Gabriele Orsi: Esordio boom per il giovane scrittore romano


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Il suo esordio letterario è stato subito un successo.  “Ali di piombo”, il romanzo di Gabriele Orsi (figlio dell’ex portiere della Lazio e vice allenatore di Mancini, Fernando) dopo solo due mesi è andato già in ristampa

di Alessandro Cerreoni

La storia raccontata nel libro ti prende e ti fa riflettere. Ti accompagna per mano nel mondo dei giovani, dove mancano le certezze e dove la vita è pericolosamente monotona. Mattia e Lara sono due ragazzi dei quali il lettore non può non innamorarsi. Nonostante i loro problemi. Specie quelli della ragazza, anoressica ma dotata di una grande saggezza e di un’infinita dolcezza. Lui è il figlio della Roma bene, che cerca di divertirsi partecipando ai vari eventi organizzati nella sua zona, tra alcol e ragazze da portarsi a letto. Studia Giurisprudenza ma non sembra avere particolari scopi nella vita, fin quando il destino lo mette di fronte proprio a Lara. Ne nasce una storia coinvolgente e particolare. La malattia di Lara spinge Mattia ad incontrare un nuovo mondo e a scoprire se stesso. Lui diventa una presenza importante per lei. E’ capace di ascoltarla e riesce a vederla oltre la sua malattia. Nel suo atto finale, la storia commuove e lascia una bella sensazione nell’anima. Un libro che consiglio vivamente.

Gabriele, ottimo esordio. Il primo romanzo ed una casa editrice importante che ha deciso di pubblicarlo. Te lo aspettavi?

“Come in molte altre cose, anche nell’editoria ci vuole fortuna. Sono nuovo di questo mondo, ma certe dinamiche si capiscono alla svelta. L’Armando Curcio aveva deciso di aprirsi alla narrativa contemporanea, giovanile in particolare, e così mi sono fatto avanti con «Ali di piombo» in un momento particolarmente favorevole. Avevo fatto leggere il romanzo a un’altra casa editrice, ma andò male. Non mi sono scoraggiato, ho creduto nel mio lavoro e ho insistito. Dopo due mesi ho firmato il mio primo contratto di lavoro”.

Che riscontri stai avendo?

“Direi ottimi, dopo soli due mesi siamo già in ristampa. La prima presentazione a Roma è stata un grande successo. Accanto a me c’erano personaggi del calibro di Mario Sconcerti e Jacopo Volpi, e il giorno dopo mi sono goduto i bellissimi articoli sui vari quotidiani nazionali e locali. Poi ad Arezzo, in Toscana, presso la libreria Feltrinelli, dove a sorpresa ha presenziato persino il sindaco, insieme a radio e tv locali. Tutta quella gente, quell’affetto mi hanno riempito di orgoglio. L’emozione più grande, però, è ricevere messaggi di lettori anche lontani da Roma che hanno apprezzato il romanzo. Ne ho ricevuti tantissimi in questi due mesi, e sto continuando a riceverne. Con mia grande sorpresa, ma non chiedermi perché, il romanzo sta andando fortissimo nel nord-Italia”.

Il libro si snoda su tre personaggi principali: Mattia, Lara e Bianca. Sono persone realmente esistite nella tua vita dalle quali hai preso spunto oppure sono frutto della tua fantasia?

“Ho cercato di raccontare la realtà nel modo più veritiero possibile. Tutti i personaggi, compresi Mattia, Lara e Bianca, sono frutto della mia fantasia, è vero, ma sono dell’idea che niente si crea dal nulla. Più che persone realmente esistite, nel romanzo si incontrano dei tipi, cioè dei caratteri riconducibili a stereotipi”.

Hai scelto due temi delicati che toccano da vicino i giovani: l’abuso di alcol e l’anoressia. Che messaggio hai voluto dare?

