzo del nero invece è stato soggetto a sperimentazione. Ho avuto un momento in cui ricercavo il ‘colore della città’. Alcune delle ‘Metromorfosi’ che ho dipinto sono delle città fatte di città, ogni palazzo è composto frattalmente  da un insieme di palazzi. L’idea era quella di dipingere allora una città fatta di città con il colore stesso della città. Da qui la malattia di prepararmi una miscela di colore fatto con lo smog, rubato con la spugna sui cerchioni delle auto davanti allo studio come pigmento  base. Ora come ora ho abbandonato questa miscela e dipingo con tre tipologie di nero ad olio già preparato”.


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