Gianmarco Vettori: “Recitare mi ha dato una felicità indescrivibile”


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di Mara Fux

Era tredicenne quando ha avuto la folgorazione per il teatro. Tutto nacque a scuola… pur giovanissimo, ha alle spalle ha già importanti esperienze artistice.

Quando ti è venuta la bizzarra idea di darti al teatro?  

“A scuola, quando mi è stata proposta la frequenza di un laboratorio teatrale in alternativa a due ore di letteratura italiana. Mi ha dato idea che ci stava, che poteva essere una cosa buona integrare il programma di letteratura italiana avvicinandosi alla letteratura teatrale. Quindi mi sono iscritto e alla fine dell’anno mi sono ritrovato ad interpretare ‘Novecento’ di Alessandro Barricco, scoprendo, nel salire sul palcoscenico, cosa fosse veramente il teatro; teatro che da quel momento mi ha cambiato la vita donandomi una felicità così grande e indescrivibile che oggi mi impegno per ridargliela tutta a mia volta, a questa meravigliosa arte. Tutto questo è successo dieci anni fa”.

Quindi avevi 13 anni? 

“Esattamente, da lì ho iniziato a fare tutti i corsi ed i laboratori possibili, non vedevo l’ora di finire le lezioni scolastiche per scappare in teatro”.

E i tuoi genitori come l’hanno presa? 

“All’inizio non bene, ad esser sinceri, ma solo perché non capivano che facessi ore e ore fuori casa, lasciando da parte quelle attività da ragazzi che tutti i miei coetanei facevano. Ma come facevo a spiegarglielo? Nell’avvicinarmi al palcoscenico provavo una sensazione intangibile ma al tempo stesso di estrema concretezza. Questa arte ogni volta che le vado vicino mi accende di un’emozione grandissima che posso immaginare solo che sia la stessa che provi un sacerdote ogni volta che vedendo la croce rinnova la sua chiamata”.

Cosa è scattato poi in loro, visto che oggi ti sostengono a pieno? 

“Sicuramente quando hanno assistito a Novecento hanno capito il perché di tutto il mio impegno e mi hanno considerato in una luce diversa; probabilmente non hanno più visto il figlio ma qualcosa di nuovo e finalmente hanno capito. Poi la prova del nove sul mio percorso l’hanno avuta quando, uscito da scuola, mi sono iscritto al Centro Artistico Internazionale ‘Il Girasole’ dove mi sono diplomato dopo tre anni”.

Quale è stato il primo spettacolo interpretato successivamente? 

“E’ stato un testo di Gianni Clementi e da lui stesso diretto ‘Romeo l’ultrà e Giulietta l’irriducibile’, in cui interpretavo Mercuzio”.

Tanti giovani attori tutti assieme con la stessa voglia di emergere: come ti sei rapportato con loro? 

“E’ andata bene, anche al di sopra delle mie stesse aspettative. Col gruppo si è creata subito una forte coesione e per quanto riguarda il rapporto mio individuale col mio personaggio ho potuto mettere in pratica tutto quello che avevo studiato ed assimilato. Da quello spettacolo stanno succedendo tante cose, sto avendo tanti incontri con tanti registi che hanno visto e apprezzato la mia interpretazione di Mercuzio, il che premia il lavoro meticoloso che ho fatto sulla costruzione del personaggio che ha goduto anche di una sua specifica fisicità. Mi sono molto divertito ad interpretarlo e credo che questa sia la prima soddisfazione di un attore: divertirsi perché è il mestiere più bello del mondo”.

Lo vedi come un mestiere? 

“Bisognerebbe intavolare un discorso per spiegare il termine mestiere e quello professione. Sì è il mio mestiere ed anche la mia professione nel senso che è così che io timbro il mio cartellino anche se in realtà per farlo non mi limito al gesto della timbratura ma studio di continuo per poter ogni giorno progredire e crescere per poter dare il meglio”.

Progetti futuri? 

“Sì, tante cose si stanno muovendo, tante energie di questo cosmo in cui io credo fortemente e che presto si canalizzeranno concretizzando progetti sia nel cinema che in teatro”.

Qualche rimpianto? 

“No perché questa grande arte mi ha dato e mi da tanta gioia ogni volta che ci incontriamo. In qualche modo mi ha catturato facendomi subito innamorare di lei per cui io sento di non aver vissuto la mia adolescenza come un adolescente qualunque perché vivevo quell’età in modo diverso, leggevo in modo diverso, guardavo film scegliendoli in modo diverso rispetto a tutti i miei compagni. Andare in discoteca, lo facevo come anche andare a mangiare una pizza ma queste cose a me non davano la stessa gioia che mi dava assistere ad una rappresentazione teatrale. Magari quello che dico può far pensare che io ne provi rimpianto ma non è così; ho avuto la fortuna di incontrare a 13 anni la mia vocazione, quello che ero chiamato a fare dalla vita il che è davvero una fortuna perché purtroppo non tutti nella vita riescono a sviluppare quanto veramente vorrebbero”.


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