“Il romanzo non ha la pretesa di fare della morale, né tantomeno di insegnare qualcosa. Come dicevo, ho cercato di essere il più fedele possibile alla realtà che mi circonda. L’alcool, l’anoressia, ma anche la droga sono temi delicati, è vero, ma appartengono a questa realtà ed è giusto che se ne parli. Non necessariamente, poi, ne deve conseguire una soluzione. Sarebbe assurdo pensare di voler risolvere certe problematiche con qualche pagina di un libro. Potranno servire, magari, a fare luce su alcuni aspetti che con troppa superficialità vengono trascurati e messi da parte. Anche per questo ho scelto di dare un taglio ironico alle vicende narrate e allo stile di scrittura”.

Ogni storia ha un lieto fine. Quello che hai scelto tu sono le vittorie di Lara e Mattia sui rispettivi mali. Quanto sono importanti le persone vicine e/o amiche per il superamento di problematiche apparentemente insuperabili?

“Sono contento che tu abbia interpretato il finale come atto risolutivo. Ho avuto pareri diversi a riguardo; ma questo mi piace, significa che la storia può essere letta in più sensi e che quindi lascia spazio a più opinioni. Rimane comunque il fatto che l’amicizia e l’amore sono le due colonne portanti del romanzo. Mattia, assolutamente ignaro di cosa sia l’anoressia e di come possa essere affrontata, offre a Lara le uniche risorse di cui dispone: la sua amicizia e il suo tempo. Attraverso i loro incontri in un appartamento isolato e lontano dalla realtà quotidiana, impareranno qualcosa l’uno dall’altro. Pur non essendo un medico Mattia farà del suo meglio per aiutare Lara. Entrambi scopriranno il valore del dialogo, il potere della parola, la forza delle emozioni. La noia e l’apatia in cui è sprofondato Mattia sono problematiche altrettanto gravi: l’aiuto, a volte troppo poco d’impatto, degli amici non ha gli effetti sperati su di lui. A volte bisogna uscire fuori dal proprio tempo per dare alla realtà che si vive nuovi stimoli: e così farà, grazie a Lara e all’appartamento della zia”.

La vita di Mattia scorre in maniera monotona fin quando non incontra Lara. Da quel momento la sua visione del mondo circostante cambia. Ed è la sua salvezza. Senza di lei sarebbe riuscito a salvarsi?

“«La libertà non si raggiunge mai da soli», scrive Lara a Mattia. Non mi sento di dire che questi due ragazzi, alla fine della storia, hanno risolto tutti i loro problemi. In un certo senso sarebbe sembrato banale e scontato. L’anoressia, purtroppo, non si risolve con un semplice schiocco delle dita. Né tantomeno i disagi interiori e le turbe di un ragazzo come Mattia. Ma una cosa è chiara: le persone che ci circondano sono il bene più prezioso che ci viene concesso”.

Nel libro sono descritte perfettamente due zone di Roma, Parioli e Ponte Milvio. Sono realmente così i giovani che sono nati e cresciuti qui?

“Il romanzo non vuole essere una spietata critica di Roma Nord. Anzi, mi dispiace quando sento dire che ‘Ali di piombo’ è il ritratto perfetto di questa piccola parte di mondo. Ritengo al contrario che le dinamiche di cui si legge nel libro, le tante problematiche che ho toccato non siano esclusive di una città caotica e complessa come Roma. Parioli e Ponte Milvio, ma anche il centro storico e Roma Sud, prestano la scena, quello sì, ed era inevitabile che ne facessi un ritratto e, se vogliamo, una critica. I ragazzi che ho descritto, come dicevo, sono dei tipi, quasi delle parodie: certi loro caratteri sono esasperati (come l’organizzatore di eventi, che gira sempre in abito e con il Rolex al polso), ma come in ogni parodia, deve esserci un minimo comune denominatore rispetto reale”.

Ad un certo punto, i due personaggi Lara e Mattia, “sconfinano” all’Eur. Un passaggio che viene visto, soprattutto da Mattia, come un mettere piede in un mondo sconosciuto, mai visto prima. Esiste davvero questa divisione tra Roma nord e Roma sud?

