Gianni Togni: il maestro che guardava il mondo da un oblò


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E’ uscito il nuovo album del grande cantautore romano intitolato “Il Bar del Mondo”, un lavoro pieno di sorprese, da ascoltare per intero con la massima attenzione e senza pregiudizi. Un disco libero, profondo, innovativo, indipendente e lontano dagli schemi. Un lavoro imprevedibile che parte in un modo e si trasforma in un altro.

di Silvia Giansanti

Schivo e silenzioso come un gatto e con occhi magnetici da volpe, che catturano subito l’attenzione. E’ un personaggio con molta sostanza e un lungo percorso artistico iniziato già alla fine degli anni ’70 che porta con sé un bagaglio pesante, arricchito negli ultimi anni da esperienze imponenti lontane dai riflettori, come la composizione di musical sinfonici per l’Italia e la Svezia e la collaborazione con artisti di fama internazionale del calibro di Mel Collins, Pino Palladino, Stefano Di Battista, Manu Katché, Tollak e Michel Landau, solo per citarne alcuni. Dai tempi di “Giulia”, suo splendido successo, vive nel cuore di Roma in un appartamento pieno di vinili, dove nel tempo libero utilizza intelligentemente internet per ascoltare cose quasi sconosciute da noi e dove si diletta in cucina magari a preparare una succulenta pietanza per qualche suo collega ospite. Non nascondiamo la nostra emozione nell’aver potuto incontrare chi ci ha fatto amare la musica e ci ha accompagnato in adolescenza con le sue stupende hit, che fanno ormai parte della storia del pop. Gianni non ha mai inseguito il successo, si è ritrovato in una sorta di grande festa di piazza, come l’ha definita lui stesso, restandoci per un po’ di anni. Non è mai nato e tagliato per andare a fare la popstar, non ha mai cercato niente, un po’ come l’amore che gli è arrivato all’improvviso di recente. Adesso è nato “Il Bar del Mondo”, un lavoro davvero particolare da apprezzare dalla prima all’ultima nota, proprio per via della sua originalità e creatività del maestro, oggi un signore elegante e distinto di quasi sessant’anni, che conserva però la sua aria da ragazzo. Solo qualche filo bianco che cade sulle spalle, per il resto è come se fosse ancora al pianoforte di “Semplice” del 1981.

Gianni, dal “Bar di Provincia” del 1983 a “Il Bar del Mondo”. Il passo è stato notevole.

“Ovviamente si aprono le vedute, mentre il primo era circoscritto ad un luogo, il nuovo è un microcosmo che si va ad ampliare. Sembra la stessa cosa, invece è diversa”.

Come vedi il bar?

“Un momento di aggregazione, uno scambio culturale dove si possono fare conoscenze e arricchire, cogliendo sfumature di persone che si trovano lì”.

Da ragazzo con la tuta rossa e le scarpe da ginnastica ad un uomo elegante quasi sessantenne. Cos’è cambiato in tutto questo tempo?

(Ride) L’abbigliamento. A parte gli scherzi, usavo abbigliarmi con la tuta solo per comodità, visto che non ho mai dato una grande importanza al look. Avevo altro da pensare all’epoca, anche perché si sfornava un album all’anno”.

Da dove sono nati gli stimoli per lavorare su progetti paralleli?

“Avevo visto un musical a Londra e me n’ero innamorato e da lì ho pensato di crearne uno in Italia per lo più sinfonico con voci liriche. Una bella scommessa. Sono riuscito a farlo andare in scena ed è stato un grande successo a tal punto da chiamarmi anche all’estero. Trovo il musical un’espressione meravigliosa e completa, difficile da ottenere in qualsiasi altra forma di spettacolo”.

Avevi un mito negli anni ’80?

“Direi molti, non uno in particolare. Ricordo che un momento emozionante fu quando incontrai Peter Gabriel”.

Cosa ti manca di quel periodo?

“No assolutamente nulla. Anzi, ad un certo punto ho desiderato fortemente lasciare i riflettori per andare a lavorare dietro le quinte, dove impari molto di più. Ormai so mettere perfettamente in piedi un musical dalla a alla z”.

C’è un album al quale sei rimasto più legato?

“Sicuramente a ‘Bersaglio Mobile’ che conteneva il brano ‘La nube tossica’ del 1988”.

Per uno come te che proviene dal Folkstudio e quindi da un percorso diverso, è difficile digerire oggi l’ingresso delle nuove leve attraverso i talent?

“E’ cambiato tutto. Una volta le case discografiche avevano persone che andavano alla ricerca di talenti. Oggi non avendo più risorse, cercano ad ogni costo di costruire un talento. Sicuramente ci saranno ragazzi bravi e validi, ma sostengo che il talento è una cosa naturale. I ragazzi di oggi sono omologati, a scapito dell’aspetto artistico, culturale e creativo dell’artista stesso”.

Hai notato qualche giovane interessante nel panorama musicale?

“Non seguo i talent. Sento fondamentalmente artisti americani e inglesi. Una musica che produce grandi emozioni, spettatori e compratori. Il resto del mondo suona altre cose, noi invece oggi ascoltiamo le stesse cose. E’ come se vivessimo in una bolla, in un mondo monotematico e astratto che punta solo su determinate cose. Io invece amo la multiculturalità, un po’ come prima, quando ascoltavi Togni come ascoltavi i Genesis”.

Che dischi compri?

“Gruppi stranissimi che mi piacciono. Leggo recensioni inglesi e americane. Uso internet per ascoltare e in secondo tempo per farmi mandare a casa il vinile. Faccio ricerca nei ritagli di tempo”.

Quanti vinili possiedi?

“Un lungo corridoio”.

Parliamo del nuovo album. Quanto tempo hai impiegato per poterlo pubblicare?

“Complessivamente tra sala incisione, masterizzazione, composizione e tutto il resto, due anni”.

Cosa rappresenta il muro sulla copertina?

“Rappresenta un ostacolo che invece viene superato. Il muro perde la capacità di essere barriera ma ti apre immaginazione, sogni e speranze”.

Si tratta di un lavoro indipendente.

“Sì, invece di comprarmi un’auto nuova, preferisco fare un album, tanto più che dove risiedo non si trova mai parcheggio e le strade della vecchia Roma sono strette”.

Cosa ti aspetti?

“Sta andando bene più di qualsiasi più rosea aspettativa. Ho fatto un album per il puro gusto di farlo. E’ un prodotto che consiglio di ascoltare tutto come si farebbe con la visione di un film o la lettura di un romanzo. E’ un disco per gente che ha voglia di scegliere e non di essere scelta. Spero che il tipo di pubblico che possa ascoltarlo sia il più grande possibile. Non è colpa del pubblico ma della mediocrità culturale che oggi regna sovrana”.

Progetti che ti ronzano intorno?

“Una montagna. La mia testa è sempre accesa, è un frullatore di idee. Ho già in serbo il prossimo disco”.

Concerti?

“Desidererei esibirmi nei club per avere un contatto diverso con la gente. Non mi interessano le feste di piazza, le ospitate e le serate e non amo andare in tv”.


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