Giuseppina Mellace: Oltre la memoria


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Ci vuole forza per non dimenticare. Soprattutto, quando la memoria si scontra con ricordi che adombrano il nostro passato.  A un anno di distanza dalla pubblicazione del libro “Una grande tragedia dimenticata, la vera storia delle foibe”,  la scrittrice Giuseppina Mellace torna in libreria con “Delitti e stragi dell’Italia fascista”,  appena  uscito per la  Newton Compton Editori. L’autrice ci racconta i retroscena di questa nuova avventura.

di Marisa Iacopino

Come già il precedente,  questo saggio rivela la sua passione per la Storia.  Non a caso, lei  si divide tra la scrittura e l’insegnamento di tale disciplina. Ritiene che nelle nostre scuole si dedichi la giusta attenzione a questa materia?

“Sicuramente è cambiato il modo d’insegnare la storia e, probabilmente, questa disciplina non ricopre il ruolo che le compete vista la carenza di alcuni temi nei programmi scolastici; basti pensare al posto riservato alla tragedia delle Foibe, ma anche alle stesse stragi nazifasciste che sono trattate in modo limitato, non fornendo allo studente una visione completa ed esauriente del dramma”.

Il libro è diviso in quattro parti. La seconda, tratta i delitti di cronaca nera. Quali erano le vie di diffusione di tali notizie, durante il periodo storico in questione? 

“Fino al consolidamento del regime fascista, la cronaca nera aveva molto spazio sui giornali che si dilungavano con particolari che non tutelavano la vittima; cambiò totalmente la direzione nel momento in cui Mussolini emanò le leggi ‘fascistissime’ e la censura poté operare sui giornali. La scelta di propagandare una società perfetta sotto il Duce non poteva permettere la diffusione di notizie di cronaca nera che sparirono da tutti i quotidiani, dando l’impressione che non ci siano stati più delitti.  I soli crimini che verranno a galla avranno un immediato colpevole senza indagini approfondite e prove inconfutabili; basti pensare al caso di Girolimoni”.

Tra la cronaca nera, entrano in scena anche donne assassine.  Secondo lei i tribunali dell’epoca furono influenzati nel giudicare le colpevoli? 

“Indubbiamente le assassine o le semplici spie seppero tenere testa al mondo maschilista dell’epoca; ricordiamo la ‘saponificatrice di Correggio’, Leonarda Cianciulli, che sacrificò donne per i suoi riti satanici e, una volta scoperta, tenne in scacco eminenti luminari di quegli anni fingendosi pazza, e  riuscendo a far scagionare il figlio di complicità e lei a scampare alla pena di morte”.

Chi erano i soldati Goumiers utilizzati dalle truppe di liberazione? 

“Questi soldati divennero tristemente noti con il più comune termine di ‘marocchini’, i quali erano stati fatti sbarcare a Napoli dai Francesi nel novembre 1943 per accelerare la risalita degli Alleati. Uno dei nodi cruciali della seconda guerra mondiale combattuta sul nostro territorio fu Cassino, e queste truppe vennero impiegate in prima linea dal generale franco-algerino Alphonse Juin che promise, ma non fu mai trovato il documento scritto, ai suoi centodiecimila soldati provenienti dalle colonie del Nord Africa francese, come premio per la vittoria sui tedeschi  due giorni di completa libertà su cose e persone fino al diritto di vita e di morte. Per 48 lunghissime ore furono stuprate donne, bambini, sacerdoti, uomini, giovani e anziani con una furia e una bestialità mai vista prima che fece vacillare l’appoggio della popolazione agli Alleati”.

Cos’è l’armadio della vergogna?

“Un armadio vero e proprio, scoperto nell’estate del 1994 a Palazzo Cesi a Roma, che conteneva migliaia di documenti relativi alle stragi nazifasciste perpetrate in Italia durante la seconda guerra mondiale. Tutta la documentazione era stata raccolta dagli Alleati a mano a mano che risalivano la penisola, e consegnata alla nostra magistratura che avrebbe dovuto mettere in piedi una Norimberga italiana. Ma tutto fu ‘dimenticato’ in questo ripostiglio che aveva, ironia della sorte, anche le ante girate verso il muro! Solo negli anni 2000 furono iniziati i processi, ma a quel punto i colpevoli erano già morti o espatriati da anni, oppure ultraottantenni”.

Nella terza parte del libro si parla delle stragi perpetrate dai nazifascisti sui  civili. Definendo un disegno geografico degli eccidi, si può pensare che ci siano state regioni italiane più colpite e altre dispensate da dette stragi?

“Indubbiamente sì. La Calabria, ad esempio, ha visto solo il passaggio delle truppe tedesche che la ritenevano territorio privo di punti strategici atti a fermare la risalita degli Alleati. Sicuramente vi è un rapporto diretto tra il numero degli eccidi, la loro ferocia e la presenza di linee di difesa naziste; basti pensare alle stragi nei pressi della linea Gustav. I tedeschi avevano l’ordine di fare terra bruciata per gli anglo-americani, deportando la popolazione in Germania, o destinandola alla costruzione delle fortificazioni. Senza poi dimenticare la presenza dei fascisti locali utilizzati come guide, e per fornire i nomi dei partigiani e delle loro famiglie”.

Qualche anticipazione sul prossimo progetto?

“Vorrei continuare su questo filone, magari approfondendo ancora tematiche dimenticate poiché, ribadisco, è fondamentale tramandare la memoria ai giovani in un’epoca che sta perdendo sempre di più i testimoni diretti”.

Ci congediamo da Giuseppina Mellace con la speranza che questi delitti e stragi trovino posto nella memoria di un’Italia che talvolta stenta a ricordare. Perché al ricordo è demandato il compito del non ripetersi degli orrori della Storia.

 


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