Geppi Di Stasio: “Il teatro la mia vita”


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Prossimamente sarà a teatro con “Lavaci col fuoco”, dedicato alla riscoperta delle tradizioni partenopee

di Mara Fux

Proviene da una famiglia di artisti e ha proseguito su questa linea grazie a Roberta Sanzò, sua compagna nella vita e affermata attrice teatrale.

Sei figlio d’Arte, una mamma, Wanda Pirol già all’epoca brava artista di teatro e un papà che nasce cantante per poi diventare produttore. Hai calcato le scene ancora bambino in mezzo a grandi indimenticabili come Nino Taranto, Ugo D’Alessio, Enzo Turco, Aldo Giuffré. Come ti senti oggi da regista e attore quale sei, nell’osservare la “notorietà” di chi calca le scene per esser uscito dalla famosa casa o per aver naufragato sull’isola? 

“Una volta la televisione era la consacrazione dell’attore bravo, nel senso che veniva scoperto e approdava alla meritata notorietà. Oggi diventi famoso per tutt’altro e poi qualche produttore improvvisato, un po’ danaroso, ti da la cittadinanza. Il percorso si è letteralmente invertito. E per uno come me è un po’ frustrante. Ma sono sicuro che la gente reagirà. Prima o poi…”.

Il tuo percorso artistico include tanta gavetta: l’hai completata con lo studio o ti consideri più un autodidatta? 

“Diciamo che sono uno che studia moltissimo, ma studio da autodidatta. Anche perché credo che il panorama delle scuole di teatro oggi tenda ad uniformare i prodotti togliendogli il fondamentale quid di personalità. Ma studiare resta fondamentale anche per non vanificare gli sforzi delle grandi avanguardie che ci hanno preceduto. Se hai talento diventi bravo nella metà del tempo solo se studi”.

Quali sono a tuo avviso le basi più importanti per un buon attore? 

“La lucidità e la coerenza. La ricerca della risata a tutti i costi non deve mai andare a sfavore della credibilità del personaggio che si interpreta. Ma sulla scena bisogna sempre essere consapevoli di dove si è”.

Ti ho sentito dire: ”un cameriere che studia per diventare attore riuscirà a diventare un attore; un impiegato con posto fisso che studia recitazione potrà pure imparare a recitare ma non diventerà mai un attore”. Ne puoi spiegare la ragione? 

“Il nostro è il mondo precario per definizione, un mondo in cui per affermarsi occorre determinazione e carattere. E se hai ‘fame’ hai sicuramente qualche possibilità in più”.

Oltre ad adattare testi scritti da altri, scrivi tue commedie anche su temi molto attuali come ad esempio “Quattro mamme per Ciro” o “L’ultima domenica”: come scegli l’argomento da trattare? 

“Ho sempre sostenuto che un autore, se vuole lasciare un segno della sua esistenza, debba saper raccontare il proprio tempo. Senza fretta di ottenere consensi unanimi. Il mio teatro funziona anche perché racconta l’oggi con l’estetica della tradizione che ha un comune denominatore a tutte le latitudini”.

A quale delle tue commedie senti di essere maggiormente affezionato? 

“E’ un po’ come chiedere a un genitore a quale dei figli si sente più legato. La commedia perfetta è sempre quella che si sta scrivendo”.

Roberta Sanzò, tua compagna nella vita, ha sempre un ruolo nelle tue commedie. Il vostro rapporto privato non ha mai influito nella messa in scena? 

“Roberta nel privato è una gran consigliera, direi persino preziosa, ma siamo entrambi bravi a teatro a far prevalere i ruoli professionali. Questo credo sia un equilibrio perfetto anche se a casa ci sono spesso delle discussioni”.

Domanda cattiva: hai superato gli “anta”, sei napoletano, quindi mi chiedo: come mai non hai mai girato in “Un posto al sole” o “La squadra” o “Gomorra”? 

“In parte credo di averti già risposto. Ma anche perché si tende a prediligere una faccia o una caratteristica fisica piuttosto che l’abilità recitativa. Bada bene, non ho detto che è per raccomandazioni. Forse l’ho pensato…”.

A breve debutterà “Lavaci col fuoco”, la seconda esperienza di recital che dedichi alla riscoperta delle tradizioni partenopee. Un intento storico sociale o un appassionato amarcord? 

“Di spettacoli tesi alla riscoperta delle tradizioni ne abbiamo fin sopra i capelli. I miei Varietà tendono, più che altro, ad esaltare la comicità e la genialità del mio popolo dimostrando che essa ha motivazioni dolorose, come ad esempio, le modalità molto discutibili dell’Unità d’Italia. ‘Lavaci col fuoco’, così come il precedente ‘Voi non siete napoletani’ è, naturalmente, un titolo autoironico che prende spunto dai volgari cori da stadio con cui noi napoletani veniamo accolti”.

Cosa ti piace di più della tua professione? 

“Il silenzio dell’emozione del pubblico che ascolta, discutere con la gente di quello cui ha appena assistito, gli applausi ancora scroscianti a sipario appena chiuso, andare a cena dopo lo spettacolo”.

E del pubblico che corre puntualmente ad applaudirti ad ogni tuo spettacolo al Teatro delle Muse? 

“Il pubblico ha un comune denominatore eppure ogni sera è diverso. Il pubblico lo amo quando è nuovo e non ti conosce e devi conquistarlo, lo amo quando vedi facce che hai già visto perché vuol dire che è tornato. Il pubblico va amato sempre e va trattato con quella sorta di irriverenza che è onestà intellettuale perché conosca il tuo pensiero. Questo significa rispettarlo, mentre assecondarlo spesso significa tradirlo. Il pubblico va amato senza condizioni. Sempre!”.


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