Irene Ranaldi: Memorie e realtà urbane


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Nell’ambito della valorizzazione del patrimonio artistico, storico e archeologico di Roma, spicca l’iniziativa di Irene Ranaldi, giovane sociologa urbana, promotrice dell’Associazione “Ottavo Colle”. Di recente, ha lanciato una petizione su charge.org, volta a sensibilizzare l’apertura  al pubblico del Monte dei Cocci.

di Marisa Iacopino

L’abbiamo intervistata, perché ci illustri i suoi progetti.

“Sono una sociologa urbana di formazione, ho lavorato in archivi storici e partecipato a molte ricerche sulla città. Lavoro come giornalista e direttore responsabile di una testata che si occupa di impresa sociale e disabilità. Metto a frutto il mio dottorato di ricerca in sociologia urbana ottenuto alla Sapienza, in una associazione culturale di riflessione e scoperta della metropoli e dei suoi luoghi reali e immaginati, Ottavo Colle”.

Ritiene che il web, e i social media in generale siano un valido aiuto per alzare l’attenzione verso talune iniziative? 

“La parola pronunciata in presenza, la stretta di mano, la passeggiata insieme, sono per me insostituibili. Se ben utilizzati, però, i social possono fare da risonanza di contenuti. Ho lanciato la petizione per l’apertura del Monte dei Cocci per valorizzare uno dei posti più carichi di significato a Roma e a Testaccio, rione nel quale vivo da oltre trenta anni, zona ricca di memoria, storia e contemporaneità. Il Monte dei Cocci, o Monte Testaccio, prima discarica controllata della Roma imperiale,  è monumento naturale e al tempo stesso documento. Sito unico al mondo ma, incredibilmente, chiuso al pubblico”.

E’ stata la passione per i fenomeni sociali a portarla a indagare sul quartiere di Testaccio, o, piuttosto, l’amore per Testaccio ad accendere in lei l’interesse per la sociologia? E perché il confronto con il quartiere di New York indagato nel suo libro, “Gentrification in parallelo”, uscito per Aracne Edizioni?

“Ho sempre avuto curiosità per le persone, la loro conformità o meno alle norme. L’approdo alla sociologia è stato spontaneo. Il fatto di vivere da anni a Testaccio, ha solo accresciuto il mio desiderio di osservare la città. La gentrification è un fenomeno molto studiato nel mondo anglosassone, meno in Italia. Ho deciso di fare un parallelo con l’altra parte dell’Oceano, l’ex quartiere ‘popolare’  nel Queens. Quando vi misi piede, mi colpì l’assetto architettonico a metà strada tra il rione San Saba e il quartiere Garbatella, la rilassatezza dei ritmi, le persone sedute ai caffè. Dal punto di vista sociale, la divisione in due (come per il rione Testaccio) della tipologia abitativa: da una parte ‘social housign’ (l’omologo delle nostre case popolari) e dall’altra edilizia privata”.

Può spiegare cosa si intende per Gentrification?

“Un’area brutta, malfamata, sporca, dove il tasso di criminalità è elevato e gli abitanti hanno stipendi sotto la media. Trovato un quartiere così, la potente forza di rigenerazione urbana arriva a ripulire le strade, le facciate decadenti dei palazzi. Questa è la gentrification, o imborghesimento dei quartieri urbani. Come nuovi colonizzatori, i gentrifier portano i loro costumi in un territorio che in breve rispecchierà lo stile di vita della classe media, emarginando  dal tessuto urbano i ceti meno abbienti, e omogeneizzando così i tratti distintivi del quartiere”.

Qual è la reazione degli abitanti originari a questi cambiamenti?

“Ci sono territori i cui abitanti preferiscono migrare in nuove periferie. Altri combattono per conservare la propria identità socio-culturale. Ci sono, poi,  le enclavi: la gentrification a macchia di leopardo e tutt’intorno il tessuto originario. Alla lunga, però, è quasi sempre la prima a prevalere. Laddove la convivenza è possibile, può avere effetti positivi per entrambi”.

L’Associazione porta il nome di Ottavo Colle. Perché e quali scopi si prefigge? 

“L’associazione si propone di essere un punto di osservazione sulle metropoli contemporanee, senza una connotazione localistica. Tuttavia, in questo luogo sorge l’immaginario ottavo colle di Roma, il Monte dei Cocci o Monte Testaccio. Rione considerato fino a pochi anni fa ‘periferia storica’. Il legame affettivo mi ha ispirato per dare il nome all’associazione culturale, il cui fine è l’unione tra memoria, coscienza del luogo e del tempo, coniugata con la ricognizione delle nuove realtà delle comunità urbane”.

Dopo le visite al Monte dei Cocci, quali i prossimi progetti in programma per l’autunno?

“Proporremo varie incursioni urbane tra: I tetti di Corviale, Street art a Tor Marancia, Archeologia industriale tra Testaccio, Ostiense e Marconi, Beat Generation al cimitero acattolico, Sulle tracce di Pasolini da Porta Maggiore a Centocelle a bordo del tram, Saluto al sole e dimostrazione yoga sul Monte dei Cocci al tramonto. E ancora a Terni, alla scoperta di Villaggio Matteotti, una delle company town dimenticate. A novembre con amiche musiciste saremo promotrici d’una iniziativa sociologico-musicale a Centocelle, dal titolo ‘Percorsi autonomi nella metropoli’”.

Un’ultima domanda che esula dal contesto: se fosse chiamata a salvare un solo libro, quale salverebbe?

“Una bella e difficile domanda. Augurandomi che qualcuno prima di me abbia salvato la Divina Commedia, salverei senz’altro ‘On the road’ di Jack Kerouac. Il primo libro letto a 14 anni su consiglio di mia madre. A lei, e a questo libro, devo la mia curiosità per il cammino, per il viaggio, la scoperta, contro ogni pregiudizio e al di là di ogni apparenza”.


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