10/20/2021
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Giada Palma: Storie di donne “costruttrici”

di Francesca Ghezzani –

Classe 1988, è autrice del libro “Donne che innovano”, oggi tradotto anche in inglese con il titolo “20 Women for innovation”. Le vere protagoniste sono 20 donne ritratte nel libro, imprenditrici e scienziate che vivono e lavorano in Israele, Turchia, Svezia, Norvegia, Spagna, Austria, Germania, Lituania, nei Paesi Bassi e in Italia. Nel libro si raccontano, descrivendo il loro business e la vita quotidiana di chi ogni giorno innova.

Giada, perché hai avvertito l’esigenza di raccogliere e mettere in un libro le testimonianze di cui ti sei fatta portavoce?
“Questo anno di pandemia è stato molto difficile per tutti, non solo nell’immediato. La limitazione protratta nel tempo, la paura e l’incertezza sono nuvole spesse che ho sentito l’esigenza di combattere, nel mio piccolo, portando esempi luminosi, di resilienza, forza e capacità imprenditoriale. Il premio dell’Unione Europea per le donne innovatrici mi ha offerto un eccellente database a cui attingere. Il futuro diventa molto più tangibile quando davanti ai nostri occhi abbiamo esempi di persone comuni e al contempo straordinarie che lavorano per il bene di tutti noi”.
Scrivere solo di donne non ti fa correre il rischio di sembrare schierata dalla loro parte senza valorizzare gli uomini e le loro abilità? Oppure le categorie di genere, in realtà, proprio non ti appartengono e non raccogli questa mia provocazione?
“Un detto tra gli scrittori è ‘scrivi di ciò che conosci’, questo anche per evitare forzature narrative o errori grossolani. Io sono una donna, sono europea, amo la scienza e sono cresciuta in una cultura familiare che valorizza l’imprenditorialità. Parlo anch’io di quello che conosco. Ritengo per questo di essermi schierata? Può darsi, e allora? Se avessi scritto di venti scienziati o imprenditori, nessuno mi avrebbe posto la domanda, e in pochi avrebbero notato che si trattava di soli uomini”.
Culture diverse, età differenti e formazione variegata: cosa accomuna e cosa divide le tue intervistate?
“Gli elementi dividenti sono quelli che elenchi tu, oltre al carattere. Alcune di loro hanno l’animo dell’imprenditrice, altre dell’accademica, mentre alcune hanno fondato la loro impresa come reazione rispetto a vicende personali. C’è una grande varietà di motivazioni, e per questo ogni capitolo, cioè ogni storia, si apre con la domanda: ‘cosa ti motiva ogni giorno?’. I tratti in comune invece secondo me sono più in profondità e nel libro si tracciano facilmente dei percorsi semantici. Parliamo di sostenibilità, di cura per l’ambiente e di collaborazione. Cito qui un libro che mi è piaciuto molto, ‘Sette brevi lezioni di fisica’ di Carlo Rovelli, quando dice ‘la scienza, prima di essere esperimenti, misure, matematica, deduzioni rigorose, è soprattutto visioni’. Se le differenze sono culturali, le somiglianze sono probabilmente nella capacità di immaginare il futuro”.
Le hai trovate proiettate a migliorare il mondo di domani, ma anche conoscitrici del mondo di ieri da cui trarre preziosi insegnamenti?
“Conoscere il nostro ieri ci permette di disegnare un futuro consapevole. Credo che molti problemi della società attuale derivino proprio dall’aver dimenticato la nostra storia e le radici, che mostrano un’imprescindibile connessione tra noi, la natura e la società. Un tempo il problema del depauperamento delle risorse naturali era molto marginale, perché mancava la tecnologia. Ora abbiamo armi potentissime, a cui si deve affiancare la consapevolezza. L’Unione Europea ha voluto valorizzare proprio questa ricerca, selezionando le idee vincitrici del premio per l’innovazione”.
L’innovazione è necessariamente qualcosa di positivo?
“La parola è semanticamente neutra, infatti se diciamo a qualcuno che c’è una novità, la sua reazione probabilmente dipenderà molto dal tono con cui abbiamo pronunciato la frase. Anche i nostri sentimenti rispetto al ‘nuovo’ sono spesso misti, perché ogni opportunità si lega a un rischio. In pochi si lanciano fiduciosi verso l’ignoto, e innovare significa proprio andare verso ciò che non si conosce. Non solo avvicinarsi, ma studiarlo, e poi portarlo dentro, all’interno di ciò che già sappiamo, e facciamo”.
Quanto è importante la “contaminazione”?
“Più di quanto non vogliamo ammettere. La parola ‘contaminazione’ viene spesso utilizzata con significato negativo, quando le scoperte più dirompenti sono invece spesso frutto di fortuite convergenze e rimescolamenti, contaminazioni appunto. La storia più bella nel libro in tal senso è quella di Jalila Essaidi, la fondatrice di BioArt Laboratories. In mezzo ai boschi ha riadattato i bunker utilizzati durante la seconda guerra mondiale e lì ospita ogni anno centinaia di “studenti” dagli 8 ai 90 anni. Ha creato un luogo meraviglioso dove ognuno può portare avanti la propria ricerca collaborando con professori e altri studenti di ogni età e provenienza”.
In chiusura, quali stop and go più frequenti hanno incontrato e, inoltre, la pandemia le ha rallentate o ha fornito loro nuovi input per un mondo più sostenibile?
“Credo entrambe e alcuni esempi sono presenti nel libro. Il Covid è stato l’occasione per testare nuove tecnologie in ambito medicale e ha incentivato la produzione di reagenti. Sotto il profilo climatico, arrestare gran parte dell’attività umana per dei periodi piuttosto lunghi è stato invece un banco di prova sicuramente interessante e nel mio piccolo ho fatto diverse incursioni a Venezia per vedere l’acqua della laguna finalmente pulita e popolata da pesci e delfini.
Quanto alla tua prima domanda, la mia risposta sarebbe veramente troppo lunga… Ci sono sicuramente molte sfide per chi innova, e qualche sfida aggiuntiva è riservata alle donne che innovano. Ne ho parlato qua e là in capitoletti dedicati o all’interno delle storie, spero con la necessaria chiarezza, serietà, ma senza rinunciare alla leggerezza”.

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La medicina integrat
Roberta Mezzabarba:

redazione@gpmagazine.it

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