Federico Ferrero: Il Pubblico Ministero mancato che racconta il tennis


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Dal tennis al vino, da Alba, la sua città, alla politica. Chiacchierata a 360 gradi con un bravo giornalista

di Simone Mori

Racconta il tennis su Eurosport ma si interessa anche delle vicende nazionali ed internazionali. Una professionista interessante e per niente banale.

Innanzitutto raccontaci qualcosa di te e dei tuoi inizi nel mondo del giornalismo.

“Il mio inizio lo ricordo bene: un articolo scritto a mano e consegnato alla redazione della Gazzetta d’Alba. Avevo 14 anni, era il 1990. Parlavo dei corsi pomeridiani di latino e di inglese nella mia scuola, durante l’ultimo trasloco me lo sono ritrovato sott’occhio ed era un pezzo al di là dell’ingenuo. A casa mia nessuno si occupava di scrittura o di giornalismo, mia mamma insegnava, mio padre era un enologo, a me è sempre piaciuto scrivere. Ho studiato per fare il pubblico ministero ma ho abbandonato il progetto dopo la laurea, mi ero stancato di studiare codici. Anche il tennis non era uno sport praticato in casa mia, non saprei dire il motivo per cui mi abbia stregato fin dall’infanzia. Però è successo”.

Telecronista di tennis per Eurosport da anni, che emozione c’è ogni volta che si inizia una nuovo torneo?

“Quando si facevano telecronache sul posto, effettivamente, era bello sentirsi parte di un qualcosa di grande, ed era più facile emozionarsi. Ora è cambiato molto, e in peggio: non si viaggia, non si guarda nulla con i propri occhi ma con quelli del regista e filtrando tutto attraverso uno schermo. Non è la stessa cosa. E, inevitabilmente, ne risente anche il coinvolgimento emotivo”.

Qualche domanda sul tennis: citami tre tennisti e tre tenniste che hanno fatto la storia e due che invece la faranno.

“Rod Laver, John McEnroe, Roger Federer. Martina Navratilova, Monica Seles, Serena Williams. Per il futuro, chi lo sa: spero Shapovalov e credo Zverev, anche se non mi ‘scalda’. Tra le ragazze, Osaka e butto lì Ash Barty, anche se so che molto probabilmente non succederà, perché mi piace molto”.

Il tennis italiano: come lo vedi da qui ai prossimi cinque anni?

“Faccio sempre fatica a guardare troppo lontano, il tennis è uno sport dalle implicazioni spesso imprevedibili. Credo che Berrettini possa diventare un buon giocatore e restare almeno nei primi 50: di lì in poi, chi lo sa. Ma mi piace anche per come sta in campo, ha un atteggiamento da giocatore di alto livello, non solo i colpi. Musetti mi è piaciuto molto agli Us Open ma ci vorranno anni per trovarlo nei grandi tornei, ha appena 16 anni. Tra le ragazze è difficile da dire perché ci sono delle under che stanno crescendo bene, Rossi, Pigato, però vale il discorso di Musetti. Il passaggio da junior a professionista spesso è letale, non ha senso ‘sparare’ pronostici a caso”.

Sei un giornalista a 360 gradi e oltre altri sport segui anche le vicende nazionali e internazionali. Ti è mai capitato di essere accusato di essere un tuttologo?

“No, almeno non che io ricordi, anche perché non mi occupo ‘pubblicamente’ di molte cose. Per carattere, tendo a non espormi se non sono abbastanza sicuro di aver approfondito un argomento e non riesco a farmi un’opinione su cose che conosco poco. Quando ho collaborato con testate generaliste, certo, mi è capitato di scrivere di politica, economia, cultura e non si può essere esperti di tutto: almeno ho cercato di informarmi il più possibile, prima di scrivere. Comunque, per scelta, preferisco scrivere raramente e approfondire una storia che non dedicarmi alle notizie che mi capitano sott’occhio o che mi vengono proposte. Meglio poco e fatto meglio, che tanto e scritto di corsa”.

Vieni da una terra bellissima e ricchissima di prodotti genuini. Ci parli della tua magica Alba, provincia di Cuneo?

