12/04/2020
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Gerardo Di Lella: All that Jazz!

di Mara Fux –

Classe 1964 Gerardo di Lella è nell’odierno panorama musicale sinonimo di qualità e successo.
Cos’è per te la musica e cosa significa vivere di musica?
“Che grande domanda! Penso che la musica sia la forma d’arte più immediata e soprattutto quella che più di qualsiasi altra sia capace di influire sulla vita delle persone, per me ovviamente rappresenta lo scopo della mia vita. Vivere per la musica e di solo musica comporta però molti sacrifici e tanta sofferenza che solo con grande determinazione riesci a superare, poi con l’impegno e la perseveranza arrivano anche le soddisfazioni, forse un po’ in ritardo ma per fortuna arrivano”.
Quando hai compreso che avresti fatto della musica la tua professione?
“Intorno ai venti anni. Il mio approccio con la musica avvenne senza nemmeno accorgermene in famiglia all’età di quattro anni, grazie a mio nonno Gerardo che era musicista, lui m’insegnò i primi rudimenti e successivamente i miei genitori mi fecero continuare gli studi. Poco prima del conseguimento del diploma di pianoforte iniziai ad ascoltare il jazz ed è stato proprio in quel periodo che cominciai a capire che la musica poteva essere oltre che una passione anche il mio percorso professionale”.
Pensi di avercela fatta?
“Mah… direi più prudentemente che ce la sto facendo. Ho ancora tante cose in mente da realizzare; ho fatto molti passi importanti, mi sono guadagnato la stima di professionisti internazionali, ho pubblicato un disco per la Universal nel 2012 con molti tra i musicisti più forti del mondo, ho fatto Sanremo, da sei anni dirigo il “ROMA CAPUT MUSICÆ – Il Concerto di Capodanno di Roma”, recentemente ho collaborato con l’Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno, ecc… Questi sono sicuramente dei segnali molto importanti che spero mi aprano al più presto nuovi percorsi professionali”.
I tuoi concerti seguono, come dire, un format ben preciso: progetti diversi tra loro, solisti di diversa estrazione, e la tua orchestra che con te affronta sempre nuove sfide.
“Esatto, è proprio così; ho cercato di riproporre in Italia il modello americano di David Foster dove l’orchestra rimane il fulcro intorno al quale ruotano progetti particolari, anche con artisti appartenenti a stili musicali molto diversi tra loro e che proprio grazie al suono dell’orchestra riescono a dare luogo ad eventi unici”.
Negli ultimi anni con la tua orchestra si sono esibiti, Arturo Sandoval, Diane Schuur, Tony Hadley, Gloria Gaynor, Amy Stewart: per contattarli hai adottato strategie particolari o ti sei fatto guidare dal motto “chi osa vince”?
“Ho scelto proprio la strategia del ‘chi osa vince’. Ho semplicemente fatto via email la mia richiesta ai vari artisti, è stato molto più facile di quanto pensassi. In America se un artista crede in te e nel tuo progetto non c’è bisogno di altro, in Italia invece tranne che per rare eccezioni è tutto più complicato”.
E non hai mai ricevuto dinieghi?
“Sì, ovviamente mi è capitato. Qualche diniego lo ricordo anche con emozione: contattai Tony Bennett che volevo coinvolgere per il Memorial Concert per Frank Sinatra nel 2015 (che poi feci con Tony Hadley) ma non era purtroppo il momento adatto, era impegnato con il tour di Lady Gaga e aveva anche una data a Umbria Jazz. Per circa due mesi ebbi uno scambio di mail con due collaboratori del suo staff che fecero di tutto per verificare questa eventuale possibilità di partecipare al mio progetto, ma anche in considerazione della sua non più giovane età, non se la senti di affrontare un ulteriore impegno durante quel suo faticoso tour in Europa”.
Quanto hai sacrificato alla tua vita per giungere a questo?
“Molto. Lavoro ancora tantissimo, anche adesso che sto parlando al telefono con te, sto impaginando ‘I Clown’ che Nino Rota ha scritto per Fellini, pezzo che ho appena finito di arrangiare”.
Come ti sei avvicinato alla musica del cinema?
“Quando nel 2004 Rai Due decise di fare uno special in onore di Alberto Sordi chiesero a Piero Piccioni, suo storico compositore, di dirigere l’orchestra in trasmissione per eseguire le musiche dei film che aveva composto per lui. Piero, non più giovanissimo, non se la sentì e fece il mio nome, da li è partito tutto”.
Ultimamente pullulano concerti in memoria di Morricone: cosa pensi a riguardo? Molto spesso si sentiva dire grande compositore ma non bravo direttore.
“Diciamo che è normale rendere un omaggio musicale a uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, anche se, guardandomi intorno, mi sto rendendo conto che sono in tanti a non aver capito granché della direzione espressiva di Morricone. La musica per il cinema non c’entra niente con la musica sinfonica, opera ecc…, risponde ad altri canoni, non può essere diretta come se fosse una sinfonia, ma va diretta proprio come la dirigeva lui, una gestualità semplice ed efficace senza enfasi “teatrale”. Ultimamente ho visto dei direttori di musica classica, alcuni dei quali anche molto rinomati, accingersi con il repertorio di Morricone e sinceramente fa un po’ sorridere, è come vedere Roberto Bolle che balla Billie Jean di Michael Jackson, o se vuoi, è come ascoltare qualcuno che recita una poesia romanesca con l’accento tedesco. Per affrontare la musica del cinema occorre una competenza specifica, molto spesso c’è la ritmica che immediatamente sposta il baricentro espressivo da tutt’altra parte, dove la direzione d’orchestra ortodossa non può risultare altro che goffa e fuori luogo. In molti si sbizzarriscono ad arrangiare i brani di Ennio Morricone conferendogli a volte un suono troppo sinfonico snaturandolo; per rispettare il suo linguaggio non andrebbe mai dimenticata l’origine della sua formazione musicale che è proprio quella ad aver fatto la differenza. Morricone ha inventato un linguaggio nuovo, tutto suo, aveva sì una solida formazione ortodossa ma la sua musica è il risultato della somma dei tantissimi stili musicali che ha affrontato nella sua vita. L’influenza che ha subito dalla musica americana degli anni 40/50 unita alla sua lunga esperienza di arrangiatore per la RCA sono stati gli ingredienti determinanti per la sua formazione artistica, secondo me, è proprio grazie a tutte queste esperienze che è diventato Morricone. Dal mio punto di vista è l’unico musicista che è riuscito a conciliare un’ottima preparazione musicale con una creatività incredibile, sinceramente e senza offesa per nessuno, non conosco altri musicisti così. Ritornando al suo stile, ogni genere musicale va trattato a se, come succede in una lingua, oltre alla grammatica e al vocabolario ci sono gli accenti, è vero, ma l’anima dell’essenza sta solo nelle sottili sfumature”.
Pensi che ci sia ancora un atteggiamento snob nei confronti della musica non classica? Mi riferisco proprio alla musica cinema, al jazz, al pop ecc…
“Ci sono ancora molte persone, anche tra gli addetti ai lavori, che ritengono che la musica ‘non classica’ sia musica di serie B ma è una totale Eresia. La nostra musica moderna (che ha nel 90 per cento dei casi un origine afroamericana) è semplicemente un altro linguaggio che risponde ad altra grammatica, ad altra sintassi. Sarebbe, per esempio, come pensare che le varie lingue; giapponese, araba, russa, ecc… siano meno importanti della lingua italiana o viceversa. Stiamo semplicemente parlando di linguaggi diversi che meritano tutti lo stesso grande rispetto”.

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