Italo Spinelli: “Da’wah” (L’Invito)


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È un regista, fondatore e direttore di “Asiatica Festival”. Un evento che da diciotto anni unisce, dal punto di vista cinematografico, Roma con l’Oriente. A maggio uscirà il suo film documentario girato in Indonesia

di Marisa Iacopino

“Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. E’ quanto sosteneva il grande Ingmar Bergman, ed è in questa direzione che si muove l’attività artistica di Italo Spinelli, regista, fondatore e direttore di “Asiatica Festival”, che da diciotto anni si pone come ponte cinematografico tra Roma e l’Oriente, promuovendo la cultura asiatica attraverso proiezioni, musica, incontri d’autore.

Da cosa nasce la passione per il cinema asiatico?

“La prima folgorazione a Londra, a una retrospettiva di Satajit Ray. E poi un innamoramento più vasto, tra culture, coltivato nel corso dei viaggi in Asia. La storia, la politica, l’arte, la musica, l’architettura, la letteratura, le religioni, i paesaggi – soprattutto urbani – e la fascinazione per le genti che vivono e animano l’Asia e il Medio Oriente, hanno esercitato su di me un’attrazione incondizionata. Il cinema riannodava queste esperienze, facendo crescere la conoscenza, la storia del cinema di quei paesi, l’eredità culturale e l’evoluzione estetica insieme alla passione; c’era una specie di rivelazione, d’ispirazione. Un innamoramento, appunto. Espressione che avrei poi condiviso con Bernardo Bertolucci con il quale ho collaborato in qualità di aiuto regista e casting director”.

Il tuo amore per il cinema risale al tempo del Liceo. Quali sono stati i primi approcci con l’esperienza di regia cinematografica?

“All’inizio degli anni ’80 a New York, dopo la scuola di cinema alla N.Y.U, iniziai a realizzare cortometraggi. Nel 1980 il primo film in Super8 ‘Doppio Movimento’, nel 1989 il lungometraggio ‘Roma Paris Barcelona’ in co-regia, che venne premiato in diversi festival internazionali. Mi sono poi appassionato e dedicato ai documentari e ai reportage, molti dei quali in Asia, per la Rai”.

Ti sei occupato anche di teatro…

“Sì, mi sono dedicato molti anni all’attività teatrale in qualità di regista, per istituzioni come il Piccolo Teatro di Milano e il Teatro Stabile di Roma; attività che prosegue fino ad oggi”.

Lungo il percorso “Asiatica – Encounters with Asian Cinema”, hai incontrato collaboratori internazionali di grande spessore. Cosa ha significato lavorare con loro? 

“In India, per il mio film ’Gangor’ ho collaborato con un cast, sia artistico che tecnico, totalmente indiano, trovandomi a perfetto agio. Con ‘Asiatica’, ho avuto il privilegio d’incontrare e conoscere registi quali Abbas Kiarostami, Tsiai Ming liang, Hou Hsiao–Hsien, Garin Nugroho, Brillante Mendoza, Asghar Farhadi, in cui ho riscontrato qualità comuni. Con le dovute distinzioni, mi sembra che per loro fare cinema significa pensare e vivere la propria vita in modo interrogativo, scegliendo e interpretando storie e fatti, luoghi e prossimità. La giusta distanza dal soggetto, le inquadrature, diventano esercizi di verità, direi un valore etico individuale e di assoluta libertà. Questi registi cercano di fare cose che non sono state fatte o che si era dimenticato come fare. Al pari dei poeti, i veri registi – a qualsiasi latitudine -  sanno che la nostra vita è da ripensare, soprattutto nella parte privata che riflette la società in cui viviamo. Si tratta costantemente di mettersi in gioco. Ciascun regista lo fa a modo suo”.

L’incontro artistico tra culture può contribuire ad abbattere i muri innalzati da incomprensioni politiche, ovvero da fedi religiose in apparenza spesso inconciliabili?

“Assolutamente sì. L’alternativa, che in questi tempi purtroppo affiora, è l’imbarbarimento”.

Quale messaggio vuoi trasmettere al pubblico italiano attraverso il film documentario “Da’wah” (L’invito) girato in Indonesia?

“’Da’wah’, che dovrebbe uscire a maggio in alcuni capoluoghi italiani e contemporaneamente in Indonesia, oltre che attraverso un tour nelle università in USA, vuole mostrare una visione dell’Islam tollerante, far conoscere diverse scuole di pensiero. E la forza della gentilezza che accompagna gli adolescenti di un collegio coranico, in una parte del mondo che l’Europa conosce ancora troppo poco”.

Nel 1998, hai firmato la regia di un film sulla Cambogia. Prima ancora, nel 1991, un episodio nel film collettivo: “Corsica”. Se il pensiero dell’essere umano trae origine dal contatto con la terra in cui nasce, secondo te può modificarsi in rapporto a una terra nuova che lo ospiti?

“E’ una domanda che richiederebbe una risposta approfondita. Da una parte credo che siamo esseri multipli, viviamo contemporaneamente diverse identità. D’altra parte penso che modificarsi in una terra nuova è una necessità, e spesso comporta – dolorosamente – l’abbandono dell’identità di appartenenza da cui proveniamo. E’ un processo sia di solitudine che di rigenerazione. Dal vuoto che lascia la terra in cui si nasce, può germinare l’impulso creativo. Molto dipende dall’accoglienza nella nuova terra, se ci sono muri che separano e isolano o linfa vitale dove l’albero può crescere”.

Progetti in fieri?

“Tanti, dal teatro al cinema: inshallah”.

Se dovessi definire il tuo lavoro con un aggettivo.

“Magnifico, un lusso”.


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