Gaetano Thorel: Ieri Ford, oggi FCA


    gae da solo

Una lineare, semplice e lucida osservazione della realtà automobilistica che attraversa il sociale  e il modo di vivere il tutto, insieme alla sua famiglia. Un’avventura umana e professionale che può ancora dare molto…

di Paolo Paolacci

Gaetano, la Ford: quando e come hai iniziato?

Ho iniziato nel ’91, neolaureato in ingegneria: dopo un incidente e due mesi in ospedale, con le stampelle ho fatto i colloqui in Ford Italia, e sono stato assunto.

Una carrellata delle posizioni che hai avuto in Ford.

La cosa importante è che per arrivare a determinate posizioni si devono sviluppare una serie di competenze. Oggi purtroppo il valore delle competenze si sta perdendo, nonostante siano fondamentali. Ho lavorato in Ford Italia ma non solo: direttore di zona di ricambi a Colonia, poi tra Italia ed Europa direttore di zona di vetture, direttore di pubbliche relazioni, direttore marketing, direttore vendite (quindi ho avuto la possibilità di gestire tutti i cosiddetti stakeholders cioè i concessionari, i clienti e la stampa). Dopo diversi anni di spostamenti tra Italia ed Europa (presidente e amministratore delegato della Ford Italia, vice presidente marketing per Ford Europa), e il 31 luglio scorso ho deciso di fare altro.

Che ti rimane come ricordo di quella filosofia di quegli anni specialmente all’inizio? (adesso si sono un po’ uniformati i pensieri)

Beh io sono assolutamente grato alla Ford Motor Company e alla Ford Italia. Mi rimane la grande possibilità che ho avuto di crescere, dal punto di vista professionale: persone come Ghenzer e Formica, sono personaggi che hanno creduto e credono nella persona, ed è quella Ford Italia che è stata unica nel suo genere, (anni ’90-2000). La Ford Italia di cui parlo ha sviluppato tutta una serie di talenti che oggi ricoprono posizioni di vertice in tutte le aziende automobilistiche italiane e questo non può essere un caso. Se oggi si analizza il panorama automobilistico italiano, ci si rende conto che al vertice di Opel, Fiat Chrysler, Yundai, Wolkswagen, ci sono degli ex Ford, e ci sarà un motivo, non può essere una coincidenza. Questa capacità di sviluppare le persone e di dargli la possibilità di esprimersi, ovviamente con la loro creatività, il loro entusiasmo, la porto dentro con me: questa è la Ford Italia che mi ha permesso di crescere.

A livello sociale, invece, sembra che abbiamo quasi finito il trucco di come vivere, di cosa fare, quindi dobbiamo tornare un po’ all’acqua e sapone… Secondo te, che tipi di modelli ci riserverà il futuro, sia a livello automobilistico che sociale?

Dal punto di vista automobilistico ci saranno dei grandi cambiamenti nel prossimo decennio. Per fare un esempio, mio nipote, un giovane di 22 anni (laureato Bocconi e Master all’Esade), lavora da un anno e mezzo a Dubai nel mondo delle comunicazioni, ma il settore delle telecomunicazioni non lo vede come il suo futuro: punta infatti alla consulenza dell’automotive. Un ragazzo di 22 anni, oggi ha un concetto di automobile che coincide con il carsharing, la mobilità, l’elettrificazione, la guida autonoma. Ecco i grandi cambiamenti che si affronteranno. Il ruolo del concessionario cambierà: si punterà sui servizi offerti, sulle capacità di proposta. Per riassumere: l’elettrificazione, la connettività e la guida autonoma sono le 3 rivoluzioni inevitabili dell’automobile. Altro elemento importante da considerare come innovazione sono gli “agenti disturbatori” (Apple con la Apple Car, Google con la guida autonoma), che costringono l’industry a crescere, a pensare in maniera moderna.

Questo tipo di impostazione è quello che ultimamente la Ford di Mark Fields, tutto il gruppo che parla ormai di mobilità e non più solo di vettura.

Sì ma non solo Ford. Tutte le aziende sono costrette a confrontarsi con questo cambiamento. Bisognerà farlo in maniera rapida per essere i migliori, specie per quanto riguarda lo sviluppo, che ha dei tempi molto lenti (36 mesi, 3 anni). Le aziende automobilistiche dovranno cambiare il loro modello, soprattutto per questa parte di business, e di adattarlo al consumatore.

La famiglia, il lavoro, la necessità di rispondere ad una bella carriera: come si coniugano tutte queste cose in una sola persona come Gaetano Thorel?

Sono un uomo estremamente fortunato perché ho conosciuto mia moglie Sabrina oltre 20 anni fa ed è il mio punto di riferimento: la mia famiglia è la mia energy machine, ed abbiamo sempre affrontato tutto insieme, dagli spostamenti (Colonia, Londra, Roma) ai cambiamenti (a giugno quando andremo a vivere a Milano). Per me la vita è una sola così come la mia agenda. Secondo me, questo equilibrio è il motivo per cui ho avuto questa carriera e questa vita: devo molto a mia moglie.

