09/24/2021
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Isa Traversi: “Il teatro aiuta la gente a vivere”

di Antonio Desiderio –

La sua è una passione smisurata per il teatro. E di esso dice: “è incontro tra esseri umani, stimolo alla vita di ognuno e di tutti, indizio per interpretare passato e presente di una comunità che lì si ritrova”. Di lei possiamo dire che è un mix perfetto tra danzatrice, coreografa e regista.

Cara Isa, un immenso piacere averti con noi. Vorrei cominciare facendo conoscere ai nostri lettori i tuoi esordi nel mondo artistico..

“Anche per me è un piacere e un’occasione di incontro, grazie. Ho studiato alla Scuola di Ballo della Scala, piccola vestale dedita a uno smisurato tempio dell’arte, che tuttora riconosco come casa della mia formazione anche interiore che definirei ‘di fragile acciaio’… Fin da bambina ero stata curiosa e molto creativa, adoravo la danza, ma ero anche interessata a farla dialogare con altre discipline. Il mondo dell’arte era in quegli anni fertilissimo e vivace, e il convergere di molti artisti, mondi, istanze estetiche, apriva a un insieme di processi creativi fecondi e liberi che furono fondativi per i giovani di quel momento storico. La temperie intellettuale godeva di grande  fermento e libertà: si tendeva a cambiare la storia delle arti mettendole in collegamento”.

E poi?

“Tutto questo mi ha portata fin da adolescente ad accostarmi a discipline corporee diverse con grandi maestri, da Lindsay Kemp a Kazuo Ohno, dal teatro Kathacali al Butho, dalla danza contemporanea a quella del Rinascimento. E fin da giovanissima, dalla fine dei fertili anni settanta, sono venuta in contatto con percorsi di ricerca creativa e ho collaborato con poeti, musicisti, registi, attori, artisti visivi, architetti, a spettacoli e performances. Sentivo la possibilità di dar voce a un mio universo poetico ancora gracile, ma fervido e appassionato. Di lì a poco istituzioni importanti come L’Autunno Musicale e il Piccolo diedero spazio al mio lavoro. Da allora ho lavorato con amore e tenacia perché il teatro è mio destino, necessità e la mia salvezza. Fin da piccola gli appartengo per istinto e vocazione. Li sento la mia forza, li la grazia e la miseria della vita acquistano voce, coraggio, consolazione. Per artisti e pubblico il teatro è incontro tra esseri umani, stimolo alla vita di ognuno e di tutti, indizio per interpretare passato e presente di una comunità che lì si ritrova. È così da millenni… il teatro aiuta la gente a vivere”.

Il tuo debutto è stato da subito ad altissimo livello con il grande Luca Ronconi. Cosa ricordi di quell’esperienza?

“Fu magnifico, ero giovanissima, il Maggio era un’importante istituzione, ed entravo in teatro con un ‘Ciao Zubin’ a Metha e ‘Ciao Luca’ a Ronconi… ma non c’era nulla di irrispettoso, anzi una assoluta dedizione. Più di così non potevo volere. Danzavo nell’Oro del reno, ondina che scivolava leggera tra i flutti attorno all’oro, nella visione innocente di una natura primigenia. La lucidità, la profondità di segno, ma anche la leggerezza dell’ironia di Ronconi, erano fonte alla quale mi abbeveravo quotidianamente”.

Contestualmente nemmeno ventenne fondi a Como la Scuola Laboratorio Danza, centro di sperimentazione pedagogica e teatrale nel cui ambito hai fondato il gruppo Kitchen. Parlaci di questo.

“La Scuola di Danza nasceva col non casuale nome di Laboratorio Danza, ero al primo anno di Università e tentavo un incontro delle arti sul terreno pedagogico. La scommessa era alimentare la smisurata sete di esperienza dei bambini in un approccio alla danza che si nutrisse di tutti i linguaggi dell’arte: un treno lanciato a tutta velocità verso il traguardo dell’ avventura e della conoscenza. L’arte era una stazione sperimentale in cui si provava a vivere. Il tutto attraverso l’esercizio quotidiano dell’attenzione alla bellezza, che trova nei ragazzi il senso del futuro. Questa passione pedagogica e artistica non si è mai spenta, anche se la Scuola è stata fisicamente chiusa da un paio di anni, dopo quasi quattro decenni per gli smisurati costi gestionali sostenuti solo e  da sempre autonomamente. Lo studio era a Como in un bel palazzo romantico con sguardo poetico sul lago, un ex fabbrica di bambole: rose, glicini e gelsomini rampicanti ne profumavano l’ingresso sul giardino. Là dentro sono accadute ogni giorno, molte bellissime cose. Nel Laboratorio gli allievi lavoravano, come in un piccolo alveare creativo nel segno della danza, con pedagogisti, attori, poeti musicisti e artisti visivi. Gli spettacoli erano sempre costruiti insieme: dalla drammaturgia, ai costumi, dalla scenografia  alle coreografie. Era stato Bruno Munari a presentare al Piccolo Teatro di Milano nel 1982, il balletto ’Pinocchio’, danzato dalla compagnia formata da bambini e ragazzi, che nata nella scuola, ha portato i suoi balletti in tournée per diversi anni, in una straordinaria e del tutto inconsueta  avventura. Negli anni ’90 ha preso vita il gruppo ‘Kitchen‘ ispirato al Teatro-Danza, anche questa una formazione meravigliosa di danzatrici che sono cresciute insieme e hanno insieme danzato per più decenni in un percorso di indissolubile sodalizio tra arte e vita. All’attivo la Scuola ha più di trenta diverse produzioni”.