“Roma è una delle città più belle del mondo. Un luogo comune, questo, ma sono sicuro che poche altre città del globo offrono una tale commistione di paesaggi all’interno dello spazio urbano. E questo è incredibile. Ma è anche una città che ti risucchia, che stressa e mette in difficoltà. A partire dagli aspetti più propriamente logistici e amministrativi (basti pensare alle infinite polemiche sui mezzi pubblici, sulla spazzatura, sulle buche…), fino a quelli del singolo cittadino, Roma bisogna saperla vivere. E ogni municipio, ogni quartiere, ha una propria autonomia, una vita indipendente dagli altri. Per questo Mattia si sente spaesato quando si trova costretto a ‘viaggiare’ fino all’Eur. La sua ansia è scandita dalla voce del navigatore che tiene il conto dei minuti all’arrivo; rimane stupito dall’architettura di quel luogo, così profondamente diversa da quella del suo quartiere, i palazzi dai nomi così altisonanti: insomma, Roma sud è come se fosse un’altra città. Con una certa sicurezza, posso dire che, a parti inverse, si verificherebbe la stessa cosa: Roma nord e Roma sud, come ogni altra zona della città, non è che sono inconciliabili, semplicemente si sentono incompatibili. La distanza tra i due poli accentua questa percezione: impiegare quasi un’ora per attraversare la città, amplifica il senso di estraneità. Ma credo che tutto dipende da dove si nasce: se fossi nato all’Eur avrei avuto la stessa vita che vivo adesso nella zona nord della città. Personalmente, frequento poco Roma sud. Di questo sono un po’ deluso: amo perdermi per Roma, mi permette di imparare a conoscerla meglio. Ma questo, se vogliamo, è uno dei pregi (ma potrebbe interpretarsi come un difetto…) della città: se non per motivi di lavoro, Roma tende a evitare che i cittadini facciano grandi spostamenti; e ogni zona è ben fornita di tutti i servizi (postali, bancari, ecc.) che limita certi “viaggi” (ma, piccola parentesi, è sufficiente il traffico stressante a sconsigliarli)”.

Quanto c’è dei tuoi genitori in quelli di Mattia? 

“Devo dire molto poco. Mio padre è un ex calciatore, mentre mia madre una libera professionista. Quelli di Mattia, invece, sono avvocati, principi del foro. L’idea era quella di rappresentare un’ideale famiglia borghese (mi si passi il termine…), composta da genitori occupati a tempo pieno nella loro carriera lavorativa e un figlio che passa la gran parte della giornata da solo, a casa, servito e ingozzato di tramezzini dalla domestica. Questo non significa che le figure genitoriali siano assenti: anzi, Mattia si sente molto legato a loro. Ne sono un esempio le continue metafore calcistiche, riprese dal padre, appassionato di calcio, e l’utilizzo di alcune parole, come non smette di sottolineare Mattia, ‘che mi ha  insegnato la mamma’. Tra le parti, però, si instaura un conflitto generazionale: Mattia si apre poco con la famiglia, non dialogano, mentre i genitori si sforzano di punirlo se fa qualcosa di sbagliato”.

Il diario di Lara è una confessione forte. C’è qualcuno nella tua vita che ti ha fatto simili confessioni?

“Purtroppo sì. Una persona a me molto cara e vicina ha sofferto di questo tremendo disturbo alimentare. Ammetto di aver integrato la sua esperienza con letture di approfondimento, ho studiato molto per rendere appieno il disagio e la tragicità a cui l’anoressia ti piega. È chiaro che il caso di Lara è solo uno tra i tanti possibili: l’anoressia presenta non tanto dei sintomi (per questo non mi piace definirla ‘malattia’), ma delle istanze comuni, degli atteggiamenti costanti che si manifestano in chi ne soffre. E soprattutto, proprio per escludere l’anoressia dal ramo delle malattie, non esiste una cura. Il vero dramma è proprio questo: per quante medicine si possono prescrivere, se ne esce solo con una forza inimmaginabile e che travalica ogni altra fatica. Io ho ammirato Lara: senza rendersene conto, accetta l’aiuto di un profano; non del suo medico curante, ma di Mattia, che è un ragazzo come tanti altri”.

