Franco Micalizzi: “Le chiamavano colonne sonore”


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La sua musica per film ha fatto da sottofondo sonoro alla vita di tante generazioni cinematografiche tra gli anni settanta e ottanta del novecento. Chi, anche tra i più giovani, non ha sentito almeno parlare di opere come “Lo chiamavano Trinità”, “L’ultima neve di primavera” o “Roma a mano armata”?

di Marisa Iacopino

Lui è Franco Micalizzi, tra i più straordinari compositori che il nostro Paese possa vantare, incontrato in occasione dell’uscita, per Viola Editrice, del libro autobiografico ‘Le chiamavano colonne sonore’.

Cosa ti ha spinto a scrivere un’autobiografia? 

“Ad un certo punto della vita ho sentito il bisogno di mettere ordine negli avvenimenti del mio passato:  quanti momenti speciali, quante emozioni che ogni tanto affioravano e mi riportavano il sapore di quel particolare momento. Ho sentito quindi il bisogno di ritrovare quei particolari avvenimenti e del come io li avevo percepiti. Spesso sono riaffiorati episodi che stavo forse per dimenticare”.

Tornare fisicamente nei luoghi della memoria reca più dolore che visitarli con le parole?

“Sì, talvolta sono tornato anche fisicamente su certi luoghi, ma l’emozione è stata troppo forte”.

A tuo dire, attraverso le fotografie si è in grado di recuperare odori, suoni, sensazioni… Le foto sono quindi come le madeleine per Proust, capaci di riportare in vita certi sapori del passato?

“Certo, le foto hanno un potere grande per me. Quell’attimo immortalato contiene molto di più di quello che si vede, e interi periodi riaffiorano. E poi la grana di una vecchia foto ti dà davvero la sensazione di rivivere quel tempo, tanto lontano rispetto alle foto digitali, apparentemente così fedeli nella riproduzione”.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la musica sarebbe diventata la cosa preminente della tua vita?

“Lo racconto sempre:  mia madre quando ero molto piccolo non mi addormentava con le solite ninne nanne, ma cantando con grande sentimento i successi dell’epoca. E quelle canzoni così suggestive mi piacevano molto. In seguit, la musica era la cosa che mi attraeva di più, e verso i 12 anni ho iniziato a occuparmene e a studiarla. Per me non esiste cosa più affascinante, e la mia vita è, e sarà sempre, piena di musica”.

Tu affermi che se non avessi composto musica, forse avresti voluto scrivere. Credi che uno scrittore possa portare musica nelle sue narrazioni attraverso le parole?

“E’ vero, lo scrivere mi è sempre piaciuto (l’italiano era l’unica materia a scuola che mi fruttò persino un 9 pieno!), e ancora mi piace perché la parola contiene una sua musicalità. Comporre i periodi è come scrivere una melodia più intima di quella musicale che risuona nella nostra mente. Sì, io credo che uno scrittore debba essere a modo suo un po’ musicale”.

Leggendoti, sappiamo che tuo fratello nell’infanzia è vissuto a lungo lontano dalla famiglia per motivi di salute. Se fosse capitato a te di dover stare lontano da tua madre che, come ci racconti, ti cantava certe arie invece di ninne nanne, la tua vita avrebbe avuto lo stesso corso?

“No, non sarebbe stato uguale dal punto di vista della mia formazione e del mio carattere. Sì, la musica sarebbe comunque emersa dentro di me ma forse sarebbe stata diversa. Non crescere vicino a chi ti ha generato  e ti ama provoca sicuramente dolore, e tu ne risenti per tutta la vita”.

Tu dici che “gli scrittori, i musicisti e tutti gli artisti con le loro opere, anche dopo la scomparsa, riescono a emanare una fortissima energia che interagisce con il presente”. Sei perciò d’accordo con chi afferma che l’arte è il superamento dello stato fisico, e dunque della morte?

“Sì, l’arte è certamente un superamento della fisicità: qualcosa che sfugge alle regole della vita comune e quindi anche alla morte. Diciamo che è una parte della nostra anima che riesce a sopravviverci”.

Quentin Tarantino “ha sdoganato” il cinema di genere italiano, riconoscendogli valore artistico, e ha più volte utilizzato tuoi temi musicali in film famosi, uno per tutti “Django Unchained”. Oggi, grazie a questo riconoscimento americano, pellicole come ‘Lo chiamavano Trinità’ sono considerate film di culto. Cosa rimproveri agli italiani: un pregiudizio da intellettuali, da provinciali, o forse l’incapacità di saper ridere di sé e di condire la vita con una dose d’ironia? 

“Certamente devo essere grato a Tarantino per aver scelto la mia musica per alcuni suoi film e in particolare per il film ‘Django’. E’ anche vero che Trinità era già per il pubblico un film di culto. Sono passati ormai quasi 50 anni e viene continuamente riproposto. Certo Tarantino ha contribuito a dargli quel titolo di ‘classico’. Ma sai, nel nostro paese un certo snobismo da parte della cosiddetta classe intellettuale c’è sempre stata. Vedi, per esempio, Totò considerato da questi una figura non eccelsa, e che oggi viene invece ricordato e onorato come un ‘superclassico’”.

La tua, ‘una vita d’artista’. Rifaresti tutto daccapo?

“Certo che rifarei tutto daccapo. Non potrei fare diversamente. Io sono il mio destino”.


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