11/29/2021
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Francesca Biasone: “L’elogio del caos”, non può esistere un futuro pieno senza una completa consapevolezza del passato

di Francesca Ghezzani –

La scrittrice, classe 1980 e con una formazione variegata, è laureata in Lettere classiche e in Farmacia, ha esordito nel panorama letterario con il romanzo “L’elogio del caos” (Bookabook).

Francesca, quali sentimenti ti hanno pervasa durante la stesura?
“Scrivere ‘L’elogio del caos’ è stato un viaggio intenso, impegnativo ed emozionante. Le difficoltà che pure ci sono state, legate ad esempio al tempo disponibile che sembrava non essere mai abbastanza, sono state valicate proprio dai sentimenti che hanno rappresentato il motore di queste pagine”.
Attualmente vivi in Molise, a Termoli, ma Roma resta nel tuo cuore. Che ruolo le dai nel libro?
“Roma è la protagonista silenziosa di questo romanzo; avvolge gli eventi e in qualche modo li catalizza. Esistono luoghi che racchiudono dei significati e una potenza fortissima. I luoghi possono ispirare suggestioni e opportunità che si rivelano in grado di incidere sulla realtà. Se questa storia fosse stata ambientata in una città diversa probabilmente non sarebbe stata la stessa; in un certo senso alcuni aspetti della città di Roma si riflettono nei personaggi del romanzo. La magnificenza della capitale si svela nella bellezza della gioventù e in quella sensazione di onnipotenza che appartiene ai vent’anni. D’altro canto, esiste un aspetto caotico e decadente di Roma che aderisce allo spirito della protagonista e del suo gruppo di amici. Roma è la città eterna che si erge su stratificazioni di civiltà passate, è la città che nella sua eternità ha piena consapevolezza della precarietà del tempo e delle umane sorti”.
Passiamo al titolo: di solito il caos viene immaginato come un qualcosa di confusionario, quanto meno propende l’accezione negativa del termine quando lo pensiamo o nominiamo. Allora perché unirci il concetto positivo di elogio? Non suona come un ossimoro?
“È così, il caos nella percezione comune ha ben poco da essere elogiato. Il titolo vuole essere provocatorio. Il caos attraversa interamente questa storia, attraversa le giovani vite dei personaggi. Il caos è inteso come quella dimensione di smarrimento, tormento e confusione che impedisce di vedere sé stessi, di mettere a fuoco la propria vita e di comprendere quello che sta capitando. E allora il caos diventa la dimensione che anticipa e prepara il dolore e che in realtà è peggiore del dolore stesso perché il dolore, se riconosciuto, può essere attraversato, affrontato e anche superato. Il caos questa possibilità non la concede, proprio perché impedisce una visione nitida degli eventi. E allora, ad un certo punto della storia il caos raggiunge un livello così alto, raggiunge una sorta di acme perfetto, e in quanto perfetto può essere elogiato”.
Ci racconti chi è Flavia?
“Flavia è una ragazza di ventuno anni, si è trasferita a Roma per studiare Lettere. Ad un certo punto, in modo improvviso e del tutto inatteso, la vita presenta a Flavia il grande amore. Un amore che lei non sarà in grado di accettare e di accogliere, così come si dovrebbe fare con un dono magnifico. Lei no, lei non sa né accogliere né accettare, perché non sa gestire la felicità, probabilmente perché non si vuole abbastanza bene. La gioia è un abito scintillante che Flavia non sa indossare, nel quale non si sente a proprio agio, purtroppo. Lei si sente sicura indossando abiti anonimi, ordinari, dentro i quali può nascondersi e non esporsi, così da non mostrare al mondo chi è e cosa desidera. Quando capirà ciò che ha perso, non le sarà più possibile recuperare, pur provandoci. E allora rimarrà il rimpianto, il rimpianto che nel tempo diventerà logorante e che si aggiungerà alla perdita, al vuoto terribile causato dall’assenza di questo amore. Il rimpianto ad un certo punto diventerà colpa e la colpa, purtroppo, amplificherà il dolore. La colpa sarà amplificazione della sofferenza che impedirà a Flavia di andare avanti, lasciandola sospesa per molto tempo, per anni… fino al momento in cui la ritroveremo adulta, all’inizio di questo romanzo, nel momento in cui, in seguito a un incontro fortuito, inizierà a ricordare e a raccontare la sua storia”.
Il momento della rottura è la presa di coscienza di qualcosa che è irrimediabilmente finito o l’occasione di un nuovo inizio?
“In questo romanzo è di certo la presa di coscienza di qualcosa che è irrimediabilmente finito, è la necessità di elaborarne i motivi, è l’occasione di espiare una colpa, facendo pace con sé stessi. Tutto il resto verrà forse da sé. Il nuovo inizio, poi, è una possibilità, una speranza, ma è secondario, è assolutamente subordinato alla presa di coscienza di una certa fine. Non può esistere un futuro pieno senza una piena consapevolezza del passato”.
Infine, qualche nuova idea bolle in pentola?
“Sì, esiste una nuova idea narrativa”.

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