Spesso tieni importanti seminari e masterclass sul corpo scenico, particolarmente indicati per i cantanti. Come ti rapporti a questo tipo di lavoro?

“E’ quella con i giovani cantanti, tra le esperienze che più amo, con loro si crea un tal legame che poi resta indissolubile per sempre, e quando li rincontro nei grandi teatri dopo che han spiccato il volo, è sempre una festa tornare a lavorare insieme. Mi concentro con loro all’attenzione estrema al gesto perché la sua distillata purezza possa arrivare fino al cuore dell’ultimo spettatore per toccarlo, non farlo sentire solo, e aiutarlo a vivere, ma per farlo deve essere ‘perfetto ‘. Il canto estende e contrae i confini di un corpo vissuto nella sua totalità di possibilità espressiva. Sta in questa misura la magia di incontro artista-pubblico. Barare pur nella finzione scenica è delitto. L’artista non è un esibizionista, ma è uno che sa ascoltare umilmente la voce del mondo, ancor prima di cantarla”.

La tua poliedricità artistica ti ha portato nel tempo ad affiancarti a registi per la parte coreografica e in seguito a firmare tu delle regie di prosa ed opera. Che differenza c’è e senti in questi due ruoli?

“La coreografia e il movimento scenico, sono un preciso lavoro architettonico che esige sensibilità poetica e sensoriale e visione quasi pittorica, impeccabile, dello spazio e del corpo. È nella ricerca attentissima e ferrea di una sorta di quintessenza del gesto -corpo, che si entra in una élite dell’anima, perché solo così diventa possibile non far finta di fare, ma creare una verità più forte della realtà. In ogni caso la coreografia nell’opera obbedisce alla richiesta del regista, quindi diciamo che non è mai un lavoro completamente libero e autonomo. La regia invece è la più assoluta possibilità di incarnare un’ idea fino alla sua più estrema conseguenza e compiutezza. La regia è un meccanismo perfetto di connessioni, è gestazione e nascita. E il regista è colui che può dire ‘Vieni via con me!-‘ sia agli artisti che al pubblico… e quando questo riesce, sai che ce l’hai fatta”.

Hai da poco finito la produzione dell’opera Aroldo di Giuseppe Verdi per il Teatro Galli di Rimini in cui firmi i movimenti scenici. Come hai approcciato a questo titolo e che visione hai voluto dare a questo titolo?

Una bella esperienza per di più radicata alla storia del teatro Galli, che si intreccia  con Aroldo in una produzione in collaborazione col Teatro Alighieri di Ravenna, il Teatro Comunale Pavarotti di Modena e il Municipale di Piacenza che lo  ospiteranno durante le stagioni d’opera. Un bellissimo e proficuo lavoro con il cast di regia, quello di canto, la direzione d’orchestra, e le maestranze: giacché in teatro la parola ‘Io’ non esiste, ed è sostituita da ‘Noi’. Rivalutando uno dei titoli più trascurati del repertorio verdiano, questa nuova produzione narra le vicende dell’edificio in cui Aroldo venne rappresentato la prima volta, in un nuovo allestimento ‘site-specific’ che, oltre alla vicenda originale, racconta la storia del teatro di Rimini, ma anche un tratto della nostra storia nazionale”.

I tuoi progetti futuri?

Vorrei  riprendere due mie regie ‘Didone’ di Purcell, per l’opera,  e ‘La signorina Else’ di Arthur Schnitzler, per la prosa, e spero, a breve, la coreografia per un‘opera mozartiana che adoro. Sono anche pronte nel cassetto, riduzione e drammaturgia per un nuovo lavoro di prosa tratto da un racconto di Foster Wallace. Ho progetti e spero di realizzarli, riesco a lavorare anche con poche risorse economiche, ma spesso è difficile lo stesso, qualche volta impossibile, anche per giochi di potere e dinamiche estranee all’arte. Considero la mia vita, il mio atto artistico, tuttavia la smania del fare a tutti i costi conta per me assai meno  della reale necessità artistica, che non è mai una sfida. ‘Sfida’ è una parola che proprio non capisco nel mio lavoro. preferisco, ‘Festa’”.

Se volessi sintetizzare in un aggettivo la parola Arte, come la definiresti?

“Citerei Flaubert: ‘Ama l’arte, fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno’”.

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