Nel romanzo ci sono riferimenti al calcio e metafore calcistiche. E’ un omaggio al tuo papà o anche tu ne sei un grande appassionato?

“Ammetto di non essere un grande tifoso. In realtà, ma questo non piacerà agli appassionati di calcio, ho tifato con passione tutte le squadre allenate da papà. Dalla Lazio all’Inter, dal Livorno alla Ternana. Non nego che il calcio mi abbia regalato delle emozioni fortissime, e che continui a farlo. Ho avuto la fortuna di palleggiare con i grandi campioni: Mancini, Veron, Nesta, Vieri, ma anche Ibrahimovic, Eto’o, Adriano. Nonostante tutto, c’è una cosa che ho imparato dal pallone: l’umiltà. Ora, ci sono tanti altri modi per imparare ad essere umili: io ho avuto il calcio, e non me ne lamento. Ma cerchiamo di vedere anche il lato nascosto alle telecamere, quello che in televisione non appare. E cioè il sacrificio, il tornare a casa sporco di fango, lavarsi gli scarpini e riempirli di carta di giornale per aspirare l’umidità; e poi farsi magari i chilometri a piedi per andare all’allenamento, o alla partita la domenica mattina alle otto, rincorrere un pallone nella speranza che un giorno possa diventare un mestiere. Questi ragazzi, come mio padre, hanno messo da parte tanto per il proprio sogno e rischiato ancora di più; deluso tante persone, forse anche i propri genitori che desideravano un figlio laureato, con un contratto a tempo pieno che desse loro una certa tranquillità. Per dare il massimo si sono rimboccati le maniche, hanno ascoltato i consigli del loro mister, subito sconfitte e sopportato fallimenti a testa alta, senza perdere mai la voglia di continuare”.

Hai in cantiere un altro romanzo? Se sì, hai già in mente l’eventuale storia?

“In realtà vorrei dedicarmi a una raccolta di racconti. Non necessariamente legati tra loro, ma una serie di piccole storie che facciano luce sui temi più disparati. Credo che la forma frammentaria del racconto sia la più consona a raccontare la dispersione, il caos in cui è precipitato l’uomo moderno, anzi, l’uomo post-moderno: quello che non ha più un centro in cui riconoscersi, quello per il quale sono terminate le grandi narrazioni e che si è invece rintanato dentro di sé, alimentando il proprio individualismo e il proprio egocentrismo. Ma non mettiamo limiti alla speranza e ai buoni propositi: non è tutto brutto e cattivo il mondo che ci circonda. Credo solo che siamo entrati in una nuova epoca, e che sia dovere della nostra generazione comprenderlo e cercare di spiegarlo”.

Come è nata la passione per la scrittura? Ti sei ispirato a qualcuno?

“Sono laureato in lettere classiche, adesso sto prendendo la seconda laurea in lettere moderne. Come si può capire, amo la letteratura. Sin da piccolo tenevo un diario dove appuntavo i resoconti delle mie giornate a scuola. È stata una palestra molto utile. Il desiderio di scrivere un romanzo è nato un paio di anni fa. Avevo un po’ di tempo libero e l’ho dedicato tutto alla stesura di ‘Ali di piombo’. Amo la scrittura del ‘900, devo tanto allo stile rivoluzionario delle avanguardie letterarie del secolo scorso; diciamo che i miei maestri sono loro. Ho ancora tanto da imparare, per questo non rinuncio mai alla lettura di un bel libro, che leggo con la passione di un lettore e con l’attenzione di un allievo. In particolare, adoro Haruki Murakami, uno scrittore giapponese che negli ultimi anni sembra essere il favorito al premio Nobel (ma ancora non lo ha mai vinto)”.


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