“Eh, qui potrei farla troppo lunga. Come tanti piemontesi del sud, ho un rapporto viscerale con la mia terra. I primi tempi, quando mi ero allontanato per lavoro, avevo letteralmente il magone: mi mancavano le colline, a Milano andavo in cerca di un qualcosa che non fosse in piano e non avesse un palazzo intorno, quasi sempre invano. Alba è un paese, neanche una città, e come tutti i posti piccoli di provincia, sconta la mancanza di stimoli culturali e di varietà. In più è un posto che è diventato ricchissimo nel giro di pochi decenni grazie al vino, al tartufo bianco e al turismo, e quando i soldi piovono sulla miseria capita spesso che cresca una generazione di parvenu. Ma sono effetti collaterali del benessere. Io ad Alba sto benissimo, soprattutto perché non ci lavoro. Ecco, è un posto bellissimo per vivere, secondo me, ma per come sono fatto credo che mi starebbe un po’ stretto dovessi anche tornare a lavorarci”.

La passione per il vino invece? Dacci qualche consiglio e qualche abbinamento culinario.

“Arriva da mio padre, che era uno dei produttori di barolo più apprezzati della sua generazione, un uomo molto schivo che faceva parlare il suo vino. Di consigli potrei darne tanti ma, più che spingere vini già super conosciuti come barolo, nebbiolo o barbaresco potrei suggerire di scoprire il dolcetto (che alcuni, per via del nome, pensano sia un vino dolce…) mentre è un ottimo prodotto sottovalutato, mentre ci sono paesi come Dogliani che ne producono di sensazionale. Certo, non si può bere un barolo con una pasta in bianco o una pizza, ma un nebbiolo giovane sì. O una barbera, che a tavola va bene anche tutti i giorni. Non mi fa impazzire quella frizzante che è tipica della provincia di Asti, ma la ‘nostra’, quella ferma di Alba, è un ottimo prodotto per il consumo quotidiano”.

Parliamo un po’ di politica. Tu sei padre e dunque avrai sprigionato una lungimiranza un po’ differente rispetto a chi non ha figli. Ti senti tranquillo con il clima attuale italiano e non solo?

“No, ma non lo sono da tempo. Dagli anni Ottanta, quando ero bambino, a oggi la situazione è precipitata: si sono scassati i conti pubblici, la classe politica – corrotta, per carità – è stata rimpiazzata prima da un imprenditore televisivo, poi da una manica di improvvisati che la gente in difficoltà economica ha votato perché convinta che avrebbero sistemato i conti e ‘vendicato’ tutti gli svantaggiati del nostro Paese. Purtroppo la crisi, dal 2008 in poi, ha creato – tra le altre cose – un’onda lunga di malcontento e di rabbia sociale, che storicamente si sfogano con il fiorire di movimenti nazionalisti e ultraconservatori. La destra populista ha sempre avuto ricette che fanno breccia nel cuore di chi ha un figlio disoccupato, un marito in cassa integrazione e magari vive in una periferia degradata: un tempo, al nord, la rabbia sociale si sfogava contro gli immigrati dal sud Italia e dall’Est europeo, oggi con gli africani. Quello che mi fa male è che sia morta la politica: non pensavo che avrei mai rimpianto Craxi e Andreotti. E invece…”.

Torniamo allo sport con la domanda finale: quali sono gli eventi sportivi che ti sono rimasti dentro e perché?

“Seguo solo il tennis, e neanche tutto l’anno. Da ragazzino, anche un po’ di Formula Uno e di atletica. Il calcio, proprio no: ricordo però un Italia-Brasile di Spagna 1982 perché ero a casa di parenti che facevano un tifo sfegatato e odioso per gli azzurri, facendo le corna alla televisione ogni volta che Falcao o Zico toccavano palla. Ecco, ricordo che avevo fatto il tifo per il Brasile, quella volta, per colpa loro. Del mio sport ricordo Wimbledon 2001, l’anno di Ivanisevic. Era troppo bello per essere vero, che potesse vincere il torneo da wildcard ormai data per bruciata, ma è successo. Forse ho anche pianto un po’, dopo il matchpoint”.


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