Per necessità lavorative hai vissuto molto all’estero: l’Italia da lì come la trovi, quali sono le cose “sbagliate” o da migliorare, e invece qual è il nostro talento?

L’Italia è una grande storia non raccontata, secondo me. L’Italia ha negli italiani delle enormi eccellenze. Quando un italiano si confronta all’estero in aziende straniere, raramente non eccelle. Questo è il grande talento dell’Italia. Il grande limite invece è il sistema paese italiano, che invece è il contrario: quando si confronta con quello degli altri paesi, fa acqua da tutte le parti. Quando vivi all’estero, ti fa arrabbiare moltissimo perché ti rendi conto che le eccellenze italiane potrebbero arrivare dappertutto. Se il sistema paese fosse adeguato alle eccellenze italiane, se ci fosse un senso civico dove il sistema ragionasse come ragionano gli italiani singoli, allora l’Italia sarebbe uno dei paesi migliori al mondo. Questo basta vederlo per come è fatto: è un paese che nonostante non abbia molte materie prime né dei grandi servizi, rimane una delle economie più sviluppate al mondo. In Italia per esempio, non esiste il concetto di “bene pubblico” che esiste in Germania o in Inghilterra o in Francia. Questo è l’enorme limite di questo paese.

E’ più facile o è più difficile sognare in FCA?

Con un po’ di dispiacere ti posso dire che è più facile sognare in FCA. La Ford degli ultimi 2 anni è una governance, mi riferisco alla struttura e ai processi che sono una cosa fondamentale in qualunque azienda: purtroppo sta rischiando di essere una patologia, cioè la Ford rischia di non avere più spazio per osare, per pensare in maniera diversa, per inventarsi strade nuove, proprio perché è tutto regolamentato da una quantità di dati esagerati. Bisognerebbe avere entrambe le cose in un’azienda: una grande governance per evitare situazioni come l’Alitalia (dopo 2 anni siamo di nuovo ad un altro fallimento) e lasciare spazi per pensare fuori dagli schermi, per far esprimere la creatività delle persone.. Se penso alla Fiesta di Ghenzer, alla quinta marcia di serie, il lancio dell’airbag e la station wagon, sono un esempio dei tanti momenti in cui si è potuto osare. In FCA ho trovato un’azienda che ha tanto bisogno di regole e di governance, ma è anche ancora molto rapida, dove si può pensare fuori dagli schemi. Fuori dall’Italia va costruito tutto: bisogna convincere gli europei, i russi, che stiamo parlando di FCA, Fiat Chrysler, non della vecchia Fiat.

Attualmente il ruolo in cui sei entrato?

Sono responsabile vendite di FCA, per tutti i paesi europei senza i 5 mercati più grandi, tutta la Russia, tutti i paesi ex unione sovietica, ex Jugoslavia, e poi tutta l’Africa come continente. Sono circa 60 mercati, una responsabilità ampia, 1400 persone sotto la mia responsabilità, è una sfida affascinante e mi diverto molto. Mi piace essere tornato in Italia e l’idea di aver dato un contributo all’unica azienda italiana, e sono contento di andare a Milano, la città meno italiana dell’Italia: ormai è una città interamente europea, quindi dopo Londra sono convinto che mi troverò bene a Milano.

Che differenza c’è fra l’essere stato italiano in Ford ed ora in FCA?

Italiano in Ford è stato un viaggio meraviglioso soprattutto in nord Europa perché ho potuto portare quello spirito dell’italiano di cui parlavo, e questo mi ha consentito di fare delle bellissime cose. Italiano in FCA è il contrario: quella parte legata alla creatività fa parte di Fiat Chrysler, quello che voglio portare è un po’ di governance e di regole ma senza uccidere la creatività.

Marchionne e Mark Fields?

Parliamo di due personalità totalmente diverse. Marchionne è un uomo di grande spessore, ha fatto una rivoluzione in azienda, (lo associo sempre a Mulally). Mark Fields è un ottimo executive dell’automobile, storicamente in Ford da 30 anni (sta prendendo l’eredità non facile di Mulally). Mulally e Marchionne secondo me sono i talenti, un po’ come una squadra di calcio: ci sono Messi e Ronaldo, e poi ci sono tutti gli altri grandissimi giocatori. Di questi personaggi ne nasce uno ogni tanto.

Queste sono necessità aziendali che si succedono per capitalizzare il cambiamento fatto, per poi gestirlo con principi forti e universali come l’integrità e la trasparenza. Quanti marchi resteranno, secondo te ,  da qui a dieci anni sul mercato? Mi sembrerebbe del tutto razionale una riduzione…

La questione non è quanti marchi ci saranno fra 10 anni ma come i consumatori guarderanno l’automobile. Credo che il numero di Brand non diminuirà perché ognuno ha un suo DNA, una sua personalità unica. Credo invece che potranno esserci ulteriori M&A nel mondo dell’auto e credo anche tra aziende Automobilistiche e Tecnologiche; questo per consentire una condivisione degli investimenti necessari per traguardare quell’automobile… elettrica, connessa e autonoma che il mercato chiederà in futuro.


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