Luca Ward è uno dei migliori attori e doppiatori del cinema nostrano. Lo abbiamo visto in svariate fiction televisive, ascoltato centinaia di volte al cinema, applaudito a teatro. Svolge la carriera d'attore a tutto tondo e comincia a muovere i primi passi nel settore a tre anni grazie all'aiuto dei suoi genitori, attori altrettanto famosi. Dal vivo è una persona semplicissima, disponibile e soprattutto molto chiara: dice le cose come stanno senza ricorrere a giri di parole incomprensibili. Leggete cosa ci ha raccontato.
Luca siamo curiosi... qual è la tua formazione artistica?
"La mia formazione artistica è la mia famiglia. Faccio parte della terza generazione di attori e sono cresciuto sui palcoscenici accompagnando i miei genitori. Da piccolo facevo i grandi sceneggiati televisivi, ho fatto anche teatro. Ho imparato crescendo, non ho fatto una scuola precisa, diciamo che ho studiato con i miei familiari: con mio papà Aleandro, mia mamma Maresa, mio nonno Carlo. Erano grandi voci, mio nonno per esempio era la voce di Jerry Lewis, mio padre invece, quella di James Coburn".
Quali sono stati i momenti più importanti della tua carriera, gli incontri che ti hanno aiutato?
"Beh, ci sono stati grandi professionisti che mi hanno aiutato da Tino Buazzelli a Pino Locchi che ha sempre creduto in me, fin da quando ero piccolo. Lui è stato formativo nel corso della mia carriera, come lo sono stati anche Renato Izzo e Pino Colizzi col quale ho realizzato più di centoventi o centocinquanta film, credo!"
Qual è il film o il ruolo che ricordi con maggiore affetto?
"Il ruolo che mi è piaciuto di più è stato doppiare Brandon Lee ne ÔIl corvo', anche perchŽ quel film è stato macchiato da un evento nefasto, l'attore morì sul set. Ci sono affezionato perchŽ è arrivato in un momento della mia carriera molto particolare, entravo nel ÔGruppo trenta' che era un'importante cooperativa di doppiatori, forse la più importante. Il film al quale sono più affezionato, invece, è ÔIl Gladiatore'".
Com'è cambiato nel tempo il doppiaggio? Visto che lo hai vissuto fin da bambino, conosci bene le sue evoluzioni.
"E' cambiato tantissimo, soprattutto nella velocità. Prima si realizzava un film in due mesi, adesso se va bene in dieci giorni, una settimana, è già pronto. E' cambiato nei metodi, oggi è tutto molto più veloce. Si doppia ed entro quindici giorni è sugli schermi".
Oggi però ci sono molte più possibilità di lavorare. C'è Sky e l'offerta mediale si è ampliata.
"Sì, è cambiato moltissimo e nemmeno si è evoluto a livello contrattuale. Noi siamo ancora rimasti al vecchio contratto. Però si sa, in Italia, per cambiare le cose o si fa una rivoluzione o ci vogliono anni".
Visto che non ci sono rivoluzioni in vista, può esserci qualche cambiamento in futuro?
"Non si sa mai, io ci spero sempre e scenderei tra le barricate. Certamente qualcosa nel tempo dovrà cambiare, soprattutto formare una nuova squadra di doppiatori-attori che facciano questo mestiere dal momento che non c'è ricambio. Oggi i nostri ventenni vengono doppiati da attori che hanno quarant'anni".
Cosa dovrebbero fare i nuovi?
"Intanto, per fare questo mestiere e in generale quello dello spettacolo, alle nuove generazioni non consiglierei questo Paese, anche se io sono uno fortunato perchŽ lavoro tutti i giorni o in doppiaggio o in teatro o in televisione. Però oggi ad un giovane non consiglierei mai di fare questo mestiere qui, gli consiglierei di andare a prepararsi all'estero, soprattutto se si tratta di una donna. Le donne che lavorano in quest'ambiente sono quasi tutte raccomandate. E' vero, è una realtà".
Oppure hanno cominciato giovanissime e inevitabilmente lavorano.
"Ne conosco poche!"
La città da consigliare a chi aspira fare questo lavoro?
"Los Angeles, lì ci sono gli Actor Studios. Il cinema in Italia è chiuso, lo fanno quattro persone e non ti fanno entrare. Il teatro lo si fa sempre meno, hanno tagliato, tagliato, tagliato. La televisione, poi, la fanno solo quelli che hanno gli amici. Che dire? Bisogna andar via, scegliere anche città europee come Parigi, Londra, sono città più vive sotto il profilo culturale e artistico. Certamente Roma no".
La carriera attoriale e quella del doppiatore hanno delle affinità?
"Assolutamente sì, sebbene la qualifica di doppiatore al collocamento non esista. Il doppiaggio dovrebbe essere parte integrante del mestiere dell'attore, invece i nostri attori non lo sanno fare. Una volta, invece, lo sapevano fare molto bene: Sordi, Gassman, Mastroianni, Gino Cervi. Oggi posso farti nomi di persone che fanno film ma in sala di doppiaggio non sanno che pesci prendere".
Oltre al teatro, al cinema e al doppiaggio hai fatto altro?
"Sì, ho fatto altri mestieri. Ho avuto una scuola subacquea per sei anni, ho insegnato in tutti i mari del mondo, ho portato i tir per un anno e mezzo, facevo i trasporti intercontinentali e ho fatto l'antiquario. In effetti il mio papà non voleva che facessi questo mestiere. Anzi, non è che non volesse, non era particolarmente felice. Avrebbe voluto altro ma a scuola non mi andava di andarci.".
Nel corso del tempo c'è stato un momento no?
"Inizialmente, essendo timido e poco estroverso, avevo difficoltà a relazionarmi col palcoscenico. I bambini sono diversi, si buttano, si lanciano, non ci sono problemi. Crescendo, durante l'adolescenza, mi sono detto che non era per me, sul palcoscenico mi veniva l'ansia. Nel tempo ho scoperto che questa è una cosa normale. Nel frattempo facevo il camionista, guadagnavo bene, volevo rimanere lì. Poi il capo-camion morì e mi ritrovai nella selva oscura del doppiaggio".
A cosa stai lavorando adesso?
"Sto lavorando all'ultimo film di Guy Ritchie, ÔSherlock Holmes'. Abbiamo finito da poco ÔLa principessa e il ranocchio', uscito a fine dicembre nelle sale e ho appena concluso un altro film per il cinema, ÔAvere 16 anni' che dovrebbe uscire il 27 febbraio".